Copertina
Autore Jonathan Watts
Titolo Se tutti i cinesi saltano insieme
SottotitoloCome il Paese di Mezzo determina gli equilibri del pianeta
EdizioneNuovi Mondi, Modena, 2011 , pag. 544, cop.fle., dim. 13,5x21x4 cm , Isbn 978-88-8909-180-7
OriginaleWhen a Billion Chinese Jump [2010]
TraduttoreJacopo Masi, Chiara Mattioli
LettoreRiccardo Terzi, 2012
Classe paesi: Cina , ecologia , energia , citta' , viaggi
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


    Ringraziamenti                                            9

    Introduzione: Pechino                                    15


    SUD-OVEST: NATURA

1   Alberi inutili - Shangri-La                              21

2   Vecchi stolti - L'Altopiano del Tibet                    49

3   Acque calme, terra irrequieta - Sichuan                  73

4   Pesca con esplosivi - Hubei e Guangxi                    99


    SUD-EST: UOMO

5   Made in China? - Guangdong                              123

6   Inquinamento interno lordo - jiangsu e Zhejiang         145

7   Dal verde orizzontale al grigio verticale - Chongqing   171

8   Consumo vistoso - Shanghai                              187


    NORD-OVEST: SQUILIBRIO

9   Perché l'Henan è tanto odiato? - Henan                  213

10  La trappola del carbonio - Shaanxi e Shanxi             239

11  Il deserto sarebbe un bel posto se solo non
    ci fosse tutta questa sabbia - Gansu e Ningxia          265

12  Montagne fiammeggianti, paradisi disciolti - Xinjiang   291


    NORD-EST: ALTERNATIVE

13  Scienza contro matematica - Tientsin, Hebei e Liaoning  319

14  La cura della fertilità - Shandong                      355

15  Una strana dittatura - Heilongjiang                     385

16  La voce del popolo - Xanadu                             423


    Conclusione - L'ago della bilancia                      459

    Note                                                    473


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 15

Introduzione
Pechino



Da bambino pregavo per la Cina. Era una preghiera profondamente egoista. Disteso sul letto, le dita intrecciate, ripetevo ogni notte la stessa lista di desideri: "Caro Dio Padre, grazie per tutte le cose buone nella mia vita. Ti prego, prenditi cura di mamma e papà, di Lisa (mia sorella), della nonna e del nonno, di Toby (il mio cane), dei miei amici (e qui elencavo tutti quelli che in quel momento erano i miei amici) e di me". Terminato l'appello, concludevo sempre con le stesse parole. "Ti prego di portare la pace nel mondo, di aiutare tutti i poveri e gli affamati, e di far sì che in Cina non saltino tutti nello stesso momento."

Ho aggiunto l'ultimo desiderio quando mi sono reso conto di quanto fosse gigantesco quel paese che si trovava dall'altra parte del mondo. Per un ragazzino inglese cresciuto negli anni '70 nella periferia di uno stato insulare, non era facile cogliere le dimensioni della Cina. Il pensiero che quel paese avrebbe ospitato un miliardo di persone mi affascinava. Amavo i numeri, soprattutto quelli grandi. Ma cosa significava un miliardo? Me lo spiegò un adulto con un'immagine terrificante che non ho mai dimenticato. "Se in Cina tutti saltassero nello stesso momento, si produrrebbe una scossa tale da spostare l'asse terrestre, uccidendoci tutti."

Ero un apprensivo nato e questa notizia mi rese più ansioso di qualsiasi altra cosa avessi mai sentito. Per la prima volta nella mia giovane mente si profilava la possibilità che io venissi ucciso da gente che non avevo mai visto, che non sapeva della mia esistenza, e che non aveva neppure bisogno di una pistola. Di fronte a questa eventualità, ero completamente impotente. Mi pareva tanto ingiusto quanto pericoloso. Era un incidente che avrebbe potuto verificarsi da un momento all'altro. Qualcuno doveva fare qualcosa!

Di colpo la vita mi sembrò più precaria di quanto avessi mai immaginato. In una variante della preghiera, chiedevo a Dio di assicurarsi che, se proprio i cinesi dovevano saltare, almeno lo facessero singolarmente o in piccoli gruppi. Ma, col tempo, le mie ansie svanirono. La maturità che si acquisisce al momento di compiere otto anni mi fece capire che si trattava di un'assurdità infantile.

Per quasi trent'anni smisi di pensare al salto apocalittico. Poi, nel 2003, mi trasferii a Pechino, dove scoprii che non sono solo i piccoli sciocchi bifolchi a temere che la Cina possa compiere un balzo che farà tremare il mondo. Nel frattempo, la nazione afflitta dalla povertà si era trasformata in un peso massimo dell'economia e la sua popolazione si era arricchita di altri 400 milioni di cittadini. La Cina stava attraversando una fase di sviluppo tra le più vertiginose della storia quando io vi capitai, al tempo in cui Pechino si preparava per le Olimpiadi del 2008.

La trasformazione della città fu rapida e radicale. Scomparvero i vicoli hutong, le tradizionali case con cortile e le antiche mura di cinta. Furono eretti stadi futuristici, torri televisive, terminal di aeroporti e altri monumenti alla modernizzazione. Quelli che un giorno erano bar e ristoranti, il giorno seguente erano mucchi di macerie. Decine di migliaia di vecchi muri furono imbrattati con il carattere cinese chai (demolizione). I tabelloni che circondavano un vicino cantiere furono ricoperti con gigantesche fotografie della vecchia città e uno slogan tra il beffardo e il dolente: "La nostra vecchia città: Via col vento".

Vivendo in un paesaggio che mutava così rapidamente, non si sapeva se festeggiare, commiserare o semplicemente contemplare ammirati. Le dimensioni e la velocità del cambiamento spingevano tutto all'estremo. Un giorno, la Cina sembrava una nuova superpotenza emergente. Il giorno dopo, dava l'impressione di essere il centro esploso di un'apocalisse ambientale. La maggior parte del tempo, era semplicemente avvolta nello smog.

