Autore Pierluigi Allotti
Titolo La libertà di stampa
SottotitoloDal XVI secolo a oggi
Edizioneil Mulino, Bologna, 2020, Universale paperbacks 775 , pag. 246, cop.fle., dim. 12,5x20,5x1,4 cm , Isbn 978-88-15-28657-4
LettoreRiccardo Terzi, 2021
Classe media , storia sociale












 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


      Introduzione                        7

I.    Papi e monarchi censori            15

II.   Londra 1695                        23

III.  Parigi 1789                        39

IV.   Filadelfia 1798                    55

V.    Tra restaurazione e rivoluzione    67

VI.   La libertà in America              77

VII.  Il Quarantotto                     85

VIII. Il trionfo                         99

IX.   L'eclissi                         115

X.    La libertà totalitaria            129

XI.   La crociata americana             143

XII.  Comunisti e anticomunisti         157

XIII. Il Sessantotto                    175

XIV.  La libertà d'antenna              193

XV.   I nemici di oggi                  211


      Conclusioni                       231

      Indice dei nomi                   239


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

INTRODUZIONE



                        La libertà di stampa è tutto: è inutile parlare di
                        libertà di coscienza, di libertà di riunione, di
                        guarentigie costituzionali, di istituzioni parlamentari,
                        di indipendenza della magistratura, di purezza
                        dell'amministrazione pubblica, se non si mette a base di
                        tutto ciò la libertà di stampa, cioè la libertà di
                        pensare, di scrivere, di controllare, di criticare, di
                        correggere, di consigliare e, occorrendo, di denunciare.

                                                                     Mario Borsa


                        I nemici (non dico gli avversari) della libertà di
                        stampa sono anzitutto gli uomini che hanno qualche cosa
                        da nascondere nella loro vita; poi sono quelli che
                        desiderano di non far conoscere al pubblico le loro
                        azioni e le loro manovre, gli ipocriti, gli
                        amministratori incapaci, gli autori fischiati, gli
                        intriganti e i servitori di tutte le specie.

                                                                   Chateaubriand



1. Nei primissimi giorni del 1925, mentre Benito Mussolini, duce del fascismo, instaurava in Italia una dittatura totalitaria, la tipografia milanese dei fratelli Magnani stampava per conto dell'editore Corbaccio 2.200 copie di un piccolo libro intitolato La libertà di stampa. Lo aveva scritto un giornalista liberaldemocratico di 55 anni, Mario Borsa , il quale, come spiegava nelle prime pagine, non intendeva «fare una disquisizione sulla libertà di stampa» ripetendo «cose ovvie, intuitive ed anche inutili», bensì rievocare «le principali peripezie attraverso cui è passata ed è stata conquistata la libertà di stampa» nei principali paesi occidentali - Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Germania -, allo scopo di «dimostrare la fallacia e la vanità delle misure restrittive» imposte da Mussolini dopo la sua ascesa al potere nell'ottobre del 1922.

[...]

2. A quasi un secolo dalla pubblicazione del volumetto di Borsa, il problema della libertà di stampa è tutt'oggi fondamentale, proprio come lo era nel 1925 e nel 1943.

Nel dicembre 2018, il prestigioso settimanale americano «Time» ha nominato «persona dell'anno» i «Guardiani», i giornalisti custodi della verità «che rischiano tutto per raccontare la storia del nostro tempo». Ai «Guardiani» il settimanale ha dedicato quattro copertine diverse: una al cinquantanovenne giornalista saudita Jamal Khashoggi, assassinato il 2 ottobre 2018 all'interno del consolato saudita di Istanbul (il suo corpo fu smembrato e non è mai stato rinvenuto); una ai cinque giornalisti della «Capital Gazette» di Annapolis, in Maryland, uccisi il 28 giugno 2018 da un uomo armato durante un assalto in redazione; una a Wa Lane e Kyaw Soe Oo, giornalisti dell'agenzia di stampa Reuters arrestati e condannati in Myanmar (sono stati liberati poi nel maggio 2019); una alla giornalista filippina Maria Ressa, perseguitata dal presidente del suo paese, Rodrigo Duterte (2016-).

[...]

3. In questo libro, ispirato al volumetto di Borsa, affronteremo in chiave storica la questione della libertà di stampa - e in senso lato della libertà di espressione - dalla prima età moderna fino ai giorni nostri. Ne esamineremo l'evoluzione, dando voce a filosofi, giuristi, giornalisti e politici che nel corso degli ultimi cinque secoli se ne sono interessati.

Nell'Europa del Cinquecento papi e monarchi assoluti istituirono articolati sistemi di censura per controllare la produzione libraria e la circolazione delle notizie. L'idea di libertà di stampa si affermò nell'Inghilterra del Seicento come corollario alla libertà di coscienza, nell'ambito delle coeve guerre di religione. Nel 1644, in piena Rivoluzione puritana, il poeta inglese John Milton pubblicò l' Areopagitica, un pamphlet divenuto celebre nel quale l'autore chiedeva al Parlamento di Londra l'abolizione della censura preventiva.

La censura preventiva in Inghilterra rimase in vigore fino al 1695. Anche dopo, tuttavia, scrittori e giornalisti avrebbero continuato a essere soggetti a una severissima legge sulla diffamazione. Inoltre, nel 1712, venne introdotta una tassa di bollo sui giornali che sarà soppressa solamente intorno alla metà dell'Ottocento.

In Francia la libertà di stampa fu proclamata nell'agosto del 1789, dopo lo scoppio della rivoluzione e la presa della Bastiglia, dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. La quale stabilì anche che una legge ne avrebbe represso gli abusi, fissandone i limiti.

