Autore Erik Brynjolfsson
CoautoreAndrew McAfee
Titolo La nuova rivoluzione delle macchine
SottotitoloLavoro e prosperità nell'era della tecnologia trionfante
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2015, Serie Bianca , pag. 318, ill., cop.fle., dim. 14x22x2,3 cm , Isbn 978-88-07-17288-5
OriginaleThe Second Machine Age. Work, Progress, and Prosperity in a Time of Brilliant Technologies [2014]
TraduttoreGiancarlo Carlotti
LettoreGiorgia Pezzali, 2015
Classe scienze tecniche , storia della tecnica , lavoro , sociologia , economia , economia politica , informatica: storia












 

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Indice


  9  1. Le grandi storie

 21  2. Le capacità delle nuove macchine: la tecnologia va in fuga

 48  3. La legge di Moore e la seconda metà della scacchiera

 66  4. La digitalizzazione di tutto o quasi

 80  5. Innovazione: declino o ricombinazione?

 99  6. Intelligenza umana e artificiale nella seconda età delle macchine

107  7. Cornucopia informatica

118  8. Oltre il Pil.

137  9. Il divario

160 10. I veri vincenti: star e superstar

177 11. Implicazioni dell'abbondanza e della disuguaglianza

200 12. Imparare a correre con le macchine: raccomandazioni per i singoli

218 13. Raccomandazioni politiche

243 14. Raccomandazioni a lungo termine

262 15. La tecnologia e il futuro
        (che è molto diverso da "la tecnologia è il futuro")

271 Ringraziamenti
275 Note
315 Fonti delle figure


 

 

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Pagina 9

1.
Le grandi storie



                                        La tecnologia è un dono di Dio. Dopo il
                                        dono della vita è forse il più grande
                                        dei suoi regali. La tecnologia è la
                                        madre delle civiltà, delle arti e delle
                                        scienze.

                                        FREEMAN DYSON



Quali sono stati i balzi in avanti più importanti nella storia dell'umanità?

Come impara quasi subito chiunque provi a porsi questa domanda, è difficile dare una risposta. Tanto per cominciare, quand'è che comincia la "storia dell'umanità"? Il moderno Homo sapiens, moderno in senso anatomico e comportamentale e provvisto di linguaggio, iniziò a sparpagliarsi per il mondo a partire dalla sua culla africana circa sessantamila anni fa. Entro il 25.000 a.C. aveva fatto piazza pulita dei Neanderthal e degli altri ominidi, e da quel momento non dovette più temere la concorrenza di altre specie dal cervello voluminoso e dalla postura eretta.

Potremmo adottare il 25.000 a.C. come data più sensata per cominciare a seguire le grandi storie dell'umanità, se non fosse che in quel periodo la Terra si trovava in piena era glaciale, pertanto poco favorevole allo sviluppo. Nel suo saggio Why the West Rules - For Now, l'antropologo Ian Morris inizia a seguire il progresso delle società umane a partire dal 14.000 a.C., quando il mondo cominciò a diventare evidentemente più caldo.

Un altro motivo per cui si tratta di una domanda alla quale è difficile rispondere è che non si capisce bene quali criteri dovremmo usare. Che cos'è a costituire un vero balzo in avanti? Quasi tutti pensiamo che dovrebbe trattarsi di un evento o progresso che cambia in maniera significativa il corso delle cose, un momento che "devia la curva" della storia umana. Molti hanno ipotizzato che potrebbe trattarsi dell'addomesticamento degli animali, e questo è infatti uno dei nostri primissimi successi importanti.

Forse il cane è stato addomesticato prima del 14.000 a.C., ma i cavalli no. Dovevano passare altri ottomila anni prima che iniziassimo ad allevarli e a tenerli dentro i recinti. Anche il bue è stato addomesticato più o meno in quel periodo (ca. 6000 a.C.) e quindi attaccato all'aratro. L'addomesticamento degli animali da lavoro ha accelerato la transizione dalla pura raccolta del cibo all'agricoltura, un progresso importante già in corso entro l'8000 a.C.

L'agricoltura garantisce fonti di cibo abbondanti e affidabili, e a sua volta ciò consente insediamenti umani più popolosi e, alla fine, le città. Le città a loro volta sono bersagli allettanti per il saccheggio e la conquista. Pertanto un elenco dei progressi umani importanti dovrebbe comprendere anche le grandi guerre e gli imperi che ne scaturirono. Gli imperi mongolo, romano, arabo e ottomano, solo per citarne alcuni, furono forieri di trasformazioni, influenzarono i regimi, i traffici e le usanze in aree geografiche immense.

Naturalmente ci sono alcune importanti evoluzioni che non hanno nulla a che vedere con animali, piante o guerrieri. Alcune sono semplici idee. Il filosofo Karl Jaspers ci ricorda che Buddha (563-483 a.C.), Confucio (551-479 a.C.) e Socrate (469-399 a.C.) vissero più o meno nello stesso periodo (ma in luoghi assai lontani). Nella sua analisi sono loro i pensatori centrali del Periodo assiale, che va dall'800 al 200 a.C. Jaspers lo definisce "un profondo respiro che favorisce la coscienza più lucida", e aggiunge che i suoi filosofi regalarono fertili scuole di pensiero alle tre civiltà maggiori: indiana, cinese ed europea.

Il Buddha fondò anche una delle più grandi religioni al mondo, e il buonsenso impone che qualsiasi elenco dei grandi balzi in avanti dell'umanità comprenda la fondazione delle altre grandi credenze: l'induismo, il giudaismo, il cristianesimo e l'islamismo. Ciascuna ha influenzato la vita e gli ideali di centinaia di milioni di persone.

Tante delle idee e delle rivelazioni di queste religioni sono state diffuse grazie alla parola scritta, essa stessa un'innovazione fondamentale nella storia dell'umanità. Infuria il dibattito per decidere quando, dove e come fu inventata esattamente la scrittura, comunque una valutazione credibile colloca l'evento in Mesopotamia attorno al 3200 a.C. Allora esistevano anche i simboli scritti per facilitare il calcolo, sebbene non comprendessero il concetto di zero, che oggi invece ci sembra basilare. Il moderno sistema di numerazione, quelli che chiamiamo "numeri arabi", arrivò verso l'830 d.C.

La lista di sviluppi importanti prosegue all'infinito. Gli Ateniesi iniziarono a praticare la democrazia verso il 500 a.C. La peste nera ridusse la popolazione europea almeno del 30% durante la seconda metà del quattordicesimo secolo della presente era. Colombo attraversò l'oceano nel 1492, inaugurando le interazioni tra Vecchio e Nuovo mondo che li avrebbero trasformati entrambi.




La storia dell'umanità in un grafico

Come facciamo a decidere qual è il più importante tra questi balzi in avanti? Tutti i candidati elencati poco sopra hanno i propri accesi fautori, che sostengono con foga e capacità persuasiva il predominio di un evento su tutti gli altri. E in Why the West Rules - For Now Morris affronta un interrogativo ancor più fondamentale: se sia sensato o legittimo cercare di classificare o paragonare i fatti e i progressi dell'umanità. Molti antropologi e tanti altri specialisti delle scienze umane sostengono che non lo sia. Morris non è d'accordo, e il suo saggio è un coraggioso tentativo di quantificare lo sviluppo umano. Come scrive lui stesso, "ridurre l'oceano dei fatti a semplici risultati numerici ha i suoi inconvenienti ma ha anche il grande merito di costringere tutti quanti ad affrontare lo stesso dato, con esiti sorprendenti". Detto altrimenti, se vogliamo capire quali sono i progressi che hanno deviato la curva della storia umana, è abbastanza logico cercare intanto di tracciarla.

Morris ha fatto un'accurata e approfondita ricerca nel tentativo di quantificare nel tempo quello che lui definisce sviluppo sociale ("la capacità di un gruppo di dominare il proprio ambiente fisico e intellettuale per fare le cose"). Come segnala Morris, i risultati sono sorprendenti. Anzi, letteralmente incredibili. Dimostrano che nessuno dei balzi in avanti finora discussi ha pesato granché, almeno in confronto con qualcos'altro, una novità che ha deviato la curva della storia umana come null'altro prima o dopo di lei. Il grafico collocato nella pagina accanto ci mostra la popolazione umana planetaria nel tempo assieme agli sviluppi sociali. Come potete vedere, le due curve sono quasi identiche.

Per molte migliaia di anni l'umanità ha seguito una traiettoria ascendente molto graduale. Il progresso era penosamente lento, quasi invisibile. Animali e fattorie, guerre e imperi, filosofie e religioni, nulla riusciva ad avere una grande influenza. Ma poco più di due secoli fa è arrivato un fenomeno repentino e profondo che ha deviato di quasi 90° la curva della storia umana, della popolazione totale e dello sviluppo sociale.




