Autore Gianluca Barbera
Titolo Il viaggio dei viaggi
SottotitoloSi può esplorare il mondo in 500 passi?
EdizioneSolferino, Milano, 2020, Narratori , pag. 264, cop.fle., dim. 14x21,5x2,4 cm , Isbn 978-88-282-0427-5
LettoreDavide Allodi, 2021
Classe viaggi , ragazzi , musei









 

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Indice


 1. Una visita al museo                                  9

 2. A bordo della Beagle                                17

 3. La visita prosegue                                  40

 4. Un italiano tra le piramidi                         44

 5. Nella caffetteria-ristorante                        70

 6. Grand Tour                                          75

 7. Un bisogno impellente                               97

 8. L'isola di Robinson                                101

 9. L'Oriente e la prima circumnavigazione del globo   111

10. Il grande Oceano Pacifico                          117

11. Fughe, battibecchi e amorazzi                      129

12. La sirena delle Galápagos                          137

13. Nel padiglione del XX secolo                       173

14. L'ultimo volo                                      177

15. Viaggi nel tempo e cyberspazio                     204

16. Allunaggio                                         210

17. Tutti a casa                                       230

18. Il viaggio dei viaggi                              246


    Letture                                            259


 

 

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1
Una visita al museo



Museo dei grandi viaggi di avventura, di esplorazione e di scoperta, sale del XVIII e XIX secolo


«Fate che il presente si prenda cura del passato più di quanto il futuro è solito prendersi cura del presente.» Questo monito campeggiava su una targa di ottone posta all'ingresso della sala.

La scolaresca, una trentina di ragazzi e ragazze accompagnati dal professor Terranova, insegnante di storia, e dalla guida del museo, un ragazzotto fresco di laurea con lo sguardo carognesco, si fermò poco più in là, davanti a un grande dipinto a olio di Luigi Balugani intitolato Il banchetto di Polifemo.

«Dio, che orrore. Prof, che cosa rappresenta?»

«Sempre sul truce cade il tuo occhio, eh, Tommi?»

Tommaso Richetti, col suo ciuffo ribelle, era figlio di notai (padre e madre), e per lui la via tracciata pareva diritta e luminosa. Ma a volte il destino si mette di traverso.

«Che posso farci se mi piace il trucido.»

«Per cominciare "truce" e "trucido" non sono la stessa cosa. Poi non siamo qui per fare gli spiritosi. Devo ricordarti che quest'anno hai l'esame?»

«Uffa, prof, come me lo posso scordare, se non fa che ricordarmelo!»

«Meglio così. Se stai zitto un attimo possiamo sentire cosa ci racconta la guida.»

Il giovane dipendente del museo aveva appena cominciato a parlare a macchinetta, come spesso fanno le guide, abituate a ripetersi più volte al giorno.

«Questa tela ritrae il celebre esploratore scozzese James Bruce, che trascorse numerosi anni alla corte abissina, in quello che fu l'antico dominio del Prete Gianni, ospite del potente ràis Micael di Gondar, nella regione del Tigrai, per poi rendersi protagonista di una sensazionale scoperta: quella delle sorgenti di Gish Abbai, da cui origina il Nilo Azzurro. Una volta tornato in patria e ritiratosi nella tenuta di Kinnaird, Bruce raccontò quell'esperienza nella sua opera in cinque volumi intitolata Viaggi alla scoperta delle sorgenti del Nilo negli anni dal 1768 al 1773. Qui lo vediamo raffigurato mentre prende parte a un tipico banchetto a corte. Come si vede nel dipinto, presso le ricche famiglie abissine dell'epoca era costume cibarsi di carne cruda, tagliata lì per lì dagli animali vivi. Un po' come in certi paesi asiatici si scoperchia il cranio di una scimmia mentre ancora respira...»

«Ma che schifo!» si lasciò sfuggire Tommaso infilando un dito nel naso.

«Silenzio!» Il professore era viola. «Potremmo andare oltre?» fece, con lo stomaco sottosopra, lanciando un monito alla guida, che parve raccoglierlo.

