Copertina
Autore Giuliano da Empoli
Titolo Obama
SottotitoloLa politica nell'era di Facebook
EdizioneMarsilio, Venezia, 2008, Tempi , pag. 160, cop.fle., dim. 12x21x1,5 cm , Isbn 978-88-317-9608-8
LettoreRiccardo Terzi, 2008
Classe paesi: USA , politica
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Indice


  7 Introduzione. L'avvento della politica biografica

 20 La new economy entra in politica

 34 Il senso civico elettronico

 57 GlamObama e Starkozy

 76 Il candidato postamericano

 89 Il sondaggista e il pubblicitario

102 L'eredità degli anni sessanta

124 Conclusioni. Per una politica dell'outsider

145 Appendice. Il discorso di Denver


 

 

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Pagina 34

2.
IL SENSO CIVICO ELETTRONICO



Dopo la caduta del Muro di Berlino, le premonizioni apocalittiche hanno vissuto una stagione di grande popolarità. Giunto al termine della loro parabola ideologica, i nostalgici del Secolo Breve hanno immaginato che, con esso, sarebbe tramontato anche tutto il resto: il lavoro, lo spazio e, beninteso, la storia.

Tra questi aspiranti becchini si inserì anche un sociologo autorevole, Robert Putnam, che, in un articolo citatissimo poi trasformato in libro, annunciò solennemente il collasso della vita civica americana. L'idea, in pratica, era che il capitale sociale, fatto di associazionismo e di volontariato, che aveva accompagnato lo sviluppo degli Stati Uniti fin dai primordi, fosse agli sgoccioli. Ci sono sempre più giocatori di bowling — ruminava Putnam — ma sempre meno associazioni di giocatori di bowling. Ergo, la società si sta individualizzando e nessuno ha più voglia di perdere tempo per unirsi agli altri senza guadagnarci nulla. A supporto della sua tesi, oltre al caso del bowling, Putnam citava tutta una serie di altri casi di declino del capitale sociale, attribuendone la causa — tra gli altri fattori — alla televisione, a Internet e alle tecnologie della solitudine.

A dieci anni di distanza, i becchini della storia hanno fatto la fine dei testimoni di Geova: costretti a rinviare di anno in anno la data dell'apocalisse. Il lavoro, più che finire, si è moltiplicato: i livelli di disoccupazione sono dappertutto più bassi di quanto non lo fossero dieci anni fa. La geografia ha avuto un revival legato alla riscoperta del genius loci e alle teorie di Richard Florida sulle città creative. La storia è tutt'altro che finita, perfino nel senso filosofico in cui la intendeva Fukuyama: la democrazia liberale di stampo novecentesco non è certo l'approdo definitivo del pensiero politico globale.

Putnam non è scampato alla sorte delle cassandre novecentesche. Se ci si guarda intorno, nell'America di oggi, i circoli di ricamo e le gare di corsa al sacco saranno pure scomparsi, ma al loro posto si è aperta una nuova stagione di collaborazione di massa. Certo, è sempre più facile registrare la scomparsa di qualcosa che c'era, piuttosto che accorgersi della nascita di qualcosa che non esisteva. Putnam ha contabilizzato accuratamente il declino delle bocciofile, ma non si è accorto che, nel frattempo, sorgevano milioni di comunità di videogamers; ha versato lacrime amare sul tramonto dell'Esercito della salvezza, e non ha visto nascere TakingITGlobal: centomila volontari registrati in duecento paesi, impegnati a promuovere progetti globali per l'educazione e la riduzione della povertà. I1 suo errore è stato di non tener conto dell'ideogramma cinese che, insieme alla fine di qualcosa, indica sempre anche l'inizio di un'altra.

