Copertina
Autore Pierluigi Ciocca
Titolo Il tempo dell'economia
SottotitoloStrutture, fatti, interpreti del Novecento
EdizioneBollati Boringhieri, Torino, 2004, Saggi , pag. 328, cop.fle., dim. 145x220x18 mm , Isbn 978-88-339-1559-3
LettoreRenato di Stefano, 2005
Classe economia , storia economica , storia , storia contemporanea d'Italia
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice

  7 Prefazione
 11 Fonti


    Il tempo dell'economia


    Parte prima   Strutture

 17  1. Moneta e credito, in prospettiva storica
 33  2. Moneta, credito: permanenze o discontinuità?
 43  3. Risparmio dei lavoratori, risparmio dei capitalisti
 51  4. Il risparmio: tre ragioni per tutelarlo
 67  5. Un diritto «per» l'economia?
 81  6. Crisi, economica e finanziaria
1O3  7. Doppiare il secolo

    Parte seconda   Fatti

121  8. L'Italia economica: una vicenda intrigante
126  9. Dal diritto all'economia
142 1O. L'inflazione nel 1914-20
160 11. Tra le due guerre
188 12. La stabilizzazione del 1947
198 13. Miracolo economico, e poi?
204 14. Un problema di crescita

    Parte terza   Interpreti

231 15. Pantaleoni e gli altri
240 16. De Viti e la banca
245 17. Umberto Ricci
252 18. Raffaele Mattioli
274 19. Joan Robinson, o dello spirito critico
280 20. Federico Caffè
288 21. Economisti nella Banca d'Italia
306 22. Tre governatori

323 Indice dei nomi
 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

Prefazione


Sono riunite in questo libro pagine scritte in più anni. Ruotano tutte attorno a una questione: in che senso, in quali forme, perché il capitalismo moderno unisce a un potenziale di sviluppo economico formidabile, seppure talora inespresso, instabilità ineliminabile e disuguaglianza difficile da correggere.

Questi tratti - la loro simbiosi - erano già emersi nell'Ottocento. Il Novecento ne è stato segnato, in positivo e in negativo. Lo è stato al punto da potersi - l'intero secolo - riguardare come l'età in cui la dimensione economica del sociale ha pervaso le altre, con una varietà di esiti senza precedenti. In tal senso l'intero secolo può configurarsi come il tempo dell'economia.

stata soppiantata la millenaria, stretta correlazione fra prodotto e popolazione. Nell' alternanza fra ascesa e declino delle due variabili essa si risolveva in un trend comunque invariante del reddito pro capite. Malthus l'aveva identificato per i secoli fino al suo, da ineguagliato storico delle economie precapitalistiche. L'aveva teorizzato per quelle economie, con scarsa fortuna analitica estendendolo alla incipiente rivoluzione industriale.

Da allora grazie al progresso tecnico applicato alle produzioni - agricole oltre che di manufatti - la «crescita economica moderna», colta da Kuznets nei dati aggregati, ha visto il prodotto aumentare nel trend ben più rapidamente della pur montante popolazione: nell'Ottocento ma in misura ancor maggiore nel Novecento, con fortissima accelerazione.

Insieme con la crescita della produttività inflazione e deflazione dei prezzi, recessione e disoccupazione, crolli di banche e borse, conflitti sociali, politici, militari attingono nel Novecento una scala mai prima sperimentata. La distribuzione dei redditi, fra gli individui e ancor più fra le economie, si fa disuguale nonostante sforzi consapevoli volti a perequarla. Nei sistemi di mercato storie di straordinaria fortuna - di imprese, persone, nazioni - coesistono con l'insuccesso cronico, col permanere nell'arretratezza, nell'indigenza. L'intreccio di sviluppo, instabilità, iniquità è impressionisticamente percepibile nell'audace figura 1, relativa all'economia del mondo intero. Le risultanze dell'economia determinano non solo, come sempre, il sopravvivere ma anche, in misura ben più estesa che in passato, i diversi modi di vivere degli uomini e i rapporti fra loro. Negli stessi paesi ricchi il benessere materiale stenta a far prevalere la libertà sulla necessità.

La ricerca si articola lungo tre linee a cui corrispondono le parti del libro: l'evolvere delle strutture ma anche le loro permanenze plurisecolari (la moneta, il risparmio, il diritto, le crisi, la produzione e distribuzione della ricchezza); le svolte attraversate nel Novecento da una economia «intermedia», e quindi significativa, come quella italiana, inscritta nel contesto internazionale; le idee e le azioni di interpreti-analisti e di interpreti-attori nella scena del mercato e della politica economica. Delle strutture e dei fatti si ricercano le interazioni riguardandole attraverso la visione di questi stessi interpreti e per il tramite del pensiero economico che a quelle strutture e a quei fatti si è rivolto.

Il lettore non troverà la risposta, confezionata e pronta all'uso, di fronte a una domanda tanto complessa e unificante. Troverà, mi auguro, elementi per ricercarla: il risparmio, la finanza, il diritto sono motori di crescita; la mancata crescita è la principale fonte di disuguaglianza; la dissociazione dell'investimento dal risparmio e la finanza, che la consente e governa, sono le radici dell'instabilità. Troverà l'implicita proposizione di un metodo, praticato. Il metodo è forse definibile «fra economia e storia». Carlo Cipolla diceva tra due culture. Continuo a pensare che le due culture possano divenire una sola, quantomeno essere più vicine, meglio integrate, con beneficio per entrambe e segnatamente per l'economia.

Intendo per economia l'economia politica quale è riflessa nel gran libro dell'analisi economica, in tutta la ricchezza delle sue articolazioni, non limitata all'attuale economics, alquanto asfittica.

Intendo per storia, in un crescendo: lo stratificarsi dei pensieri degli economisti; la storiografia delle strutture e degli eventi economici avvertita della teoria, attrezzata in punto di strumenti, aperta alle interpretazioni anche non economiche delle vicende dell'economia; la storia delle istituzioni, politica, sociale; la storia senza aggettivi.

Trovo conforto in indicazioni quali le seguenti.

«Ciò che distingue l'economista scientifico da tutte le altre persone che pensano, parlano e scrivono su questioni economiche, è la padronanza di tecniche che classifichiamo in tre gruppi: storia, statistica e teoria. I tre gruppi costituiscono, insieme, quel che chiamiamo analisi economica». «Noi apparteniamo a una classe di economisti i quali considerano la scienza come un'opera costante, continua e successiva, per cui l'edificio della scienza stessa risulta come una serie di piani che si aggiungono a quelli precedenti, in modo da costituire un tutto solido ed armonico», se criticamente filtrato «attraverso il riconoscimento del contributo valido dei diversi apporti». «Un lavoro che voglia essere qualificato di storia economica deve far uso degli strumenti concettuali, delle categorie analitiche e del tipo di logica forgiati dalla teoria economica»; al tempo stesso «per spiegare il funzionamento e la performance di una data economia lo storico economico deve prendere in considerazione tutte le variabili, tutti gli elementi, tutti i fattori in gioco, e non solo le variabili e i fattori economici: le istituzioni giuridiche, le strutture sociali, le caratteristiche culturali, le istituzioni politiche (...), n variabili. la estrema vastità di n, la sua estrema disomogeneità e il suo carattere caotico che impediscono allo storico di formulare leggi e lo inchiodano alla irrepetibilità della sua storia».

