Copertina
Autore Evgenij Zamjatin
Titolo Noi
EdizioneFeltrinelli, Milano, 1984 [1955], UE 412 , pag. 156, cop.fle., dim. 110x179x9 mm , Isbn 978-88-07-80412-0
OriginaleMy [1922]
PrefazioneEttore Lo Gatto
Classe narrativa russa , fantascienza
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Pagina 21

NOTA PRIMA
Sommario: Un avviso. La linea piú saggia. Un poema.



Trascrivo semplicemente - parola per parola - quel che è stato pubblicato oggi nel Giornale Statale:

"Tra 120 giorni sarà portata a termine la costruzione dell' Integrale. vicina la grande ora storica, in cui il primo Integrale si lancerà nello spazio dei mondi. Mille anni or sono i vostri eroici antenati piegarono al potere dello Stato Unico tutta la sfera terrestre. Una gesta ancor piú gloriosa vi attende: integrare la sconfinata equazione dell'universo per mezzo dell' Integrale elettrico di vetro, dal respiro di fuoco. Spetterà a voi di piegare al benefico giogo della ragione gli esseri ignoti che abitano sugli altri pianeti, forse ancora nello stato selvaggio della libertà. Se essi non comprenderanno che noi portiamo loro la felicità matematicamente esatta, è nostro dovere costringerli ad essere felici. Ma prima dell'arma noi sperimentiamo la parola.

"In nome del Benefattore si portano a conoscenza di tutti i numeri dello Stato Unico:

"Chiunque ne senta in sé la forza è tenuto a comporre trattati, poemi, manifesti, odi o altre opere sulla bellezza e grandezza dello Stato Unico.

"Sarà questo il primo carico che l' Integrale trasporterà.

"Evviva lo Stato Unico, evviva i numeri, evviva il Benefattore!"

Scrivo - sento: mi ardono le gote. Si: integrare la grandiosa equazione universale. Si: raddrizzare la selvaggia curva, raddrizzarla secondo la tangente - asintote - seguendo la linea retta. Perché la linea dello Stato Unico è quella retta. La grande, divina, precisa saggia linea retta la piú saggia delle linee...

Io, D-503, costruttore dell' Integrale, io sono soltanto uno dei matematici dello Stato Unico. La mia penna, abituata alle cifre, non è capace di creare la musica delle assonanze e delle rime. lo cerco soltanto di prender nota di ciò che vedo, di ciò che penso - piú precisamente di ciò che noi pensiamo (appunto: noi e che Noi sia il titolo delle mie note). Ma essendo appunto un prodotto della nostra vita, della vita matematicamente perfetta dello Stato Unico, non sarà, già per questa semplice ragione, opera di poesia? Si - lo credo e lo so.

Scrivo ciò e sento: mi ardono le gote. Probabilmente ciò somiglia a quel che prova una donna quando per la prima volta sente in sé il polso di un nuovo uomo - ancora minuscolo e cieco. Sono io e nello stesso tempo non sono io. Per lunghi mesi ancora dovrò nutrirlo col mio succo, col mio sangue e poi con dolore staccarlo da me e metterlo ai piedi dello Stato Unico.

Ma io sono pronto, come ognuno - o quasi ognuno di noi. Sono pronto.

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NOTA SECONDA
Sommario: Il balletto. L'armonia quadrata. L'X.



Primavera. Dall'al di là del Muro Verde, dalle selvagge pianure invisibili, il vento porta il polline giallo e melato di non so quali fiori. A causa di questo polline dolce le labbra si seccano - vi passi sopra la lingua ad ogni istante - e probabilmente tutte le donne che si incontrano hanno le labbra dolci (e anche gli uomini naturalmente). Ciò disturba un po' il pensare logico.

