Copertina
Autore Georges Bensoussan
Titolo Israele, un nome eterno
SottotitoloLo Stato di Israele, il sionismo e lo sterminio degli Ebrei d'Europa (1933-2007)
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2009, collana e num. , pag. 204, cop.ril.sov., dim. 15,5x23,7x2 cm , Isbn 978-88-02-08137-3
OriginaleUn nom impérissable. Isral, le sionisme et la destruction des Juifs d'Europe
EdizioneSeuil, Paris, 2008
TraduttoreLaura Verrani
LettoreGiangiacomo Pisa, 2010
Classe paesi: Israele , shoah
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Indice


VII Prologo

  3 Capitolo 1 - Lo Stato prima dello Stato
    La società ebraica della Palestina prima del 1940:
        uno Stato vitale, p. 12
    L'esercito prima dell'esercito, p. 13

 17 Capitolo 2 - Lo Yishuv, i sopravvissuti e la questione della colpa
    Senso di colpa e risentimento, p. 42

 57 Capitolo 3 - Israele, anni Cinquanta. Una tragedia senza volto

 97 Capitolo 4 - Un silenzio abitato
    Un nesso tardivo, p. 100

123 Capitolo 5 - 1961-1973. Gli anni decisivi
    Ridiventare ebrei, p. 123
    Il processo Eichmann (1961), p. 123
    1967-1973. Le lezioni di un abbandono, p. 143

151 Capitolo 6 - Dramma passato o tragedia futura?
    Lo Shoah nell'insegnamento scolastico dopo gli anni
        Settanta, p. 162

193 Glossario

197 Indice dei nomi


 

 

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Pagina VII

Prologo



Soltanto tre anni separano l'assoluta tragedia del popolo ebraico dalla sua rinascita politica e nazionale avvenuta grazie alla costituzione dello Stato di Israele. Questa vicinanza nel tempo conferisce ai due avvenimenti una dimensione quasi provvidenziale e alimenta l'idea che siano intimamente legati. un'opinione comune quella che George Steiner fa risuonare in Il processo di San Cristobal: «Chi ha creato Israele? Non ci sarebbe stato Israele senza la Shoah...». Così, assicurano le nazioni nella loro saggezza, Israele sarebbe stato «offerto» agli Ebrei come «compensazione» per i crimini commessi dall'Europa. Nelle sue Memorie della speranza, il generale De Gaulle rievoca in questo modo la fondazione dello Stato ebraico: «Non potrei restare insensibile alla grandezza dell'impresa diretta a ricondurre il popolo ebreo nuovamente padrone del suo destino sulla terra che porta l'impronta della sua storia favolosa e che è stata sua diciannove secoli orsono. Umanamente ritengo giusto che ritrovi un suo centro nazionale e lo considero una forma di compensazione alle sofferenze sopportate per tanti secoli e che hanno toccato l'acme al tempo dei massacri perpetrati dalla Germania di Hitler». Nel 1958 Franois Mauriac sottolinea in modo ancora più netto il legame che unisce la catastrofe al sorgere quasi miracoloso di uno Stato ebraico: «Sion è risorta dai crematori e dai carnai. La nazione ebraica è risuscitata da questi milioni di morti».

Israele nato dal genocidio? Oggi questa è una tesi comune, in favore della quale giocano obiettivamente alcuni fattori. Non si può negare che lo Yishuv, almeno in un primo tempo, fu inevitabilmente rafforzato dal regime nazista. La spinta migratoria più consistente d'anteguerra (detta della quinta aliyah, 1933-1939) fu la diretta conseguenza dell'ascesa di Hitler al potere. Una migrazione che fu anche all'origine della rivolta palestinese del 1936. Nel 1946 più di un terzo dei medici del paese era nato in Germania. Oltre ai medici poi, lasciarono la loro impronta sulla Tel Aviv degli anni Trenta gli architetti del Bauhaus, così come í finanzieri che fondarono la Borsa, i giornalisti e gli uomini d'affari che diedero alla stampa uno slancio incontestabile. Allo stesso modo, la guerra fu uno stimolo per l'economia locale. Nel 1943 un rapporto dedicato all'industria ebraica menzionava più di 500 nuove fabbriche, impiantate tra il 1938 e il 1943, mentre raddoppiava l'organico degli operai. Attenersi a questi dati, tuttavia, porterebbe ad occultare il seguente fatto essenziale: lo Yishuv ha rischiato di morire a causa del nazismo.

