Copertina
Autore Colin Ward
Titolo Anarchia come organizzazione
SottotitoloLa pratica della libertà
EdizioneEleuthera, Milano, 2006 [1996] , pag. 208, cop.fle., dim. 12,5x19x1,2 cm , Isbn 978-88-89490-20-4
OriginaleAnarchy in Action [1973]
TraduttoreGiorgio Luppi, Anna Maria Brioni
LettoreRiccardo Terzi, 2006
Classe politica
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Indice

      Prefazione alla seconda edizione italiana   7

      Premessa                                   11

   I. L'anarchia e lo Stato                      15
  II. La teoria dell'ordine spontaneo            31
 III. La dissoluzione della leadership           47
  IV. L'armonia nasce dalla complessità          55
   V. Federazioni senza vertici                  67
  VI. Chi deve pianificare?                      75
 VII. Costruttori, inquilini e senza-casa        87
VIII. Famiglia chiusa e famiglia aperta          99
  IX. Descolarizzazione                         107
   X. Il gioco, parabola dell'anarchia          121
  XI. Senza padroni                             133
 XII. Il fallimento dello Stato assistenziale   155
XIII. Diversità, devianza, criminalità          179
 XIV. Anarchia e futuro plausibile              193

      Nota bio-bibliografica                    206


 

 

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Pagina 11

PREMESSA



«Niente da dichiarare?». «Niente». Molto bene. Poi le domande di carattere politico. Mi fa: «Lei è anarchico?». Rispondo: «...Anzitutto di quale anarchismo stiamo parlando? Pratico, metafisico, storico, mistico, astrazionista, individualista, sociale? Da giovane», gli dico, «ognuna di queste definizioni aveva per me la sua importanza». Così iniziammo una discussione molto interessante, in seguito alla quale trascorsi due settimane intere a Ellis Island.

Vladimir Nabokov, Pnin


Come si reagirebbe alla scoperta che la società in cui si vorrebbe realmente vivere c'è già... se non si tiene conto, ovviamente, di qualche piccolo guaio come sfruttamento, guerra, dittatura e gente che muore di fame? Questo libro vuol proprio dimostrare che una società anarchica, una società che si organizza senza autorità, esiste da sempre, come un seme sotto la neve, sepolta sotto il peso dello Stato e della burocrazia, del capitalismo e dei suoi sprechi, del privilegio e delle sue ingiustizie, del nazionalismo e delle sue lealtà suicide, delle religioni e delle loro superstizioni e separazioni.

Fra le tante possibili interpretazioni, quella esposta in questo libro sostiene che l'anarchismo non è la visione, basata su congetture, di una società futura, ma la descrizione di un modo umano di organizzarsi radicato nell'esperienza della vita quotidiana, che funziona a fianco delle tendenze spiccatamente autoritarie della nostra società e nonostante quelle. Questa idea non è nuova. Gustav Landauer concepiva l'anarchismo non come la creazione di qualcosa di nuovo, ma appunto come «la realizzazione e la ricostituzione di qualcosa che c'è da sempre e che esiste parallelamente allo Stato, benché sepolto e straziato». Un anarchico moderno, Paul Goodman, ha affermato che «una società libera non può essere realizzata sostituendo un 'ordine nuovo' a quello vecchio, ma piuttosto con l'ampliamento delle sfere di azione libere, fino a che esse vengano a costituire il fondamento della intera vita sociale».

Parlare di anarchia come organizzazione può suonare paradossale. Si pensa che l'anarchia, per definizione, costituisca l'opposto di ogni struttura organizzativa. Ma il termine in sé ha un altro significato: vuol dire assenza di governo, assenza di autorità. Sono proprio i governi che creano e impongono quelle leggi che garantiscono agli abbienti il controllo della società, con l'esclusione dei non-abbienti. E proprio il principio di autorità che fa sì che milioni di uomini lavorino sotto padrone per la maggior parte della loro vita, non già perché faccia loro piacere, ma solo perché questa è l'unica possibilità di sopravvivenza. Sono i governi, infine, che preparano le guerre e le dichiarano, sebbene tu ne subisca le conseguenze in modo diretto.