A difesa di Putnam c'è da dire che non è stato l'unico a sbagliare. Hanno dovuto ricredersi anche tutti quelli che, nel corso degli ultimi anni, si erano stracciati le vesti lamentando i danni dell'ipercapitalismo, destinato – secondo loro – a mercificare ogni cosa, non appena liberato dalla minaccia del comunismo. Tutti coloro i quali si erano scagliati con violenza contro la solitudine della condizione postmoderna, contro la piaga dell'individualismo, la privatizzazione dello spazio pubblico. Alla base di Internet, soprattutto nella sua ultima incarnazione di Web 2.0, c'è lo scambio gratuito di tempo. Il tempo dei blogger che passano ore a scambiarsi informazioni, il tempo dei volontari che alimentano l'enciclopedia virtuale di Wikipedia o che caricano musica su MySpace, fotografie su Flickr, video su YouTube. Questi progetti editoriali partecipati, così come centinaia di migliaia di altri, sono fondati sull'economia del dono, non sullo scambio monetario. La materia prima del Web 2.0 sono le relazioni tra le persone: se il consumatore dei media tradizionali era passivo e l'internauta di prima generazione doveva, tutt'al più, accontentarsi di inviare una mail al webmaster, l'ultima generazione di navigatori è interamente proiettata nella dimensione della partecipazione. Si tratta innanzitutto di esprimersi: le proprie idee, i propri sogni, la propria identità. Gran parte del risultato sono chiacchiere: i milioni di scimmie cieche che pestano su una tastiera delle quali parlava Jonathan Swift. Da questo brodo di coltura però – come riconosceva lo stesso Swift – è destinato a venir fuori, prima o poi, anche il testo dell' Amleto di Shakespeare...

Al di là dei paradossi, ciò che colpisce, nella penetrazione dei new media, è la dinamica collettiva che innescano. Se, in passato, i movimenti di massa erano legati a specifici momenti di mobilitazione – la guerra del Vietnam, i funerali di Diana o quant'altro –, oggi la possibilità di una collaborazione di massa continua, anziché intermittente, fa parte della realtà. Le migliaia di blog apparentemente insignificanti, monopolizzati da aneddoti e riflessioni quasi sempre privi di interesse per chi non appartenga alla sfera più intima dello scrivente, sono come un felino che sonnecchia. Per la maggior parte del tempo non fa quasi nulla, ma quando una preda distratta gli passa a portata di zampa, è capace di scatti improvvisi. Con le informazioni è lo stesso. Su Internet, per lo più ci si scambiano pigre banalità. Quando c'è da trasmettere una notizia importante, però, il canale è pronto: i blog si attivano e, in pochi attimi, si trasformano nell'equivalente virtuale di una piazza infuocata.

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[...] E su Obama piovono insulti: si è venduto, corrotto dal potere appena arrivato a Washington ecc.

Anziché far finta di nulla – come avrebbe fatto qualunque politico di vecchio stampo –, però, il senatore dell'Illinois risponde. «In base alla visione che circola in molti gruppi di attivisti, ci confrontiamo con un partito repubblicano fortemente ideologico, radicalmente conservatore e privo di scrupoli. Ci hanno battuto per due volte galvanizzando la base con una retorica incendiaria e una disciplina ferrea sul piano dell'agenda. Per batterli, secondo questa visione, dovremmo irrigidirci anche noi, rinunciare a ogni compromesso, escludere i democratici che vogliono abbassare i toni e dare battaglia su un'agenda chiaramente progressista [...]. A me pare che questa prospettiva non sia condivisa dalla gente. Sulla base dei miei viaggi attraverso la nazione, posso dirvi che gli americani diffidano delle etichette e delle parole d'ordine. Non pensano che George Bush sia malvagio o ingiusto, ma si sono resi conto che la sua amministrazione è irresponsabile e spesso incompetente. Non pensano che la grande industria sia intrinsecamente cattiva (molti di loro lavorano per una grande azienda), ma riconoscono che i poteri forti, se non vengono regolati, possono falsare le regole del gioco a detrimento dei lavoratori e dei piccoli imprenditori». In chiusura, Obama cita i soliti Abraham Lincoln e Martin Luther King: «Le grandi voci del nostro paese sono sempre state quelle che sono riuscite a esprimere forti convinzioni sui temi del giorno, senza sminuire coloro che non erano d'accordo e senza negare i limiti del proprio punto di vista».

