Autore Mark Forsyth
Titolo Breve storia dell'ubriachezza
Edizioneil Saggiatore, Milano, 2018, La Cultura 1170 , pag. 294, cop.fle., dim. 13,5x19x1,5 cm , Isbn 978-88-428-2467-1
OriginaleA Short History of Drunkenness [2017]
TraduttoreFrancesca Crescentini
LettoreLuca Vita, 2019
Classe storia sociale , alimentazione , umorismo , storia












 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


  Introduzione                                  9

  1.  L'evoluzione                             15

  2.  La Preistoria del bere                   27

  3.  I bar sumeri                             33

  4.  L'antico Egitto                          49

  5.  Il simposio greco                        65

  6.  Bere nell'antica Cina                    79

  7.  La Bibbia                                89

  8.  Il convivio romano                      101

  9.  I secoli bui                            117

  10. Bere nel Medio Oriente                  129

  11. Il «sumbel» vichingo                    147

  12. La birreria medievale                   161

  13. Gli aztechi                             177

  14. La mania del gin                        185

  15. L'Australia                             205

  16. Il saloon del Vecchio West              221

  17. La Russia                               243

  18. Il proibizionismo                       255

  Epilogo                                     273


  Bibliografia                                281


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

Introduzione


Temo di non sapere davvero che cosa sia l'ubriachezza. Potrebbe sembrare una confessione bizzarra, da parte di un tale che si accinge a scriverne una storia, ma a dirla tutta, se gli autori consentissero a un dettaglio trascurabile come l'ignoranza di bloccare la propria scrittura, le librerie sarebbero vuote. Una vaga idea ce l'ho, comunque. Conduco esaurienti indagini empiriche sull'ebbrezza dalla tenera età di quattordici anni. Per molti versi, amo dipingermi come una specie di moderno sant'Agostino, che si chiedeva: «Che cos'è il tempo, dunque? Se nessuno me lo domanda, so che cos'è. Se però volessi spiegarlo a chi me lo domanda, non lo saprei più». Sostituite la parola tempo con ubriachezza e otterrete all'incirca il mio sacro punto di vista.

Possiedo alcune basilari nozioni mediche. Un paio di gin tonic annebbieranno i vostri riflessi; una dozzina o giù di lì vi permetteranno di familiarizzare nuovamente con il vostro pranzo e renderanno complicato lo stare in piedi, e una quantità imprecisata, che non ho intenzione di approfondire, vi ucciderà. Ma non è questo ciò che conosciamo (in senso agostiniano) dell'ubriachezza. Chiaro, se un alieno bussasse alla mia porta e mi domandasse perché la gente di questo bizzarro pianeta continua a bere alcolici, non risponderei: «Oh, è solo per annebbiarci i riflessi. In fin dei conti, è perché non vogliamo diventare troppo bravi a ping-pong».

A questo punto, di solito, viene tirata in ballo anche un'altra fandonia [!] - la storia dell'alcol che allenta i freni inibitori. Nulla di più lontano dalla verità. Quando sono brillo faccio le cose più disparate, cose che non avrei mai voluto fare da sobrio. Posso parlare per ore con gente che, da sobrio, considererei tediosa. Mi ricordo anche di essermi sporto dalla finestra di un appartamento di Camden Town, una volta, agitando un crocifisso per aria mentre esortavo i passanti a pentirsi. Non sono cose che vorrei fare quando sono sobrio e che evito soltanto perché non ho abbastanza fegato.

Comunque, alcuni effetti dell'alcol non sono causati dall'alcol. Basta distribuire birre analcoliche senza dire alle persone che non contengono alcol, dopodiché non dovrete fare altro che mettervi a guardare la gente che beve e prendere appunti. I sociologi lo fanno di continuo, e i risultati sono coerenti e solidi. Per prima cosa, al bar non bisogna fidarsi dei sociologi; vanno sorvegliati con occhi di falco. In secondo luogo, se provieni da una cultura in cui è ritenuto che l'alcol renda più aggressivi, diventerai più aggressivo. Se provieni da una cultura in cui è ritenuto che l'alcol renda più religiosi, verrai pervaso dal misticismo. Si può anche cambiare da bevuta a bevuta. Se l'infido sociologo annuncia di essere impegnato a studiare i superalcolici e la libido, tutti diventeranno libidinosi; se dichiara che il tema è la musica, tutti quanti si metteranno a cantare all'improvviso.

Le persone modificano addirittura il loro comportamento a seconda del tipo di alcolico che stanno assumendo. Nonostante il principio attivo, l'etanolo, sia identico, le persone altereranno la loro condotta in base alle origini e alle associazioni culturali del cicchetto in questione. È molto probabile che gli inglesi diventino rissosi dopo qualche pinta di lager, ma date loro del vino - che è associato all'eleganza e alla Francia - e si faranno pacati, sofistiati e, nei casi più seri, si faranno spuntare un basco. C'è un motivo se esistono i «lager-louts» (i teppisti da birra) ma non i vandali del vermouth o i contestatori del Campari.

Alcuni si arrabbiano molto, quando glielo spieghi. Insistono nel sostenere che l'alcol è la causa di quello che a loro risulta sgradito - la violenza, per esempio. Si indignano se fai loro notare che anche le culture in cui l'alcol è bandito sono violente. Se argomento - e posso farlo - che nonostante io beva ben più della maggioranza, non picchio qualcuno dall'età di circa otto anni (molto prima che le inebrianti sostanze alcoliche venissero a contatto con le mie placide labbra), mi risponderanno: «Be', sì, ma gli altri?». Sono sempre gli altri, accidenti a loro: gli altri sono l'inferno. Quasi tutti, però, sono in grado di trascorrere una cena piacevole bevendo per l'intera serata senza pugnalare nemmeno una volta l'ospite seduto alla loro destra.

Nell'improbabile eventualità che veniate catapultati all'improvviso in un altro luogo e in un altro tempo, un abitante dell'antico Egitto rimarrebbe molto sorpreso scoprendo che non bevete allo scopo di ricevere una visione di Hathor, la dea dalla testa di leone: pensavo lo facessero tutti. Uno sciamano del neolitico si domanderebbe perché mai non stiate comunicando con i vostri antenati. Un suri etiope vi chiederebbe, probabilmente, perché non avete ancora cominciato a lavorare. Perché è quello che fanno i suri quando bevono; come vuole il detto: «Dove non c'è birra, non c'è lavoro». Tanto per fornire incidentalmente un'informazione tecnica, trattasi di bevuta transizionale: si beve per sancire il passaggio da un momento all'altro della giornata. In Inghilterra beviamo perché abbiamo finito di lavorare, i suri bevono perché hanno iniziato.

