Copertina
Autore Isabella Brega
Titolo Argentina
SottotitoloIl sudamerica selvaggio
EdizioneWhite Star, Vercelli, 2005 [1999] , pag. 128, ill., cop.ril.sov., dim. 237x287x13 mm , Isbn 978-88-540-0307-1
LettoreElisabetta Cavalli, 2006
Classe viaggi , fotografia , paesi: Argentina , storia: America
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Indice


Dalle foreste ai ghiacciai      28

Città tra passato e futuro      78

Guachos del nuovo millennio    106


 

 

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Pagina 15

INTRODUZIONE


Prendete una natura esuberante, spazi sterminati e grandiosi, una terra fertile dove basta un seme caduto sul suolo per avere una profusione di messi. Ponete tutto questo in una distesa senza confini in cui vagano liberi e si moltiplicano a dismisura mandrie di bovini e di cavalli selvaggi, boschi infiniti, fiumi impetuosi e vasti laghi. Aggiungete un cuore, la pampa, in cui tutto è al tempo stesso elementare e smisurato e che, fino a quando non si scontra con altopiani, corsi d'acqua e monti, si specchia nel nulla. Inserite in questa immensità opulenta, ma priva di confini e certezze, un uomo che continua a chiedersi "chi sono?", nato in questo Paese ma con avi italiani, spagnoli, inglesi, tedeschi, francesi, polacchi o ebrei, e capirete come non sia sempre facile essere figli di una terra carica di promesse. Se l'Europa è per i suoi abitanti una consuetudine, l'Argentina è infatti per l'Argentino un problema. Il problema di conoscersi e definirsi attraverso una razza propria e originale, anche se frutto dell'unione di più popoli. Una razza in grado di esprimere l'essenza di questa terra felice, ma nella quale l'individuo rischia talvolta di smarrire il senso della propria identità, annegando in una profusione di terra, in un eccesso di greggi e mandrie, in un'ubriacatura di montagne, foreste, praterie, ghiacciai, acque. Una grandezza immensa, un vuoto infinito. Questa la condanna dell'Argentina, questa la sua bellezza, la fortuna e il limite. Un Paese smisurato di quasi 2.800.000 chilometri quadrati (più 1.200.000 di terre contese: le isole dell'Atlantico del Sud e il territorio antartico), lungo 5.000 chilometri, largo 1.400, abitato da circa 31 milioni di persone. Un Paese che corre dall'orizzonte piatto della pampa alla vertigine dell'Aconcagua (6.980 metri), il monte più alto dell'emisfero occidentale, dalla feroce Cordigliera delle Ande ai ghiacci della Terra del Fuoco, dalla desolazione della Patagonia agli aridi pianori del nord-ovest. In questa immensità, come sostiene Scalabrini Ortiz, uno dei massimi scrittori del Paese, a causa della mancanza di ciò che costituisce l'essenza della vita europea la continuità della tradizione, il senso di appartenenza a una collettività , si muove un "uomo che è solo e attende". Nato in Argentina, ma le cui origini si disperdono nei mille rivoli di un'immigrazione massiccia e disordinata. Non figlio dei propri genitori, ma della terra, di se stesso. Non più erede dell'Europa, ma artefice del proprio destino e della propria fortuna. Di qui la malinconia che caratterizza gli Argentini, da qui l'animo della più tipica espressione del proprio temperamento: il tango, riflesso del Paese, delle sue crisi, speranze, aspettative e delusioni.

Non è un caso che, come scrisse Carlo Fuentes, "i Messicani discendano dagli Atzechi, i Peruviani dagli Incas, gli Argentini dalle navi". Il problema principale di questa nazione sterminata, dove il pane era più caro della carne e la carne utilizzata per il brodo veniva buttata via, è sempre stato quello dello spopolamento. Un deficit cui cercò di ovviare favorendo in tutti i modi l'immigrazione. Tanto che nell'articolo 25 della Costituzione del 1853 si arrivò addirittura a proclamare: "Il Governo Federale favorirà l'immigrazione europea e non potrà restringere, limitare, né gravare con tassa alcuna l'ingresso in territorio argentino degli stranieri che abbiano come scopo quello di lavorare la terra, migliorare le attività produttive e introdurre le scienze e le arti".

Fin dall'indipendenza dopo tre secoli di dominazione spagnola, infatti, gli stranieri costituirono una parte importante del popolo argentino. E non senza problemi. Se infatti si passò da 405.000 abitanti nel 1810 a 1.300.000 nel 1859, quando fu autorizzato l'ingresso illimitato d'immigrati la popolazione salì da 1.737.076 nel 1870 fino a 7.885.237 nel 1914, mentre la percentuale degli stranieri arrivò dal 13,8 del 1859 al 42,7 del 1914. Più della metà degli immigrati ritornarono in patria, ma molti furono quelli che decisero di rimanere, soprattutto fra gli Italiani, la cui ondata migratoria fu sicuramente la più consistente, seguita da quella spagnola. Nel 1895, Buenos Aires capitale dal 1880 vantava il 49 per cento di abitanti di origine italiana, percentuale rimasta tuttora invariata.