Macchine del progresso

Avrete ormai capito di cosa si tratta. Del resto questo libro parla dell'impatto della tecnologia, perciò è facile prevedere che partiamo così per dimostrare quanto la tecnologia è stata importante. Infatti l'improvvisa impennata che notiamo nel grafico verso la fine del Settecento corrisponde a uno sviluppo di cui abbiamo sentito parlare molto: la Rivoluzione industriale, che è stata la somma di parecchi progressi quasi simultanei nell'ingegneria meccanica, nella chimica, nella metallurgia e in altre discipline. Non è difficile immaginare che ci siano queste novità tecnologiche alla base del brusco, netto e protratto balzo nel progresso dell'umanità.

È proprio così, e possiamo essere ancora più precisi specificando quale tecnologia è stata la più importante: la macchina a vapore, o, per essere ancor più precisi, la macchina a vapore messa a punto e migliorata da James Watt e colleghi nella seconda metà del diciottesimo secolo.

Prima di Watt le macchine a vapore erano estremamente inefficienti, sfruttavano sì e no l'1% dell'energia liberata dalla combustione del carbone. Il brillante rimaneggiamento di Watt tra il 1765 e il 1776 più che triplicò queste prestazioni. Come scrive Morris, fu questo a fare la vera differenza. "Anche se alla rivoluzione [del vapore] ci vollero parecchi decenni per svilupparsi [...] fu ugualmente la trasformazione più grande e veloce nell'intera storia del mondo."

Naturalmente la Rivoluzione industriale non è soltanto la storia del motore a vapore, però è dal vapore che è partito tutto. In particolare, esso ci ha permesso di superare i limiti della forza basata sui muscoli, che fosse umana o animale, e di generare quantità impressionanti di energia utilizzabile a comando. Questo ha portato alle fabbriche e alla produzione di massa, alle ferrovie e al trasporto per molte persone. In parole povere, ha portato alla vita moderna. La Rivoluzione industriale ha inaugurato la prima età delle macchine dell'umanità, il primo periodo in cui il nostro progresso è stato spinto in primis dall'innovazione tecnologica, il momento della trasformazione più radicale che il nostro mondo abbia mai conosciuto. La capacità di generare immense quantità di energia meccanica è stata talmente importante che, per usare le parole di Morris, ha "ridicolizzato tutto il pathos della precedente storia del mondo".

E adesso arriva la seconda età delle macchine. I computer e le altre innovazioni digitali stanno facendo per la nostra forza mentale, per la capacità di usare il nostro cervello affinché capisca e influenzi il nostro ambiente, quello che la macchina a vapore e i suoi epigoni fecero per la forza muscolare. Ci permettono di superare i precedenti limiti e ci portano in un territorio inesplorato. È tutto da vedere come procederà esattamente questa transizione, però, anche se non sappiamo se la nuova età delle macchine piegherà la curva nella stessa spettacolare maniera della macchina a vapore di Watt, sarà comunque un passaggio molto importante. Questo libro spiega come e perché.

Per il momento ecco una risposta sintetica: per il progresso e lo sviluppo, per controllare l'ambiente fisico e intellettuale al fine di fare delle cose, la forza mentale è importante almeno quanto la forza fisica. Un impulso così poderoso e senza precedenti alla potenza mentale dovrebbe significare un grande stimolo per l'intera umanità, come è avvenuto con l'impulso alla potenza fisica.




Giocare a rincorrersi

Abbiamo scritto questo libro perché eravamo confusi. Per anni abbiamo studiato l'impatto delle tecnologie digitali come i computer, i programmi informatici e le reti di comunicazione, e ritenevamo di avere compreso in maniera soddisfacente le loro potenzialità e limitazioni. Invece gli ultimi anni sono stati sorprendenti. I computer hanno iniziato a diagnosticare le malattie, ad ascoltarci e a parlare con noi, e a scrivere prosa di ottima qualità, mentre i robot hanno cominciato a sfrecciare nei magazzini e a guidare automobili senza alcun aiuto o con un aiuto minimo. Le tecnologie digitali per tanti anni s'erano dimostrate ridicolmente incapaci in tante di queste attività, poi sono di colpo diventate bravissime. Com'è successo? E quali sono le implicazioni di questo progresso, stupefacente eppure ormai considerato ordinario?

Abbiamo deciso di fare squadra per vedere se potevamo rispondere a queste domande. Ci siamo dedicati alle solite cose che fanno i docenti del nostro settore: abbiamo letto un sacco di libri e pubblicazioni, abbiamo analizzato tanti dati diversi e ci siamo rimpallati idee e ipotesi. È stata un'attività necessaria e preziosa, ma il vero insegnamento, e il vero divertimento, è iniziato quando siamo andati sul campo e abbiamo parlato con inventori, investitori, imprenditori, tecnici, scienziati e tanti altri di coloro che creano tecnologia e la mettono in opera.

Grazie alla loro generosità e apertura mentale abbiamo vissuto alcune esperienze futuristiche nell'incredibile mondo delle innovazioni digitali di oggi. Abbiamo viaggiato a bordo di un'auto priva di pilota, seguito un computer mentre batteva squadre di studenti di Harvard e del MIT in una partita a Jeopardy!, addestrato un robot industriale prendendolo per un polso e guidandolo lungo una serie di passaggi, tenuto in mano un'elegante ciotola di metallo creata da una stampante 3D e avuto un'infinità di altri incontri sconvolgenti con la tecnologia.




A che punto siamo

Questo lavoro ci ha portato a tre conclusioni generali.

La prima è che viviamo in un'era di incredibili progressi delle tecnologie digitali, quelle che hanno al centro hardware, software e reti informatiche. Non sono tecnologie inedite, le imprese si dotano di computer da oltre mezzo secolo e già nel lontano 1982 la rivista "Time" definì il computer "Macchina dell'anno". Tuttavia, così come sono state necessarie più generazioni per migliorare la macchina a vapore fino al punto di riuscire a fornire energia alla Rivoluzione industriale, c'è voluto altrettanto per mettere a punto le nostre macchine digitali.

Vi mostreremo come e perché si è arrivati solo di recente alla piena espressione della potenza di queste tecnologie e faremo qualche esempio. "Piena" non significa però "matura". I computer continueranno a migliorare e a fare cose nuove senza precedenti. Per "piena espressione della potenza" intendiamo semplicemente che i mattoni sono già al loro posto affinché le tecnologie digitali possano dimostrarsi importanti e capaci di trasformare la società e l'economia quanto la macchina a vapore. Per farla breve, siamo a un punto di svolta, al punto in cui la curva s'impenna, grazie ai computer. Stiamo entrando in una seconda età delle macchine.

La nostra seconda conclusione è che le trasformazioni portate dalla tecnologia digitale saranno profondamente benefiche. Stiamo andando verso un'epoca che non solo sarà diversa, ma sarà anche migliore perché potremo aumentare sia la varietà sia il volume del nostro consumo. Così espressa, cioè usando l'arido vocabolario dell'economia, sembra quasi uno scenario disdicevole. Chi è che vuole consumare sempre di più? Solo che noi non consumiamo soltanto calorie e benzina. Consumiamo informazione da libri e amici, divertimento fornito dalle grandi star e anche dai dilettanti, esperienza da insegnanti e dottori e innumerevoli altre cose che non sono fatte di atomi. La tecnologia può offrirci più possibilità di scelta e perfino più libertà.

Quando questi beni sono digitalizzati, quando sono convertiti in tanti bit archiviabili su un computer e inviabili in rete, acquisiscono alcune qualità strane e meravigliose. Sono soggette a un'economia diversa, in cui l'abbondanza, e non la scarsità, è la norma. Come dimostreremo, i beni digitali non sono come quelli fisici, e queste sono differenze che contano.

Naturalmente i beni fisici rimangono essenziali, e quasi tutti vorremmo averne in misura maggiore, e di maggiore qualità e varietà. Non conta se desideriamo mangiare di più: tutti vorremmo comunque mangiare meglio o più differenziato. Non conta se vogliamo bruciare più idrocarburi fossili: vorremmo comunque poter visitare più luoghi con più agio. I computer ci stanno aiutando a conseguire questi obiettivi, e tanti altri. La digitalizzazione sta migliorando il mondo fisico, e questi miglioramenti possono solo diventare più importanti. Gli storici dell'economia sono ampiamente d'accordo sul fatto che, come dice Martin Weitzman, "la crescita a lungo termine di un'economia avanzata è dominata dal progresso tecnico". Come dimostreremo in queste pagine, il progresso tecnico sta migliorando esponenzialmente.

La nostra terza conclusione è meno ottimistica: la digitalizzazione porterà con sé alcune questioni spinose. Non dovrebbe essere di per sé una notizia tanto stupefacente o allarmante, persino i progressi più benefici comportano conseguenze sgradevoli da gestire. La Rivoluzione industriale è stata accompagnata dai cieli londinesi saturi di fuliggine e dall'osceno sfruttamento del lavoro minorile. Quali saranno i loro equivalenti moderni? La digitalizzazione rapida e in via di accelerazione porterà probabilmente devastazioni economiche più che ambientali, dovute al fatto che, diventando i computer più potenti, le aziende avranno meno bisogno di certi tipi di dipendenti. Nella sua corsa il progresso tecnologico lascerà a piedi qualcuno, forse tanta gente. Come dimostreremo, non c'è mai stato un momento migliore per essere un lavoratore specializzato o istruito nel senso giusto del termine, perché questo è il tipo di persona che può usare la tecnologia per creare e catturare valore. Però non c'è mai stato un momento peggiore per essere un lavoratore che ha da offrire soltanto capacità "ordinarie" perché computer, robot e altre tecnologie digitali stanno acquisendo le medesime capacità e competenze a una velocità inimmaginabile.