Per ribaltare la questione, quando Margaret Thatcher è morta, non è stata sepolta con tutti i suoi calici da vino e una fornitura di alcolici degna dello spaccio all'angolo. E lo riteniamo normale. Anzi, se fosse accaduto ci sarebbe parso bizzarro. Ma quelli bizzarri siamo noi, siamo noi gli strambi, siamo noi gli eccentrici. Per la maggior parte della storia umana, infatti, i leader politici sono stati seppelliti con tutto l'occorrente per una bella sbronza post mortem. Dai tempi lontani di re Mida fino all'Egitto protodinastico, passando per gli sciamani dell'antica Cina e per i vichinghi (per forza, maledizione), anche chi ha smesso di respirare da un pezzo non disdegna di conciarsi male, di tanto in tanto - basterebbe chiederlo alla tribù kenyana dei tiriki, che per sicurezza versano birra sulle tombe dei loro progenitori.

L'ubriachezza è pressoché universale. L'alcol esiste in quasi ogni cultura del mondo. Le uniche che non sembravano troppo propense - quella nordamericana e australiana - sono state colonizzate da chi lo era. E in ogni tempo e in ogni luogo l'ebbrezza è qualcosa di differente. È una celebrazione, un rituale, una scusa per picchiare la gente, un modo per prendere decisioni o siglare contratti, e migliaia di altre pratiche specifiche. Quando gli antichi persiani dovevano esprimersi su un'importante questione politica, dibattevano l'argomento per due volte: da ubriachi e da sobri. Se arrivavano alla medesima conclusione entrambe le volte, passavano all'azione.

Ecco di che cosa parla questo libro. Non riguarda l'alcol in sé e per sé, riguarda l'ubriachezza: le sue trappole e le sue divinità. Da Ninkasi, la dea sumera della birra, ai quattrocento coniglietti sbronzi del Messico.

Prima di cominciare è opportuno fare alcune puntualizzazioni. Per prima cosa, questa è una storia breve. Una storia completa dell'ubriachezza sarebbe una storia completa dell'umanità e richiederebbe una quantità davvero eccessiva di carta. Ho invece deciso di selezionare alcuni momenti storici per scoprire il modo in cui le persone gestivano le loro sbornie. Come funzionavano davvero le cose in un saloon del vecchio West, o in una birreria medievale inglese, o in un simposio greco? Che cosa succedeva con esattezza quando una ragazza egizia decideva di uscire a fare baldoria? Certo, ogni serata è diversa, ma è comunque possibile arrivare a una buona - per quanto vaga - descrizione.

I libri di storia tendono a raccontarci che il tal dei tali era ubriaco, ma non ci raccontano il bere in maniera dettagliata. Dove è successo? Con chi? In quale momento della giornata? Il bere è sempre stato accompagnato da una serie di regole, che vengono raramente riportate per iscritto. Nell'Inghilterra dei nostri giorni, per esempio, nonostante non ci sia una legge in merito, chiunque sa perfettamente che non bisogna bere prima di mezzogiorno - fatta eccezione, chissà poi perché, per quando ci si trova in un aeroporto o a una partita di cricket.

Ma nel bel mezzo delle regole c'è l'indisciplinata ubriachezza. L'anarchica al cocktail party. È lei (penso sia una lei: le divinità dell'alcol lo sono, di solito) quella che voglio osservare. Idealmente, mi piacerebbe arrestarla e scattarle una foto segnaletica, ma non sono certo che si possa fare. Almeno quando quell'alieno curioso mi domanderà che cos'è l'ubriachezza, avrò qualcosa da mostrargli.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 15

1. L'evoluzione


                                  Dobbiamo ricordare che le leggi della Natura
                                  Sono in genere ragionevoli.
                                  E ovunque, per valide ragioni,
                                  Si può trovare un po' d'alcol.
                                  C'è alcol nelle piante e negli alberi:
                                  Dev'essere il piano della Natura,
                                  Il fatto che debba esserci, in qualche misura,
                                  Un po' d'alcol nell'Uomo.

                                                             A.P. HERBERT (1956)



Prima ancora di essere umani, siamo stati dei bevitori. L'alcol esiste in natura ed è sempre esistito. Quando la vita è cominciata, quattro miliardi e rotti di anni fa, c'erano microbi unicellulari che sguazzavano felicemente nel brodo primordiale, nutrendosi di zuccheri semplici ed espellendo etanolo e anidride carbonica. Pisciavano birra, in sostanza.

La vita, per fortuna, si è evoluta e sono comparsi gli alberi e la frutta - e la frutta, se lasciata marcire, fermenta con grande disinvoltura. La fermentazione produce zucchero e alcol, che i moscerini della frutta cercano e divorano. Non sappiamo se i moscerini della frutta si ubriachino in una maniera che noi umani potremmo in qualche modo comprendere. Ahimè, sono incapaci di parlare, o di cantare canzoni, o di guidare le automobili. Quel che sappiamo per certo è che se le avances romantiche di un moscerino della frutta maschio vengono respinte da un crudele e sdegnoso moscerino della frutta femmina, il maschio aumenterà drasticamente il suo consumo alcolico.

Sfortunatamente per gli animali, l'alcol non si presenta in natura in quantità sufficienti da permettere loro di organizzare una festa come si deve. Anzi, a volte capita. Su un'isola al largo di Panama, l'aluatta dal mantello ha la possibilità di banchettare allegramente con i frutti caduti dalle palme di astrocaryum (4,5% vol.). Le aluatte diventano turbolente e rumorose, poi sonnolente e maldestre, e può capitare che cadano dagli alberi e si feriscano. Calcolando il rapporto tra il consumo d'alcol e il loro peso corporeo, è come se si scolassero l'equivalente di due bottiglie di vino in trenta minuti. Ma sono una rarità. Per la maggior parte degli animali, semplicemente, non c'è abbastanza alcol in giro, a meno che uno scienziato gentile non li catturi, non li trasferisca in un laboratorio in condizioni controllate e non li faccia bere fino a strozzarsi.