Per i rivoluzionari francesi la libertà di stampa non poteva essere infatti illimitata. Come affermerà un giurista francese del diciannovesimo secolo, «la libertà illimitata della parola e della stampa, cioè la facoltà di tutto dire e tutto pubblicare, senza essere esposto né ad una repressione, né ad una responsabilità qualunque, è non un'utopia, ma un assurdo, che non può esistere nella legislazione di alcun popolo civile». A Parigi si aprì così, nell'estate del 1789, un dibattito sui limiti di quella libertà, mai chiuso.

Negli Stati Uniti la libertà di stampa e di parola fu riconosciuta nel 1791, in una forma quasi assoluta, dal Primo emendamento della Costituzione, la cui effettiva portata sarà definita dalla Corte suprema americana in una serie di sentenze a partire dal 1919.

In Italia fu lo Statuto albertino, concesso nel 1848 in Piemonte dal re Carlo Alberto di Savoia, ed esteso poi a tutto il paese dopo l'Unificazione nel marzo 1861, a introdurre la libertà di stampa, disciplinata da una legge ad hoc (l'Editto albertino).

Lo scoppio della Grande Guerra, nel 1914, segnerà una battuta d'arresto nel plurisecolare cammino della libertà di stampa. I paesi coinvolti nel conflitto ripristinarono la censura e fecero un uso sistematico e scientifico della propaganda bellica. Nel dopoguerra, con l'avvento di inediti regimi totalitari in Russia, Italia e Germania, si affermò una nuova concezione della libertà di stampa, antitetica a quella liberale radicatasi negli Stati democratici. La Costituzione sovietica del 1936 riconosceva la libertà di stampa ai cittadini dell'URSS, per l'esercizio della quale venivano messi «a disposizione dei lavoratori e delle loro organizzazioni le tipografie, le scorte di carta, gli edifici sociali, le strade, i mezzi di comunicazione» (articolo 125). Secondo i comunisti la stampa sovietica era veramente libera poiché unicamente al servizio del popolo e non di gruppi capitalistici privati. Anche i fascisti consideravano la propria stampa la più libera del mondo perché al servizio dello Stato e della nazione, da loro identificati con il fascismo. L'Italia fascista e la Germania nazista diedero vita nel 1939 a un'associazione internazionale della stampa aperta a tutti i giornalisti dei paesi che si ispiravano ai principi dell'Asse, con lo scopo di creare un nuovo sistema giornalistico opposto a quello democratico. Gli Stati Uniti, a loro volta, durante la Seconda guerra mondiale condussero una crociata per esportare la libertà di stampa nel mondo. Nel dicembre 1948 le Nazioni Unite avrebbero poi adottato la Dichiarazione universale dei diritti umani, che all'articolo 19 afferma: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere». Tuttavia, come si vedrà, ancora oggi sono molti i paesi nei quali questi diritti fondamentali sono negati e i giornalisti perseguitati.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 163

In Italia, dove il 3 gennaio 1954 erano iniziate le trasmissioni televisive dell'emittente monopolista di Stato (la RAI), ai primi di maggio di quell'anno il governo presieduto dal democristiano Mario Scelba vietò ai giornalisti comunisti l'accesso ai ministeri, a causa di un commento sgradito al presidente del Consiglio apparso sull'«Unità».

Alla metà di aprile era stato invece condannato a un anno di reclusione il popolare giornalista e scrittore Giovanni Guareschi , direttore di «Candido», settimanale della destra monarchica e filofascista, per diffamazione a mezzo stampa nei confronti dell'ex presidente del Consiglio e segretario della Democrazia cristiana De Gasperi. De Gasperi aveva querelato Guareschi poiché questi, nel numero di «Candido» del precedente 25 gennaio, gli aveva attribuito la paternità di una lettera datata 19 gennaio 1944 nella quale si sollecitavano gli angloamericani a bombardare Roma per scuotere l'opinione pubblica italiana e accelerare i tempi della disfatta fascista. Il documento - un chiaro apocrifo, secondo De Gasperi - era accompagnato da un articolo ritenuto «aggressivo e lesivo per la onorabilità» di un uomo di Stato come il segretario democristiano.

Insieme al disegnatore Carlo Manzoni, Guareschi era stato già condannato nel 1951 a otto mesi di carcere con la sospensiva per una vignetta giudicata oltraggiosa verso il presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Il processo per diffamazione nei confronti di De Gasperi si svolse presso il Tribunale di Milano. Contro la condanna il direttore di «Candido» non si appellò ritenendola motivata politicamente, e così il 26 maggio 1954, accompagnato dalla moglie, si presentò al carcere di Parma per scontare la sua pena.


5. Alla fine del 1955 furono querelati per diffamazione, dalla Società generale immobiliare, il direttore del settimanale «L'Espresso», Arrigo Benedetti, e il suo giornalista Manlio Cancogni, per una inchiesta sulla speculazione edilizia a Roma. Benedetti e Cancogni furono assolti in primo grado, ma il 23 dicembre 1957, in secondo grado, furono condannati a otto mesi di reclusione e 70 mila lire di multa.

Contro la condanna si mobilitò «Il Mondo», settimanale laico liberale diretto da Mario Pannunzio, coetaneo e amico fraterno di Benedetti (erano entrambi nati a Lucca nel 1910 e avevano condiviso importanti esperienze giornalistiche). «Il Mondo» lanciò un appello per la libertà di stampa, firmato da numerosi intellettuali, e nel febbraio 1958 fu organizzato al Teatro Eliseo di Roma un convegno sul tema Stampa in allarme, al quale partecipò come relatore Ernesto Rossi , firma del settimanale di Pannunzio.