L'intenzione - non necessariamente il risultato - nel costruire questo libro è stata di corrispondere a tali convergenti indicazioni.

P.C.

Santa Marinella, primavera-estate 2004

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 34

1. Più linee di pensiero


In una prima impostazione si riconosce che questa forma è stata preceduta da altre, ha coesistito e coesiste con altre. Ma nelle forme precedenti sarebbero apparsi primi elementi costitutivi, enzimi, dell'economia di mercato; attraverso un processo sicuro, ancorché non necessariamente lineare, essi ne avrebbero poi prodotto l'affermarsi. L'economia di mercato si sarebbe così, per crescita/diffusione, completata, generalizzata, consolidata in una sorta di stadio terminale, irreversibile perché «superiore».

Secondo l'impostazione contraria la forma mercato, più precipuamente la forma capitalistica, è storica non solo perché è stata preceduta da altre e coesiste con altre, ma in un ulteriore duplice senso. La diversità rispetto alle altre, ivi comprese le economie non capitalistiche con elementi di mercato, è più profonda, di natura e non di grado. L'organizzazione dello scambio delle razioni nel «campo di prigionia», con le sigarette che fungono da moneta, non configura un'economia capitalistica. Inoltre, la forma capitalistica ammette significative varianti. Soprattutto, essa può essere seguita da altre, non meno diverse da quelle che l'hanno preceduta. La storia non ha né un fine né una fine.

La terza impostazione si identifica quasi residualmente. Comprende contributi, se non eclettici, variamente situati tra i due estremi: contributi rispondenti a un gusto più empirico, oltre che a uno spirito di apertura analitica certo apprezzabile.

Illustriamo con riferimento alla moneta.

La prima impostazione, che etichetteremo come neoclassica, risale a un'ininterrotta tradizione scientifica, divenuta prevalente. In economia monetaria essa ha avuto probabilmente in Menger, più ancora che nello stesso Jevons, l'interprete maggiormente deciso e avvertito dei nessi con altre discipline. Tra le diverse «funzioni» della moneta, condizione sufficiente affinché un bene assurga al rango di moneta viene considerata la funzione di mezzo di scambio. Possono darsi, infatti, monete / mezzo di scambio che non fungano da riserva di ricchezza, né da unità di conto, così come possono esservi strumenti di pagamento che non siano generalizzato mezzo di scambio. Tra i motivi del detenere moneta viene in particolare sottolineato quello di limitare l'onerosità delle transazioni in economie che, superato il baratto, siano dominate da rapporti, appunto, di scambio e a fortiori di mercato. In una versione estrema «la moneta è costituita da qualsivoglia bene che venga detenuto in misura cospicua allo scopo di contenere i costi di transazione nelle attività di scambio relative a una varietà di beni d'altro tipo». L'antropologia ha teso con la scuola formalista a circoscrivere l'accezione di moneta ai momenti più strettamente catallattici presenti nelle economie primitive contemporanee (Pospisil); ovvero, ha dilatato (Homans, Firth) sino al potlatch (Boas), al dono e al «sistema delle prestazioni totali» (Mauss) la prasseologia dello scambio, del do ut des anche indiretto. Fra gli storici - Pirenne è un esempio - molti hanno pressoché identificato economia di mercato e capitalismo. Sono risaliti indietro nei secoli sulle tracce di prime forme organizzate di mercato, prodromi delle economie di mercato moderne (di cui la moneta sarebbe parte integrante), per seguirne poi lo sviluppo e l'estensione, in un crescendo tendenziale. Accomuna questi fili di ricerca il convincimento che l'uomo sia per natura, sia quasi sempre stato, homo economicus: razionale nell'applicazione del calcolo benefici-costi, del tornaconto, a ogni momento del suo agire. Lo scambio, di baratto o monetario, il mercato e la moneta si configurano come modalità nette e precise, corrispondenti a una siffatta razionalità. Sono o non sono. Da quando «compaiono» si ampliano e si affermano, sebbene non siano esclusi momentanei regressi nell'«ascesa» di un'economia monetaria (Postan). A una discontinuità databile anche molto indietro nel tempo, a un inizio determinabile, segue una permanenza progressiva verso i mercati perfetti di Walras-Pareto, o quelli di Arrow-Debreu che incontrano il solo limite dell'accesso all'informazione «piena e simmetrica».

La seconda impostazione, forse minoritaria ma ben viva fra le persone colte, ha i suoi referenti in Marx, Schumpeter, Keynes. Per la profonda diversità in molti aspetti del loro pensiero essa non è etichettabile altro che con la sigla M-K-S, felicemente proposta da Richard Goodwin. sorprendente l'affinità degli apporti che pensatori tanto differenti hanno dato all'analisi della moneta. Questa affinità si fa quasi implicito raccordo, se i rispettivi contributi vengono visti in contrapposizione con l'indirizzo che abbiamo definito neoclassico. Comune è l'apertura riguardo alle svariate funzioni tecniche che la moneta può svolgere. Non ve n'è una sola che sia di necessità fondante. Pure, è dalla funzione di conto che prendono le mosse, a differenza di molti neoclassici, sia Marx («La prima funzione dell'oro consiste nel fornire al mondo delle merci il materiale della sua espressione di valore»), sia Schumpeter («La moneta non è altro che uno strumento tecnico» del calcolo sociale, «l'unità di conto con la quale si registrano e si regolano in un sistema contabile puro le transazioni di merci»: «questi pallottolieri li chiamiamo moneta»), sia Keynes («La Moneta-di-Conto, nella quale trovano espressione i Debiti e i Prezzi e il Generale Potere d'Acquisto, costituisce la categoria basilare di una Teoria della Moneta»). Oltre a riconoscere in modo così laico la moneta in generale, e le monete, anche in funzioni parziali, M-K-S assegnano una speciale connotazione alla moneta nelle economie, non più solo di mercato, ma anche capitalistiche. Pur mantenendo tutte le sue funzioni precapitalistiche, la moneta, al limite la stessa moneta, assume una diversa «essenza». La sequenza M-D-M diviene allora, per Marx, D-M ... P ... M'-D' (dove D è il danaro, M le merci, P il processo produttivo). Per Schumpeter, convinto come Marx che il capitalismo stazionario è una contraddizione in termini, la moneta diviene moneta bancaria, emessa da una istituzione - il sistema bancario - che oltre a tenere la contabilità sociale è capace di creare il credito affinché le risorse vengano affidate agli imprenditori, alimentino l'innovazione. Per Keynes, diversamente da quanto avviene in una «real wage economy, or a cooperative economy», in «a monetary (or entrepreneur) economy» «può essere "non profittevole" il volume di produzione a cui corrisponde il massimo valore del prodotto in eccesso rispetto al costo reale»; in essa, «le mutevoli congetture sul futuro possono influire sul volume dell'occupazione, oltre che sulla sua composizione». Per inciso, se i riferimenti di Schumpeter a Marx sono frequenti, fra quelli rarissimi di Keynes vi è, forse non a caso, il seguente:

La distinzione tra un'economia cooperativa e un'economia d'impresa ha qualche connessione con un pregnante rilievo avanzato da Karl Marx, sebbene l'utilizzo che egli poi fece di questa osservazione fu altamente illogico. Egli sottolineò che la natura della produzione nel mondo reale non sia, come spesso sembrano immaginare gli economisti, del tipo C-M-C', il caso cioè dello scambio di un bene (o di una prestazione) contro danaro al fine di acquisire un altro bene (o un'altra prestazione). Questo può essere il punto di vista dell'individuo consumatore. E tuttavia non è l'atteggiamento del mondo degli affari, che è del tipo M-C-M', il caso cioè del cedere danaro in cambio di un bene (o di una prestazione) al fine di acquisire più danaro. Questo è importante.

