Copertina
Autore Valter Giuliano
Titolo La mia sesta vita
SottotitoloReinhold Messner ci guida nei suoi musei
EdizioneVivalda, Torino, 2012 , pag. 176, ill., cop.fle., dim. 17x24x1,1 cm , Isbn 978-88-7480-178-7
LettoreGiorgia Pezzali, 2012
Classe musei , montagna
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


    PRESENTAZIONE                         7
    di Reinhold Messner

    PREFAZIONE                            9
    di Valter Giuliano

    IL QUINDICESIMO OTTOMILA             13
    Mord am Unm÷glichen /
    L'assassinio dell'impossibile        31


< 1 MMM FIRMIAN

    IL RAPPORTO UOMO - MONTAGNA          35
    Gli interventi architettonici        69
    Firmian: Werner Tscholl

< 2 MMM JUVAL

    IL MITO DELLA MONTAGNA               73
    Gli interventi architettonici        96
    Juval: Karl Spitaler

< 3 MMM DOLOMITES

    IL MUSEO NELLE NUVOLE               101
    A Cibiana l'arte sui muri           111
    Gli interventi architettonici       112
    Monte Rite: Faccio - Siviera

< 4 MMM ORTLES

    ALLA FINE DEL MONDO                 119
    Gli interventi architettonici       130
    Solda: Arnold Gapp

< 5 MMM RIPA

    L'EREDITA DELLE MONTAGNE            133
    Gli interventi architettonici       153
    Ripa: Studio EM2


    OLTRE LA SESTA VITA                 159

    VIAGGIO IN UN SOGNO                 166
    CHE SI ╚ FATTO REALT└

    INFORMAZIONI PER LA VISITA          168
    Istruzioni per l'uso


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 4

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

PREFAZIONE

di Valter Giuliano


Reinhold Messner non è un uomo comune.

E non solo per le imprese alpinistiche che lo hanno messo, meritoriamente, al vertice dell'alpinismo.

I suoi exploit sportivi sono certamente frutto di allenamento, ricerca del limite delle prestazioni fisiche. Ma anche, o soprattutto, disciplina mentale. E scelte conseguenti.

Può far sorridere il titolo di questo volume. Infatti, è segnale della grande autoironia di Reinhold che, nonostante sia personaggio di fama mondiale, continua a mettersi in gioco. Anche quando la sfida non è la Natura ostile o la Montagna inavvicinabile.

Reinhold Messner ha saputo vincere sfide altrettanto impegnative: l'ignoranza, il pregiudizio, l'invidia, degli uomini e delle istituzioni cui si sono affidati.

Ha deciso di confrontarsi anche con queste, accettando di sedere nel Parlamento Europeo.

L'ho conosciuto prima, l'ho meglio compreso allora.

E ho cercato di rappresentare al meglio la sua impresa museale che non può prescindere da una conoscenza, almeno sommaria, della persona, delle sue idee e convinzioni, della sua visione del mondo.

Ne è nata questa guida impropria, costruita sulla narrazione di ciò che possiamo ammirare ma anche di ciò che rappresenta l'indelebile impronta di chi ha voluto questi cinque nuclei museali.

Visto il timbro non trascurabile che nel sistema del MMM rappresentano i contenitori architettonici, per ogni museo si dà conto dell'intervento degli architetti che sono intervenuti sulle strutture assecondando le idee progettuali di Messner.

Quanto agli allestimenti, museologi e museografi avranno forse alcuni motivi per storcere il naso.

Gli standard sono rispettati, ma regole e parametri sovvertiti, in una interpretazione forte di personalità. Capace, forse, di nuovi stimoli e sollecitazioni che consentiranno di individuare percorsi innovativi anche per le discipline museali.

D'altra parte sono molte le nuove vie che Reinhold ha aperto.

Chissà che questa non possa essere un'altra.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 13

IL QUINDICESIMO OTTOMILA


Alle origini di questa avventura fu il martello di Paul Preu▀, la cosiddetta "piccozzetta".

«Disse: "Vorrei arrampicare senza chiodi"; in realtà ne piantò probabilmente solo un paio nella sua vita finita tragicamente in un incidente in montagna nel 1913.

Ma li piantò, per questo portava sempre con sé il suo piccolo martello.

Quello che mi regalò mio padre e che aveva fatto forgiare dal fabbro del paese era enorme: aveva un manico di trenta centimetri e pesava il doppio di qualsiasi attrezzo simile allora disponibile in un negozio di articoli sportivi. Era essenziale, serviva solo a piantare chiodi, ma funzionava sempre».

Per Reinhold Messner il martello di Preu▀ è stato forse solo il pretesto per dare compiutezza a un sogno nato con lui.

La promessa fatta, non certo giuridicamente quanto moralmente, a una nobildonna di Vienna, fece scattare il progetto grandioso che egli stesso ha definito di volta in volta "la mia sesta vita" piuttosto che "il mio quindicesimo Ottomila": l'articolata rete del Messner Mountain Museum.


