Autore Stefano Bartezzaghi
Titolo M
SottotitoloUna metronovela
EdizioneEinaudi, Torino, 2015, Frontiere , pag. 282, cop.rig.sov., dim. 14x22x2 cm , Isbn 978-88-06-21142-4
LettoreDavide Allodi, 2016
Classe citta': Milano , narrativa italiana












 

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Indice


    Parte prima
    Mezzanino

  7 I.     SANT'AMBROGIO. Boccaporto
 18 II.    GARIBALDI F. S. Le premier métro
 32 III.   CONCILIAZIONE. Chuck & Dem
 38 IV.    PORTA GENOVA F. S. Narratori delle città

    Parte seconda
    Convoglio

 53 I.     PORTA ROMANA. Quella cosa a Porta Romana
 62 II.    GIOIA. Dell'incertezza urbana
 70 III.   MARCHE. Città d'acqua
 81 IV.    LORETO. Le coincidenze. Trattato di logica binaria
 93 V.     MOSCOVA. «Fare cuscino»
103 VI.    CIMIANO. La lumaca e la lucertola
112 VII.   PORTA VENEZIA. La metro a Venezia
120 VIII.  CENTRALE. «L'alta fantasia» e «I miei non falsi errori»
134 IX.    BICOCCA. Dancing
137 X.     DUOMO. Ilinx. La vertigine della metro
152 XI.    AFFORI F. N. La vita lilla
165 XII.   LAMBRATE F. S. Metrofunerale
177 XIII.  CADORNA. «Milano, downtown»
181 XIV.   VILLA SAN GIOVANNI. Metro poetico
187 XV.    PAGANO. Bivio pagano
203 XVI.   CORDUSIO. Metropoli, tana
210 XVII.  SANT'AGOSTINO. Metro nomi
215 XVIII. ROGOREDO F. S. Rogo, rodo, redo
220 XIX.   VIOLA. Lo spirito del tempo

    Parte terza
    Capolinea

231 I.     REPUBBLICA. Il nuoto in città
246 II.    ROMOLO. Il solco della metro
255 III.   CINECITTÀ. Roma: la metro a colori
264 IV.    MADONNINA. Toccare il collo

275 Persone e luoghi


 

 

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Pagina 7

Capitolo primo

SANT'AMBROGIO

Linea verde M2 fra CADORNA e SANT'AGOSTINO


BOCCAPORTO



Ingresso.

Non bisogna essere troppo pignoli, con la metropolitana.

La fermata Sant'Ambrogio non è in piazza Sant'Ambrogio e non è nemmeno in un luogo di Milano che abbia un nome preciso. È su una curva della Cerchia dei Navigli, sulla quale convergono via Carducci, via De Amicis e via Olona. Dall'altro lato, la Pusterla; piazza Sant'Ambrogio è solo dietro a quella.

Per qualche tempo, un anno o due, sono venuto alla fermata Sant'Ambrogio in tutti i giorni lavorativi, senza prendere la metro quasi mai. Accompagnavo qualcuno ed erano anche i primi tempi che a Milano vivevo relativamente vicino a una fermata della metro. Rimasto solo, mi voltavo e tornavo a lavorare a casa, senza neppure troppa curiosità per la bella zona in cui ero appena venuto ad abitare e che sarebbe stata la mia per altri venticinque anni. Sapevo che avrei avuto tempo di conoscerla bene.

Era un mondo ancora senza telematica e con pochissima elettronica. I biglietti si acquistavano in edicola e per convalidarli li si infilava nella fessura di un'obliteratrice di modello ormai obsoleto, che vi tatuava sopra la sequenza di ora, data, eccetera. Non c'erano i telefonini, quasi tutti i passeggeri solitari leggevano un giornale o un libro. Si fumava ancora fino alle banchine che dànno sui binari.

Quando invece andavo alla fermata per prendere io la metropolitana non mi accompagnava nessuno. Usavo una borsa di cuoio per portare documenti e libri, una borsa che forse sarebbe stata piú adatta all'età che ho ora (quando giro a mani libere). Arrivavo da via De Amicis, scendevo per il boccaporto con la scritta verde SANT'AMBROGIO, dopo la rampa di scale cavavo il biglietto di tasca, lo convalidavo. Ed eccoci qua.


Video e audio.

