Copertina
Autore Claudio Magris
Titolo La storia non è finita
SottotitoloEtica, politica, laicità
EdizioneGarzanti, Milano, 2007, Saggi , pag. 250, cop.ril.sov., dim. 14x21,5x2,7 cm , Isbn 978-88-11-59785-8
LettoreLuca Vita, 2007
Classe politica
PrimaPagina


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Indice


 1. Le frontiere del dialogo                          9
 2. Laicità, la grande fraintesa                     25
 3. Diritto e libertà: in morte di Norberto Bobbio   31
 4. Cosa spetta a Dio e cosa spetta a Cesare         35
 5. Tommaso Moro, patrono dei politici e martire
    controvoglia                                     41
 6. Contro l'autosegregazione                        46
 7. Ragioni della legge e ragioni del cuore          51
 8. Eutanasia, pietà e ipocrisia                     57
 9. Atomi, bit e reati                               60
10. Eclissi della responsabilità                     64
11. Il digiuno, la politica e la morale              68
12. Le madri di Plaza de Mayo
    ovvero elogio della follia                       71
13. Informazione e menzogna                          76
14. Se scompare il senso religioso                   79
15. I banchieri e il diavolo                         83
16. Geni, margherite e orchidee                      87
17. Il Verbo ovvero la carne                         91
18. Come dire la verità                              94
19. Non nominare il nome di Dio invano              101
20. Piazze piene, chiese vuote                      106
21. La forza del mea culpa                          111
22. Grandezza e miseria del perdono                 115
23. La storia: né giustiziera né giustificatrice    120
24. La banalità del male in TV                      124
25. Il male, assoluto e idota                       127
26. Il restauratore ribelle.
    In morte di Giovanni Paolo II                   130
27. Oltre l'uomo?                                   135
28. La scienza di fronte a sé stessa                138
29. Aziendalismo universale                         143
30. Memoria senza ossessione                        150
31. Patria e identità                               156
32. La devolution di Alberto Sordi                  162
33. Le frontiere della decenza                      166
34. Il vero insulto                                 168
35. Eroi borghesi                                   171
36. Per non dover ripetere «No pasaràn!»            175
37. Parlare male di Garibaldi                       181
38. Naziskin e Alka Seltzer                         185
39. Filosemitismo e cattiva coscienza               189
40. Il sogno sanguinoso del nuovo Adamo             192
41. Servitù e grandezza della vita militare         196
42. Le guerre si perdono                            201
43. La guerra e l'ombra del male assoluto           205
44. Guerra e ipocrisia                              208
45. Metamorfosi della guerra                        212
46. Non, je ne regrette rien                        216
47. Berlusconi e i suoi «Negri»                     221
48. Stadio di polizia                               225
49. Per un anticomunismo dal volto umano            229
50. La congiura contro l'estate                     231

Nota                                                237
Indice dei nomi                                     241


 

 

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Pagina 71

12. LE MADRI DI PLAZA DE MAYO OVVERO ELOGIO DELLA FOLLIA
(«Corriere della Sera», 26 gennaio 2006)



Erasmo da Rotterdam includerebbe probabilmente le madri argentine di Plaza de Mayo nel suo Elogio della follia e non solo perché, quando hanno iniziato la loro incredibile, indomabile battaglia per i loro figli e per tutte le persone fatte sparire durante la dittatura militare, le chiamavano «las locas», le pazze. Umanista razionale, Erasmo celebrava non già le oscure pulsioni irrazionali né i deliri totalitari delle idee assolute, bensì l'autentica ragione ossia la pienezza della comprensione, che include i concetti come i sentimenti e le passioni. Questa ragione si oppone sia all'irrazionalità viscerale sia al gretto calcolo falsamente realista, che considera immutabile la realtà del momento e si piega a essa. La vera ragione, che non si arrende alle cose, è sempre «follia» - come il cristianesimo secondo san Paolo - agli occhi di chi si inchina al male ritenendolo inevitabile; per esempio, agli occhi dei pretesi realisti che, nel settembre o nell'ottobre del 1989, pensavano che il muro di Berlino dovesse continuare per chissà quanti anni.