Non si può neppure respingere l'idea secondo la quale la Shoah avrebbe creato un clima favorevole alle tesi sioniste. Nel febbraio 1945, per esempio, una risoluzione della Conferenza sindacale mondiale, tenutasi a Londra, affermava che «dopo la guerra [bisognava] trovare un mezzo, attraverso un'azione internazionale, per riparare la sofferenza causata al popolo ebraico. Proteggere gli Ebrei dall'oppressione e dalla discriminazione in tutti i paesi deve essere l'impegno della nuova autorità internazionale. Bisogna dare al popolo ebraico la possibilità di continuare la ricostruzione della Palestina come focolare nazionale [...] garantendo in ogni modo gli interessi della popolazione [locale] e l'uguaglianza dei diritti». Sul quotidiano della SFIO, «Le Populaire», Léon Blum scriveva, il 6 luglio 1947, prima che scoppiasse il caso dell' Exodus: «Come si può accettare che i sopravvissuti di Lublino e del ghetto di Varsavia, che gli orfani dei gasati di Auschwitz si vedano rifiutare l'accesso alla terra in cui vogliono cercare una nuova patria?».

Indubbiamente, un legame stretto unisce la Shoah e la «creazione» dello Stato di Israele. Si tratta però di un legame negativo, per tre motivi.

Innanzitutto dal punto di vista politico, dal momento che, prima del 1939, il movimento sionista non era riuscito a convincere la maggioranza degli Ebrei a raggiungerlo nel Focolare nazionale in costruzione.

Inoltre dal punto di vista morale, perché lo Yishuv fu incapace di salvare gli Ebrei d'Europa. rassicurante, passata la bufera, pensare che ne avesse i mezzi: nel 1942 infatti lo Yishuv era a sua volta minacciato di sterminio dall'avanzata dell'Afrika Korps verso l'Egitto. C'è poi la disfatta morale costituita dalla tiepida accoglienza che lo Yishuv e lo Stato di Israele hanno riservato ai sopravvissuti.

Infine c'è l'aspetto demografico, perché la Shoah ha svuotato la riserva umana del sionismo, accentuando una fragilità demografica che pesa fino ad oggi nel conflitto arabo-israeliano. La parte araba del resto non fa mistero del fatto di avere il mezzo per logorare a lungo termine lo Stato di Israele e per farlo scomparire, come un tempo scomparvero gli Stati crociati. Il 6 dicembre 1942, quando ormai lo Yishuv conosceva la realtà del genocidio, David Ben Gurion, capo dell'esecutivo sionista in Eretz Israel, dichiarava: «Lo sterminio del giudaismo europeo è una catastrofe per il sionismo, non ci sarà più nessuno con cui costruire il paese!». Spiegava poi, all'inizio del 1943, che la fine del giudaismo europeo significava, in definitiva, la distruzione della comunità ebraica di Eretz Israel; per lo meno, una minaccia mortale per lo Stato di Israele che ancora doveva nascere. Undici anni dopo, nel 1954, dichiarerà ancora: «Hitler [...] ha causato un torto allo Stato di Israele di cui non aveva previsto l'esistenza. [...] Lo Stato c'è, ma non ha trovato la nazione che sperava...».

Indubbiamente, alla fine della guerra, la questione dei profughi (in inglese DP), influenza all'ONU i dibattiti sul dossier della Palestina. Nel corso dell'estate 1947, quando la commissione d'inchiesta specializzata dell'ONU (UNSCOP) si trova ad affrontare la questione, il caso dell' Exodus gioca sicuramente un ruolo nella sua riflessione, se non addirittura nella conclusione finale del rapporto consegnato all'organizzazione internazionale. Tra il 1945 e il 1948, 140 navi clandestine tentano di avviare dall'Europa 70.000 rifugiati ebrei verso quello che non è ancora lo Stato di Israele. Nel corso dei combattimenti detti della «guerra di indipendenza» (1948-1949), un terzo dei combattenti del giovane esercito israeliano (Tsahal), nato dalla Haganah, è costituito da sopravvissuti, come anche un terzo dei 6000 che sono morti in battaglia. Alla fine del 1949, lo Stato ebraico ha solo un anno e mezzo di esistenza: i superstiti rappresentano un terzo dei suoi abitanti (350.000 persone). Il nesso tra la Shoah e lo Stato ebraico si incarna dunque in primo luogo in questa presenza massiccia. E questo fino ad oggi, perché nel 2007, oltre ai 240.000 sopravvissuti che vivono nel paese, il 40% degli Israeliani dichiara di avere un «legame diretto con la Shoah».