Non viaggio molto, quando viaggio non vado sempre in città dotate di metropolitana, quando vado in città dotate di metropolitana non sempre me ne servo. Quindi potrebbe pure non essere cosí significativo che io non abbia mai trovato, fuori da Milano, metropolitane con monitor che trasmettano video pubblicitari di pari invadenza acustica. A Città del Messico, anni fa, non c'erano. Magari oggi li hanno messi. A Barcellona ci sono i monitor ma sono muti. A Milano ci sono da anni e trasmettono a volume alto, a volte altissimo. Pochi minuti di informazioni in video, audio e didascalie scorrevoli che propongono una deprimente insalata di meteo, borsa, news, sport, al grado zero della sapienza produttiva. Disturba se stai parlando con qualcuno, di persona o al telefono, figurarsi se sei da solo e hai l'ambizione di leggere anche soltanto un giornale.

La lotta per impedire a quei sonori ossessivi di entrarmi nella testa io so vincerla. Il mio segreto è non ingaggiarla, non provare neppure a pensare a qualcos'altro. È l'assenza, il segreto: l'assenza a sé. Basta tenere a mente quale treno bisogna prendere e dove occorrerà scendere, in quali tasche sono portafoglio e telefonino, pochi dati di base, come il proprio nome. A quel punto ci si può lasciar calare sotto la linea di galleggiamento della coscienza; si deve annullare il pensiero logico, il calcolo delle consecuzioni di cause ed effetti che può offrire la propria debole consistenza all'azione brutale del disturbo acustico capace di spezzarlo. Lasciare che la mente evochi sensazioni, figure, ricordi di conversazione senza minimamente provare a governarla. Lo Zen e l'arte di preservare la mente viaggiando in metropolitana. Ma non appena la minaccia acustica si allontana - è arrivato il treno e ci sono salito - allora prevale il senso di deprivazione. Per alcuni minuti non sono stato me stesso. L'Altro mi ha invaso, con il suo miserabile palinsesto di annunci e pigre futilità che dovrebbero intrattenermi. I miei organi di senso e la mia identità di cittadino e consumatore sono stati smerciati a investitori pubblicitari e io ho implicitamente acconsentito, per il solo fatto di avvalermi di servizi urbani, pubblici e di proprietà pubblica, di cui oltretutto sono utente legittimo e prepagante (abbonato annuale, se muoio il 2 gennaio ho già saldato l'importo dell'intero anno solare e dubito che la mia tessera possa entrare nell'asse ereditario. L'abbonamento è «personale e non cedibile»).

Si potrà mai tornare indietro? Intendo dire: una volta che si è inventato un nuovo modo per far soldi (somministrare pubblicità nella metro) neppure Voltaire in persona, divenuto sindaco, potrebbe far molto per smontarlo, disinventarlo, porlo nel nulla dell'oblio.

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Pagina 46

Milano di sopra, Milano di sotto.


Ore 23 circa, sul treno in arrivo alla Gare de Lyon

- Scendiamo dal treno, prendiamo un taxi e siamo al residence.

- Ma no, prendiamo la metro. Perché un taxi?

- Per vedere subito la città. Perché la metro?

- Per vedere subito la città.


La metro è un mezzo di trasporto, veloce e pratico. Un'idea ingegnosa e arguta della modernità (anagramma «Modernità» = «Metro and I»).

La metro è un ambiente, un universo circoscritto di significazione, una semiosfera.

La metro è un campionamento speciale di quello che sta sopra.

In ogni città c'è gente che prende la metro e gente che non la prende: a Parigi e a New York la prendono quasi tutti, a Milano no. A Milano è un mezzo molto popolare. A Londra no, perché è cara.

Quando si pensa a uno spazio pubblico è normale pensare a uno spazio aperto. Dopo un secolo e piú di metropolitana siamo ancora abituati a pensare in termini di privato = interno, pubblico = esterno. Da questo punto di vista la metro è il contrario dei terrazzi delle case: questi sono esterni ma privati, la metro è un interno, ma pubblico.

Gli spazi intermedi fra l'ingresso e la discesa dal marciapiede ai vagoni hanno sempre un che di strano: pavimentazioni, rivestimenti, colori, segnaletiche. La luce artificiale, poi, che vira gli incarnati.

Mi è mai capitato di fare la conoscenza di qualcuno in metropolitana? Mi pare di no.