Ma in compenso che cielo! Azzurro, non turbato da una sola nuvola (fino a che punto doveva essere selvaggio il gusto degli antichi, se i loro poeti potevano ispirarsi a questi disordinati, assurdi ammassi di vapore che si urtano l'un l'altro stupidamente). Io amo - e sono sicuro di non sbagliarmi se dico: noi amiamo - soltanto questo cielo sterile e irreprensibile. In simili giorni tutto il mondo sembra fuso dello stesso vetro eterno e impassibile del Muro Verde e di tutti i nostri edifici. In giorni come questi si vede la profondità azzurra delle cose e le loro stupefacenti equazioni, ignote fino ad ora - anche in ciò che vi è di piú abituale, quotidiano.

Ecco un esempio. Questa mattina io mi trovavo sul cantiere dove si costruisce l' Integrale, e ad un tratto ho visto le macchine: con occhi chiusi, come in uno stato di oblio, giravano le sfere dei regolatori: i pistoni, luccicando oscillavano a destra e a sinistra; il bilanciere superbamente muoveva le spalle; e al ritmo di una musica inudibile strideva lo scalpello del banco d'intaglio. E a un tratto io vidi tutta la bellezza di questo grandioso balletto di macchine, inondato da un leggero sole azzurro.

E piú avanti ho domandato a me stesso: perché è bello? Perché la danza è bella? Risposta: perché è un movimento non libero, perché il senso profondo della danza è appunto nell'assoluta dipendenza estetica ad una costrizione ideale. E se è vero che i nostri antenati si abbandonavano alla danza nei piú ispirati momenti della loro vita (i misteri religiosi, le parate guerresche), ciò significa una cosa sola: che l'istinto della costrizione è esistito sempre organicamente nell'uomo, e noi, nella nostra vita attuale, ne abbiamo coscienza...

Dovrò finire piú tardi: il numeratore ha schioccato. Alzo gli occhi: O-90, naturalmente. E tra mezzo minuto ella sarà qui: viene a prendermi per una passeggiata.

Cara O! - mi è sembrato sempre che essa somigliasse al suo nome: 10 centimetri di meno per la Norma Materna - e per questo è tutta rotondetta e un O roseo - la bocca - s'apre in attesa di ogni mia parola. E ancora: una piega rotonda, paffuta ai polsi - come l'hanno di solito i bambini.

Quando ella entrò in me ancora rombava il volante della logica e per inerzia parlai della formula da me allora fissata, nella quale rientravamo e noi tutti e le macchine e la danza.

"Meraviglioso. Non è vero?" domandai.

"Sì, meraviglioso. primavera," mi sorrise d'un suo sorriso roseo O-90.

Ah, è cosí: la primavera... Ella parla della primavera... Le donne... E tacqui.

In basso. Il viale era pieno: con un tempo simile di solito noi trascorriamo l'ora personale che segue ai pasti, in una passeggiata supplementare. Come sempre, l'Officina musicale con tutte le sue trombe cantava la Marcia dello Stato Unico. In file regolari, per quattro, segnando con entusiasmo il tempo, i numeri marciavano - centinaia, migliaia di numeri, in "unif" azzurrognole, con sul petto le placche d'oro - il numero statale di ognuno e di ognuna. Anch'io - o meglio noi quattro - formavamo una delle innumerevoli onde di questo torrente possente. Alla mia sinistra c'era O-90 (se questo lo scrivesse uno dei miei pelosi antenati di mille anni fa, probabilmente la chiamerebbe con la ridicola parola "la mia"); a destra due numeri sconosciuti, femminile e maschile.

Il cielo beatamente azzurro, i minuscoli infantili soli in ognuna delle nostre placche, i volti non offuscati dalla follia dei pensieri... I raggi - capite: tutto era come di una unica, raggiante, sorridente materia. E i ritmi bronzei: "Tra-ta-ta-tam. Tra-ta-ta-tam," questi gradini bronzei luccicanti al sole e ad ogni gradino vi sollevate piú in alto, in un azzurro che dà le vertigini...