Da qui l'idea, parte integrante del comune sentire odierno, secondo cui lo Stato di Israele sarebbe nato dalla Shoah. Come una riparazione offerta dall'Europa alle «vittime ebree»? Come una rivincita degli Ebrei di fronte all'antisemitismo assassino? In entrambi i casi questa analisi fa scomparire il sionismo e i suoi molteplici significati. Dal momento che questa tesi si fa strada come un'evidenza, bisogna ricordare con Paul Veyne che lo storico è colui che «diffida di ciò che va da sé» e che gli argomenti storicamente più fondati sembrano aver poca presa sulla causalità magica. Il mito di una risurrezione nazionale scaturita dalla catastrofe, veicolato dall'influenza esercitata dai più diversi orizzonti politici e intellettuali, e dalle motivazioni niente affatto omogenee, è infatti rassicurante e distruttore ínsieme.

Israele ha usufruito della colpa occidentale a discapito dei popoli arabi? Né a Londra né a Washington tuttavia gli archivi degli anni 1945-1948 lasciano trasparire il benché minimo senso di colpa nei confronti degli Ebrei. Questo tema è attinente, più che alla realtà storica, ad una ricostruzione memoriale tipica del nostro tempo. Gli Occidentali non si sentono affatto colpevoli, e gli Ebrei lo sanno, come dimostra questo editoriale del quotidiano di Eretz Israel, «Yediot Aharonot», del 16 dicembre 1945: «Non crediamo che il mondo (i giudici, i procuratori) comprendano che cosa si è abbattuto su di noi, che siano veramente scioccati da ciò che è accaduto, che se ne dispiacciano profondamente, e nemmeno che alzerebbero un dito se un tale olocausto dovesse, un domani, verificarsi di nuovo». Il 25 novembre 1947, l'UNSCOP, incaricato di trovare una soluzione alla «questione palestinese», accorda una maggioranza di voti alla tesi sionista, ma all'assemblea generale dell'ONU, la maggioranza necessaria dei due terzi non è raggiunta.

Non si trova traccia del «senso di colpa» neppure nella decisione fondatrice dell'ONU del 29 novembre 1947. In compenso nel voto dell'ONU sembrano aver giocato un ruolo capitale l'inizio della guerra fredda, il processo di decolonizzazione, un certo filosemitismo cristiano. Invece, ammettendo l'esistenza del senso di colpa, come spiegare l'astensione dei Britannici al momento dello scrutinio del 29 novembre 1947? O la posizione antisionista del generale George Marshall, segretario di Stato degli Stati Uniti, e consigliere fidato del presidente Truman? I1 19 marzo 1948, su ingiunzione di George Marshall, l'ambasciatore americano all'ONU chiede al Consiglio di Sicurezza di soprassedere all'attuazione della risoluzione del 29 novembre 1947. Qualche anno prima, nel 1944, a quanti gli prospettavano la necessità di edificare uno Stato ebraico in Palestina, il Presidente Roosevelt aveva risposto molto seriamente che, dal momento che tre milioni di Ebrei polacchi erano morti, la Polonia aveva certo posto per accogliere i sopravvissuti. Questo atteggiamento spiega il fatto che certi dirigenti dello Yishuv abbiano voluto minimizzare le perdite, consapevoli che sarebbe stata loro obiettata l'«inutilità» di uno Stato di Israele, se «non c'erano più Ebrei» da salvare.

Perché la distruzione sistematica di un intero popolo, fino all'ultimo suo rappresentante, è stata la sorte riservata al solo popolo ebraico? E gli Ebrei di oggi possono preservare il loro carattere nazionale senza fare riferimento a questa catastrofe? Di primo acchito, la specificità della Shoah sembra contraddire l'interpretazione tradizionale, che afferma la «portata universale di questo crimine».