La metro è però, e innanzitutto, una teoria sulla città: una sintesi, un riassunto, una rappresentazione, un'ombra riportata. Il tracciato delle linee che formano la rete e la disposizione dei suoi nodi dipendono da calcoli sulla mappa cittadina e dalla verifica empirica sul territorio. Quali strade bloccare per anni con un cantiere e in quale punto è meglio ci sia una fermata. Un ingresso alla metropolitana conferisce salienza a un luogo della città, a volte un luogo che prima era insignificante, nascosto. La fermata Turati, per esempio, è in una zona di Milano irta di siti importanti ma sbuca in un punto anonimo e appartato.

La Milano di sopra si lascia semplificare da quella di sotto, non solo perché la metro la sottopassa in velocità, come in superficie non sarebbe certo consentito. Ma anche perché aggrega interi isolati attorno a un unico punto di displuvio, dove convergeranno i flussi dei passeggeri. La Milano di sotto è ordinata, ergonomica, quasi priva di dispersione.

Se, essendo sotto, è un inconscio, allora è un inconscio che procede per impulsi pressoché regolari, obblighi e controlli, porte aperte e porte chiuse, sinistra o destra, verso Abbiategrasso o verso Cascina Gobba: come l'altro inconscio, nel suo complesso contiene tutte le contraddizioni, ma le sposta e non le condensa. Genera lapsus, motti di spirito, sogni e sintomi nevrotici: alla fine impone però di scegliere sempre una e una sola direzione. Per perdersi davvero, basta salire le rampe e tornare al livello del suolo, sulla terra e non piú nella terra. I veri pasticci si combinano lassú.

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Pagina 123

Anaforismi.


Proprio ieri qualcuno ha esposto sulla sua bacheca di Facebook la citazione da Italo Calvino: «La fantasia è un posto dove ci piove dentro».

In epoche remote, con le impazienze dell'età di allora (ogni età ha infatti le sue), mi ero ripromesso di inaugurare un'azione forte e decisiva contro una moda culturale secolare che oramai mi pareva prossima a imperare sulle menti: l'aforisma. Avevo un atteggiamento sprezzante e sarcastico contro quei libri del genere: «Oscar Wilde, Aforismi». Quando mai Wilde aveva scritto un libro intitolato Aforismi? Non libri, quelli: polpette di carne trita editoriale, confezionate nelle cucine dei piú smaccati fast food o dei piú opportunisti ristoranti decaduti, ritagliando frasi dai loro rispettivi contesti originari; come i dischi che raccolgono arie d'opere celebri, scartando «tutti quei noiosi recitativi»; o ancora i servizi televisivi della domenica sul calcio, che mostrano i soli gol privi delle azioni e degli indugi e delle meline che li contornano e costituiscono la vera essenza di una partita di calcio (ricordo che per Gianni Brera il risultato perfetto di una partita era l'altrimenti vituperato 0-0). A quell'epoca le librerie si riempivano di libri del genere, perché nessun editore intendeva mancare la moda dell'aforisma o dello pseudoaforisma, della raccolta di battute comiche o del dizionario delle citazioni per fare bella figura nei propri scritti, dalla Mondadori dei Pensieri di Bellavista di Luciano De Crescenze («Due rette parallele s'incontrano solo all'infinito quando ormai non gliene frega piú niente») all'Adelphi dei Detti e contraddetti di Karl Kraus («La psicoanalisi è la malattia che pretende di curare»). E io, contro.

Mi ero appuntato un neologismo che avevo coniato perché fosse il titolo di una rubrica, forse addirittura di un libro: «Anaforismi». Vi avrei raccolto frasi che funzionavano al contrario degli aforismi. An-aforismi, non-aforismi (primo livello). Le frasi piú perfette (anaforismi di secondo livello) sarebbero state quelle che funzionavano al contrario degli aforismi a causa di una o piú anafore (anafor-ismi), come per esempio: «Questa o quella per me pari sono». «Questa o quella» cosa, o bestia? Come faccio a capire? («Questa» e «quella» sono anafore, si riferiscono a entità nominate nel contesto, e lasciate fuori dalla sforbiciata che isola l'anaforisma).