«Ora capite» riprese questi «perché Bruce, per descrivere quei pranzi, sia ricorso all'espressione "banchetto di Polifemo", che il pittore ha rappresentato con estremo realismo. Ma c'è di più: se osservate con attenzione vi accorgerete che sono le donne a imboccare gli uomini. In quei paesi era proibito agli individui di sesso maschile toccare il cibo con le mani. Erano le donne a staccare con una lama affilata i pezzi di carne pulsante dall'animale. La infilavano in due fette di pane azzimo e la servivano ai loro uomini. I banchetti, come potete notare sullo sfondo, si concludevano con un rito orgiastico che spesso si protraeva fino a notte fonda.»

Il professore indirizzò un altro sguardo minaccioso alla guida, la quale, dopo un debole cenno d'intesa, si spostò di alcuni passi verso sinistra proseguendo lungo il percorso.

«Qui invece» riattaccò «possiamo ammirare una celebre incisione di Francesco Bartolozzi raffigurante la morte del capitano James Cook , trucidato alle Hawaii il 14 febbraio 1779 da quegli stessi indigeni che fino a poco prima lo avevano venerato come un dio.»

Fece una pausa studiata, per sondare la reazione dei ragazzi: calma piatta.

«Se da un lato» riprese «Cook era consapevole, come annota nei diari, di aver interferito con il loro stile di vita, corrompendone i costumi, mettendo in crisi un secolare equilibro, dall'altro non si fece scrupolo di depredarli e di saccheggiare le loro terre per procurarsi ciò di cui aveva bisogno - cibo, acqua, legname - giungendo perfino a violare i loro santuari e a devastare i templi dove venivano custoditi i loro idoli per asportarne il legno necessario per le riparazioni della nave.»

Un'altra pausa, questa volta per soffiarsi il naso con un enorme fazzoletto di cotone con le iniziali incise.

«Ma la vendetta degli indigeni si abbatté su di lui e sui suoi uomini, molti dei quali vennero assaliti sulla spiaggia proprio di fronte alla nave alla fonda. Lo stesso Cook, giunto in soccorso con una scialuppa, venne catturato e arrostito su una graticola. Questa macabra illustrazione di Theodor de Bry, un incisore del Cinquecento, raffigura un episodio simile.»

Rivolse al professore uno sguardo supplice, allargando le braccia come per dire: che colpa ne ho se la storia dei viaggi di esplorazione è questa!

«Insomma» intervenne ridacchiando uno studente piccoletto e brufoloso, grattandosi la patta, «se ho ben capito questi viaggi di esplorazione erano peggio di un film dell'orrore!»

«Bartolomeo, queste stupidaggini tienile per te, per cortesia» lo rimbrottò il professore.

«Va bene, prof. Però ammetterà...»

«Vada avanti, per favore» fece Terranova rivolto alla guida, lanciandogli un'occhiata a metà tra il rimprovero e la disperazione, «ma cerchiamo di soppesare le parole e di selezionare meglio gli argomenti, per cortesia. Sono dei ragazzi!»

«Come vuole» rispose la guida fingendosi offesa e dandogli le spalle. «Per tornare a Bruce, quella della ricerca delle sorgenti del Nilo è una lunga storia non ancora conclusa: saranno quelle del suo corso principale, il Nilo Bianco, a impegnare gli esploratori nei decenni successivi: Burton, Speke, Livingstone e Stanley, dei quali vi dirò qualcosa più avanti.»

Dopo averli fatti sfilare davanti a una serie di perturbanti maschere dogon utilizzate, come spiegò, nei riti awa, giunsero davanti a una incisione di modeste dimensioni ma molto accurata che immortalava il celebre incontro, avvenuto presso lo sperduto villaggio africano di Ugigi, tra Henry Morton Stanley e David Livingstone.

