Copertina
Autore Vittorio Foa
CoautoreMiriam Mafai, Alfredo Reichlin
Titolo Il silenzio dei comunisti
EdizioneEinaudi, Torino, 2002, Gli struzzi 549 , pag. 108, dim. 114x195x10 mm , Isbn 978-88-06-16396-9
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe politica , storia contemporanea d'Italia
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Indice

VII Nota del curatore

    Il silenzio dei comunisti

  3 Vittorio Foa a Miriam Mafai e Alfredo Reichlin
 12 Miriam Mafai a Vittorio Foa
 41 Alfredo Reichlin a Vittorio Foa
 68 Vittorio Foa a Miriam Mafai e Alfredo Reichlin
 82 Miriam Mafai a Vittorio Foa
 88 Alfredo Reichlin a Vittorio Foa
101 Vittorio Foa a Miriam Mafai e Alfredo Reichlin

 

 

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Pagina 3

VITTORIO FOA A MIRIAM MAFAI E ALFREDO REICHLIN


Cara Miriam, caro Alfredo,

erano milioni in tutto il mondo, e anche in Italia, gli uomini e le donne che si dicevano comunisti: militanti, iscritti, elettori, simpatizzanti. In Italia pochi anni fa piú di un terzo dei cittadini si dicevano tali. Ora stanno in grande parte in silenzio, il loro passato è cancellato nella memoria. Sento acutamente, quasi come un'ossessione, questo silenzio. Tendono a scomparire i testimoni di un'esperienza, quella dei comunisti italiani, che fu indubbiamente originale. E insieme si oscura un pezzo della nostra storia. Ma c'è qualcosa di ancor piú importante del silenzio. Il comunismo è finito e l'anticomunismo continua a imperversare non come tentativo di ragione ma come insulto, non come ricerca ma come aggressione. Perché tutto questo? L'anticomunismo a vuoto non è forse paura? Perché si ha paura? di che cosa?

Torniamo al silenzio dei comunisti. Esso per me è un'ossessione, anche se il silenzio non è necessariamente un male. Da esso nasce la parola, cioè la definizione di oggetti, di concetti, di sentimenti, di passioni, ma nella parola si chiudono i problemi mentre nel silenzio essi restano aperti. Quante sono le parole condannate dal tempo? Il silenzio invece è una ricerca costante e io preferisco la ricerca ad una conquista fragile di verità.

Ma nella vostra esperienza, cari amici, cosa può essere questo silenzio? Forse quello che Freud chiama il lavoro del lutto, cioè l'elaborazione di un distacco da un oggetto o da una persona amata? Da che cosa vi siete distaccati? da una certezza, da una speranza, da una possibilità, da un disegno di società giusta? Quale idea è rimasta vuota?

Oppure, cosa ancora piú grave, il distacco è da un'identità, individuale o collettiva? Qui vi pongo una domanda difficile, rispondete se ne avete voglia: la vostra identità riguardava il comunismo come trasformazione del mondo oppure quella specifica realtà di costruzione che è stato il partito italiano e che ha assorbito tutto il vostro impegno anche morale? In parole povere: cosa è stata per voi, nel corso del tempo, la 'rivoluzione', che rapporto ha avuto con la costruzione?

Ma nel silenzio dei comunisti si possono leggere anche altre cose. Per esempio la cancellazione di ricordi sgradevoli (alcuni clamorosi aspetti della realtà sovietica), oppure il disagio per avere cambiato varie volte le idee nel corso della propria storia e quindi di essere stati incoerenti. Ma ditemi chiaramente cambiare idea non è la condizione per essere coerenti? Tutto sta nel come la si cambia: se io dico di avere avuto sempre ragione sono un poveretto, se spiego che con il mutare del mondo è cambiata anche la mia testa comincio a ragionare. Ho torto?

Ancora un aspetto del silenzio: l'espressione dell'inesprimibile. Non c'è bisogno di essere filosofi per capire che al di là delle parole che spiegano, che definiscono, c'è qualcos'altro a cui non riusciamo a dare risposta. un'esperienza che viviamo tutti ed è silenzio. Vi sono momenti in cui si avverte acutamente che la storia sta cambiando (credo che questo principio di secolo sia uno di quei momenti) e allora avvertiamo che le parole usate normalmente sono prive di senso. E arriva il silenzio.