Nel tempo gli inglesi e gli abitanti di altri paesi decretarono che alcuni aspetti della Rivoluzione industriale fossero inaccettabili e si attivarono per porvi fine (diedero loro una mano sia la forma democratica di governo sia il progresso tecnologico). Non esiste più il lavoro minorile in Gran Bretagna, e l'aria di Londra contiene oggi meno fumi e anidride solforosa che in qualsiasi altro periodo dalla fine del Cinquecento. Anche i problemi della Rivoluzione digitale andranno affrontati, però prima dobbiamo capire bene quali siano. È fondamentale analizzare le probabili conseguenze negative della seconda età delle macchine e avviare un dibattito su come potremo mitigarle. Siamo abbastanza fiduciosi che non saranno difficoltà insormontabili. Ma non si sistemeranno da sole. Offriremo nei prossimi capitoli le nostre opinioni in merito.

Insomma, questo è un libro sulla seconda età delle macchine in pieno corso, su un punto di svolta nella storia delle nostre economie e società grazie al digitale. È un punto di svolta che fa deviare la curva nella direzione giusta: abbondanza invece di scarsità, libertà invece di limitazioni, ma che porterà con sé sfide e scelte difficili.

Questo libro è diviso in tre parti. La prima, che va dal capitolo 1 al capitolo 6, descrive le caratteristiche fondamentali della seconda età delle macchine. Questi sei capitoli forniscono molti esempi dei recenti progressi tecnologici che sembrano vera e propria fantascienza, spiegano come mai avvengono ora (tutto sommato abbiamo i computer da decenni) e come mai dovremmo essere abbastanza sicuri che il ritmo e la portata delle innovazioni nei computer, robot e altri macchinari digitali non faranno che accelerare in futuro.

La seconda parte, che va dal capitolo 7 al capitolo 11, analizza abbondanza e disuguaglianza, le due conseguenze economiche di questo progresso. L'abbondanza consiste nell'aumento di volume, varietà e qualità, e nell'abbassamento del costo, dei tanti beni offerti dal progresso tecnologico moderno. È la migliore novità tecnologica del mondo odierno. Invece la disuguaglianza non è altrettanto fantastica, e significa sempre maggiori disparità tra le persone quanto a successo economico, ricchezza, reddito, mobilità e altri parametri importanti. Le disuguaglianze sono aumentate negli ultimi anni. È uno sviluppo problematico per tanti motivi, e nella seconda età delle macchine, se non interverremo, è destinato ad accelerare.

La parte finale, dal capitolo 12 al capitolo 15, prende in esame le misure che potrebbero essere adatte ed efficaci per la nostra epoca. L'economia dovrebbe massimizzare l'abbondanza mentre minimizza gli effetti negativi della disparità. Presenteremo le nostre idee per arrivare nel modo migliore a questi risultati sia nel breve termine che nel futuro remoto, quando il progresso ci porterà a un mondo tanto tecnologicamente avanzato da sembrare fantascienza. Come evidenzieremo nell'ultimo capitolo, le scelte che faremo a partire da oggi decideranno che tipo di mondo sarà.

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Pagina 46

Oggi la stampa 3D non viene usata soltanto per i progetti artistici come la ciotola di Bass. La usano tutti i giorni tantissime aziende per creare prototipi e componenti. Viene anche utilizzata per parti finite che vanno dalle prese d'aria e dagli alloggiamenti di plastica del rover lunare di prossima generazione della NASA fino alla protesi mandibolare in metallo di una ottantatreenne.

Nel futuro prossimo potrebbe essere usata per stampare sul posto le parti difettose di un motore invece di conservare intere scorte di parti di ricambio in magazzino. Alcuni progetti sperimentali hanno perfino confermato che questa tecnica potrebbe essere usata per costruire case di cemento.

Quasi tutte le innovazioni descritte in questo capitolo sono arrivate negli ultimissimi anni. Le abbiamo viste in settori in cui i progressi erano stati lenti da morire per tanto tempo e in cui scrupolosi studi erano giunti più di una volta alla conclusione che non ci sarebbe mai stata un'accelerazione. Poi, dopo tanta gradualità, il progresso digitale è arrivato all'improvviso. È arrivato in più settori, dall'intelligenza artificiale fino alle auto che si guidano da sole e alla robotica.

Com'è successo? È stato un colpo di fortuna, la confluenza di vari miglioramenti felici ma estemporanei?

No. Il progresso digitale che abbiamo visto in questi anni è sicuramente impressionante, ma è solo un minimo indizio di quanto arriverà. È l'alba della seconda età delle macchine. Per capire perché sta avvenendo adesso dobbiamo comprendere la natura del progresso tecnologico nell'era dell'hardware, del software e delle reti digitali. In particolare dobbiamo comprendere bene le sue tre caratteristiche chiave: cioè che esso è esponenziale, digitale e combinatorio.

I prossimi tre capitoli le discuteranno una per una.

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Pagina 83

Tecnologie general purpose: quelle che contano davvero


È chiaro che Gordon e Cowen considerano essenziale per il progresso economico l'invenzione di tecnologie potenti. Infatti gli storici dell'economia sono complessivamente d'accordo sul fatto che certe tecnologie sono abbastanza significative da accelerare la normale marcia dell'avanzamento economico. Per fare questo, esse devono diffondersi in tanti settori, se non quasi in tutti, non possono rimanere relegate in uno soltanto. La ginnatrice, la macchina per sgranare il cotone, solo per fare un esempio, fu indiscutibilmente importante all'interno del settore tessile all'inizio dell'Ottocento, ma abbastanza insignificante al di fuori.

La macchina a vapore e l'energia elettrica, di contro, si diffusero in fretta pressoché ovunque. La macchina a vapore non ha soltanto aumentato in maniera massiccia la quantità di energia disponibile per le fabbriche liberandole dalla necessità di trovarsi presso un ruscello o un fiume che muovesse la ruota ad acqua, ha anche rivoluzionato i viaggi su terra e per mare permettendo la nascita delle ferrovie e dei piroscafi. L'elettricità ha dato un ulteriore impulso alle fabbriche permettendo che i macchinari fossero alimentati individualmente. Ha anche illuminato stabilimenti, uffici e magazzini e portato a ulteriori innovazioni come l'aria condizionata, che ha reso gradevoli posti di lavoro in cui prima si moriva dal caldo.

Con la loro tipica vivacità verbale, gli economisti definiscono le innovazioni come l'energia a vapore e quella elettrica general purpose technologies (GPT). Lo storico dell'economia Gavin Wright ci offre una definizione concisa: "Idee o tecniche radicalmente nuove che hanno un impatto potenzialmente importante in tanti settori dell'economia". Qui per "impatto" intendiamo una spinta significativa all'output dovuta ai notevoli guadagni nella produttività. Le GPT sono importanti perché sono economicamente significative, perché discontinuano e accelerano il normale avanzare del progresso economico.

Oltre a essere d'accordo sulla loro importanza, gli esperti sono anche arrivati a un certo consenso su come fare a riconoscerle: dovrebbero essere pervasive, migliorare nel tempo ed essere in grado di generare nuove innovazioni. I precedenti capitoli hanno tentato di dimostrare che le tecnologie digitali rispettano tutte e tre le richieste. Migliorano secondo una curva che rispetta la legge di Moore, sono utilizzate in tutti i settori del mondo e portano a innovazioni come vetture autonome e campioni di Jeopardy! non umani. Siamo gli unici a ritenere che la tecnologia dell'informazione e della comunicazione (ICT) appartenga alla medesima categoria del vapore e dell'elettricità? Siamo i soli a pensare, per farla breve, che la ICT sia una GPT?

Assolutamente no. Quasi tutti gli storici dell'economia convengono con il parere espresso poco fa, cioè che le ICT rispettano tutti i criteri di cui sopra, e pertanto dovrebbero entrare di diritto nel club delle general purpose technologies. Anzi, in un elenco di tutti i candidati per questa etichetta compilato dall'economista Alexander Field, soltanto l'energia a vapore ha ottenuto più voti della ICT, classificata alla pari con l'elettricità come seconda GPT più comunemente accettata.

Se siamo tutti d'accordo, allora perché tutto questo dibattito per decidere se le ICT stanno inaugurando una nuova età dell'oro dell'innovazione e della crescita? Perché, almeno così si dice, i loro vantaggi economici sono già stati sfruttati e oggi quasi tutte le nuove "innovazioni" ci aiutano a divertirci pressoché gratis in rete. Secondo Robert Gordon:

Il primo robot industriale è stato presentato dalla General Motors nel 1961. Gli operatori telefonici sono spariti negli anni sessanta [...]. I sistemi di prenotazione online sono arrivati negli anni settanta, e nel 1980 si stavano diffondendo nelle banche e nei negozi i lettori dei codici a barre e i bancomat [...]. I primi personal sono arrivati nei primi anni ottanta con i loro word processor, accapo automatici e spreadsheet [...]. Più recente e quindi più familiare è il rapido sviluppo del web e dell'e-commerce dopo il 1995, un processo largamente completato nel 2005.