Rispetto all'impostazione neoclassica viene meno l'idea di una progressione sicura, ancor più quella di un progresso. L'elemento della discontinuità permane, ma è spostato nel tempo logico e nel tempo storico: dai prodromi di un'economia di mercato, a un'economia pienamente monetaria e creditizia, capitalistica; dall'apparizione di strumenti monetari che facilitano le transazioni nel mercato, al mutar di natura della moneta nelle sue svariate funzioni dopo una ben più lunga fase di articolate permanenze.

Sia l'impostazione neoclassica sia M-K-S lasciano largo spazio all'indagine storico-empirica della moneta nelle stesse economie antiche e in quelle primitive.

L'importante, profonda, differenza logico-analitica è che oggetto dell'indagine sono, nell'impostazione neoclassica, le «quasi monete» svolgenti parziali funzioni, nell'impostazione M-K-S la loro specifica natura o «essenza». I neoclassici tendono ad assegnare la primazia, per la moneta metallica, a pezzi coniati nella Lidia (700 a. C.), se non a pezzi coniati in Cina (1000 a. C.) o prima ancora ai «sicli» di Mesopotamia del III millennio; per la moneta cartacea più semplice, a biglietti emessi dallo Stato, di nuovo, in Cina (200 a. C.), se non alle promesse di pagamento impresse su tavolette assire (700 a. C.); per il checking account, o il pagherò a vista negoziabile, alla ben più recente pratica dei commerci privati italiana e fiamminga (XVI secolo). Gli stessi studiosi neoclassici non resistono alla curiosità di rinvenire i «precursori» di tali forme, di tracciare con l'aiuto della ricerca condotta sul campo dagli antropologi la mappa suggestiva delle monete, pur variamente «spurie», dal sale alle conchiglie, delle società primitive contemporanee. L'indagine storico-applicata di impostazione neoclassica si muove tuttavia su un terreno più agevole nello stabilire il parallelismo fra affermarsi del mercato e ascesa delle transazioni monetarie nelle economie, soprattutto «occidentali», dell'età moderna e contemporanea.

Ma ben maggiori sono i gradi di libertà riconosciuti allo storico e all'antropologo nell'impostazione M-K-S. Al suo interno il rapporto fra teoria e storia è articolato: in Marx, per la pluralità dei modi di produzione e delle formazioni economico-sociali che egli ammette, ancorché in sequenza scandita, se non deterministica; in Keynes, per lo spazio riconosciuto agli «accidenti» storici che, legando moneta e profitto tramite l'inflazione (Hamilton), hanno favorito l'accumulo della ricchezza («Furono le Sette Meraviglie del Mondo forse fondate sulla parsimonia? Ne dubito»); in Schumpeter, per la scelta di metodo che muove da una concezione unitaria del sistema economico, assegna alla moneta una funzione connotata dalle sue relazioni con le altre componenti del sistema (non dalla merce in cui si materializza), esclude che «sia il più remoto storicamente, sia il più primitivo culturalmente corrispondano al più semplice e al meno complicato sotto il profilo logico».

Se si riflette che quasi ogni teorizzata differenza di natura tende a sfumare nella differenza di grado allorché l'analisi si confronta coi fatti, un elemento di tolleranza intellettuale aggiunge ulteriori gradi di libertà a quelli insiti nelle stesse due impostazioni opposte. Movendo da una fra le mediazioni teoriche possibili, ampia latitudine è offerta ai cultori dell'impostazione del terzo tipo. Almeno alcuni risultati della Scuola storica tedesca; l' Esquisse di Marc Bloch; la stratificazione di livelli, giuochi, tempi proposta da Braudel; gli affreschi statistici della moneta nella finanza di Raymond Goldsmith; il ponte sociologico fra storia e antropologia gettato da Polanyi; i contributi degli antropologi non formalisti (sostantivisti come Dalton, o realisti teorizzanti come Helen Codere con la sua moneta semiotica, oltre a marxisti come Godelier); gli apporti di grandi storici, anche «tecnici» come Cipolla, o dei numismatici veri e completi, come Grierson; per certi versi la stessa «teoria della storia economica» di Hicks: questi e altri concreti esempi di fertile ricerca possono farsi, senza nemmeno abbozzare il tentativo di situarli fra i due estremi che abbiamo richiamato. Classificazioni più precise, come pure liste più complete, superano l'erudizione di chi scrive. Il lettore avrà già compreso...

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 103

7.

Doppiare il secolo


Nel Novecento l'economia capitalistica basata sul profitto privato, sul lavoro salariato nelle imprese, sul mercato - l'economia di mercato affermatasi negli ultimi due secoli - si è confermata superiore agli altri modi di produzione finora sperimentati nello sviluppare il reddito e i consumi, nell'accrescere la ricchezza delle nazioni. Pur proponendosi come «lo strumento più potente per migliorare il futuro» (Keynes) essa ha tuttavia manifestato carenze e difetti, veri o presunti. La contraddizione ha rappresentato uno dei punti di massima tensione nel conflitto economico e ideologico del Novecento.

Ha alimentato, continuerà ad alimentare, il dibattito fra i difensori dell'economia di mercato e i suoi critici: fra gli utopisti, i riformisti, i conservatori.


1. Crescita e trasformazione

Nel XX secolo lo sviluppo ha toccato i massimi ritmi. A livello mondiale mai è risultata tanto rapida, come tra l'inizio e la fine del secolo, la crescita media annua di tre fondamentali variabili socioeconomiche: la produttività, o prodotto pro capite (1,5 per cento, rispetto a 0,8 nell'Ottocento); la popolazione (1,4 per cento, rispetto a 0,5); la produzione di beni e servizi (2,9 per cento, rispetto a 1,3). Per produrre più merci la natura è stata piegata, l'ambiente modificato, l'ecosistema terrestre messo a repentaglio. In duecento anni la produzione mondiale è aumentata di sessanta volte, la popolazione di sei volte, il reddito medio per abitante di dieci volte. Il reddito pro capite mondiale - espresso in dollari 1990 a parità dei poteri d'acquisto - era poco meno che raddoppiato nel corso dell'Ottocento, da circa 600 a quasi 1200 dollari l'anno; è quintuplicato nel secolo successivo, raggiungendo i 6000 dollari (fig. 2) e accrescendosi in ogni area del globo, ancorché in misura molto diversa. Prima del capitalismo moderno l'arricchimento di una nazione avveniva a spese delle altre, con le guerre e i traffici disuguali: un giuoco a somma nulla, divenuta positiva con il libero commercio internazionale. Gli scambi di beni e servizi fra paesi erano già passati dall'1 al 7 per cento del prodotto mondiale nell'Ottocento: nel Novecento sono saliti al 18 per cento.

