Copertina
Autore Fabio Zanello
Titolo Il cane di Maometto
SottotitoloVirtù dei cani e miserie degli esseri vestiti
EdizioneNuovi Equilibri, Viterbo, 2005, Fiabesca 82 , pag. 230, ill., cop.fle., dim. 120x167x16 mm , Isbn 978-88-7226-873-5
CuratoreFabio Zanello
LettoreGiorgia Pezzali, 2005
Classe classici arabi , animali domestici , storia sociale , costume
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Indice

  5 Introduzione

 19 Virtù dei cani e miserie degli esseri vestiti

 23 Ibn al-Marzuban - Virtù dei cani e miserie degli esseri vestiti

 61 Il cane dell'uomo

 65 al-Gahiz - Il Libro degli Animali
 75 al-Qazwini - L'ornamento dei Cuori
 77 al-Damiri - Il dizionario degli animali
 81 Manoscritto dell'Escuriale - Il libro delle utilità degli animali
 85 Ibn Mangli - Sulla caccia e il commercio delle bestie selvagge
 93 Osama Ibn Munqidh - Il libro dell'insegnamento per esempi
 96 Abu Nuwas - Due poesie sulla caccia

 99 Il cane nella Caverna

103 Sul cane nella Caverna
104 Una leggenda orale dei Sette Dormienti e il loro cane
109 La Sura della Caverna

129 Il cane ne Le Mille e una Notte

133 L'uomo che rubò il recipiente dove mangiava il cane
137 Storia di Sidi Numan

147 Il cane mistico

151 Abd Allah al-Yafi'i - Il giardino dei fiori odorosi
155 Farid al-Din 'Attar - Il poema celeste
164 Farid al-Din 'Attar - Il verbo degli uccelli
166 Farid al-Din 'Attar - Il libro dell'afflizione
170 Nezami - Leyla e Majnun
173 Gialal al-Din Rumi - Masnavi spirituale
178 Farid al-Din 'Attar - Il memoriale degli intimi di Allah
181 Abd al-Wahhab Ibn Ahmed al-Sha'rani - Memorie dei santi

189 Il cane dell'io

193 Il Corano
194 Farid al-Din 'Attar - Il libro dell'afflizione
197 Farid al-DIn 'Attar - Il poema celeste
201 Farid al-DIn 'Attar - Il verbo degli uccelli
205 Abd al-Wahhab Ibn Ahmed al-Sha'rani - Memoria dei santi

207 Motti, proverbi, improperi

211 Ibn Qutayba - Il libro dell'utile conoscenza
212 Sa'di - Il roseto
214 Varie

217 Note
223 Bibliografia


 

 

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Pagina 5

Il cane tra mito e realtà



luogo comune di noi occidentali la cattiva reputazione, se non la vera e propria condanna, apposta dal mondo islamico sul cane, specie considerata senz'altro domestica ma non per questo degna delle attenzioni pure riservate nell'Islam ad altri animali a noi familiari, quali ad esempio il gatto. Va detto che è senz'altro esistito un periodo alle origini dell'Islam, di probabile derivazione culturale pre-islamica, in cui il cane veniva trattato senza particolari precauzioni, come mostrano queste due testimonianze storiche dirette:


al-Buhari

    'Abd Allah b. 'Umar ha detto: "Ai tempi dell'Inviato di
    Dio i cani andavano e venivano per la moschea, e
    tuttavia nessuno si preoccupava di questo".

Mawlana Muhammad Ali

    'Abd Allah b. 'Umar disse: "I cani entravano e uscivano
    dalla moschea al tempo del Profeta  su di Lui la gloria
    e la pace  e nessuno si preoccupava di lavare con acqua
    la moschea, né a ciò si dava importanza".

tuttavia evidente come, intanto che la rivelazione del Profeta si attestava nella penisola araba, l'inizio di un mutamento nel giudizio su questo animale venisse condizionato da alcune affermazioni proprio dello stesso Maometto, forse dopo l'esperienza della libertà di cui i cani godevano fin nei luoghi sacri. L'immagine del cane nell'Islam non può infatti, storicamente, sottrarsi al giudizio di impurità e ostracismo decretato nei suoi confronti dal Profeta, in condanne pronunciate e raccolte negli hadith, i suoi detti trasmessi dai compagni, che ancor oggi costituiscono fondamento giuridico nella società musulmana. Ne riportiamo alcuni:


al-Buhari

    Abu Hurayra riferisce che l'Inviato di Dio ha detto:
    "Allorché un cane ha bevuto nel recipiente di uno di voi,
    che questi lavi il recipiente sette volte".

al-Buhari

    Ogni cosa resa impura dal contatto con cani e maiali non
    ritorna pura tranne che per essere lavata sette volte, una
    delle quali  e si raccomanda che non sia l'ultima  con
    terra mischiata ad acqua tersa, passata su tutta la
    superficie impura.