Nato nel 1897, Rossi aveva combattuto nella Grande Guerra come volontario. Dopo il conflitto collaborò al «Popolo d'Italia», simpatizzando con il primo fascismo. Allievo di Salvemini e studioso di temi economici, divenne dopo la marcia su Roma un tenace oppositore del regime. Nel 1925 a Firenze, dove viveva, fu tra gli animatori del «Non mollare», primo giornale stampato in clandestinità nell'Italia fascista. Arrestato nel 1930 - come già si è ricordato - trascorse nove anni in carcere. Fu poi mandato al confino sull'isola di Ventotene dove, nel 1941, redasse con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni , suoi compagni di prigionia, un manifesto Per un'Europa libera e imita (il Manifesto di Ventotene). Tornato libero dopo il 25 luglio 1943, collaborò prima al quotidiano «L'Italia Socialista» e dal 1948, per due anni, al «Corriere della Sera». Negli anni Cinquanta, dalle pagine del «Mondo», condusse una battaglia contro i grandi monopoli industriali con lo stesso vigore con cui si era opposto al fascismo.

Al Teatro Eliseo, Rossi svolse una relazione intitolata Presupposti economici di una stampa libera, nella quale sosteneva che la libertà di stampa poteva diventare anche nei paesi democratici

una semplice lustra se il potere economico si concentra nelle mani di pochi, che si mettono facilmente d'accordo tra loro, e se la spesa per lanciare un nuovo giornale è tanto elevata che, fuori dei plutocrati, nessuno può sperare di arrivare ad avere un proprio giornale o di trovarne uno sul quale pubblicare quello che pensa.

Pertanto, a suo parere, l'unica vera garanzia della libertà di stampa stava nella molteplicità delle imprese giornalistiche e nella loro indipendenza. Ma

quando diciamo che i giornali devono essere indipendenti - precisava Rossi - non intendiamo dire che non debbano essere al servizio di alcun particolare gruppo politico, economico o religioso. [...] Quando diciamo che la libertà di stampa può essere garantita solo dalla presenza di molti giornali indipendenti, intendiamo solo affermare che questi giornali non devono appartenere allo stesso gruppo: solo se sono indipendenti gli uni dagli altri, infatti, essi consentono ai consumatori una effettiva scelta tra parecchie mercanzie (e non soltanto tra diverse etichette della stessa mercanzia), di modo che il veleno emesso da un giornale può essere combattuto dal contravveleno degli altri.

Secondo Rossi, in Italia la libertà di stampa non era minacciata dalla concentrazione in poche mani della proprietà dei giornali. I giornali, osservava, erano infatti ancora proprietà di molte persone; tuttavia, ad eccezione dei giornali dei partiti di opposizione (il comunista e il socialista), se non erano al servizio dei «grandi baroni dell'industria» lo erano della Democrazia cristiana:

[Q]uasi tutti i nostri giornali hanno oggi lo stesso odore; o, meglio, lo stesso cattivo odore; quasi tutti portano i medesimi mascheramenti, le medesime alterazioni o soppressioni delle notizie; dimostrano il medesimo conformismo riguardo al regime economico e sociale; presentano la libertà di corsa dei pirati come libertà dell'iniziativa privata; combattono lo Stato come il nemico comune.

Per cambiare quello stato di cose Rossi indicava quattro obiettivi: 1) «rendere più facile la moltiplicazione delle imprese giornalistiche indipendenti tra loro»; 2) «rendere più facile il riconoscimento dei finanziatori dei giornali»; 3) «rendere più facile la vita dei giornali onesti che con le loro pubblicazioni contribuiscono all'educazione politica dei cittadini»; 4) «rendere più facile l'accertamento, da parte dei lettori, della verità delle notizie pubblicate sui giornali».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 169

In Italia, momento significativo nella vita democratica della giovane Repubblica fu la sera di venerdì 14 ottobre 1960, quando il segretario del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti , tenne per la prima volta un comizio elettorale in TV.

Nel luglio precedente, mentre il paese era scosso dalle manifestazioni contro la decisione del governo (presieduto dal democristiano Fernando Tambroni) di autorizzare il neofascista Movimento sociale italiano a svolgere il suo congresso a Genova, città decorata con la medaglia d'oro per la Resistenza, la Corte costituzionale aveva confermato la legittimità del monopolio radio-televisivo della RAI, stabilendo però che l'emittente pubblica avrebbe dovuto garantire a tutti i cittadini il diritto di accesso al nuovo mezzo e assicurare l'obiettività dell'informazione. In vista delle elezioni amministrative del successivo novembre, la DC prese quindi l'iniziativa di chiedere alla RAI di istituire una Tribuna elettorale, per dare voce in prima serata ai leader di tutti i partiti. «Così», ricorderà il democristiano Ettore Bernabei, direttore generale della TV di Stato dal 1961 al 1974, «per la prima volta nel mondo, le opposizioni rappresentate nel Parlamento italiano, poterono esprimere in TV le loro idee e le loro valutazioni, negli stessi modi e con gli stessi tempi concessi ai gruppi di maggioranza». «E i telespettatori, abituati a telegiornali ancora bloccati sull'ufficialità governativa e dunque sulla maggioranza», rammenterà a sua volta il giornalista Emilio Rossi, in RAI dal 1956, «cominciarono a familiarizzarsi con personaggi dell'opposizione come Togliatti, Nenni, Covelli, Michelini, soprattutto si abituarono, sia pure a piccole dosi, a sentire anche televisivamente l'altra campana, in legittimi scontri di opinione, in dialettiche dissonanze».