Gli anaforismi sarebbero stati un contributo a una certa rivista di cultura che andavo blandamente progettando assieme a due amici piú grandi ed esperti di me, che l'avrebbero diretta mentre io ne sarei stato il curatore effettivo, addirittura stipendiato. Dieci anni e passa prima di internet si pensava ancora di fondare riviste culturali, che i lettori sarebbero andati ad acquistare nelle librerie giuste, al prezzo di un libro tascabile. La nostra avrebbe avuto un titolo tratto da Hölderlin e un'impostazione certamente innovativa di cui non ricordo nulla, a parte la mia rubrica sugli anaforismi. In casa di uno dei condirettori avvenne anche una presentazione del progetto a un possibile editore, piú o meno amico loro. Lo ricordo galante con la bellissima padrona di casa, portatore di un'estrosa combinazione di impaccio e disinvoltura, fisicamente disturbato (ci disse di aver appena festeggiato a ostriche il compleanno della madre, e di avere subito qualche conseguenza). Ascoltò, intervenne, si complimentò. Proferí solo dei «sí», ma erano «si» elusivi, come «no» non ancora ben consapevoli di sé: una forma di anaffermazione il cui segreto di fabbrica è detenuto dagli editori dinastici, che se lo tramandano senza rivelarlo a nessun altro. La rivista, come già molte altre, rimase anche per questo una mai-vista.

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Capitolo nono

BICOCCA

Linea lilla M5 fra CA' GRANDA e PONALE


DANCING



«Chuck & Dem. Brianza che danza».

Chuck ama ballare e le serate randagie per locali per lui diventano divertenti quando il locale è un disco pub e il dovere professionale di mimetizzarsi gli dà l'obbligo di fare quel che piú ama. Anzi, è lui che sgrida Dem, che non balla («Sono già abbastanza ridicolo cosí») e passa il tempo a guardare il comportamento degli avventori, con il rischio di apparire la spia che è.

Chuck è un uomo molto avvenente, balla benissimo tutti i generi tranne il liscio e il latino, le ragazze lo guardano con concupiscenza, i ragazzi lo odiano. Ora ci sta dando dentro in una discoteca della periferia nord di Milano, verso la Bicocca. Chuck & Dem sono arrivati con la metro 5, torneranno in taxi. La discoteca è una delle mete abituali dello sciame brianzolo. La zona collinare che si disegna tracciando due linee da nord a sud, a partire dalle due punte del ramo di Como, da Como e da Lecco, fra il Seveso e l'Adda, insomma, è un caso estremo di antropizzazione. Un Chianti, un Monferrato potenziali su cui la presenza umana ha infierito come può fare l'alcolismo pluridecennale sul corpo di un bellissimo disgraziato. Tumefazioni di capannoni e villette a schiera, cartelloni pubblicitari come tatuaggi mal eseguiti, centri commerciali come vestiti vistosi indossati a casaccio, traffico di auto, camion e moto come sudorazione abbondante e continuata e, di tanto in tanto, l'emersione di un lineamento di bellezza potente ma repressa, denegata.

Pressoché tutte le sere, ma nelle prefestive di piú, un fiotto ben nutrito di auto e moto scende verso il Mediolanum - terra di mezzo, confluenza delle acque -, depone nelle doline delle discoteche e dei luoghi di divertimento una discreta massa di giovani esuberanti, a volte ricchi della ricchezza scaltra dei lavoratori diventati padroncini, gli spicci «scior Brambilla» che hanno fatto fortuna con l'economia sommersa, e sono stati i loro nonni. Nonni, padri e nipoti si esprimono in un italiano pesantemente marcato da una calata lombarda quasi valligiana, con tratti gutturali, vocali strascinate e apertissime. Scolarizzazione sbrigativa, struttura identitaria a cerchi concentrici, con legami che si indeboliscono a mano a mano che si passa alla cerchia piú esterna: la famiglia, i compagni di scuola, la parrocchia, i compaesani, quelli dello stesso comprensorio, i brianzoli, i lombardi. Con l'Italia il legame è quasi perduto. Professori a volte coltissimi possono incidere: e allora avremo certe serate a cui si partecipa rimontando in senso contrario il traffico che scende alle discoteche e in cui in una corte del Quattrocento, alle nove di una sera di inizio luglio, una platea di duecento persone ascolta un filosofo, un teologo, un medico, una psicologa e un monaco parlare sul tema: «Imparare a morire», con garbati interventi di un gruppo musicale di larga fama locale. Insomma, fare discorsi generici non si può, neppure sulla Brianza.