Poco dopo il mio arrivo, tornando a casa a piedi, una mattina prima dell'alba, mi trovai in una foschia così fitta che ebbi l'impressione di essere completamente solo in una città di diciassette milioni di abitanti. L'aria bianca, lattiginosa, era stranamente confortevole. I grattacieli si erano trasformati in fantasmi di trenta piani. Sembrava che il mondo fosse svanito. Eppure quel mondo al tempo stesso veniva ricostruito. Lassù le gru incombevano minacciose nella foschia come giganteschi scheletri.

Nella mia testa, col passare degli anni, la gru e lo smog sarebbero diventati sinonimi delle due prove più ardue che l'umanità avrebbe dovuto affrontare: l'ascesa della Cina e i danni causati all'ambiente su scala mondiale. Stavano edificando la più spettacolare città olimpica della storia. Le emissioni dei camini e gli scarichi delle auto stavano distruggendo la salute di milioni di persone e contribuendo al riscaldamento del pianeta come mai prima di allora.

L'anno dopo il mio arrivo, il PIL della Cina superò quello di Francia e Italia. Un altro anno di crescita permise il sorpasso su quello della Gran Bretagna l'obiettivo che Mao Tse-tung aveva fissato, con effetti disastrosi, nel Grande balzo in avanti, cinquant'anni prima. Tra il 2003 e il 2010, la Cina ha cessato di ricevere aiuti dal Programma alimentare mondiale e ha scalzato la Banca mondiale come principale investitore in Africa. Le sue riserve internazionali sono diventate le maggiori al mondo, sorpassando quelle del Giappone. La nazione che prima era considerata un caso disperato ha completato la ferrovia più alta del mondo, la più potente diga idroelettrica, ha lanciato una prima missione spaziale umana, spedito una sonda sulla luna e ora si trova al centro del dibattito mondiale sui mutamenti climatici.

In quel periodo la popolazione è cresciuta a un tasso superiore ai sette milioni di persone all'anno, oltre settanta milioni di abitanti si sono trasferiti in città, il PIL, la produzione industriale e quella di automobili sono raddoppiati, il consumo di energia e la produzione di carbone hanno fatto un balzo del cinquanta per cento, il consumo di acqua si è impennato a 500 miliardi di tonnellate e la Cina è diventata il maggiore emettitore di anidride carbonica e produttore di inquinamento al mondo?

Come padre, mi sono preoccupato per la salute delle mie due figlie quando l'aria è peggiorata al punto che a scuola gli alunni non avevano il permesso di uscire durante gli intervalli. Ho anche temuto per i miei polmoni. Amante del jogging fin dall'adolescenza, mi sono ritrovato ad avere il fiato corto e un sibilo nel respiro anche dopo una breve corsa. Quando, all'inizio di ogni inverno, le stufe a carbone cominciavano a bruciare, soffrivo di una tosse secca e roca che a volte mi lasciava piegato in due. A Pechino ho avuto due attacchi di polmonite e, per la prima volta in vita mia, mi sono stati prescritti steroidi inalatori. La città stava soffocando e io con lei.

Essere a Pechino in quel periodo voleva dire trovarsi davanti alle conseguenze di due secoli di industrializzazione e urbanizzazione, inquadrate in primo piano, ad avanzamento rapido su uno schermo grande come un continente. Ben presto mi fu chiaro che la Cina rappresentava il nodo cruciale della crisi ambientale a livello mondiale. Le decisioni prese a Pechino avrebbero determinato, più che in qualunque altro posto al mondo, la prosperità o il declino dell'umanità. Il caos in mezzo al quale mi ritrovai appena giunto nella città prima mi fece inorridire, poi mi eccitò. Nessun altro paese stava vivendo una tale confusione. Nessuno disponeva di maggiori incentivi al cambiamento.

L'ambiente era diventato una questione di sicurezza nazionale e il governo cominciava a reagire. La dirigenza l'ingegnere idraulico Hu Jintao e il geologo Wen Jiabao, o, come iniziai a chiamarli nella mia testa, Presidente Acqua e Premier Terra cominciava a mutare il colore della retorica comunista dal rosso al verde. Volevano che la scienza salvasse la natura. Invece di un'espansione economica incondizionata, promettevano la sostenibilità. Se riuscissero a centrare i loro obiettivi, la Cina potrebbe affermarsi come prima superpotenza verde al mondo. Se, al contrario, dovessero fallire e la nazione più popolosa al mondo continuasse a crescere senza criterio, la nostra intera specie potrebbe piombare nel precipizio ambientale.

Questi erano i due estremi. Probabilmente la verità stava da qualche parte nel mezzo ma dove? Questa è la domanda cruciale che mi sono posto nel periodo trascorso in Cina. Per i primi cinque anni, in qualità di corrispondente per il Guardian, mi sono interessato soprattutto di ambiente. Poi, questo interesse si è trasformato in un'ossessione al punto da indurmi a prendere sei mesi sabbatici per condurre viaggi di ricerca a titolo personale. Al mio ritorno, avevo un nuovo posto come esperto ambientale dell'Asia. Viaggiando per oltre 150.000 chilometri dalle montagne del Tibet ai deserti della Mongolia Interna, sono stato testimone di catastrofi ambientali, eccessi consumistici e toccante dedizione. Sono stato a Shagri-La e Xanadu, lungo la Via della seta, nelle miniere di carbone, attraversando discariche di rifiuti e numerosi villaggi del cancro. Ho visto la comunità più ricca, la città più inquinata e il mare più sporco. Nel corso del viaggio ho parlato con eminenti ambientalisti, politici, avvocati, scrittori e con i migliori esperti in Cina in materia di energia, ghiacciai, deserti, oceani e clima. Ho appreso storie drammatiche di persone comuni colpite nei modi più impensabili da uno sviluppo vertiginoso senza precedenti nella storia del pianeta.