La sera del 14 ottobre 1960 il leader del PCI, «compassato e imperturbabile», illustrò le sue posizioni premettendo che era appunto la prima volta che un partito dell'opposizione, sostenuto da «sette milioni circa di elettori», poteva servirsi di quel «mezzo di contatto con la cittadinanza. E si tratta di un mezzo pubblico, organizzato dallo Stato, con i denari dello Stato, cioè con i denari comuni di tutti noi», osservò.

Alla radio - aggiunse poi Togliatti - i commenti politici sono di tutti i giorni, ma è dal '47-'48 che non ci avviciniamo più a quei microfoni né noi né gli altri oppositori del regime DC e se oggi vi è un mutamento o meglio un tentativo di mutamento di questa situazione intollerabile è perché nei mesi di giugno e di luglio vi è stato in Italia un grande movimento antifascista e democratico che ha imposto al partito dominante un certo limite, in questo campo, alla sua prepotenza.

L'indomani, replicando alle parole del leader comunista, «Il Popolo» - organo della DC - scrisse che la sera prima era andata in onda la «vittoria della libertà»:

Milioni di italiani, assistendo ieri sera alla Tribuna elettorale della televisione, hanno potuto capire meglio ed apprezzare di più i valori della libertà e della democrazia. Parlava il segretario del PCI, che costituisce in Italia il più grosso partito di opposizione e rappresenta quel movimento politico che in tutti i paesi dove ha conquistato il potere - sempre con la forza del colpo di Stato o della guerra civile, mai attraverso i suffragi di una libera maggioranza - lo esercita in maniera assoluta. Malgrado le parole tentatrici, che il comunismo usa dove non è al potere per carpire la buona fede degli scontenti e degli sprovveduti, l'incontro vivo e palpitante sugli schermi della televisione italiana del comunismo dittatoriale e della libera democrazia si è risolto con una vittoria per la democrazia. [...]

Togliatti non è riuscito a nascondere il disagio di usare uno strumento di propaganda democraticamente concesso a lui, oppositore, alle stesse condizioni alle quali viene concesso a coloro che rappresentano la maggioranza. Ha cercato perciò un alibi polemico; ma quando gli è stato chiesto, proprio dal rappresentante del nostro giornale, di citare un paese retto a regime comunista dove sia permesso agli oppositori interni di parlare alla televisione contro il governo e la maggioranza non ha saputo rispondere e ha citato in maniera addirittura ridicola, come pretesa liberalità della televisione russa, l'aver fatto apparire sui teleschermi il vicepresidente americano Nixon.

«La verità», concludeva il quotidiano democristiano,

è che nei regimi comunisti gli oppositori interni non solo sono esclusi da tutte le libertà politiche e dal libero uso dei mezzi propagandistici di stampa e televisivi, ma finiscono all'altro mondo o in prigione e, nel migliore dei casi, come è successo agli «antipartito» liquidati dal signor Krusciov, a dirigere qualche centrale elettrica a tremila chilometri dalla capitale. Ma queste verità Togliatti non le può dire.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 187

8. La sera del 16 settembre 1970 a Palermo fu sequestrato da persone rimaste ignote Mauro De Mauro, quarantanovenne giornalista dell'«Ora», piccolo quotidiano cittadino vicino alla sinistra comunista, in prima linea contro la mafia. Il 18 settembre «l'Unità» riportò la notizia «inquietante» della sparizione del cronista, «autore come inviato speciale di numerosi servizi e coraggiose inchieste sulle organizzazioni mafiose», già minacciato in passato. «Alle 8 di questa mattina [17 settembre]», riferiva l'organo del PCI, «avvertiti dai familiari di De Mauro che avevano passato tutta la notte in una attesa sempre più angosciosa, carabinieri e polizia hanno iniziato una vasta ricerca dello scomparso», il quale, tuttavia, non verrà mai ritrovato.

Il 19 ottobre 1958 «L'Ora» di Palermo aveva già subito un attentato dinamitardo. Un «grave atto intimidatorio compiuto per fermare un'inchiesta con clamorose rivelazioni sulla delinquenza e i suoi legami con la DC», come scrisse l'indomani «l'Unità». Il 5 maggio 1960 un giornalista siciliano, il venticinquenne Cosimo Cristina, di Termini Imerese, già firma dell'«Ora» e direttore del periodico «Prospettive siciliane», fu ritrovato morto lungo i binari ferroviari di una tratta locale. Fu detto che Cristina si era suicidato gettandosi sotto un treno, ma verosimilmente si trattò di un delitto di mafia. La sera del 27 ottobre 1972, a Ragusa, Giovanni Spampinato, corrispondente dell'«Ora» e collaboratore dell'«Unità», fu assassinato con «feroce premeditazione» da un uomo implicato in un delitto avvenuto otto mesi prima, sul quale il giornalista stava tentando di fare luce. Il 6 novembre Spampinato avrebbe compiuto 26 anni. Ai suoi funerali, la mattina del 29 ottobre, partecipò «una folla immensa, commossa e indignata». «Non è stata, quella di stamane, una semplice manifestazione di solidarietà con la vittima e con quanti, per la sua perdita, sono stati così duramente e gravemente colpiti», commentò «l'Unità». « stato un atto d'accusa. stata, in particolare, la espressione di un impegno a far luce sulla fitta trama di intrighi di potere che fa da sfondo all'infame esecuzione».