Non tutti i blogger si lasciano convincere. Essere presi in considerazione, però, gli piace. In pochi giorni, al senatore arrivano più di mille mail di risposta. E l'inizio di un dialogo che non cesserà di rafforzarsi. Obama, del resto, ha un vero istinto per il Web: capisce al volo ciò che può funzionare online. Alla fine del 2006, per esempio, mentre tutti aspettano con il fiato sospeso l'annuncio della sua candidatura per la Casa Bianca, Obama gira un video per il canale sportivo Espn. L'inizio è molto presidenziale, con il senatore che, da dietro una scrivania, parla di «una competizione molto importante per il paese». Alla fine, però, anziché candidarsi alle primarie, Barack tira fuori un cappellino da tifoso, annuncia il suo sostegno per la squadra di football dei Chicago Bears e scoppia a ridere. La clip, come è facile immaginare, piace molto agli utenti di YouTube e fa il giro dei blog in un lampo.

La predisposizione di Obama nei confronti del Web 2.0, però, va ben al di là della superficie. In realtà, sono i tre anni passati nei ghetti neri del South Side di Chicago come organizzatore comunitario a dare al candidato una marcia in più sul Web, rispetto agli altri esponenti politici. Barack non viene dalla politica, bensì dal mondo del community service, i servizi sociali fondati sul volontariato. Nel 1985 ha lasciato il suo lavoro presso la Business International Corporation di New York per prendere servizio, a diecimila dollari l'anno, presso una Ong di Chicago che si occupa dei quartieri più diseredati della città. Sarà l'esperienza decisiva della sua vita — come non ha cessato di ripetere nei suoi libri (circa un terzo di Dreams From My Father è consacrato a questo tema), nelle interviste, nei comizi. «È stata la migliore educazione che abbia ricevuto, meglio di Harvard, un'esperienza che mi si è conficcata nel cervello» ha ripetuto agli elettori dell'Iowa. In questo martellamento incessante c'è, evidentemente, una componente di propaganda. Non c'è alcun dubbio, però, che la sua fede nel community service sia genuina. Contrariamente all'uomo politico classico, che ragiona in termini generali, immaginando di cambiare la società dall'alto, Obama è convinto che il cambiamento si sviluppi dal basso. Nel 1992, dopo essersi laureato a Harvard, lascerà ancora una volta il suo lavoro presso uno studio legale di Chicago per consacrare sei mesi a un'iniziativa, Illinois Project Vote, volta a promuovere la registrazione degli elettori più poveri alle elezioni di quell'anno. Tre anni più tardi, intervistato per la prima volta da un piccolo settimanale alternativo di Chicago, il giovane membro dell'assemblea statale chiarisce la sua visione: «Il dibattito politico è così superficiale, così limitato, così distorto. La gente è affamata di comunità, le mancano. Sono affamati di cambiamento. Cosa accadrebbe se un uomo politico vedesse il suo lavoro come in parte quello di un organizzatore, in parte quello di un insegnante, in parte quello di un avvocato? [...] Dobbiamo formare strutture di volontari che inchiodino me, e gli altri eletti del popolo, alle loro responsabilità. La destra cristiana ha fatto un buon lavoro nel costruire queste reti di responsabilità, molto migliore di quello che hanno fatto le forze progressiste». Dodici anni prima della candidatura alla Casa Bianca, i temi ci sono già tutti: il dibattito politico è falsato; la gente ha voglia di unirsi per cambiare; il cambiamento nasce dal basso; e, a proposito, la destra non è il diavolo, alcune cose le riescono meglio che ai democratici...

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Pagina 60

Da un certo punto di vista, Obama si è limitato a reinvestire nella sfera politica il patrimonio accumulato dalla black culture nella dimensione simbolica e culturale. In un paese nel quale, fino a qualche anno fa, si diceva ancora che un ebreo come Joe Lieberman o un italo-americano come Mario Cuomo non potevano essere eletti alla presidenza, il senatore dell'Illinois ha fatto leva sul pop per sdoganare il gruppo etnico più discriminato di tutti. Quello che popola i ghetti (e gli incubi) di tutte le metropoli americane. Quello che fornisce alle sovrappopolate prigioni i tre quarti della loro popolazione. Quello che, da solo, incarnava tutti gli insuccessi del melting pot americano.