«Questo che vedete qui a destra è Livingstone, all'epoca il più celebre esploratore del pianeta, una leggenda vivente» riattaccò la guida. «Da mesi era scomparso e la Royal Society di Londra aveva messo in piedi una costosa spedizione per ritrovarlo. Fu invece un giornalista americano a caccia di scoop, finanziato dal giornale per cui lavorava, a rintracciarlo, nel 1871... Anche Livingstone, come tutti gli altri, era in cerca delle sorgenti del Nilo. A detta dell'intero mondo scientifico, nessuno aveva contribuito quanto lui a far conoscere al resto del mondo l'Africa, che aveva attraversato da costa a costa, spingendosi fino alle cascate Vittoria, prima sorgente del Nilo, come avrebbe scoperto Speke qualche anno dopo, e che con insuperabile zelo aveva tracciato le prime mappe attendibili e dettagliate del continente africano, specie delle regioni più interne. Per non parlare del valore incalcolabile delle sue osservazioni sulla flora e la fauna di quell'area di mondo. Con le sue immancabili scatole di latta a tracolla, al cui interno custodiva i preziosi diari pieni di schizzi e annotazioni che una volta pubblicati lo avrebbero reso famoso ai quattro angoli del globo, si era fatto largo nella foresta vergine a colpi di machete, tra paludi e acquitrini infestati da serpenti e coccodrilli, perseguitato dalle sanguisughe, depredato di tutto, perfino della preziosa farmacia portatile che tante volte gli aveva salvato la vita e di cui vedete qui una riproduzione, abbandonato dai suoi sepoy e dai portatori così tante volte da perderne il conto, vincendo la malaria, la polmonite, la progressiva perdita dei denti, le allucinazioni, la diffidenza e l'aggressività delle tribù dei Grandi Laghi. Al termine di una specie di via crucis era giunto allo stremo delle forze a Ugigi, nei pressi del lago Tanganica, nell'Africa orientale, armato della sola fede, come usava dire - aggiungendo subito dopo che diffondere la parola del Vangelo serviva non solo a salvare anime ma anche ad aprire nuove rotte commerciali, e in questo non si poteva dargli torto. Ormai malato e impossibilitato a proseguire, era stato salvato dagli stessi mercanti di schiavi e di avorio che aveva combattuto, i quali lo tennero presso di sé, in stato di semiprigionia, in un luogo segreto lungo le sponde del Tanganica. Qui egli trascorse quasi un anno, recuperando le forze a poco a poco. Una volta rimessosi in sesto, gli fu consentito di riprendere il viaggio, a patto che non rivelasse l'ubicazione del nascondiglio dei suoi soccorritori. In pochi giorni raggiunse la regione compresa tra i laghi Shire e Niassa, continuando a tracciare mappe e a eseguire rilevamenti di altipiani, foreste, laghi, fiumi, villaggi... E per tutto quel tempo il mondo non aveva più avuto sue notizie, perciò molti lo davano per disperso. Fu a quel punto che Stanley partì alla sua ricerca. Come dicevo, l'impresa era finanziata dal "New York Herald", che sperava di aumentare le vendite pubblicando a puntate il resoconto della spedizione. Stanley, abituato a trattare con gli indiani delle praterie, era un tipo pragmatico, sbrigativo e abile nelle relazioni pubbliche: in poche parole, la persona che ci voleva per condurre in porto una simile impresa. Dopo avere seguito passo passo quello che si supponeva essere l'itinerario percorso da Livingstone, dalla costa occidentale dell'Africa fino al villaggio di Ugigi, noto per il suo florido mercato di schiavi e di avorio, Stanley vide finalmente venirgli incontro, attorniato da una moltitudine di indigeni seminudi, un uomo bianco alto e magro, con una lunga barba polverosa e il volto segnato dalla sofferenza. Avanzò verso di lui con passo misurato e quando fu a pochi metri, preso dalla commozione, fu tentato di abbracciarlo. Invece si limitò a togliersi il cappello e a mormorare: "Il dottor Livingstone, suppongo". "Sì" rispose l'altro, levandosi anche lui il cappello. Nient'altro. Si sarebbero detti due amici che si incontrano a Piccadilly per recarsi a teatro... E ora, se vogliamo proseguire, per di qua...»

«Scusi, prof» fece uno spilungone dinoccolato con una cresta fucsia e un anellone all'orecchio destro che di cognome faceva Colombo, «può dirci perché abbiamo cominciato dalla sala dell'Ottocento e non dalle prime sale, dedicate ai viaggi nel Medioevo e nel Rinascimento?»

Terranova non si aspettava quella domanda.

«Colombo, sempre in cerca del pelo nell'uovo, eh? La ragione è semplice: per visitare le altre sale avremmo dovuto attendere un'ora e forse più: a causa di un malinteso la guida che se ne occupa si era impegnata con altri gruppi. Tutto chiaro?»

I genitori del ragazzo, titolari di un rinomato ristorante che serviva specialità di pesce, a ogni incontro coi professori non facevano che sottolineare come il destino del figlio fosse tracciato. Ma lui non sembrava rassegnarsi all'idea.