Per rispondere alla domanda sul silenzio può essere utile ripercorrere insieme alcuni aspetti della vostra esperienza di comunisti italiani. Mi fermo sull'inizio, su quella fase appassionante della scoperta del proprio impegno, quando ti accorgi che quello che fai non serve solo a te, ma a tutti. Miriam, ricordi che abbiamo fatto insieme un comizio a Teramo piú di cinquant'anni fa per una grande lotta di contadini, di braccianti, di minatori per la rinascita della Val Vomano? Dimmi qualcosa delle tue esperienze di lotta in quegli anni e anche dei tuoi primi lavori come giornalista. Di te, Alfredo, ricordo un episodio divertente. Eri giovanissimo, brillante direttore dell'«Unità», avevi un continuo rapporto con Togliatti, di cui eri in qualche modo il pupillo. Il tuo non era un lavoro di pura propaganda: era qualcosa di piú. Feci la tua conoscenza ai funerali di Ruggero Grieco. Ero con il sindacalista Fernando Santi e tu arrivasti dicendo: «Sono il play-boy dell'"Unità"» rompendo cosí ogni schema gerarchico. Non dimenticai mai quello slancio autoironico cosí raro in un giovane dirigente comunista. Dimmi qualcosa del tuo lavoro con Togliatti.

Il vostro partito era diverso da tutti gli altri partiti comunisti: perché? perché era problematico e non apodittico? Era, di certo, diverso anche il contesto.

Nel 1946, quando è nata la repubblica - esperienza democratica e plurale - come avete conciliato questa pluralità con il vostro essere comunisti?

Rispetto a ciò che differenza c'è tra la vostra esperienza e quella dei socialisti massimalisti del biennio rosso? C'entra qualcosa la Resistenza? la presa di coscienza di un valore nazionale? questo non ha fortemente segnato, nel bene e nel male, la nostra storia?

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Pagina 12

MIRIAM MAFAI A VITTORIO FOA


Caro Vittorio,

non è facile rispondere alla tua lettera. Fai troppe domande, e non facili. quasi un interrogatorio, sia pure amichevole, nel senso che tu cerchi di farci dire cose che forse non sono del tutto chiare nemmeno a noi o che portiamo alla luce con qualche fatica. Io comunque vorrei risponderti con il massimo di sincerità, come si deve ad un amico. Forse in modo un po' disordinato (ma sono disordinate anche le tue domande) e piú raccontando che sistematizzando. Il mio mestiere dopotutto è raccontare.

Il punto di partenza del tuo discorso è il nostro silenzio, il silenzio dei comunisti, dei testimoni di un'epoca, di un'esperienza, di un pezzo della nostra storia comune. Benissimo, ma quali comunisti? Tu parli di militanti, iscritti, simpatizzanti, che non moltissimi anni fa erano un terzo degli elettori italiani e che ora, dici, «stanno in silenzio, quasi il loro passato fosse cancellato nella memoria».

Di molti di questi credo di sapere o meglio di intuire qualcosa, un sentimento di amarezza, di delusione e forse persino di rancore nei confronti di coloro che sono stati i loro dirigenti (e talvolta lo sono ancora). Io vivo in un quartiere popolare di Roma e mi accade spesso di incontrare alcuni di questi vecchi comunisti, di quelli che abitano nelle vecchie case popolari, che diffondevano «l'Unità» tutte le domeniche e che avevano affidato al partito le loro speranze. Oggi mi si rivolgono chiedendomi cosa è successo, perché i nostri dirigenti litigano, perché ha vinto Beriusconi, perché non riusciamo a rovesciarlo. Confesso il mio disagio quando non riesco a dare, a queste domande, una risposta convincente. Per loro, credo, il passato non è cancellato. Probabilmente lo conservano dentro di sé come un pezzo della propria storia, della propria vita, forse ne parlano con i figli o i nipoti, ammesso che questi abbiano voglia di ascoltarli. Non lo so.

Altra natura ha il silenzio di quanti a vario livello ebbero, nel vecchio Pci, un compito di responsabilità o di direzione. , allora, il silenzio di chi, per dirla con Freud, non ha ancora elaborato il lutto. Hai ragione quando dici che il nostro silenzio, cosí tenace, rivela l'esistenza di un problema. Barbara Spinelli, nel suo bel libro intitolato non a caso Il sonno della memoria nota che «la memoria è materia ad alto rischio», strumento da maneggiare con attenzione e lealtà, nella vita pubblica come in quella privata, del resto. «Rimeditare la storia e le identità - scrive la Spinelli - non è quindi benefico in sé per il solo fatto che ci si accinge all'impresa. benefico se l'esercizio serve la vita di oggi, arricchisce le scelte politiche e non si compie dentro circoli ermetici ma in una conversazione cittadina con interlocutori che nulla sanno della memoria antiquaria e con generazioni che partecipano alle celebrazioni senza aver concorso al farsi delle vicende evocate». Forse mi illudo. Ma mi piace pensare che questo nostro scambio di lettere tra persone che hanno vissuto la stessa storia possa diventare, nel momento in cui lo rendiamo pubblico, una 'conversazione cittadina', a disposizione non solo di quanti quella storia l'hanno vissuta ma anche, forse, di coloro che di quegli anni e quelle vicende non hanno né conoscenza, né memoria.