Le madri di Plaza de Mayo costituiscono un esempio straordinario non solo di coraggio, umanità e libertà, ma anche di grandioso e razionale realismo politico, come documentano l'avvincente libro di Daniela Padoan, Le pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo, e altre testimonianze della loro vicenda. L'esempio di una «follia» che è chiara, intrepida e amorosa intelligenza delle cose, posta al servizio dell'universale umano. Dopo il golpe del 24 marzo 1976, che instaurò la dittatura militare in Argentina, veri e presunti oppositori - circa trentamila - vennero fatti sparire, talora insieme agli avvocati che li assistevano, in un'orgia di criminalità e nell'eclissi di ogni certezza del diritto, che colpiva pure persone inizialmente non avverse a un governo autoritario. La storia di quelle infamie, di quelle torture, di quelle eliminazioni, di quelle complicità con gli aguzzini è nota ed era stata denunciata allora, con particolare forza, da Giangiacomo Foà sul «Corriere». Non c'è che da scegliere. Il segretario di Stato americano Kissinger esorta la giunta militare a «portare presto a termine il lavoro» e non si preoccupa dei diritti umani «citati fuori contesto». La Chiesa, come spesso in tali situazioni, mostra due volti: quello indegnamente neutrale o compiacente di una parte della gerarchia - compreso il nunzio apostolico monsignor Laghi - e di certi cappellani più benevoli con i torturatori che con i torturati, e quello dell'impavida carità cristiana di altri sacerdoti, fra i quali padre Longueville e padre de Dios Murias o i vescovi Angelelli o Ponce de Léon, vittime dell'efferata violenza contro cui avevano levata alta la voce, come monsignor Romero o i sei gesuiti a San Salvador, forse ora dimenticati nelle beatificazioni ecclesiastiche, ma - come il baccello sepolto nella fiaba di Andersen - non certo dimenticati da Dio.

Tutto questo è storia, nota anche se rimossa o scordata. La resistenza delle madri non nasce quale movimento politico, bensì da un'elementare universalità umana; si tratta di donne di diversa estrazione sociale, ma perlopiù modesta, cresciute e formatesi tradizionalmente nei valori famigliari, nel rispetto dell'autorità e nel desiderio di un normale ordine sociale che permetta una normale vita quotidiana. Quando i loro figli iniziano a sparire, in un'assenza e in un'incertezza più angosciose della morte, il loro amore materno non si piega e non si rassegna; non si limita alle lacrime ma trova gli artigli ed esse iniziano la loro ricerca, la loro lotta indomabile. Come Antigone , si ribellano alla legge iniqua (o meglio alla selvaggia anarchia, perché ogni violenta tirannide è caos e disordine) che nega i fondamentali valori umani.

Nelle testimonianze - e, prima ancora, nella prassi - di queste donne la maternità non rimane allo stadio di strazio viscerale, di lutto privato. Queste donne scoprono che la loro tragedia personale è un tassello di una criminale tragedia collettiva; che non solo il figlio dell'una o dell'altra, ma migliaia di persone sono state fatte delittuosamente sparire. L'immediato sentimento materno si universalizza, diviene chiaro concetto della responsabilità più generale. Ognuno di quegli scomparsi diventa allora il loro figlio, così come ogni vittima è realmente il fratello di ognuno di noi, perché sempre si tratta del nostro destino comune e tanto peggio per chi, prigioniero di un'ottusa aridità o di una sentimentalità posticcia, non se ne accorge e non si accorge dunque di lavorare alla propria rovina. Quando si è portato un figlio in grembo - dice una delle madri, Hebe de Bonafini - lo si porta per sempre. Queste donne non la danno vinta alla morte, smontano la sua falsa aureola di potenza invincibile; i loro figli - ripetono - sono vivi, continuano a far parte della storia del mondo e quei trentamila sono tutti figli di ognuna di loro.

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Pagina 138

28. LA SCIENZA DI FRONTE A S╔ STESSA
(«Corriere della Sera», 13 novembre 2002)



Alla fine della Vita di Galilei, il grande dramma di Brecht , il protagonista grida: «Se gli uomini di scienza si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre e le vostre nuove macchine non saranno fonte che di nuovi triboli per l'uomo. E quando, con l'andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall'umanità. Tra voi e l'umanità può scavarsi un abisso così grande che, un giorno, a ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale...».