«L'idea di questo sistema museale è maturata molto lentamente. Quando nel 1965, giovanissimo, e ancora molto na´f, scrissi sul quotidiano sudtirolese Dolomiten L'assassinio dell'impossibile, ricevetti non senza sorpresa una lettera proveniente da Vienna: "In gioventù sono stata l'amante di Paul Preu▀ - confessava una signora novantaseienne, di cui non ho mai scordato il nome - e quello che ha scritto sono le stesse cose che lui pensava e diceva...". Paul Preu▀ è il mio mito per quel che riguarda l'arrampicata su roccia; sin da giovane ne sposai incondizionatamente la filosofia. Hermann Buhl è il mio eroe come alpinista d'alta quota, mentre Ernest Shackleton rappresenta il più alto punto di riferimento per il ghiaccio.

Con mano progressivamente più incerta, al punto che decifravo con sempre più difficoltà la sua grafia, mi scrisse ancora negli anni successivi sino a che arrivò una lettera in cui annunciava: "Sto per morire: le lascio il martello di Paul Preu▀ con il vincolo di consegnarlo, alla fine della sua vita, a chi la pensa come lei; oppure di metterlo in una struttura museale a disposizione di tutti".

Per anni conservai in cantina il martello-reliquia che mi fu generosamente donato.

Nel mio cuore l'impegno che mi ero assunto.

Finché giunse il tempo e l'opportunità di allestire a Solda il piccolo museo "Alpine Curiosa. Curiosità alpinistiche".

Nel frattempo continuai ad alimentare la mia passione di collezionista recuperando materiali legati all'alpinismo e alla montagna, in giro per il mondo.

Fu così che i materiali aumentarono velocemente».


L'incontro con un Reinhold Messner rilassato e cordiale a Castel Firmiano, in quello che è diventato il cuore pulsante di una nuova avventura, ci permetterà di meglio comprendere le motivazioni e le finalità che lo hanno mosso in questa impresa.

Siamo nella taverna, davanti a un bicchiere di Pinot nero che arriva dalle sue vigne di Juval. Sul tavolo in legno gli eleganti tovaglioli di carta grigio ardesia con il logo e l'indicazione "Firmian" e in basso la scritta "Messner Mountain Museum".

Segni di una cura speciale, la stessa che Reinhold ha sempre profuso nel preparare le sue spedizioni; quella che gli ha garantito il successo.

«Ho avuto diverse esperienze, nella mia vita; le sto riversando tutte in un'impresa con la quale conto di restituire, alla comunità mondiale, quanto ho avuto e raggiunto per trasmettere la mia idea di montagna. Lo strumento che ho scelto per questa rappresentazione è il sistema museale che ho chiamato "Messner Mountain Museum"». Cinque occasioni di conoscenza e approfondimento che conducono il visitatore a ogni altitudine e latitudine per esplorare ambienti estremi e per comprendere i motivi reconditi che hanno spinto e continuano a spingere gli uomini ad affrontare fatiche e rischi immani per frequentarli e svelarne i segreti.

Non si tratta solo di conoscenza scientifica, che spesso funziona da grimaldello per giustificare le imprese, quanto di desiderio inconfessato di confrontarsi con i propri limiti, di una necessità psicologica che permette un confronto, senza rete, con se stessi.

«Voglio comunicare le avventure che ho vissuto e le sensazioni che ho provato ai margini estremi del mondo e presentare coloro che hanno condiviso con me momenti fatti di paura, a volte di vera e propria disperazione.

Ma anche quelli segnati dall'entusiasmo, dalla gioia, dall'euforia del ritorno.

Vere e proprie rinascite avvenute dopo essermi messo in gioco con ambienti ostili in cui la natura non ha certo previsto la presenza dell'uomo.

Come ho piacere di condividere il continuo desiderio di sfide, di nuovi obiettivi, di confronti sempre più impegnativi che mi ha segnato fin da piccolo: credo non appartengano solo a me, come individuo, ma siano uno dei caratteri della specie umana.

Oggi la sfida che ho nuovamente posto a me stesso è proprio quella di esprimere il mio punto di vista sulle montagne del mondo, i loro pericoli, la loro grandezza, il loro fascino attrattivo, i loro misteri. Alla fine, nei cinque nuclei che costituiscono le tessere del mosaico del mio Museo della montagna si può fare un percorso di conoscenza al tempo stesso fisica, geografica, alpinistica, culturale, spirituale.

Una sorta di viaggio o di pellegrinaggio che consente, se si è capaci di porsi in sintonia con questa particolare e specifica lunghezza d'onda, di comprendere i valori di cui tutte le montagne del mondo sono portatrici da sempre: l'eternità, nonostante anch'esse si trasformino; il pericolo, temuto da tutti; la lentezza, di cui tutti abbiamo sempre più bisogno».

Non aspettatevi dunque soltanto musei dedicati alle attività per le quali il Re degli Ottomila è famoso: arrampicata, alpinismo, esplorazione, che pure sono presenti secondo la sua originale lettura e il suo particolare punto di vista.