[...]

Gli scienziati, quindi, devono cercare delle modalità più discrete per dare da bere agli animali, senza allarmarli. E questo è ancora più rilevante nel caso degli elefanti, visto che per nessuna ragione al mondo vorremmo allarmare un elefante ubriaco: diventano violenti. In India, nel 1985, ci fu il caso di un branco di elefanti che trovò il modo di entrare in una distilleria, e non andò a finire benissimo. Ce n'erano 150, si sbronzarono tutti in maniera bellicosa e si lanciarono in una specie di saccheggio. Demolirono sette edifici di cemento e calpestarono a morte cinque persone. A dirla tutta, un solo elefante ubriaco è già uno di troppo; 150 sono un vero problema.

Questo genere di cose si possono fare in maniera ben più controllata in una riserva naturale. Carica un paio di barili di birra nel cassone di un pick-up, guida fino a trovarti nelle vicinanze di un gruppo di elefanti, leva i coperchi e lasciali liberi di farsi un goccio. Di solito c'è una certa confusione e i grossi elefanti maschi si accaparrano quasi tutto. Ma poi puoi rimanere lì a osservarli mentre inciampano in giro e si addormentano e, in generale, è parecchio divertente. Perfino così, però, potrebbe andare a finire male. Uno scienziato che aveva permesso a un maschio dominante di sbronzarsi un po' troppo, si è successivamente ritrovato a dover sventare un combattimento tra l'elefante ubriaco e un rinoceronte. Di solito, gli elefanti non attaccano i rinoceronti, ma la birra li rende boriosi.

Dedicarsi alle formiche è molto più sicuro. Secondo una teoria, le formiche hanno delle parole d'ordine. Le formiche vivono in colonie e non lasciano entrare formiche sconosciute provenienti da altre colonie. Da qui la domanda su come facciano a sapere chi è chi. La teoria delle parole d'ordine è un po' strampalata, ma ha riscosso un certo successo tra gli estrosi naturalisti vittoriani finché non è stata completamente smentita da Sir John Lubbock, primo barone di Avebury, nel 1879:

Si è ipotizzato che le formiche di ciascun nido siano in possesso di un segno o di una parola d'ordine che le renda riconoscibili le une dalle altre. Per verificarlo ho privato alcune di loro dei sensi. Inizialmente mi sono avvalso del cloroformio; ma si è rivelato loro fatale, e [...] l'esperimento non mi è parso soddisfacente. Ho dunque deciso di inebriarle. Il che si è dimostrato meno semplice di quel che mi aspettassi. Nessuna delle mie formiche aveva intenzione di degradarsi volontariamente, ubriacandosi. Ciò nonostante, ho superato questa difficoltà immergendole nel whiskey per alcuni istanti. Ho preso cinquanta esemplari - venticinque di un nido e venticinque di un altro -, li ho fatti ubriacare pesantemente, ho marcato ciascuno con un contrassegno di pittura e li ho messi su un tavolo, vicino al punto in cui le formiche di uno dei nidi si stavano nutrendo. Come di consueto, il tavolo era circondato da un fossato pieno d'acqua per impedire loro di disperdersi. Le formiche impegnate a mangiare si sono presto accorte di quelle che avevo fatto ubriacare. Sembravano piuttosto stupite di trovarsi di fronte alle loro compagne ridotte in condizioni così miserevoli e, al pari di noi, altrettanto indecise su come gestire le beone. Dopo un po', comunque, per farla breve, le hanno portate via tutte; le sconosciute sono state trasportate ai bordi del fossato e gettate nell'acqua, mentre le amiche sono state riaccompagnate a casa, nel nido - dove gradualmente hanno smaltito gli effetti del liquore, dormendo. È dunque evidente che siano in grado di riconoscere le proprie compagne, anche quando queste ultime non possono mandare loro un segnale o una parola d'ordine.


Potrebbe sembrarci sciocco e strampalato, ma le analogie tra l'ubriachezza umana e l'ubriachezza animale, il modo in cui le creature pelose rispecchiano quelle glabre, hanno avuto un'influenza autentica sul più grande passo in avanti della biologia vittoriana. Charles Darwin trovava spassosissime le scimmie ubriache. Lo sono. Ma pensava anche che fossero significative. Era affascinato dal metodo utilizzato per catturare i babbuini:

Gli indigeni dell'Africa nordorientale catturano i babbuini selvatici per mezzo di contenitori pieni di birra forte, con cui si ubriacano. [Uno zoologo tedesco] ha osservato alcuni animali in queste condizioni, tenendoli confinati; e ci ha restituito un comico resoconto del loro comportamento e delle loro smorfie bizzarre. La mattina successiva erano molto scorbutici e cupi; si tenevano la testa dolorante tra le mani e le loro espressioni erano delle più penose: respinsero disgustati l'offerta di birra e vino, ma apprezzarono il succo di limone. Una scimmia americana, un atele, non ha mai più voluto toccare il brandy dopo essercisi ubriacata, dimostrandosi dunque più saggia di molti uomini. Queste minuzie dimostrano quanto debbano essere simili le terminazioni nervose del gusto delle scimmie e degli esseri umani.

Darwin pensava che se gli uomini e le scimmie reagiscono allo stesso modo ai postumi della sbronza, devono essere imparentati. Non era la sua unica prova, ma era il primo passo per dimostrare che anche i vescovi sono primati.

Ed è anche il pregio di una teoria molto più recente sulla nostra discendenza irsuta.




L'Ipotesi della scimmia ubriaca


Gli esseri umani sono progettati per bere. Accidenti se lo siamo. Siamo più bravi di qualsiasi altro mammifero, a eccezione forse della tupaia malese. Non cacciatevi mai in una gara di bevute con una tupaia malese; o, se proprio dovesse capitarvi, non lasciatevi convincere a ritoccare le quantità in proporzione al peso corporeo. Sono capaci di inghiottire nove bicchieri di vino senza fare una piega. Capita perché si sono evolute per vivere di nettare di palma fermentato. E perché milioni di anni di evoluzione hanno portato alla selezione naturale delle migliori tupaie bevitrici della Malesia, che ora sono delle vere campionesse.

