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| << | < | > | >> |Pagina 3Capitolo primo
Il responsabile
1.
Nonostante il responsabile delle risorse umane non si fosse cercato questa
missione, adesso, nella luce soffusa e radiosa del mattino, ne capiva il
significato sorprendente. E quando, accanto al falò ormai moribondo, gli era
stata tradotta — e aveva compreso — la richiesta incredibile della vecchia in
abito da monaca, aveva provato un fremito di gioia e la Gerusalemme tormentata e
ferita da cui era partito una settimana prima gli era riapparsa in tutto il suo
splendore: quello dei giorni dell'infanzia.
All'origine della missione c'era un semplice disguido burocratico, rimediabile, grazie all'intervento del direttore del settimanale, con una lettera di spiegazioni, magari accompagnata da una breve offerta di scuse. Ma il proprietario dell'azienda, un vecchio autoritario di ottantasette anni, era stato colto da un'ansia esagerata per la propria reputazione. Una semplice offerta di scuse avrebbe potuto far dimenticare in fretta l'intera vicenda, e questo non gli bastava. Aveva preteso da se stesso e dai suoi dipendenti un vero atto di contrizione, un pentimento esplicito, che aveva dato origine a quel viaggio verso orizzonti lontani. Cos'era stato a turbare il vecchio? Cosa aveva risvegliato in lui quel sentimento quasi religioso? Forse il fatto che i suoi profitti non fossero stati intaccati dai giorni cupi in cui era piombata tutta Israele, e Gerusalemme in particolare? E che davanti alle difficoltà, e persino al tracollo, di altre aziende, il suo successo lo costringesse a tutelarsi ancor di piú dal biasimo pubblico che, per somma ironia, sarebbe stato stampato sulla carta che lui stesso vendeva al settimanale? Era vero che quel giornalista, eterno dottorando in lettere ed esponente radicale dei moralisti locali, disinibito dall'atmosfera familiare di Gerusalemme, in un primo tempo non aveva immaginato da dove arrivasse la carta su cui era stampato il suo feroce articolo; ma anche se l'avesse saputo, avrebbe forse addolcito una sola parola? Il direttore del settimanale, nonché suo proprietario, dopo aver letto le bozze del pezzo ed esaminato la foto del cedolino lacero e macchiato scoperto nella borsa della donna uccisa, aveva comunque ritenuto giusto avvisare il proprietario della fabbrica e chiedere un suo commento, o una lettera di scuse, evitando cosí di cogliere di sorpresa un amico, e di venerdí sera per giunta, con una storia che avrebbe potuto rovinare i loro rapporti.
Era davvero una vicenda tanto sgradevole? Naturalmente no. Ma in quei giorni
tremendi in cui i passanti venivano dilaniati senza preavviso, la sensibilità
morale sgorgava da luoghi impensati. Quindi, verso la fine della giornata di
lavoro, quando il responsabile delle risorse umane aveva cercato di sfuggire
alla chiamata del padrone - avendo giurato alla ex moglie che quella sera
sarebbe tornato presto dal lavoro per essere a completa disposizione della
loro unica figlia -, la segretaria del vecchio non gliel'aveva permesso.
Intuendo l'inquietudine del suo superiore, aveva consigliato all'innervosito
dirigente di farsi sostituire nei suoi impegni famigliari.
Tra il responsabile delle risorse umane e il proprietario della fabbrica regnava un rapporto di affetto e di fiducia sin dai tempi in cui il primo aveva ricoperto l'incarico di direttore vendite individuando nei Terzo Mondo insperate opportunità per i prodotti del nuovo stabilimento di carta e articoli di cancelleria dell'azienda. Quando il suo matrimonio aveva cominciato a vacillare, forse anche per colpa dei suoi frequenti viaggi, il dirigente aveva ottenuto un nuovo incarico. Sebbene a malincuore, il vecchio lo aveva nominato temporaneamente responsabile delle risorse umane di tutta l'azienda, in modo da permettergli di dormire a casa ogni sera e cercare di porre rimedio a quanto si era guastato. Ma l'astio raccolto durante la sua assenza si era distillato in veleno con il ritorno, e la separazione - in un primo tempo emotiva, poi razionale e infine sessuale - aveva seguito il suo corso. Anche dopo il divorzio, però, lui non si era affrettato a tornare alla mansione precedente, che pure amava, perché voleva riguadagnare almeno la fiducia dell'unica figlia. Sulla soglia dell'ampio ufficio del proprietario, immerso in una penombra aristocratica e soffusa a ogni ora del giorno e in ogni stagione, al responsabile delle risorse umane viene gettato in faccia, con tono drammatico, il riassunto della storia che sta per essere pubblicata quel venerdí sul settimanale. - Una nostra dipendente? - esclama il responsabile. - Non è possibile. Ne sarei al corrente. Ci dev'essere un errore. Il padrone della fabbrica non risponde, gli tende le bozze dell'articolo che lui legge in fretta, ancora in piedi, dando una scorsa veloce a quel documento d'accusa dal titolo La crudele mancanza di umanità dei produttori e fornitori del nostro pane. Una donna di circa quarant'anni, priva di documenti, se non il cedolino della loro azienda con la data del mese scorso, senza nome, strappato e pieno di macchie, era rimasta mortalmente ferita in un attentato avvenuto