Ma la colpa è solo dei governi? Il potere di un governo, persino nelle dittature più tiranniche, dipende dall'acquiescenza dei governati. Perché la gente accetta di essere governata? Non è solo questione di paura: che cosa hanno da temere milioni di persone da una piccola banda di politici professionisti e dai loro mercenari? La gente accetta passivamente perché crede negli stessi valori che propugnano i loro governanti. Sia il vertice che la base credono nel principio di autorità, nella gerarchia, nel potere. Si sentono addirittura privilegiati quando, come capita in certe parti del mondo, hanno la possibilità di scegliere tra diverse etichette per definire l'elite dirigenziale. Eppure, nella vita quotidiana la società può andare avanti solo in virtù dell'associazione volontaria e del mutuo soccorso. Gli anarchici derivano una filosofia sociale e politica dalla tendenza naturale e spontanea degli esseri umani a raggrupparsi per il beneficio comune. Anarchismo è infatti il nome dato alla teoria che sostiene essere possibile e auspicabile che la società si organizzi senza il Potere.

La parola anarchia deriva dal greco, letteralmente assenza di potere, e sin dai tempi dei Greci ci sono sempre stati fautori dell'anarchismo, pur chiamandosi con nomi diversi. Il primo a sviluppare una teoria sistematica dell'anarchismo, in epoca moderna, fu William Godwin, poco dopo la Rivoluzione francese. Verso la metà dell'Ottocento Pierre-Joseph Proudhon, un francese, sviluppò la teoria dell'organizzazione sociale come federazione di piccole unità prive di potere centrale. In seguito Mikhail Bakunin, il rivoluzionario russo contemporaneo e avversario di Karl Marx, propose qualcosa di simile. Marx rappresentava un'ala del movimento socialista, quella che mirava anzitutto a impadronirsi del potere dello Stato; Bakunin ne rappresentava l'altra, quella che mirava invece alla distruzione del potere statale.

Un altro russo, Pėtr Kropotkin, si propose di dare una base scientifica al pensiero anarchico, dimostrando che l'aiuto reciproco e la cooperazione volontaria, come istinti umani, sono altrettanto forti dell'aggressività e del desiderio di dominio. Questi celebri nomi dell'anarchismo ricorreranno spesso in questo libro, per il semplice motivo che ciò che hanno scritto allora è completamente valido anche ai giorni nostri. Ma migliaia di altri rivoluzionari, propagandisti e teorici meno conosciuti, pur senza scrivere libri da citare, dedicarono ogni sforzo a proporre alla gente l'idea di una società senza governo: e ciò avvenne in quasi tutti i Paesi del mondo, soprattutto durante le rivoluzioni in Messico, Russia e Spagna. Furono sconfitti dappertutto, e gli storiografi hanno scritto che la fine dell'anarchismo maturò nel 1939, quando le truppe di Franco entrarono in Barcellona.

Ma nel 1968, a Parigi, la bandiera anarchica sventolava alla Sorbonne; quell'anno ne comparvero anche a Bruxelles, Milano, Città del Messico, New York e persino a Canterbury, All'improvviso si tornò a parlare della necessità di un tipo di politica in cui tutti, uomini, donne e bambini, potessero decidere del proprio destino e costruire il proprio futuro; si parlò del bisogno di un decentramento sociale e politico, della gestione dell'industria da parte degli operai, di potere studentesco, di gestione comunitaria dei servizi sociali. L'anarchismo, non più pittoresco fenomeno dei tempi andati, si presentava come modello di organizzazione umana, acquistando un rilievo di cui mai aveva goduto in passato. Sulle forme organizzative e la problematica ad esse connessa sono stati scritti innumerevoli volumi, data l'importanza dell'argomento per la gerarchia statale e industriale. Ma tutta questa letteratura è ben scarna di riconoscimenti per gli anarchici, ai quali si attribuisce soltanto il ruolo di critici distruttivi delle organizzazioni che dominano la nostra vita. Benché ci siano migliaia di studiosi e storici del governo, ce ne sono pochissimi del non-governo. Si svolgono tante ricerche sui metodi dell'amministrazione, ma poche sull'autogestione. Esistono intere biblioteche dedicate alla gestione aziendale, le consulenze manageriali sono pagate a caro prezzo, ma ben pochi libri, nessun corso di studio e sicuramente nessun onorario sono destinati a coloro che vogliono sbarazzarsi dei dirigenti per sostituirvi l'autogestione. I cervelli si vendono ai più forti, per cui una teoria del non-governo, del non-padronato, deve essere costruita sulla base di esperienze che quasi nessuno ha raccontato nei libri perché ritenute di scarsa importanza.