I Messner Mountain Museum sono molto di più: il segno tangibile di un uomo che non smette di progettare, di comunicare la sua passione, il suo amore per le terre alte del Pianeta e che continua a prodigarsi per coglierne ogni segreto, per farsi un tutt'uno con esse.

Reinhold Messner è fatto così.

Forgiato e formato sin dall'infanzia a San Pietro, nella Valle di Funes, dal rapporto con il profumo intenso del fitto bosco all'ombra delle Odle piuttosto che dall'aria che sa di erba bagnata o di fieno lassù a malga Gschmagenhart, nel mezzo del prato ai piedi dei giganteschi campanili di roccia strapiombante che lo hanno tentato sin da ragazzo.

«A dodici anni ho salito la parete est della Piccola Fermeda, scoprendo la felicità di un mondo che improvvisamente mi si rivelava al di là degli spazi, pur ampi, della mia vallata. Era una vita all'aria aperta, ma con i miei fratelli curavamo l'allevamento di polli e dovevamo procurarci sia l'acqua che la legna da ardere. Ho sempre sognato di tornare in quel luogo, al punto che poi comprai due vecchie baite semidistrutte che trasformai in una mia piccola dimora. Quello fu anche il luogo dell'iniziazione all'arrampicata, sotto la guida attenta di papà».

La montagna è dentro di lui e l'alpinismo non è stato altro che la risposta a un richiamo atavico, tentazione cui non ha saputo resistere e che ne traccerà i destini.

La sua prima vita è stata tutta in verticale.

Ben presto la sua attività si arricchì di una base filosofica e di un pensiero che lo portò a imporsi per una tensione forte verso la trasgressione. Cercare di superare i limiti non fu più solo un gesto sportivo e tecnico: era necessario andare oltre le regole imposte dal ben pensare, non sempre coincidente con il bell'agire; bisognava trovare la forza di frantumare le ipocrisie.

Un uomo avviato al successo, che sceglieva la sua strada senza lasciarsela imporre da nessuno, con il coraggio di fare scelte e di assumersene sino in fondo la responsabilità. Compresa quella di cercare gli sponsor per sostenere i suoi sogni destinati a diventare imprese considerate impossibili e in grado di affermare, pur fortemente criticato, quella che sarebbe diventata la normalità.


C'è anche questo, se si sa leggere oltre l'apparenza esplicita, nel suo sistema museale.

In questo volume vogliamo farvelo visitare nei dettagli accompagnandolo, il più possibile, dalle riflessioni che abbiamo raccolto e da quelle che Messner consegna ai messaggi che costellano ogni percorso di visita, in maniera da trasformare la visita in un vero e proprio racconto.

«Li ho chiamati musei per fare riferimento al museion dei Greci, un luogo in cui studiosi e scienziati si incontravano per consacrare le loro attività intellettuali alle muse protettrici delle Arti. Ma il museo della montagna che ho realizzato è del tutto diverso dalla concezione tradizionale che abbiamo di queste istituzioni. A partire dal fatto che è sparso su tutto il territorio, perché ogni sezione in cui si sviluppa sia pienamente immersa nella tematica di cui tratta.

A Castel Firmiano c'è il centro del sistema, che raccoglie una sorta di indice del tutto: le religioni delle alte montagne, la caverna usata prima di salire sulle cime, la storia dell'alpinismo, le "montagne chiave" - Cervino, Monte Bianco, Everest... - di tutto il mondo, e anche il degrado delle montagne che in centinaia di milioni di anni finirà per ridurle a deserto.

Intorno a questo centro ruotano quattro satelliti.

Il primo, a Solda, al cospetto dei ghiacciai dell'Ortles in una struttura sotterranea - sorta di ghiacciaio dentro la montagna - è dedicato agli ambienti estremi, alla fine del mondo, al ghiaccio, e ospita opere d'arte di grande qualità.

Il secondo nelle Dolomiti, sulla cima del Monte Rite in Cadore, in una posizione bellissima dove è stata recuperata una struttura della Prima guerra mondiale che nessuno sapeva come utilizzare; l'ho dedicato alla rappresentazione artistica delle Dolomiti dal Romanticismo a oggi, con oggetti e attrezzi appartenuti ai grandi alpinisti che hanno svolto la loro attività sulle pareti delle Alpi orientali.

Poi c'è Juval, il mio castello, dove Otzi aveva il suo luogo di culto: andava lì non per pregare come intendiamo oggi, ma a cercare il suo rapporto con la Divinità; è il luogo giusto per parlare di tutte le montagne sacre del mondo, dal Kailash al Fujiyama, e sviluppare i temi della sacralità e del rapporto con il mito.

Infine l'ultimo nucleo, nel castello di Brunico, dedicato ai popoli montanari di tutto il mondo, dall'Himalaya, alle Ande, alle Alpi - dove prendo l'esempio dei walser - in cui viene illustrato in modo divulgativo ciò che facevano e fanno, per poter vivere e sopravvivere in altitudine.