Ma noi siamo uguali a loro. Ci siamo evoluti per bere. Dieci milioni di anni fa i nostri antenati sono scesi dagli alberi. Il perché l'abbiano fatto non è ancora del tutto chiaro, ma è perfettamente plausibile che fossero alla ricerca della frutta stramatura che si può trovare a terra nella foresta. Quei frutti contengono più zuccheri e più alcol. Abbiamo dunque sviluppato nasi capaci di individuare l'alcol anche a una certa distanza. L'alcol era l'indizio che poteva condurci allo zucchero.

Questo ci porta a quello che gli scienziati chiamano effetto-aperitivo. Il sapore dell'alcol, l'odore dell'alcol ci fanno venire voglia di mangiare. Il che, se ci pensate bene, è un po' strano. L'alcol contiene moltissime calorie: perché consumare delle calorie dovrebbe farti venire voglia di consumarne ancora di più?

La gente vi dirà che un goccetto di gin tonic stimola l'apparato digerente, ma non è vero. Si ottiene il medesimo effetto somministrando l'alcol per via endovenosa. E non è vero nemmeno che le persone a dieta, da ubriache, perdano semplicemente l'autocontrollo. L'alcol stimola uno specifico neurone* [* II neurone ipotalamico Agrp, per la precisione. Non che io abbia la più vaga idea di cosa sia.] nel cervello che ha la capacità di farci venire fame, molta fame. È lo stesso neurone che si attiva quando stiamo effettivamente, seriamente, realmentemorendo di fame. Per un tizio vissuto dieci milioni di anni fa è un fatto parecchio sensato. Stai girovagando nella foresta, a terra, provando magari una punta di nostalgia per le cime degli alberi, quando percepisci un aroma favoloso: frutta stramatura. Segui il profumo e trovi un bel melone gigante o chissà che altro. È più di quanto riusciresti a mangiare in un colpo solo, ma devi comunque procedere. Puoi immagazzinare tutte quelle calorie sotto forma di grasso e bruciarle più tardi. E a questo punto, quindi, azionerai un sistema di feedback: ogni morso ti fa incamerare dell'alcol, che arriva fino al cervello rendendoti affamato, sempre più affamato, quindi mangi di più e vuoi mangiare ancora di più e il risultato è che, 500 000 generazioni dopo, un tuo discendente, barcollando verso casa dal pub, si accorge che potrebbe anche uccidere pur di avere un kebab.

Ma torniamo a dieci milioni di anni fa. L'alcol ci ha condotti al cibo, l'alcol ci ha fatto venire voglia di mangiare il nostro cibo, ma ora dobbiamo processare l'alcol; o diventeremo a nostra volta cibo per qualcun altro. Perché già è difficile scacciare un predatore preistorico da sobri, ma cercare di prendere a pugni una tigre dai denti a sciabola quando sei ridotto come uno straccio è un incubo bello e buono.

Dopo aver imparato ad apprezzarne il gusto, avevamo bisogno - dal punto di vista evoluzionistico - di sviluppare una strategia di adattamento. Una mutazione genetica ben precisa si è manifestata dieci milioni di anni fa e ci ha reso capaci di metabolizzare l'alcol quasi al pari della tupaia malese. Ha a che fare con la comparsa di un enzima specifico che abbiamo cominciato a produrre. Gli esseri umani (o gli antenati degli esseri umani) erano all'improvviso in grado di far finire sotto un tavolo tutte le altre scimmie durante una bevuta. Per gli esseri umani moderni, il 10 per cento della dotazione di enzimi del fegato è dedicato a trasformare l'alcol in energia.

Ma è l'ultimo passo in avanti quello più importante per noi: il modo in cui beviamo. Gli esseri umani bevono socialmente. Offriamo alcol ai membri del nostro gruppo. Diventiamo sentimentali e sconclusionati e diciamo a tutti che sono i nostri migliori amici, che li amiamo e altre scempiaggini del genere. L'aspetto più interessante dell'Ipotesi della scimmia ubriaca ci spiega il perché. Dovrei puntualizzare, però, che non tutti i biologi sono concordi. E c'è addirittura chi pensa che l'evoluzione sia una fesseria e che siamo stati creati da una divinità benevola. I creazionisti e gli evoluzionisti hanno un'incivile propensione per il litigio, ma le loro diverse traiettorie li portano comunque alla medesima destinazione. In una sua celebre dichiarazione, Benjamin Franklin, padre fondatore degli Stati Uniti, sostiene che l'esistenza del vino sia «la prova che Dio ci ama, e che ama vederci felici». Nella medesima lettera, però, c'è anche un'osservazione significativa sull'anatomia umana:

Per rafforzare ancor di più la tua devozione e gratitudine nei confronti della Divina Provvidenza, rifletti sulla posizione che ha assegnato al gomito. Possiamo osservare che negli animali, che sono destinati a bere l'acqua che scorre sulla terra, se le zampe sono lunghe anche il collo è lungo, in modo che possano abbeverarsi senza doversi inginocchiare. Ma l'uomo, che è destinato a bere vino, dev'essere capace di sollevare il bicchiere per portarselo alle labbra. Se il gomito fosse stato collocato vicino alla mano, il segmento anteriore sarebbe stato troppo corto per permetterci di alzare il bicchiere alla bocca; e se fosse stato collocato più vicino alla spalla, quella parte sarebbe stata così lunga da trasportare il vino ben oltre la bocca. Ma grazie al suo reale posizionamento, abbiamo la possibilità di bere comodamente, il bicchiere arriva con esattezza alle labbra. Che ci sia concesso, dunque, col bicchiere in mano, di adorare questa benevola saggezza - che ci sia concesso di adorare e bere!

Franklin sosteneva anche che il diluvio di Noè avesse lo scopo di punire l'umanità per aver bevuto l'acqua, e fosse un tentativo di utilizzarla per affogarci. In qualunque modo la si interpreti - evoluzione o volere divino -, siamo progettati per bere.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 27

2. La Preistoria del bere


Da un punto di vista anatomico, gli esseri umani moderni (come voi) esistono da 150 000 anni - i primi 130 000 dei quali si sono dimostrati sostanzialmente un disastro. Per quel che ne sappiamo, non c'erano bevande alcoliche degne di questo nome. tutto piuttosto incerto, visto che gli uomini preistorici non prendevano appunti. Erano troppo occupati a cacciare, a raccogliere e a dipingere le loro caverne.