Esattamente come lo Stato di Israele e la fede, la Shoah è ormai uno dei tre maggiori componenti dell'identità ebraica. Molto tempo dopo la sofferenza delle vittime e dei sopravvissuti, lo Stato ebraico, intorno al museo Memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme, si appropria rapidamente di questa memoria per imporsi come centro del giudaismo mondiale. Una memoria che viene alla luce soltanto nel corso degli anni Sessanta, in particolare dopo la Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967), quando, a torto o a ragione, molti temono di vedere lo Stato di Israele cancellato dalle carte geografiche. La paura che scuote il mondo ebraico risveglia il trauma della Shoah. Così lo Stato di Israele e il genocidio sono ormai negativamente uniti ed il ricordo della catastrofe passata è risvegliato dall'angoscia di una catastrofe futura. «Il pericolo hitleriano sta tornando», scrive il deputato Eliezer Livneh su «Haaretz» il 31 maggio 1967. Tra l'altro è da questa prospettiva che si afferma, fino a diventare centrale, il ruolo della Shoah nell'identità ebraica, in particolare negli Stati Uniti, dove prende persino il posto dello Stato ebraico, quando nell'aprile del 1993 si apre a Washington l' Holocaust Memorial. Numerosi intellettuali ebrei (tra i quali alcuni rabbini) esprimono il loro timore di vedere il ricordo della catastrofe diventare, un domani, la trascendenza degli Ebrei senza trascendenza, di vederlo occultare lo studio del giudaismo, per sostituire al mondo dei vivi un'identità ridotta alla memoria dei morti. Altri invece temono un'ipermnesia del disastro, che imporrebbe al mondo l'immagine dell'Ebreo «vittima per definizione».

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Pagina 97

Capitolo 4
Un silenzio abitato



La tesi di uno Stato ebraico nato dalla distruzione del giudaismo europeo non prenderà corpo in Israele. Le gesta del sionismo, dal Bilu e dalla fondazione di Rishon le Zion fino al dramma dell' Altalena (giugno 1948), impediscono l'affermarsi di questa mitologia. Questa tesi, che procede a partire da una diaspora rimasta a lungo estranea all'ethos del sionismo, oggi si è imposta soprattutto nelle due più grandi comunità della diaspora: gli Stati Uniti e la Francia. Essa si manifesta in Francia nel 1973 con il primo lungometraggio di Claude Lanzmann, Pourquoi Isral? (1973). Mentre il film si apre e si chiude sulla «Sala dei Nomi» allo Yad Vashem, come se vi si dovesse vedere la sorgente fondatrice dello Stato ebraico, la Shoah e l'antisemitismo percorrono come un fil rouge tutto lo svolgimento, caratterizzato dalla difficile questione della «normalizzazione ebraica». Così Lanzmann interroga con empatia e con divertito scetticismo un poliziotto ebreo che arresta «soltanto Ebrei», come riprende in una scena in cui spiegherà sono inquadrati turisti ebrei americani che in un supermercato non finiscono di rimanere estasiati per i prodotti di uso quotidiano, dalla scatoletta di «tonno ebraico» fino al «pane ebraico». Risalta in questo film l'assenza quasi completa di riferimenti al sionismo (parola che del resto è pronunciata soltanto una volta), come anche ai padri fondatori e al rinnovamento della lingua ebraica. A tutto ciò è collegato anche un silenzio sul senso profondo del sionismo delle origini, quale progetto di laicizzazione dell'identità ebraica in un mondo tradizionale allora in decadenza. Lanzmann fa vedere una realtà israeliana dell'inizio degli anni Settanta, ma più ancora sembra esprimere la visione diasporica di uno Stato-rifugio. Del resto, forse, questo accade suo malgrado, poiché il cineasta rimane estraneo a qualsiasi idea di redenzione dopo la Shoah, o di uno Stato nato come «compensazione» dei crimini commessi. Con ragione Claude Lanzmann si è sovente espresso contro questa idea, senza per questo respingere come spiega l'esistenza di un «nesso di causalità» tra la catastrofe e la «creazione» dello Stato. Ed è ancora a buon diritto che afferma che Steven Spielberg con il suo film Schindler's List (1994) è l'autentico sostenitore della tesi «redentrice».