«Certo prof, mica volevo...»

«Mentre quella del Seicento è chiusa per restauri, dico bene?» fece Terranova rivolto alla guida.

Questa annuì, per poi riattaccare un attimo dopo: «Eccoci davanti a una riproduzione in scala 1:2 della Beagle, il brigantino con cui Charles Darwin compì il giro del globo raccontato nel celebre Viaggio di un naturalista intorno al mondo ».

Salì sul ponte rialzato della nave per una ripida scaletta, seguito da alcuni studenti.

«Ecco, questa era la sua cabina, e qui vedete la sua bussola, il suo telescopio e la sua lente d'ingrandimento, o meglio una loro riproduzione a grandezza naturale. E questi sono dei cronometri e un barometro appartenuti al comandante Robert FitzRoy. Naturalmente la nave era dotata di cannoni, ma qui non ne troverete.»

Tralasciò di dire che il primo comandante della Beagle, il capitano di vascello Pringle Stokes, si era sparato alla tempia dopo essersi chiuso nella cabina per quattordici giorni a causa della depressione nella quale era piombato una volta giunti nella Terra del Fuoco.

Un attimo dopo premette un tasto verde su un pannello di alluminio e di colpo partì una registrazione che intendeva ricreare i suoni e l'atmosfera a bordo della Beagle, proprio come se ci si fosse trovati a fianco di Darwin e di FitzRoy in carne e ossa.

Nel frattempo metà della scolaresca, incluso il professor Terranova, era salita sul brigantino.

La nave prese a rollare, in modo molto verosimile.

«Se chiudete gli occhi» azzardò la guida «assaporerete meglio ogni cosa, il rumore delle onde, il fischio del vento, le grida dei marinai...»

Tra i ragazzi era sceso il silenzio. Molti di loro si erano lasciati convincere a socchiudere gli occhi.

«Non sembra anche a voi di trovarvi lì con loro, sul castello di prua della Beagle?» continuò la guida. «Ecco davanti a voi le coste del Sudamerica, riuscite a vederle?»

Qualcuno mormorò un timido sì.

Bartolomeo si schiacciò un foruncolo sul naso.

«Ecco il Río de la Plata, Puerto Deseado, la Patagonia...»

Lo stesso professor Terranova, contro la sua volontà, si lasciò afferrare dalla suggestione, sprofondando in una specie di sogno a occhi aperti. Gli sembrò di sentire un'eco, prima lontana e poi sempre più vicina. Sì, era lui, Darwin, tornato per far rivivere quella storia attraverso la sua voce suadente. Con un gesto quasi meccanico, tirò fuori dallo zainetto la guida-catalogo del museo, che aveva acquistato al bookshop al momento di fare il biglietto e, dopo aver scorso l'indice l'aprì alla pagina che cercava...

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2
A bordo della Beagle



Eravamo in viaggio da otto mesi quando, lasciate le acque fangose del Río de la Plata, la Beagle fece rotta verso Capo Deseado, sulla costa occidentale della Patagonia. Altre volte ci era capitato di trovarci circondati dà insetti. Dunque non ci stupimmo più di tanto quando una sera, a dieci miglia dalla Baia di San Blas, fummo attorniati da migliaia di farfalle. Facendo correre lo sguardo da ogni parte ci accorgemmo che erano una distesa immensa. Anche scrutando con il cannocchiale non se ne vedeva la fine. I marinai gridavano: «Nevicano farfalle!». Come si fossero spinte così lontano dalla costa restava un mistero.

Erano di moltissime specie, ma per lo più appartenevano a quella nota come Colias edusa. In mezzo a quel turbinio vi erano pure parecchi imenotteri. Alcuni coleotteri della varietà detta Calosoma si posarono a bordo dopo un volo sbilenco. La cosa era tanto più sorprendente perché quel genere di coleotteri è in grado di compiere solo brevi tragitti.

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6
Grand Tour



                        L'era della velocità e del confort ha scoperto con
                        sempre crescente interesse la seduzione dei viaggi
                        narrati, il fantasioso diletto del viaggiatore
                        sedentario, confinato nella propria gremita solitudine.

                                                                ATTILIO BRILLI



«Senti un po' cosa scrive il caro Adam. Sembrano parole tagliate su misura per noi.»

