Copertina
Autore Aurelio Lepre
Titolo Che c'entra Marx con Pol Pot?
SottotitoloIl comunismo tra Oriente e Occidente
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 2001, Sagittari 130 , pag. 180, dim. 140x210x13 mm , Isbn 88-420-6367-3
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe storia , politica
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Indice


    Introduzione                              V

1.  Le polemiche sul comunismo                3

2.  La rivoluzione nel centro del mondo      13
    l. Da Marx a Pol Pot, p. 13 - 2. Il
    rapporto tra guerra e rivoluzione, p. 19

3.  Il rifiuto di una guerra mondiale        25
    1. Lo sviluppo del capitalismo in
    Inghilterra, p. 25 - 2. La rivoluzione
    della Comune, p. 28 - 3. Il rifiuto di
    Engels della violenza e della guerra, p. 33

4.  La sconfitta della pace                  39
    l. La guerra russo-giapponese e la
    rivoluzione russa, p. 39 - 2. Revisionismo
    e pacifismo, p. 44 - 3. Da Sorel a
    Mussolini: la rivoluzione di destra, p. 49
    - 4. La Grande Guerra, p. 51

5.  La nascita dell'Unione Sovietica         55
    l. La scelta di Lenin, p. 55 - 2.
    L'illusione della rivoluzione mondiale,
    p. 59

6.  La costruzione di una società socialista 67
    1. Dalla rivoluzione mondiale al socialismo
    in un solo paese, p. 67 - 2. Il fallimento
    della rivoluzione in Oriente, p. 70 - 3. La
    guerra di posizione e l'estrema
    concentrazione della politica, p. 74 - 4.
    Il ritorno del passato e il Grande Terrore,
    p. 78

7.  Da una guerra all'altra                  83
    l. Tra sicurezza collettiva e geopolitica:
    la rinascita del nazionalismo russo, p. 83
    - 2. La rivoluzione si sposta in Estremo
    Oriente, p. 90 - 3. La seconda guerra
    mondiale e le sue conseguenze, p. 94 - 4.
    L'Occidente contro l'Occidente, p. 97

8.  Declino e fine del comunismo in Europa  101
    1. L'ultimo progetto di Stalin, p. 101 -
    2. Il progetto di Chruscėv, p. 103 - 3. La
    ripresa e la fine dell'espansionismo
    sovietico, p. 105 - 4. Nazionalismo e
    comunismo nel campo socialista europeo, p.
    107 - 5. Il comunismo nei paesi
    occidentali, p. 108

9.  Comunismo e geopolitica                 115
    l. La definitiva orientalizzazione del
    comunismo: la Cina di Mao Zedong, p. 115 -
    2. La catastrofe del Grande Balzo in
    avanti, p. 117 - 3. La rivoluzione
    culturale e la fine dell'utopia maoista, p.
    121 - 4. La definitiva crisi
    dell'internazionalismo comunista, p. 124

10. Gli ultimi comunismi                    129
    1. Castro e Guevara, p. 129 - 2. Il
    comunismo in Occidente, p. 133 - 3.
    L'ultima frontiera della rivoluzione
    comunista: l'Africa, p. 135 - 4. Il
    nazionalcomunismo, p. 139

11. Marx e l'occidente                      145

    Note                                    157

    Indice dei nomi                         173

 

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Pagina V

Introduzione



Centocinquant'anní fa Karl Marx e Friedrich Engels scrissero nel Manifesto che uno spettro si aggirava per l'Europa: il comunismo. Nel corso del XX secolo lo spettro s'incarnò in un gigantesco sistema politico-sociale, che andava dal cuore dell'Europa ai mari della Cina, e fu in grado di porsi come antagonista di quello capitalistico. Grazie al formidabile apparato bellico dell'Unione Sovietica, sembrò poterne minacciare la stessa esistenza. Ma sul piano economico quel gigante aveva i piedi di argilla e, prima che il secolo terminasse, si sgretolò senza potersi servire della propria potenza militare: la vittoria degli Stati Uniti fu decisa, infatti, dalla loro forza economica. A renderla più completa, anche in Cina il partito comunista sta rinunciando, sia pure per gradi, all'economia collettiva e la sta sostituendo con quella capitalistica, ritenuta in grado di produrre più ricchezza. Nel 2001, due soli paesi si rifanno alla piena ortodossia del comunismo, come è stata intesa a partire da Lenin: Cuba, simbolo di un'orgogliosa povertà, e la Corea del Nord, chiusa in se stessa, bene armata, ma anch'essa fragile per la debolezza della sua economia.