Se, fino a poco tempo fa, attraverso leader come Jesse Jackson e Al Sharpton, la comunità nera esprimeva sul piano politico soprattutto un revanscismo tutt'altro che ingiustificato, ma incapace di uscire dai confini della testimonianza, oggi, Obama non è il solo a proporre un modello diverso. Insieme a lui ci sono Deval Patrick, governatore del Massachusetts, Adrian Fenty, sindaco di Washington, Harold Ford, giovane ed energetico presidente del Democratic Leadership Council. Tutti incarnano un nuovo modo di fare politica che, pur non negando la propria identità, si sforza di costruire un progetto politico più ampio. Non fondato sull'appartenenza etnica ma, al contrario, capace di trascenderla per rivolgersi all'insieme della popolazione.

Tra di loro, però, il senatore dell'Illinois è l'unico che sia riuscito a far leva fino in fondo sulla cultura pop per proiettarsi nell'orbita della Casa Bianca. E questo per una ragione molto semplice: Obama non è un politico, è una rockstar. Non a caso, uno dei primi – e più vocali – sostenitori del senatore dell'Illinois è la rivista «Rolling Stone». Fin dal 2004 il quindicinale l'ha inserito tra le sue «personalità dell'anno». Nel 2007 lo ha battezzato Destiny's Child, figlio del destino (ma è anche il nome di un popolarissimo gruppo pop), con un lungo articolo che metteva l'accento, in particolare, sul sex appeal del candidato. «Le donne rispondono a Obama in modo diverso – vi si leggeva. Dai tempi di Robert Kennedy non si vedeva nulla del genere». Nella primavera di quest'anno è arrivato l' endorsment ufficiale di Jann Wenner, il leggendario fondatore del magazine. «Le similitudini tra John Kennedy e Barack Obama colpiscono facilmente: la giovinezza, il magnetismo, la grazia naturale, l'eloquenza, il senso dell'umorismo, l'intelligenza, la speranza di una nuova generazione. Ma potrebbe essere più appropriato vedere Obama come lincolniano nelle sue origini, la sua sobrietà è ciò che la storia oggi richiede». Se la bibbia del rock n' roll si espone fino a questo punto, è chiaro che Obama ha travalicato da tempo le frontiere della politica, per trasformarsi in un fenomeno pop. A testimoniarlo sono le opere degli artisti che raffigurano il candidato e vanno a ruba nelle gallerie di Chelsea e di Silver Lake, i video dell'Obama Girl, le copertine di «Men's Vogue», le sit-com nelle quali le protagoniste femminili sognano di lui.

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Pagina 76

4.
IL CANDIDATO POSTAMERICANO



Miscegenation: matrimonio misto. Nel 1960, quando Obama nasce dall'unione di una studentessa del Kansas e di un politicante del Kenya, è ancora un reato nella metà degli Stati Uniti. Fino a qualche anno fa, il massimo stadio dell'integrazione era rappresentato dagli americani con il trattino: italo-americani, latino-americani, afro-americani. Oggi i matrimoni misti sono diventati la norma. Dal 1970 il loro numero si è quadruplicato. Il 30% dei latinos e degli asiatici si sposa al di fuori del proprio gruppo di appartenenza – una percentuale che ha raggiunto i due terzi per la terza generazione. Risultato: la composizione etnica della popolazione statunitense è cambiata per davvero. Anziché rimanere chiusi all'interno della propria comunità di origine, gli americani col trattino hanno cominciato a mescolarsi. Al punto che i demografi hanno deciso, in occasione dell'ultimo censimento, di abolire per la prima volta il concetto di «razza», lasciando che ciascuno si definisse da solo, nell'ambito di sessantatré possibili combinazioni delle sei categorie razziali di base.