Questo, dunque, è un diario di viaggio attraverso una terra oscurata dallo smog e trasformata dalle gru; un diario di viaggio che esamina in che modo i consumi urbani influiscano sugli ambienti rurali. Cosa stiamo perdendo e come? Con quali conseguenze? Ci sono soluzioni possibili? Questa è la proiezione dello sviluppo moderno dell'umanità su uno schermo cinese.

I vari capitoli procedono per regioni e per temi, mostrando la varietà di problematiche e sfide ecologiche, economie e culture in gioco, ma la struttura del libro è più polemica che geografica. Quando mi sono trovato a dover scegliere tra uno studio fortemente analitico e una linea sulla mappa, ho optato per il primo anche se questo talvolta mi ha costretto a sorvolare su alcune province, tornare due volte negli stessi luoghi, e trascendere alcuni confini. Perché nessuno mi attribuisca l'intenzione di sostenere nuove rivendicazioni territoriali del Dongbei sulla Mongolia Interna, o del sud-est sul Chongging, chiarisco che la loro posizione in queste pagine è dovuta alle potenti tendenze che mettono in luce. Mi scuso altresì con chiunque si senta offeso o deluso dal mio approccio selettivo. L'omissione di una provincia non intende sminuime l'importanza più di quanto l'inclusione non voglia indicare un caso paradigmatico.

La scelta di luoghi e argomenti in queste pagine dipende esclusivamente dalla mia esperienza personale. Questa, a dispetto dei molti anni e dei chilometri percorsi, rimane limitata. La Cina è troppo vasta e cambia troppo rapidamente per poterla cogliere nella sua interezza. Tuttavia anche i frammenti raccontano una storia. Prendendo le mosse dalle alture selvagge del mondo e discendendo nelle affollate pianure inquinate, il libro tratteggia il moderno progresso dell'umanità e il percorso che ha fatto crescere in me una consapevolezza: ora che la Cina ha fatto il salto, dobbiamo tutti riequilibrare le nostre vite.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 21

Sud-Ovest: Natura



1
Alberi inutili
Shangri-La



            Un uomo con la barba è rispettato. Lo stesso vale per le montagne.
            Una persona con barba e capelli è come una montagna coperta di erba
            e foreste. Viceversa, una montagna protetta da erba e foreste è come
            una persona ben vestita. Una montagna arida non è differente da una
            persona nuda, con la carne e le ossa bene in vista. Una montagna
            scoperta, dal terreno povero, somiglia dolorosamente a un uomo
            segnato e squattrinato.

            Iscrizione su un monumento rinvenuto nello Yunnan, datato 1714



Il Paradiso non è più perduto. Secondo il governo cinese, Shangri-La si trova a 28 N di latitudine, 99 E di longitudine e a un'altitudine di 3.300 metri ai piedi dell'Himalaya, nella regione nord-orientale dello Yunnan. Per ogni viaggio c'è sempre un punto di partenza, così ho deciso di cominciare da questo luogo autoproclamatosi idillio montano e scendere a valle. Shangri-La sembrava un buon posto dove cercare ideali naturali e filosofici. Né gli uni né gli altri si rivelarono quali li avevo immaginati.

Sobbalzando in auto su una strada sterrata che attraversava le montagne, si intravedevano tuguri fangosi e foreste deturpate i cui ceppi anneriti erano stati abbandonati dalle squadre di taglialegna. Una pioggerella grigia bagnava uno splendore di azalee viola e bianchi cespugli di rododendro. Un sentiero tagliava un campo di fiori fino a un laghetto alpino, sfregiato su un lato dai ceppi di dozzine di alberi abbattuti. Il paesaggio, un tempo tra i più favolosi della Cina, era stato violato.

Per millenni, l'isolamento ha protetto il lago Bigu nel cuore della regione. Pur essendo venerato dalle locali comunità tibetane, non risulta menzionato una sola volta nella vasta letteratura mandarina. Amministratori cinesi e poeti girovaghi raramente si sono spinti fino a qui. Era un posto troppo povero, troppo sconosciuto, troppo difficile da sfruttare.

Tutto è cambiato nel dicembre 2001 quando le autorità cinesi hanno scoperto un nuovo modo di vendere la bellezza dello Yunnan nord-occidentale: hanno rinominato la regione Shangri-La. Oltre a rappresentare una brillante strategia di marketing, l'appropriazione di una Utopia immaginaria creata settant'anni prima dall'altra parte del mondo ha costituito un notevole atto di sfacciataggine per un governo che, almeno in teoria, era comunista, ateo e orientato al sapere scientifico.

Il modesto flusso di turisti si è trasformato ben presto in un fiume in piena. I costruttori di strade e dighe e gli operatori alberghieri hanno dato il proprio contributo a questa ondata. La bellezza è stata commercializzata come fantasia, spesso con conseguenze disastrose. Quando il regista candidato all'Oscar Chen Kaige cercò una location spettacolare per il suo nuovo film campione di incassi sul kung-fu, The Promise, venne al lago Bigu e rinnovò completamente questo paesaggio idilliaco. Con l'appoggio entusiastico del governo locale, l'équipe del regista fece passare una strada attraverso il campo di azalee, piantò cento piloni nel lago per costruirvi un ponte ed eresse una "Flower House" di cinque piani per le scene d'amore. Nessuno si è mai assunto le responsabilità delle conseguenze. Al termine delle riprese, la casa in legno e calcestruzzo fu abbandonata, il terreno rimase coperto di sacchetti di plastica, contenitori in polistirolo per alimenti e bottiglie di vino. Il lago era tagliato in due da un ponte che non serviva a niente. Il paesaggio era deturpato da servizi igienici e una strada in condizioni precarie e gli abitanti chiesero un risarcimento per le pecore che morivano soffocate dai rifiuti.