la settimana prima al mercato ortofrutticolo e per due giorni aveva lottato tra la vita e la morte senza che nessuno dei suoi colleghi, o dei suoi superiori, chiedesse sue notizie. E anche dopo la morte era rimasta senza nome, abbandonata nell'obitorio dell'ospedale mentre la direzione dell'azienda continuava a ignorare il suo destino e nessuno si preoccupava di darle una sepoltura. A quel punto seguiva una breve descrizione della fabbrica, il grande e famoso panificio fondato dal nonno dell'attuale proprietario al principio del secolo scorso, a cui recentemente si era aggiunto un nuovo stabilimento per la produzione di articoli cartacei e cancelleria. Corredavano il pezzo due fotografie che indicavano chiaramente i colpevoli. La prima, scattata molti anni prima, era una vecchia foto ufficiale del padrone, la seconda, piú recente, del responsabile del personale, un po' buia e sfocata, scattata a sua insaputa. Sotto di essa, in una didascalia maligna, si diceva che l'uomo era giunto a occupare l'attuale posizione solo in seguito al suo divorzio. - Quel giornalista è un vero serpente, - mormora il responsabile delle risorse umane: - quanto veleno si può riversare in un solo articolo? | << | < | > | >> |Pagina 347.Dietro la voce flemmatica e arrogante che esce dal cellulare risuona una musica scatenata, come se il serpente fosse stato sorpreso a un matrimonio o in una discoteca. Ma neppure quel ritmo sfrenato impedisce al giornalista di inveire e insultare il direttore che ha mostrato ai colpevoli il suo documento d'accusa. Il comportamento del suo datore di lavoro viene definito senza mezzi termini «vigliaccheria professionale», «tradimento etico». - Adesso capisco perché aveva tanta fretta di partire per il suo eremitaggio, quel porco -. A dire il vero il sospetto che si tramasse qualcosa alle sue spalle gli era già venuto dopo che il fotografo gli aveva ricordata clhe oltre al panificio, l'azienda in questione possedeva anche uno stabilimento per la produzione di carta, e che la forniva al settimanale. - E allora? In cambio di un piccolo sconto sul prezzo pretendete anche l'immunità morale? Perché diamine non potete rimandare il vostro diritto di replica alla prossima settimana? Perché soffocare l'articolo a priori? Vi siete davvero tanto spaventati per l'accusa di «mancanza di umanità» o vi preoccupate solo della reazione dei clienti? Perché se è cosí, allora è davvero incredibile che al giorno d'oggi dei capitalisti come voi siano ancora tanto ingenui. Sarebbe meraviglioso se qualcuno boicottasse i vostri prodotti per colpa di questo articolo! Ma non si preoccupi, non succederà. Perché nei giorni in cui l'umanità dei singoli vacilla, chi presterà attenzione alla «mancanza di umanità» di una grossa fabbrica? Al contrario, il vostro comportamento potrebbe addirittura suscitare l'ammirazione delle folle ottuse, e prova ne è che ci sono posti in questo paese che sono gestiti col pugno di ferro e funzionano con perfetta efficienza. Ma poniamo che qualcuno dal cuore tenero si indigni, si imbestialisca persino, e allora? Andrà a controllare dove sono i vostri prodotti sugli scaffali del supermercato per boicottarli? Ma che idiozia. Che vi prende? Vi sentite tanto insicuri da non poter tollerare in silenzio una piccola accusa? Non è terribile. Ammettete la vostra colpa e chiedete scusa. Ma per favore, solo a partire dalla prossima settimana. - Né scuse, né ammissioni di colpa, né tantomeno a partire dalla prossima settimana, - il responsabile delle risorse umane si sforza di sovrastare con la voce la musica assordante. - L'errore è suo. La donna uccisa, che lei insiste a definire nostra dipendente, non lo era piú da un mese. Quindi, al momento dell'attentato non faceva piú parte dell'organico dell'azienda, sia formalmente che di fatto, anche se abbiamo continuato a versarle lo stipendio e a pagarle i contributi per via di un piccolo disguido burocratico. Abbiamo controllato. Non potevamo sapere in alcun modo della sua morte e neanche eravamo tenuti a saperlo. Quindi, per correttezza, le chiediamo di prendere atto di questo errore e di non pubblicare l'articolo.
La voce flemmatica e arrogante del serpente non tradisce alcuna intenzione
di battere in ritirata: - E come mai di colpo non è piú vostra dipendente? Mi
dica, il mio articolo vi ha fatto escogitare un modo di licenziarla
retroattivamente perché la vostra insensibilità non vi pesi sulla coscienza? Se
le hanno trovato addosso un cedolino con l'intestazione della vostra ditta, e
solo quello, dimostra che il suo posto di lavoro era importante per lei. Cosa
sono allora questi pretesti, queste scappatoie? È naturale che fosse vostra
dipendente! E voi non solo dovete chiedere scusa, ma anche identificarla subito
e trovare parenti o amici che vi aiutino a darle una sepoltura dignitosa, senza
badare a spese. È il minimo che ogni datore di lavoro possa fare per un
dipendente che non ha famiglia, e di certo è stato anche sfruttato fino al
midollo. E solo dopo aver promesso che non vi comporterete piú come delle
canaglie insensibili, i lettori vi perdoneranno e col tempo magari
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