Il primo barlume di speranza apparve con una signora che risponde al nome di Venere di Laussel. Circa 20 000 anni fa, qualcuno scolpì una donna con dei seni giganteschi e una grossa pancia che sembra reggere un corno potorio, portandoselo alle labbra.

[...]

Intorno al 9000 a.C., dunque, abbiamo inventato l'agricoltura perché volevamo ubriacarci su base regolare. Con due conseguenze. Primo, abbiamo cominciato a trovare veri e propri reperti archeologici che dimostrano l'inequivocabile presenza degli alcolici. Il vino è perfetto per questo scopo perché lascia un residuo di acido tartarico. È stato rinvenuto in Cina e fatto risalire al 7000 a.C. e poi ritrovato qualche tempo dopo anche in Iran, con una successiva diffusione nell'area mediterranea. Chiaro, l'espansione poteva anche essersi svolta alla rovescia. Questi sono solo dei minuscoli sussurri archeologici nel mezzo di un vasto silenzio.

Il secondo risultato, molto meno importante, è la civiltà.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 49

4. L'antico Egitto


                        Se torni a casa ubriaco e ti stendi sul letto,
                        ti massaggerò i piedi.

                             Poesia amorosa egizia (tardo Nuovo Regno)



Gli antichi egizi erano una combriccola spassosa. Spendevano di meno per i loro palazzi che per le loro tombe; credevano che il mondo avesse avuto origine dall'atto sessuale solitario di un dio e da un po' di roba che gli era accidentalmente finita in bocca; e pensavano che la birra avesse salvato il genere umano.

Il mito funzionava all'incirca così.

[...]

Tutto questo potrebbe sembrarci piuttosto bizzarro. Nel mondo occidentale non esiste nessuna tradizione legata all'ubriachezza religiosa, ma è una pratica che riscontriamo storicamente in diverse parti del mondo. Dal Messico alle Isole del Pacifico, passando per l'antica Cina, l'ebbrezza mistica - e la ricerca di Dio in fondo alla bottiglia - esiste o è esistita. Per quanto mi riguarda, se dopo qualche cicchetto mi ritrovassi all'improvviso davanti agli spiriti dei miei antenati, ne sarei a dir poco sorpreso (i miei antenati, invece, temo la vivrebbero con malinconica rassegnazione). Forse è questo, dunque, l'aspetto dell'ubriachezza più difficile da afferrare per il bevitore intrinsecamente moderno.

Magari vale la pena riportare qui, integralmente, le parole di William James , il grande psicologo e filosofo americano, fratello di Henry. Nella sua disamina del misticismo religioso analizza in maniera davvero limpida il ruolo fondamentale ricoperto dall'ubriachezza, ruolo che noi sciocchi profani abbiamo dimenticato - ma che possiamo ricordare con un po' d'aiuto.

L'influenza dell'alcol sull'umanità è senza dubbio dovuta al suo potere di stimolare le facoltà mistiche della natura umana, solitamente schiacciate al suolo dalla freddezza dei fatti e dall'arido spirito critico che accompagna i momenti di sobrietà. La sobrietà sminuisce, distingue e dice no; l'ubriachezza espande, unisce e dice sì. A tutti gli effetti, è il grande sprone alla funzione del Sì per l'uomo. Trasporta i votati dalla gelida periferia delle cose fino al nucleo splendente. Li rende, per un attimo, tutt'uno con la verità. Gli uomini non la perseguono per mera perversione. Per i poveri e gli analfabeti prende il posto dei concerti sinfonici e della letteratura; e fa parte del mistero e della tragedia più profonda della vita che tracce e barlumi di una cosa che riusciamo immediatamente a riconoscere come eccelsa debba essere concessa alla maggior parte di noi solo nelle fuggevoli fasi iniziali di quello che, nella sua totalità, non è altro che un degradante veleno. La coscienza ebbra è un frammento della coscienza mistica, e l'opinione complessiva che abbiamo di essa dovrebbe trovare posto nell'opinione che abbiamo della sua più vasta totalità.

O, per metterla giù alla maniera degli egizi: «Bevi, ubriacati completamente. In nome della tua anima!».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 65

5. Il simposio greco


                        Credo che nel vino ci sia spesso della saggezza,
                        E stupido è chi a cena preferisce la sobrietà
                        all'ebbrezza.

                                           Anfide (IV secolo a.C. circa)



I greci non bevevano birra, bevevano vino; ma lo allungavano seguendo il rapporto di circa due-tre parti d'acqua su una parte di vino, il che lo rendeva suppergiù equivalente a livello di gradazione. È questo l'aspetto buffo dei greci: dovevano complicare tutto. Tutto ciò permetteva comunque loro di crogiolarsi nel passatempo che in assoluto prediligevano, perché più di ogni altra cosa - più della filosofia o della pederastia o del bere o della scultura - i greci adoravano guardare gli stranieri dall'alto in basso.

I persiani bevevano birra; il che li rendeva dei barbari. I traci bevevano vino non allungato; il che li rendeva dei barbari. I greci erano gli unici a fare le cose nel modo giusto - sempre secondo i greci.

[...]

La morale di queste storie è discretamente chiara. Quando sei alle prese con il vino devi ricordarti che hai per le mani qualcosa di potente, qualcosa di divino. Non è una bevanda qualunque. È sacra. L'alcol, inoltre, può tirare fuori l'animale che si nasconde dentro di te, se non fai attenzione.

[...]

La mitologia greca costruisce, quindi, una relazione curiosa e abbastanza circospetta con l'ubriachezza. I sumeri la vedevano come qualcosa di spassoso, come un bene comunitario, gli egizi la percepivano come uno sport estremo, ma i greci avevano scelto di fare un passo indietro e di riflettere, ravviandosi la barba. Svilupparono teorie e misero in campo strategie. Gli spartani, che erano una temibile marmaglia, costringevano i loro schiavi a sbronzarsi di fronte ai bambini, per far passare loro la voglia. Gli ateniesi, che erano un pelino meno sadici, filosofeggiarono per stabilire esattamente fino a che punto bisognasse ubriacarsi e che comportamento fosse necessario tenere da ubriachi.