«La storia», scrisse W.R. Lethaby, «viene scritta dai sopravvissuti, la filosofia dai benestanti; le schiere dei sottomessi dispongono, invece, della loro esperienza». Ma quando si comincia a studiare la società umana da un punto di vista anarchico, è facile rendersi conto che le alternative sono già presenti, negli interstizi della struttura del potere. Se, dunque, si vuole costituire una società libera, gli elementi necessari si trovano già tutti a portata di mano.

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Pagina 31

II
LA TEORIA DELL'ORDINE SPONTANEO



I gruppi di volontari, organizzatisi in ogni caseggiato, in ogni strada, in ogni quartiere, non avranno difficoltà a mantenersi in contatto e ad agire all'unisono... se i sedicenti teorici «scientifici» si asterranno dal ficcare il naso... Anzi, spieghino pure le loro teorie confusionarie, purché non venga loro concessa alcuna autorità, alcun potere! E le meravigliose capacità organizzative di cui dispone il popolo – che così raramente gli viene concesso di mettere in pratica – consentiranno di dar vita, anche in una città grande come Parigi, e nel bel mezzo di una rivoluzione, a una gigantesca associazione di liberi lavoratori, pronti a fornire a se stessi e alla popolazione i generi di prima necessità.

Date mano libera al popolo, e in dieci giorni il rifornimento alimentare funzionerà con la precisione di un orologio. Solo coloro che non hanno mai visto la gente lavorar sodo, solo quelli che hanno passato la vita tra montagne di documenti, possono dubitarne. Parlate del genio organizzativo del «grande incompreso», il popolo, a chi ha assistito, a Parigi, ai giorni delle barricate o a chi ha avuto modo di vederlo in azione durante il grande sciopero dei portuali londinesi, quando si trattò di dar da mangiare a mezzo milione di gente affamata: essi vi dimostreranno quanto sia più efficace dell'ufficiale inettitudine di Bumbledom.

Pėtr Kropotkin, La conquista del pane


Una componente importante nell'impostazione anarchica dei problemi organizzativi è costituita da quella che potremmo definire la teoria dell'ordine spontaneo. Essa sostiene che, dato un comune bisogno, le persone sono in grado, tentando e sbagliando, con l'improvvisazione e l'esperienza, di sviluppare le condizioni per il suo ordinato soddisfacimento; e che l'ordine cui si approda per questa via è di gran lunga più duraturo, e funzionale a quel bisogno, di qualsiasi altro imposto da un'autorità esterna. Kropotkin derivò la sua versione di questa teoria dai suoi studi sulla storia della società umana e dalla riflessione sui fenomeni che caratterizzarono i primi passi della Rivoluzione francese e della Comune parigina del 1871. Essa è stata confermata in quasi tutte le situazioni rivoluzionarie, nelle forme organizzative con cui la gente reagisce alle catastrofi naturali, e in ogni attività che si svolga in assenza di modelli precostituiti di organizzazione o strutture gerarchiche dell'autorità. Il principio di autorità permea a tal punto ogni aspetto della nostra società che solo nelle rivoluzioni, in situazioni di emergenza o nell'ambito di «happening» il principio dell'ordine spontaneo riesce a emergere. Č abbastanza, comunque, perché ci si possa fare un'idea del comportamento umano che gli anarchici considerano «normale» e gli autoritari semplicemente una stranezza.

Un clima del genere era riscontrabile, ad esempio, durante la prima Aldermaston March, o nelle fasi dell'occupazione generalizzata di campi militari da parte di abusivi, nell'estate del 1946, di cui ci occuperemo nel capitolo VII. Tra il giugno e l'ottobre di quell'anno 40.000 senza-casa occuparono, agendo di loro iniziativa, più di 1.000 campi in Inghilterra e in Galles. Organizzarono ogni sorta di servizi comuni, nell'intento di trasformare quelle squallide baracche in qualcosa che assomigliasse a una casa, mettendo in piedi, ad esempio, cucine collettive, lavanderie e asili per i bambini. Inoltre si federarono per costituire una Squatters' Protection Society (Associazione di difesa degli occupanti). Una caratteristica molto interessante di queste comunità di abusivi era quella di essere formate da gente che, a parte il fatto di essere senza casa, aveva ben poco d'altro in comune: vi erano tra di loro stagnini e docenti universitari.