Questa visione si impone in modo particolare dopo la guerra del 1973, quando lo Stato di Israele sperimenta, dopo l'esaltazione seguita alla vittoria lampo del giugno 1967, il senso della propria precarietà. Invece la rivendicazione memoriale della seconda e della terza generazione, imponendo un ritorno alla diaspora delle origini, avrebbe ben presto fatto della Shoah non più la figura centrale di un tempo atroce e compiuto, ma la terra di nascita dell'identità.

Il generale Peled, che era stato a sua volta, in Belgio, un bambino nascosto durante la Shoah, si dice convinto che questo dramma abbia accelerato la rifondazione dello Stato ebraico. Scrive nel dicembre 1985 ad Chaim Guri, dopo aver visto due suoi film: «Questo paese in realtà, ci è stato porto su un piatto d'argento da sei milioni di morti». Nel 1992 il capo di Stato maggiore dello Tsahal (e futuro Primo ministro), Ehud Barak, nato nello Yishuv nel 1942, nel corso della sua visita ad Auschwitz si esprime in questo modo: «Noi, soldati delle Forze di difesa israeliane, venuti in questo luogo cinquant'anni più tardi, troppo tardi forse».

Le grandi istituzioni memoriali dello Stato d'Israele sono all'unisono con questa percezione. Tuttavia non si tratta, per quanto le riguarda, di chiarire un nesso di causalità meccanicistico, ma un legame di natura ontologica: lo Stato di Israele è vissuto come una vittoria su coloro che avevano pianificato la cancellazione degli Ebrei dalla faccia della terra. Associando il genocidio alla rinascita nazionale, Israele si afferma come una nazione memoriale, in cui la memoria collettiva ebraica ripete l'antico schema che associava un tempo schiavitù e libertà, distruzione e redenzione.

Così nei corsi di insegnamento dispensati dallo Yad Vashem, si apprende che la Shoah è ad un tempo il risultato dell'esilio e ciò che ha permesso la creazione dello Stato di Israele. Questa è per esempio la visione che prevale al kibbutz Yad Mordechai, così nominato in onore del capo della rivolta del ghetto di Varsavia, Mordechai Anielewicz. Spiega Tom Segev, che visita il Museo all'inizio degli anni Novanta: «Pian piano, quasi inavvertitamente, ma con un disegno ben preciso, si esce dal museo dell'Olocausto e si entra nel museo della guerra e della vittoria». Per quanto diversamente formulato, questo legame è altrettanto esplicito al Museo dei combattenti dei ghetti, a Beit Lohamei Ha Ghettaot, in Galilea. In una sala espositiva si può leggere il fac-simile della lettera indirizzata alla fidanzata da Ofer Feininger, un giovane combattente israeliano ucciso nella Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967): «Ho appena finito di leggere La casa delle bambole e provo nel più profondo di me la mostruosità di questo genocidio terrificante. [...] Attraverso l'orrore e l'impotenza, sento crescere in me uno straordinario bisogno di essere forte, forte da piangere. Voglio diventare tagliente come una lama, calma e terribile! Voglio avere la certezza che questi sguardi insondabili non guarderanno mai più attraverso barriere elettriche! Ciò non accadrà più se io sono forte! Se tutti noi siamo forti! Ebrei forti e fieri! Che non saranno più condotti al macello».


Un nesso tardivo

Convinta dell'esistenza di un legame di causalità tra la Shoah e la «creazione» dello Stato, l'opinione corrente contemporanea fa sovente riferimento al testo della Dichiarazione di indipendenza pronunciata il 14 maggio 1948 da David Ben Gurion. Il dirigente sionista evoca la Shoah (questo è il termine che usa) soltanto al punto 6 della Dichiarazione, dopo aver passato in rassegna le vere fondamenta della legittimità ebraica in Eretz Israel. «La tragedia che ha recentemente colpito il popolo ebraico, dramma conclusosi con l'assassinio di molti milioni di Ebrei, ha nuovamente dimostrato la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico, privato della patria e dell'indipendenza, con la restaurazione di uno Stato ebraico che aprirebbe ampiamente le proprie porte e darebbe al popolo ebraico uno statuto di uguaglianza nella famiglia delle nazioni». I redattori del testo perciò non stabiliscono un nesso di causalità tra la catastrofe e lo Stato, solamente sottolineano una relazione di legittimazione a posteriori. In altre parole, la Shoah avrebbe apportato, attraverso l'atrocità, la «prova» della necessità di un rifugio politico per gli Ebrei, ma, nell'intenzione degli uomini del 1948, questa tragedia non è assolutamente all'origine dello Stato ebraico.