In Italia nella seconda metà degli anni Settanta, durante i cosiddetti «anni di piombo», giornali e giornalisti furono colpiti anche dal terrorismo brigatista. Nel giugno 1977 le Brigate rosse gambizzarono il vice direttore del «Secolo XIX» di Genova Vittorio Bruno, il popolare giornalista Indro Montanelli , fondatore e direttore del «Giornale», e il direttore del TG1 Emilio Rossi. Il 16 novembre 1977, a Torino, tesero un agguato al sessantunenne vicedirettore della «Stampa», Carlo Casalegno, propugnatore della massima fermezza da parte dello Stato verso gli estremisti di qualsiasi colore. Ferito gravemente, Casalegno morirà il 29 novembre all'ospedale delle Molinette, «vittima d'una cieca violenza politica» come scrisse il suo giornale.

[...]

Il 26 gennaio 1979, a Palermo, la mafia uccise il giornalista Mario Francese, 54 anni, cronista giudiziario del «Giornale di Sicilia». Il 20 marzo, a Roma, fu assassinato Mino Pecorelli, 50 anni, spregiudicato giornalista (direttore dell'agenzia e poi dell'omonima rivista «OP»), in un delitto ancora oggi insoluto. E il 28 maggio 1980, a Milano, i terroristi rossi uccisero il trentatreenne Walter Tobagi, firma del «Corriere della Sera» e presidente dell'Associazione lombarda dei giornalisti, colpito per le sue inchieste sul fenomeno brigatista.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 206

5. Il 18 aprile 2002 Silvio Berlusconi - tornato nel 2001 a capo di un governo di centrodestra - sferrò un nuovo attacco alla RAI. Da Sofia, in Bulgaria, dove si trovava in visita, il presidente del Consiglio parlò durante una conferenza stampa di «occupazione militare» della TV pubblica da parte della sinistra, e accusò due giornalisti e un comico - Enzo Biagi , Michele Santoro e Daniele Luttazzi , volti dell'emittente di Stato - di «uso criminoso» della RAI con i loro programmi a suo giudizio manifestamente di parte e avversi a lui.

In RAI erano stati appena rinnovati i vertici aziendali e i direttori di rete e di testata con uomini vicini al centrodestra (e Biagi, in una intervista a «Repubblica», aveva commentato le nomine utilizzando il termine «regime», perché - disse - «quando una sola persona ha praticamente sei televisioni, tre di proprietà privata e tre di servizio, quale spazio rimane agli altri?»). La dichiarazione di Berlusconi apparve quindi come una esplicita richiesta di epurazione dal video dei tre summenzionati. «La TV pubblica», disse il capo del governo, «ha subito in questi giorni un cambiamento nei responsabili delle reti e dei giornali, e quindi finalmente tornerà a essere TV pubblica, cioè di tutti, oggettiva, non partitica, non faziosa come invece è stata in Italia con l'occupazione militare della sinistra». Poi, fingendo di non ricordare bene i nomi di Biagi, Santoro e Luttazzi - i programmi dei quali sarebbero effettivamente cessati dopo quell'«editto bulgaro», come fu definito - aggiunse: «L'uso che i Biagi, i... come si chiama quello, Santoro, e l'altro lì, sì Luttazzi, hanno fatto della TV pubblica, pagata coi soldi di tutti, è stato criminoso», motivo per il quale era «preciso dovere di questa nuova dirigenza [...] non permettere più che ciò avvenga».

[...]

I tre interessati replicarono a Berlusconi. Luttazzi concisamente disse che poiché la RAI veniva pagata «con i soldi di tutti» non era «democratico» che trasmettesse «solo quello che vuole Berlusconi». «Berlusconi», dichiarò Santoro, «è un vigliacco perché abusa dei suoi poteri per attaccare persone più deboli di lui, alle quali non concede diritto di difesa». E Biagi la sera del 18 aprile, lo stesso giorno dell'«editto», durante il suo programma ( Il Fatto, in onda su Rai1 dopo il telegiornale delle 20) commentò più estesamente:

Da Sofia il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non trova di meglio che segnalare tre biechi individui, in ordine alfabetico: Biagi, Luttazzi, Santoro che, cito tra virgolette: «Hanno fatto un uso della televisione pubblica - pagata con i soldi di tutti - criminoso. Credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza RAI di non permettere più che questo avvenga». Chiuse le virgolette. Quale sarebbe il reato? Stupro, assassinio, rapina, furto, incitamento alla delinquenza, falso e diffamazione? Denunci. Poi il presidente Berlusconi, siccome non prevede nei tre biechi personaggi pentimento o redenzione - pur non avendo niente di personale, dice - lascerebbe intendere, se intrepretiamo bene, che dovrebbero togliere il disturbo. Signor presidente Berlusconi dia disposizione di procedere, perché la mia età e il senso di rispetto che ho per me stesso, mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri. Sono ancora convinto che in questa nostra Repubblica ci sia spazio per la libertà di stampa. E ci sia perfino in questa azienda che, essendo proprio di tutti, come lei dice, vorrà sentire tutte le opinioni. Perché questo, signor presidente, è il principio della democrazia. Sta scritto, dia un'occhiata, nella Costituzione. [...] Lavoro qui dal 1961 e sono affezionato a questa azienda. Ed è la prima volta che un presidente del Consiglio decide il palinsesto, cioè i programmi, e chiede che due giornalisti, Biagi e Santoro, dovrebbero entrare nella categoria dei disoccupati. L'idea poi di cacciare il comico Luttazzi è più da impresario, quale del resto lei è, che da statista. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l'ultima puntata de Il Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 211