Ero arrivato con uno degli attivisti ambientali che denunciarono lo scandalo e imposero il ripristino delle condizioni ambientali. Zeren Pingcuo era un tibetano tarchiato che lavorava come fotografo della natura e ambientalista. Era un uomo di poche parole, ma quando apriva bocca colpiva nel segno.

"I luoghi sacri non sono più sacri", diceva mostrandomi fotografie di prima e dopo lo sviluppo, dove era possibile vedere come laghi e pascoli si fossero rapidamente riempiti di turisti, auto e hotel.

Mi mostrò alcune vecchie foto della sua casa sull'Himalaya: scene mozzafiato di pendii coperti di azalee in primavera, verdi vallate lussureggianti in estate, un foresta autunnale gloriosamente rossa e dorata e montagne imbiancate in inverno.

C'erano delicati primi piani di bambini naxi e monaci tibetani, scene vivaci di monasteri, mercati e feste. Quell'idillio era stato intaccato prima, negli anni '80 e '90, dalle squadre di taglialegna, poi dal turismo.

Man mano che la nostra auto si inerpicava su per le ripide strade di montagna, la distruzione diventava sempre più evidente. Vaste distese di abetaia erano state tagliate e bruciate. I pendii erano ricoperti di cadaveri di alberi tozzi e anneriti e di giovani piante avvizzite che avrebbero dovuto prenderne il posto ma che non avevano attecchito.

"Una volta era tutta foresta vergine, ora è una zona di guerra ecologica", disse Zeren. "Le compagnie di legname sono arrivate qui e hanno disboscato i pendii."

Il suo villaggio natale, Jisha, annidato in una valle d'alta montagna, ne stava pagando le conseguenze. Spiegò: "Una minore copertura forestale vuol dire meno uccelli. Meno uccelli vuoi dire più insetti. E più insetti vuol dire più danni alle colture".

Nonostante molti abitanti del luogo credessero che la loro casa fosse Shambhala, una specie di paradiso in terra, Zeren non aveva una visione romantica del passato. Prima dello sviluppo, la vita degli abitanti era dura e spesso breve. Ma, anche tra la sua stessa gente, gli effetti a lungo termine lo preoccupavano.

"I tibetani hanno vissuto in armonia con la natura per centinaia di anni. Ora invece consumiamo in un decennio quello che prima utilizzavamo in un secolo."

Fin verso la fine degli anni 90, nello Yunnan si trovavano molte delle ultime grandi roccaforti della natura contro il progresso umano. Il nome della provincia, che significa "a Sud delle nuvole", dà l'idea del suo isolamento. Storicamente, è stata al riparo tanto dal progresso umano quanto dai cambiamenti climatici. Durante l'ultima era glaciale, le sue gole montane furono tra i pochi solchi geologici della terra in cui animali e piante adatti ai climi temperati riuscirono a sopravvivere, mentre la maggior parte degli animali in Europa veniva spazzata via. Inoltre il suo isolamento l'ha protetta dalle peggiori devastazioni dello sviluppo economico degli ultimi due secoli. Per romanzieri e registi è diventata "La terra dimenticata dal tempo". Per ambientalisti ed etnologi è una miniera di specie altrove estinte.

Lo Yunnan è caratterizzato dalla più elevata varietà biologica della Cina. La provincia copre il 4 per cento del territorio nazionale, ma al suo interno vive oltre la metà dei vertebrati del paese, delle specie di piante superiori e di orchidee, nonché il 72 per cento degli animali a rischio d'estinzione, la maggior parte dei quali non si trova in nessun'altra parte del mondo. Quasi un terzo dei quarantadue milioni di abitanti appartiene a minoranze etniche, tra cui tibetani, naxi, bai e miao. La varietà biologica ed etnica è un elemento vitale in qualunque Shangri-La degno di questo nome.

Ero giunto per studiare le credenze e il loro rapporto con l'ambiente. Molti cinesi si lamentavano del fatto che il loro paese si era impantanato in una sporca mentalità materialista e fosse privo di qualsiasi ideale riguardo a come sarebbe stato un mondo migliore. Volevo vedere le alternative. Una nazione così varia ne offriva molte: taoismo, buddismo, islam, cristianesimo, culto della natura, evasione romantica e utopismo politico. Lo Shangri-La era un mito esotico occidentale, ma la Cina se ne stava appropriando e stava rinnovando l'immagine tanto di quel mito quanto del paesaggio. Ma quale paesaggio?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 319

Nord-Est: Alternative



13
Scienza contro matematica
Tientsin, Hebei e Liaoning



            Per quel che riguarda l'energia, siamo nel bel mezzo del più grande
            esperimento mai intrapreso dall'umanità e abbiamo a disposizione un
            solo tentativo per riuscire... Se fallissimo... il mondo non sarebbe
            più lo stesso.

            Nathan Lewis, professore di chimica presso il California Institute
            of Technology



Pochissimi tra gli intellettuali che guidano la corsa della Cina verso un futuro di efficienza energetica a basse emissioni di carbonio hanno qualche legame con il mondo universitario. Il professor Li Can è cresciuto negli anni della Rivoluzione culturale dando prova di una predisposizione poco apprezzata sul piano politico: l'amore per lo studio. Malgrado questa sua inclinazione non gli abbia creato alcun problema con gli insegnanti delle superiori, in quegli anni non era un bene essere uno studente brillante e, al contempo, un rivoluzionario mediocre.

Nel 1975 le università del paese furono chiuse e non riaprirono per quasi un decennio, mentre le attività imprenditoriali erano ancora considerate con sospetto. Per un ragazzo brillante, l'unica speranza di carriera passava per le fila del Partito comunista o del governo. Privo del fervore ideologico necessario per imboccare una di queste strade, dopo il diploma Li dovette accontentarsi di tornare nel proprio paese natale, in una zona remota del Gansu, e lì diventare un "medico scalzo", una figura semi-professionale incaricata di occuparsi dei bisogni sanitari di base della popolazione rurale. Il suo livello di istruzione superiore, infatti, gli forniva già le credenziali necessarie per praticare l'agopuntura e alcune forme rudimentali di medicina nei piccoli centri abitati che sorgevano lungo la Via della Seta.