A lanciare quest'allarme è Galileo , lo scienziato per eccellenza, il simbolo stesso della ricerca scientifica, che tutto il dramma brechtiano celebra contro l'oscurantismo che vuole soffocarla, contro ogni dogmatismo e ogni servile e compiaciuto inchino all'irrazionale. La scienza - o meglio certi atteggiamenti degli scienziati - possono essere criticati solo in nome della scienza stessa e senza tradire la sua logica. Oggi invece essa è aggredita da una stupida ondata irrazionalista. Forse per reazione al suo potere - e a quello tecnologico - dilagano una fumisteria superstiziosa, vagamente e falsamente spiritualeggiante, una paccottiglia magico-esoterica che ricorda quella scatenatasi alla fine del mondo antico, epoca per tanti versi simile a quella che stiamo vivendo. La fiducia nella ragione e nel progresso viene assalita da un apocalittico catastrofismo ecologista che, prendendo le mosse da reali e crescenti preoccupazioni fondate su reali motivi, le affronta e le svisa in chiave eccitata, misconosce il merito avuto dalla tecnica nel lenire tanti mali e miserie dell'umanità e vagheggia una pretesa natura autentica violata dall'artificio tecnologico.

Ciarpame paranormale viene propinato a ogni piè sospinto, buttacarte indovinano il passato e il futuro dei gonzi con formule vacue che dicono tutto e niente; oroscopi vengono consultati come laboratori e miracoli iterati come spot televisivi; l'occultismo si accompagna a profezie sempre smentite e sempre riadattate come chewingum. Pochi credono in Cristo ma molti alle madonne di gesso che piangono e alle nuvole che assumono il profilo di padre Pio; quasi tutti si vergognano di pregare, ma non di chiedere al primo che capita di che segno astrologico sia. Scemenze come satanismo e messe nere ricevono un'attenzione che sarebbe bene dedicare piuttosto alla lettura di Kant o del Vangelo o anche di piacevoli romanzi polizieschi.

Tuttavia le preoccupazioni per ciò che succede e potrebbe succedere nel mondo sono reali, anche se spesso vengono espresse in forma scorretta o esaltata. Con buona pace degli ecologisti, tutto è natura, combinazione di elementi: le colline toscane come i deserti di Plutone, i profumi dei fiori come il lezzo dei tubi di scappamento. Resta tuttavia il fatto che certe condizioni della natura sono propizie alla nostra specie e altre no, che di inquinamento e di esplosioni atomiche si può morire e che, anche se a essere minacciata non è la natura ma solo la nostra specie o molti suoi esemplari, ciò è sufficiente motivo di preoccupazione e a preoccuparsene dovrebbero essere anche - o, grazie alla loro competenza e responsabilità, soprattutto - gli scienziati. Pure il progresso scientifico e tecnologico deve essere oggetto di critica razionale; se è invece oggetto di cieca e intollerante fede, non è più scienza. Lo sviluppo scientifico e tecnologico solleva, nel suo corso, problemi e anche pericoli ed è progresso solo se, continuando a procedere, ritorna al contempo di continuo sui suoi passi per superare, con gli strumenti da esso elaborati, quelle insidie create dal suo cammino.

L'inquinamento esiste, il traffico pone difficoltà reali, la bioingegneria può modificare l'umanità in misura insospettata, il divario tra ricchezza e miseria può assumere dimensioni spaventose. L'uomo comune è legittimamente angosciato dalle prospettive che crede vagamente di intravvedere; teme che le centrali atomiche esplodano, vede incombere dovunque nubi di diossina e pone domande. ╚ facile agli scienziati - dai fisici ai biologi agli economisti - rispondere con sussiego a quelle domande formulate spesso ingenuamente e goffamente, sciorinare tutti i rimedi previsti, elencare le misure di sicurezza ignote all'uomo della strada, spiegare come e perché è assai improbabile che una centrale nucleare salti in aria. Ma quelle rassicurazioni talora supponenti rischiano di essere assai poco scientifiche e di diventare un oppiaceo, che ottunde l'attenzione razionale alla realtà. ╚ legittimo difendere nel complesso il nucleare, ma è irragionevole e dogmatico negarne le possibili implicazioni terribili, come se paventare che possa succedere un disastro fosse solo frutto di ignoranza.