Oggi, dice Cowen, "i vantaggi di Internet sono molto concreti e sono qui per lodarli, non per criticarli [...]. Il quadro complessivo è questo: ci divertiamo di più anche grazie a Internet. E ci divertiamo spendendo meno. [Ma] siamo un po' scarsi dal lato dei ricavi, perciò è dura pagare i nostri debiti, che si tratti di individui, imprese o governo". La ICT del ventunesimo secolo, per farla breve, è bocciata all'esame principale, quello che le chiede di dimostrarsi economicamente significativa.

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Pagina 99

6.
Intelligenza umana e artificiale
nella seconda età delle macchine



                                        Ed eccomi qui a pensare a quelle
                                        incredibili macchine elettroniche [...]
                                        con le quali viene potenziata la nostra
                                        capacità mentale di calcolare e
                                        combinare e nel frattempo la si
                                        moltiplica, e a un livello che
                                        preannuncia [...] progressi
                                        stupefacenti.

                                        PIERRE TEILHARD DE CHARDIN



I cinque capitoli precedenti hanno presentato gli aspetti più notevoli della seconda età delle macchine: continuo miglioramento esponenziale in quasi tutti gli aspetti dell'utilizzo dei computer, quantità straordinariamente grande di informazione digitalizzata e infine innovazione ricombinante. Queste tre forze ci stanno garantendo conquiste che trasformano la fantascienza in realtà di tutti i giorni, facendo mangiare la polvere persino alle nostre più recenti aspettative e teorie. E non basta: non c'è una fine all'orizzonte.

I progressi che abbiamo visto negli ultimi anni, e nei primi capitoli di questo libro, auto che si guidano da sole, robot umanoidi efficienti, sistemi di sintesi e riconoscimento del linguaggio parlato, stampanti 3D, computer campioni di telequiz, non sono i risultati definitivi dell'era del computer. Sono soltanto la fase di riscaldamento. Addentrandoci nella seconda età delle macchine, vedremo sempre più meraviglie del genere, e diventeranno sempre più impressionanti.

Come facciamo a esserne sicuri? Lo siamo perché i poteri esponenziale, digitale e ricombinante della seconda età delle macchine hanno messo l'umanità in grado di creare due dei più importanti eventi epocali della nostra storia: la nascita della vera intelligenza artificiale (IA), reale ed efficiente, e la connessione di quasi tutti gli abitanti del pianeta attraverso una rete digitale comune.

Uno di questi due successi basterebbe da solo a cambiare radicalmente le nostre prospettive di crescita. Combinati, sono più importanti di qualsiasi altra cosa arrivata dopo la Rivoluzione industriale, che ha trasformato per sempre il modo in cui svolgevamo il lavoro fisico.

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Pagina 130

Asset intangibili


Così come i beni gratuiti al posto dei prodotti fisici costituiscono una fetta sempre più importante del consumo, gli intangibili sono anche una quota crescente dei capital asset dell'economia, i beni capitali fisici. La produzione nella seconda età delle macchine si basa meno sui macchinari e sulle strutture fisiche (i capital asset) e più sulle quattro categorie di asset intangibili: proprietà intellettuale, capitale organizzativo, contenuti generati dagli utenti e capitale umano.

La proprietà intellettuale comprende i brevetti e i diritti d'autore. Il ritmo di brevettazione degli inventori americani è nettamente cresciuto a partire dagli anni ottanta, e sono cresciuti anche altri tipi di asset intellettuali. Inoltre un bel po' del lavoro di ricerca e sviluppo (R&S) non viene mai formalizzato come proprietà intellettuale ma è ugualmente molto prezioso.

La seconda, e ancor più vasta, categoria di intangibili è il capitale organizzativo come le nuove procedure gestionali, le tecniche di produzione, le forme di organizzazione e i modelli di business. L'utilizzo efficace delle nuove tecnologie della seconda età delle macchine richiede quasi invariabilmente cambiamenti nell'organizzazione del lavoro. Per esempio, quando le nuove imprese spendono milioni di dollari nell'hardware e nel software per un nuovo sistema di pianificazione delle risorse, tipicamente prevedono anche cambiamenti nelle procedure che sono da tre a cinque volte più costosi degli investimenti originali in hardware e software. Eppure, anche se le spese in hardware e software compaiono quasi sempre come aggiunte al capitale sociale della nazione, i nuovi processi aziendali, che spesso durano più a lungo dell'hardware, non vengono in genere conteggiati come capitale. Le nostre ricerche indicano che una corretta contabilità degli asset intangibili collegati ai computer aggiungerebbe 2000 miliardi di dollari alle stime ufficiali degli asset di capitale nell'economia statunitense.

I contenuti generati dagli utenti sono una terza categoria, più piccola ma in rapida crescita, di asset intangibile. Gli utenti di Facebook, YouTube, Twitter, Instagram, Pinterest e altre forme di contenuto online non solo consumano i contenuti gratuiti e incamerano il surplus del consumatore discusso poco fa, ma producono anche la gran parte dei contenuti. Quotidianamente sono inserite 43.200 ore di nuovi video su YouTube, e 250 milioni di nuove foto vengono caricate ogni giorno su Facebook. Inoltre gli utenti forniscono un contenuto prezioso, anche se non misurato, sotto forma di recensioni in siti come Amazon, TripAdvisor e Yelp. I contenuti generati dagli utenti comprendono anche le semplici informazioni binarie usate per classificare le recensioni e presentare più in alto il contenuto migliore (per esempio, quando Amazon chiede "questa recensione ti è stata utile?"). Le aziende di hardware e software oggi fanno a gara per migliorare la produttività delle attività relative ai contenuti generati dagli utenti. Per esempio, gli smartphone e le app per smartphone ormai prevedono facili o automatici strumenti per postare foto su Facebook. Questo contenuto ha valore per gli altri utenti e può essere considerato un altro tipo di capital asset intangibile che viene aggiunto alla nostra ricchezza collettiva.

La quarta e più grossa categoria è il valore del capitale umano. I tanti anni che passiamo tutti quanti a scuola a imparare capacità come leggere, scrivere e fare di conto, oltre agli aggiornamenti addizionali che possono capitare al lavoro o procacciati da noi, ci rendono più produttivi e, in certi casi, sono intrinsecamente gratificanti. Sono anche un contributo al capitale sociale della nazione. Secondo Dale Jorgenson e Barbara Fraumeni, il valore del capitale umano negli Stati Uniti è da cinque a dieci volte maggiore del valore di tutto il capitale fisico nazionale. Il capitale umano non è sempre stato così importante per l'economia. Il grande economista Adam Smith capì che uno dei grandi inconvenienti della prima età delle macchine era come costringeva i lavoratori a svolgere mansioni ripetitive. Nel 1776 notò: "L'uomo la cui intera vita viene passata a eseguire poche semplici operazioni, i cui effetti sono forse sempre gli stessi, o quasi, non ha modo di esercitare il comprendonio". Come discuteremo più avanti nel libro, gli investimenti nel capitale umano diventeranno sempre più importanti con l'aumento dell'automazione dei lavori di routine e della necessità di creatività umana. Eppure, per quanto siano importanti questi asset intangibili, il PIL ufficiale li ignora. Alcuni contenuti generati dagli utenti prevedono un lavoro non rilevato che crea un asset non rilevato che viene consumato secondo modalità non rilevate per creare un non rilevato surplus del consumatore. Negli ultimi anni, però, ci sono stati alcuni tentativi di creare "contabilità satellite", per rintracciare queste categorie di asset intangibili nell'economia americana. Per esempio, le nuove contabilità satellite create dal Bureau of Economic Analysis valutano che gli investimenti di capitale nella R&S rappresentavano circa il 2,9% del PIL e in teoria avrebbero aumentato la crescita economica di circa lo 0,2% all'anno tra il 1995 e il 2004.

È difficile dire con esattezza quanto è ampia la distorsione creata dal calcolo errato di tutti i tipi di asset intangibili, ma siamo abbastanza sicuri che i dati ufficiali sottostimino questo contributo.

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Pagina 137

9.
Il divario



                                        Lo squilibrio tra ricchi e poveri è la
                                        piaga più vecchia e letale di tutte le
                                        repubbliche.

                                        PLUTARCO



Dei 3500 miliardi di foto che sono state scattate dopo la prima realizzata in un'affollata strada di Parigi nel 1838, un buon 10% è stato fatto l'anno scorso. Sino a pochi anni fa, quasi tutte le foto erano analogiche e usavano l'alogenuro d'argento e altre sostanze chimiche. Ma la fotografia analogica ha toccato il suo picco nel 2000. Oggi oltre due miliardi e mezzo di persone possiedono una macchina fotografica digitale, e la stragrande maggioranza delle foto scattate è digitale. Gli effetti sono stupefacenti: è stato valutato che attualmente vengono scattate più foto ogni due minuti che in tutto l'Ottocento. Oggi immortaliamo persone e fatti della nostra vita con frequenza e dettagli senza precedenti, e le condividiamo più ampiamente e facilmente che mai.