Racconto l'incontro dell'uomo, della gente, con le montagne in una visione globale e con un punto di vista mondiale. I popoli locali erano già lì, infatti, molto prima dell'alpinismo e del turismo e dunque sono le popolazioni che vanno messe al centro del mio racconto. La conquista delle montagne e la storia dell'alpinismo rappresentate nei musei, pur molto importanti, sono sicuramente, ad esempio, di gran lunga meno significative della storia delle religioni che hanno le loro origini in altitudine, con Mosè che riceve le tavole della legge sul Monte Sinai o Buddha che medita sull'Himalaya.

Per sviluppare questo racconto ho immaginato una struttura molto elaborata».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 31

MORD AM UNMÍGLICHEN

L'assassinio dell'impossibile

da Dolomiten, 1965


Che cosa ho, personalmente, contro le «Direttissime»? Ma proprio nulla; anzi. La "via della goccia cadente" è una cosa quanto mai logica, e del resto è sempre esistita; purché, però, la montagna la ammetta. Ma a volte la fessura continua più a sinistra o più a destra; e allora è dato di vedere gli scalatori - quelli della prima ascensione, intendo - procedere diritti come se nulla fosse: piantando, ovviamente, chiodi a espansione.

Ma perché passare proprio di là, e in quel modo?

«Per la libertà», dichiarano; e non s'accorgono di essere schiavi del filo a piombo.

Si ha orrore delle deviazioni. «Davanti alle difficoltà, la logica non comanda di aggirarle, ma di vincerle» - dichiara Paul Claudel. ╚ quel che dicono pure i protagonisti delle direttissime, i quali sanno già in partenza che l'armamentario di cui sono forniti consentirà loro di superare qualunque ostacolo.

Essi parlano dunque di problemi che non esistono più.

Potrebbe la montagna arrestarli con difficoltà inattese?

Sorridono: quei tempi sono passati da un pezzo! (il che, purtroppo, risponde a verità).

L'impossibile in montagna è stato eliminato, ucciso dalle direttissime.

Le direttissime non sarebbero di per sé un gran male, se lo spirito che le informa non si fosse propagato a tutta l'arrampicata.

Ecco qui uno scalatore in parete.

Mette i piedi nelle staffe; tutt'intorno, nient'altro che roccia gialla strapiombante. Sta facendo un foro sopra l'ultimo chiodo; è già stanco, ma non rinuncia: ha ancora cinque giorni di ferie!

Chiodo su chiodo, avanza caparbio: vuole imporre alla parete la sua via, e null'altro. Il chiodo a espansione è divenuto una cosa ovvia: lo si tiene sempre a portata di mano, per l'eventualità che non si riesca a passare con i mezzi ordinari. L'arrampicatore di oggi non vuole precludersi la via della ritirata, e si porta appresso il coraggio nel sacco, in forma di ferramenta.

Le pareti non vengono più vinte in arrampicata, bensì umiliate con un lavoro manuale e metodico, una lunghezza di corda dopo l'altra, e quel che non si fa oggi si farà domani.

Le vie di arrampicata libera sono pericolose, perciò ci si cautela piantando chiodi.

La volontà non fa più assegnamento sulla capacità, ma sugli attrezzi e sul lungo tempo disponibile. Non è più il coraggio, bensì la tecnica il fattore decisivo; l'ascensione può durare giorni e giorni, i chiodi si contano a centinaia.

Il ripiegare diventa disonorevole, poiché ormai tutti sanno che con i chiodi a espansione e con la costanza si viene a capo di tutto, anche della più repulsiva "direttissima".

Un tempo, la storia dell'alpinismo si scriveva sulle muraglie di roccia con la penna simbolica dell'ardimento; oggi, si scrive con i chiodi.

Mutano i tempi, e con essi le concezioni e i valori.

L'assicurazione strumentale ha preso il posto della sicurezza interiore, la bravura di una cordata si valuta in base al numero dei bivacchi, mentre il coraggio di chi arrampica ancora in "libera" viene squalificato come manifestazione di incoscienza.

Chi ha intorbidito la fonte pura dell'alpinismo?

Forse, i primi volevano soltanto avvicinarsi ancora di più al limite del possibile: oggi, invece, ogni limite è svanito, cancellato.

In principio non sembrava una cosa grave, ma sono bastati dieci anni per eliminare dal vocabolario alpinistico la parola "impossibile".

Progresso?

Oggi, a dieci anni dagli inizi, molti non fanno più nemmeno caso a dove piantano i chiodi a espansione, se su vie nuove o su quelle classiche.

Si fora sempre di più e si arrampica sempre di meno.

L'impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l'eroe Sigfrido è disoccupato.

Ognuno si lavora la parete piegandola con il ferro alle proprie possibilità.

Taluni l'avevano previsto da tempo, ma continuarono tuttavia a forare, sulle direttissime e altrove, finché persero il gusto dell'arrampicare: perché osare, perché rischiare, quando si può procedere in perfetta sicurezza?