Il silenzio, dunque: il silenzio dei singoli militanti ed attivisti, quelli che incontro la mattina sotto casa, il silenzio dei compagni dirigenti e il silenzio dell'organismo collettivo.

[...]

Ripercorrendo le tappe del nostro distacco da Mosca tu ricordi l'ultima: l'affermazione che l'Urss era il 'socialismo reale', cioè l'unica forma possibile di socialismo. Io ricorderei invece come ultima tappa l'affermazione di Veltroni, quando, già segretario dei Ds, affermò che «il comunismo è incompatibile con la libertà». Come non di rado accade a Veltroni, egli non ha poi sostenuto, con sufficiente forza e coerenza, questa affermazione che io ho condiviso e condivido. Il sogno che ha animato milioni di uomini nel secolo XX era un sogno sostanzialmente illiberale, checché ne pensassero - ed è stata la nostra vera tragedia - coloro che per quel sogno si sono sacrificati. E infatti - rispondo cosí ad una tua successiva domanda - non esiste regime comunista nel quale siano stati o siano rispettati quei principi democratici che alcuni nostri testi definivano 'borghesi' e che oggi consideriamo essenziali. Intendiamoci: il nesso tra libertà e uguaglianza resta centrale come un nodo non del tutto risolto nel pensiero della sinistra ed è possibile che, in alcune situazioni, si ritenga necessario rinunciare ai principi di libertà o meglio rinviarne la realizzazione fin quando non sia stata affermata nel concreto una sufficiente condizione di uguaglianza. Ma bisogna non ingannare se stessi e gli altri e avere ben chiara la drammaticità di una simile scelta e le sue conseguenze. (In genere, come ci dimostra la storia, sacrificando la libertà o rinviandola a quando se ne siano determinate le possibili condizioni, non si conquista nemmeno una maggiore uguaglianza).

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Pagina 41

ALFREDO REICHLIN A VITTORIO FOA


Caro Vittorio,

confesso che le tue domande mi hanno un po' spaventato. Sono un uomo della sinistra come tanti altri e come tanti altri vivo immerso nel suo profondo travaglio, in questo difficile e incerto trapasso tra un vecchio che non c'è piú e un nuovo che non c'è ancora. Se fossi in grado di rispondere a tutte quelle domande vorrebbe dire che la crisi della sinistra è ormai alle nostre spalle. Purtroppo invece non è cosí.

Tuttavia sento molto anch'io il bisogno di rischiare e il dovere di azzardare risposte a domande di identità e di senso, risposte che il teatrino della politica non sa dare. Bisogna rompere questo silenzio. Ed è per questa ragione che accetto di contribuire, per quanto so e posso, allo sforzo di 'cercare ancora' che sta compiendo questo grande e vecchio amico, il piú straordinario testimone della vicenda storica della sinistra italiana.

da quello che tu chiami il silenzio dei comunisti che voglio partire anch'io. Lascio quindi da parte cose che pure esistono come la voglia di cancellare 'ricordi sgradevoli', (l'eufemismo che tu usi per alludere agli aspetti piú vergognosi della realtà sovietica). E lascio da parte viltà, pentimenti, furberie meschine: il cambio dei ritratti, per cui don Milani prendeva il posto di Togliatti, mentre Turati e Nenni venivano cancellati; quel confessare 'non sono mai stato comunista', un po' furbesco ma a suo modo anche sincero. Vengo invece a quella che a me sembra la ragione piú profonda e piú seria di questo silenzio.