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Pagina 187

La polemica sul ruolo delle Shoah nell'identità israeliana fa anche risuonare antiche fratture circa la questione dell'universalismo, una questione che si era già riproposta durante il processo Eichmann, quando Hannah Arendt si era opposta all'atteggiamento secondo lei «identitario» dei magistrati Landauer e Halevy. Dopo il verdetto, Shmuel Hugo Bergmann, grande figura intellettuale (di origine tedesca) del sionismo storico degli anni Venti, scriveva il 21 dicembre 1961 nel suo Diario: «Da sempre si confrontano due tendenze all'interno del giudaismo. Da una parte la tendenza al ripiegamento, caratterizzata dall'odio per lo straniero e dal complesso di Amalek, che si esprime ripetendo ovunque e continuamente: "Ricordati di ciò che ti hanno fatto". Esiste però un altro giudaismo riguardo al quale voglio citare il versetto: "Ama il tuo prossimo come te stesso". E la cui preghiera si riassume così: "Permettimi di dimenticare Amalek". Questo è un giudaismo fatto di amore e di perdono. La vita politica di Israele oggi è divisa tra il ripiegamento nazionalista e l'apertura umanista».

Qualsiasi forma di identità ebraica si trova imbarcata nell'avventura dello Stato di Israele, sia che la si respinga, sia che la si combatta, sia che vi si aderisca. «Io so, o credo di sapere scriveva Hannah Arendt ad un'amica l'11 giugno 1963 che se una catastrofe dovesse colpire questo Stato ebraico per una qualsiasi ragione (e se si trattasse della sua stessa follia), sarebbe senza dubbio la catastrofe finale per l'intero popolo ebraico, indipendentemente dalle opinioni di ciascuno di noi».

L'identità ebraica oscilla tra due poli, stretti dall'opinione comune in uno strano rapporto: Auschwitz e Gerusalemme. Senza dubbio la Shoah ha sollecitato gli storici ebrei, in Israele o altrove, ad affrontare diversamente le questioni di cui si occupano, indipendentemente dalla specializzazione. anche possibile che l'insistenza con cui si è sottolineato il ruolo della Shoah nella nascita di Israele sia stata guidata, anche se non in modo palese, dalla volontà di farla finita con il disprezzo rivolto alla diaspora. La storia contemporanea del popolo ebraico, detto in altri termini, non sarebbe stata interamente centrata sul sionismo e la storia di Israele.

Il nesso tra Auschwitz e Gerusalemme fa della Shoah una «rivelazione negativa». Per molti commentatori ebrei americani degli anni Ottanta e Novanta, la morale universalista, in cui credono solo gli Ebrei, è fallita. Insieme ad altri, ritengono che soltanto lo Stato-nazione sia in grado di assumere gli imperativi morali. Il rapporto tra la Shoah e lo Stato di Israele è dunque innanzitutto di ordine politico e morale, ma assolutamente non storico. La Shoah non avrebbe accelerato la creazione dello Stato ebraico, al contrario l'avrebbe resa più fragile, svuotando la diaspora delle sue riserve demografiche. La forza contraddice la morale utopica, ma è anche la sola in grado di inscrivere la morale nella realtà. Dal momento che Dio si è «ritirato dal mondo», bisogna darsi da fare in prima persona. Ne conseguono il culto dello Stato e la riappropriazione dell'uso della violenza. La disperazione nata dalla Shoah porta molti contemporanei Ebrei a porre la forza al centro del loro pantheon e a sostituire la «promessa nucleare» alla «promessa divina».

Il nesso di «causalità» tra la Shoah e la nascita dello Stato di Israele è rassicurante, perché conferisce alla storia un senso, dando alla derelizione un significato di redenzione. L'abisso diviene salvezza, e la morte bestiale inflitta alle vittime è santificazione del Nome, un Kiddush haShem laicizzato nell'immagine dello Stato-nazione.

Sessant'anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, il peso della Shoah nella vita politica israeliana è più forte che mai. Tuttavia il giudeicidio, come, in un altro senso, il lungo conflitto arabo-israeliano, ha snaturato il significato principale del sionismo e ridotto questa rivoluzione intellettuale ad un'atmosfera di generale commiserazione (lo Stato-rifugio).

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