Autore Cinzia Arruzza
CoautoreTithi Bhattacharya, Nancy Fraser
Titolo Femminismo per il 99%
SottotitoloUn manifesto
EdizioneLaterza, Bari-Roma, 2019, tempi nuovi , pag. 86, cop.fle., dim. 14x21x0,8 cm , Isbn 978-88-581-3155-8
OriginaleFeminism for the 99 Percent. A Manifesto
TraduttoreAlberto Prunetti
LettoreGiovanna Bacci, 2019
Classe femminismo , movimenti












 

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Indice


         Al bivio                                                           3


Tesi 1.  Una nuova ondata femminista reinventa lo sciopero                  9

Tesi 2.  Il femminismo liberale ha fallito:
         è tempo di lasciarcelo alle spalle                                14

Tesi 3.  Ci serve un femminismo anticapitalista:
         un femminismo per il 99%                                          17

Tesi 4.  Stiamo attraversando una crisi globale della società
         e il problema alla radice è il capitalismo                        20

Tesi 5.  L'oppressione di genere nelle società capitaliste
         è radicata nella subordinazione della riproduzione
         sociale alla produzione per il profitto.
         Vogliamo rimettere le cose nel verso giusto                       24

Tesi 6.  La violenza di genere assume molte forme,
         ma tutte sono legate ai rapporti sociali capitalistici.
         Promettiamo di combatterle tutte                                  29

Tesi 7.  Il capitalismo cerca di regolare la sessualità.
         Noi vogliamo liberarla                                            37

Tesi 8.  Il capitalismo è nato dalla violenza razzista e coloniale.
         Il femminismo per il 99% è antirazzista e antimperialista         44

Tesi 9.  Il femminismo per il 99% è ecosocialista e combatte per fermare
         la distruzione capitalista del pianeta                            50

Tesi 10. Il capitalismo è incompatibile con la pace e la vera democrazia.
         La nostra risposta è l'internazionalismo femminista               53

Tesi 11. Il femminismo per il 99% lancia un appello a tutti i movimenti
         radicali per unirsi in una rivolta anticapitalista collettiva     57


         Considerazioni finali                                             61


 

 

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Al bivio



Nella primavera del 2018 Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook, ha informato il mondo che "staremmo decisamente meglio se metà dei paesi e delle aziende fossero gestiti da donne e metà delle case fossero gestite da uomini: non possiamo ritenerci soddisfatte fino a quando quest'obiettivo non sarà raggiunto". Esponente di punta del femminismo delle donne in carriera, Sandberg si era già fatta un nome (e un bel gruzzolo) esortando le donne manager a "farsi avanti" nelle stanze dei consigli di amministrazione. Da ex capo del personale di Larry Summers - Segretario al Tesoro degli Stati Uniti d'America, l'uomo che ha deregolamentato Wall Street - Sandberg non si è fatta scrupoli a suggerire alle donne che la strada maestra verso l'uguaglianza di genere passa attraverso il successo ottenuto con tenacia nel mondo degli affari.

Quella stessa primavera uno sciopero femminista militante ha paralizzato la Spagna. Assieme a cinque milioni di manifestanti le organizzatrici della huelga feminista, lo sciopero femminista di 24 ore, hanno rivendicato una "società libera dall'oppressione sessista, dallo sfruttamento e dalla violenza", invitando "alla ribellione e alla lotta contro l'alleanza tra patriarcato e capitalismo che ci vuole obbedienti, sottomesse e silenziose". Mentre il sole tramontava su Madrid e Barcellona, le organizzatrici dello sciopero dichiaravano al mondo: "incrociamo le braccia l'8 marzo e interrompiamo ogni attività produttiva e riproduttiva [...]. Non accettiamo condizioni di lavoro peggiori di quelle degli uomini, o di essere pagate meno degli uomini per lo stesso lavoro".