Platone afferma, con una certa precisione, che ubriacarsi è come andare in palestra: la prima volta che lo fai sarà un disastro e ne uscirai dolorante. Ma è l'esercizio che porta alla perfezione. Se riesci a bere un bel po' mantenendo comunque un buon comportamento, allora sei l'uomo ideale. Se riesci a farlo in compagnia, allora avrai la possibilità di dimostrare al mondo che sei l'uomo ideale, perché stai dando prova di possedere la suprema virtù dell'autocontrollo, anche da ebbro.

[...]

E tutto ciò ci conduce a una conclusione logica: non ci si può fidare degli astemi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 78

Ma l'alcol è diverso e, nel corso della storia, incontreremo persone orgogliose del fatto che il bere non abbia alcun effetto su di loro, che per questo vengono apprezzate, che per questo motivo si vantavano. Che fibra che hanno, diremo noi. Le rispettiamo, le ammiriamo, ascoltiamo le loro opinioni. E a nessuno viene mai in mente di dire: «Ma allora perché ti prendi la briga di bere?».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 79

6. Bere nell'antica Cina


                        Chi sogna di bere del vino piangerà allo spuntare del
                        mattino.
                                              Zhuāngzĭ (IV secolo a.C. circa)



Il vino fu preparato per la prima volta in Cina da Yi-Di intorno al 2070 a.C., il quale presentò la sua invenzione al primo imperatore cinese, Yu. Yu lo bevve e lo apprezzò, ma era un Saggio imperatore e si rese conto che avrebbe causato calamità e tremendi disastri. Decise quindi di proibirlo e, per non correre rischi, esiliò Yi-Di.

Sfortunatamente, questo racconto non è del tutto veritiero. La storia antica cinese è un'accozzaglia di miti molto piacevoli corredati da prove molto scarse. Una scrittura vera e propria non venne inventata in Cina fino al 1200 a.C. circa. Prima di quel momento è necessario ricorrere all'archeologia. Stranamente, il più antico vino conosciuto - anzi, il primo alcolico di cui abbiamo l'assoluta certezza - fu rinvenuto in Cina a Jiahu, e risale al 7000 a.C. circa.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 89

7. La Bibbia


Noè semina un vigneto. È la prima cosa che fa dopo il diluvio e, a dirla tutta, forse aveva bisogno di farsi un goccio.

[...]

Bere agli albori della cristianità

Nel Nuovo Testamento, il bere ruota attorno a tre figure: Giovanni il Battista, Gesù e san Paolo. Giovanni rese palesi le vie del Signore, Gesù fornì una nuova visione al mondo e san Paolo si incaricò dell'amministrazione e della logistica. Mi è sempre spiaciuto un po' per san Paolo. È un po' come essere arruolati nella divisione vettovagliamenti durante il D-Day. Incredibilmente necessaria, ma non troppo eroica.

[...]

Se si comincia a farci caso, si scoprirà che il problema era molto diffuso agli albori della cristianità. I poveri apostoli andavano in giro a diffondere la buona novella di una nuova religione che comandava di bere del vino. E la gente, all'apparenza, si faceva l'idea sbagliata.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 101

8. Il convivio romano




La Repubblica


Agli albori, Roma era un posto molto severo e sobrio. Durante l'epoca repubblicana meno recente (parliamo del 200 a.C. circa), erano tutti ben rasati e coi capelli corti, dei tipi soldateschi che amavano l'acqua a tal punto da costruire giganteschi acquedotti al solo scopo di garantirne alla città eterna una fornitura perenne. Il vino c'era, ma non era molto. E c'era anche un dio autoctono del vino, chiamato Liber (libero), ma non era particolarmente importante. Era figlio di Cerere, la dea delle messi, e sembrava avere anche un collegamento di qualche genere con la libertà di parola. L'ubriachezza veniva disapprovata. Duramente. Era associata ai greci - capelloni, barbuti e dai costumi sfarzosi -, da cui i romani cercavano industriosamente di difendersi.

[...]

L'Impero

L'Impero romano era, essenzialmente, un sistema che permetteva alla ricchezza complessiva del mondo conosciuto di confluire verso un'unica città. Ne risultò la città forse più prosperosa mai apparsa sulla Terra. Il denaro corrompe e grandi quantità di denaro equivalgono a grandi quantità di divertimento. La conseguenza, come ogni scolaro sa bene, fu la decadenza. Gli uomini romani cominciarono a prediligere il vino all'acqua. Diedero addirittura il permesso alle loro compatriote di assaggiarne un po'. Poi, finalmente, lessero qualche libro greco e si resero conto che non erano affatto male. Quindi pensarono di fare un tentativo anche con l'omosessualità, e fu un successone. Arrivati alla metà del I secolo d.C., i severi senatori del 186 a.C. si stavano già rivoltando nella tomba.

Come si faceva a spassarsela, quindi? Il problema dei soldi romani era che, nonostante ce ne fossero tantissimi, arrivavano ai vertici più alti della società e da lì «sgocciolavano» verso il basso. Chi voleva un po' di ricchezza e di vino, doveva trovarsi un mecenate, qualcuno da cui scroccare.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 182

C'è, però, una teoria che riesce a dare un senso a tutto questo. Gli antropologi che studiano l'ubriachezza fanno una distinzione tra quelle che chiamano «culture bagnate» e «culture asciutte». Nelle culture bagnate, la gente ha un atteggiamento assai rilassato nei confronti dell'alcol. Lo sorseggiano tutto il giorno, se la godono e solo raramente prendono una sbronza seria, di quelle che ti mandano gambe all'aria.

Le culture asciutte sono il contrario. Non sono asciutte nel senso che sono prive di alcol; vengono chiamate così perché le persone sono molto circospette nei confronti dell'alcol e devono sottostare a regole severe che stabiliscono quando non possono berlo. Poi, quando è permesso, si devastano.