CAPITOLO QUINDICESIMO
I NEMICI DI OGGI



1. La mattina di mercoledì 7 gennaio 2015 a Parigi, intorno alle 11:30, due terroristi islamici armati di un kalashnikov e di un fucile a pompa si introdussero nella redazione del settimanale satirico «Charlie Hebdo» al numero 10 di rue Nicolas-Appert, nel quartiere della Bastiglia, compiendo una strage. I terroristi, vestiti di nero e con il volto coperto, uccisero dodici persone: otto giornalisti (tra cui il direttore Stéphane Charbonnier e il popolare disegnatore Georges Wolinski), un uomo delle pulizie, un ospite e due poliziotti. Fuggendo dopo il massacro gli attentatori gridarono: «Abbiamo ucciso Charlie Hebdo! Abbiamo vendicato il profeta Maometto!». Ai loro occhi, infatti, il settimanale era colpevole di aver dileggiato il profeta dell'Islam raffigurandolo in vignette satiriche: cosa vietata ai musulmani e dunque per essi blasfema (secondo la tradizione islamica fu lo stesso Maometto a proibire la raffigurazione in immagini di Dio e della sua persona, e più in generale di tutti gli esseri animati, per impedire ogni forma di idolatria).

Nel 1989, l'ayatollah Ruhollah Khomeini, guida spirituale dell'Iran, aveva già condannato a morte con una fatwa (una sentenza religiosa) lo scrittore angloindiano Salman Rushdie in quanto autore di un libro, i Versetti satanici, giudicato dall'ayatollah contrario all'Islam, al Profeta e al Corano. Con Rushdie, da allora costretto a vivere scortato e in clandestinità, erano state condannate anche tutte le persone coinvolte nella pubblicazione di quel testo.

[...]

Salman Rushdie, lo scrittore angloindiano vittima della fatwa di Khomeini, condannò la strage rimarcando come l'espressione «rispetto per la religione» avesse ormai assunto il significato di «paura della religione». Ma «la religione», ammoniva Rushdie, «come tutte le altre idee merita critiche, satira, e sì, anche la nostra impavida mancanza di rispetto».

Tzvetan Todorov , filosofo bulgaro naturalizzato francese, considerava «simbolicamente» quello a «Charlie Hebdo» un grave attacco alla libertà di espressione da condannare «assolutamente». Tuttavia, Todorov invitava altresì a ricordare che non era giusto «considerare la libertà di stampa come il pilastro centrale della democrazia». «Il vero pilastro della democrazia», indicava Todorov, «è l'idea che in un sistema democratico ogni potere ha delle limitazioni. E ciò deve valere anche per la stampa, che acquista legittimità proprio dal fatto che è capace a porsi dei limiti».

Un richiamo ai limiti giunse anche da Umberto Eco , per il quale bisognava senz'altro difendere «la libertà di pensiero anche di chi non la pensa come noi (Voltaire insegni)». Ma «se i giornalisti di "Charlie" non avessero subito l'atroce vendetta che hanno subito, e il massacro non fosse avvenuto», osservava il romanziere e semiologo italiano, «chiunque avrebbe avuto il diritto di criticare le loro caricature, non solo di Maometto, ma anche di Gesù e della Vergine, molto affini a quelle che nell'Ottocento diffondeva Leo Taxil rappresentando la Madonna incinta di una colomba e Giuseppe cornuto».

C'è un principio etico - sosteneva Eco - per cui non si dovrebbe offendere la sensibilità religiosa di altri, ragione per cui anche chi bestemmia a casa propria non va a bestemmiare in chiesa. Non ci si deve astenere dal caricaturare Maometto per timore di rappresaglie, ma perché (e mi scuso se l'espressione è troppo morbida) è «scortese». E non si dovrebbe caricaturare la Beata Vergine, anche se i cattolici fossero (come sono, almeno oggi) alieni dal massacrare chi lo fa".

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 218

3. Secondo quanto riporta il Committee to Protect Journalists (CPJ), un'organizzazione indipendente non profit con sede a New York, impegnata nella difesa della libertà di stampa, dal 1992 a oggi (gennaio 2020) i giornalisti uccisi nel mondo sono stati oltre 1.900, una cinquantina dei quali nel 2019. Mai dal 2003 si era registrato in un singolo anno un numero così ridotto di morti tra gli operatori dell'informazione, rileva un'altra organizzazione non governativa, la francese Reporters sans frontières (RSF), sottolineando come il giornalismo resti in ogni caso «un mestiere pericoloso», considerato pure che i giornalisti attualmente incarcerati sono complessivamente 389 e 57 quelli tenuti in ostaggio.

I paesi più repressivi sono, secondo il CPJ, Cina, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto. In Cina, al dicembre 2019, sono almeno 48 i giornalisti rinchiusi in prigione (una sessantina per RSF che include nel conto anche i blogger). Dal 2013, anno dell'ascesa di Xi Jinping alla presidenza della Repubblica popolare cinese, vi è stato un progressivo inasprimento dei controlli governativi sui vecchi e nuovi media e sull'informazione.

[...]