Tale ostracismo si sarebbe in breve tramutato in una condanna senza appello, inizialmente di tutti i cani, poi di quelli di solo colore nero, considerati incarnazione dello stesso Satana, e infine limitata a questi ultimi, ma solo con due spiccate macchie bianche sulle orbite:


al-Buhari

    'Abd Allah b. 'Umar ha detto: "L'Apostolo di Allah ordinò
    che tutti i cani venissero uccisi".

Abu Dawud

    Abd Allah Ibn Mughaffal riferisce che il Profeta ha detto:
    "Non fossero i cani una specie tra le creature viventi,
    dovrei ordinare che venissero uccisi. Tuttavia uccidete
    solo quelli completamente neri".

Muslim b. al-Haggag

    Abu Zubair riferisce che Giabir Abdullah disse: "Il Messaggero
    di Allah ci ordinò di uccidere i cani, e noi eseguimmo
    l'ordine al punto da uccidere un cane che accompagnava una
    donna nel deserto. Allora il Profeta ci ordinò di proseguire
    nelle uccisioni, ma disse: ' vostro compito solo uccidere il
    cane di colore nero lucido con una piccola macchia su ciascuno
    degli occhi, poiché esso è il diavolo'".

[...]

Questo passo coranico, e i precedenti hadith della prostituta e del viandante, nell'animato dibattito teologico dei primi secoli tra confraternite religiose, ebbero l'effetto di rendere il cane, pur in una condizione di infimità agli occhi dei più, presenza ricorrente di numerosi episodi letterari, oltre che controverso oggetto di descrizione di naturalisti, ora volti a sancirne limiti e bassezze, ora a riconoscerne le doti. Si tratta di un topos che, a partire dai testi rivelati, attraversa scrittori a tutto campo come al-Gahiz, scienziati come al-Damiri e al-Qazwini, mistici del calibro di 'Attar, fino a classici quali Le Mille e una Notte e la stessa epopea di Leyla e Majnun, in cui il cane diventa momento di confronto della naturale bontà o abiezione degli umani, e specchio della loro natura, spesso non meno vile di quella attribuita al povero animale.

Il testo più importante di questo genere è senz'altro un'operetta a chiaro sfondo moraleggiante, quel Kitab Fadl al-kilab 'ala kathir mimman labisa al-thiyab qui tradotto Virtù dei cani e miserie degli esseri vestiti. Diviso in due parti, una a evidenziare l'infida natura degli umani, l'altra le ammirevoli qualità dei cani, lo scritto è unico nel suo genere, pur prendendo a prestito un'ampia quantità di materiale da uno dei più eccellenti scrittori arabi, al-Gahiz e il suo Kitab al-Hawayan o Libro degli Animali.

Al Qazwini, Ibn Mangli, al-Damiri e l'Anonimo del Manoscritto dell'Escuriale sono quindi gli autori di consimili trattati, in cui il cane è descritto sotto il suo aspetto biologico, assieme alla ricorrente materia aneddotica sui suoi difetti e pregi, e a particolari tratti riguardanti la farmacopea e la sua interpretazione nei sogni.

Ma è nelle successive sezioni, dedicate alla letteratura mistica attraverso i maggiori esponenti, che il cane viene mostrato in tutta la sua valenza simbolica, soprattutto tra sufi, i mistici dell'Islam. Valenza attribuita a un essere socialmente riprovevole, ora preso come termine di paragone e misura del cammino del credente sulla Via mistica, ora come emblema del tratto umano negativo per eccellenza: e cioè quell'ego o anima individuale ricettacolo di impulsi egoistici e passioni da soggiogare, che il Corano stesso aveva del resto già paragonato allo sventurato animale.

Al-Sha'rani, al-Yafi'i,'Attar, Rumi e Sa'di sono tra i nomi più noti di questa letteratura, con il ricorso all'apologo e a un intreccio di connotazioni positive e negative in cui il cane è protagonista di excursus destinati a un messaggio di puro ordine metafisico: ove questo animale diventa esso stesso modello da imitare per il suo stato di emarginazione dal mondo, condizione indispensabile del credente tantopiù egli sia vicino, nel cammino spirituale, alla completa realizzazione.