Divennero allora i profeti della direttissima: «Non perdete tempo sulle vie classiche, imparate a forare, imparate a servirvi di staffe e cordini. Fatevi furbi, raggirate la montagna con qualunque mezzo se volete avere successo. L'era delle direttissime è appena iniziata, ogni cima attende la sua via del filo a piombo: non c'è fretta, tanto la montagna non può fuggire né difendersi».

«Hai già fatto la direttissima? E la superdirettissima? No?».

Questo è il criterio con cui si misura oggi il valore alpinistico.

E allora il giovane va, si arrabatta lungo la scala di chiodi e poi chiede al prossimo venuto: «Hai già fatto la direttissima?».

Chi non sta al gioco viene deriso se osa pronunciarsi contro l'opinione corrente. La generazione del filo a piombo si è ormai affermata e, senza tanti riguardi, ha ucciso l'impossibile. Chi non vi si oppone si rende complice dell'assassinio, e quando poi gli alpinisti apriranno gli occhi e si accorgeranno di quel che è venuto loro a mancare, sarà troppo tardi: l'impossibile, e con esso l'ardimento, sarà sepolto, marcito e dimenticato per sempre.

Non tutto è ancora perduto, ma "essi" torneranno all'assalto; e se non saranno i medesimi, saranno altri come loro. Faranno un gran chiasso già molto tempo prima di attaccare, e ogni ammonimento sarà di nuovo inutile. Avranno l'ambizione, avranno una lunga vacanza, ed ecco che qualche nuovo "ultimo problema" sarà di nuovo risolto...

Lasceranno al rifugio, come storico documento, altre fotografie con una fila di puntini in linea retta, dalla base alla cima; e in parete, qualche centinaio di chiodi.

Stampa e radio ci informeranno ancora che l'impossibile è stato superato...

Se qualcuno è già indotto a pensare ad una possibile regolamentazione, vuol dire che la situazione è seria; ma noi giovani non vogliamo alcun codice alpinistico: «Noi vogliamo trovare lassù i giorni ardui, nei quali non si conosca al mattino la ricompensa della sera». Fino a quando ci sarà ancora data questa possibilità?

Io mi preoccupo per il drago ucciso: dobbiamo fare qualcosa prima che l'impossibile venga del tutto sotterrato.

Noi ci siamo cacciati a furia di chiodi sulle pareti più selvagge: la prossima generazione dovrà sapersi liberare da tutta questa zavorra.

Noi abbiamo imparato a salire lungo la via del filo a piombo, quelli che verranno dopo dovranno tendere nuovamente alle cime per altre vie.

La cambiale sta per scadere, dobbiamo ritrovare il limite del possibile: dovrà pur esserci questo limite, se vorremo avvicinarci ad esso con la virtù dell'ardimento! E mai più dovremo abbatterlo, neanche se ci sarà impossibile raggiungerlo!

Dove ci potremmo rifugiare, altrimenti, per sfuggire all'oppressione del grigiore quotidiano? Sull'Himalaya? Sulle Ande?

Sì, anche là se ci sarà possibile: ma per la maggioranza non ci saranno che le vecchie Alpi.

Salviamo dunque il drago; e, in avvenire, proseguiamo sulla via indicataci dagli uomini del passato: io sono convinto che sia ancora quella giusta!

Calza gli scarponi e parti.

Se hai un compagno, porta con te la corda ed un paio di chiodi per i punti di sosta, ma nulla di più.

Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro, nel caso che io m'incontri con l'impossibile.

Non ucciderò il drago; ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere senza macchiarci d'assassinio.

REINHOLD MESSNER

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 35

MMM FIRMIAN


IL RAPPORTO "UOMO - MONTAGNA"

Il cervello e il cuore pulsante di tutto il sistema dei Messner Mountain Museum è a Castel Firmiano, un'altura che guarda a sud verso Bolzano da una posizione strategica, lambita dall'autostrada del Brennero, penetrata dalla Merano - Bolzano attraverso un tunnel. Dalle sue mura lo sguardo spazia a est verso lo Sciliar, a nord verso il Gruppo di Tessa, sopra Merano.

Al loro interno si racconta la visione della montagna che piano piano si è formata nella mente e nel cuore di Reinhold Messner. Attraverso le imprese, le avventure e le esperienze vissute in ogni angolo del mondo è maturata una concezione dell'alpinismo e della montagna già esposta, approfondita e puntualizzata in una ormai vasta opera letteraria.

Qui interpretata attraverso la museologia e la museografia assume, tuttavia, una dimensione diversa che non richiede il tempo della lettura, ma la stessa concentrazione e disponibilità sì.

Si tratta di un percorso denso di significati e di spunti di riflessione che certo non si possono esaurire in un'unica visita.

A Castel Firmiano è d'obbligo tornare.

Trovare il tempo con la certezza che non lo si sarà affatto sciupato.