Queste due voci rappresentano due sentieri opposti, un bivio in cui si trova il movimento femminista. Da un lato, Sandberg e quelle della sua sorta considerano il femminismo come l'ancella del capitalismo. Vogliono un mondo in cui uomini e donne della classe dominante condividano equamente il compito di gestire lo sfruttamento sul posto di lavoro e l'oppressione nella società. Si tratta di una visione strabiliante di pari opportunità di dominio, per cui si chiede alle persone comuni, in nome del femminismo, di essere grate che sia una donna e non un uomo a mandare a rotoli il loro sindacato, a ordinare a un drone di uccidere i loro genitori o a rinchiudere i loro figli in una gabbia ai confini col Messico. In netto contrasto col femminismo liberale di Sandberg, le organizzatrici della huelga feminista chiedono la fine del capitalismo, ossia di quel sistema che genera padroni, costruisce confini nazionali e produce droni per sorvegliarli.

Di fronte a queste due visioni del femminismo ci troviamo davanti a una biforcazione e la nostra scelta comporta conseguenze straordinarie per l'umanità. Un sentiero conduce a un pianeta devastato in cui la vita umana è così impoverita da diventare irriconoscibile, o forse addirittura da non essere più possibile. L'altro sentiero porta a quel mondo che da sempre fa parte dei sogni più nobili dell'umanità: un mondo giusto, in cui ricchezza e risorse naturali sono condivise da tutti, in cui libertà e uguaglianza sono premesse, non aspirazioni.

Il contrasto non potrebbe essere più marcato. Ma quel che rende la scelta più difficile è il fatto che non esistono vie intermedie. Dobbiamo questa carenza di alternative al neoliberismo, una forma di capitalismo finanziario, altamente predatorio, che ha dominato il pianeta negli ultimi quarant'anni. Dopo aver avvelenato l'atmosfera, irriso ogni pretesa democratica, teso fino al punto di rottura le nostre società e degradato le condizioni di vita della vasta maggioranza, questa forma di capitalismo ha alzato la posta in gioco per ogni lotta sociale, trasformando ogni timido tentativo di conquistare riforme modeste in battaglie all'ultimo sangue per la sopravvivenza. In queste condizioni, il tempo degli eterni indecisi è scaduto e le femministe devono prendere una posizione. Continueremo a inseguire la "pari opportunità di dominio" mentre il pianeta brucia? O riusciremo a immaginare la giustizia di genere in forma anticapitalista, andando oltre l'attuale crisi, verso una nuova società?

Questo manifesto è una mappa del secondo sentiero, un itinerario che riteniamo necessario e possibile. Si può concepire un femminismo anticapitalista oggi che la credibilità delle élites politiche sta crollando ovunque. Tra le vittime contiamo non solo i partiti di centro-sinistra e di centro-destra che hanno promosso il neoliberismo, ormai disprezzate vestigia di un tempo andato, ma anche gli alleati del femminismo delle élites che calcano le orme di Sandberg, la cui patina di "progresso" ha ormai perso lucentezza. Il femminismo liberale ha incontrato la sua Waterloo nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, quando la candidatura di Hillary Clinton, sostenuta da un forte battage pubblicitario, non è riuscita a smuovere le elettrici. Per buone ragioni: Clinton incarnava íl profondo scollamento tra l'ascesa delle donne in carriera verso ruoli di prestigio e i miglioramenti nelle vite della vasta maggioranza delle persone.

La sconfitta di Clinton ci ha suonato la sveglia: ha esposto il fallimento del femminismo liberale e creato un'apertura per sfidarlo da posizioni di sinistra. Nel vuoto prodotto dal declino del liberismo, abbiamo l'opportunità di creare un altro femminismo: un femminismo con una differente definizione di quel che è rilevante da un punto di vista femminista, con un differente orientamento di classe, con un differente ethos, radicale e trasformativo.