Resta il fatto che lo stereotipo del giovane brianzolo in libera uscita a Milano ha una sua consistenza.

Chuck sta ballando e ha puntato una. Mica male. È seduta su un divanetto con un'amica, è alta, bionda, né magra né grassa, porta bene abiti appena pacchiani - ma a Chuck dell'eleganza importa poco. Potrebbe non essere italiana. Si guardano.

Chuck entra in azione, si avvicina, sempre un po' ballando, e decide per l'approccio international:

- Wanna dance?

- Eeh?

- Balli?

- No, bali no: perché se bali südi, e se südi spüssi.

Chuck si allontana prontamente dalla sillogista, ballonzolando e facendo ciao ciao con la manona.

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Capitolo decimo

DUOMO

Linea rossa MI fra CORDUSIO e SAN BABILA

Linea gialla M3 fra MONTENAPOLEONE e MISSORI


ILINX. LA VERTIGINE DELLA METRO



«Treno in arrivo da: Montenapoleone».

Per i principianti della metropolitana il rumore che preannuncia l'arrivo del convoglio è preoccupante. Un cupo rotolare che rimbalza da una galleria all'altra e non sempre ne lascia indovinare la provenienza. Un borborigma tellurico, come se la metro scaturisse da un'ernia iatale del sottosuolo. Un evento metabolico che scuote il corpo.

La metro è del resto un tubo che inghiotte, un orifizio che scarica, una peristalsi che rumina passeggeri, spesso accompagnata da disagi e cattivi odori. La meccanica della metropolitana - il metallo, il cemento, l'elettricità, la plastica, la gomma - sembra contaminarsi con la biologia dei corpi umani per i quali è stata progettata e impiantata: sporcizie, buio e puzze sono in continua formazione. La verità è che non possiamo fare a meno di pensare alle cosiddette «viscere» della Terra come a un analogo, di dimensioni macroscopiche, delle viscere del corpo nostro.

La metro ha una fisiologia e nessuna fisiologia è mai del tutto gradevole. Anche quando è piú sgradevole è però perfettamente necessaria, cosí come la metro è necessaria alla fisiologia della giornata di chi la usa. Ce ne si accorge nei giorni di sciopero, che sono le stipsi del sistema, e come le stipsi provocano i dolori, i fastidi acutissimi e i nervosismi di quando «non si può andare»; o negli incidenti per guasto meccanico, infiltrazione d'acqua o responsabilità umana - manovra errata, suicidio, che sono improvvisi e imprevisti collassi del sistema, infarti fisio-socio-meccanici.

Finora a me non è mai capitato di dover uscire da una vettura ferma in galleria, e camminare in fila indiana sul cornicione di sicurezza per raggiungere la prima stazione. Me lo raffiguro come un faticoso sogno notturno, a cui sottrarsi passo dopo passo guidati dalla sottilissima convinzione subliminale che i pericoli che ci minacciano non siano reali. O come essere destati da una necessità improvvisa, in un luogo che non è casa nostra, e andare in bagno in fretta, al buio, prudenti, sonnolenti e ansiosi, tastando le pareti, senza mai trovare un interruttore.

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Pagina 150

Giocare con la vertigine.


Il massimo teorico dei giochi non è stato Johan Huizinga, che pure con Homo Ludens (1938) ha certamente avuto il merito di indicare all'attenzione generale una dimensione della vita umana pressoché sconosciuta agli studi, e importantissima. Chi, leggendo e commentando Huizinga, è arrivato a dire le cose ancor oggi piú interessanti sul gioco è stato Roger Caillois: a partire dal fatto che si rifiutava di parlare del «gioco» ma ha sempre parlato dei «giochi». Per Caillois ogni gioco risulta combinare liberamente uno o piú di quattro impulsi che ogni essere umano prova: l'impulso a sfidare il caso e l'impulso a sottomettere un avversario sono quelli a cui tutti pensano a proposito del gioco. Il gioco d'azzardo e l'agonismo. Sono i due impulsi che presiedono la maggior parte dei giochi, e nel loro ambito è probabilmente corretto dire che non esistono giochi senza regole. Ma quando bambini e bambine giocano agli indiani, o a «negozio», o al dottore, quali regole di gioco stanno seguendo? Esiste un terzo impulso al gioco ed è l'impulso alla simulazione, al travestimento e all'imitazione, spinta che Caillois metteva in relazione al mimetismo animale per indicarne la forma piú profonda, e di base. Infine, esistono giochi pure scarsamente regolati come l'altalena, il girotondo, la giostra: rispondono all'impulso alla vertigine, o ilinx, che in greco è il gorgo e per estensione la vertigine.