La Cina attraversava allora un periodo di grandi trasformazioni, ma questi cambiamenti avvennero senza quasi sfiorare Li. Non molto tempo dopo la morte di Mao, i suoi successori riaprirono le università, ma Li venne a saperlo con settimane di ritardo, perché nel suo villaggio non c'erano né il telefono né la radio.

Fortunatamente, il vice-preside della sua vecchia scuola si ricordava di quell'allievo brillante costretto a tornare nel deserto, perciò percorse in bicicletta 30 chilometri sino a raggiungere la casa di Li per informarlo delle novità e spingerlo a unirsi alla prima ondata di studenti che avrebbero sostenuto l'esame di ammissione all'università. Il tempo per prepararsi era poco e il materiale didattico scarso. In queste condizioni, il futuro capo dei laboratori di ricerca cinesi sull'energia pulita riuscì comunque a piazzarsi quarantanovesimo in graduatoria su 150 studenti della sua regione, eppure nessuna delle più prestigiose università del paese sembrava disposta ad accettarlo. Alla disperata ricerca di un posto dove far valere la propria ammissione, Li si iscrisse a un'università di secondaria importanza scegliendo un corso di laurea in un campo che non gli suscitava particolare interesse.

"Scelsi la chimica. A voler essere onesto, non era la mia materia preferita, perché avevo sempre amato la matematica e la letteratura, ma all'epoca pensai che scegliendo chimica avrei avuto maggiori possibilità di essere ammesso. Oggi è impossibile farsi un'idea di come fosse la situazione in quegli anni."

Ho sempre avuto un debole per la generazione di cinesi a cui Li appartiene. Quella prima ondata di studenti universitari che ha vissuto la propria giovinezza negli anni in cui il paese si liberava dei paraocchi imposti dalla Rivoluzione culturale in generale si è rivelata mentalmente più aperta e capace di apprezzare il valore dell'istruzione rispetto alle altre.

L'ex-medico scalzo dimostrava senso pratico e la tendenza a vedere il lato positivo delle difficoltà sperimentate durante la giovinezza: "Sono ancora capace di fare l'agopuntura", dichiarò con un sorriso mentre riempiva una tazza di tè verde. Il professore aveva tutte le ragioni per mostrare un atteggiamento tanto positivo: ne aveva fatta di strada dai tempi in cui curava i malanni con la medicina tradizionale in un villaggio desertico.

Ci trovavamo nell'ampio studio di Li presso il Laboratorio nazionale per l'energia pulita di Dalian. Il centro di ricerca era stato creato da poco come punta di diamante degli sforzi compiuti dalla Cina per sottrarsi alla stretta energetica riducendo al contempo i rischi legati al riscaldamento globale. Li era il capo dell'istituto, nonché un interlocutore affascinante. Discutendo del futuro della Cina, del mondo e dell'energia, le sue grandi ambizioni emergevano con chiarezza.

"Quella solare è la principale fonte energetica rinnovabile nel futuro della Cina. Il vento e le biomasse, per quanto costituiscano valide alternative, hanno un potenziale limitato. L'energia solare, invece, ci offre maggiori possibilità. Vi sono grandi territori utilizzabili per la produzione di energia solare nei deserti del Gansu e dello Xinjiang. Dai calcoli risulta che, se anche solo un terzo di queste aree fosse ricoperto di pannelli fotovoltaici, saremmo in grado di soddisfare il fabbisogno di energia elettrica dell'intero paese."

Ciò avrebbe significato riempire l'antica Via della Seta con miliardi di pannelli solari e trasformare la zona di origine del professor Li, nel Gansu, nel cuore energetico della nazione. Quelle distese aride e desertiche sarebbero diventate la più grande ricchezza della Cina. Se esisteva una nazione al mondo in grado di realizzare effettivamente un tale modello di sviluppo, quella era proprio la Cina che disponeva dello spazio, dell'ampiezza di vedute e della manodopera necessari. Si trattava di una prospettiva entusiasmante e Li avrebbe potuto contare su appoggi ad alto livello per attuarla. Lo stesso ministro della scienza e della tecnologia Wan Gang mi aveva detto che l'energia solare costituiva la vera speranza a lungo termine. "Il sole fornisce energia più che sufficiente per tutti i nostri bisogni, ma al momento non disponiamo ancora delle conoscenze necessarie per sfruttarla appieno", aveva affermato. "Dal 2007, la Cina sta incrementando il proprio utilizzo dell'energia solare e continuerà su questa strada anche in futuro. La priorità consiste nel rafforzare la ricerca e costruire un solido modello di sviluppo economico."

Il progetto, però, non verrà realizzato in tempi brevi. Sul breve e medio periodo, gli esperti al lavoro sotto la guida di Li si concentreranno sul modo di sfruttare più efficientemente l'energia fornita dal carbone. Vari esperimenti di grande portata vengono già condotti in tutto il paese. In alcuni casi, i loro studi si stanno dimostrando già più avanzati di quelli portati avanti sia negli Stati Uniti sia in Europa, lasciando intendere che la Cina potrebbe un giorno affermarsi come paese di punta nel campo delle tecnologie a bassa emissione di carbonio.