«Il caro vecchio Adam? Ancora scrive?»

«Eccome. E senti con che maestria lo fa: "Contrariamente a quanto si pensa, i giovani che si recano all'estero per compiere la loro educazione al ritorno sono più vanitosi, dissoluti e inetti di quanto sarebbero stati se fossero rimasti a casa".»

«Oh oh» ghignò Thomas.

«Ma non è tutto» continuò Horace. «Senti che affondo: "I turisti inglesi a Parigi offrono uno spettacolo indecoroso. Bevono fino a notte fonda, poi tornano a casa barcollando, a meno che non finiscano per inciampare in qualche bordello lungo la strada. E così il resoconto del loro viaggio si riduce all'elenco delle bottiglie scolate e a quello delle avventure da postribolo".»

«Sembra proprio che parli di noi» fece Thomas.

«Quel che gli rode» osservò Horace «deve essere il fatto che un giovane durante il suo apprendistato in Europa rischia di acquisire quella scaltrezza che gli consentirà una volta tornato in patria di tenere testa proprio ai vecchi satiri del suo stampo.»

«Pare che, quando fu il suo turno, a Siena abbia insidiato più di una giovinetta. Circola un gustoso aneddoto che lo ritrae mentre a Firenze seduce una cameriera venuta a portargli in camera una tazza di cioccolata. Per di più incinta!»

«Già, chi non può più dare il cattivo esempio si consola dispensando cattivi consigli. O qualcosa del genere.» Emise un paio di starnuti.

«Salute.»

«La verità» proseguì Horace «è che Adam ce l'ha con questa moda un po' fanatica, dobbiamo riconoscerlo, di viaggiare su e giù per il vecchio continente. Oggigiorno si può dire che non vi sia inglese di buona famiglia e di qualche ambizione che non voglia godere dei piaceri offerti da un viaggio in Italia. La guida del Sandy consiglia di attraversare lo Stivale, fino in Sicilia, possibilmente senza mai ripetere lo stesso percorso, godendo di ogni possibile scorcio pittoresco, senza trascurare il più piccolo dei tesori nascosti. E tuttavia disponendo ogni cosa in modo da trovarsi a Venezia nei giorni del Carnevale, a Roma per la Settimana Santa, a Napoli per la processione di San Gennaro e a Bologna per i festeggiamenti in onore del Santissimo Sacramento, considerando che Firenze e Siena sono godibili in ogni periodo dell'anno. Che te ne pare?»

«Ti dirò, non vedo l'ora di scendere da questa portantina. Ho le ossa rotte e il mal di mare. Piano, ragazzo! Così mi fai precipitare di sotto!»

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10
Il grande Oceano Pacifico



Mortui non mordent. I morti non possono più nuocere, dicevano i latini. Ma non è sempre vero.

Quando la testa rasata di Quesada, capitano della Concepción, rotolò sulle sudice assi del castello di poppa della Trinidad, lanciai un'occhiata alle orbite bianche, agli occhi girati all'insù, e fui colto da un conato di vomito. Posata l'ascia, il boia afferrò la testa per i capelli e la sollevò mostrandola al capitano generale, che annuì. Il corpo fu sollevato da due marinai e gettato in mare, in pasto agli squali che ci avevano seguito per giorni e giorni, e ora non facevano che girare intorno alle navi in attesa del prossimo pasto.

Non ho idea della fine che fece la testa di Quesada. Fu portata via e nessuno la vide più. C'è chi sostiene che il comandante l'avesse conservata per buona parte del viaggio immersa in una tinozza di acqua salsa, ma io non lo credo. Nient'altro che cattiverie. Erano in molti a odiare Magellano. E non solo perché era portoghese.

Gaspar de Quesada era pur sempre un pari di Spagna. Nessuno era in grado di prevedere in che modo il sovrano avrebbe preso quella notizia, una volta che fossimo tornati in Spagna - se mai vi fossimo tornati.

Di certo ci sarebbe stata un'inchiesta. Dopotutto Magellano era un portoghese che aveva messo a morte degli alti ufficiali del re. Ma per ora, a migliaia di leghe dalla sovranità della corona, tra quei mari sconosciuti e quelle lande desolate, era lui il signore assoluto. Non dovevamo dimenticarlo. Lui la sola legge terrena.