In Turchia, dove i giornalisti detenuti in prigione alla fine del 2019 sono 47 (fonte CPJ), nel mese di novembre è stato prima liberato e poi nuovamente imprigionato - una settimana appena dalla scarcerazione - lo scrittore e giornalista Ahmet Altan , tra i più noti del paese. Sessantanove anni, Altan era stato arrestato insieme a migliaia di oppositori dopo il fallito colpo di Stato del luglio 2016 contro il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, e successivamente condannato a oltre dieci anni di carcere con l'accusa di aver aiutato un'organizzazione terroristica. Inoltre, secondo quanto scritto recentemente sul «Washington Post» da Can Dundar, ex direttore del giornale turco di opposizione «Cumhuriyet», perseguitato e rifugiatosi in Germania dopo essere scampato a un attentato nel 2016, Erdogan avrebbe dato ai suoi servizi segreti la licenza di eliminare con operazioni mirate i dissidenti all'estero. Alla fine del 2019, invece, la Corte costituzionale della Turchia ha dichiarato illegittima la messa al bando dell'enciclopedia online Wikipedia (decisa dal governo nel 2017), poiché in contrasto con il diritto alla libertà di espressione riconosciuto dalla Costituzione turca. Nel 2014 la stessa Corte aveva giudicato incostituzionali analoghe misure censorie imposte ai social media YouTube e Twitter.

[...]

La lista dei luoghi pericolosi per i giornalisti è lunga. In Egitto, retto con il pugno di ferro dal presidente Abdel Fattah al Sisi (e dove nel 2016 è stato torturato e ucciso in circostanze ancora da chiarire un giovane dottorando italiano dell'Università di Cambridge, Giulio Regeni), sono 26 quelli attualmente rinchiusi in carcere. Eritrea, Corea del Nord e Turkmenistan sono i tre paesi più censurati al mondo, sempre secondo il CPJ. In Russia, modello di democrazia illiberale (in una intervista del 2019 al «Financial Times» il presidente russo Vladimir Putin ha detto chiaramente che «l'idea liberale è diventata obsoleta»), il 7 ottobre 2006 fu uccisa a Mosca la giornalista Anna Politkovskaja , firma di spicco di «Novaja Gazeta» e voce critica nei confronti del Cremlino. Il suo assassinio destò clamore e richiamò l'attenzione dei media internazionali, ma in Russia, oltre alla Politkovskaja, dal 1992 al 2019 sono stati uccisi altri 57 giornalisti. In Messico, paese martoriato dal narcotraffico e dalla criminalità organizzata, i casi di reporter assassinati e scomparsi tra il 2006 e il 2018 sono almeno 112 (fonte RSF). E anche nell'Unione Europea sono stati recentemente uccisi due giornalisti investigativi: la cinquantatreenne maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa a Malta il 16 ottobre 2017 in un attentato dinamitardo, e il ventisettenne slovacco Ján Kuciak, trovato morto il 26 febbraio 2018 nella sua casa di Velka Maca, località a nord-est di Bratislava, insieme alla fidanzata. Daphne Caruana Galizia era diventata scomoda per le sue inchieste sulla corruzione e l'evasione fiscale internazionale nell'isola, arrivate a lambire i vertici politici maltesi. Nel novembre 2019 è stato arrestato a Malta un influente uomo d'affari, accusato di essere il mandante dell'omicidio della giornalista. E pochi giorni dopo il premier maltese Joseph Muscat, sotto pressione per i suoi legami con i presunti mandanti, ha annunciato le proprie dimissioni avvenute poi nel gennaio 2020. In migliaia erano scesi in piazza a La Valletta per protestare contro il suo governo.

Anche in Slovacchia l'omicidio Kuciak ha suscitato un moto di protesta portando alle dimissioni del primo ministro Robert Fico. Quando è stato ucciso, Kuciak stava indagando sui legami fra politici slovacchi, imprenditori italiani e la 'ndrangheta calabrese.


4. Il 28 giugno 2018 un uomo di 38 anni, Jarrod Ramos, compì una strage nella redazione della «Capital Gazette», un giornale locale di Annapolis, negli Stati Uniti, uccidendo cinque giornalisti a colpi di arma da fuoco. Nel 2012 Ramos aveva fatto causa al giornale per diffamazione.

Anche per questo episodio, Reporters sans frontières registrò nell'anno 2018 un arretramento della libertà di stampa negli Stati Uniti. Ma ciò, secondo RSF, era dovuto in primo luogo all'atteggiamento ostile del presidente degli Stati Uniti Donald Trump - eletto nel 2016 - verso la stampa, da lui definita «nemico del popolo americano» e «fake news». Almeno un corrispondente dalla Casa Bianca, ricordava RSF, aveva dovuto assumere agenti di sicurezza privati dopo aver ricevuto minacce di morte, e diversi giornali in tutto il paese avevano subito intimidazioni.

Dal suo insediamento, l'amministrazione Trump ha più volte tentato di impedire ai giornalisti di seguire eventi di pubblico interesse; ha ridotto, quasi azzerandolo, il numero dei tradizionali briefing con la stampa (perché, come ha spiegato recentemente la portavoce della Casa Bianca Stephanie Grisham, «il presidente Trump comunica direttamente con il popolo americano più di ogni altro presidente nella storia»); ha vietato alla giornalista della CNN Kaitlan Collins l'accesso alla Casa Bianca, e ha revocato l'accredito a un altro giornalista della stessa emittente, Jim Acosta, costretto a rivolgersi alla giustizia per riottenerlo.