Era una prospettiva esaltante, esattamente ciò in cui avevo sperato di imbattermi nelle aree industriali del nord-est, dove mi proponevo di esaminare nel dettaglio il nuovo "sviluppo scientifico" cinese. Il connubio tra genialità e denaro sarebbe davvero riuscito a risolvere i problemi ambientali del paese e a trasformare la Cina in una super-potenza verde capace di salvare il pianeta dal riscaldamento globale? Le città stavano tentando di ripulirsi: l'industria stava dimostrando una sempre maggiore efficienza e lo stato progettava di investire cifre sempre più consistenti nella ricerca e nello sviluppo, raggiungendo i livelli di Stati Uniti, Germania e Giappone. Le aziende e le amministrazioni locali stavano vivendo un nuovo boom della produzione di impianti eolici, cellule fotovoltaiche, automobili elettriche, tecnologie urbane ecologiche e reti "intelligenti" per la distribuzione dell'energia elettrica.

Il governo aveva appena annunciato la creazione di un nuovo fiore all'occhiello per lo studio e la sperimentazione, il cui scopo sarebbe stato garantire forniture maggiori di luce e calore producendo meno smog e scorie: il Laboratorio nazionale per l'energia pulita, appunto. Se il cambiamento climatico era la sfida più impegnativa che il pianeta si trovava ad affrontare e la Cina era il principale responsabile delle emissioni di gas serra, allora proprio nel laboratorio di Li risiedevano le maggiori speranze di trovare una soluzione scientifica al problema.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 334

Viaggiai nell'entroterra sul treno notturno diretto alla città di Shenyang, la disastrata "fibbia" della cintura industriale del nord-est della Cina. Il capoluogo della provincia del Liaoning un tempo era stato il centro dell'impero Manchu. Nel 1932, quando i giapponesi crearono lo stato fantoccio del Manchukuo, l'amministrazione coloniale trasformò Shenyang in un centro industriale e, da allora, la città non ha più tradito questa vocazione. Negli anni '70, Shenyang era uno dei tre principali poli energetici della Cina insieme a Shanghai e a Tientsin, ma il suo prestigio declinò nel corso dei decenni seguenti di pari passo con quello delle molte industrie pesanti di proprietà statale.

Nel 2003, quando ci andai per la prima volta, mi parve una città da incubo: sporca, povera e avviluppata in una cappa di smog tra le peggiori dell'intero paese. Gli abitanti ricordavano un cielo così pieno di fuliggine e zolfo da annerire il piumaggio degli uccelli, mentre il tessuto degli abiti cadeva a pezzi a causa dei continui lavaggi e dell'inarrestabile strofinare nel vano tentativo di rimuovere il sudiciume. Per proteggere i polmoni, molti residenti indossavano mascherine chirurgiche ogni qualvolta si avventuravano all'esterno.

Oggi, però, Shenyang può vantare uno dei più evidenti miglioramenti ambientali di tutta la nazione. Nel 2004, la città è stata indicata come esempio positivo di tutela ambientale dall'Agenzia statale per la protezione dell'ambiente. Il fatto che un centro industriale celebre per il suo inquinamento sia riuscito nell'impresa di ripulirsi induce a sperare che l'intera nazione abbia superato il suo momento più critico sul piano ambientale.

Il miglioramento della qualità dell'aria è stato ottenuto grazie a una massiccia campagna di abolizione delle ciminiere cittadine. A partire dal 2003, le autorità hanno dato il via al piano di abbattimento demolendo tre ciminiere al giorno. Dopo aver praticamente eliminato i bruciatori da 2-3 tonnellate, si era passati a quelli da 10 tonnellate.

La popolazione era rimasta stupita dal cambiamento in corso nel panorama cittadino, via via che gli agglomerati di piccole ciminiere facevano posto a bruciatori più alti, più puliti e più efficienti che rilasciavano le sostanze inquinanti nell'atmosfera a quote superiori, evitando di riversarle sui centri urbani.

Le acque dei fiumi Hun e Pu non erano più nerastre e sulle loro rive ora crescevano alberi piantati grazie a una campagna di riqualificazione ambientale voluta dalle autorità cittadine. Nella zona settentrionale della città, era stato costruito il quartiere Shenbei con le sue strade alberate e le torri residenziali dai tetti coperti con pannelli solari. Nelle vicinanze, era prevista anche la costruzione di un nuovo centro urbano ecosostenibile progettato dall'Università Tongji di Shanghai in collaborazione con alcuni architetti statunitensi. Più a sud, le strutture in cemento del campus della scuola di architettura dell'Università Jianzhu di Shenyang erano state ravvivate da una griglia di lussureggianti risaie progettate dal più famoso architetto del paesaggio, Yu Kongjian.

Il libro di Yu L'arte della sopravvivenza rappresenta una delle analisi più lucide a favore dell'adozione di un modello di sviluppo ecologicamente sostenibile da parte della Cina. Il paesaggista delinea il quadro degli attuali problemi del paese risalendo indietro nel tempo di migliaia di anni sino al primo giardino ornamentale, creato nel tentativo di riprodurre nel palazzo imperiale estivo di Yuanmingyuan la mitica Terra dei Fiori di Pesco. Questo vano tentativo di migliorare la natura, secondo Yu, ha segnato un distacco dagli ideali taoisti. Invece di perseguire una produttività compatibile con l'ambiente, a suo parere, le autorità avevano stupidamente gettato al vento due millenni inseguendo il mito dell'artificio e del consumo. Le città rappresentavano uno dei simboli di questo fallimento.

"Il processo di urbanizzazione che oggi seguiamo conduce alla morte. La cultura cinese uccide gli individui, li priva della possibilità di essere produttivi", mi ha detto Yu. "Eppure, siamo incapaci di staccarcene. Apprezziamo i giardini cinesi con i loro alberi deformi, celebrandone l'estetica perversa."

La miscela di tradizione e radicale modernità proposta da questo architetto del paesaggio formatosi a Harvard gode di un'enorme popolarità e di una crescente influenza nella Cina contemporanea. La società di Yu, Turenscape, si sta espandendo. I rappresentanti del governo lo consultano per migliorare ciò che lui stesso, con un approccio benevolmente interessato al problema, ha definito come "sicurezza ecologica". Il succo del suo discorso è sorprendentemente semplice: la salvaguardia dell'ambiente non deve essere considerata un atto estetico, ma un'azione volta a garantire la stessa sopravvivenza degli individui.