Due giorni dopo vedemmo un falco volare sulle navi, mentre ancora eravamo all'ancora nella Baia di San Julián. Stringeva una preda tra gli artigli. Non capivamo cosa fosse. Venne sopra di noi roteando e la lasciò cadere. Atterrò sul ponte della Trinidad, a pochi passi da Magellano. Quasi un monito. Si trattava di una mano. Dal grosso anello brunito infilato al dito medio tutti la riconoscemmo: era appartenuta a Luis de Mendoza, fino a pochi giorni prima capitano della Victoria, e ora cibo per i pesci.

Tutti lo interpretarono come un cattivo presagio. Facemmo ressa intorno a quel macabro resto. Nessuno osava fiatare.

«Forza, sgomberare. Tornate ai vostri posti» ordinò Barbosa, che di Magellano era il cognato.

Mentre gli alguacils ci disperdevano, molti mugugnavano tra i denti. Tra l'equipaggio lo scontento era al culmine.

E non è tutto. Il venerdì santo toccò a don Cartagena, al quale era stata risparmiata la vita in virtù del suo rango e della sua prossimità al re. Per ordine del comandante fu condotto su un isolotto deserto a due miglia dalla costa e lì abbandonato, con una misera razione di viveri, un barile di vino pieno per un quinto, ma niente acqua né armi.

Tutti sapevano che quelle foreste pullulavano di cannibali. Nessuno aveva dubbi sulla sorte che lo attendeva.

La ribellione era stata sedata. Gli ammutinati processati e giustiziati. Ora Magellano aveva campo libero. Eppure non si decideva a riprendere il mare. Altri due mesi trascorsero nell'inerzia.

Poi finalmente qualcosa accadde. Una mattina, calata una scialuppa, scendemmo a terra per approvvigionarci di legna e acqua dolce. Mentre le nostre asce si abbattevano su un tronco di sughero, dai cespugli sbucarono tre uomini alti e massicci, dei veri e propri giganti. Vennero verso di noi dondolando.

Feci per sguainare la spada, ma Barbosa cacciò un grido.

«Fermo, Elcano! Cerchiamo prima di capire che intenzioni hanno.»

Si avvicinarono pieni di sospetto e di cautela, prendendo a fiutarci come fanno i cani.

Vi sembrerà sorprendente, ma gli arrivavamo alla cintola. Li guardavamo da sotto in su come se fossero delle montagne o le alberature di una nave. Dovevano essere tutti piuttosto giovani, a giudicare dall'aspetto, anche se non era facile stabilirne l'età. Avevano la faccia dipinta di rosso, i lunghi capelli cosparsi di polvere bianca e indossavano pellicce di guanaco. In mano reggevano degli archi piccoli e tozzi, sicuramente a breve gittata. Le frecce, dalle punte con ogni probabilità intinte nel veleno, pendevano da una cordicella che cingeva il loro capo. All'improvviso due di loro inciamparono l'uno nell'altro e presero a correre verso il bosco, come se qualcosa li avesse spaventati a morte. Gridavano come pazzi. Il terzo invece non si scompose, continuando a esaminarci e ad annusarci, girandoci intorno. Era stranamente tranquillo.

Non so perché, mi venne l'idea che non ci stesse del tutto con la testa. Insomma, che fosse un po' tocco. Per quello non era scappato.

A poco a poco, a gesti e a parole, riuscimmo a spingerlo verso la scialuppa e a condurlo, senza che opponesse resistenza, sulla nave capitana.

Una volta al suo cospetto, Magellano lo squadrò da capo a piedi. Capii subito che non gli piaceva: immagino fosse per via dell'espressione ottusa.

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15
Viaggi nel tempo e cyberspazio



«Se poteste viaggiare nel tempo una sola volta, scegliereste di viaggiare nel passato o nel futuro?» domandò la guida davanti a un modellino di macchina del tempo che riproduceva quella immaginata da H.G. Wells nel celebre romanzo La macchina del tempo.

«Io nel passato» disse Colombo. «Vorrei ritrovarmi tra i dinosauri.»

«Parenti tuoi?» disse Greta.

«Come no» fece Colombo. «Parliamo dei tuoi antenati?»

«Che ne sai tu dei miei avi?»

«Ma se lo sanno tutti che il tuo bisnonno era un fascista!»

«Ehi, ragazzi, se continuate così, chiudiamo qua e si va tutti al pullman anzitempo» fece il professor Terranova.