Ed ecco, proprio cosi, come questa mattina nel cantiere, di nuovo ho visto, come per la prima volta nella vita - ho visto tutto: le vie immutabilmente dritte, il vetro delle carreggiate spruzzante raggi, i divini parallelepipedi delle abitazioni trasparenti, l'armonia quadrata dei ranghi grigio-blu. Come se non si trattasse di intere generazioni, ma di me, - appunto soltanto di me - ad aver vinto il vecchio Dio e la vecchia vita e ad aver creato tutto ciò, come se fossi stato una torre avevo paura a muovere il gomito perché non crollassero giú in bricioli muri, cupole, macchine...

E poi un istante - un salto attraverso i secoli con + su -. Mi ricordai (evidentemente un'associazione per contrasto) - mi ricordai ad un tratto di un quadro in un museo: un loro viale del tempo, del secolo ventesimo, cosi variopinto da dare il capogiro, pieno di una confusa folla di persone, di ruote, di animali, di manifesti, di alberi, di colori, di uccelli. E si dice che ciò sia esistito davvero, che ciò abbia potuto essere. Ciò mi sembrò tanto inverosimile, tanto assurdo, che non potei trattenere uno scoppio di riso.

E immediatamente un'eco - una risata - a destra? Mi voltai e sentii negli occhi dei denti bianchi, straordinariamente bianchi e aguzzi, un volto femminile sconosciuto.

"Scusatemi," mi disse ella, "ma voi avete guardato tutto in un modo cosi ispirato - come il Dio del mito nel settimo giorno della creazione. Ho l'impressione che voi siate convinto di aver voi e non altri creato anche me. Me ne sento molto lusingata..."

Tutto ciò - senza un sorriso, direi quasi con un certo rispetto (forse ella sapeva che io ero il costruttore dell' Integrale). Ma non so quale strano ed irritante X negli occhi o nelle sopracciglia - non mi riesce in nessun modo di comprenderlo, di dargli una espressione cifrata.

Chissà perché mi turbai e, leggermente confuso, cercai di motivare logicamente il suo riso. Era del tutto chiaro che questo contrasto, questo insuperabile abisso tra quelli di oggi e quelli di allora...

"Ma perché dunque insuperabile?" (Che denti bianchi!). "Attraverso un abisso si può gettare un ponte. Pensate soltanto un po': i tamburi, i battaglioni, i ranghi, tutto ciò già c'era allora, e perciò..."

"Ma si: è chiaro!" esclamò ella (fu un sorprendente incrocio di pensieri: ella aveva detto - quasi con le mie stesse parole - ciò che io avevo annotato prima della passeggiata). "Capite: perfino i pensieri. Questo, perché nessuno è 'uno', ma 'uno dei'. Noi siamo cosi simili..."

Ella:

"Ne siete convinto?"

Io vidi le sopracciglia tirate in su verso le tempia ad angolo acuto - come gli acuti cornetti dell'X e di nuovo, chissà perché, mi turbai; gettai uno sguardo a destra, a sinistra - e...

Alla mia destra, ella, sottile, tagliente, dritta e pieghevole come un frustino, I-330 (vedo adesso il suo numero); a sinistra, O - del tutto diversa, tutta fatta di curve, con l'infantile piega al polso; e all'estremo della nostra fila di quattro un numero a me ignoto, un tale ripiegato due volte su se stesso, come la lettera S. Eravamo tutti diversi...

Quella di destra, I-330, afferrò, evidentemente, il mio sguardo smarrito e con un sospiro: "Si... ahimè!"

In sostanza, questo "ahimè" era del tutto a posto. Ma di nuovo qualcosa sul suo viso o nella voce...

Con una asprezza per me inconsueta dissi:

"Niente ahimè! La scienza cresce ed è chiaro che se non subito, almeno fra cinquanta, cento anni."

"Perfino i nasi di tutti quanti..."

"Si, i nasi," io quasi gridai. "Dal momento che c'è egualmente una base per l'invidia... Dal momento che io ho il naso come un bottone, e un altro..."