Fu questo il contesto che verso la metà degli anni Settanta del secolo scorso favorì la nascita confusa del più caratteristico simbolo argentino, il tango: prodotto ibrido di un Paese ibrido. Nato e cresciuto nei postriboli della periferia di Buenos Aires, il tango è il frutto di una società maschile. Nelle sordide bettole, nei malfamati bordelli di questa città di uomini soli (il 70 per cento degli immigrati dal 1857 al 1924 era infatti di sesso maschile), dall'unione fra habanera cubana, milonga (danza popolare), candombes di origine africana (i primi schiavi neri giunsero nel 1702), tanghi andalusi e, soprattutto, melodie italiane, prende vita un genere musicale inquieto e cupo. Il tango, secondo la celebre definizione di Enrique Santos Discepolo, colui che gli diede un taglio riflessivo e scettico, è in definitiva "un pensiero triste che si balla". E furono proprio gli immigrati a dare a questo ballo un contributo enorme, soprattutto gli Italiani, il gruppo più numeroso. Di origine italiana, infatti, furono i primi musicisti, coloro che diedero al tango quell'aria malinconica, rendendolo nostalgico e dolente, amaro e cupo come lo sradicamento tipico dell'immigrazione. Non a caso la Vecchia Guardia del tango, da Santos Discepolo a Juan Maglio, parla quasi tutta italiano. Proibito in tutti i locali pubblici, il tango dovette aspettare molto per essere ammesso negli ambiti famigliari e nella borghesia, la cui severa morale di retaggio spagnolo mal tollerava quel ballo sensuale. Fu la Parigi della Belle Epoque, centro del mondo e punto di riferimento per l'aristocrazia argentina, a sancire la legittimità prima e il trionfo poi del tango. Solo una volta tornato dall'Europa il ballo venne finalmente accettato nei salotti. Con grande sorpresa degli Argentini, che parlavano francese e spendevano a piene mani per non apparire dei parvenu agli occhi degli Europei, il tango fu oggetto di una moda travolgente. Nel 1917, la svolta: Carlos Gardel canta La mia triste serata, su musica di Samuel Castriota. Autore delle parole, Pascual Contursi, colui che farà del tango un genere introverso, dandogli dei veri testi, per lo più sentimentali e malinconici, legati al tema dell'abbandono, e trasformandolo così da danza a canzone. Carlos Gardel è il mito per eccellenza. Mito favorito da luogo, origine e data di nascita ignoti (probabilmente a Tolone, figlio illegittimo di una stiratrice, tra il 1877 e il 1890). Nel 1933, grazie a centinaia di dischi e di film per il mercato di lingua spagnola, è già una celebrità. Fa lunghe tournée in Francia e Spagna e vive fastosamente a New York.

La morte in un incidente aereo nel 1935 ne cristallizzerà per sempre giovinezza e celebrità, eternandolo insieme ai suoi capelli impomatati e all'eterna sigaretta, che i fan lasciano fra le dita della statua del suo monumento funebre. La tragica scomparsa permetterà agli Argentini, che lo snobbavano con l'accusa di non essersi saputo rinnovare, di riappropriarsene, costruendogli intorno il primo dei grandi miti nazionali. Miti come Evita, come Manuel Fangio, figlio di un immigrato della provincia di Chieti, vincitore di cinque titoli mondiali di automobilismo (nel 1951 e dal 1954 al 1957), intorno ai quali si rinsalda quell'identità nazionale così faticosamente cercata. Nasce la leggenda, gli appassionati si trasformano in devoti, gli ammiratori in fanatici. Oggi Gardel è ancora nelle classifiche di vendita, mentre la sua tomba al cimitero della Chacarita è costellata di ex voto "per grazia ricevuta".

Figlia dell'Europa e del Nuovo Mondo, l'Argentina ha qualcosa di famigliare e di nuovo al tempo stesso. Per questo Borges, uno dei più grandi scrittori argentini, sosteneva: "I veri Europei siamo noi: figli di Italiani, Spagnoli, Francesi, Tedeschi. Nel nostro sangue tutte queste culture si mescolano mentre gli Italiani sono solo Italiani, gli Spagnoli solo Spagnoli, i Francesi Francesi, i Tedeschi Tedeschi". Questa è anche l'impressione che dà Buenos Aires, la più europea fra le capitali sudamericane, la più americana fra quelle latine. Una città sfacciatamente bella, elegantemente retró, aggressivamente avveniristica. Europea nei caffé di specchi e tavoli scuri, smisuratamente argentina nelle ampie piazze e nei lunghi, imponenti viali, come nei suoi 13 milioni di abitanti distribuiti su un'area di oltre 200 chilometri quadrati. Una città piena di reminiscenze liberty, testimoni di un'epoca in cui l'Argentina era una delle nazioni più ricche del mondo. Una città edificata per essere grande, capitale di un Paese che viveva "alla grande" grazie alla vendita di cuoio, carne, lana e grano. Una città cresciuta in fretta e alla quale non si chiedeva necessariamente di essere bella, armoniosa e con uno stile, ma solo di riempire dei vuoti esistenziali e fisici, di essere lo specchio delle grandiose aspirazioni della nazione. Un centro di 200.000 abitanti nel 1869, divenuti due milioni nel 1915, quando vantava ben 12.000 auto, più di tutte quelle allora circolanti in Italia, e 60.000 telefoni, più di tutti quelli della Francia.