«Io invece vorrei viaggiare nel futuro» fece Kim. «Il passato in fondo lo conosciamo. Del futuro invece non sappiamo nulla.»

«Ne sei proprio sicura?» domandò Terranova.

Kim esitò.

«Si tratta in effetti di modi differenti di essere curiosi» ammise il professore. «Oserei dire, di due opposte visioni del mondo.»

«E poi, Kim, rischieresti di materializzarti in un'epoca in cui l'uomo si è estinto e le macchine dominano incontrastate» fece il nerd.

«A te tutto questo dovrebbe andare a genio» osservò Veronica.

«Se anche fosse, non vedo il problema» disse Kim. «Diventerei padrona delle macchine.»

«Il rischio sarebbe invece di diventarne schiava» fece la guida.

Si udì un rumore assordante. La macchina si era messa in moto.

«Forza, salite» disse la guida.

Un paio di studenti la seguirono all'interno dell'abitacolo. La macchina prese a vorticare e quando si fermò, dopo un paio di minuti, il professor Terranova guardò attraverso l'oblò: dentro non c'era nessuno.

Cercò di forzare lo sportello.

«Accidenti, non si apre. Ragazzi, chiamate la sicurezza!» urlò spaventato.

Un attimo dopo lo sportello si aprì da solo e la guida uscì insieme ai ragazzi entrati con lei senza un solo capello scomposto.

«Dove eravate finiti?» domandò Terranova.

«Dove vuole che siamo stati» rispose la guida alzando un sopracciglio. «Non ci siamo mai mossi da lì dentro. Non crederà che ci siamo fatti un viaggetto nel tempo!»

Il professore li fissava a bocca aperta, piuttosto irritato.

«No di certo. Solo che non vi ho più visti.»

«Se ha guardato dall'oblò sul retro, sappia che è stato tratto in inganno da un gioco di specchi.»

Il professore si diede dello stupido: come aveva fatto a non pensarci prima!

«E ora ditemi» fece la guida. «Credete che l'ipotesi di viaggiare nel tempo non sia altro che una fantasia?»

Nessuna risposta.

«Ebbene, neanche per sogno.» La guida li guardava con un'aria furbetta. «Si tratta solo di vincere la velocità della luce. Quando ci riusciremo, senza compromettere la nostra integrità, i viaggi nel tempo saranno una realtà.»

«Un po' azzardata come teoria» l'ammonì il professore.

«E perché mai?» domandò la guida con aria di sfida.

«Conoscerà il celebre paradosso dei gemelli» buttò lì Terranova.

«Naturalmente. Ma è stato superato da tempo. Lei non è aggiornato.»

«Può darsi. In tal caso, però, la pregherei di dar voce a tutte le campane.»

«Come vuole. Sapete perché i viaggi nel tempo sono stati a lungo ritenuti impossibili?»

Numerose teste fecero no.

«Tra le varie ragioni c'è il cosiddetto paradosso dei gemelli. Vediamo se riesco rendervelo chiaro. Abbiamo due gemelli. Uno resta sulla Terra, mentre l'altro si imbarca su una navicella che viaggia nello spazio a una velocità prossima a quella della luce. Quando il gemello astronauta ritorna, trova l'altro invecchiato molto più di lui. Questo perché avvicinandoci alla velocità della luce il tempo scorre più lentamente. Tutto ciò pone non pochi problemi, come comprenderete: tutti di difficile soluzione. Naturalmente, le cose sono più complesse di così: io ve le ho riassunte. Ho detto bene, professore?»

Terranova annuì, non troppo convinto, con la sensazione di essere stato raggirato.

«Se vuole aggiungere altro...»

Il professore fece segno di no. Sapeva quanto quel terreno fosse scivoloso.

«Comunque di dilemmi e paradossi simili se ne contano a bizzeffe» continuò la guida. «Uno di questi, tuttora senza risposta, si presenta in questa forma: se il viaggio nel tempo prima o poi sarà possibile, come mai non siamo stati visitati da esseri provenienti dal futuro?»