[...]

con questo animo che guardo al passato. Come chi valuta tutto il peso dei problemi irrisolti che la mia generazione ha lasciato sulle spalle dei suoi successori e si chiede ancora perché non facemmo noi quell'atto cruciale - cambiare il nome - che fece Occhetto, un atto maturo da tempo. Eppure so che fin dall'avvento di Berlinguer, il gruppo degli uomini a lui piú vicini considerava di avere come compito politico principale il cambiamento della collocazione geo-politica del Pci. Sia pure gradualmente, e senza imbarcarsi in spinose dispute ideologiche sul socialismo reale, bisognava preparare un'uscita dal campo sovietico. Stando però attenti - questo era l'assillo di Berlinguer - a non indebolire i legami non solo con la base, ma con tutto un mondo di partiti e di movimenti in lotta contro il colonialismo, un mondo che era allora una grande forza di ispirazione laica e socialista, ben diversa dai fondamentalismi islamici attuali, capace di guardare agli 'italiani' con particolare fiducia. La verità è che la 'terza via', l'eurocomunismo, i rapporti con Brandt e Olaf Palme e le socialdemocrazíe nordiche, e poi la dichiarazione che sanciva l'esaurirsi della 'spinta propulsiva della rivoluzione di Ottobre' negando finalmente che l'Urss fosse un paese socialista, sia pure dai tratti illiberali, e infine le frasi sull'ombrello della Nato e il documento di politica estera sottoscritto in Parlamento insieme al governo, furono tutte tappe di uno stesso processo. Esso fu però lento, sia per la preoccupazione che avevamo di non perdere pezzi (l'Urss - come risulta dai documenti degli archivi di Mosca - finanziava la nostra dissidenza) sia per un'altra ragione che oggi mi è piú chiara, e va detta. Un misto di superficialità nel giudicare l'orrore di quei regimi, la gravità dei loro delitti e anche molte illusioni circa la riformabilità dell'Unione Sovietica.

[...]

Mi domandi come si spiega il mistero per cui i comunisti non ci sono piú ma l'anticomunismo resta perfino piú forte di prima. Una spiegazione che ti offro è quella di guardare al vuoto creato dal collasso della struttura politica della Prima repubblica. E non parlo solo di quel partito singolare di popolo che è stato il Pci, ma anche della Dc. Uno strano partito che - a fronte della 'minaccia' comunista - fu considerato dalla reazione italiana non come cosa sua ma come il minor male. Proprio grazie a questo suo carattere 'popolare' riuscí a 'disciplinare' e a metabolizzare quello che Gramsci considerava 'il profondo spessore reazionario del paese'. Io aggiungo: la sua debole unità politica e civile. E, infatti, nei luoghi dove la Dc era piú insediata sorge al suo posto il leghismo becero di Bossi e, una volta decapitata la classe politica cattolico-democratica, riemerge non solo l'anticomunismo ma l'anti-Risorgimento, la rivalutazione perfino di Pio IX e del brigantaggio meridionale, il fastidio profondo per lo stato di diritto. Si potrebbe dire che anche per la scomparsa della Dc la Sicilia e il Mezzogiorno si allontanano dalla Valle Padana.

Cosí ritorno alla cosa che piú mi ha colpito nelle tue note. La politica come strumento di conoscenza della realtà e delle forze che in essa si muovono. Di conoscenza perché non si ferma a fotografarle ma dà ad esse identità, forma, progetto. La politica quindi non come gioco di potere, come attività delegata a un ceto di specialisti.

[...]

Io sono convinto che queste possibilità sono enormi ed è per questo che una nuova sinistra diventa essenziale nell'era globale. Si tratta di ridefinire i beni comuni e le linee di evoluzione della società a fronte di fatti grandissimi, la cui novità consiste proprio nel rimettere in gioco ben altro che i governi, e cioè l'evoluzione stessa della società umana e il suo destino (l'uso delle biotecnologie, le risorse naturali, il capitale fisso sociale). Si tratta quindi di ridefinire i principi etici sulla cui base stare insieme e le nuove responsabilità verso la comunità. Altrimenti su che basi pensiamo di costruire una nuova sinistra? su un accordo tra spezzoni di ceto politico? Del resto ricordiamoci che il capolavoro della vecchia sinistra, davvero storico, fu che inventò una dimensione del tutto nuova della politica e della cittadinanza: l'irruzione delle masse sul terreno dello stato, i partiti come potenze politiche relativamente autonome dal potere economico. Fece davvero una nuova costituzione. Chi, se non una sinistra rinnovata, può fare oggi qualcosa di analogo?

Tutto ciò, sia ben chiaro, impone alla cultura politica della sinistra di uscire da vecchi schemi. E qui sta il difficile, perché il passato pesa. E bisognerebbe riuscire davvero a ripensarlo per salire sulle sue spalle e cosí guardare piú lontano. Per capire che i conflitti di classe restano ma, al di là di essi, altri si presentano. E riguardano il controllo delle conoscenze, l'inclusione e l'esclusione, la capacità della politica di far valere l'interesse generale. Che riguardano quindi la libertà dell'uomo moderno, quella fondamentale libertà che consiste nel poter scegliere i progetti di vita e di essere padrone del proprio destino.

Con affetto, tuo

Alfredo

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