Si gioca anche per disorientarsi, per perdere le coordinate che ci rassicurano sulla nostra posizione nel mondo - ed è una bella ironia che l'organo dell'equilibrio si chiami «labirinto» (per la forma della sua sede, nell'interno dell'orecchio, e non perché nei labirinti architettonici si perda orientamento ed equilibrio).

È per me una forma di ilinx quello stordimento che può prendere in metropolitana, che infatti a molti bambini e a molte bambine non piace molto meno del luna park. Un po' per la folla che cammina in ogni direzione, con persone che si tagliano la strada di continuo; un po' per lo smarrimento delle scritte, che non sempre fanno capire subito dove bisogna andare. Un po' per la velocità dei treni, con continue accelerazioni e decelerazioni, nel buio delle gallerie che non dà punti di riferimento. Un po', infine, perché quando si risale, trovando il giusto percorso, ci si può trovare di fronte - stagliato nell'aria e nella luce - il Duomo di Milano, nella vertigine gotica delle guglie che trapuntano il cielo.

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Pagina 192

Esercizi spirituali.


Nessuno la chiama «via Pagano»: il nome standard è «via Mario Pagano», illuminista e intellettuale lucano. Per andare a piedi da qui verso la Rai di corso Sempione si passa dai giardini di Guido Vergani a quelli, poco oltre, intitolati al conte ed editore Valentino Bompiani, che però viveva da tutt'altra parte di Milano. Si costeggia il Leone XIII, istituzione milanese delle piú tradizionali: è la scuola dei gesuiti, fra i cui rampolli mi rallegra sempre tanto ricordare il laico (ma osservante) economista varesino Mario Monti, senatore a vita e presidente del Consiglio, prima acclamato e poi invece no.

«Hai notato che cammina sempre rasente ai muri? È per via che ha studiato dai gesuiti, ma poi non era abbastanza bravo e l'hanno cacciato».

Coso, lí - non lo nomino perché alla fine dei conti gli ho voluto bene - era di una malignità che non si è piú riscontrata in natura. Oggi i maligni hanno il difetto di voler fare del male vero, invece Coso, lí era in realtà inoffensivo. Esercitava la malignità in purezza, gli interessava solo e puramente mettere qualcuno in cattiva luce e lasciare il sospetto che poteva far lo stesso con chicchessia. Quando mi parlò di quel mancato allievo - appena divenuto mio benvolente e non certo incapace caporedattore - io dei gesuiti rasenti ai muri non sapevo nulla. Tabula rasa, zero via zero. Il gesuitismo per me era un epifenomeno ampiamente sconosciuto dell'opera e della vita di «Loyola», come chiamavo Ignacio de Loyola per mia personale fedeltà a Roland Barthes. Loyola, e la perversa cupola trompe-l'œil nella chiesa in quella piazza rococò di Roma. Nel suo Sade, Fourier, Loyola (immaginarsi adesso un libro intitolato cosí) Barthes lo chiama con il toponimo e riassume a modo suo i precetti degli «esercizi spirituali». Io avevo sempre pensato che fossero una tecnica di meditazione. E non è che non sia vero. Ma la cosa interessante è che questa tecnica serve per quando si deve fare una scelta importante, ovvero per quando si deve «fare elezione». Mi devo sposare o no? Devo farmi prete o no? Mi iscrivo a Fisica o al Dams?

La persona nel dilemma, se crede, può incominciare un percorso fatto di letture bibliche, meditazioni, orazioni, omelie dove vengono evocate vividamente le fiamme dell'Inferno e per il resto solitudine e deprivazione, secondo stazioni ben delineate (la cui sintassi per Roland Barthes è omologa alla costruzione utopica di Charles Fourier e all'articolazione pornografica del marchese De Sade) il cui esito finale sarà l'equilibrio esatto fra le due possibili soluzioni del dilemma. La persona non avrà piú preferenze tra lo sposarsi o meno, tra Fisica e Dams. E solo quando i due piatti sono perfettamente bilanciati che la divinità si manifesta. Un lieve sbilanciamento nell'assoluto silenzio interiore, una piuma che si deposita sull'uno o sull'altro: il volere divino sarà cosí espresso.