Anche se la digitalizzazione ha ovviamente aumentato la qualità e la comodità della fotografia, ha anche cambiato in profondità l'economia della produzione e distribuzione di foto. Una squadra di appena quindici persone di Instagram ha creato una semplice app oggi usata da oltre 130 milioni di persone per condividere sedici miliardi di foto (e non è finita). Quindici mesi dopo la sua fondazione la compagnia è stata venduta per oltre un miliardo di dollari a Facebook. A sua volta Facebook ha raggiunto il miliardo di utenti nel 2012, quando aveva circa 4600 dipendenti, di cui appena mille erano ingegneri.

Paragonate queste cifre con quelle del colosso predigitale Kodak, che ha a sua volta aiutato gli utenti a condividere miliardi di foto. La Kodak dava lavoro a un certo punto a 145.300 persone, un terzo delle quali a Rochester, New York, mentre indirettamente aveva alle dipendenze parecchie altre migliaia di persone tramite la grande catena di fornitori e i canali di distribuzione al dettaglio necessari per le aziende della prima età delle macchine. La Kodak ha arricchito il suo fondatore George Eastman, ma ha anche fornito posti di lavoro ben pagati a più generazioni di persone e una fetta sostanziosa della ricchezza creata nella città di Rochester dopo la fondazione dell'azienda nel 1880. Purtroppo 132 anni dopo, qualche mese prima che Instagram fosse venduta a Facebook, la Kodak ha dichiarato bancarotta. Eppure la fotografia non era mai stata tanto popolare. Oggi si caricano su Facebook 70 miliardi di foto ogni anno, e molte volte di più sono condivise attraverso altri servizi digitali come Flickr a un costo praticamente pari a zero. Queste foto sono tutte digitali, pertanto le centinaia di migliaia di persone che lavoravano alla produzione di sostanze chimiche e carta per la fotografia non sono più necessarie. Nell'era digitale devono trovare un altro modo di sbarcare il lunario.

L'evoluzione della fotografia illustra alla perfezione l'abbondanza della seconda età delle macchine, la prima grande conseguenza economica del progresso esponenziale, digitale e combinatorio attualmente in corso. La seconda, il divario, significa che ci sono grandi e crescenti disuguaglianze tra la gente quanto a reddito, ricchezza e altri importanti aspetti dell'esistenza. Abbiamo creato una cornucopia di immagini, condividendo quasi 400 miliardi di "momenti Kodak" all'anno con pochi clic del mouse o colpetti sullo schermo. Peccato che aziende come Instagram e Facebook utilizzino una minima frazione delle persone che erano necessarie alla Kodak. Nonostante ciò, Facebook ha un valore di mercato parecchie volte più grosso di quanto abbia mai avuto la Kodak e finora ha creato almeno sette miliardari, ciascuno con un patrimonio netto decuplo di quello di George Eastman. Il passaggio da analogico a digitale ha fornito una sovrabbondanza di foto digitali e altri beni, ma ha anche contribuito a una distribuzione del reddito più disuguale di un tempo.

La fotografia non è un esempio isolato di questo trapasso. Storie simili sono state e saranno raccontate anche nel settore della musica e dei media, nella finanza e nell'editoria, nel commercio, nella distribuzione, nei servizi e nella produzione. In quasi tutti gli ambiti il progresso tecnologico porterà un'abbondanza senza precedenti. Sarà creata più ricchezza con meno lavoro. Tuttavia, per lo meno nel nostro attuale sistema economico, questo progresso avrà anche effetti enormi sulla distribuzione del reddito e della ricchezza. Se il lavoro eseguito da una persona in un'ora può essere svolto da una macchina per un dollaro, allora un datore di lavoro interessato a massimizzare il profitto non offrirà una paga superiore al dollaro per quel lavoro. In un sistema di libero mercato quel lavoratore dovrà accettare una paga di un dollaro l'ora oppure dovrà trovare un modo alternativo di guadagnare. Di contro, se una persona trova una nuova maniera di sfruttare idee, competenze o talenti nell'ambito di un milione di consumatori usando le tecnologie digitali, allora la suddetta persona potrebbe guadagnare un milione di volte di più di quanto farebbe altrimenti. La teoria e anche i dati indicano che questa combinazione di abbondanza e divario non è una coincidenza. I progressi nelle tecnologie, in special modo quelle digitali, stanno favorendo una redistribuzione senza precedenti di benessere e reddito. Le tecnologie digitali possono replicare idee, intuizioni e innovazioni preziose a un costo infimo. Questo crea abbondanza per la società e ricchezza per gli innovatori ma diminuisce la domanda di certe forme di manodopera che prima erano importanti, e questo può falcidiare il reddito di tanta gente.

La combinazione di abbondanza e divario mette in crisi due visioni del mondo popolari per quanto contraddittorie. La prima vuole che i progressi tecnologici gonfino sempre i redditi. L'altra vuole che l'automazione danneggi i salari dei lavoratori perché la gente è rimpiazzata dalle macchine. Entrambe le visioni hanno un nocciolo di verità, ma la realtà è più sfumata. I rapidi progressi dei nostri strumenti digitali stanno creando un benessere mai visto prima, ma non esiste una legge economica che garantisca che tutti i lavoratori, o anche solo una maggioranza, beneficeranno dei suddetti progressi.

Per quasi due secoli gli stipendi sono cresciuti rimanendo al passo con la produttività, e questo ha creato una sensazione di ineluttabilità del fatto che la tecnologia aiutasse (quasi) tutti. Invece in questi ultimi anni lo stipendio medio ha smesso di tenere il passo con la produttività, dimostrando che questo divario non è solo una possibilità teorica ma anche un dato empirico nella nostra economia attuale.

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Pagina 160

10.
I veri vincenti: star e superstar



                                        Una macchina può fare il lavoro di
                                        cinquanta uomini normali. Nessuna
                                        macchina può fare il lavoro di un uomo
                                        straordinario.

                                        ELBERT HUBBARD



Abbiamo visto che i cambiamenti tecnici sbilanciati a favore della specializzazione hanno aumentato la domanda relativa di lavoratori istruiti mentre riducevano la domanda di lavoratori meno istruiti i cui compiti prevedono spesso mansioni di routine sia cognitive che manuali. Inoltre i cambiamenti tecnologici a favore del capitale hanno aumentato i profitti che vanno ai possessori di capitale e ridotto la quota di reddito che va al lavoro. In ciascun caso sono state create quantità epocali di ricchezza. In ciascun caso abbiamo anche visto un aumento dei guadagni dei vincitori rispetto ai vinti. Però i cambiamenti più ingenti di tutti si notano in un terzo gap tra vincitori e vinti: quello tra le superstar di un campo e tutti gli altri.




Attenti al divario


Potremmo chiamarlo cambiamento tecnico distorto a favore del talento. In tanti settori la differenza di ricchezza tra il numero uno e il secondo è diventata un baratro. Come ricordava una controversa pubblicità della Nike, non vinci l'argento, hai perso l'oro. Quando i mercati del tipo "il vincitore prende tutto" diventano più importanti, la disparità nel reddito cresce perché la paga di chi sta in cima si stacca da quelle di coloro che stanno nel mezzo.

Gli scarti crescenti negli stipendi tra le persone con o senza laurea, e tra possessori di capitale e lavoratori, sono stati ridicolizzati da ancor più imponenti cambiamenti su in cima. Come già notato, tra il 2002 e il 2007 l'1% più ricco s'è beccato i due terzi di tutti i profitti provenienti dalla crescita dell'economia statunitense. Ma da chi sarebbe composto questo 1%? Non stanno tutti a Wall Street. L'economista Steven Kaplan della University of Chicago ha scoperto che quasi tutti lavorano in altri settori: nei grandi mezzi di comunicazione e nello spettacolo, nello sport e negli studi legali, oppure sono imprenditori e alti dirigenti.

Se l'1% in cima sono tutti star di qualcosa, sono comunque costretti a guardare dal basso le superstar che hanno goduto di aumenti ancora più consistenti. Mentre l'1% più ricco incamerava circa il 19% di tutto il reddito degli Stati Uniti, l'1% di questo 1% (ossia lo 0,01% più ricco) ha visto la sua quota di reddito nazionale raddoppiare dal 3% al 6% tra il 1995 e il 2007. Significa quasi sei volte quanto guadagnava il medesimo 0,01% tra la Seconda guerra mondiale e la fine degli anni settanta. Detto altrimenti, lo 0,01% in cima oggi incamera una fetta del reddito complessivo dell'1% più ricco maggiore della fetta che va all'1% superiore rispetto a tutto il resto dell'economia. Essendo arduo mantenere l'anonimato quando riporti i dati di numeri esigui di persone, è difficile ottenere cifre affidabili nelle fasce di reddito superiori allo 0,01% in cima. In fondo, anche se ci sono oltre 1,35 milioni di famiglie nell'1% più ricco con un reddito medio di 1,12 milioni di dollari, lo 0,01% in cima significa solo 14.588 famiglie, ciascuna con un reddito oltre gli 11.477.000 dollari. Comunque i dati indicano che questa disparità di reddito prosegue ai massimi livelli con caratteristiche frattali: ogni sottoinsieme di superstar si vede sopravanzare nettamente da un numero ancor più ridotto di supersuperstar.