Questo manifesto è il nostro tentativo di promuovere un "altro" femminismo. Scriviamo non per delineare un'utopia immaginaria, ma per segnare la strada che deve essere percorsa per raggiungere una società equa. Ci proponiamo di spiegare perché le femministe dovrebbero prendere la strada degli scioperi femministi, perché dobbiamo unire le forze con altri movimenti anticapitalisti e antisistema, perché il nostro movimento deve diventare un femminismo per il 99%. Solo in questo modo il femminismo può raccogliere le sfide della nostra epoca: collegandosi con i militanti antirazzisti, con gli ambientalisti, con gli attivisti per i diritti dei migranti e dei lavoratori. Rifiutando con decisione il dogma del "farsi avanti" e il femminismo dell'1%, il nostro femminismo può rappresentare una speranza per il resto del mondo.

Quel che ci fornisce oggi il coraggio di imbarcarci in questo progetto è la nuova ondata di mobilitazioni del femminismo militante. Non si tratta del femminismo della donna in carriera che si è dimostrato un disastro per le donne lavoratrici e ormai sta perdendo credibilità, né del "femminismo del microcredito" che pretende di fornire 'empowerment' alle donne del Sud del mondo prestando loro minuscole somme di denaro. Quel che ci dà speranza sono piuttosto gli scioperi femministi internazionali del 2017 e del 2018. Sono questi scioperi - e i movimenti sempre più coordinati in crescita attorno a essi - che hanno prima ispirato e poi dato forma concreta a un femminismo per il 99%.

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Tesi 1. Una nuova ondata femminista reinventa lo sciopero


Il recente movimento per lo sciopero femminista ha avuto origine in Polonia nell'ottobre del 2016, quando più di centomila donne sono scese in strada per manifestare contro il divieto sull'aborto. Alla fine del mese quella corrente di dissenso radicale aveva già attraversato l'oceano fino all'Argentina, dove le donne hanno scioperato contro l'efferato assassinio di Lucia Pérez al grido militante di "Ni una menos". Presto il movimento si è diffuso in Italia, Spagna, Brasile, Turchia, Perù, Stati Uniti, Messico, Cile e in decine di altri paesi. Dalle sue origini nelle strade, il movimento si è poi riversato nei luoghi di lavoro e nelle scuole, sommergendo da ultimo anche gli ambiziosi mondi dello spettacolo, dei media e della politica. Negli ultimi due anni, i suoi slogan hanno risuonato con forza per tutto il pianeta: #NosotrasParamos, #WeStrike, #VivasNosQueremos, #NiUnaMenos, #TimesUp, #Feminism4the99. Prima era un'increspatura, poi un'onda, adesso sta diventando un'alta marea: un nuovo movimento globale femminista che può guadagnare forza sufficiente a spezzare le alleanze esistenti e a ridisegnare la mappa della politica.

Quelle che un tempo erano una serie di azioni su scala nazionale sono diventate un movimento internazionale l'8 marzo del 2017, quando attiviste di tutto il mondo hanno deciso di scioperare assieme. Con questa mossa audace hanno ri-politicizzato la Giornata internazionale della donna. Le attiviste in sciopero hanno spazzato via fronzoli apolitici e pacchiani (le mimose, i brunch e i bigliettini d'auguri) per rivitalizzare le radici storiche della festa, tutt'altro che dimenticate e connesse alla classe lavoratrice e al femminismo socialista. Le loro azioni evocano lo spirito delle mobilitazioni delle donne operaie dell'inizio del Novecento, in particolare gli scioperi e le manifestazioni di massa negli Stati Uniti animate soprattutto da donne immigrate ed ebree, che ispirarono le socialiste statunitensi e le femministe tedesche Luise Zietz e Clara Zetkin a proclamare la Giornata Internazionale delle Donne Lavoratrici.

Riportando in vita quello spirito militante, le femministe in sciopero dei nostri giorni rivendicano le proprie radici nelle lotte storiche per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e per la giustizia sociale. Uniscono donne separate da oceani, montagne e continenti, ma anche da confini, muri e reti di filo spinato, per dare un nuovo significato allo slogan "La solidarietà è la nostra arma". Rompendo l'isolamento di muri domestici e simbolici, gli scioperi dimostrano l'enorme potenziale politico del potere delle donne: il potere di chi, col lavoro salariato e con quello non pagato, sostiene il mondo.

