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| << | < | > | >> |Indice
11 Premessa
13 Introduzione. Autorità e potere nella
scuola
Parte prima Masse a tre anni
29 1. L'asilo autogestito di Porta Ticinese a
Milano
37 L'avvio dell'esperienza
(Giuseppe Leonelli)
44 Alcune osservazioni (Elvio Fachinelli)
5I Rapporti tra assistenti e bambini:
evoluzione dell'atteggiamento
antiautoritario (Nando Ballot)
53 Rapporti tra assistenti e bambini:
evoluzione di un atteggiamento
specialistico (Mara Manfredi)
56 2. Intervento di un gruppo di maestre
d'asilo di Milano
Parte seconda Ma è scuola questa?
67 1. Due anni di scuola non autoritaria in
una media inferiore (Lea Melandri)
80 2. Voto, bocciatura, potere (Sandro Ricci)
96 3. Un'esperienza politica attraverso la
scuola (Giuseppe Sartori)
Parte terza Fine del ragazzo scolastico
129 1. Conversazione sul valore dei voti
135 2. Perché non tutti parlano in classe
139 3. Processo al metodo antiautoritario
145 4. Inchieste sugli immigrati, i contadini,
il lavoro femminile nelle fabbriche, il
25 aprile
158 5. A che serve la poesia?
163 6. Scritture collettive
168 7. L'Europa unita
Parte quarta Contro l'esclusione
175 1. Le classi differenziali e i centri
d'orientamento (Almachiara Dusi)
180 2. Un caso
184 3. Motivazioni di bocciatura (Testi
riportati alla lettera)
186 4. Considerazioni sulla Scuola Materna
Speciale (Alessandra Ginzburg)
190 5. Scuola speciale di Gaida (Reggio Emilia)
(Adelmo Sichel)
195 6. Operai a scuola
Parte quinta Accomodarsi sull'attenti
203 1. Incontro con la «Signorina» Preside
205 2. Risposte di alunni e insegnanti in
situazione non autoritaria (Luisa Muraro
Vaiani, Marisa Lupo, Giancarlo Majorino)
223 3. I burocrati in azione (Giovanna
Corradini e Misa Gelmetti Banfi)
239 4. L'occhiata e la pernacchia
Parte sesta Avvio di una discussione
253 1. Ragioni e prospettive dei rapporti non
autoritari (Pucci Ferruta)
267 2. Interventi (Marie-Claire Boons, Alberto
Pozzolini, Luisa Muraro Vaiani, Sandro
Ricci, Denis Diderot)
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| << | < | > | >> |Pagina 13Introduzione
Autorità e potere nella scuola
1. Mangiare quando si ha voglia, sedersi su un tavolo, parlare in dialetto, avere le ginocchia sporche o indossare una camicetta trasparente, giocare a carte o commerciare fumetti, sono tra quelle cose ritenute dal senso comune incompatibili con la scuola e la sua funzione educatíva. Quello che esiga positivamente tale funzione, non è ben chiaro, quanto l'idea che, passati i cancelli, il comportamento di tutti deve essere «diverso», conforme a una rappresentazione vuota, ma rigida, del dovere, del rispetto... di che cosa, di chi? Questa idea, che nella scuola valgono delle cose che fuori non valgono, non si applica solo in senso repressivo: la notizia di un'insegnante che aveva chiamato a scuola i carabinieri e fatto arrestare un alunno dal quale era stata insultata, provocò costernazione e disagio tra la gente e un intervento del ministro della pubblica istruzione, che consentí al ragazzo di tornare a scuola; quasi un gesto di riparazione della scuola che aveva mancato. Secondo il senso comune, infatti, la scuola è il luogo distinto e originale del rapporto educativo e della trasmissione del sapere, dove un insulto non è valutabile in termini di codice penale. Non ci si accorge per lo piú del fatto che per il buon funzionamento della scuola, dall'asilo all'università, i carabinieri possono essere necessari quanto i cancelli, i registri, i regolamenti... In quel caso, poi, l'imbarazzo era accresciuto da ciò, che non si trattava d'un insulto di contestatore. Facendo intervenire i carabinieri, l'insegnante implicitamente denunciava l'esistenza d'una crisi a un livello