Gli stimoli sono infiniti, e ogni rivelazione che giunge all'occhio stupisce lo spirito e apre verso nuovi terreni di scoperta.

Castel Firmiano è nello stesso tempo la summa e l'indice del pensiero messneriano, tutto programmato e messo in mostra secondo la sua interpretazione e la sua capacità visionaria.

Ceterum censeo culturam montium esse saervandam, scrive Reinhold Messner nel trave d'acciaio sotto la bacheca che allinea la serie completa dei manifesti dei nuclei che compongono il suo MMM.

Non è previsto un percorso obbligato. Ognuno lo può costruire da sé, esplorando gli oltre 1100 metri quadrati di esposizione in cui si snodano tanti capitoli che possono essere letti singolarmente e che alla fine compongono il libro riassuntivo della montagna di Messner: nessuna pedante spiegazione didascalica, solo frasi e citazioni letterarie e filosofiche, attentamente selezionate da Reinhold, a commento del percorso e specificatamente scelte a seconda dei pezzi esposti.

Disegni e quadri, sculture, oggetti simbolici delle montagne del mondo, fotografie, numerosi ricordi di vari alpinisti e delle sue spedizioni in ogni angolo del Pianeta.

Tutto gira intorno ai resti di una cappella del X secolo, inaccessibile alla sommità del monte di basalti rossi su cui fu costruito il castello, quasi una montagna sacra a ricordare il Kailash dei Tibetani.

Il percorso ad anello della visita, metafora della kora tibetana, le gira intorno.

Proprio qui, durante i lavori, è emersa una tomba neolitica risalente a 6-7000 anni prima di Cristo.

La visita del MMM Firmian è una sorta di piccolo trekking di scoperta che attraverso salite, discese, scale, conduce in un particolare mondo a parte, sospeso sulla Valle dell'Adige, sulla piana urbanizzata di Bolzano e su un orizzonte in cui l'occhio traguarda verso il Gruppo di Tessa e lo Sciliar, con le Torri del Vajolet, terreno di esordio alpinistico per quello che è, qui, il nuovo castellano. Un percorso che si snoda rivelando a ogni angolo e a ogni sala nuove sorprese, sollecitazioni, suggerimenti.

All'ingresso l'accogliente biglietteria con bookshop dà il benvenuto al visitatore che incontra, salendo, lo spazio caffetteria e ristorante con tavolini nel cortile interno del castello; al piano superiore gli spazi climatizzati per le mostre temporanee.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 80

Dopo di lui la corrosione del tempo e dell'abbandono ridusse nuovamente in rovina l'intero complesso, sino al momento in cui, magicamente attratto da questo luogo, Reinhold Messner decise di investire le sue forze per restituirlo a una nuova stagione di vita privata e di pubbliche frequentazioni.

Inutile dire che l'intervento di Messner, coadiuvato dall'architetto Karl Spitaler, ha mantenuto l'originaria atmosfera di un mondo autosufficiente, in cui ogni spazio residuale destinabile alla coltura fu ingegnosamente ed economicamente utilizzato, come dimostrano gli orticelli sostenuti dai muretti a secco ricavati tra le nicchie di roccia.

Oggi anche gli spazi esterni sono ornati, con discrezione, da sculture provenienti da India, Nepal e Tibet; il primo cortile consente di radunare i turisti per le visite guidate. Da qui l'itinerario si snoda tra stanze e cortili di straordinario fascino, costellati da cimeli che raffigurano esseri divini legati alle diverse interpretazioni della spiritualità del mondo. Presenze a volte inquietanti, altre volte rassicuranti che paiono tenere il visitatore sotto discreta osservazione da ogni angolo del castello, siano esse appollaiate sulle vecchie bastionate piuttosto che in nicchie a parete che paiono fatte apposta per accoglierle.

Una maestria dell'allestimento che offre la sensazione di una scoperta continua, disvela la complessità di un tema, quello che Messner ha sviluppato in questo luogo, e non può certo lasciare indifferenti.

«Il tema della spiritualità l'ho accennato già nel bastione Nord di Castel Firmiano, ma a Juval viene sviluppato e approfondito a partire dal tema delle montagne sacre.

Sono partito dalla constatazione che tutte le religioni monoteiste hanno a che fare con le montagne: Mosè riceve le tavole della legge sul Monte Sinai; Maometto viene dal Monte Hira dove Allah gli consegna la sapienza; Buddha medita sull'Himalaya, lo stesso Milarepa fu mandato dal suo maestro Marpa a meditare per un anno nella caverna d'alta montagna.

Il cielo sta sempre in alto. L'uomo, dal di sotto, vive la sensazione che lassù c'è la supervisione. In tutte le religioni il cielo è sopra e la sapienza viene dall'alto; dunque chi sta in alto ha una visione superiore. Al di là di quell'orizzonte, come al di là della montagna e sopra essa, c'è anche il mistero. Che è sempre oltre l'orizzonte; al di là della montagna e al di sopra. Questo "oltre" lo percepiamo solo nella nostra mente: come Zarathustra, Mosè, il Buddha, Marpa o Milarepa. Le loro storie sono risposte per domande da sempre inespresse.