[...]

Fabio Zanello

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Pagina 42

E assai noto è di Abu 'Ubaydah quel componimento:

    I suoi vicini e i fratelli di sangue gli avevano
        voltato le spalle
    mentre il suo cane sgobbava per lui fino a scoppiare
    anche dopo essere stato picchiato duro.

Racconta Abu 'Ubaydah che l'ispirazione a questi versi gli fu data dalla storia di un mercante di Bassora, recatosi con la propria merce a un mercato a parecchi giorni dalla sua città. Durante il viaggio uno dei suoi cani si era messo a seguirlo, e lui aveva insistito a lungo perché se ne andasse, gridandogli contro e arrivando anche a colpirlo con delle pietre. Raggiunta la destinazione un gruppo di uomini tuttavia aggredì il mercante, per della merce scaduta che in passato gli aveva venduto, e per cui erano decisi a vendicarsi. Quest'uomo era accompagnato da un amico e da un fratello, i quali, di fronte alla mala parata, se la diedero a gambe. Solo e in balia degli aggressori il mercante venne colpito, sbattuto più volte contro un muro, fino a perdere i sensi come morto. Allora quegli uomini scavarono una fossa sulla cima di un terrapieno, ve lo gettarono dentro e lo sotterrarono, mentre il cane, che non aveva smesso di seguire notte e giorno il padrone, gli abbaiava contro, malgrado le bastonate con cui essi cercavano di allontanarlo.

Ma quando i malintenzionati si dileguarono subito l'animale corse sul terrapieno a scavare, e la testa del padrone apparve. Respirava ancora, anche se a fatica, e si poteva dire che fosse pronto a passare a miglior vita. Poi alcune persone di passaggio, attirate dal cane che latrava in modo furibondo, si avvicinarono, scorsero l'uomo più morto che vivo, e finirono per tirarlo fuori e riportarlo alla sua famiglia.

Abu 'Ubaydah sostiene che quel luogo per questo è chiamato Il picco della bontà del Cane, e il racconto mostra la naturale fedeltà di questo animale, il senso innato di amicizia e di dedizione che riserva al padrone, e la sua lungimiranza nel portare aiuto. Oltre la sua pazienza, la sua nobiltà d'animo, e la sua inesauribile ricchezza di risorse.


Un'altra testimonianza è quella di Muhammad b. al-Husayn, giunto nella città di Naysabur a far visita ad 'Ali b. Ahmad al-Rasibi, un notabile del posto al servizio dell'emiro. Fuori il palazzo dell'emiro si era imbattuto in una giovane guardia chiamata Nasim, persona gentile e di gradevole aspetto, accompagnata da un cane che lo seguiva ovunque e gli sedeva accanto anche di notte. Tanto che, per non fargli prendere freddo, la guardia lo copriva con uno dei drappi della sua uniforme.

Al-Husayn chiese perciò ad al-Rasibi chi fosse costui, quale il suo grado tra i soldati, e come era possibile che l'emiro consentisse di tenere un cane che non era da caccia fin sulla soglia dei suoi appartamenti.

Rispose Al-Rasibi: "Chiedi a lui stesso il perché e ti risponderà".

Muhammad b. al-Husayn si recò allora dalla guardia e gli espose le sue perplessità. L'uomo rispose: "Avevo un amico di Bassora chiamato Muhammad b. Bakr, con cui condividevo divertimenti, vino e ogni baldoria. Una volta, affrontata insieme in combattimento la città di Dinawar, finita la spedizione tornavamo a casa. Io avevo in una cintura il denaro e gli altri beni presi come bottino, finché, a poche ore di cammino da casa, ci fermammo in una locanda per festeggiare. Ebbri di vino, una volta usciti il mio amico ne approfittò per colpirmi, mi legò mani e piedi, strinse la cima della corda e mi gettò in un fosso. Poi prese tutte le cose di valore che avevo e fuggì via.