Dal 1500 al 1800 le stime statistiche di cui si dispone - molto incerte - danno saggi annui di variazione del reddito pro capite nelle diverse aree del globo pressoché nulli, compresi fra lo zero e lo 0,2 per cento annuo. Nella stessa Inghilterra avviata alla prima rivoluzione industriale l'aumento della produzione pro capite non superò, nell'intero Settecento, lo 0,3 per cento annuo (0,8 il prodotto, 0,5 la popolazione). Nel mondo la speranza di vita era di 27 anni nel 1820, 30 nel 1900; è balzata a oltre 60 alla fine del Novecento, per una popolazione di 6,1 miliardi di persone (1,6 miliardi nel 1900, all'incirca 1 miliardo nel 1800). Nell'insieme dei paesi industriali la durata media della vita si è innalzata da meno di 40 anni nel 1820 a circa 50 nel 1900, a 77 nell'ultimo decennio del XX secolo.

Il Novecento è stato il secolo della più rapida e radicale trasformazione nelle fonti e negli usi delle risorse economiche. L'agricoltura ha perso rapidamente peso rispetto all'industria (principalmente produttrice di manufatti), prima, e rispetto al terziario (produttore di servizi pubblici e privati), poi. L'autoconsumo, tipico della società contadina, è divenuto consumo di massa di merci, vendute nel mercato e rese famigliari dalla pubblicità. Gli investimenti delle imprese in impianti, scorte, macchinari e la spesa statale sono divenuti quantitativamente più importanti. La scienza si è trasformata in tecnologia sistematicamente rivolta e applicata alla produzione.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 110

4. Scontro di sistemi

Il Novecento ha visto inasprirsi e poi declinare la sfida sovveritrice lanciata dal socialismo all'economia di mercato. Lo Stato doveva sostituirsi al mercato, in un sistema economico ispirato al principio del collettivismo e contrario all'individualismo. La sfida è stata teorica e pratica, esterna e interna, riformista e rivoluziolaria, pacifica e armata.

La sfida è fallita nella forma del comunismo sovietico e del cosiddetto socialismo reale. Le economie collettivistiche dell'Est europeo sono franate nel passaggio dalla fase dell'industria pesante alla fase dell'uso delle risorse per il consumo, dalla produzione estensiva a quella qualitativa a più alta efficienza. Sono state incapaci di compiere questo cruciale passaggio dotandosi di istituzioni idonee a rispondere ai mutamenti della tecnica e dei bisogni dei consumatori attraverso il piano o attraverso l'innesto di elementi di mercato nel piano. Movendo da livelli molto bassi (circa 1/5 del prodotto pro capite americano) la produzione nell'URSS si era accresciuta più rapidamente di quella negli USA dal 1928 al 1939 (86 contro 9 per cento), e ancora dal 1950 al 1973 (200 contro 140 per cento). La sfida economica sembrava lanciata con successo. Molti anche in «Occidente» pensarono che l'economia pianificata avesse un potenziale di crescita superiore a quello dell'economia di mercato. Ma nel 1973- 90 lo sviluppo dell'URSS discese al disotto di quello americano (30 contro 55 per cento). In termini di produttiità (produzione per ora lavorata) l'URSS aveva accorciato le distanze dal 24 al 28 per cento del livello USA nel 1950-73; il divario tuttavia si riaprì in modo drammatico nel ventennio successivo (19 per cento del livello USA nel 1992). Con il concorso di altri fattori, è stata questa inefficienza dinamica la causa determinante della disintegrazione istituzionale e del crollo politico del blocco dell'Europa dell'Est dalla fine degli anni ottanta.

Mentre l'URSS entrava in crisi si sviluppava la Cina. Alla fine degli anni settanta, in trent'anni, la Cina aveva solo raddoppiato il prodotto pro capite dopo la vittoria dei comunisti guidati da Mao Dzedong nel 1949. L'ha raddoppiato di nuovo - per una popolazione salita in meno di cinquant'anni da 546 a 1200 milioni - dal 1984 al 2000. Dopo le riforme liberalizzatrici del mercato introdotte sotto la direzione di Deng Xiaoping nei primi anni ottanta la crescita della produzione è stata rapidissima, dell'8 per cento l'anno. Nel 1820, nonostante la sua arretratezza, quella cinese era la maggiore economia del globo, con quasi 1/3 del prodotto mondiale (5 per cento il Regno Unito). Era poi precipitata, sino a rappresentare negli anni 1950-60 un minimo del 6 per cento del reddito del mondo per risalire poi alla fine del secolo al secondo posto (13 per cento), subito dopo gli USA (20 per cento). incerto se la Cina evolverà verso una sviluppata economia di mercato propriamente detta - come avviene in altre regioni dell'Asia, compresa l'India, con i suoi 900 milioni di abitanti - o resterà in qualche modo socialista.

Nel corso del Novecento gli equilibri del potere mondiale sono radicalmente mutati. L'economia internazionale non solo non si è più imperniata su Londra, come nell'Ottocento, ma ha cessato di essere eurocentrica. Le esportazioni dell'Europa occidentale rappresentavano più della metà di quelle mondiali nel 1870, e ancora nel 1913; alla fine del secolo superavano di poco il 40 per cento. in atto, con l'intento di rimuovere motivi antichi di divisione e di conflitto, l'ambizioso piano di unire l'Europa: come mercato, come area monetaria, come entità federata capace di prevenire i contrasti interni, di influire sugli affari mondiali, di corrispondere a un ideale antico. Se si unirà, l'Europa potrà rappresentare un'entità politica con peso economico pari a quello degli Stati Uniti e della Cina, superiore a quello del Giappone.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 112

5. Il ruolo dello Stato

Grazie soprattutto al contributo di pensiero, analiticamente rivoluzionario, di John Maynard Keynes (1883-1946) la politica economica, l'impegno dello Stato per regolare l'economia e migliorarne gli andamenti sono divenuti parte integrante dell'attività di governo. Pieno impiego dei lavoratori, stabilità monetaria, equilibrio dei conti con l'estero, concorrenza fra le imprese, trasparenza e funzionalità dei mercati, crescita nell'efficienza sono diventati obiettivi dello Stato. Allo Stato si sono unite in questo impegno istituzioni autonome, come la banca centrale nel campo della moneta e come l'autorità antitrust, chiamata a contrastare i monopoli, le intese fra produttori e gli abusi delle imprese in posizione dominante nel mercato.