Roland Barthes segnala inoltre che dopo il perfetto manuale degli Esercizi spirituali, che spiega tutte le procedure e le avvertenze, Loyola ha anche scritto un Diario spirituale in cui ha annotato l'andamento degli esercizi spirituali a cui lui stesso si è sottoposto. Quest'altro è un libro drammatico, in cui il futuro santo si adira con la divinità. Io ho fatto tutto quello che dovevo, perché ora Tu non mi rispondi?

La terza via del bivio, ovvero arretrare sul gambo della ipsilon e abrogare il bivio, non è contemplata.




Dentro e fuori dal labirinto.


A proposito dei labirinti è molto diffusa la credenza che per uscirne occorra prendere a tutti i bivi il sentiero sulla destra. O è la sinistra? Non mi ricordo. Immagino che sia lo stesso, se non per motivi esoterici. In ogni caso la credenza è chiaramente sballata: equivale a pensare che davvero in tutti i locali la toilette sia «in fondo a destra». Prima o poi ci si trova a urinare in un ripostiglio delle scope. Eppure un algoritmo per risolvere ogni labirinto c'è, e anzi ce ne sono due, che si chiamano Arianna saggia e Arianna folle. Li ha spiegati Pierre Rosenstiehl nella voce «Labirinto» dell' Enciclopedia Einaudi. La differenza fra Arianna saggia e Arianna folle è che la prima considera tutti i bivi come trivi, continua a percorrere tutti i rami delle diverse ipsilon di cui si compone il labirinto e l'uscita prima o poi la trova. La folle invece avanza piú che può: ma c'è del metodo anche nella sua follia.

Tra le diverse ipotesi che si fanno sull'origine del nome «labirinto» è molto accreditata quella che la parola venga da una radice che significava «ascia bipenne». Un'altra figurazione del bivio: manico e due lame, una a destra l'altra a sinistra. L'ascia, però, è pure uno strumento che serve per tagliare brutalmente. Tagliare rami: anche i «rami» delle ipotesi? L'inventore del labirinto, Dedalo, imprigionato lui stesso, ne esce volando. Alessandro non scioglie il nodo ma lo mozza, contrapponendo la forza della spada alla razionalità intricata del nodo. Cosí quando c'è veramente troppo traffico e si è imbottigliati si sogna di poter azionare una manopola sul cruscotto e far volare la propria automobile libera nel cielo, come succede in un bel racconto per ragazzi di Ian Fleming, City City, Bang Bang (con trionfale happy end in una pasticceria di Parigi).

È anche quello che si fa quando la metro è intasata o rotta: si sale di livello, si torna in superficie e si prende un taxi. Scusami, Teseo e scusatemi, Arianne. Io vi pianto qui.




Why not?


Il problema del labirinto è che è un simbolo un po' troppo disponibile. Ricordo un film. Il personaggio passava davanti allo sfondo di certi montarozzi australiani, e la voce fuori campo pronunciava con solennità una formula del genere: «Ma nessuno poteva distogliere un uomo perso nei labirinti della sua anima». Il biglietto era pagato, il film già lunghissimo e a questa battuta l'anima dello spettatore, ancora meno tollerante del suo corpo, se ne uscí dal cinema e andò a prendersi una tonificante birretta. Vi è un limite, o vi dovrebbe essere, alla possibilità di sparare sciocchezze cinematografiche: però, quando compare il labirinto, la soglia si abbassa paurosamente.

Qualcosa di simile viene anche da pensare leggendo le opere che piú propriamente hanno reintrodotto il labirinto nella letteratura contemporanea, ovvero i racconti e le poesie di Jorge Luis Borges. Ma bisogna resistere, come la figura di Borges sostanzialmente resiste al borgesismo. Proprio Borges, negli anni Quaranta, sconosciuto non solo all'estero ma quasi anche in patria, si divertiva a comporre poesie e pastiches in linguaggio finto-Borges assieme al piú grande parodista italiano del Novecento, Paolo Vita-Finzi (allora diplomatico a Buenos Aires). È stato il primo a prendersi in giro.