"Bene, il naso voi ce l'avete, perfino 'classico', come dicevano nei tempi antichi. Ma le mani, ecco... Su, via, mostrate, mostrate dunque le mani!"

Non posso sopportare che mi si guardino le mani: sono tutte pelose, irsute - un assurdo atavismo. Tesi la mano e con una voce per quanto possibile estranea dissi:

"Da scimmia."

Ella guardò le mani, poi la mia faccia:

"Si, c'è un accordo molto curioso," ella mi pesò con gli occhi, come su di una bilancia, e di nuovo i cornetti dell' X si disegnarono negli angoli delle sopracciglia.

"Egli è iscritto per me," apri la rosea bocca O-90.

Avrebbe fatto meglio a tacere - era del tutto fuori luogo. In generale, questa cara O... come dire... Ha una rapidità di lingua mal calcolata; la velocità della lingua calcolata a secondi deve essere sempre minore di almeno un secondo alla rapidità del pensiero, e non il contrario.

Alla fine del viale, sulla torre degli accumulatori, la campana batté sordamente le 17. L'ora individuale fini. I-330 andò via con quel numero maschile simile ad una S. Egli aveva un viso che incuteva rispetto e, a quanto credo, a me noto. Debbo averlo incontrato in qualche posto ma adesso non ricordo.

Salutandoci, I - sempre come una X - mi sorrise: "Passate domani l'altro all'auditorio 112."

Io mi strinsi nelle spalle.

"Se sarò convocato - proprio in questo auditorio che voi avete indicato..."

Ed ella con una incomprensibile sicurezza: "Lo sarete."

Questa donna agiva su di me in modo sgradevole, come un dato irrazionale irriducibile introdottosi in una equazione. E fui contento di restare, sia pure per breve tempo, con la cara O.

Tenendoci per mano passammo quattro linee di viali. All'angolo ella doveva andare a destra, io a sinistra.

"Vorrei tanto venire oggi da voi ed abbassar le tende. Proprio oggi, subito..." O alzò timidamente su di me i suoi occhi tondi di un azzurro cristallino.

Buffa. Che cosa potevo dirle? stata da me solo ieri e sa bene quanto me che il nostro prossimo giorno sessuale è doman l'altro. proprio ancora il suo avanzar sul pensiero - cosi come (talvolta con danno) una scintilla può scoppiare in anticipo in un motore.

Separandoci io baciai due... no, sarò preciso, tre volte i suoi meravigliosi occhi azzurri non turbati da nessuna nuvola.

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Pagina 26

NOTA TERZA
Sommario: La giacchetta. Il muro. Le tavole della legge.



Rileggendo quanto ho scritto ieri, mi accorgo di non aver scritto con sufficiente chiarezza. Cioè, tutto ciò è del tutto chiaro per ognuno di noi. Ma chissà: forse, voi, ignoti, a cui l' Integrale porterà le mie note, forse voi avete letto il grande libro della civiltà solo fino alla pagina a cui arrivarono i nostri un 900 anni or sono. Forse voi non conoscete nemmeno certi elementi come la Tavola delle ore, le Ore Personali, la Norma Materna, il Muro Verde, il Benefattore. Mi sembra comico, e nello stesso tempo molto difficile parlare di tutto questo. lo stesso come se uno scrittore, mettiamo del XX secolo, avesse dovuto spiegare che cos'è una "giacchetta," un "appartamento," una "moglie." Ma del resto, se il suo romanzo fosse stato tradotto per dei selvaggi, sarebbe stato concepibile non fare una nota a proposito della "giacchetta"?

Io sono convinto che il selvaggio guardando la "giacchetta" pensava: "Beh! a che serve. soltanto un fardello." Mi pare che proprio cosí guarderete anche voi quando vi dirò che nessuno di noi, a partire dai tempi della Guerra dei Duecento Anni, è stato fuori del Muro Verde.

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