Lo Stato ha suscitato presso i cittadini l'aspettativa di un progresso, e comunque di un intervento e di un sostegno, d'ordine economico. Lo Stato ha così trovato nell'amministrazione dell'economia una nuova legittimazione. emersa un'oggettiva convergenza in senso riformista - in forme anche corporative o pianificatrici - con il ruolo svolto dal sindacato: più salari, più previdenza sociale, strappati dal basso, ma anche concessi per gestire il consenso e preservare gli equilibri del sistema economico. Si è così consumata la fine del liberismo in economia. Nello scorcio del secolo tuttavia sono riemersi e si sono diffusi i dubbi - mai sopiti nella teoria - sull'efficacia delle politiche economiche, dell'azione dei governi e dei sindacati nazionali. Quei dubbi sono stati in primo luogo alimentati dal dilatarsi della spesa pubblica e dall'inasprirsi della tassazione: una vera e propria «crisi fiscale» dello Stato moderno. In Europa la spesa pubblica è giunta a oltrepassare il 50 per cento del prodotto interno lordo, negli Stati Uniti e in Giappone ha teso a superare il 35 per cento. La pressione fiscale ha travalicato il 45 per cento del prodotto in Europa, il 30 per cento negli USA e in Giappone. Gli equilibri delle finanze pubbliche, la stessa sostenibilità dei sistemi pensionistici, sono stati messi in forse dagli elevati livelli della spesa sociale e soprattutto dalle prospettive demografiche. Nei paesi industriali il rapporto di 1 anziano ogni 4 lavoratori potrebbe più che raddoppiare nei primi trent'anni del XXI secolo. L'invecchiamento della popolazione farebbe esplodere la spesa sanitaria, pensionistica, assistenziale.

Oltre che dall'eccesso di fiscalità e di spesa pubblica i dubbi sull'efficacia delle politiche economiche tradizionali sono stati alimentati dall'affermarsi di un mercato mondiale della finanza. Ciò è avvenuto mentre le istituzioni sovranazionali e il coordinamento internazionale delle politiche economiche non crescevano di pari passo. Veniva così a determinarsi una carenza di governo dell'economia mondiale nel suo complesso. Resta aperto per molti il quesito se le carenze, i fallimenti del mercato possano essere risolti dalla politica economica, o se l'inflazione, la disoccupazione, l'instabilhà dell'economia non vengano aggravate, addirittura provocate, dalle interferenze statali.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 114

6. Le disuguaglianze: fra i paesi, fra le persone

Nonostante le politiche rivolte allo sviluppo, le posizioni relative delle grandi aree economiche del globo in termini di reddito pro capite sono rimaste sostanzialmente invariate. America Latina, Asia e Africa hanno tutte progredito nei livelli, ma restano agli ultimi posti. In Asia, ma anche in America Latina, vi sono stati casi recenti di successo economico di singoli paesi, che possono preludere a un più esteso progresso. Il prodotto medio pro capite del continente africano è triplicato nel Novecento e tuttavia non raggiunge quello dell'Europa occidentale a metà Ottocento; nei paesi più poveri è inferiore a 1/60 di quello degli Stati Uniti. Il numero delle persone malnutrite nel mondo è stimato in 800 milioni.

Si può, convenzionalmente, definire ricco il paese che (con una popolazione superiore a 5 milioni e un'economia articolata nelle produzioni, non fondata sulla monocoltura) abbia un prodotto pro capite inferiore di non più di 1/3 rispetto a quello dell'economia più avanzata (la Gran Bretagna nell'Ottocento, gli Stati Uniti nell'ultimo secolo). Secondo questa definizione il «club» dei più ricchi comprendeva solo otto paesi alla fine dell'Ottocento: oltre alla Gran Bretagna, Australia, Paesi Bassi, Svizzera, USA, Belgio, Germania e, a malapena, la Francia. Alla fine del Novecento il gruppo si è allargato a non più di quindici paesi: si sono aggiunti Italia, Finlandia, Canada, Svezia, Austria, Danimarca, Giappone. Fra queste economie vi è stata una tendenza a convergere, favorita all'inizio e nella seconda metà del secolo dalla mobilità di merci, lavoro, capitali. L'Italia - sebbene priva di risorse naturali - si è unita al gruppo ristretto delle nazioni ad alto reddito: nell'Ottocento il prodotto pro capite dell'Italia - pur aumentando del 70 per cento - era sceso dall'85 al 57 per cento di quello europeo, mentre alla fine del Novecento si è situato sulla media europea e ha raggiunto quello della Gran Bretagna, l'antico leader decaduto.

[...]

L'economia di mercato offre grandi opportunità all'intraprendenza individuale, erode le barriere alla mobilità sociale. Stenta peraltro a ridurre le disuguaglianze all'interno di ciascun paese, e ancor più quelle internazionali: fra regioni (non solo l'Italia ha il suo «Sud»), gruppi, persone. Pur con limitazioni statistiche, si stima che dal 1820 alla fine del Novecento la sperequazione nella distribuzione dei redditi fra gli individui e le famiglie della intera popolazione del globo sia aumentata quasi senza soluzione di continuità in una misura compresa fra 1/3 e 2/3, solo rallentando negli ultimi decenni del Novecento (fig. 4). L'incremento è dovuto al solco che nei due secoli si è aperto fra i livelli di reddito pro capite delle economie a rapido sviluppo e di quelle rimaste arretrate. Nell'ultimo mezzo secolo la disuguaglianza mondiale nei redditi individuali è per il 60 per cento imputabile alle discrepanze fra le diverse economie, mentre nella prima metà dell'Ottocento la sperequazione distributiva, già allora non irrilevante, era per l'80 per cento interna a ciascuna economia. In tal senso, la soluzione del problema distributivo coincide con la fuoruscita di intere aree del globo dall'arretratezza, assoluta o relativa. La sperequazione interna - tra i cittadini di un medesimo paese - è in realtà su scala globale più bassa nel Novecento, rispetto all'Ottocento. Nonostante ciò alla fine del Novecento l'1 per cento più benestante della popolazione mondiale (circa 50 milioni di persone) percepiva redditi complessivi superiori a quelli della metà più povera del genere umano (circa 3 miliardi di persone). La distribuzione della ricchezza è ovunque nettamente più sperequata di quella del reddito. Negli anni 1950-70, anche a seguito dell'impegno redistributivo dello Stato, in diversi paesi industrializzati vi era stata una riduzione nella dispersione dei redditi famigliari. Dagli anni settanta si è avuto invece un peggioramento degli indici di disuguaglianza negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Svezia, nessuna chiara tendenza in Germania, in Francia, in Italia. Nonostante l'aumento recente della disuguaglianza, la Svezia, con i paesi scandinavi in genere, rimane una delle economie di mercato più egualitarie; seguono la Germania e i paesi del Benelux, poi la Francia e i paesi mediterranei, fra cui l'Italia. A più alta disuguaglianza sono i paesi anglosassoni.