Ma non è tutto: il movimento, in espansione, ha inventato nuove forme di sciopero e ha instillato nella forma stessa dello sciopero un nuovo tipo di politica. Associando l'astensione dal lavoro a manifestazioni, dimostrazioni, piccole chiusure di negozi, blocchi e boicottaggi, il movimento ha aggiornato il repertorio delle forme di sciopero, un tempo vasto ma ormai contratto in maniera drammatica da un'offensiva neoliberista ultradecennale. Al tempo stesso, la nuova ondata di militanza femminista democratizza gli scioperi e espande la loro portata, ampliando innanzitutto l'idea di quel che bisogna considerare come "lavoro". Rifiutando di limitare questa categoria al lavoro salariato, le attiviste in sciopero si astengono anche dai lavori domestici e dagli acquisti, dal sesso e dai sorrisi. Rendono visibile il ruolo indispensabile esercitato dal lavoro non pagato delle donne nella società capitalistica, valorizzando così quelle attività da cui il capitale ottiene benefici ma che non paga. Anche rispetto al lavoro salariato, le attiviste in sciopero hanno una visione espansiva del tema. Invece di concentrarsi solo attorno a salari e ore di lavoro, prendono di mira anche le violenze e le molestie sessuali, le barriere contro la giustizia riproduttiva e i limiti al diritto di sciopero.

Di conseguenza la nuova ondata femminista ha il potenziale per superare la persistente opposizione divisiva tra "politiche dell'identità" e "politiche di classe". Svelando l'unità tra "luogo di lavoro" e "vita sociale", la nuova ondata rifiuta di limitare le proprie lotte a uno soltanto di questi spazi. Ridefinendo i termini di "lavoro" e di "lavoratrici", respinge la svalutazione strutturale del lavoro delle donne, pagato o non pagato, messa in campo dal capitalismo. Insomma, lo sciopero femminista delle donne anticipa la possibilità di una nuova fase senza precedenti della lotta di classe: femminista, internazionalista, ambientalista e antirazzista.

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Tesi 3.
Ci serve un femminismo anticapitalista:
un femminismo per il 99%



Il femminismo che abbiamo in mente riconosce che dobbiamo rispondere a una crisi di proporzioni epocali: standard di vita in caduta verticale e un incombente disastro ecologico; guerre sanguinarie e aumento dell'espropriazione; migrazioni di massa e fili spinati; crescita di razzismo e xenofobia; revoca di quei diritti riproduttivi, sociali e politici ottenuti attraverso dure lotte.

Vogliamo affrontare queste sfide. Evitando le mezze misure, il femminismo che ci immaginiamo si propone di contrastare le radici capitaliste di questa metastasi barbarica. Rifiutiamo di sacrificare il benessere di molte al fine di proteggere la libertà di poche, sostenendo la causa dei bisogni e dei diritti della vasta maggioranza, composta da donne povere e lavoratrici, da donne migranti e razzializzate, da queer, da trans, da donne disabili, da donne incoraggiate a percepirsi come "ceto medio" anche quando il capitale le sfrutta. Ma non finisce qui. Questo femminismo non si limita alle "questioni delle donne" come sono tradizionalmente definite. Sostiene tutti gli sfruttati, i dominati e gli oppressi, nell'ambizione di rappresentare una speranza per tutta l'umanità. Per questo lo chiamiamo femminismo per il 99%.