cui non possono arrivare le riforme, e compiva un gesto eversivo, come dichiarare irrilevante il recinto che separa la scuola da fuori. Il significato della separatezza della scuola - come riflesso della distinzione che conferisce il sapere a una minoranza e, nella scuola dell'obbligo, della elevazione di tutti per iniziativa dei pochi che sanno - si è di molto indebolito nel momento in cui la scolarità è diventata un fatto di massa (il che non vuol dire che siano venute a mancare le ragioni del potere per mantenere separata la scuola). La scuola è luogo separato perché formalmente non ha rapporto con la produzione e perché vi si entra solo facendo valere un titolo e una competenza: insegnante, alunno, genitore... Per effetto della scolarità di massa, che non è puro fatto di numeri, qualcosa non funziona piú, non solo a livello di edilizia, di personale, di attrezzature; qualcosa che colpisce proprio il rapporto educativo e la trasmissione del sapere. Si tratta della figura stessa dell'autorità, che dentro la scuola non arriva piú a istituirsi positivamente, per cui non rimane, nella scuola come nella società, che far valere dei rapporti di potere, gestiti burocraticamente da larve d'autorità. È quello che si dice autoritarismo. L'autorità, precedentemente riconosciuta come rapporto di dipendenza funzionale rispetto a un fine accettato, svuotandosi appare e tende ad essere puro rapporto di forza. Diventa esplicito ciò che prima era implicato in una struttura complessa. Questo autoritarismo è riconoscibile nel ritorno d'importanza del voto di condotta, nel ricorso a misure disciplinari, nell'incremento delle classi e scuole speciali e differenziali; ma anche nel modo stereotipato e passivo di comunicare il cosiddetto sapere (la cui prevalente funzione utilitaristica: per il posto, per la carriera, per la media, per la borsa di studio, nessuno prova piú a negare), sapere dal quale quelli stessi che lo trasmettono sono ormai separati. Ma non è necessario individuare dei fatti nuovi per dichiarare la crisi dell'autorità e la sua corruzione in autoritarismo; sono gli stessi fatti di prima, le stesse categorie e gerarchie, la prassi burocratica di sempre, la didattica immutata, che hanno perso il significato che spettava loro nella scuola di élite. I rimedi apportati a questo stravolgimento sono, e appaiono, dei surrogati.
Riunioni scuola-famiglia, comitati e associazioni di
genitori, riunioni presso i centri d'orientamento, corsi di
aggiornamento ecc. sono cose noiosissime e per alcuni anche
astruse e complicate. È la noia di muoversi nell'irrealtà.
Nessuno ci crede, qualcuno ci sta perché è la necessaria
finzione per l'esercizio del proprio potere.
Quelli che dal potere sono esclusi non hanno proprio nessuna
difesa dalla noia e appena si accorgono che la richiesta di
partecipazione è lo sfogo offerto alla loro impotenza,
girano al largo.
2.
Nel suo primo apparire, nel corso delle lotte
studentesche dell'inverno '67-68, la parola d'ordine
dell'antiautoritarismo aveva di mira il rapporto tra
studenti e autorità scolastica: come nella fabbrica bisogna
combattere lo sfruttamento, cosí nella scuola
l'autoritarismo. Da quella parola d'ordine veniva l'altra:
potere studentesco, che venne però presto abbandonata; non
si tratta, obiettarono alcuni, di contendere il potere
all'autorità accademica, ma semmai di eliminare il potere
nelle relazioni all'interno dell'università e di esigere una
elaborazione e trasmissione del sapere non autoritaria. Non
persuade nemmeno, aggiunsero, il parallelo tra scuola e
fabbrica, il rapporto deve essere un altro, meno
semplicistico. Il discorso dell'antiautoritarismo venne
cosí accantonato.
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