Qualcosa invece ogni tanto purtroppo succede: Chernobyl, le radiazioni in Giappone, il cianuro nel Danubio, i morti di Seveso e di Marghera, gli allarmi del «padre» di Dolly. ╚ poco scientifico scordare che esistono pure l'incidente imprevedibile, la fragilità dell'essere umano, una macchina che si deteriora, o che vi possano essere, nel caso delle manipolazioni genetiche, sviluppi e conseguenze che forse oggi la scienza non è in grado di prevedere e che essa, se è vera scienza, deve rendersi conto di non essere forse ancora in grado di prevedere. Mai come oggi gli scienziati sono chiamati a esercitare il dubbio scientifico, a interrogarsi sulle conseguenze e sul senso del loro lavoro. Talora sembrano riluttanti a farlo, prigionieri di un fideismo non meno ottuso di quello degli inquisitori du Galileo.

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Pagina 143

29. AZIENDALISMO UNIVERSALE
(«Corriere della Sera», 22 dicembre 1999)



Parole, parole, parole, dice Amleto. L'Italia, paese di retori, se ne innamora; un'eterna Arcadia, in cui vezzose rime contano più delle cose e delle gioie e affanni con cui ci incalza la vita, mette perennemente in scena un balletto verbale, in cui le parole fluttuano, ondeggiano, si gonfiano e svaporano come bolle di sapone, trapassano l'una nell'altra come figure di danza, impalpabili come un velo che tuttavia cela impenetrabile la realtà e impedisce di vedere cosa c'è dietro o illude che dietro ci sia qualcosa, mentre talora non c'è nulla.

La politica eccelle in questo evanescente spumeggiare, in queste cortine di fumo. Quanti sanno, per esempio, cosa sia esattamente, nell'agone delle formazioni partitiche, il cosiddetto Trifoglio di cui si è tanto parlato? Pochissimi, fra i quali purtroppo non rientro neanch'io, almeno pienamente. Ma è solo un esempio scelto a caso, non certo più vago e inafferrabile di altri analoghi flatus votis, indistinti brusii. Ogni stagione ha il suo lessico retorico. Il fascismo aveva i destini radiosi e le decisioni irrevocabili, una certa sinistra il suo incomprensibile gergo psico-pedo-sociologizzante, tanto più impreciso quanto più travestito da severità scientifica e ridondante di macchinose astrazioni; le assemblee politico-pulsionali degli anni Settanta avevano i borborigmi visceral-rivoluzionari cari a chi cercava nella rivoluzione l'orgasmo, per trovarlo pochi anni dopo - come rivela l'itinerario ideologico di molti sessantottini - nel karaoke berlusconiano.

Attualmente il ritornello arcadico, ripetuto ogni momento, attinge termini, espressioni, modi di dire al repertorio del linguaggio economico; parole quali mercato, azienda, crediti vengono usate a proposito e più spesso a sproposito; riferite non solo, giustamente, alle sfere di loro competenza, bensì, molto spesso, a cose con cui non hanno nulla a che vedere. Giovanni Malagodi, il grande leader del Partito liberale italiano, credeva fermamente nel mercato e ne era strenuo difensore, ma proprio per questo non si sciacquava la bocca a ogni piè sospinto con la parola «mercato», quasi fosse un apriti sesamo o altra formula magica. Il mercato è il sistema finora migliore per quel che riguarda le attività economiche, ma non tutto è economia, come non tutto è religione o sesso.

L'universo stesso, con la sua partita di creazione e distruzione, potrebbe essere visto come un'immane impresa. Tuttavia chi pensa in tal modo non afferma un primato dell'economia, bensì nega la sua peculiarità, ciò che la distingue dalle altre sfere della vita. Allo stesso modo si potrebbe dire che tutto è sesso, se è vero che la pulsione sessuale è, insieme all'istinto di conservazione, l'impulso più profondo, che pervade di sé anche le aspirazioni o le azioni le quali apparentemente non hanno a che fare esplicitamente con esso. Ma si potrebbe anche dire che tutto è politica o sociologia, perché ogni gesto e pensiero umano è radicato in un preciso contesto storico-sociale e ne è permeato pure senza saperlo; il delitto d'onore, che sembra scaturire - e di fatto anche scaturisce - dalla passione individuale ferita di una persona per un'altra, nasce da secolari e coatti meccanismi impersonali, dettati da un costume collettivo. E si potrebbe anche dire che tutto è religione, perché - almeno per il credente - non cade foglia che Dio non voglia e ogni cosa, evento, desiderio, pensiero non è che un fiato del respiro divino.