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Le ricerche di Mitra dimostrano che i bambini, anche quelli poveri e poco istruiti, possono imparare a leggere con discernimento. Nei suoi studi vediamo che gli alunni formano delle squadre, utilizzano ampiamente la tecnologia per le informazioni importanti, discutono tra di loro su quanto stanno apprendendo e alla fine saltano su con idee nuove (per loro) che si scopre spesso essere corrette. In parole povere, acquisiscono e dimostrano capacità di invenzione, di riconoscimento di pattern in un contesto ampio e di comunicazione complessa. Gli "ambienti di apprendimento auto-organizzati" (SOLE) che Mitra ha analizzato sembrano insegnare ai bambini le doti che regaleranno loro dei vantaggi sulla manodopera digitale.

Forse non dovrebbe sorprenderci più di tanto. I SOLE sono in giro da tempo e hanno sfornato tante persone che si sono dimostrate eccezionali nella corsa assieme alle macchine. Nei primi anni del ventesimo secolo la dottoressa e ricercatrice italiana Maria Montessori elaborò il metodo di istruzione primaria che ancora reca il suo nome. Le scuole Montessori danno risalto all'apprendimento auto-organizzato, all'impegno diretto su un'ampia gamma di materiali (compresi piante e animali) e alle giornate scolastiche poco strutturate. E negli ultimi anni hanno prodotto ex alunni come i fondatori di Google (Larry Page e Sergey Brin), di Amazon (Jeff Bezos) e di Wikipedia (Jimmy Wales).

Questi esempi sembrano far parte di una tendenza più vasta. Gli studiosi del management Jeffrey Dyer e Hal Gregersen hanno intervistato centinaia di importanti innovatori, scoprendo che un numero sproporzionato di costoro aveva frequentato le scuole Montessori dove "hanno imparato a seguire la propria curiosità". Come diceva un post sul blog del "Wall Street Journal" curato da Peter Sims, "il metodo educativo Montessori potrebbe essere la strada più sicura per unirsi all'élite creativa, che è talmente affollata di ex allievi della scuola da far sospettare dell'esistenza di una mafia Montessori". Non sappiamo se fa parte di una cosca, ma Andy è disposto a mettere la mano sul fuoco sulla validità dei SOLE. È stato un alunno Montessori nei suoi primi anni di scuola e conviene totalmente con Larry Page nel dire che "parte di questo addestramento [consisteva nel] non seguire regole e ordini, ed essere automotivato, chiedersi che cosa succede al mondo e fare le cose in maniera un po' diversa".

Le nostre raccomandazioni su come le persone possono restare preziosi operatori della conoscenza nella nuova età delle macchine sono molto chiare: sforzatevi di migliorare le capacità di ideazione, di riconoscimento di pattern in un ampio contesto e di comunicazione complessa, invece delle solite tre R. E, ogni volta che è possibile, approfittate degli ambienti di apprendimento auto-organizzati, che hanno fama di essere capaci di sviluppare queste capacità nelle persone.




Se non vai all'università


Naturalmente è più facile dirlo che farlo. E sembra che non sia fatto per niente bene in tanti ambienti educativi. Una delle prove materiali più forti che abbiamo incontrato a conferma del fatto che gli studenti non acquisiscono le giuste competenze è il lavoro dei sociologi Richard Arum e Josipa Roska riassunto nel loro libro Academically Adrift: Limited Learning on College Campuses, più le loro successive ricerche. Arum e Roska hanno utilizzato il Collegiate Learning Assessment (CLA), un test messo a punto di recente che gli studenti universitari devono sostenere per valutare le loro capacità di pensiero critico, comunicazione scritta, risoluzione di problemi e ragionamento analitico. Anche se il CLA si svolge davanti a un computer, richiede di scrivere elaborati invece di dare una serie di risposte ai quiz a scelta multipla. Una delle sue componenti principali è la "performance task" che presenta agli studenti un insieme di documenti a corredo e concede loro novanta minuti per redigere un saggetto in cui devono estrarre le informazioni dai materiali dati e sviluppare un punto di vista o una raccomandazione. Detto in breve, la performance task è un valido test sulle capacità di ideazione, riconoscimento di pattern e comunicazione complessa.

Arum, Roska e colleghi hanno seguito più di 2300 studenti impegnati a tempo pieno in un corso di laurea quadriennale in un certo numero di college e università americani. Le loro scoperte sono allarmanti: il 45% degli studenti non dimostrava significativi miglioramenti al CLA dopo due anni di college, e il 36% non migliorava affatto nemmeno dopo quattro anni. Il progresso medio nei test dopo quattro anni era abbastanza limitato. Prendiamo il caso di uno studente che si fosse classificato nel cinquantesimo percentile da matricola. Se aveva miglioramenti nella media nel quadriennio di college, quando fosse tornato a sostenere il test con un altro gruppo di matricole si sarebbe attestato solo al sessantottesimo percentile. Il CLA è talmente nuovo che non sappiamo se questi guadagni sarebbero stati maggiori in passato, però le ricerche precedenti svolte su altri tipi di esame indicano che lo erano e che soltanto pochi decenni or sono lo studente universitario medio imparava parecchio tra l'anno da matricola e l'ultimo.

Che cosa spiega questi risultati deludenti? Arum, Roska e colleghi dimostrano materialmente che gli universitari odierni dedicano solo il 9% del proprio tempo allo studio (rispetto al 51% dedicato a "socializzazione, attività ricreative e altro"), molto meno che nei decenni precedenti, e che solo il 42% riferiva di avere seguito nel semestre precedente un corso che richiedesse di leggere almeno quaranta pagine alla settimana e di scrivere almeno venti pagine in totale. Segnalano poi che "il quadro dell'istruzione superiore che emerge da [questa ricerca] è quello di un'istituzione più interessata alle esperienze sociali che a quelle accademiche. Gli studenti passano pochissimo tempo studiando, e i professori sono di rado molto esigenti in termini di lettura e scrittura".

Però gli autori scoprono anche che in ogni college preso in esame alcuni studenti dimostrano un notevole miglioramento nel CLA. In genere sono quelli che hanno passato più tempo a studiare (in particolare da soli), hanno seguito corsi che richiedevano molte letture ed elaborati e avevano professori più esigenti. Questo modello si sposa bene con le conclusioni dei ricercatori del settore pedagogico Ernest Pascarella e Patrick Terenzini, che hanno riassunto oltre vent'anni di ricerche nel loro libro How College Affects Students. Scrivono infatti che "l'impatto del college è determinato soprattutto dallo sforzo e coinvolgimento individuali nelle offerte accademiche, interpersonali ed extracurricolari nel campus".

Questa ricerca ci porta direttamente alla nostra raccomandazione fondamentale per gli studenti e i loro genitori: studiate sodo, usando la tecnologia e tutte le altre risorse disponibili per "riempire la vostra cassetta degli attrezzi" e acquisire le competenze e capacità che saranno necessarie nella seconda età delle macchine.

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Pagina 218

13.
Raccomandazioni politiche





[...]




1. Insegnare bene ai bambini


Gli Stati Uniti sono stati l'indiscusso paese leader nell'istruzione primaria durante la prima metà del ventesimo secolo avendo capito che la disuguaglianza era una "corsa tra educazione e tecnologia", per usare una frase coniata da Jan Tinbergen (vincitore del primo premio Nobel in Scienze economiche) e ripresa dagli economisti Claudia Goldin e Lawrence Katz come titolo del loro influente saggio del 2010. Quando la tecnologia avanza troppo alla svelta perché l'istruzione possa starle dietro, di solito la disparità cresce. Avendolo capito nei primi anni del secolo scorso, gli Stati Uniti investirono corposamente nell'istruzione di base. Goldin riporta che nel 1955, per esempio, quasi l'80% dei bambini americani tra i quindici e i diciannove anni era iscritto alle superiori, un livello all'epoca più che doppio che in qualsiasi paese europeo.

Nell'ultimo mezzo secolo questo netto vantaggio statunitense nell'educazione primaria è scomparso e oggi il paese non va oltre le posizioni centrali tra i paesi ricchi, e anche peggio in alcune materie importanti. La più recente indagine del Programma per la valutazione internazionale degli studenti (PISA) dell'OCSE, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, condotta nel 2009, ha scoperto che i quindicenni americani erano al quattordicesimo posto fra trentaquattro nazioni nella lettura, al diciassettesimo in scienza e al venticinquesimo in matematica. Come riassume il pedagogo Martin West, "in matematica lo studente statunitense medio di quindici anni era almeno un anno indietro rispetto allo studente medio di sei paesi, compresi Canada, Giappone e Olanda. Gli studenti di altri sei paesi, compresi Austria, Belgio, Estonia e Germania, battevano gli studenti statunitensi di oltre mezzo anno".