Yu sostiene la necessità di ripristinare il corso originario dei fiumi, coltivare la flora autoctona e spontanea e ricreare la cosiddetta "eco-infrastruttura". La sua è una dichiarazione di guerra contro il cemento, che l'architetto rimuove ovunque possibile. Fondamentalmente, i suoi ordini consistono in una ritirata strategica dell'umanità che consenta alla natura di rigenerarsi. I suoi progetti paesaggistici non solo offrono un colpo d'occhio migliore della maggior parte dei piani di urbanizzazione concepiti negli ultimi cinquant'anni, ma sono anche più produttivi. Adesso, alla scuola di architettura di Shenyang, ogni maggio gli studenti piantano nuovi virgulti nelle risaie da lui create.

"Mi è stato chiesto di realizzare qualcosa di bello e unico. Perciò mi sono detto: perché non coltivare il riso? Non costa nulla e in tre mesi diventa bellissimo", mi ha spiegato Yu in un inglese fluente. "La tradizione di coltivare il riso, da tempo abbandonata, è ora divenuta parte della cultura universitaria." Una parte del raccolto è offerta in omaggio ai visitatori, mentre il resto è lasciato agli uccelli. " un modo per restituire qualcosa alla natura", ha affermato Yu.

Mi sono fermato ad ammirare gli stormi di uccelli muoversi avanti e indietro fra gli alberi e gli arbusti del centro universitario, allietandone l'atmosfera con il loro cinguettio e l'incessante svolazzare. In Cina, la consapevolezza ambientale ha fatto molta strada dai tempi in cui Mao avviò la campagna di sterminio dei passeri durante il Grande balzo in avanti.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 355

14
La cura della fertilità
Shandong



                        Dao zai shi niao. (Il Tao è nella merda e nel piscio.)

                        Zhuangzi, filosofo taoista, 200-300 a.C.



Contare troppo sull'efficienza può rivelarsi pericoloso per due ragioni. La prima è il rischio di auto-ingannarsi: concentrandosi sulle proprie piccole vittorie spesso si finisce per ignorare un quadro generale negativo.

Me l'aveva insegnato un monaco buddista zen in Giappone. Masahiro era stato uno dei miei studenti preferiti quando insegnavo inglese a Kobe negli anni '90. Di recente aveva ereditato il tempio appartenuto a suo padre ed era riuscito a mettere su un'attività piuttosto remunerativa officiando cerimonie funebri, in cui metteva a frutto la sua abilità nel canto e nella calligrafia. A parte questo e il suo cranio rasato, avevamo molte cose in comune. Eravamo quasi coetanei e ci piaceva bere, fumare, conoscere ragazze, giocare a calcio e partecipare insieme alle serate di karaoke. Capitava spesso che Masahiro guidasse ubriaco fino al tempio alle prime luci del mattino. Mi ero chiesto come riuscisse a conciliare questo stile di vita con il suo ruolo di guida spirituale. C'era un solo modo per scoprirlo.

"Masahiro, possiamo parlare di religione?"

"Certo. Possiamo parlare di tutto", rispose con un ampio sorriso.

"Vedi, forse quello che sto per dire suonerà molto inglese, ma ero convinto che un prete o un monaco dovessero costituire un esempio per gli altri. Non sei d'accordo?"

"Sì, è proprio così."

"Ma tu bevi, fumi e hai più donne della maggior parte delle persone che conosco. Che razza di esempio è mai questo?"

Scoppiò a ridere. " difficile da spiegare...".

"Prova, per favore. Anche io mi comporto più o meno come te, ma tu sei un monaco. Non dovresti essere migliore di me? Qual è l'esempio che stai dando?"

Lui rise di nuovo e si appoggiò allo schienale della sedia. "Vedi, io seguo la regola dell'80 per cento."

"E qual è?"

"Faccio solo l'80 per cento di ciò che potrei fare ed evito il restante 20 per cento."

"Puoi farmi un esempio?"

"Be'... quando esco potrei bere dieci birre, ma ne bevo solo otto. Potrei fumare cento sigarette in una settimana, ma ne fumo solo ottanta..."

"Cosa?!", esclamai incredulo. "Mi stai dicendo che tutto questo ti rende migliore del 20 per cento?"

" difficile da spiegare. Comprendere il buddismo non è semplice."

Non mi convinse per nulla. Masahiro era un mio buon amico, ma avevo i miei dubbi sul fatto che fosse anche un buon buddista. Le sue argomentazioni mi ricordavano i pretesti che accampano i malati di shopping dopo aver speso un occhio della testa nel periodo dei saldi: "Avrei potuto sperperare una fortuna e guarda invece quanto ho risparmiato!".

Una simile mentalità si nasconde anche dietro i proclami cinesi sul miglioramento dell'efficienza. Proprio come avviene in Occidente, la tecnologia riduce gli sprechi ma incoraggia anche a utilizzare maggiori quantità di energia. Di conseguenza, aumentano i consumi e la possibilità di disporre di risorse limitate non sembra essere tenuta abbastanza in considerazione.

Il secondo pericolo insito nel riporre troppa fiducia nell'efficienza è il rischio di soffocare la creatività e la diversità: una volta stabilito che qualcosa funziona, la si ripete e si applica su larga scala a discapito di tutto il resto. Questo l'ho imparato nello Shandong, dove mi sono recato per osservare gli sforzi umani mirati ad aumentare la fertilità della terra e del mare.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 358

Il giorno in cui giunsi sulla sommità della montagna, il sole stava tramontando e il cielo sembrava piuttosto di un colore marrone scuro. Sui due lati della stazione metereologica posta a est della vetta si apriva un doppio orizzonte: da una parte la terra incontrava lo smog, dall'altra lo smog incontrava il cielo. La luna sembrava troneggiare, ironica e stupenda, su entrambi questi panorami.