Ho voluto e tentato di raccontare queste storie a Juval, dove sento e vorrei far rivivere la dimensione religiosa, la stessa sensazione percepita dalle popolazioni locali di fronte alle montagne sacre che da secoli emanano una forte irradiazione: Olimpo, Ararat, Sinai, Ayers Rock, Fuji, Gunung Agung. Non sono le più alte e neppure le più belle, eppure sono cime che donano una visione d'insieme e simboleggiano l'oltre».

Lungo il percoso non lasciano indifferenti le citazioni sparse qua e là, con calcolata casualità; leggo da: "La montagna come mito":

Questa roccia e questo castello sono parte del MMM. Reinhold Messner dedica questo luogo al mito della montagna. Come per gli Inca le vette delle Ande, per gli sherpa il Sagarmatha (l'Everest) e per i tibetani il Kailash, per noi Juval e le montagne circostanti sono sacri. Al di là della nostra capacità di comprendere.

E ancora:

Non solo gli animali e gli alberi, ma anche le rocce e i luoghi hanno un'irradiazione e quindi un'anima. A Juval c'è l'anima delle Ande, dell'Himalaya, delle Montagne Rocciose e delle Alpi e insieme quella delle montagne dell'Africa orientale e dell'Australia. Le montagne vanno comprese anche per quei significati di cui noi stessi le abbiamo impregnate. In ogni parte del mondo.

Come per gli altri musei del sistema creato da Messner queste frasi, disseminate lungo il percorso, aiutano ogni visitatore a comporre una sorta di propria guida personale, in cui gli oggetti, i materiali, le opere d'arte si inseriscono per la loro capacità di comunicare, insieme alla loro bellezza estetica, specifiche occasioni di riflessione.

E non manca l'ironia che incontriamo nei pressi dell'ingresso alla Torre Sud, dove la didascalia recita:

╚ qui che Reinhold Messner precipitò nel 1995, di notte, tornando a casa. Frattura del calcagno! Da allora lo scalatore è invalido. Ma non inoperoso. Il suo interesse lo dedica ai miti e alle montagne sacre.

«Dopo essere sfuggito, quell'anno, alla collisione dei ghiacci al Polo Nord e alle tempeste del Monte Belucha in Siberia, finii in trappola proprio a casa mia. L'incidente avvenne di notte, al buio, sotto la pioggia. Eravamo rimasti senza chiavi e i bambini sentivano freddo. Avevo superato in arrampicata quel muro parecchie altre volte, ma sono scivolato e non ho potuto vedere dove sarei atterrato».

Quattro metri di caduta, fratture del tallone destro, rotture del malleolo: questa la diagnosi. A monte la spedizione in Antartide che stava organizzando con Victor Bioyarsky e il fratello Hubert, con la cura della logistica e organizzazione da parte di Victor Serov. Anche la lavorazione del programma RAI "Le Alpi di Messner", uno dei primi dedicati dal servizio pubblico radiotelevisivo alla montagna e all'alpinismo, subisce un'interruzione.

L'episodio, in realtà, fu effettivamente di una certa gravità.

Ma non impedirà a Reinhold di essere in Tibet già l'anno successivo salendo un Seimila e percorrendo il periplo del Kailash, montagna sacra dei tibetani; e, negli anni successivi, di tornare sul Nanga Parbat (2000), di salire ancora il Cotopaxi (2002) e di fare le traversate del Deserto dei Gobi (2004) e dello Hielo Continental Norte (2006), anche se: «Per un periodo piuttosto lungo ho sofferto di dolori piuttosto acuti a causa di quell'imprudenza».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 133

MMM RIPA


L'EREDIT└ DELLE MONTAGNE

Il castello di Brunico, fatto erigere da Bruno von Kirchberg sulla collina meridionale del noto centro della Val Pusteria, si affaccia a balcone sulla città vescovile e sul bel centro storico rimasto in gran parte conservato. Il suo suggestivo aspetto magico è accentuato dalla splendida cornice verde di alberi imponenti.

In ognuna delle situazioni in cui si articola il Messner Mountain Museum il valore paesaggistico è sempre stato fortemente ricercato e, sommato al valore culturale del progetto, lo rende unico nel suo genere.

Al castello di Brunico, dal luglio del 2011, è visitabile l'ultima tessera del complesso mosaico attraverso cui il forte scalatore ha voluto raccontare il suo rapporto con le montagne attraverso le popolazioni che le abitano e che in gran parte ha incontrato.

Il nuovo Messner Mountain Museum porta il nome "Ripa".