È probabile che i vantaggi economici della chiusura di questo gap siano piuttosto ingenti. Gli economisti Eric Hanushek e Ludger Woessmann hanno scoperto una stretta correlazione tra i risultati migliorati nei test e una crescita economica più veloce dopo avere analizzato un quarantennio di dati da cinquanta paesi. Questo indica che se gli Stati Uniti potessero spostare i propri studenti al vertice della classifica internazionale godrebbero di una sostanziosa spinta all'aumento del PIL, in particolare dato che tanti prodotti e servizi nazionali si basano pesantemente sul lavoro specializzato. Nello specifico, non è un caso che quasi tutti i posti più istruiti del paese, come Austin nel Texas, Boston, Minneapolis e San Francisco abbiano bassi livelli di disoccupazione.

Si dice sempre che la più bella idea americana è stata l'istruzione di massa. È ancora una grande idea che vale a tutti i livelli, non soltanto nella scuola dell'obbligo e all'università ma anche all'asilo e nell'apprendimento degli adulti e nell'aggiornamento professionale.

E allora come facciamo a ottenere risultati migliori?

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4. Sostegno ai nostri scienziati


Dopo essere cresciuti per un quarto di secolo, nel 2005 gli aiuti del governo federale alla ricerca accademica di base hanno iniziato a diminuire. Questo sta causando una certa preoccupazione perché l'economia insegna che la ricerca di base ha grandi ricadute positive. Questo banale dato di fatto crea un ruolo per il governo, i cui dividendi potrebbero essere enormi. Internet, solo per fare un esempio famoso, è nata dalle ricerche del ministero della Difesa statunitense per allestire reti a prova di bomba. I sistemi GPS, gli schermi touchscreen, i software di riconoscimento vocale come Siri della Apple e tante altre innovazioni digitali derivano anche loro dalla ricerca di base finanziata dal governo. È abbastanza logico affermare che hardware, software, reti e robot non esisterebbero nel volume, nella varietà e nelle forme che conosciamo senza i continui stanziamenti pubblici. Questi devono proseguire, e andrebbe anche sovvertita la recente, sconfortante deriva verso la riduzione dei fondi federali per la ricerca di base.

Dovremmo anche riformare le leggi sulla proprietà intellettuale negli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda i brevetti dei programmi e la durata del copyright. In qualsiasi epoca, ma in special modo nella seconda età delle macchine, la proprietà intellettuale è estremamente importante. È un riconoscimento all'innovazione (se un tale inventa una trappola per topi migliore può brevettarla) e anche un fattore di produzione (quasi tutte le nuove idee sono solo ricombinazioni di quelle già esistenti). Pertanto i governi devono ottenere un equilibrio delicato, fornire abbastanza protezione della proprietà intellettuale da incoraggiare le innovazioni ma non tanta da rischiare di soffocarle. Molti esperti sono arrivati alla conclusione che oggi i brevetti nel settore informatico starebbero garantendo una protezione eccessiva. Lo stesso vale probabilmente per alcuni copyright: non è chiaro quale potrebbe essere l'interesse pubblico favorito da leggi che garantiscono che Steamboat Willie della Disney, un cartone animato del 1928 precursore di Topolino, sia tuttora sotto diritti d'autore, come anche la canzone Tanti auguri a te.

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Tasse sulla rendita


L'offerta di certi beni, come la terra, è totalmente anelastica. C'è sempre la stessa quantità di terra, per quanto possa essere pesantemente tassata. Questo significa che la tassa sui ricavi di quel bene (in altri termini, sulla loro "rendita") non ridurrà la sua offerta. Pertanto queste tasse sono relativamente efficaci, non sono distorsive di incentivi o attività. L'economista dell'Ottocento Henry George lo capì e sostenne che dovremmo avere un solo tipo di imposta, la tassa fondiaria, sulla terra. Per quanto sia un'idea stuzzicante, in realtà le entrate garantite dalle rendite fondiarie non sono abbastanza alte da finanziare tutti i servizi dello stato. Però potrebbero raccogliere più di quanto facciano adesso, e poi ci sono altre rendite nell'economia, comprese quelle provenienti dalle risorse naturali come gli affitti dei giacimenti di petrolio e di gas di proprietà del governo, che potrebbero essere tassate in maniera più significativa.

C'è anche chi sostiene che in gran parte gli stratosferici guadagni di tante "superstar" non siano altro che rendite. Ci si chiede infatti se gli atleti professionisti, gli amministratori delegati, le celebrità o le rockstar siano motivati dal livello assoluto del loro compenso o del compenso correlato, la fama, oppure dall'intrinseco amore per il proprio lavoro. Con tutta probabilità, potremmo ricavare maggiori entrate aumentando le aliquote marginali sui redditi più elevati, per esempio introducendo nuovi scaglioni nella fascia di uno e di dieci milioni di dollari di reddito annuo. Non troviamo molte prove a sostegno della tesi contraria, secondo cui le tasse più alte su questa popolazione danneggerebbero la crescita economica erodendo lo spirito di iniziativa di chi guadagna di più. In realtà una ricerca del nostro collega del MIT e premio Nobel, l'economista Peter Diamond, associato a Emmanuel Saez, vincitore della Clark Medal, indica che le aliquote ottimali al vertice della distribuzione dei redditi potrebbero arrivare fino al 76%. Anche se non vediamo la necessità di un livello impositivo del genere, ci consola pensare che in seguito all'ultima volta che le tasse sul reddito sono state aumentate sostanziosamente, sotto Bill Clinton, l'economia è cresciuta a buon ritmo. Infatti, come notato dall'economista Menzie Chinn, non c'è un rapporto visibile tra la massima tassazione e la crescita complessiva, almeno con le aliquote applicate negli Stati Uniti.

Non pretendiamo che le politiche che invochiamo in queste pagine siano facili da adottare nell'attuale clima politico, né che se fossero adottate in qualche maniera riporterebbero immediatamente il pieno impiego e una crescita degli stipendi medi. Sappiamo che sono anni difficili, che tanta gente ha visto compromesso il suo futuro durante la Grande recessione e la successiva lentissima ripresa, rimanendo indietro a causa delle forze gemelle della tecnologia e della globalizzazione. La disuguaglianza e altre forme di disparità nella popolazione stanno crescendo, e non tutti ottengono la loro fetta di abbondanza generata dall'economia.

Le raccomandazioni politiche che abbiamo delineato nelle pagine precedenti hanno in comune un unico e modesto obiettivo: favorire livelli più alti di crescita economica complessiva. Se succederà, miglioreranno le prospettive dei lavoratori e di chi sta cercando un lavoro.

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Pagina 243

14.
Raccomandazioni a lungo termine



                                        Il lavoro salva l'uomo da tre grandi
                                        mali: noia, vizio e necessità.

                                        VOLTAIRE



Le raccomandazioni del precedente capitolo contribuiranno ad alimentare l'abbondanza e a ridurre o invertire le disuguaglianze. Ma ora che ci addentriamo nella seconda età delle macchine e nella seconda metà della scacchiera, basterà questo manualetto di economia a tutelare gli stipendi e le prospettive di impiego di un certo livello?

Guardando avanti, verso gli anni venti e oltre, vediamo androidi. Non somigliano alle macchine di Matrix o di Terminator, alcuni non hanno nemmeno un corpo fisico. Non ci dichiareranno guerra e non sostituiranno tutti i lavoratori umani, nemmeno la maggioranza di essi, almeno per i prossimi anni. Tuttavia, come abbiamo visto nei precedenti capitoli, la tecnologia sta invadendo a ritmo costante le capacità e potenzialità degli esseri umani. Allora come dovremmo reagire all'invasione degli androidi? Quali sono le politiche giuste e gli interventi giusti?




Per favore, niente politburo


Intanto restiamo umili. La storia è piena di effetti collaterali involontari e talvolta drammatici delle politiche economiche e sociali attuate a fin di bene. È difficile sapere in anticipo esattamente quali cambiamenti saranno i più sconvolgenti, quali saranno introdotti con facilità inattesa e come reagirà la gente in un ambiente mai visto prima.

A parte questi ammonimenti, abbiamo qualche idea sul da farsi, e sul da non farsi. Non crediamo che sia una politica giusta cercare di fermare la marcia della tecnologia o in qualche modo sabotare il mix di innovazione esponenziale, digitale e combinatoria attualmente in corso. Farlo sarebbe una pessima idea, quasi quanto mettere il lucchetto a tutte le scuole e bruciare tutte le riviste scientifiche. Nel migliore dei casi, iniziative del genere garantirebbero lo status quo a spese del miglioramento o del progresso. Come sostiene l'esperto di tecnologia Tim O'Reilly, sarebbero sforzi per proteggere il passato a scapito del futuro. Lo stesso vale per i tentativi di proteggere i posti di lavoro di oggi facendo a meno delle tecnologie di domani. Dobbiamo invece lasciare che le tecnologie della seconda età delle macchine seguano la loro strada e individuare i vari modi per gestire i problemi che portano con sé.