Il ruolo di Taishan era cambiato. Nell'epoca dello "sviluppo scientifico", chi governava la Cina non pregava più sulla cima della montagna per ottenere un buon raccolto. Per quello, il paese confidava negli scienziati che lavoravano ai piedi della montagna, impegnati a creare nuovi fertilizzanti chimici e sementi modificate in laboratorio. Qui, infatti, aveva sede l'Università Agricola dello Shandong, realtà pionieristica degli studi cinesi sugli organismi geneticamente modificati, sempre in prima linea nello sforzo di incrementare l'efficienza delle coltivazioni nazionali.

Lo Shandong coltivava quantità di cotone geneticamente modificato maggiori di qualsiasi altra zona della Cina e, forse, del mondo. La società agrochimica statunitense Monsanto qui aveva trovato un partner disponibile a testare i suoi primi ibridi resistenti agli insetti. Gli scienziati della provincia stavano anche sviluppando pomodori, semi di soia e riso resistente al sale, progettati per crescere sui terreni salini nei pressi della costa. Proprio come era già accaduto nel campo dell'ingegneria idraulica, della produzione industriale e della costruzione di ferrovie e grattacieli, la Cina si sarebbe ben presto affermata come una delle principali realtà mondiali anche nell'ambito delle biotecnologie. Grazie alle sue leggi assai permissive e agli importanti investimenti governativi, il paese è già oggi il maggiore produttore globale di riso geneticamente modificato. Gli scienziati prevedono che nel 2015 metà dei prodotti agricoli del pianeta saranno geneticamente modificati.

Il fatto che molti degli iniziali progressi della bioingegneria siano avvenuti a opera di scienziati occidentali e non cinesi non è da imputare a scarsa volontà. Già alla fine degli anni '50, durante il Grande balzo in avanti, infatti, il governo aveva incoraggiato gli agricoltori a sperimentare innesti e ibridazioni. Questa politica generò alcuni esperimenti genetici bizzarri e fantasiose dichiarazioni di successo, tra cui un gallo capace di deporre le uova, un maiale senza orecchie né coda, pecore in grado di partorire cinque agnelli alla volta e una zucca pesante quanto un uomo. I conigli furono ibridati con i bovini e gli alberi di pere finirono per produrre mele. Per risparmiare sulla colorazione dei tessuti, gli scienziati innestarono le piante di cotone con quelle di pomodoro. Il risultato auspicato era la produzione di filati rossi, ma ciò che in effetti si ottenne assomigliava più a un raccolto di pomodori pelosi. Oggi si ride dei folli eccessi dell'epoca, ma i ricercatori di tutto il mondo continuano a condurre esperimenti ben più audaci e bizzarri.

Persino prima che l'Oriente effettuasse il Grande balzo in avanti, gli scienziati occidentali erano riusciti ad aumentare considerevolmente i raccolti con una Rivoluzione Verde basata sull'uso di fertilizzanti a base di nitrati e fosfati, insetticidi, procedure meccanizzate, irrigazione e ibridazione. La specie umana si troverà ben presto a dipendere da questi stimolanti della fertilità. Oltre metà della popolazione mondiale oggi riesce ad alimentarsi proprio grazie a questa maggiore produzione garantita dalla tecnologia e dall'impiego di nitrati invece che dall'espansione delle terre coltivate.

La Cina è la nuova frontiera della scienza agricola. Con un quinto della popolazione mondiale da sfamare avendo a disposizione un decimo della terra coltivabile del pianeta, le tentazioni offerte dalla biotecnologia sono state enormi. L'urbanizzazione e l'industrializzazione costituiscono altri fattori di pressione, requisendo vaste estensioni di terre per la costruzione di fabbriche, strade e quartieri residenziali. A causa di una popolazione sempre più numerosa e dei suoi voraci appetiti, la Cina si trova ad affrontare un'ardua lotta per nutrire la sua popolazione. Come ha notato Vaclav Smil: "Tutte le esportazioni di cereali del mondo messe insieme sarebbero in grado di soddisfare meno dei due terzi del fabbisogno alimentare stimato per il paese".

Questa situazione rende necessaria l'adozione di misure disperate capaci di incrementare la produzione agricola, ma, al tempo stesso, nel corso degli ultimi cinquant'anni non si sono registrate grandi innovazioni produttive paragonabili alla Rivoluzione Verde. Ottimizzare l'efficienza è ormai una priorità assoluta e il risultato sono le monotone distese di campi dedicati alle monocolture.

Percorrendo la nuova autostrada che unisce la montagna sacra di Taishan al centro agricolo sperimentale di Linyi, provai una strana sensazione di déjà vu. Il panorama mi sembrava incredibilmente familiare, sebbene non fossi mai stato prima in questa zona. Osservando quei campi piatti e marroni, i cieli grigi e velati e file su file di pioppi bassi e sottili, ebbi la sensazione di guardare un video di un minuto ritrasmesso incessantemente per un'intera giornata. Il paesaggio mi ricordava le campagne dell'Henan, dell'Hebei e di Pechino: nella pianura che occupa la Cina settentrionale e che si estende per circa 1.000 chilometri dalla capitale sino al Fiume Azzurro, si poteva viaggiare per ore senza avere l'impressione di muoversi perché tutte le strade si assomigliavano. Avevo sempre pensato che questa sensazione fosse dovuta alla monotonia di queste terre pianeggianti, ma dovetti ricredermi dopo aver incontrato Madre Pioppo.

Si trattava del soprannome che i mezzi di informazione avevano affibbiato a Zhang Qiwen, la professoressa di genetica responsabile della trasformazione di una porzione di territorio nazionale più ampia di quella intaccata dagli imperatori e dagli ingegneri cinesi con la costruzione della Grande Muraglia, della diga delle Tre Gole e del Treno del Cielo, la ferrovia che collegava il Tibet al resto del paese.

| << |  <  |