In lingua tibetana "ri" sta per montagna e "pa" per uomo, dunque uomo di montagna in ossequio al tema prescelto che è proprio quello dei popoli delle montagne del pianeta. Un tema più volte affrontato con i volumi, Vita fra le pietre. Popoli montanari nel mondo, prima che soccombano (Athesia Bolzano 1976) e Popoli delle montagne (Bollati Boringhieri Torino 2001) redatto a seguito di una specifica ricerca - nel corso della quale si soffermò su ben sessanta popoli delle montagne - eseguita in occasione dell'Anno Internazionale delle Montagne.

╚ l'ultimo capitolo del progetto di Reinhold, che in questo caso ha voluto focalizzare l'attenzione su ventidue popoli delle montagne per farli conoscere e raccontare le loro visioni del mondo e la loro vita quotidiana attraverso le religioni, le abitazioni, gli oggetti artistici o di artigianato artistico.

Un museo interattivo che in prospettiva sarà luogo di scambio e di incontro tra culture diverse, tra la popolazione autoctona e i diversi popoli provenienti da altre montagne del mondo: «Vorrei portare qui Ś spiega - ogni anno, rappresentanti delle popolazioni alpine del pianeta non per esibirli, ma per farli incontrare con i popoli montanari delle nostre Alpi. In una ventina d'anni impareremo così a conoscere la gente che vive sulle montagne di tutto il mondo».

Appena entrati dal portale tardo gotico a schiena d'asino, datato 1584, in una delle rientranze del cortile accoglie chi arriva la statua del Buddha, a guardia della quale vigilano due leoni delle nevi tibetani.

Superata la biglietteria con annesso book shop, si lascia sulla destra l'originario posto di guardia, in cui è rappresentata la struttura abitativa del Tirolo alpino, per scendere verso l'ingresso a tutto vetro del museo da cui parte il percorso espositivo.

«Ho dovuto insistere molto con la Soprintendenza per avere questa possibilità di accesso che permette di utilizzare anche gli ambienti affascinanti delle cantine storiche - sottolinea Reinhold - ma alla fine mi è stato permesso».

Il tema è quello delle popolazioni nomadi e la suggestione è immediatamente trasmessa dalle orme di uomini e animali impresse nel pavimento in cemento mentre a parete un'installazione mostra l'orma della suola di uno scarpone su un ghiacciaio che nelle profondità, ahimè, mostra un misto di rifiuti non biodegradabili simbolo della moderna società dei consumi.

Nella tipologia che Messner ha scelto per la sua rete museale, i solleciti a riflettere su ciò che sta davanti agli occhi del visitatore giunge sia da installazioni e opere artistiche di questo tipo sia dalla selezione attenta di frasi immaginifiche che scorrono durante la visita accompagnando il visitatore a ogni passo.

Anche in questo caso le lasciamo in una sequenza senza commenti.

Ogni inizio contiene una magia / Dobbiamo attraversare spazi e spazi / senza fermare in alcun dossi il piede / lo spirito universale non vuol legarci / ma su di grado in grado sollevarci. / Appena ci avvezziamo ad una sede / rischiamo d'infiacchire nell'ignavia; / sol chi è disposto a muoversi e partire / vince la consuetudine inceppante.

HERMANN HESSE


Nulla fu più costante del cambiamento.

ROBERT MACFARLANE


Verrà il giorno, in cui l'unico lascito che sorreggerà le stirpi, sarà quello tessuto con le proprie mani - un abbozzo della loro terra e leggenda - , laddove ogni filo simbolizzerà il colore della propria stirpe.

ZIBA ARSHI


Poi è Reinhold a darci la sua personale visione, sotto il titolo "Da dove":

«La mia infanzia tra i contadini di montagna in Sudtirolo e tante spedizioni hanno acuito il mio sguardo sulla forza di sopravvivenza delle culture di montagna e destato la mia curiosità».

A noi ha raccontato così questa esposizione: «Tutto si basa sul fatto che ho vissuto da montanaro nelle Dolomiti, poi durante le spedizioni sono andato sempre dalle genti di montagna del luogo che mi hanno accompagnato sino ai campi base. Il discorso che ho voluto affrontare si sviluppa con percorsi che illustrano via via tutte le popolazioni dal Caucaso (forse la più bella casa che abbiamo acquisito), all'Asia, al Sud America (una sezione è stata riservata agli Inca, popolo che non esiste più) con stanze dove sono ricostruiti i modi di vivere a cominciare dalle architetture, comprese le stanze del vescovo rimaste intatte e che mi hanno offerto lo spunto per affrontare anche in questa sede il tema delle religioni, dunque la cattolica che qui fu ed è di casa, ma anche le esperienze dei musulmani, dei buddhisti, dei lamaisti.

All'inizio mostro le abitazioni dei vari popoli rappresentati poi, mano a mano che si va avanti, questo diventa superfluo, pleonastico; dunque la stanza non vuole più dare conto dell'intera abitazione, rimane solo la porta che serve simbolicamente ad avvertire il visitatore che sta per entrare in un'altra esperienza culturale.

Resta tutto quello che serve per vivere e così mostro il cuore della casa di un popolo con tutti gli utensili che gli sono necessari».

| << |  <  |