In quella condizione disperavo di salvarmi, e temevo che l'ultimo dei miei giorni fosse arrivato. Ma un cane, che in città aveva l'abitudine di seguirmi e all'arrivo alla locanda mi era venuto incontro in festa, dopo poco inaspettatamente apparve, con del pane in bocca. Rosicchiai un po' di quel pane, a fatica strisciai verso una pozza d'acqua, riuscii a bere e il cane non si allontanò l'intera notte, guaendo di continuo. Poi, vinto dal sonno, mi addormentai. Al risveglio non vidi più l'animale, che però riapparve con dell'altro pane. Lo mangiai, mi abbeverai ancora alla fonte, e la storia continuò per giorni, quando un mattino non lo vidi fare ritorno. Ma la sera stessa, improvvisamente, uno dei miei figli fece la sua comparsa in lacrime sul ciglio del fosso.

'Padre' gridò 'cosa è accaduto?', e subito scese, slegò le corde e mi portò fuori.

Ancora incredulo gli chiesi: 'Ma chi ti ha portato qui, e come potevi sapere dove fossi?'.

'Un cane' disse mio figlio 'faceva visita a casa nostra ogni giorno, e noi gli davamo del pane che però non mangiava. Tante volte lo avevamo notato con te, ed eravamo colpiti dal vederlo solo, senza la tua compagnia. Afferrava il pane e lo teneva in bocca senza inghiottirlo, faceva ampi giri su se stesso, poi correva via come un forsennato. Meravigliato decisi di seguirlo, e così ti ho trovato'.

"Questa", concluse la guardia "è quindi la storia mia e del mio cane, e puoi capire come mi sia caro più di un figlio o di un parente".

Muhammad b. al-Husayn disse anche di aver visto i segni lasciati dalle corde sui polsi dell'autore del racconto, e di essersi reso conto di quanto quell'esperienza fu terribile.

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Pagina 81

Manoscritto dell'Escuriale
Il libro delle utilità degli animali
(Kitab manafi al-hayawan)



Descrizione del cane e delle sue razze
I cani si caratterizzano per il fatto di scovare le tracce, annusare il vento e seguire le impronte.

Hanno una buona indole, sono animali molto obbedienti al padrone, sempre vigili, e subire percosse non gli fa portare rancore.

Tra le loro peculiarità vi è quella di scovare qualunque tipo di selvaggina e annusare il vento per indicare il giusto luogo di caccia al portatore. Tra loro mangiano dividendosi il cibo l'un l'altro in modo equanime, senza mettere da parte nulla.

I cani mangiano per uccidere, non per saziarsi, perché un eccesso di cibo ne danneggia corpo e forze.


Descrizione delle sue utilità

Un dente di cane appeso al collo di chi è stato morso da un cane rabbioso è un ottimo rimedio contro il dolore del morso.

Se lo si lega al collo di un bambino a cui stanno uscendo i denti, ciò avverrà senza sofferenza. A chi soffre di itterizia stempera gli effetti della malattia, e, se lo porta un uomo, nessun cane gli abbaierà contro.

Se si appende a chi delira in sogno, questi si calma e smette di parlare sognando.

Bruciare denti di cane, mescolare le ceneri con vino e masticare la pasta che si ricava è una buona cura per il mal di denti. Le stesse ceneri, se si mescolano con olio di giglio e si gettano a gocce nell'orecchio che duole, calmano il dolore.

[...] Estrarre la milza da un cane vivo e mangiarla lenisce i dolori alla milza.

Il caglio dei succhi gastrici di un cucciolo di cane, somministrato a chi è stato morso da un cane rabbioso, è utile. Se si somministra sciolto nel vino, guarisce la colica.

Quando muore un cane e le sue cervella vengono spalmate sopra le scrofole, queste scompaiono, e il grasso di cane così applicato ha effetto identico.

Le ceneri delle ossa di una testa di cane senza pelle, bruciate e bevute con vino di avena, fanno bene all'itterizia.

Il sangue di cane allo stato liquido, mischiato con cumino e bevuto, serve a ritenere dell'orina. Mischiato con incenso e bevuto da una donna incinta proteggerà suo figlio contro tutti i mali, mentre una donna a cui si somministri latte di cagna con miele ne avrà facilitato il parto.

Il peritoneo di un cane, unto con olio di ligustro, è un'ottima cura contro il morso di cane.

Quando un uomo prende del latte da una cagna bianca alla sua prima figliata, lo mescola con zolfo giallo e miele, unge con ciò il proprio sesso e si unisce a una donna, essa non desidererà nei giorni seguenti altri che lui. Ungersi i capelli con uguale mistura di latte di cagna che non ha ancora partorito li fa cadere. Bere questa bevanda è utile anche contro i veleni mortali, e per espellere dal ventre un feto morto.