7. Una conclusione

Al giro di boa del secolo i problemi della diffusione dello sviluppo economico, della distribuzione dei suoi frutti, del pauperismo, della stabilità dell'economia restano attuali. Sono fonte di insoddisfazione e di tensioni politico-sociali anche acute, di aspri conflitti interni e internazionali. Questi stessi problemi vengono sdrammatizzati dai più alti livelli medi di reddito e di risparmio (nei paesi industriali ampia parte della ricchezza finanziaria appartiene oggi a famiglie di lavoratori dipendenti, in attività o in pensione); dagli ammortizzatori sociali ( welfare state, diffuso e persistente nonostante gli alti costi e le aspre critiche); dal fatto che le donne (più della metà del genere umano, una risorsa anche economica formidabile) sono diventate nel corso del Novecento consce dei propri diritti, del proprio interesse, e riescono a tutelarli meglio.

Nonostante questi fattori stabilizzanti il Novecento si è chiuso così come si era aperto, con la contraddizione cruciale irrisolta: se, entro quali limiti, come sia possibile far esprimere la capacità di efficienza e di sviluppo della libera iniziativa e del mercato, conciliandola con la stabilità economica e soprattutto con una distribuzione del reddito meno disuguale fra le nazioni e all'interno di ciascuna di esse. Ciò, in un sistema fondato sul profitto che per sua natura tende ad ampliare il divario fra chi parte avvantaggiato e chi parte svantaggiato, fra vincitori e perdenti, nella competizione sul mercato: l'abisso che ancor oggi separa i ricchi dai poveri.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 121

8.

L'Italia economica: una vicenda intrigante


La storia economica della penisola italiana - solo dal 1861 storia economica dell'Italia unita - è di speciale, straordinario, universale interesse. Il docente - così come il ricercatore - della Università di Adelaide o di Pietroburgo, di Yale o di Nairobi avrebbe più d'un motivo per sceglierla, fra quelle dei paesi diversi dal proprio, a fini di insegnamento e di studio, quantomeno comparatistico.

Provo a elencare almeno dieci fra questi motivi di speciale interesse che la storia economica d'Italia riveste, in una operazione di marketing disinteressata, mossa soltanto dal mio perdurante entusiasmo di cultore dilettante della materia.

1) in primo luogo la storia, contraddittoria, di un formidabile successo. Le storie economiche di successo sono rare e utili, di gran valore conoscitivo. Che quella italiana sia contraddittoria - tanto da essere stata a lungo raccontata come una storia di «tare» e «ritardi», quasi come la storia di un insuccesso - la rende ancor più interessante. L'Italia è oggi fra le nazioni popolose ricche del mondo. Esse non sono più di una quindicina, se dei due aggettivi si dà una accezione restrittiva.

2) Rende specialmente intrigante la storia del successo italiano il fatto che la penisola sia quasi totalmente priva di risorse naturali: terre fertili di pianura, fonti d'energia, miniere. Prova, il caso italiano, che se si sanno produrre «cose nuove che piacciano» al mondo, con il lavoro, con lo studio, con l'intrapresa, si può edificare uno sviluppo incentrato su esportazioni che alimentano importazioni. Il libero commercio rappresenta la condizione necessaria, la più favorevole ai paesi costretti dalla carenza di risorse a importare, trasformare, aggiungere valore. Sono, questi paesi, la maggioranza. L'Italia ha sofferto nell'autarchia, scelta o subìta; ha progredito nell'apertura ai traffici, commerciali e finanziari.

3) Dei commerci, dell'economia di mercato, l'Italia vanta l'esperienza più precoce, antica, risalente al basso Medioevo. Grandi temi di storia e di teoria dal fascino intatto trovano nella vicenda italiana il terreno più fertile di ipotesi e di verifica: il rapporto fra mercato e capitalismo, il passaggio a questo dal feudalesimo, la non ineluttabilità del passaggio, forse la stessa non irreversibilità dell'ultimo stadio raggiunto.

4) Storia di un successo, ma anche storia di fallimenti. Svetta fra essi quello che va sotto il nome di questione meridionale, irrisolta. Un divario economico tanto netto, vasto e pertinace non ha uguali fra le economie sviluppate. Protratto per secoli, refrattario a ogni ondata di sviluppo, a ogni politica, costituisce conferma del più sconcertante dei fatti ormai assodati. L'economia di mercato stenta a diffondere il suo stesso successo, allorché lo raggiunge. Ammette inaudite coesistenze, all'interno delle nazioni e non solo fra esse, di crescita e ristagno, di sviluppo e arretratezza. Il caso del Sud italiano resta un mistero non spiegato, attorno al quale val bene la pena di indagare ancora.

5) L'ulteriore fallimento è nello scarto fra progresso economico e progresso culturale, politico, civile della società italiana. L'Italia dimostra che il danaro può non esser tutto... La terra di Dante e Marsilio, di Bartolo e Machiavelli, che ha donato al mondo moderno l'idea stessa di diritto e di politica e di democrazia, ha stentato, stenta, a trovare un equilibrio tra i poteri e le fazioni, a darsi procedure politiche e istituzioni stabili, pienamente funzionali. E il popolo consuma ma non legge, ha abitudini ma non educazione. Il «buon tuono» latita. Se Leopardi accendesse la televisione, o assistesse agli spettacoli, o scorresse la stampa, la sua analisi dei costumi degli italiani si farebbe persino più amara, e più vera.

6) La storia della penisola comprova che la decadenza è sempre possibile, per quanto alta sia la vetta che l'economia ha raggiunto. Fenoaltea ha detto pensieri illuminanti sulla decadenza economica del Mediterraneo antico e dell'Italia moderna; Malanima ha mostrato con dati nuovi quanto rovinosa fu quest'ultima discesa, assoluta e relativa, dell'economia italiana dal Rinascimento a Cavour. Se sia avviata una terza decadenza è interrogativo che potrebbe anche aprirsi. Dal 1992, ancorché meglio governata, l'economia italiana ristagna, se è ristagno una crescita del prodotto interno lordo non superiore all'l,4 per cento l'anno. Fatta uguale a 100 la media d'Europa, l'Italia nel reddito pro capite era a 104 nel 1995, a 98 nel 2002. Il problema economico - ammonisce l'esperienza italiana - non è mai in via definitiva risolto. Non lo è, in particolare, quando l'arricchimento è fondato, di necessità, su un'aggiunta di valore a risorse primarie di cui il paese scarseggia.

7) Quanto alla eziologia dello sviluppo economico, questa stessa esperienza - grazie anche all'analisi di Kuznets - invita a ricercare il segreto della ricchezza delle nazioni nel cosiddetto «residuo», più che nelle dotazioni di capitale e lavoro. Nella meccanica dello sviluppo l'Italia non è diversa dalle altre nazioni che hanno saputo attingere alla «crescita economica moderna». Ma la causa causante - il segreto - dello sviluppo non è nella meccanica del processo, ripetitiva e riproducibile. nel motore. E il motore, il residuo dei residui, è l'imprenditorialità: in Italia, nel 2001, 4 milioni di imprese su 57 milioni di cittadini. Lo Stato produttore (finanche di panettoni), lo Stato sovventore, ha avuto da noi un ruolo importante in forme anche originali e funzionali, come fu l'economia «mista» del 1950-70. Ma è la componente che Cafagna definisce «manchesteriana» l'alveare, il formicaio, che ha fatto di nuovo ricca l'Italia, o parte di essa. Come nascono gli imprenditori? Attraverso casuali cortocircuiti o movendo da radici storiche profonde? Perché sì a Treviso e no a Gela? la domanda chiave dello sviluppo, che il growth accounting non svela e su cui il caso italiano molto può dire, in positivo e in negativo.