«Forse nessuno ha mai risolto il cosiddetto problema spaziale» azzardò Terranova. «Mi spiego. A causa dello spin della Terra, delle continue variazioni della sua orbita e di altre interferenze di ordine più generale, se anche potessimo viaggiare nel tempo che garanzie avremmo di ritrovarci nello stesso punto da cui siamo partiti? Nessuna. Anzi, sarebbe un evento più unico che raro. dunque probabile che il cosmo sia disseminato di viaggiatori nel tempo alla deriva tra stelle e galassie, i quali invece di atterrare sulla Terra, come avrebbero voluto, sono finiti chissà dove! In conclusione, un viaggio nel tempo dovrebbe necessariamente essere anche un viaggio nello spazio, se si vuole evitare di ritrovarsi sperduti nel vuoto cosmico!»

«Molto interessante» fece la guida. «Tuttavia, quello che forse non sapete è che, in un certo senso, noi tutti sperimentiamo dei piccoli viaggi nel tempo ogni giorno, anche se non ce ne accorgiamo.»

I ragazzi sgranarono gli occhi, drizzando le antenne.

«Ma certo» aggiunse la guida. «Se ci pensate bene, essendo la velocità della luce una costante, si può ben dire che quando percorriamo grandi distanze in realtà non facciamo altro che viaggiare nel passato. Ad esempio, la luce del sole che vedete filtrare attraverso la finestra è di circa otto minuti fa, l'immagine delle stelle e dei pianeti che osserviamo col telescopio è di svariati anni fa, e così via. Ma lo stesso vale per le piccole distanze: quando voi conversate con un amico, la voce che vi giunge proviene dal passato, anche se si tratta di qualche miliardesimo di secondo fa.»

«Ho sentito dire che solo i viaggi nel futuro sarebbero possibili» fece Kim. «Come mai?»

«Per una serie di ragioni che ora sarebbe complicato passare in rassegna» rispose la guida. «Comunque io non sono d'accordo. Se mai saremo in grado di viaggiare nel tempo, lo faremo nelle due direzioni.»

I ragazzi erano esterrefatti. Nessuno fiatava.

Bene, pensò Terranova, ecco qualcosa che li coinvolge totalmente.

«Certo, sarà necessario superare alcuni paradossi, come vi dicevo: tipo quello del padre... Immaginate di viaggiare nel passato e di far visita a vostro padre da giovane. Mettiamo che non si sia ancora sposato con vostra madre e che voi lo uccidiate prima che la incontri e che vi concepisca. In tal caso non potreste nascere: dunque, come la mettiamo? Ci sono poi teorie che fanno riferimento a mondi paralleli, ultramondi, buchi neri e quant'altro, ma per oggi basta così.»

«Ho sentito dire» fece Terranova «che secondo alcuni scienziati i buchi neri sarebbero i luoghi dove è più probabile che in futuro possano effettuarsi dei viaggi nel tempo, è così?»

«Confermo» disse la guida. «Ma non credo sia il caso di approfondire. Per il momento accontentiamoci dei viaggi nello spazio. Quello che qui vedete è un modellino dell'Apollo 11. Ne avrete sentito parlare, immagino.»

«Certo» fece Veronica, «è il razzo con cui tre astronauti americani hanno raggiunto per la prima volta la Luna.»

«Molto bene» disse la guida, piacevolmente sorpresa. «Una volta mi è stato chiesto: quale altro viaggio è comparabile alla spedizione di Magellano? Ecco la risposta: il primo viaggio sulla Luna.»

«Non sono d'accordo» obiettò Terranova. «Io credo che solo i viaggi nel cyberspazio, nella rete, pianeta misterioso e in gran parte inesplorato, oltre che spazio di libertà (e di imbecillità), siano comparabili a quello di Magellano.»

La guida lo guardò stupita. «Interessante punto di vista.»

«Mai sentito parlare dell'enigma di Cicada 3301?» domandò il professore.

«Vagamente» rispose la guida. «Se non sbaglio con quella espressione ci si riferisce a una organizzazione segreta che opererebbe nel web allo scopo di reclutare i migliori cervelli informatici, o secondo altri per collegare la realtà virtuale al mondo reale, in una sorta di alternate reality game.»

«Più o meno» fece Terranova, in tono sibillino.

«Ma se è d'accordo» proseguì la guida «ne parleremo in un'altra occasione. Ore se permettete è giunto il momento di occuparci della storia del primo allunaggio.»

Nonostante tutto, Terranova si disse d'accordo. Meglio non spaventare i ragazzi.

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