Il labirinto, dunque: un giardino di sentieri che si biforcano, se lo si vede dall'alto come un lettore che legge un libro o come nel modello di labirinto dell'Overlook Hotel nello Shining di Stanley Kubrick (se non ricordo male, nel libro di King il labirinto non c'è: ci sono siepi scolpite a forma di bestie feroci che nei momenti topici si animano). Se invece siete rinchiusi al suo interno, come un prigioniero nella sua cella, il labirinto diventa la casa di Asterione. La definizione di «labirinto», insomma, dipende dal punto di vista da cui lo vedete. Siete dentro o siete fuori?

L'idea che il Novecento recupera dal manierismo, e di cui Borges fu un ironico portabandiera, è che il labirinto può essere pure un'opera di scrittura: qualcosa a cui la narrazione allude, e che racchiude e fa perdere un suo protagonista o il lettore stesso. Un'architettura che è anche una minaccia, un gioco che è anche una struttura: forse il gioco che piú è riuscito a modellare la letteratura attorno a sé. I giocatori letterari dell' Oulipo si sono definiti come «topi che costruiscono il labirinto da cui dovranno evadere», cosí come l'Edmond Dantès di un racconto di Italo Calvino è prigioniero di una fortezza labirintica mentre il suo autore Dumas è prigioniero di un labirinto di ipotesi narrative.

Labirinto, lo si è detto molte volte, è anagramma di «antilibro»: e mentre un libro pretenderebbe di procedere linearmente, pagina per pagina, un antilibro fa cozzare le pagine l'una contro l'altra, le rende barriere, corridoi, vicoli ciechi, piazze aperte: e non resta che disorientarvisi dentro.

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La busta vuota.


A Cordusio osservavo, senza poterlo capire, il comportamento dei filatelici. Le Poste hanno lí la loro sede centrale, e tutt'attorno si è sviluppato un indotto di negozietti di francobolli - ma anche di monete -, di bancarelle e di commerci informali tra privati. Di domenica mattina, le vie intorno a Cordusio sono occupate da persone che si scambiano queste merci senza valore d'uso. Che altro? In quegli anni scarseggiavano gli spiccioli in moneta e le banche avevano fatto circolare i «miniassegni», da cinquanta, cento, duecento lire. Erano belli, multicolori, piú comuni o piú rari: in Cordusio se ne vendevano album interi. Anni dopo per gli habitué di Cordusio venne il tempo delle schede telefoniche, anche quelle prodotte in serie illustrate - e da qualche parte devo ancora averne una piccola serie enigmistica (la scheda telefonica con il rebus, quella con il cruciverba, e simili), che riporta giochi di una bruttezza e di una scorrettezza tecnica da vergogna. Per il collezionista non c'è mai nulla di che vergognarsi: i suoi pezzi sono tutti esemplari.

Come molti bambini, anch'io avevo avuto un album di francobolli, e in casa era presente, per ragioni insondabili, un catalogo Bolaffi del 1964. Come funzionava, il gioco? Come con le figurine? Bisognava averli tutti, i francobolli? Ricordo il dramma dei dentelli rovinati, la difficoltà nell'uso delle pinzette (presagio dell'imbarazzo con le bacchette dei ristoranti orientali), la disposizione degli esemplari nei loro alloggi trasparenti dell'album, il senso di totale insensatezza.

Con l'amico Pippo, fedele compagno di giochi, avremmo poi fatto un tentativo piú avanzato. Qualcuno gli aveva spiegato cosa fosse una «busta primo giorno», ci eravamo informati sui costi, e cosí andammo in Cordusio, acquistammo un francobollo che era stato emesso quel giorno stesso e poi ce lo facemmo annullare su una busta, alle Poste. Gli adulti a cui ci rivolgemmo fecero quanto dovevano, con efficienza sbrigativa. Il senso di tutta l'operazione continua a sfuggirmi.

La mia carriera di filatelico non è mai davvero incominciata e lo imputo a tre fattori: l'esiguità delle mie risorse economiche, l'assenza di un Maestro, la mia estraneità alla mentalità del collezionista. Alla fine dei conti, un francobollo che non serviva a spedire una lettera a me non pareva avere senso. L'unica possibilità di senso che vi intravvedevo era legata alla geografia: avere un francobollo per ogni luogo del mondo. Quello mi sarebbe piaciuto, certo.

Ma proprio con Pippo cominciò presto l'epoca delle buste non vuote.

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