Ragionando in questo modo, non privo di qualche giustificazione, si cade in una confusione misticheggiante, in una notte in cui tutte le vacche sono nere e cadono le distinzioni nelle quali consiste l'individualità, l'autentica vita di cui concretamente disponiamo. Conoscere significa distinguere, sapere che una cosa è quella e non tutte le altre, con cui pure ha molto in comune, così come una persona è quell'individuo, unico e irripetibile, e ,non tutti gli altri cui pure per certi versi tanto assomiglia. ╚ bene dunque sapere che un consiglio d'amministrazione, un pranzo in famiglia, una notte d'amore, una riunione di partito e una Messa sono cose diverse e che nessuna di esse ha l'egemonia sulle altre.

In ogni epoca c'è una cultura predominante che tende a imporre la propria visione del mondo e il proprio linguaggio alle altre; a seconda dei periodi, osservava Alfonso Desiata, il linguaggio comunque è intriso di metafore che provengono per esempio dalla religione o dall'agricoltura. Oggi indubbiamente tale egemonia appare esercitata dall'economia; l'università, l'ospedale e l'intero paese diventano un'azienda, gli studenti si chiamano clienti, altisonanti «crediti» tendono a sostituire, nelle valutazioni, i tradizionali e più modesti voti e il mercato è citato continuamente, come una formula magica o uno scongiuro superstizioso. Questa invadenza totalizzante è sospetta, come ogni formula totalitaria che tenda a inglobare e dunque a fondere e confondere ogni cosa.

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Pagina 175

36. PER NON DOVER RIPETERE «NO PASAR┴N!»
(«Corriere della Sera», 20 novembre 2002)



Alcuni anni fa, a Tolmezzo, in Carnia, un vecchio partigiano, Romano Marchetti, mi aveva regalato la fotocopia di un curioso documento. Marchetti era stato uno dei comandanti della Brigata Osoppo, la formazione partigiana democratica che, mentre combatteva contro nazisti e fascisti, era stata proditoriamente aggredita, nell'eccidio fratricida di Malga Porzus, da un gruppo comunista connivente con le mire annessionistiche di Tito sulla Venezia-Giulia. Ma quel documento, che qualche tempo dopo Renzo De Felice mi disse di conoscere ma di non aver pubblicato, risaliva a un'epoca molto più antica. Era la relazione con cui suo padre, Sardo Marchetti, direttore didattico della scuola elementare di Tolmezzo, alla fine dell'anno scolastico 1907 non confermava l'incarico a un maestro supplente che si chiamava Benito Mussolini.

Il direttore esprimeva questo giudizio con rammarico, perché riconosceva a quel docente precario indubbie doti, laboriosità, «una notevole disposizione all'arte educativa» e «non comuni risorse intellettuali», vanificate purtroppo da mancanza di metodo, disorganicità, disordine e difficoltà a imporre la disciplina agli scolari della seconda elementare.

Quella testimonianza di una vecchia e scomparsa Italia mi aveva indotto, in un articolo sul «Corriere», a ricordare con umana simpatia quel supplente pasticcione ma affettuoso con gli scolari, che si guadagnava una vita grama a 75 lire al mese e, nel pieno delle sue scomposte passioni socialiste e anticlericali, si abbandonava a bislacchi ma generosi gesti di protesta rivoluzionaria, a rissosi amori e a vaghi sogni di giustizia sociale. Un insegnante confusionario ma non avaro di sé con i ragazzi; un uomo che, come diceva la scheda del suo direttore, se si fosse applicato con ordine «avrebbe potuto raggiungere un profitto molto migliore», sarebbe potuto diventare qualcosa di meglio di un duce.