Buenos Aires, un tutto circondato dal niente della pampa; simbolo, come la propria terra, di grandi attese e di altrettanto grandi frustrazioni.

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Lo spazio argentino si definisce attraverso "il richiamo dell'orizzonte". Quell'orizzonte fatto dall'immensa pianura della pampa, che pare occupare e dilatare l'intero Paese e sembra trovare un limite al proprio slancio espansionistico solo a contatto con i ghiacci a Sud, i tropici del Nordeste, i grandi fiumi e le paludi della Mesopotamia, la Cordigliera a ovest, le giungle e i boschi del Chaco e di Misiones e gli altipiani boliviani a nord. in questa natura mozzafiato - simboleggiata dalle celeberrime cascate di Iguazú (275 diversi salti d'acqua che precipitano da un'altezza di oltre 60 metri), come dalla durezza spettrale e dal vento imperioso delle Ande - ai nandù della pampa si aggiungono i lama della Cordigliera, gli elefanti e i leoni marini, i pinguini e le balene della penisola Valdés (una delle più importanti riserve faunistiche del mondo), i padu (il più piccolo cervo del mondo) della Patagonia, le volpi argentate e i guanachi della Terra del Fuoco.

I resti delle civiltà precolombiane si intrecciano con i petroglifi del canyon di Talampaya, le pitture rupestri della Cuevas de los Manos, le tracce degli indios Chequa, Alacaluf, Yamana, Tehuelche e Ona, mentre gli edifici coloniali di San Fernando del Valle de Catamerca, Córdoba (con la sua antica università e la cattedrale) e Acheral si mischiano ai fossili della Valle della Luna, alle vestigia dei villaggi missionari fondati dai Gesuiti nel XVII secolo. E ancora, alle tradizioni delle comunità italiane di Mendoza e San Juan (i principali centri vinicoli del Paese, con una produzione di Cabernet e Pinot Nero), si aggiungono quelle gallesi della Patagonia e del Chubut (dove si stabilirono, comprando una estancia, persino Sundance Kid e Butch Cassidy), e le torte di cioccolata e le porcellane dipinte delle comunità svizzere e tedesche di Bariloche.

Se Argentina vuoi dire pampa, è sfuggendo la pampa che si giunge alla terra che ancora incarna lo spirito indomito di questo Paese: la Patagonia. Una vasta zona (un quarto dell'intero territorio nazionale, dal 39 parallelo allo Stretto di Magellano, oltre 765.000 chilometri quadrati) caratterizzata da aridi altopiani che dalle Ande patagoniche - trapunte di laghi, ghiacciai e foreste popolate da varie specie di orchidee, araucarie e dall' alerce, un pino che può raggiungere i 60 metri di altezza e i tre di diametro - scendono verso la monotona steppa nord-orientale, destinata a spezzarsi nella tormentata costa atlantica. Se la pampa è il regno dei bovini, la Patagonia, con le sue desolate e monotone pianure coperte di basse erbe e punteggiate dalle bacche bluastre dello spinoso calafate (l'arbusto-simbolo della flora locale) e flagellate da vento e pioggia, lo è delle pecore merinos australiane e corriedales, portate dai primi coloni alla metà dell'Ottocento.

La maggioranza dei 40 milioni di capi dell'Argentina vivono infatti in questa regione, e non è un caso che l'industriale italiano Luciano Benetton possieda qui una tenuta di ben 837.000 ettari in cui alleva direttamente gli animali che gli forniscono parte della lana utilizzata nella propria linea di abbigliamento.

Catalizzatrice di avventure e leggende, questa terra di solitudini infinite che si incontrano ai cancelli d'ingresso di estancias distanti a volte più di cento chilometri dalle proprie fattorie, prende nome dai giganteschi Patagones, gli indigeni di cui parla Antonio Pigafetta, il cronista al seguito di Magellano, giunto qui nell'inverno del 1520. Questo mondo rude e ostile ha stregato Chatwin (autore di In Patagonia e Ritorno in Patagonia) come Thèroux (The Old Patagonian Express), Sepúlveda (Il mondo alla fine del mondo) come Herman Melville, che doppiò Capo Horn nel 1843. Ma al suo inquietante fascino, fatto di forza e di desolazione, non si sono sottratti nemmeno esploratori come Giacomo Bove o il salesiano biellese Alberto Maria De Agostini, avventurieri come Pasqualino Rispoli, missionari come Giuseppe Fagnano (il primo che nel 1886 cercò di opporsi allo sterminio degli indios), scienziati come Charles Darwin e persino tecnici come Fitz Roy, cui va il merito di aver effettuato il primo rilevamento sistematico di queste coste, o il mitico Francisco Pascasio Moreno, detto "Perito", colui che seguendo la linea dello spartiacque segnò il confine fra Argentina e Cile.

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