La sconfitta del comunismo, invece di porre fine all'anticomunismo, l'ha alimentato. Gli attacchi odierni sono più violenti che in passato e coinvolgono anche Marx: viene messo sotto accusa non solo il sistema che ha governato per settant'anni l'Unione Sovietica, ma anche il pensiero che l'ha ispirato. Le responsabilità della mancanza di libertà, delle repressioni e dei gulag vengono attribuite a Marx non meno che a Stalin e a Lenin. Si tratta di accuse generiche, perché pochi, tra quelli che lo maledicono, ne hanno letto le opere. E perché dovrebbero farlo, se gli scritti di Marx sono pochissimo frequentati anche dalla sinistra? Quella democratica cerca i suoi modelli nel pensiero liberale e la sinistra che si definisce rivoluzionaria li cerca in un comunismo primitivo, dove si mescolano l'elogio della non violenza e della guerriglia, del pauperismo e dell'egualitarismo, in una sorta di ritorno allo stato di natura.

Se Marx rivivesse oggi, resterebbe inorridito ad apprendere che, in suo nome, furono ammazzati in Cambogia, sotto il regime di Pol Pot, milioni di innocenti. E s'indignerebbe anche a sentir definire comunista la Corea del Nord, trasformata in una grande caserma. Quanto ai milioni di morti provocati in Russia e in Cina dalla trasformazione violenta di società agricole in società industriali, vi troverebbe una conferma della sua tesi sull'impossibilità di costruire il comunismo in un paese economicamente arretrato. Nell'opera di Marx si trovano, infatti, gli elementi utili per comprendere il fallimento del comunismo reale, profondamente diverso dal «regno della libertà», che egli aveva in mente.

L'Eden laico sognato da Marx avrebbe dovuto essere il punto di approdo del massimo livello di sviluppo economico possibile nel capitalismo, il prodotto di una società ricca, che nel comunismo avrebbe trovato il mezzo per diventarlo ancora di più. Marx voleva il benessere per tutti: è stato anche lui il teorico di una affluent society, egualitaria ma opulenta. Non auspicò mai l'eguaglianza nella miseria.

La rivoluzione avrebbe dovuto scoppiare e vincere nel centro del mondo, e non nella sua periferia: solo così si sarebbe avverato il sogno di liberare l'uomo dal bisogno. La previsione di Marx si rivelò errata, perché Lenin riuscì a forzare il corso della storia, quando, nel 1917, conquistò il potere in un paese, come la Russia, che ancora non aveva visto dispiegarsi in pieno la rivoluzione economica e politica borghese. Fu allora che il marxismo occidentale si trasformò in comunismo asiatico e in questa forma continuò a espandersi, propagandosi, nella seconda metà del secolo, in Asia e anche in Africa.

L'analisi sviluppata in questo saggio è centrata proprio sul tradimento perpetrato da Lenin, quando trapiantò il comunismo in Oriente. Per questo peccato di origine, le società costruite da Lenin, da Stalin, da Mao Zedong e dai loro seguaci furono afflitte da una penuria di beni che consentiva solo il soddisfacimento dei bisogni elementari. Se, seguendo l'ordine cronologico, facciamo un elenco dei paesi in cui la rivoluzione comunista vinse, ci rendiamo conto di una continua discesa verso una maggiore povertà: Russia, Cina, Cuba, Vietnam. In quelli economicamente più progrediti dell'Est europeo, il comunismo non fu il risultato di una rivoluzione, ma fu imposto dall'Armata Rossa dopo la seconda guerra mondíale. Nel centro del mondo, costituito dall'Inghilterra prima e dagli Stati Uniti poi, non assunse mai, diversamente dalle previsioni di Marx, una reale consistenza.

In realtà, per capire a quali conseguenze drammatiche abbia portato la traduzione leninista del pensiero di Marx, non ci sarebbe bisogno di rileggere le sue opere. Sono stati gli stessi dirigenti dell'URSS a mostrarlo, quando hanno deciso il suicidio del comunismo sovietico. Ma la rilettura che farò nelle pagine seguenti porta, mi sembra, a un altro risultato, per niente scontato.