Se pubblicassi oggi quel vecchio articolo, esso potrebbe suonare ambiguo. Quella simpatia nei confronti del supplente Mussolini potrebbe sembrare succube di quell'insinuante e aberrante falsificazione della storia e della memoria che da qualche anno va prendendo sempre più piede in Italia. L'iniziale revisionismo storico, oggettivamente motivato dalla necessità di rivedere o integrare la storiografia dei vincitori e soprattutto di correggere la strumentale retorica antifascista, sta divenendo, sempre più sfacciatamente, una riabilitazione o addirittura celebrazione del fascismo e di quello peggiore. C'è, nel clima politico-culturale sempre più dominante, un'aggressiva negazione dei valori della democrazia e della Resistenza che forse ci costringe a ridiventare ciò che speravamo e credevamo di non venire più costretti a essere, ossia intransigenti antifascisti.

Sono cresciuto, come molti miei amici, in una famiglia e in un'atmosfera di tradizione tranquillamente democratica, che mi ha insegnato la fermezza di giudizio unita alla pietà per i vinti e alla comprensione - che non significa giustificazione delle cause storiche, delle responsabilità generali e delle passioni che possono condurre individui e comunità - che possono condurci - a errori, a scelte disastrose e ad azioni colpevoli. In questa visione, il fascismo sconfitto e finito era un doloroso capitolo di storia d'Italia, un fenomeno che era stato giusto e doveroso combattere. Esso andava compreso nei motivi che lo avevano generato e nei sentimenti che aveva destato, bollato nei suoi aspetti infami (dalla violenza squadrista alle leggi razziali all'irresponsabile entrata in guerra), valutato con obiettività in alcuni suoi risultati positivi e nei fermenti contraddittori, non ignobili, che avevano indotto, specialmente all'inizio, anche alcuni spiriti generosi, spesso divenuti poi suoi avversari, a credere in esso. Bisognava e bisogna capire come e perché uomini quali per esempio Pietro Iacchia, poi caduto combattendo contro i franchisti in Spagna, avevano inizialmente creduto nel fascismo e come e perché uomini di retto sentire avevano creduto nella repubblica di Salò.

Il presupposto di questa comprensione era l'inequivocabile condanna del fascismo quale regime antidemocratico e illiberale, quale ideologia sciovinista e talora razzista, quale movimento totalitario. E dal mazziniano mio padre Duilio, antifascista del partito d'azione e poi repubblicano, che ho imparato a non dare mai del «fascista» a chi professa opinioni che avverso o anche detesto. Ricordo con tanto affetto un mio carissimo cugino morto a diciott'anni nelle file di Salò e non mi passa per la testa di ritenermi migliore di lui, anche perché la mia età non mi ha dato nemmeno la possibilità di fare quella scelta disastrosa - ma essa resta disastrosa, perché se la causa per la quale egli è morto avesse vinto, il mondo sarebbe divenuto una Auschwitz.

Il fascismo era dunque una storia oltre il rogo; proprio perché l'antifascismo era l'indiscusso fondamento della vita civile, ci sembrava inutile - talora fastidioso o truffaldino - professarlo retoricamente o, peggio, usarlo nella nuova, diversa lotta politica del presente. Perfino dalle mie parti, ai confini orientali d'Italia, dove la brutalità fascista doppiamente brutale e stolta aveva esasperato le antiche lacerazioni fra italiani e slavi e innescato bestiali spirali di violenze e vendette, pareva finalmente di poter vivere in una tranquilla normalità democratica, che non ha bisogno di sbandierare di continuo la fede nella democrazia e il valore della convivenza armoniosa e del rispetto reciproco. Pensavamo che l'antifascismo fosse finito in quanto non più necessario, nel senso in cui lo auspicava un grande poeta avverso al fascismo e fuoruscito a Parigi, Giacomo Noventa.

