Copertina
Autore André Weil
Titolo Ricordi di apprendistato
SottotitoloVita di un matematico
EdizioneEinaudi, Torino, 1994, Saggi 786
OriginaleSouvenirs d'apprentissage [1991]
LettoreRenato di Stefano, 1996
Classe biografie , matematica
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Indice

   3  Premessa
   5  I.   Gli anni di scuola
  27  II.  Rue d'Ulm
  38  III. Primi viaggi, primi scritti
  59  IV.  L'India
 100  V.   Strasburgo e Bourbaki
      VI.  Io e la guerra (balletto buffo)
 139       1.  Preludio
 146       2.  Fuga finlandese
 154       3.  Intermezzo artico
 157       4.  Sotto chiave
 172       5.  Sotto le armi
 190       6.  Farewell to arms
 201  VII. Le Americhe. Epilogo

 

 

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Pagina 3

Premessa

La mia vita - o quantomeno ciò che ha meritato di chiamarsi tale -, una vita singolarmente felice pur tra varie vicissitudini, è inscritta fra il 6 maggio 1906, giorno della mia nascita, e il 24 maggio 1986, data della morte di Aveline, mia moglie e compagna. Se in questo libro dedicato alla sua memoria - si parlerà poco di lei, ciò non vuol dire che abbia occupato un posto trascurabile nella mia vita e nei miei pensieri. Al contrario, fra essi ed Eveline si era stabilito, quasi dal giorno stesso del nostro primo incontro, un legame tanto intimo e profondo che narrare di me è anche narrare di lei; la sua presenza o la sua assenza sono state la trama sulla quale tutti i fili si sono tessuti. Che potrei dire di piú, se non che il nostro matrimonio è stato uno di quelli che smentiscono La Rochefoucauld? Fulsere vere candidi mihi soles...

Nemmeno di mia sorella si parlerà molto; per ciò che la riguarda, d'altronde, ho già narrato, parecchi anni or sono, tutti i miei ricordi a Simone Pétrement, che li ha inseriti nella sua bella biografia, La vie de Simone Weil; in quest'opera il lettore potrà trovare anche molti dettagli della nostra infanzia, che mi è quindi parso inutile ripetere. Da bambini fummo inseparabili: ma io ero il fratello maggiore e lei la sorellina. In seguito siamo stati raramente insieme, e il piú delle volte parlavamo fra di noi in tono scherzoso, perché Simone era di carattere allegro e piena di spirito, come possono testimoniare tutti quelli che l'hanno conosciuta, e rimase tale anche quando le miserie del mondo innestarono sulla sua natura un fondo di inguaribile tristezza. A dire il vero ci capitò di fare ben poche conversazioni serie. Ma se le gioie e le angosce della sua adolescenza mi sono rimaste del tutto estranee, se in seguito la sua condotta mi è spesso sembrata, non senza ragione, probabilmente, un affronto al buon senso, nondimeno siamo sempre rimasti abbastanza uniti, per cui nulla di ciò che la riguardava ha mai potuto davvero sorprendermi - con la sola eccezione della sua morte. Questa mi colse del tutto impreparato, poiché confesso che avevo creduto mia sorella indistruttibile, e soltanto con molto ritardo ho compreso che la sua vita si era sviluppata seguendo leggi sue proprie e in questo stesso modo si era anche conclusa. Della traiettoria della sua esistenza non sono stato che lontano spettatore.

Del resto qui non mi propongono altro che di ripercorrere l'itinerario intellettuale di un matematico; un matematico diventato forse troppo loquace, per il divertimento - spero non malevolo - delle nuove generazioni. Quando si tratta della vita di uno scrittore o di un artista, pare che nulla importi maggiormente che scrutare la sua piú tenera infanzia e i suoi primi vagiti; dopo di che il lettore moderno si aspetta i particolari della vita amorosa del protagonista fino nei suoi piú intimi recessi. Ma di un Jean-Jacques io non ho né lo spirito né il talento: e non è cosí che si dà conto dell'opera di un matematico.

Inizialmente avevo progettato di interrompere i miei ricordi al marzo del 1941, quando sbarcai nel porto di New York insieme con mia moglie e suo figlio Alain. Ma i miei anni di apprendistato (i miei Lehrjahre, che sono stati anche dei Wanderjahre) non si sono conclusi cosí presto. Che dico? Anche oggi continuo ad apprendere: apprendo a vivere nei miei ricordi. Il benevolo lettore voglia seguirmi: la sua compagnia mi sarà preziosa.

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Pagina 98

Ogni matematico che sia degno di questo nome ha conosciuto, anche soltanto sporadicamente, quegli stati di lucida esaltazione nei quali i pensieri si concatenano come per miracolo, e nei quali anche l'inconscio - quale che sia il significato che si voglia attribuire a questo termine - pare avere un suo ruolo. In una pagina diventata celebre, Poincaré ha descritto come, in uno di questi momenti, arrivò a scoprire le funzioni fuchsiane. A proposito di tali stati pare che Gauss dicesse «procreare jucundum», aggiungendo tuttavia «sed parturire molestum». Il piacere che ne deriva, a differenza di quello sessuale, può durare per molte ore, talora perfino per alcuni giorni: chi l'ha provato almeno una volta vive nel desiderio di rinnovarlo, ma si trova nell'impossibilità di provocarlo, se non tutt'al piú a prezzo di un lavoro accanito, del quale il piacere appare allora come una ricompensa. anche vero che l'intensità del piacere non è proporzionale all'importanza del valore delle scoperte alle quali esso si accompagna.

Avevo provato uno di questi momenti di esaltazione creativa a Gottinga, lavorando sulle equazioni diofantee: mi domandavo con ansia se mai ne avrei conosciuti altri. Quando ciò accadde, fui al colmo della felicità: ero ad Aligarh, e Vijayaraghavan a Dacca. Gli telegrafai: «New theory of functions of several complex variables born today»; scherzosamente mi rispose: «Congratulations. Wire mother's health». La mia dichiarazione era di certo un po' esagerata, ma non avevo forse tutti i torti a essere fiero delle mie scoperte, che avevano qualche affinità (ma credo contenessero qualcosa di piú) con i risultati che in quello stesso periodo stava ottenendo Stefan Bergmann. Le mie nuove idee trovarono subito una prima applicazione a un problema sulle serie di polinomi che sussisteva da tempo; Oka, un grande specialista di questa teoria, alla quale diede egli stesso numerosi contributi, mi assicurò, parecchi anni dopo, che il mio risultato aveva svolto per un certo periodo un ruolo di importanza pressoché cruciale. Esso mi valse, in ogni caso, la lode piú lusinghiera che abbia mai ricevuto in tutta la mia carriera. Quando, nel maggio del 1932, mi fermai a Roma per incontrare Vito Volterra e gli illustrai la mia formula, egli si alzò dalla poltrona e corse verso il fondo dell'appartamento gridando a sua moglie: «Virginia! Virginia! Il signor Weil ha dimostrato un gran bel teorema».

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