L'America delle Little Italy e delle Chinatown non esiste quasi più: al suo posto si è sviluppato un nuovo sistema di convivenza, che mette l'accento sulla (con)fusione delle razze e delle culture. La responsabilità, in parte, è della ripresa dell'immigrazione di massa che è iniziata nel corso degli anni settanta, per poi impennarsi negli anni ottanta e novanta. Non si tratta più dei flussi ordinati dei primi del Novecento, provenienti da tre o quattro bacini ben delimitati. Meno del 40% degli immigrati attuali arriva dai cinque paesi principali. Il resto proviene da tutto il mondo: 174 stati e territori i cui figli più intraprendenti sbarcano sulle coste americane in cerca di opportunità. Tutti vogliono integrarsi, ma nessuno di loro è disposto a recidere del tutto i legami con la madrepatria. Se, in passato, emigrare significava mutilarsi di una parte di sé, oggi la tecnologia consente di mantenere un contatto quotidiano con il proprio paese di origine. Il risultato è una gioiosa cacofonia, confusa e vitale, che ha avuto un impatto profondissimo sulla vita quotidiana americana. Lo straniero è entrato a far parte della vita di ogni giorno: per la strada, in cucina, nei media.

L'America che ha globalizzato il mondo è stata a sua volta globalizzata. Negli Stati Uniti ci sono oggi più ristoranti cinesi che McDonald's e, dopo il cristianesimo, l'Islam è la seconda religione più praticata. Nel 1950 i latinos erano quattro milioni: oggi sono quarantaquattro milioni. Nel 2050 saranno più di cento milioni: un cittadino americano su quattro sarà di origine ispanica. Qualcuno ha descritto questo scenario in termini apocalittici. La fine della supremazia bianca sulla cultura americana rappresenta, di certo, una svolta importante. Per la prima volta dai tempi della Mayflower, i Wasp — White Anglo Saxon Protestants — si sentiranno in minoranza nel loro stesso paese. Non è detto che sia un male, però. Anche perché, a rimpiazzarli, non ci sarà una nuova cultura dominante, sudamericana o asiatica. Quel che sta succedendo, al contrario, è l'emergere di una cultura composita e meticcia, che ha trovato uno specchio puntuale nello show business, dove gli anni novanta hanno registrato i trionfi dei protagonisti dell'EA, l' ethnically ambiguous alla Beyoncé Knowles e alla Jennifer Lopez. Quando hanno chiesto a Tiger Woods a che razza sentisse di appartenere, quello ha risposto «Cablinasian»: caucasico, black, indiano e asiatico. Ora, con Barack Obama, figlio di un padre africano e di una madre americana, cresciuto fra le Hawaii e l'Indonesia, l' ethnically ambiguous si affaccia alla soglia della Casa Bianca. Ed è un bel modo di ricordare al mondo che, con tutti i suoi difetti, l'America è pur sempre il più grande integratore di razze, di culture e di talenti che ci sia.