Ma tutto questo è possibile solo sulla base di una condanna del fascismo così definitiva da non aver bisogno di essere ribadita; è possibile solo se si conviene, come ha detto peraltro tempo fa l'onorevole Fini, che nel '43 la Resistenza era la parte giusta. E su questa base che si può comprendere e rispettare chi si è trovato dall'altra parte e chiudere per sempre il contenzioso. L'unità di un paese non è una pappa che amalgama tutto né una media fra gli opposti - Farinacci più Valiani fratto due - ma è la scelta di un sistema di valori in cui ci si riconosce. Un patriota come de Gaulle non fonda la Francia su una via di mezzo fra la Resistenza e Vichy, ma sui Compagnons de la Libération; l'inno del patriottismo francese, la Marsigliese, non è un'ammucchiata di tutti i contendenti, bensì l'espressione di una scelta precisa in un momento di lotta, una scelta in cui il paese riconosce la propria identità.

Da qualche tempo invece, in Italia, quel tacito fondamento viene a poco a poco scalzato; non si tratta di serene revisioni storiche, ma di una sorda apologia dei peggiori aspetti del passato. I confini della decenza si spostano pericolosamente. Alle nostre frontiere orientali diventa problematico o imbarazzante onorare le vittime della Shoà o del fascismo e si riattizzano irresponsabilmente quegli odi nazionali ed etnici che hanno insanguinato e mutilato quelle frontiere e oppresso ferocemente gli slavi e più tardi gli italiani. Il patriottismo viene imbrattato di regressivo nazionalismo e quasi di razzismo, con un vero oltraggio al senso dell'amor di patria.

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Pagina 212

45. METAMORFOSI DELLA GUERRA
(«Corriere della Sera», 24 luglio 2005)



A parte le ovvie, sacrosante e scontate reazioni di orrore per le stragi terroriste, pietà per le loro vittime e paura di far parte domani di queste ultime - rischio cui è esposto chiunque, indipendentemente dalle sue scelte politiche e dai suoi sentimenti caritatevoli o astiosi nei riguardi del prossimo - i devastanti attentati di queste settimane e di questi giorni costringono a prender atto che, fra le sconvolgenti trasformazioni che hanno mutato e mutano la nostra realtà, c'è anche la trasformazione della guerra, come avevano genialmente intuito e analizzato già anni fa, ben prima dell'11 settembre, i due generali cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui.

Il terrorismo non è più un episodio isolato, eclatante ma presto sommerso dal corso delle cose; è una guerra e una guerra che non riguarda soltanto roventi situazioni e conflitti locali, come in passato, ma il mondo intero. Non si tratta più di piccoli gruppi che, con mezzi e azioni anomale rispetto alle consuete modalità belliche, colpiscono un avversario, e nemmeno di singoli nuclei sovversivi che colpiscono le istituzioni, nella speranza di rovesciare l'ordine sociale vigente o di favorire losche manovre politiche, come è avvenuto in anni non lontani in Italia. Ora si tratta di una guerra, simile e opposta a quella tradizionale: un'organizzazione clandestina attacca rovinosamente New York, cosa che non riuscì e non poteva riuscire all'aviazione del Terzo Reich; bombarda con le sue bombe Londra, come la Luftwaffe di Hitler.

Dinanzi a una guerra - a parte il dolore per i morti e la paura di morire - si possono fare varie considerazioni. La si può inquadrare - e si deve farlo, se ci si propone di discuterne obiettivamente e al di sopra dei propri timori e interessi - nel complesso della storia, collocando la violenza che ci colpisce nella totalità degli eventi che l'hanno preceduta e generata: è quello che ha fatto - con particolare coraggio, dato il momento tragico e il suo ruolo politico - il sindaco di Londra, collega di partito di Blair, ricordando le violenze compiute in passato dall'Occidente e osservando che ognuno combatte con le armi che ha a disposizione, carri armati e aeroplani o bombe. Si può anche ricordare che Begin aveva compiuto sanguinose azioni terroriste e più tardi, in circostanze e funzioni diverse, ricevette il Premio Nobel per la pace, quasi a significare che è la vittoria o la sconfitta a decidere se il terrorismo ha ragione o torto. Queste osservazioni del Lord Mayor londinese sono giuste e servono a ricordare, doverosamente e opportunamente, che, accanto alle vittime barbaramente uccise come quelle di questi giorni e giustamente piante da tutto il mondo, ce ne sono state e ce ne sono tante, tantissime altre massacrate altrettanto barbaramente senza che il mondo e la coscienza del mondo ne avessero e ne abbiano rimorso e nemmeno consapevolezza.

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