Anche i pop-festival della fine degli anni Sessanta, a dispetto dello loro strumentalizzazione commerciale, costituirono un esempio di quel tipo di comportamento umano, anche se, naturalmente, a questo aspetto non si sono mai interessati i titoli dei giornali. Nell'appendice di un rapporto al governo, il rappresentante di una amministrazione locale parla di «atmosfera di pace e di appagamento diffusa tra i partecipanti»; un ecclesiastico accenna a «un'atmosfera di grande rilassatezza, amicizia, voglia di mettere tutto in comune». Commenti analoghi suscitò la città improvvisata a Woodstock, negli Stati Uniti, in occasione del festival: «Woodstock, se fosse durata, sarebbe diventata una delle città più grandi d'America, e sarebbe stata certamente unica per i criteri con i quali i cittadini conducevano la propria vita collettiva».

Un'esemplificazione interessante della teoria dell'ordine spontaneo, anche se di genere diverso perché volontariamente perseguito, ci è stata fornita dal Pioneer Health Centre di Peckham, un sobborgo meridionale di Londra. Venne fondato durante i dieci giorni che precedettero lo scoppio della seconda guerra mondiale da un gruppo di fisici e biologi che intendevano studiare la natura della salute e le caratteristiche del comportamento sano, al contrario degli altri medici dediti da sempre all'osservazione degli stati patologici. Decisero che il modo migliore per far ciò fosse quello di dar vita a un club, al quale i membri aderissero con tutta la loro famiglia, potendo disporre, in cambio dell'iscrizione per la famiglia e dell'impegno a sottoporsi a visite periodiche, delle attrezzature messe a disposizione dal centro. Per poter trarre conclusioni valide i biologi di Peckham ritennero di dover osservare esseri umani che vivessero in condizioni di assoluta libertà, liberi di esprimere desideri e di comportarsi in conseguenza. Non c'erano, quindi, né norme, né regolamenti, né capi. «Io ero l'unico, là dentro, dotato di autorità», disse Scott Williamson, il fondatore, «e ne facevo uso soltanto per evitare che chiunque esercitasse qualsiasi forma di autorità». Per i primi otto mesi ci fu il caos. «Con le prime famiglie», disse un osservatore, «arrivò un'orda di bambini indisciplinati, che si misero a scorrazzare per tutto l'edificio del centro come se si trattasse di una strada di Londra. Scorrazzando e correndo come teppisti per tutte le stanze, riducendo a mal partito mobilio e attrezzature», essi resero la vita impossibile per chiunque. Scott Williamson, comunque, «insistette che la pace doveva essere restaurata senza bloccare la reazione dei bambini alla varietà di stimoli che venivano messi sulla loro strada». Questa fiducia venne premiata: «In meno di un anno il caos si trasformò in ordine, con gruppi di bambini che nuotavano, pattinavano, giravano in bicicletta, si esercitavano in palestra, giocavano e talvolta andavano addirittura a leggersi un libro in biblioteca... Le corse sfrenate e gli schiamazzi erano ormai cose del passato».

In uno dei numerosi e interessanti rapporti sull'esperimento di Peckham, John Comerford tira la conclusione che «una società lasciata a se stessa, in condizioni tali da consentirle una spontanea espressione dei suoi bisogni, è in grado di trovare i modi della propria conservazione e raggiungere un livello di armonia dei comportamenti ben al di sopra delle possibilità di qualsivoglia leadership imposta dall'esterno». Alle stesse conclusioni arrivò Edward Allsworth Ross nel suo studio sulla «vera» (cioè non leggendaria) evoluzione delle società di «frontiera» nell'America dell'Ottocento.

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Pagina 55

IV
L'ARMONIA NASCE DALLA COMPLESSITĄ



La gente ama le idee semplici, e ha ragione. Ma sfortunatamente quella semplicità che tutti amano si può trovare solo in cose elementari, mentre il mondo, la società e l'uomo stesso sono una trama di problemi insolubili, di princìpi antitetici, di forze in conflitto. Una struttura organica implica complicazione, la molteplicità implica contraddizione, opposizione, indipendenza.