«Ho studiato in alcune delle migliori scuole d'America e vissuto in uno dei paesi più poveri del mondo. Sono sposato con un'americana nera che ha in sé il sangue di schiavi e il sangue di proprietari di schiavi – un'eredità che trasmettiamo alle nostre due figlie. Ho fratelli, sorelle, cognate, nipoti, zii e cugini di tutte le razze e di tutti i colori, dispersi su tre continenti e fino al mio ultimo giorno non dimenticherò mai che la mia storia non sarebbe stata possibile in nessun altro paese al mondo. È una storia che non fa di me il più convenzionale dei candidati, ma che, in modo indelebile, ha impresso nei miei geni l'idea che questo paese rappresenta di più della somma delle sue parti – che noi tutti che lo componiamo, in realtà siamo una cosa sola». Nella bocca di chiunque altro sarebbe solo retorica. Ben prima di puntare alla Casa Bianca, però, Obama ha fondato tutta la sua vita sulla ricerca di un'identità culturale. I sogni di mio padre, suo primo libro – pubblicato tredici anni fa –, non è altro che questo: il romanzo di formazione di un ragazzo che non appartiene a nessuna comunità. I tormenti, le incertezze, le paure di chi vorrebbe disperatamente sentirsi a casa da qualche parte, ma sa di non poterlo fare. I primi ricordi d'infanzia in Indonesia, dove i vicini se lo ricordano ancora perché «correva come un'anatra nelle risaie». L'adolescenza alle Hawaii, cresciuto dai nonni originari del Kansas che non possono impedirsi, loro malgrado, di avere un riflesso razzista di tanto in tanto. L'università a New York, dove Obama si appassiona a Malcolm X, ma capisce che non potrà mai identificarsi del tutto con la sua rabbia contro i bianchi: in fondo è bianco anche lui, al 50%. La scelta di aderire alla comunità nera, il volontariato nei quartieri più difficili di Chicago, il matrimonio con una giovane avvocatessa, Michelle, che al contrario di lui è una vera afro-americana, radicata, tipica – benché eccezionalmente dotata. Con una nonna in Kenya, una sorellastra indonesiana alle Hawaii e un fratellastro che vive in Cina, la famiglia di Barack rappresenta, da sola, una piccola diaspora. Le Nazioni Unite di Obama, scherza qualcuno.

Fatto sta che è difficile immaginare un'incarnazione più perfetta dell'America del XXI secolo. Un paese nel quale i bianchi sono destinati a non essere più maggioranza, senza che alcun'altra egemonia si sostituisca alla loro. Una comunità impegnata nel più ricco e complesso esperimento multiculturale che si possa immaginare. E pluribus unum.

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Pagina 124

Conclusioni
PER UNA POLITICA DELL'OUTSIDER



L'Europa ha accolto trionfalmente Obama, ma non lo voterebbe mai. E l'Italia men che meno. Da noi, la politica resta saldamente nelle mani degli insider: maschi adulti con una certa propensione alla senescenza. L'idea che un cittadino di origini non italiane possa rivestire un ruolo politico di primo piano è fuori dalla realtà: con l'aria che tira, c'è già da essere contenti che romeni ed extracomunitari non vengano marchiati con la lettera scarlatta. Ma anche categorie indigene – giovani e donne, per esempio – continuano a essere, in Italia, elementi di folclore: panda da esibire nelle occasioni giuste, senza lasciar loro alcun margine di azione reale. Le ultime elezioni politiche lo hanno confermato in modo eclatante: l'impressione generale è che le avvenenti matricole di Montecitorio siano servite più che altro ad alimentare le pagine di Dagospia.

Su questo versante, è inutile farsi illusioni. Una classe politica non nasce dal nulla. Costituisce, al contrario, il riflesso puntuale della società alla quale appartiene. Gli Stati Uniti non esprimono semplicemente leader giovani e presenze femminili incisive in campo politico. Sono un paese che ha messo da tempo l'accento sull'innovazione nel suo complesso, all'interno del quale la valorizzazione delle donne, degli stranieri e delle generazioni più giovani non nasce da improbabili proclami, bensì da una necessità di fatto, dalla continua richiesta di idee e di pratiche innovative che proviene dalle aziende, dai media, dai centri di ricerca. In un contesto del genere, è naturale che a emergere sia una leadership diversificata, in tutti gli ambiti sociali, inclusa la politica. Dietro la candidatura di Obama c'è molto di più di un fisico hollywoodiano e di una retorica carismatica. Il successo del candidato democratico è legato alla forza delle grandi trasformazioni sociali sulle quali il senatore dell'Illinois ha basato la sua scommessa: lo sviluppo della new economy e dei social network, l'estinzione degli americani col trattino e il nuovo melting pot, il boom demografico dell'ultimo quarto di secolo e l'avvento dei Millennial. Su queste tendenze di fondo in atto negli Stati Uniti, Obama ha innestato la sua proposta politica: la fine delle guerre di religione e l'apertura di una stagione di conciliazione, il revival del sogno americano incarnato dalla biografia del candidato, il tramonto dell'unilateralismo e la ripresa del dialogo a livello internazionale.

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