Tipicamente, le culture dell'Europa meridionale sono bagnate. Per un italiano, non c'è nulla di strano nel bere un goccio di limoncello a mezzogiorno in un giorno infrasettimanale. Le culture nordeuropee sono asciutte, perché prevedono zero alcol al mattino e un consumo pesantissimo il venerdì sera. Conseguentemente, ci riferiamo ai due approcci con «stile di consumo continentale» e «binge-drinking».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 185

14. La mania del gin




Madam Geneva


Madam Geneva non ha assolutamente nulla a che vedere con la città di Ginevra. Era, invece, la dea britannica del gin, il che la rende molto più interessante di qualsiasi cosa ci sia in Svizzera. Il suo nome deriva, in ultima istanza, dall'antico termine francese «genevre», che significa ginepro. Venne assimilato dall'olandese come «jenever», che vuol dire a sua volta ginepro, ma può indicare anche il liquore trasparente di cui il ginepro è il principale aroma - quello che noi oggi chiamiamo gin.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 204

[...] E poi, nel 1750, accadde qualcosa di straordinario: si verificarono una serie di cattivi raccolti.

La penuria di grano per la quale Guglielmo d'Orange si era premunito sessant'anni prima finalmente si verificò, e ce n'era abbastanza per preparare pane per tutti. Fu un miracolo e, per chi non era già morto - o arso per combustione spontanea -, il gin aveva fatto il suo dovere.

La mania apparteneva al passato. Ma il gin aveva cambiato la società britannica in maniera irrevocabile. Aveva fatto sì che le classi dirigenti fossero spaventate dai poveri urbanizzati. Non solo non apprezzavano il fatto che bevessero, ma non amavano la loro indole anarchica, la loro mancanza di rispetto per la legge, il fatto che si organizzassero in bande. Il gin aveva creato una vistosa classe inferiore sui marciapiedi di Londra. E l'unica cosa sensata da fare, quando ci si trova alle prese con una vistosa classe inferiore, è deportarla in un altro continente. Così nacquero l'America e l'Australia.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 205

15. L'Australia


L'Australia sarebbe dovuta essere una colonia asciutta. Tra tutti i piani della storia che non hanno funzionato alla perfezione - l'avanzata di Napoleone su Mosca, il Grande balzo in avanti di Mao, il Reich millenario di Hitler - questo è il mio preferito.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 221

16. Il saloon del Vecchio West


                        Se ci si incontra, si beve; se ci si separa, si beve; se
                        si fa una nuova conoscenza, si beve; se si conclude un
                        affare, si beve; si litiga per un bicchiere di troppo e
                        si fa pace con un altro bicchiere.

                                    FREDERICK MARRYAT, A Diary in America (1839)



Nel 1797 la più grande distilleria americana produceva 11 000 galloni di whiskey all'anno. Il proprietario era il più importante distillatore della nuova America, un signore di nome George Washington.

La biografia di Washington è decisamente straordinaria. Prima di diventare un magnate del whiskey si era costruito, a tutti gli effetti, una discreta carriera politica e persino militare. Ma non ci soffermeremo a lungo su questo. Essenzialmente, Washington in politica aveva corso per una carica e aveva perso. Si era candidato di nuovo e aveva distribuito alcolici gratis ai votanti. Questa volta aveva vinto. Le sue spese per l'elezione alla House of Burgesses del 1758 erano le seguenti:

    Cena per gli amici 3£ 0s 0d
    13 galloni di vino a 6£ 15s 0d
    3 pinte di brandy a 1/3 4s 4d
    13 galloni di birra a 1/3 16s 3d
    8 quartini di Cyder Royal a 1/6 12s 0d
    1 hhd e 1 barile di Punch composto di 26 galloni.
    Best Barbados rum a 5/6£ 10s 0d
    12 libbre di S Refd. Sugar a 2/6£ cad 1£ 5s 0d
    9 mezze pinte di rum a 7d cad 0£ 5s 7d
    1 pinta di vino 30 ls 6d

Gli aventi diritto al voto erano solo 600.

La sua carriera militare, invece, è ancora meno interessante. In sintesi, gli era venuta la brillante idea di raddoppiare le razioni di rum dei suoi uomini, causando un fenomeno bizzarro meglio conosciuto come Usa. Dopodiché, aveva combattuto un'altra breve guerra per la tassazione del whiskey. In seguito, finalmente, si era stabilizzato sull'importante business della distillazione. Produceva una gamma ragguardevole di bevande: whiskey a quadrupla distillazione, whiskey di segale, whiskey aromatizzato alla cannella e brandy ricavato da mele, cachi e pesche. Era un buon affare in cui buttarsi perché, in questa nuova invenzione bizzarra di nome America, i liquori andavano fortissimo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 243

17. La Russia


Nel 1914, lo zar Nicola II dichiarò fuorilegge la vendita di vodka in tutta la Russia. Nel 1918, lo zar Nicola II e il resto della sua famiglia vennero giustiziati in una cantina di Ekaterinburg. Questi due fatti non sono privi di un collegamento.

[...]

Se vivete in Russia ai giorni nostri c'è il 23,4 per cento di possibilità che la vostra morte sia legata all'alcol. Per gli zar il rischio era molto più alto.

Al capo più remoto della storia russa, nel 978 d.C., Vladimiro il Grande - che governava il regno neonato - convocò gli emissari delle più grandi religioni in modo da poterne scegliere una per i suoi sudditi. Scartò gli ebrei quando scoprì che non avevano una terra natia. I musulmani suscitarono il suo interesse perché descrivevano i piaceri carnali del paradiso (Vladimiro «adorava le donne e gli eccessi»). Ma quando gli spiegarono che la loro religione proibiva il consumo di alcolici reagì come uno zar assennato. «Bere» disse «è la gioia dei russi. Non possiamo esistere senza questo piacere.»

E fu così che la Russia divenne cristiana.

[...]

Nelle discussioni riguardanti la Russia il nome di Stalin salta sempre fuori, il che è buffo visto che non era russo e Stalin non era il suo nome. Che Stalin governasse con il terrore è cosa assai risaputa, e il terrore - ovviamente - si era fatto strada fino alla cima, ai vertici del governo. Ma ancora più su, più in cima, ai livelli di Berija - il capo della polizia segreta - e di Chruščëv, Stalin governava con il terrore e l'ubriachezza.