Oggi, i più lontani da Marx sono i movimenti che proclamano rivoluzioni o trasformazioni radicali. Se n'erano allontanati già i protagonisti del Sessantotto, che guardavano a Mao Zedong come a un maestro, ma ora il distacco è veramente completo. I nuovi rivoluzionari sono contro la globalizzazione, di cui Marx è stato il primo celebratore. Considerano una sciagura la formazione del mercato mondiale, che per Marx era l'indispensabile premessa per la costruzione di una civiltà universale. Avversano la ricchezza che Marx, invece, riteneva il fondamento necessario all'estrinsecazione di tutte le doti creative dell'uomo. Sono convinti che la natura venga violentata dallo sviluppo industriale, mentre Marx auspicava il suo assoggettamento. Non c'è una sola rivendicazione del cosiddetto «popolo di Seattle» che lo troverebbe d'accordo. Tra chi difende l'Occidente e chi lo contesta, soltanto i primi potrebbero ancora legittimamente riferirsi a Marx. Non è certo mia intenzione sostenere che egli non sia stato un duro nemico del capitalismo. Ci mancherebbe. Ma non lo è stato della civiltà occidentale, alla quale appartiene in pieno. Credo che, se lo si rilegge senza prevenzioni, si possa arrivare a questa conclusione. Perciò, in un XXI secolo che vedrà molto probabilmente sfide planetarie lanciate da altre civiltà, l'Occidente potrà avere bisogno anche di lui.

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Pagina 3

1.
Le polemiche sul comunismo



Il comunismo costituisce la più importante questione storiografica dell'età contemporanea. Ci sono tre modi di affrontarla: demonizzarlo come un movimento e un'ideologia che ha prodotto soltanto crimini; ribadire la propria fede nel suo futuro, o, infine, cercare di capire le cause della sua nascita e della sua crisi. E questo è certamente il più proficuo, anche sul piano politico.

Ma sembra che, al di fuori di un ristretto gruppo di studiosi, nessuno abbia voglia di cominciare. Gli anticomunisti, perché la demonizzazione è più facile e anche politicamente più utilizzabile; i comunisti, perché la fede non si discute, e gli ex comunisti, infine, perché di certe cose è meglio parlare il meno possibile: gli avversari sono in agguato, pronti ad approfittare di ogni ammissione di colpa, per chiedere autodafé in cui i rei facciano completa abiura. Qualcuno, per la verità, si sente così colpevole da arrivare spontaneamente all'autoflagellazione, qualcun'altro si limita al pentimento. La maggior parte si rifugia e si arrocca nella perdita di memoria. Importanti intellettuali, che nel Sessantotto incitavano ad abbattere con la violenza il potere borghese, chiedono, stupiti: «Marx, chi?». E dirigenti politici di primo piano ricordano di avere collocato, mano a mano che passavano gli anni, l' opera omnia di Lenin sempre più in alto negli scaffali della libreria, fino a farla scomparire in cantina. Quanto agli scritti di Marx, confessano di averli sempre considerati indigeribili mattoni: loro amavano si, Marx, ma l'altro, Groucho. Per fortuna, le circostanze - che come diceva, mi sembra, quest'ultimo - fanno gli uomini non meno di quanto gli uomini facciano le circostanze, li hanno liberati dalla necessità di far finta di avere letto Il Capitale, che li aveva afflitti quando erano giovani dirigentí del partito comunista. Lo slogan di Togliatti «veniamo da lontano e andiamo lontano» si è trasformato in «non ricordiamo da dove veniamo e non sappiamo dove andiamo».

Ripeto, gli studiosi che anche in passato si erano seriamente occupati del marxismo, del comunismo, dell'URSS, della Terza Internazionale e così via, hanno continuato serenamente il loro lavoro. Ma la ricerca storica su questi argomenti è diventata un'attività pressoché clandestina, e non tanto per ragioni politiche, quanto perché essi destano qualche interesse solo all'interno dell'accademia, o quasi. Sarà stata l'indigestione fatta nel Sessantotto, quando bastava una bandiera rossa in copertina per trasformare un libro in un best seller, sarà stato il crollo dell'URSS, certo è che i lettori interessati a ricordare sono sempre meno numerosi.

La rimozione del passato fa parte, probabilmente, del patrimonio genetico italiano: avvenne lo stesso dopo la caduta del fascismo, quando moltissimi lo cancellarono. Anche i quattro anni trascorsi dall'estate del 1943 a quella del 1947 furono presto dimenticati. L'unità nazionale antifascista, corrispondente a quella internazionale tra Stati Uniti, Unione Sovietíca e Gran Bretagna, aveva fatto mettere in ombra la persecuzione dei kulaki, i campi di lavoro forzati e i processi degli anni Trenta contro gli oppositori di Stalin. A volte sembra che queste cose siano state conosciute solo dopo l'inizio della guerra fredda. Ma non è così. Il governo sovietico non aveva mai nascosto l'esistenza di campi in cui milioni di colpevoli di reati, politici o comuni, venivano «rieducati». Quanto ai processi, nel 1938 aveva provveduto a pubblicare, dopo averli fatti tradurre in una lingua internazionale come il francese, i verbali del dibattimento pubblico. Non si parlava certo di tortura, fisica o psicologica, degli imputati, ma sarebbe dovuta bastare la lettura degli

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