La zampa destra di cane, triturata e passata sulle ulcere umide dell'elefantiasi, o sopra qualsiasi infezione tra le dita di mani e piedi, ha un effetto benefico.

Se con il grasso dell'orecchio del cane si strofina lo stoppino di una lampada durante una riunione, i partecipanti si vedranno l'un l'altro con le teste di cane, e, se questo grasso si somministra a un uomo, egli non dormirà per sette giorni.

Se si prende della polvere dove ha orinato un cane di mercoledì e se ne fa una pallina da appendere al collo di chi ha la febbre, la temperatura scemerà rapidamente. Se queste palline si spalmano sopra le verruche, queste scompaiono, oppure, inghiottite da una donna che ha appena finito di avere le mestruazioni, impediscono che rimanga incinta.

L'escremento di cane spalmato all'esterno della gola è molto indicato per l'angina, mentre, insufflato in gola, fa cessare ugualmente l'infiammazione. Se questo stesso escremento, schiacciato e impastato con acqua di coriandolo tenero, viene sfregato sui tumori acuti, è di grande utilità. Bruciato e disciolto in olio di mirto e bile di capretto, e poi spalmato sulle calvizie, fa pure ricrescere i capelli.

L'escremento di cane fatto seccare al sole e mescolato con salsa di aceto rosso è utile come collirio contro il leucoma. Bevuto in polvere insieme all'uovo arrostito ha anche un buon effetto purgativo sullo stomaco.

L'escremento di un cane che ha appena consumato il pasto, bruciato e rimestato con tuorlo di uovo, bevuto nella quantità di un cucchiaio, cura dissenteria, colite e le ulcere dell'intestino. Se poi lo si somministra con latte cagliato di vacca, oppure lo si prende fresco e chiuso in uno straccio legato al collo di chi ha mal di denti, ne calma il dolore.

Bere escremento di cane con miele e acqua è ottimo per la sciatica, mentre, durante la fase ascendente di Orione, seccato e inghiottito con elettuario ha effetto astringente, ed è anche noto il suo effetto benefico sulle elefantiasi.

I pidocchi che si trovano nell'orecchio di cane, se si macerano in un liquore e si somministrano a una persona, la ubriacano all'istante. Se poi si strofina col sangue di questi pidocchi un punto dove siano caduti i capelli, lì non crescerà più un pelo.

Infine, appendere questi pidocchi [in un sacchetto] a chi ha piccole febbri periodiche fa bene.

Le pietre che il cane morde e getta via, triturate nel vino e inghiottite, fanno inoltre diventare chiunque forte di voce, valente nella lotta e litigioso.

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Pagina 137

Storia di Sidi Numan



Harun al-Rashid, Principe dei Credenti e Califfo di Baghdad, si reca una notte travestito da viandante in città guidato dal fedele Gia'far, suo visir, per testimoniare in incognito degli avvenimenti del suo regno. Si imbatte in una piazza in un mucchio di spettatori intenti a guardare un cavaliere in sella a una cavalla, insanguinata e stremata, che l'uomo tormenta a colpi di frusta e speroni. Chiedendo ai presenti le ragioni di quella scena, ad Harun al-Rashid viene detto che il cavaliere, un certo Sidi Numan, da giorni compare ogni sera alla stessa ora infliggendo all'animale quelle torture, senza però che nessuno sappia altro sul suo conto.

Harun al-Rashid incarica perciò Gia'far di avvicinare l'uomo e ordinargli di presentarsi l'indomani al Palazzo del Califfo, per essere interrogato al suo cospetto.

...e così si rivolse Sidi Numan al Principe dei Credenti:

Principe, non intrattengo Vostra Maestà per parlare dei miei natali, per nulla illustri e indegni del vostro interesse. Dirò solo che la mia famiglia mi aveva lasciato una dote sufficiente per vivere con onestà senza bisogno di procurarmi ulteriori ricchezze, né di rimettermi alla munificenza di nessuno. Unico desiderio di un uomo in queste condizioni è trovare una buona sposa a cui rivolgere il suo amore e le sue attenzioni, seppure voi ben sapete che, per la consuetudine delle nostre leggi, i matrimoni vanno conclusi senza poter vedere prima le donne da maritare.