8) Evocato il ruolo dello Stato non può non ricordarsi che, se lo Stato non garantisce lo sviluppo, senza Stato non si è mai avuto sviluppo. Importa meno che la forma-Stato sia quella dell'impero di Roma, o della città-Stato dei comuni e delle signorie, o lo Stato finalmente unitario dopo Cavour. Resta che la penisola è divenuta economicamente florida quando questo presupposto organizzativo c'era. Ha cessato di esserlo quando esso è venuto meno. La compresenza dello Stato della Chiesa - fattore di divisione dell'Italia in due, e più - aggiunge elementi straordinariamente ricchi di verifica per ogni tesi sul rapporto fra Stato ed economia. La centralità della Chiesa per la storia d'Italia, per la sua stessa economia, si estende a temi quali religione e capitalismo; modi di salvaguardia e trasmissione della cultura; ricerca scientifica, fede, progresso tecnico; nazionalismo, cosmopolitismo. Se e quanto l'economia italiana abbia tratto beneficio dalla pregnante, unica, presenza della Chiesa negli affari interni è tema di per sé affascinante. Il saldo del dare e dell'avere è lungi dall'essere stilato.

9) A mano a mano che l'economia si fa, da agricola e industriale, terziaria e la spesa pubblica arriva a corrispondere a metà del prodotto lordo, il ruolo dello Stato, politico e di governo dell'economia, si fa anche, forse soprattutto, amministrativo. L'offerta pubblica di servizi quali l'istruzione, la sicurezza, la sanità, la previdenza; la sua capacità di soddisfare una domanda montante, di massa, variegata in una società multiclasse sempre più esigente; la sua idoneità a integrarsi con un'offerta privata di questi stessi servizi: vi è uno stadio del processo di sviluppo in cui profili siffatti divengono dominanti, e difficili da dominare. Il caso italiano, se non configura un modello di risposta efficiente a tali esigenze, è tuttavia emblematico, per una ragione almeno. L'Italia, late comer fra i grandi paesi industriali, le ha viste insorgere quando la terziarizzazione era già in pieno svolgimento. Le ha viste esplodere con una rapidità che per i paesi first comer era stata, invece, gradualità. Ha dovuto sperimentare sollecitazioni e improvvisare soluzioni. Si è trovata esposta fra i primi al problema che l'uscita dall'arretratezza sempre più porrà: l'impennata dello HDI (Human Development Index) rispetto al prodotto materiale pro capite, connessa con il progresso della scolarità e con l'allungamento della vita media in paesi che tuttavia restano tra i più poveri.

1O) Infine l'Italia è stata luogo di incontro/scontro fra diritto ed economia. la questione al centro di molteplici riflessioni, di metodo, di teoria, di politica: globalizzazione e pluralità delle tradizioni giuridiche; diritto che guida il mercato, ovvero vi si adatta; trapianto, con o senza crisi di rigetto, di istituti giuridici prelevati da ordinamenti diversi; diritto al servizio, anche contingente, dell'economia, ovvero princìpi giuridici invarianti ai modi della produzione e dello scambio, faro di una eticità metaeconomica? L'esperienza giuridica davvero unica - dal diritto romano a quello comune, dalla lex mercatoria alle codificazioni moderne, al diritto ecclesiastico - propone l'Italia come laboratorio insostituibile di incomparabile ricchezza, su questo fronte tanto attuale, così aperto negli sbocchi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 231

15.

Pantaleoni e gli altri


1. Gli economisti italiani e il mercato

Maffeo Pantaleoni: per la storia del pensiero basterebbe ricordare che Piero Sraffa lo definì il principe degli economisti italiani, il maestro, da cui scaturirono come cultori dell'economia l'ingegner Vilfredo Pareto e il colonnello di Stato Maggiore Enrico Barone. I Principii di Pantaleoni vennero stampati nel 1889, un anno avanti quelli di Marshall. Nel giudizio di Sraffa costituirono

il primo trattato sistematico nel quale - in conformità con l'insegnamento di Marshall - le dottrine degli scrittori classici vennero armonizzate con le nuove teorie di Gossen e di Jevons. Una particolarità dell'opera è che ogni proposizione è corredata del nome dell'autore che per primo la propose, con una modestia tanto ostinata che al lettore poco attento rischiano di sfuggire gli importanti contributi originali dello stesso Pantaleoni contenuti nel libro.

L'impianto teorico marginalista e neoclassico è stato prevalente fra gli economisti italiani almeno sino agli anni 1950-60. A quell'impianto Pantaleoni per primo, poi Pareto, Barone e non pochi altri hanno recato un contributo d'analisi e di divulgazione decisivo. Anche al di fuori dell'indirizzo marginalista e neoclassico la teoria economica italiana ha dato grande rilievo al ruolo del mercato e della concorrenza, con una forte impronta liberista. Già Francesco Ferrara aveva spinto là dove nessuno avrebbe più ardito la logica della concorrenza, allorché nel 1858 giunse a sferrare un serrato, appassionato attacco al diritto d'autore - inviolabile per la maggior parte degli intellettuali! - visto come privilegio monopolistico.

La concorrenza è, per Pantaleoni, «la forma più universale e polimorfa di inventività», «la sorgente più energica di dinamismo sociale», «una minaccia permanente per tutti quanti coloro che sono arrivati». La concorrenza presuppone, e ripropone, la questione della pari opportunità fra i soggetti impegnati nella dialettica selettiva del mercato. Nessuno prima e più chiaramente di Pantaleoni, attraverso la sua illuminante «allegoria» dei cavalli da corsa, vide l'influenza decisiva delle posizioni iniziali sulle posizioni terminali. Tocca alle regole, agli arbitri chiamati a farle rispettare, di ricercare, di assicurare per quanto si può, l'allineamento ai nastri di partenza, il livellamento del terreno competitivo, la correttezza del confronto nel mercato. Un mercato senza regole, mercato non è.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 274

19.

Joan Robinson, o dello spirito critico


Nell'agosto di quella maledetta estate del 1983 che doveva vedere anche la scomparsa di Piero Sraffa, Federico Caffè diede il suo addio a Joan Robinson dedicandole l'appellativo di «indistruttibile»: indistruttibile nell'«impegno costante di combattività, di denuncia sferzante di ogni copertura ideologica a posizioni retrive, di utilizzo degli strumenti d'analisi al servizio dell'avanzamento sociale».