Una compressione delle libertà civili negli Stati Uniti si era in realtà registrata già sotto i due predecessori di Trump, il repubblicano George W. Bush (2000-2008) e il democratico Barack Obama (2008-2016). Dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, l'amministrazione Bush adottò provvedimenti restrittivi nell'ambito della guerra al terrorismo (il Patriot Act e il Military Order). Autorizzò la tortura e le deportazioni segrete dei presunti terroristi, e avviò estesi programmi di sorveglianza delle comunicazioni private proseguiti anche dopo l'elezione di Obama, come svelò nel 2013 Edward Snowden, ex analista della CIA che trafugò e consegnò alla stampa decine di migliaia di documenti classificati della National Security Agency, e fu perciò incriminato per violazione dello Espionage Act del 1917 (Snowden si trova attualmente in Russia, dove ha ottenuto asilo politico). L'amministrazione Bush, come scrisse nel 2011 il costituzionalista americano Geoffrey R. Stone, aveva agito nell'oscurità per sottrarsi al controllo democratico dell'opinione pubblica.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 224

La professione giornalistica, in Italia, è disciplinata dall'articolo 2 della legge n. 69 del 1963, istitutiva dell'Ordine nazionale dei giornalisti. Esso afferma:

diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti della lealtà e della buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori. - Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi e la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori.

Queste norme costituiscono il nucleo della deontologia professionale, sviluppatasi nel corso degli ultimi decenni e codificata in varie carte, condensate nel 2016 nel Testo unico dei doveri del giornalista. I giornalisti italiani godono dunque di una estesa libertà, soggetta a limiti ben definiti dalla legge. Ciononostante, l'Italia nell'ultima classifica stilata da Reporters sans frontières è ancora distante dai paesi più virtuosi del mondo quanto a libertà di stampa (Norvegia, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, Danimarca), collocata al quarantatreesimo posto su 180. Sono «quasi una ventina», infatti, scrive sul proprio sito l'organizzazione francese, i giornalisti italiani sotto scorta perché minacciati di morte dalla mafia o altre organizzazioni criminali, o da gruppi estremisti. «Il livello di violenza espressa contro i professionisti dell'informazione nella penisola», continua RSF, «si aggrava soprattutto in Campania, Calabria, Puglia e in Sicilia, ma anche a Roma e dintorni».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 231

CONCLUSIONI



Mario Borsa, nel volumetto del 1925 da cui abbiamo preso le mosse, giungeva alle seguenti conclusioni:

1. - Sempre ed ovunque la libertà di stampa è stata in qualche modo manomessa da Governi deboli che, sebbene tenessero il potere con la forza, non avevano dalla loro il consenso dell'opinione pubblica. [...]

2. - Sempre e dovunque la menomazione della libertà di stampa ha avuto le stesse conseguenze: la formazione indisturbata di avide clientele, senza scrupoli e senza ritegni; il favoritismo, l'affarismo, la corruzione. Né potrebbe essere diversamente: la libertà di stampa essendo la condizione prima ed essenziale per la purezza della vita pubblica. [...]

3. - Sempre e dovunque i giornali colpiti dalla censura o dai sequestri o da altre misure vessatorie, in luogo di disarmare, sono diventati più battaglieri; in luogo di perdere hanno guadagnato terreno aumentando notevolmente la loro circolazione. Le opposizioni anziché essere indebolite, sono sempre state rafforzate dalle misure coercitive contro la stampa; perché hanno dato loro un altro legittimo motivo di risentimento e di protesta e nello stesso tempo hanno loro conciliato, per naturale reazione, sempre nuove simpatie del pubblico, il quale pensa che se un Governo vuol far tacere i giornali, segno è che vuol nascondere qualche cosa che il paese invece avrebbe tutto l'interesse di conoscere.


A quasi un secolo di distanza i mezzi di comunicazione sono profondamente cambiati: viviamo nell'era dell'informazione, e grazie alle nuove tecnologie gli individui hanno, rispetto a cento anni fa, pressoché infinite possibilità di accesso alle notizie. Le conclusioni formulate da Borsa nel 1925, tuttavia, risultano a nostro avviso ancora oggi pertinenti. Nel ventunesimo secolo, infatti, la censura - come sottolineavano nel 2015 i politologi Philip Bennett e Moises Naim - continua a essere largamente praticata da molti governi nel mondo, con metodi sempre più sofisticati, per manipolare i media.

Nei primi anni Novanta del Novecento, ricordavano Bennett e Naim, lo sviluppo di Internet aveva alimentato l'illusione di una prossima «morte della censura», poiché si credeva che la rete fosse uno spazio aperto e autonomo sul quale i governi difficilmente avrebbero potuto esercitare una qualche forma di controllo. Ma «oggi», scrivevano i due studiosi, «molti governi stanno eludendo gli effetti liberatori di Internet». Regimi autocratici come Russia, Cina e Iran sono divenuti modelli per altri paesi (Ungheria, Ecuador, Turchia, Kenya), e il risultato, concludevano Bennett e Naim, è che «la promessa di Internet di un accesso aperto e indipendente alle fonti di informazione è una realtà soprattutto per quella parte minoritaria dell'umanità che vive in democrazie mature».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 235

[...] Davanti alle attuali minacce, tuttavia, è opportuno ricordare anche quanto Mario Borsa, dopo la fine del fascismo, raccomandava ai giornalisti che si occupavano di politica:

Dite sempre quello che è bene o che vi par tale anche se questo bene non va precisamente a genio ai vostri amici: dite sempre quello che è giusto, anche se ne va della vostra posizione, della vostra quiete, della vostra vita. [...] Siate dunque indipendenti ed inchinatevi solo davanti alla libertà, ricordandovi che prima di essere un diritto la libertà è un dovere e che per vivere liberi voi dovete imporre a voi stessi più freni di quelli che, per farci suoi schiavi, vi aveva imposto il nostro duce.

Punto e basta.

| << |  <  |