Nel dubbio che avvolge ogni sposo fino al giorno delle nozze, vedendo mia moglie a viso scoperto mi compiacqui innanzitutto della sua bellezza, pari a quella che mi avevano prefigurato; e trascorsa che fu la prima notte, mia premura fu il mattino averla con me a pranzo, per farla da subito partecipe dei miei beni con un degno pasto.

Fu allora che ella, in tale circostanza, mostrò i primi segni di stranezza. Una volta seduta cominciò infatti a mangiare prendendo dal piatto di riso ogni singolo chicco, uno per volta, con una specie di minuscolo cucchiaio di quelli per nettare le orecchie, masticando con esasperante lentezza prima di servirsi del chicco successivo. Questo comportamento mi lasciò interdetto e mi preoccupai di sapere, con domande discrete, se per caso ella avesse appreso nella sua famiglia a mangiare il riso in questo strano modo, o pensasse forse di agire così per cautela nei confronti della nostra economia domestica, con evidente eccesso di parsimonia.

"Non c'è motivo" le ripetevo con cortesia "di tale preoccupazione, perché abbiamo di che sostentarci senza ristrettezze, e perciò voglio vederti mangiare adeguatamente, come sempre si è fatto in questa casa".

Tuttavia mia moglie, malgrado i miei modi gentili, continuò nel suo atteggiamento, anzi mangiando con delle pause ancora maggiori fra un chicco e l'altro, come per indispettirmi. Da parte mia mi ripetevo che forse non era stata mai abituata a mangiare in presenza di uomini, e che il suo fosse un misto di imbarazzo ed eccesso di educazione. La cosa però si ripeté a cena di quello stesso giorno e a ogni pasto dei successivi, a dispetto delle mie rimostranze. Finché le mie preoccupazioni si accrebbero, insieme a una certa stizza.

Una notte che in tale stato faticavo a prendere sonno, sentii mia moglie alzarsi con cautela dal letto e vestirsi senza fare rumore. La mia curiosità mi indusse a fingere di dormire; poi, quando la adocchiai uscire, mi alzai subito, infilai un mantello e la seguii nell'ombra. Passo dopo passo giunsi dietro di lei fino all'ingresso del cimitero; e quale fu il mio stupore quando la vidi entrare e, tranquillamente, sedere sopra una bara in compagnia di un ginn che le si era materializzato innanzi, nel silenzio di quel luogo spettrale.

Voi, maestà, certo sapete della natura di questi esseri che alloggiano nei cimiteri e della loro predilezione per assalire di notte gli ignari passanti. Li uccidono per cibarsi delle loro carni, o, in mancanza di questa opportunità, si nutrono di cadaveri di defunti che essi stessi dissotterrano. Rimasi quindi senza parole nel vedere mia moglie, in compagnia di questo ginn, scoperchiare la bara su cui sedevano e straziare avidamente le carni di un morto per mangiarle. Tra scherzi e lazzi consumarono quel pasto di tal fatta, resero le ossa che restavano del poveretto nella fossa, e se ne andarono con l'appetito soddisfatto.

Di corsa tornai a casa per primo, mi ficcai a letto e continuai a fingere di dormire, fin quando sentii tornare mia moglie e coricarmisi accanto. Il giorno dopo, trascorso un sonno leggerissimo, mi recai innanzitutto alla moschea per la preghiera dell'alba, poi di nuovo a casa, a pranzo. Non appena vidi mia moglie riprendere a mangiare il solito riso chicco per chicco, dissi:

"Moglie mia, siete stata già causa del mio stupore e della mia contrarietà, per il vostro modo di cibarvi con questo eccesso di parsimonia. Malgrado ciò non avete mutato il vostro atteggiamento. Le portate alla nostra tavola non sono mai diminuite, tutt'altro, e io finora ho esposto le mie rimostranze pacatamente, per non darvi dispiacere. Però adesso in tutta sincerità vorrei dirvi: i cibi e la carne che imbandiscono questa tavola, non sono forse meglio della carne di un morto?".

A quel punto, maestà, gli occhi di mia moglie cominciarono a fiammeggiare gettandomi nel panico, poiché di fronte avevo un essere di cui solo allora comprendevo la malvagità e l'odio nei miei confronti. Appena mia moglie, di cui non avevo ancora capito i poteri di maga, ascoltò quelle parole, prese infatti dell'acqua da una brocca e me la gettò addosso gridando: "Maledetto, preparati a pagare per la tua curiosità, e diventa cane!".

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