|
|
|
| << | < | > | >> |IndiceTennis, trigonometria e tornado pag. 5 E Unibus Pluram: Gli scrittori americani e la televisione 29 Invadenti evasioni 105 Che esagerazione 174 David Lynch non perde la testa 183 L'abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l'assurdità e la completezza dell'essere umano 265 |
| << | < | > | >> |Pagina 5Quando lasciai il mio distretto squadrato in mezzo alla campagna dell'Illinois per andare a frequentare l'università dove si era laureato mio padre fra i vivaci rilievi delle Berkshires nel Massachusetts occidentale, sviluppai un'improvvisa fissazione per la matematica. Comincio adesso a capirne il motivo. Per uno del Midwest, la matematica del college produce un'evocazione catartica della nostalgia di casa. Io ero cresciuto in mezzo a vettori, rette, rette che intersecano rette, griglie - e, all'altezza dell'orizzonte, le ampie linee curve delle forze della natura, il bizzarro assetto topografico a spirale di un immenso lotto di terra stirata dalle glaciazioni, che si poggia e ruota su placche geologiche. L'area dietro e sotto queste grandi curve alla giunzione di terra e cielo ero in grado di disegnarla a occhio molto prima di sapermi servire degli infinitesimali come aiuto e degli integrali come schema. La matematica in una scuola dell'Est collinoso era facile come svegliarsi la mattina: scomponeva i ricordi e li riportava alla luce. L'analisi matematica era, abbastanza alla lettera, un gioco da ragazzi. Verso la fine della mia infanzia imparai a giocare a tennis sui campi di cemento di un piccolo parco pubblico ricavato da un pezzo di campagna che era stato azotato troppe volte per poter essere ancora coltivato. Si trovava nel mio paese, a Philo, nell'Illinois, una minuscola collezione di silos di granturco e case stile Levittown dell'epoca della guerra, in cui la gente del posto aveva poco altro da fare a parte vendere assicurazioni sul raccolto, fertilizzanti azotati ed erbicidi, e riscuotere le imposte di soggiorno dai giovani professori della vicina università di Champaign-Urbana, le cui schiere si gonfiarono abbastanza nel boom degli anni '60 da rendere ben chiaro il senso di non sequitur tipo "città dormitorio di campagna". Fra i dodici e i quindici anni, io ero un quasi-campione di tennis nella categoria juniores. Mi feci le ossa sul campo lavorandomi i figli di avvocati e di dentisti ai piccoli tornei del Country Club di Champaign e Urbana e di li a poco ammazzavo intere estati scarrozzato in macchina all'alba alla volta di vari tornei per tutto l'Illinois, l'Indiana, e l'Iowa. A quattordici anni arrivai al diciassettesimo posto nella classifica della Sezione Occidentale della United States Tennis Association (dove "occidentale" è l'antico e decrepito termine con cui l'USTA indica il Midwest; ancora più a ovest c'erano la Sezione del Sudovest, del Nordovest e del Nordovest Pacifico). Il mio flirt con l'eccellenza tennistica ebbe molto più a che fare con la zona dove prendevo lezioni e mi allenavo e con una strana propensione per la matematica intuitiva che con il talento atletico. Ero, anche per gli standard dell'agonismo juniores, quando ognuno non è che un bocciolo di potenziale puro, un giocatore di tennis piuttosto privo di talento. La mia visione di gioco andava bene, ma non ero né robusto né veloce, avevo un torace quasi concavo e dei polsi così sottili che li potevo stringere tra pollice e mignolo, e riuscivo a colpire una palla da tennis con una potenza o precisione non maggiore di quella di quasi tutte le ragazze della mia fascia d'età. Quello che sapevo fare, però, era "Giocare a Tutto Campo". Questo era un tipico truismo tennistico che poteva voler dire ogni genere di cose. Nel mio caso, significava che conoscevo i miei limiti e i limiti del posto in cui mi trovavo, e mi adattavo di conseguenza. Nelle condizioni esterne peggiori, io esprimevo il mio meglio. Ora, le condizioni esterne nell'Illinois centrale sono da un punto di vista matematico interessanti, e da un punto di vista tennistico terribili. La calura estiva e l'umidità da far sudare le pareti, la grottesca fertilità del suolo che fa crescere a viva forza erbe varie ed erbacce a foglia larga attraverso la superficie del campo da tennis, i moscerini che si nutrono di sudore e le zanzare che proliferano tra le zolle o nei canali ostruiti dalle alghe che in genere delimitano i campi, le partite notturne quasi impossibili perché falene e moscerini del letame attirati dalle luci al sodio formano una piccola galassia intorno a ogni fanale e tutta la superficie del campo illuminata è una vibrazione di piccole ombre spastiche. Ma più di tutto il vento. La variabile che più influisce sulle caratteristiche della vita all'aperto nell'Illinois centrale è il vento. Ci sono molte più barzellette locali di quante potrei mai ricordarmi sulle banderuole per il vento ammosciate e sui silos inclinati, più soprannomi locali per i vari tipi di vento di quanti ce ne siano in Lapponia per la neve. Il vento possiede una personalità, un (brutto) carattere e, indiscutibilmente, programmi ben precisi. Il vento soffia le foglie d'autunno in linee sinusoidali e archi di forza così regolari che potresti fotografarli per un libro di testo sulla regola di Cramer e i prodotti vettoriali delle curve tridimensionali. D'inverno modellava la neve in listelle abbaglianti che