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Considerazioni finali



'Cominciare dal mezzo'

Scrivere un manifesto femminista è un compito che può intimorire. Chiunque oggi voglia provarci deve fare i conti con l'ombra di Marx e Engels. Il loro Manifesto del partito comunista del 1848 contiene un incipit memorabile: "uno spettro si aggira per l'Europa". Ovviamente lo "spettro" era il comunismo, un progetto rivoluzionario che gli autori descrivevano come il culmine delle lotte della classe operaia in marcia: sarebbe bastato unire quelle lotte, renderle internazionali e trasformarle in una forza storica mondiale per riuscire finalmente ad abolire il capitalismo (e quindi lo sfruttamento, il dominio e l'alienazione).

Questo manifesto del 1848 è stato per noi una fonte immensa di ispirazione, a cominciare dal fatto che individua correttamente nel capitalismo la base fondamentale dell'oppressione nella società moderna. Ma questo complica il nostro lavoro, non solo perché il Manifesto del partito comunista è un capolavoro letterario di cui è difficile seguire le orme, ma anche perché il 2018 non è il 1848. vero che anche noi viviamo in un mondo di straordinari sconvolgimenti sociali e politici, che anche noi interpretiamo come una crisi del capitalismo. Ma il mondo di oggi è molto più globalizzato di quello di Marx e Engels e gli sconvolgimenti che lo attraversano non si limitano certo alla sola Europa. Analogamente, anche noi ci imbattiamo in conflitti che, oltre al connotato di classe, incidono su tematiche come nazione, "razza" ed etnicità, oppure religione. Eppure la nostra epoca comprende delle linee di faglia sconosciute a Marx e Engels, come la sessualità, la disabilità e l'ecologia, mentre le lotte di genere hanno oggi un'intensità e una portata che gli autori del Manifesto del 1848 difficilmente avrebbero potuto immaginare. Ci troviamo di fronte un paesaggio politico molto più diviso ed eterogeneo e non è così facile per noi concepire una forza rivoluzionaria unificata su scala globale.

Da ultime arrivate, tuttavia, possiamo forse avere un po' più di consapevolezza, rispetto a Marx e Engels, rispetto alle strade sbagliate che i movimenti emancipatori possono prendere. La memoria storica che abbiamo ereditato include la degenerazione della Rivoluzione bolscevica in uno Stato totalitario stalinista, la capitolazione della socialdemocrazia europea al nazionalismo e alla guerra e la serie di regimi autoritari che si sono insediati nel periodo successivo alle lotte anticoloniali in tutto il Sud del mondo. Particolarmente importante per noi è il recupero dei movimenti emancipatori della nostra epoca, che sono diventati alleati delle forze che promuovono il neoliberismo, fungendo loro da alibi. Un'esperienza dolorosa, quest'ultima, per le femministe di sinistra, dato che abbiamo visto con i nostri occhi le correnti liberali progressiste e borghesi del nostro movimento restringere la loro causa al progresso meritocratico di poche.

La storia ha plasmato le nostre prospettive in forme diverse da quelle di Marx e Engels.

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Pagina 65

Riconcettualizzare il capitalismo e la sua crisi

La congiuntura che il nostro Manifesto si trova ad affrontare si può meglio concepire come una crisi. Ma questa parola non la intendiamo nell'uso ovvio e approssimativo per cui le cose "vanno male". Sebbene le calamità del presente siano orribili, c'è qualcosa di più che giustifica il nostro uso del termine "crisi". Le nocività del presente non sono il frutto del caso né sono scollegate tra loro. Piuttosto, hanno origine nel sistema sociale che sta alla base, un sistema che non le ha generate in maniera accidentale bensì ordinaria, in virtù delle proprie dinamiche costitutive.

A quel sistema sociale il nostro Manifesto dà il nome di capitalismo e la crisi in corso viene descritta come una crisi del capitalismo. Ma a questi termini non assegniamo un significato ordinario. Da femministe, ci rendiamo conto che il capitalismo non è solo un sistema economico ma qualcosa di più vasto: un ordine sociale istituzionalizzato che include anche rapporti evidentemente "non economici" e pratiche che sostengono l'economia ufficiale. Dietro le istituzioni ufficiali del capitalismo - lavoro salariato, produzione, scambio e finanza - si trovano quelle condizioni che come pilastri lo sostengono: le famiglie, le comunità, la natura; gli Stati territoriali, le organizzazioni politiche e le società civili; e infine, non meno importanti, massicce quantità e forme molteplici di lavoro espropriato e non salariato, tra cui il lavoro della riproduzione sociale, ancora in gran parte realizzato da donne e spesso non retribuito. Anche questi sono tutti elementi costitutivi della società capitalista ma, al suo interno, rappresentano anche dei campi di battaglia.

Da questa panoramica sul capitalismo deriva la visione allargata del nostro Manifesto sulla crisi capitalista. Senza negare la sua tendenza congenita a generare crack intermittenti dei mercati, casi di bancarotta a catena e disoccupazione di massa, riconosciamo che il capitalismo cova anche contraddizioni e crisi tendenziali di altro tipo, "non economiche". Contiene, ad esempio, una contraddizione ecologica: una tendenza congenita a ridurre la natura a un "rubinetto" che elargisce energia e materie prime, da un lato; e, dall'altro, a un "lavello" che assorbe gli scarti (risorse di cui il capitale si appropria gratuitamente ma che non rigenera). Di conseguenza le società capitaliste sono strutturalmente inclini a destabilizzare gli habitat che sostengono le comunità e a distruggere gli ecosistemi che sostengono la vita.

Analogamente, questa formazione sociale contiene al suo interno una contraddizione politica; una tendenza innata a limitare il campo della politica, devolvendo questioni fondamentali di vita e di morte al governo dei "mercati", per trasformare le istituzioni statali che dovrebbero servire il pubblico in ancelle del capitale. Per ragioni sistemiche, pertanto, il capitalismo è incline a frustrare le aspirazioni democratiche, a svuotare i diritti e a rendere innocui i poteri pubblici, generando repressione brutale, guerre infinite e crisi di governance.

Infine, la società capitalista ospita al suo interno una contraddizione della riproduzione sociale: la tendenza a costringere a servizio del capitale quanto più lavoro riproduttivo "gratuito" sia possibile, senza preoccuparsi di rigenerarlo, producendo periodiche "crisi del lavoro di cura" che logorano le donne, devastano le famiglie e stressano le energie sociali fino al punto di rottura.

In altre parole, nel nostro Manifesto la crisi capitalista non è solo economica ma anche ecologica, politica e socio-riproduttiva.

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Pagina 72

Se la storia del capitalismo fosse semplicemente quella in cui la produzione per il profitto sconfigge la riproduzione, allora il sistema potrebbe legittimamente cantare vittoria. Ma la storia del capitalismo è anche plasmata dalle lotte per vite dignitose e significative. Non è un caso che le lotte salariali siano anche chiamate in inglese lotte "per il pane e il burro." un errore, tuttavia, restringere queste questioni a mere rivendicazioni sul posto di lavoro, come hanno fatto spesso i movimenti operai tradizionali. Così si sottovaluta la relazione tempestosa e instabile tra salario e vita in un sistema in cui il capitale decreta che il primo è l'unico mezzo per guadagnarsi la seconda. Le persone della classe lavoratrice non lottano per il salario. Piuttosto lottano per il salario perché vogliono il pane e il burro. Il desiderio del proprio sostentamento è causa e non effetto delle lotte. Quindi le lotte per l'alimentazione, l'acqua, la sanità o l'istruzione non sono sempre espresse attraverso la forma mediata del salario, ossia come richieste di salari più elevati sul posto di lavoro. Ricordiamo, a titolo di esempio, che le due più grandi rivoluzioni dell'era moderna, la francese e la russa, sono cominciate con moti per il costo del pane alla cui testa c'erano le donne.

Il vero scopo delle lotte della riproduzione sociale è quello di stabilire il primato della riproduzione sul profitto. Non hanno mai solo a che fare con il pane. Per questa ragione il femminismo per il 99% incarna e promuove la lotta per il pane e le rose.

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