Lo spirito critico indomito era la dote di Joan Robinson che immediatamente colpiva. Colpiva anche noi, studenti degli anni sessanta. La sua critica al modus operandi delle economie di mercato si dispiegò con massima creatività appunto negli anni cinquanta e sessanta. Oggi più di allora - dopo le due crisi dette petrolifere e la recessione più lunga dal dopoguerra - il contesto economico di quel ventennio spicca come l'«età dell'oro» del capitalismo industriale, se mai ve ne fu una. Dal 1955 al 1973 l'area dell'OCSE spuntò risultati economici eccezionalmente positivi: crescita stabile, al 4,8 per cento medio annuo; tassi reali d'interesse al 2 per cento; investimenti pari a 1/5 del prodotto; disoccupazione ridotta sino al 2,3 per cento della forza lavoro; inflazione al 3,5 per cento; bilanci pubblici in pareggio; cambi fissi. Di fronte alla successiva, mediocre performance del capitalismo - riassumibile in un tasso di crescita che non dà occupazione, non raggiungendo la metà del tasso reale d'interesse - e all'albagia algida, all'inazione critica, di larga parte della professione degli economisti, l'eccezione Joan Robinson appare ancor più tale.

Per Joan Robinson la concorrenza è «imperfetta»; l'instabilità, «reale»; la piena occupazione, irta d'«ostacoli»; la distribuzione, conflittuale e «iniqua»; il commercio estero, «neomercantilista»; quanto al fantomatico equilibrio, «la festa sarà domani, ma oggi non è mai festa». La scienza economica le è parsa, di volta in volta, stretta fra «ideologia» ed «eresia», a una «svolta difficile», se non «disintegrata», comunque bisognosa di «pulizie di primavera».

Una delle domande possibili è quindi: perché Joan Robinson fu tanto critica? Perché lo fu persino allora, in un'apparente età dell'oro? Perché volle impersonare il ruolo dell'economista critico, ruolo poi andato quasi perduto e del quale vi è oggi gran bisogno?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 280

20.

Federico Caffè


1. Lo stile

Lo stile di Caffè. Piuttosto che dedurne i tratti da solenni dichiarazioni di metodo proverò a desumerli dal suo modo di argomentare, dal suo lessico.

La parola lessico mi pare giusta. Lo stile, analitico ed espositivo, di Caffè ha come prima caratteristica quella di essere ancorato all'uso migliore della lingua madre, saldamente padroneggiata. Gli economisti italiani hanno saputo scriver bene. Brani di Ferrara, Messedaglia, Pantaleoni, de Viti, Ricci, Einaudi sono esempi di alta letteratura in una lingua fra le più raffinate e potenti. Caffè con la sua prosa limpida, non retorica, si situa in questa tradizione ricca di pagine belle e pure di economia politica. Della nobiltà linguistico-formale della scienza economica italiana egli ha nutrito convinta contezza. Ha contribuito a riscoprirla, a farla conoscere, a valorizzarla. Lo ha fatto al di fuori di ogni atteggiamento preconcetto verso altri algoritmi: meno polemico del Keynes che nel capitolo 21 della General Theory afferma una superiorità dell'«ordinary discourse» rispetto ai «symbolic pseudo-mathematical methods». A nessuno di noi, suoi studenti o allievi, Caffè ha mai impedito di sillabare economia con simboli tratti da una qualche matematica o statistica. Si limitava, per dir così, a proporci la figura di un matematico vero come Bruno de Finetti, per richiamarci ai termini autentici di una questione, al fondo, di ricardiani «vantaggi comparati». Chi ha il vantaggio comparato di padroneggiare la lingua madre contribuisce alla cattiva allocazione delle risorse se usa, meno bene, i modi espositivi della matematica, della fisica o della geometria, e viceversa.

La seconda caratteristica dello stile di Caffè nasce dal punto di forza del suo bagaglio analitico: la conoscenza vasta e profonda del contributo degli economisti passati e contemporanei. Caffè non ha mai smesso di attingere a quelle che Keynes, in specie nel Treatise on Probability, aveva chiamato le «premisses», il «corpus of knowledge» di cui è parte la grande biblioteca dello scibile economico. Caffè ha avuto corrente dimestichezza - frutto di una ininterrotta fatica di studioso, non di rado di amorevole curatore e traduttore con i risultati più vari e migliori a cui la disciplina nei secoli è pervenuta. Si ritrovano con alta frequenza nel suo discorso economico i pensieri dei sette grandi: Smith, Ricardo, Marx; Marshall (o Walras, o Wicksell) e Schumpeter; Keynes e Sraffa. Se 3/4 - vogliamo dire 4/5? - della economics utile è nell'apporto di questi giganti, nella presentazione di Caffè il loro apporto è legato con misura, con magistrale attenzione filologica, ai contributi di altri: dal suo Robertson a Hicks, alla scuola di Cambridge. Un elenco giustamente e sapientemente lungo, di cui l'indice dei nomi delle Lezioni di politica economica - prima facie un manuale per studenti! - è traccia eloquente.

Il pensiero degli economisti è vivo, nella parola e nella penna di Federico Caffè. Egli argomenta spesso attraverso di loro; sempre li ha presenti nel suo ragionare, con orgogliosa modestia. Se si è consci, orgogliosamente consci, di conoscere a fondo i contributi dei migliori economisti, criticamente ripensati, si può compiere l'atto di modestia di «farli parlare», di parlare attraverso di loro. Perché riformulare in peggio, al limite spacciandoli per propri in un giuoco solo formale di sostituzione di simboli, un pensiero, uno schema, un punto di vista, un teorema già chiaro, accessibile a chi abbia famigliarità col corpo della migliore letteratura? Quasi a disvelare l'ignoranza di chi semplicemente non sa i precedenti, o la furbizia di chi veste panni altrui, Caffè spinge talvolta il suo esercizio di modestia fino alla compilazione bibliografica, alla recensione segnaletica, alla citazione anche lunga, alla ristampa, alla traduzione. Nell'impiego congiunto dell'ottima lingua italiana e delle proposizioni più convincenti del pensiero economico credo di ravvisare un motivo non secondario per tornare a quanto Caffè ci ha donato in quasi mezzo secolo di produzione scientifica: un motivo per consigliarne la lettura, per ritenere che non cesserà di interessare.

Potrei portare, di questo stile di Caffè, cento esempi. Ne basti uno soltanto. La materia è spinosa vexata quaestio: il ruolo dello Stato nell'economia. Cito dai Saggi critici di economia:

Può dirsi, in altri termini, a voler personalizzare, che il mutato atteggiamento nei riguardi dell'iniziativa pubblica sia dovuto soprattutto all'influenza, diretta o riflessa, di J. M. Keynes, pur trovando il fondamento e l'incentivo iniziale nell'opera di A. Marshall. Fu questi, infatti, a determinare una svolta estremamente significativa, col fornire la dimostrazione teorica della possibilità di migliorare i risultati conseguibili su un mercato perfettamente concorrenziale, attraverso l'azione pubblica. Come osserva lo Schumpeter, «le virtù dello stato di equilibrio perfettamente concorrenziale erano state già prima, senza dubbio, soggette a critica ripetute volte e da una molteplicità di punti di vista; ma (con la dimostrazione marshalliana) era la prima volta che ciò avvenisse nel quadro della teoria pura di quello stato di equilibrio, la prima volta che, sul piano teorico, fosse considerata la possibilità di indirizzare le azioni individuali su vie capaci di favorire l'interesse generale più di quelle del lasciar fare».

| << |  <  |