Il metodo era semplice. Stalin chiamava il suo Politburo e invitava tutti per cena. Non avevano la possibilità di rifiutare, a dire il vero. A cena Stalin li faceva bere, bere e bere; e anche qui, non erano autorizzati a declinare.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 255

18. Il proibizionismo


Il proibizionismo in America funzionò a meraviglia, e non lasciate che nessuno vi dica il contrario. Quando il Diciottesimo emendamento fu abrogato, nel 1933, dopo essere rimasto in vigore per tredici anni, la maggior parte dei suoi sostenitori era convinta che fosse stato un successo, assolvendo splendidamente al suo compito.

Potrebbe sembrare una disamina piuttosto eccentrica di quella che è correntemente citata come la legge più stupida della storia, ma il motivo è che l'intera epoca si è a tal punto intrisa di mito e fascino da generare parecchi fraintendimenti su cosa sia successo e sul perché, anche tra le persone generalmente meglio informate. Il mito più popolare sul proibizionismo funziona all'incirca così.

1. Il proibizionismo fu introdotto nel 1920 da un piccolo gruppo di conservatori taccagni che non amavano l'alcol. Nessun altro lo voleva.

2. L'intera popolazione americana si recò all'instante in uno speakeasy a New York, dove si mise a bere il doppio di prima e inventò il jazz.

3. Questo generò l'imprevedibile conseguenza di lasciare gli Usa nelle mani di un uomo di nome Al Capone, che sparava a tutti con il suo mitra Tommy.

4. Nel 1933, infine, tutti decisero che il proibizionismo era una sciocchezza e la legge venne abolita.

5. L'intera faccenda è un esempio classico della stupidità americana.


Tutto questo è falso, tranne la parte che riguarda il jazz, che fu uno dei sorprendenti effetti collaterali del proibizionismo, insieme alla cucina italiana e alle navi-passeggeri britanniche. Ma ci arriveremo. Per il momento, occupiamoci della questione punto per punto.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 268

Perché il proibizionismo terminò?


Il proibizionismo non finì perché la gente voleva bersi un bicchiere, finì perché la gente voleva lavorare. Il grande crollo del 1929 sconvolse l'economia americana, che non poteva più godere del lusso di mettere al bando interi settori (tra cui quello del trasporto di passeggeri via nave) che avrebbero potuto dare un impiego a uno stuolo di persone che morivano di fame. In ogni caso, il proibizionismo aveva raggiunto il suo obiettivo. I saloon erano scomparsi.

[...]


America?


Tutti i non americani concordano sul fatto che l'America sia stupida. Del resto, anche numerosissimi americani concordano sul fatto che l'America sia stupida in una maniera del tutto peculiare, come un cugino che ti mette in imbarazzo a un matrimonio di famiglia. La stupidità americana è famosa, e di natura molto speciale. È una stupidità unica, che permette loro di mandare un tizio sulla Luna (e di riportarlo successivamente a casa). È un genere di idiozia che è riuscito a produrre un terzo dei premi Nobel della storia. È quell'imbecillità sbavante che li ha resi il paese più ricco e potente al mondo in campo economico, militare, culturale e politico. La stupidità americana riesce spesso, in realtà, ad apparire misteriosamente simile all'intelligenza americana, ma non è questo il caso, perché se gli americani non fossero tutti cronicamente, straordinariamente e adopelagicamente stupidi, noi non avremmo più la possibilità di sentirci superiori.

Ma limitiamoci al proibizionismo e cerchiamo di capire se quest'idea, in sé e per sé, può essere un esempio della specificità della cretineria americana.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 273

Epilogo


Nella Fattoria di Orwell, gli animali si ribellano perché il signor Jones, il fattore, era un ubriacone. Nel finale, sbirciano dalla finestra e scorgono i maiali che bevono birra: in quell'istante si rendono conto che i suini sono diventati umani.

È la stessa storia raccontata dall' Epopea di Gilgameš 4000 anni fa.

[...]

Ma che cos'è l'ubriachezza? Che cos'è quest'immortale ambizione umana? È una costante caratterizzata da ben poche costanti. Ci sono, più che altro, personaggi ricorrenti. C'è l'uomo forte che riesce a bere e bere senza mai sbronzarsi - Socrate, Confucio e in parte anche Stalin -, e dall'altro lato c'è l'uomo forte che è perennemente ubriaco - Pietro il Grande, Odino, Babur, e con loro Alessandro Magno, che conquistò il mondo conosciuto immerso in una sorta di foschia.

Ci sono le bevute di transizione. Beviamo per passare da uno stato a un altro. Beviamo per sancire il termine della giornata di lavoro, o la fine della settimana lavorativa o, se fossimo membri della tribù etiope dei suri, berremmo per stabilire l'inizio della giornata lavorativa. Loro la mettono in questi termini: «Dove non c'è birra, non c'è lavoro». Beviamo ai battesimi, beviamo ai matrimoni, beviamo ai compleanni e beviamo ai funerali. E, ogni volta, bere significa qualcosa; significa che il vecchio ordine delle cose è sparito e che un mondo nuovo e un po' barcollante è arrivato. Gli iteso del Kenya hanno un piccolo e godibile rituale che riguarda i neonati. Dopo che il nome è stato scelto, la nonna immerge un dito nella birra e lo appoggia sulla bocca del bambino. Se il bambino lo succhia, quel nome sarà valido per sempre.

Si beve per evasione. Nel «terzo luogo» che gli antropologi individuano nella taverna, nel saloon o nella kabak.

[...]

William James , comunque, ha saputo dirlo ancora meglio di così: «La sobrietà sminuisce, distingue e dice no; l'ubriachezza espande, unisce e dice sì».

L'ubriachezza è una montagna di contraddizioni perché dice di sì a tutto. A volte è istigatrice di violenze e a volte di pace. Ci fa cantare e ci fa dormire. Per i greci era una prova di autocontrollo, per gli uomini del Nord era l'origine della poesia, sia di quella bella sia di quella brutta. È la gioia dei re ed è la loro rovina. È il conforto dei poveri e la causa della povertà. Per i governi, è motivo di rivolta e fonte di guadagno. È un'affermazione di virilità, è la privazione della virilità, è uno strumento di seduzione e un'allegra matrona. L'ubriachezza è piaga e assassinio, un dono degli dèi. L'ubriachezza è un modo di esperire Dio ed è a sua volta una divinità.

Ecco perché esisterà sempre.

| << |  <  |