Siamo anche piuttosto scettici riguardo i tentativi di trovare alternative radicali al capitalismo. Qui per "capitalismo" intendiamo un sistema economico decentrato di produzione e scambi in cui la maggior parte dei mezzi di produzione resta in mani private (il contrario della proprietà statale), in cui quasi tutti gli scambi sono volontari (nessuno può costringerti a firmare un contratto contro la tua volontà) e in cui quasi tutti i beni hanno un prezzo che varia a seconda della relativa domanda e offerta invece di vederselo fissare da un'autorità centrale. Troviamo tutti questi aspetti in gran parte delle economie mondiali odierne. Molti li vediamo perfino in Cina, che ufficialmente sarebbe ancora comunista.

Sono aspetti tanto diffusi perché funzionano alla grande. Il capitalismo alloca le risorse, genera innovazione, ricompensa lo sforzo e accumula ricchezza con il massimo dell'efficienza, ed è straordinariamente importante fare bene tutte queste cose in una società. Come sistema il capitalismo non è perfetto, ma è assai meglio delle alternative. Winston Churchill amava dire che "la democrazia è la peggior forma di governo, a parte tutte le altre che sono state sperimentate". Crediamo la medesima cosa del capitalismo.

L'elemento che cambierà con maggiore probabilità, e che porterà problemi e sfide, è un aspetto che non abbiamo ancora citato: nelle economie capitaliste odierne quasi tutti acquisiscono i soldi per comprare le cose offrendo il proprio lavoro all'economia. Siamo quasi tutti lavoratori, non proprietari di capitale. Tuttavia, se la nostra teoria sugli androidi è corretta, questo secolare scambio diventerà col tempo meno fattibile. Ora che il lavoro digitale diventa più pervasivo, capace e potente, le aziende saranno sempre meno disposte a concedere alla gente stipendi accettabili, paghe che le permettano di mantenere il tenore di vita a cui è abituata. Quando succede una cosa del genere, la gente rimane disoccupata. È una pessima notizia per l'economia dato che i disoccupati non creano tanta domanda di merci e di conseguenza la crescita complessiva tende a rallentare. La domanda debole può portare a un ulteriore calo delle paghe e a una maggiore disoccupazione oltre che a minori investimenti nel capitale umano e in macchinari, innescando un circolo vizioso.




Ripensare il reddito minimo garantito


Un buon numero di economisti si dimostra preoccupato da questo possibile fallimento del capitalismo. Molti di loro hanno proposto la medesima semplice soluzione: dare soldi alla gente. Il governo potrebbe distribuire ogni anno un'uguale somma di denaro a tutti i cittadini, senza svolgere alcune valutazioni atte a verificare chi ha davvero bisogno di soldi o chi dovrebbe averne di più o di meno. Questo progetto di "reddito minimo" o di cittadinanza, secondo i suoi fautori, è relativamente semplice da gestire e preserva gli elementi di capitalismo che funzionano tanto bene, risolvendo però il problema della gente che non riesce a campare offrendo la propria manodopera. Il reddito minimo garantisce che tutti abbiano un tenore di vita base. Se la gente vuole migliorarlo lavorando, investendo e avviando un'impresa, o svolgere una delle altre attività tipiche della macchina capitalista, potrà farlo, ma anche se queste persone non lo facessero sarebbero comunque in grado di rimanere consumatori, dato che continuerebbero a ricevere soldi.

Oggi il reddito minimo non fa parte del dibattito politico ufficiale ma ha una storia sorprendentemente lunga ed è stato a un passo dal diventare realtà nell'America del Novecento. Uno dei suoi primi fautori, l'attivista politico angloamericano Thomas Paine, nel suo opuscolo del 1797 Agrarian Justice auspicava che tutti ricevessero una somma in soluzione unica una volta arrivati all'età adulta per compensare l'ingiustizia del fatto che alcuni erano nati in una famiglia di proprietari terrieri e altri no. Tra i sostenitori successivi troviamo il filosofo Bertrand Russell e il leader del movimento per i diritti civili Martin Luther King Jr., il quale scrisse nel 1967: "Sono ormai convinto che la strategia più semplice si dimostrerà la più efficace. La soluzione per la povertà è abolirla direttamente con una misura oggi ampiamente discussa: il reddito garantito".

Molti economisti sia di destra che di sinistra sono d'accordo con King. Progressisti come James Tobin, Paul Samuelson e John Kenneth Galbraith e conservatori come Milton Friedman e Friedrich Hayek sono tutti favorevoli al reddito garantito in una forma o nell'altra, e nel 1968 più di 1200 economisti firmarono una lettera aperta a sostegno dell'idea, poi inviata al Congresso americano.

Il presidente che fu eletto quell'anno, il repubblicano Richard Nixon, cercò di farla diventare legge durante tutto il suo primo mandato. In un discorso del 1969 propose un Family Assistance Plan che aveva parecchi aspetti di un programma di reddito minimo. Questo piano fu appoggiato da tutti gli schieramenti ideologici, ma ebbe anche un folto e diversificato gruppo di contestatori. Gli assistenti sociali e altri funzionari dei programmi previdenziali temevano che il loro lavoro sparisse sotto il nuovo regime, e alcuni leader sindacali pensavano che esso avrebbe ridotto l'appoggio alle leggi sulla paga minima. Inoltre a tanti lavoratori americani non andava giù l'idea che i soldi delle loro tasse andassero a persone che potevano lavorare ma preferivano evitarlo. All'epoca della campagna per farsi rieleggere nel 1972, Nixon aveva ormai abbandonato il Family Assistance Plan, così da allora i programmi di reddito minimo garantito non sono stati più discussi seriamente dai funzionari federali eletti e dai politici.




Evitare i tre grandi mali


Sarà necessario rispolverare l'idea del reddito base nei decenni a venire? Forse, ma non è la nostra prima scelta. Voltaire riassunse magnificamente le ragioni del no quando formulò l'aforisma riportato all'inizio di questo capitolo. "Il lavoro salva l'uomo da tre grandi mali: noia, vizio e necessità". Un reddito universale garantito risolve il problema della necessità, ma non gli altri due. E quasi tutte le ricerche e prove che abbiamo potuto verificare ci hanno persuaso che Voltaire aveva ragione. Lavorare è immensamente importante per la gente non solo perché è così che ottiene i soldi, ma anche perché è uno dei modi principali per procurarsi tante altre cose importanti: autostima, comunità, impegno, valori sani, struttura e dignità, solo per citarne alcuni.

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Meglio che minimo: l'imposta negativa


L'economista conservatore e vincitore di premio Nobel Milton Friedman non amava gli interventi statali, eppure era favorevole a quella che ha chiamato "imposta negativa" per aiutare i poveri. Ecco come l'ha spiegata in un'apparizione televisiva del 1968:

Sotto le leggi presenti abbiamo una tassa positiva sul reddito che tutti conosciamo [...]. In base a essa, se sei a capo di una famiglia di quattro persone, per esempio, e hai 3000 dollari di reddito, non paghi le tasse né ricevi alcun contributo. Ti trovi sulla soglia dell'esenzione fiscale. Immagina di avere un reddito di 4000 dollari. Allora hai un reddito tassabile positivo di 1000, sul quale alle aliquote attuali (14%) paghi 140 dollari di tasse. Immagina di avere invece oggi un reddito di 2000 dollari. Be', hai diritto alle deduzioni ed esenzioni di un imponibile di 3000, che su un reddito di 2000 significa che hai un imponibile [...]. negativo di 1000. Ma attualmente, in base alle normative vigenti, non ti avvantaggi di queste deduzioni non utilizzate. Il senso di una imposta negativa è che, quando il tuo reddito è sotto la soglia di incapienza, ne ottieni una frazione pagata "dal" governo. Ricevi soldi invece di darli.

Per concludere con questo esempio, se l'imposta sul reddito fosse del 50%, la persona che guadagna 2000 dollari riavrebbe indietro dal governo 500 dollari, cioè mille volte (l'imposta negativa) 0,50 (cioè il 50% del prelievo negativo sul reddito) e quindi avrebbe per quell'anno un reddito complessivo di 2500 dollari. Una persona con zero reddito otterrebbe dal governo 1500 dollari, dato che avrebbe un imponibile negativo di 3000.

La tassa negativa sul reddito unisce il reddito minimo garantito a un incentivo a lavorare. Sotto la soglia dell'esempio (che nel 1968 era di 3000 dollari ma nel 2013 sarebbe di 20.000), ogni dollaro guadagnato aumenta il reddito totale di uno e mezzo. Questo incoraggia la gente a iniziare a lavorare e a trovarsi un altro impiego ancora, anche se la paga che riceve per questo è bassa. La incoraggia anche a fare la dichiarazione dei redditi e a diventare così parte della forza lavoro classica e visibile. Inoltre è relativamente semplice da gestire dato che userebbe l'attuale infrastruttura per le dichiarazioni dei redditi e per distribuire i rimborsi.

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