Pierre-Joseph Proudhon, Teoria dell'imposta


Una delle critiche più frequenti per liquidare la teoria anarchica della società è l'obiezione che se essa può forse valere per una piccola e isolata comunità primitiva, è impensabile che possa trovare applicazione nell'ambito delle grandi e complesse società industriali. Ma questo giudizio è basato sul misconoscimento della natura sia dell'anarchismo sia delle società tribali. Il fatto che esistano o siano esistite società senza governo e senza autorità istituzionalizzata, con codici sociali e sessuali molto diversi dai nostri, è un dato che interessa i difensori della teoria anarchica se non altro per contestare l'insinuazione che le loro idee siano contrarie alla «natura umana». E sulla stampa anarchica si trovano spesso affascinanti descrizioni di società tribali anarchiche, comunità in cui sembra ancora esistere l'età dell'oro (o almeno così appare dall'esterno), come tra gli Eschimesi ignari del senso di proprietà o tra i Tobriandesi che non hanno problemi sessuali.

Si potrebbe ricavare un'interessante antologia da questi documenti, dal momento che esiste una vasta bibliografia che spazia dai racconti di viaggio ai saggi di antropologia divulgativa; e in questo senso hanno lavorato molti scrittori anarchici del passato, da Kropotkin nel capitolo Collaborazione tra i selvaggi, in Il mutuo appoggio, a Elio Reclus in Popoli primitivi, o Edward Carpenter nel suo saggio Societies without Government (Società senza governo).

Ma dai tempi dell'approccio aneddotico e dei racconti dei viaggiatori l'antropologia ha sviluppato e perfezionato i suoi metodi di analisi, e oggi ci rendiamo conto che la semplicità di certe società è solo apparente. I primi viaggiatori europei di ritorno dall'Africa raccontavano in toni compassionevoli o condiscendenti del suono cacofonico dei tamburi suonati dai selvaggi nelle foreste, o di capanne fatte di paglia e fango, senza scorgere, accecati com'erano dalla presunzione sulla superiorità della loro società, la meravigliosa raffinatezza della cultura di altri popoli. Oggi ci rendiamo conto che c'è da spendere una vita intera ad analizzare la struttura della musica negra o a studiare l'ingegnosa varietà dell'architettura africana. Allo stesso modo, quello che i primi osservatori descrivevano come promiscuità sessuale o matrimoni di gruppo si è poi rivelato essere solo un particolare tipo di struttura familiare. E ancora, venivano superficialmente classificate come anarchiche determinate società, mentre un esame più accurato avrebbe rivelato l'esistenza di metodi di controllo sociale e di costrizione che le ha messe sullo stesso piano delle società autoritarie, o avrebbe magari rivelato che certi modelli di comportamento sono così fortemente radicati nel costume da rendere impossibile qualsiasi alternativa.

Se vogliamo utilizzare validamente i dati dell'antropologia da un punto di vista anarchico, dobbiamo affrontare il problema del ruolo della legge in questo tipo di società con distinzioni concettuali più sottili che non in passato. Che cosa caratterizza «la legge»? Scrive Raymond Firth: «Quando ci occupiamo della legge primitiva, ci troviamo di fronte notevoli difficoltà di definizione. In genere non esistono specifici codici legislativi, emanati da un'autorità centrale, né esistono istituzioni giuridiche formali che abbiano la stessa natura dei tribunali. E tuttavia ci sono delle regole per cui si esige il rispetto, e che in genere vengono rispettate, e ci sono mezzi per garantire un certo grado di rispetto».

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Č chiaro così che sia l'antropologia sia la teoria cibernetica convalidano l'opinione espressa da Kropotkin: che in una società senza governo l'armonia è una risultante di «una continua acquisizione e riacquisizione di equilibrio tra un gran numero di forze e influenze», che si esplicano in «una fitta rete composta da una infinita varietà di gruppi e federazioni di ogni tipo e dimensione: locali, regionali, nazionali o internazionali; che possono essere temporanei o pressoché permanenti; unificati da ogni possibile scopo: produzione, commercio e consumo, tutela sanitaria, istruzione, protezione reciproca, difesa del territorio e così via; che permettono di rispondere a un numero sempre crescente di bisogni sociali, artistici, scientifici, letterari».

Il modello che prevede strutture centrali di governo appare estremamente rozzo al confronto, dal punto di vista dei servizi sociali, dell'industria, dell'istruzione, della pianificazione economica. Non c'è da stupirsi se non è in grado di rispondere ai bisogni attuali. E non c'è da stupirsi se, quando si tenta di usare mezzi come la fusione, la razionalizzazione, la coordinazione per risolvere gli attuali problemi di funzionamento, l'unico risultato è l'incepparsi delle linee di comunicazione.

L'alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell'unità, propone insomma una massa di società e non una società di massa.

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