seppellivano le macchine bloccate e costringevano gli abitanti a spalare non solo i vialetti d'accesso, ma anche i lati delle case; la "tormenta" dell'Illinois centrale comincia soltanto quando la neve smette di cadere e inizia a soffiare il vento. La maggior parte della gente a Philo non si pettinava i capelli perché era fatica sprecata. Sopra le loro acconciature fresche di parrucchiere le signore portavano certi fazzolettoni di plastica legati sotto il mento ed era una cosa così usuale che io pensavo fossero indispensabili per una coiffure veramente di classe; sull'East Coast le ragazze che uscivano coi capelli sciolti e fluenti sulle spalle mi sembravano nude e indecenti. Vento, vento e poi ancora vento... | << | < | > | >> |Pagina 13A meno che voi non siate uno di quei rari mutanti virtuosi della forza bruta, troverete che il tennis agonistico, come il biliardo professionistico, richiede una mente geometrica, l'abilità di calcolare non soltanto le vostre angolazioni ma anche le angolazioni di risposta alle vostre angolazioni. Poiché la crescita delle possibilità di risposta è quadratica, siete costretti a pensare in anticipo a un numero n di colpi, dove n è una funzione iperbolica limitata dal seno della bravura dell'avversario e dal coseno del numero di colpi scambiati fino a quel momento (approssimativamente). Io lo sapevo fare. Quello che mi rese per un breve periodo un quasi-campione era la capacità di far rientrare nei miei calcoli anche le complicazioni differenziali del vento; riuscivo a pensare e giocare in base otto. Perché il vento imprimeva delle traiettorie curve alle linee e trasformava il gioco in uno spazio a tre dimensioni. Il vento danneggiava pesantemente molti giocatori juniores dell'Illinois centrale nel periodo da aprile a luglio, quando avrebbe avuto bisogno di una bella dose di litio, dato che tendeva a soffiare in raffiche disordinate, a turbinare, a fare marcia indietro, a smorzarsi e poi riprendere, tirando, alle volte, in una direzione al livello del campo, e in una completamente diversa a tre metri sopra le nostre teste. Ci era richiesta una tale precisione mentale da cogliere per induzione i trend delle percentuali di rischio, delle spinte, degli angoli di ritorno - precisione sulla quale il nostro coach e gli altri allenatori non professionisti della città erano bravi a teorizzare astrattamente armati di gesso e lavagna, o, negli allenamenti, legando col filo da bucato la gamba di un allievo alla recinzione per limitare il suo arco di movimento, o posizionando cesti della biancheria nei vari angoli e facendoci tirar dentro una palla dopo l'altra, oppure disegnando a terra col nastro adesivo una specie di scatole cinesi all'interno dei rettangoli del campo per gli esercizi e gli scatti col vento contro e a favore - tutta questa preparazione teorica andava a farsi friggere quando le tue scarpe da tennis toccavano veramente il campo da gioco in un torneo.| << | < | > | >> |Pagina 16Io e Antitoi spaziavamo esattamente sullo stesso territorio agonistico; lui era il mio amico, il mio nemico e la mia rovina. Sebbene avessi cominciato a giocare due anni prima di lui, lui era più robusto, più rapido e fondamentalmente più bravo di me già verso i tredici anni, e presto mi ritrovai a perdere contro di lui nelle finali di quasi tutti i tornei che giocavo. Il nostro aspetto fisico e il nostro approccio al gioco e in generale la nostra gestalt erano cosi diverse che dal '74 fino al '77 ci fu tra noi una specie di rivalità epica. Io ero così preveggente, con le mie statistiche, la superficie, il sole, le raffiche di vento, e avevo raggiunto una tale serenità stoica che ero considerato una specie di sapiente della fisica, un piccolo stregone del vento e del caldo, ed ero in grado di giocare in pratica per sempre, rispedendo dall'altra parte tiri smorzati e pieni di effetti barocchi. Antitoi, uno privo di complicazioni in partenza, colpiva con tutta la sua forza qualsiasi cazzo di oggetto di forma rotonda che entrava nel suo territorio, mirando sempre a uno dei due angoli di fondocampo. Lui era un Picchiatore, io una Lumaca. Quando era "in palla", cioè in giornata buona, con me ci puliva il campo. Quando non era al meglio (e io e David Saboe di Bloomington e Kirk Riehagen e Steve Cassil di Danville passavamo ore infinite in meditazioni e seminari su quali specifiche variabili di dieta, sonno, beghe sentimentali, viaggi in macchina, e persino colore dei calzini costituissero giorno per giorno i coefficienti dell'equazione dell'umore e del bioritmo di Antitoi), io e lui ci facevamo delle gran partite, autentiche maratone di fiatone. Di undici finali che giocammo nel 1974, ne vinsi due.
Il tennis juniores nel Midwest fu anche la mia
iniziazione alla vera tristezza dell'età adulta. Io avevo
sviluppato una sorta di
hybris
riguardo alla mia abilità taoistica di controllo attraverso
il non-controllo.
Avevo fondato una mia personale religione del vento. Mi
piaceva persino andare in bicicletta. A Philo sono
terribilmente poche le persone che vanno in bicicletta,
ovviamente per colpa del vento, ma io avevo scoperto un modo
di fare una specie di zig-zag avanti e indietro contro le
|
|
Pubblicata scheda parziale con 10000 bytes di citazioni. Scheda completa con 52943 bytes di citazioni. Pubblicazione completa in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |