Copertina
Autore Corrado Augias
Titolo I segreti di Londra
SottotitoloStorie, luoghi e personaggi di una capitale
EdizioneMondadori, Milano, 2003 , pag. 450, cop.ril.sov., dim. 145x222x36 mm , Isbn 978-88-04-49863-6
LettoreCorrado Leonardo, 2004
Classe viaggi , storia sociale , storia letteraria , storia: Europa , paesi: Gran Bretagna , citta': Londra
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Indice


  3      Prologo denso e breve
 17    I A passeggio nell'East Side
 35   II England expects...
 58  III The Fab Sixties
 78   IV Uno specchio alla realtà
100    V Uno spettro nella notte
123   VI The tyrannous and bloody act is done
148  VII Elementare, Watson!
164 VIII Corsari, pirati, bucanieri
190   IX Le anime belle di Cordon Square
216    X Il giorno in cui nacquero i Parlamenti
237   XI Le ceneri dell'Impero
269  XII Il sogno di una cosa
297 XIII Quel vergognoso desiderio
322  XIV Un artista borghese
346   XV La dama con la lampada
371  XVI Sangue, sudore e lacrime
402 XVII La principessa pop
435      Indice dei nomi e dei luoghi


 

 

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Pagina 3

PROLOGO DENSO E BREVE



Guardando con ottica da straniero questa immensa città mi sono spesso chiesto con quale sguardo noi italiani (certi italiani, almeno) vediamo l'Inghilterra e Londra. E anche con quali occhi gli inglesi guardano noi. Prima di affrontare questa grande capitale mi soffermo dunque per qualche breve pagina sui rapporti psicologici tra italiani e inglesi così come risultano da annotazioni di viaggio, pregiudizi reciproci, grande e meno grande letteratura.

Il professor Lucio Sponza, un economista veneziano che insegna da anni alla University of Westminster, ha dedicato all'argomento un bello studio, Italian Immigrants in Nineteenth Century Britain: Realities and Images, dove si può leggere fra le altre questa frase chiave: «On one side of the coin was "Italy", the country of beauty and culture; on the other side were the "Italians", an ingenious but corrupt untrustworthy and licentious race», su un lato della medaglia c'era l'Italia, il paese della bellezza e della cultura; sull'altro gli «italiani», razza piena di ingegno ma corrotta, inaffidabile, licenziosa.

Naturalmente nessuno si era mai chiesto come fosse possibile che una razza così corrotta, inaffidabile e licenziosa fosse riuscita a creare tali testimonianze non solo di bellezza ma di una bellezza armoniosa, coerente, affabile. I pregiudizi hanno di bello (voglio dire, di brutto) che prescindono da ogni coerenza e rispettano soltanto la propria logica. Certo è comunque che questa concezione esisteva già ai tempi di Elisabetta I; un misto di disgusto e di fascino che rendeva la parola «Italia» un'astrazione, come d'altronde l'Italia nei fatti era, almeno dal punto di vista politico.

Osservazioni di tenore analogo le fa del resto Mario Praz, il nostro massimo anglista. Nel suo saggio Scoperta dell'Italia (si trova nel «Meridiano» su di lui curato da Andrea Cane) si può leggere come ci descrivevano, sul finire del Settecento, alcuni scrittori inglesi:

Gl'italiani del popolo come sporchi, indolenti, criminosi; quelli delle classi alte poveri, scortesi e universalmente adulteri, e plebe e aristocrazia superstiziose e abiette di fronte ai tiranni. I veneziani pugnalavano a tradimento alla minima provocazione, i napoletani erano per natura diabolici, e così via. Il tipo di devozione religiosa italiana soprattutto irritava gl'inglesi di quest'epoca.

I viaggiatori che rientravano in Inghilterra dal Grand Tour riferivano unanimi che la penisola si presentava come un immenso museo in rovina popolato da gente miserabile e viziosa che si affollava rumorosamente, inconsapevole delle glorie passate. Questa descrizione apocalittica tornava con particolare insistenza per le terre del papato intorno a Roma raffigurate come le più misere, abitate da genti oziose, spesso fameliche, però veloci nell'uso del coltello.

Non erano tuttavia solo gli inglesi a nutrire questi sentimenti. Marcel Proust scrisse una volta con trasparente riferimento all'Italia che «la vera terra dei barbari non è quella che non ha mai conosciuto l'arte, ma quella che, disseminata di capolavori, non sa né apprezzarli né conservarli».

Non si può negare che ancora oggi, Ventunesimo secolo, esistano situazioni che meriterebbero la frustata di questo giudizio.

Non ci si può stupire se l'Italia diventa scenario prediletto per storie gotiche di orrore, congiure, assassinii. Ancora Praz:

Questi scandali, con tutta la tenebrosa atmosfera concomitante, non potevano non ritornare all'ordine del giorno con i romanzi «neri» di cui Horace Walpole aveva dato una ricetta nel "Castle of Otranto" (1765), ricetta che Mrs Radcliffe perfezionerà verso la fine del secolo saccheggiando i viaggiatori per le descrizioni pittoresche del paesaggio italiano, e il dramma elisabettiano pel ritratto del sinistro italiano machiavellico.

Un grande poeta romantico come Percy Bysshe Shelley scriveva in una lettera sull'Italia: «Gli uomini li puoi a stento definire tali, sembrano piuttosto un branco di stupidi e grinzosi schiavi». E riguardo alle donne: «Sono forse le più disprezzabili di quante ne esistano sotto la luna, le più ignoranti, disgustose, bigotte, sozze».

Giudizi francamente esagerati anche se riferiti alle misere condizioni morali e materiali degli italiani d'allora. Infatti, con maggiore intelligenza e straordinaria modernità, l'altro grande romantico, Byron, così rispose nel rifiutare la commissione di un libro sui costumi italiani:

La loro moralità non è la vostra moralità; la loro vita non è la vostra vita; né lei sarebbe in grado di capirlo; non è inglese, non è francese, non è tedesca, tutte cose che al contrario sarebbero comprensibili. L'educazione convenzionale, il cicisbeismo, i costumi di pensiero e di vita sono completamente diversi e queste differenze diventano così evidenti se si vive in intimità con loro, che non saprei proprio come farvi comprendere un popolo al tempo stesso temperato e dissoluto, serio nel temperamento e buffonesco negli spassi, capace di impressioni e di passioni che sono insieme repentine e durevoli (cosa che mai succede altrove), che non ha una società come si vede benissimo nelle loro commedie; non c'è del resto mai vera commedia, nemmeno in Goldoni, e questo dipende appunto dal fatto che non esiste una società alla quale riferirla.

Un giudizio che chiunque potrebbe sottoscrivere e che, del resto, ha più di un punto di contatto con il quasi contemporaneo saggio di Giacomo Leopardi Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani nel quale il poeta (ma, in questa veste, sociologo, anzi filosofo) analizza le ragioni per cui si può dire che l'Italia sia priva d'una vera «società»:

Molte ragioni concorrono a privarnela, che ora non voglio cercare. Il clima che gl'inclina naturalmente a vivere gran parte del dì allo scoperto, e quindi a' passeggi e cose tali, la vivacità del carattere italiano che fa loro preferire i piaceri degli spettacoli e gli altri diletti de' sensi a quelli più particolarmente propri dello spirito, e che gli spinge all'assoluto divertimento scompagnato da ogni fatica dell'animo e alla negligenza e pigrizia... Certo è che il passeggio, gli spettacoli e le Chiese non hanno a che fare con quella società di cui parlavamo e che hanno le altre nazioni.

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Pagina 12

Venne solo a dopoguerra inoltrato la scoperta della Gran Bretagna, con una miscela disordinata di sensazioni e notizie frammentarie: una letteratura tra le più belle d'Europa, capace di notevoli innovazioni nei generi (più che negli stili); la grande pittura, compresi i preraffaelliti, così innamorati del Quattrocento italiano da volerlo ricreare; le arti decorative, le stoffe liberty, Ruskin e Le pietre di Venezia; Churchill che dipinge acquerelli sulle rive di un lago come cinquant'anni dopo farà l'erede al trono, Carlo. La scoperta che l'umorismo può giocare su corde meno grossolane delle funzioni intestinali e sessuali. La creazione di parole che avrebbero caratterizzato i nostri anni: smog, per esempio, diventata sinonimo di inquinamento, all'inizio indicava solo la miscela pestilenziale di fumo più nebbia (smoke + fog = smog) che decretò la fine dei caminetti. E poi Conan Doyle e Agatha Christie; le città satelliti; la nuova psichiatria; «Nel Tamigi sono tornati a nuotare i salmoni»; i primi esempi europei di teppismo urbano (Teddy boys); le grandi attrici di teatro e l'impareggiabile Amleto di Laurence Olivier (con Jean Simmons); i club proibiti alle donne; le giacche di tweed con le toppe ai gomiti per nascondere i buchi; le passeggiate nella brughiera, dove nella leggera nebbiolina c'era sempre la possibilità di scoprire il cadavere di una bella sconosciuta; le lampadine fioche; la biancheria lisa.

Il più grande musicista inglese, Georg Friedrich Handel, che era tedesco; la dinastia dei Windsor, un nome inglese trovato dentro un castello perché anche loro, come Handel, sono tedeschi; il riscaldamento a tempo, con il rumore secco delle monete che cadono dentro i contatori; la peccaminosa debolezza della frusta per punire gli studenti irrequieti; gli ubriachi del sabato sera che vomitano in un rigagnolo; l'assurda insistenza a misurare distanze e volumi come se il sistema metrico-decimale non fosse mai stato inventato; l'insensata suddivisione della sterlina prima che l'Europa li costringesse (finalmente!) a frazionarla in cento monetine uguali che infatti si chiamano centesimi. E, visto che ci siamo, la pazzesca mania di circolare a sinistra; l'irragionevole ripugnanza verso un oggetto di pubblica e privata utilità come il bidè; i Beatles e la Swinging London; una cucina inesistente prima ancora che immangiabile; il rifiuto altezzoso di adottare l'ora legale come nel resto d'Europa; un animo indomito e quasi selvaggio sotto la vernice delle forme; «Tempesta sulla Manica: il Continente isolato»; il sistema ferroviario meno sicuro d'Europa; le fondamenta del «giusto processo» gettate con la Magna Charta, ed era il 1215; tre o quattro parole chiave: self-control, fair play, privacy, humour. Poi tolleranza, moderazione, la civiltà delle maniere (social civilization) così spesso trascurata dal 46 parallelo in giù; soprattutto la libertà di individui eccentrici, insofferenti, affrancati anche dalla tirannide delle ideologie: Adam Smith, Jeremy Bentham, Herbert Spencer, John Locke, John Stuart Mill, Charles R. Darwin.

Tutto questo e molto altro ha finito nel corso degli anni per comporre nella testa di ognuno di noi una di quelle coperte patchwork fatte di cento diversi ritagli dove la sola cosa visibile, alla fine, è una certa tonalità di fondo. Qual è allora la tonalità di fondo di quell'isola e della sua sterminata capitale? Così a me appare: un luogo dove si sente pulsare la vita del mondo, grande nonostante siano svaniti lo splendore e la ricchezza d'un tempo, abitato da persone che non è facile amare ma che sono capaci di un comportamento collettivo quasi sempre ammirevole, nel quale misteriosamente convivono grettezza e grandezza, insofferenza e tolleranza, malinconia e humour.


Di Londra questo libro racconta alcune storie capaci di restituire a certe sue parti uno spessore e uno sfondo. Vi figurano luoghi ed eventi rivisti nella successione dei fatti e dei personaggi che li hanno animati. Tutti insieme vorrebbero non solo essere il ritratto di una straordinaria città, ma servire anche come antidoto nei confronti della dannazione del viaggiatore moderno: lo scetticismo.

Oggetti o paesaggi non valgono nulla senza la memoria o la fantasia di chi li guarda. Lo sapeva anche Giacomo Leopardi. Nello Zibaldone, alla data del 30 novembre 1828, annota un pensiero, che ho già riportato nel mio precedente libro su New York, ma che torno volentieri a citare per la sua eccezionale pregnanza: «All'uomo sensibile e immaginoso che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo e immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono di campana; e nel tempo stesso con l'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose». Ciò che vediamo conta poco senza la fantasia e la memoria; e sempre meno vale in un'epoca in cui le differenze apparenti tendono costantemente a ridursi.

Le pagine che avete cominciato a leggere hanno l'ambizione di rappresentare un possibile inizio: agevolare la scoperta - tra le pietre, i cristalli e i fantasmi di Londra - di una qualche occasione di ricordo o di stupore. Quantomeno vorrebbero essere uno stimolo a rimettere in prospettiva luoghi e personaggi minacciati dalla fugacità del presente.

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Pagina 29

Esiste anche un pub (abbreviazione come tutti sanno di public house) che evoca con nettezza il passato della città. Qui è come se il tempo si fosse fermato. Per l'esattezza al 1667, ossia l'anno successivo a quello del grande incendio, quando l'edificio, completamente bruciato, venne ricostruito. Il suo nome è Ye Olde Cheshire Cheese, si trova in pieno centro, al numero 145 di Fleet Street, l'antica strada dove avevano sede i più importanti giornali, oggi trasferiti in altre zone, fredde e lontane. Il posto non attrae i turisti, ne ho visti molti passarci davanti tirando diritto, inconsapevoli. L'ultima volta che vi ho messo piede ho trovato parecchie decine di persone, rallegrate da abbondanti dosi di tiepida birra inglese, che festeggiavano una vittoria della nazionale di rugby su un altro paese del Commonwealth.

Non sono gli arredi di legno, le scure boiseries alle pareti, l'illuminazione veramente secentesca - voglio dire molto fioca -, i vetri piombati dai quali filtra una luce debolmente colorata, le massicce tavole di quercia affiancate da panche altrettanto pesanti, non sono queste le principali attrattive del luogo. piuttosto un elemento immateriale: la sensazione di tempo sospeso, il richiamo a un passato che altrove in Europa riesce così di rado a sembrare attuale, cioè autentico. Qui le stanze sono ancora piccole com'erano, ognuna ha il suo camino, il banco di mescita pare tolto di peso da un romanzo di Dickens. A eccezione dei tifosi esilarati dalla vittoria, e dalla birra, in questo pub (e in qualunque altro) prevale un modo di bere concentrato e silenzioso che sembra più l'adempimento di un dovere che una vera gioia. Si vedono tipi solidi, un po' lenti di riflessi, però affidabili, tenaci, di lunga memoria, di radicati sentimenti. Soltanto gente così può ancora sopportare una dinastia come quella dei Windsor.

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Pagina 70

Tra i cento milk bar nei quali questa gioventù trascorre i suoi pomeriggi ce n'è uno speciale che si chiama Korova Milk Bar. Lì passa le sue ore Alex, il protagonista del romanzo di Anthony Burgess Arancia a orologeria, conosciuto anche come Arancia meccanica, dal titolo del film che ne trasse nel 1971 Stanley Kubrick.

Burgess (1916-1993) è uno scrittore strano, uno di quegli uomini che per tutta la vita conservano, della loro infanzia cattolica, un imprecisato senso di colpa, una fascinazione mista a orrore per i lati oscuri della natura umana. Una volta scrisse di avvertire la presenza di Dio come entità «invisibile e vendicatrice, un Dio interamente dedito a farmi del male». La sua Arancia a orologeria è un ritratto deformato e malvagio della nuova Inghilterra che sta emergendo dai crateri delle bombe e dall'austerità postbellica. Alla malvagità senza scopo di Alex ci si ispirerà per costruire la maschera di Mick Jagger.

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Pagina 71

Nell'agosto 1960, l'Inghilterra chiude l'era del moralismo vittoriano con una sentenza destinata a segnare la storia sia della letteratura sia del costume. Sul finire di quell'estate un romanzo «scandaloso», il celebre L'amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence (1885-1930), viene assolto dall'accusa di oscenità e ammesso a circolare nel Regno Unito così come da tempo circolava nel resto del mondo.

La legislazione britannica sulla sessualità, quando si apre il processo, è ancora quella dei tempi di Wilde. Il romanzo ha un argomento ampiamente noto: una dama dell'aristocrazia vive una travolgente relazione sessuale con il guardiacaccia del suo gelido marito. I loro fiammeggianti amplessi si consumano in un «capanno» e non conoscono freni, i due amanti realizzano tutte le fantasie che un uomo e una donna, presi l'uno dell'altro, possono concepire. Non avendo molto in comune a parte l'animalesca vitalità che li unisce, i due parlano quasi solo di ciò che fanno, tutto nominando con i termini più crudi.

I costumi inglesi in fatto di sessualità, praticata o raccontata, non erano stati sempre così rigidi. I racconti di Canterbury di Chaucer (1340-1400), uno dei testi di riferimento della letteratura medievale, sono piuttosto espliciti in fatto di avventure della carne, né mai hanno avuto noie censorie, forse a causa dalla loro «classicità». La prima legge contro le pubblicazioni oscene era stata emanata nel 1857, fino a quel momento le rappresentazioni licenziose erano state condannate solo in quanto «violazione della pace del re» (Breach of the King's Peace) o, come diremmo noi, dell'ordine pubblico.

Descrivendo fino al dettaglio convegni così accesi tra una Lady e un guardiacaccia, Lawrence aveva preso d'infilata due tabù: aveva fatto congiungere due persone socialmente dissimili e partecipare attivamente la donna a un inaccettabile sfrenamento dei sensi. Non ci sarebbe stato uguale scandalo a parti rovesciate, se un signore dell'aristocrazia si fosse giaciuto con una popolana o una serva.

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Pagina 74

Anche nella psichiatria il decennio dei «Favolosi Sessanta» (The Fab Sixties) porta novità importanti: in quell'aria di libertà e mutamento si afferma la corrente nota come «antipsichiatria». Ronald D. Laing già nel 1959 aveva pubblicato L'io diviso, uno studio destinato a far epoca. Il libro successivo, del 1967, si intitola Politica dell'esperienza. Come Laing disse al congresso di Psichiatria sociale del 1964: «Ciò che vediamo in certi individui che trattiamo ed "etichettiamo" come schizofrenici, è solo l'espressione comportamentale di un dramma di esperienza interiore. Questo dramma ci si presenta in una forma distorta che noi tendiamo a distorcere ulteriormente con i nostri sforzi terapeutici».

solo con una decisione "politica", sostiene Laing, che possiamo etichettare come schizofrenia ciò che è invece: «un viaggio a ritroso, sempre più in profondità nella propria storia individuale, giù e indietro attraverso e oltre l'esperienza di tutta l'umanità». Deriva da questa concezione il rifiuto del manicomio e di ogni trattamento imposto d'autorità. La tesi è che i disturbi mentali non si possono curare come si curano le malattie dell'organismo. Nella maggioranza dei casi infatti le sofferenze psichiche sono il risultato non di una patologia individuale bensì di condizionamenti ambientali o di contraddizioni sociali. La psichiatria classica che cercava d'intervenire con terapie forzate (dal letto di contenzione allo shock insulinico, all'elettroshock) era, più che una scienza, la manifestazione di un preciso indirizzo politico e ideologico che tendeva alla repressione del dissenso in qualunque forma manifestato.

Nelle tesi di Laing, come in quelle dell'americano Erving Goffman o dell'italiano Franco Basaglia, c'è molta ideologia ispirata anch'essa allo «spirito del tempo», insieme c'è però la giusta intuizione che il manicomio è ormai un istituto intollerabile e non più giustificato. Tanto più che i nuovi psicofarmaci fanno apparire decrepite o inutili o disumane le misure fisiche di costrizione arrivate senza mutamenti dai secoli più lontani.

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Pagina 77

Gli anni Sessanta sono ormai un'epoca sfumata nella lontananza di un altro secolo. Eppure, se si pensa a tutte le novità che si sono avvicendate in quel turbinoso decennio, si vede che lì affondano le radici di molte delle cose che informano ancora oggi la nostra vita: mutamenti nella politica e nel costume, nuovi rapporti tra le persone e le generazioni, nuovi consumi, trasformazioni profonde e durevoli. Per fare un solo esempio, non credo che in Italia il referendum sul divorzio avrebbe vinto con una così larga maggioranza senza i cambiamenti nella comune sensibilità verificatisi in quegli anni, a cominciare dalle rivendicazioni del femminismo.

Accadde insomma nei «favolosi Sessanta» qualcosa di memorabile di cui Londra prima, la California poi, furono l'epicentro. Quella somma convulsa di alterazioni diede a una buona parte del mondo occidentale una fisionomia nuova dalla quale non ci si sarebbe più discostati. Le geniali canzoni dei Beatles furono la colonna sonora di quei mutamenti. Siamo abituati a riassumerli sotto il nome di «Sessantotto», duttile cifra diventata come una bella borsa larga e comoda: dentro ci si può mettere di tutto, certi che in qualche modo, in mezzo a tutto il resto, si finirà per ritrovarlo.

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Pagina 165

Non si può capire Londra se non si considera che la sua vita è stata sempre proiettata sul grande fiume che l'attraversa e, grazie al fiume, verso quel mare dal quale ha tratto ricchezza e potenza. Non si è davvero vista Londra se non si è disceso il Tamigi, sia pure per i pochi chilometri che separano il centro cittadino da Greenwich, località molto legata al mare, dove sorgeva una delle residenze preferite da Enrico VIII, dov'è nata Elisabetta I, dove sorge la deliziosa villa progettata da Inigo Jones detta Queen's House, costruita per la moglie di Giacomo I, e dove, soprattutto, si può ammirare il veliero Cutty Sark.

Questo famoso clipper ha una storia curiosa e un nome ancora più curioso, perché Cutty Sark vuol dire semplicemente «camiciola» e nasce da una leggenda messa in versi da Robert Burns (1759-1796) nel suo Tam O'Shanter. Tam (Tom) è un contadino ubriacone che una notte, a cavallo della sua giumenta, crede di vedere una ronda di streghe guidate da Satana in persona suonare la cornamusa e danzare intorno a una chiesa.

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