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| << | < | > | >> |Indice
Atto A — Il Verbo 5
Prima scena — L'uomo 7
Seconda scena — Il personaggio 15
Terza scena — Il golem 25
Quarta scena — Victor Werker 61
Atto B — Il portavoce 85
Quinta scena — Prima lettera 87
Sesta scena — Seconda lettera 109
Settima scena — Terza lettera 137
Atto C — La conversazione 165
Ottava scena — Sera 167
Nona scena — Notte 183
Decima scena — Mattina 199
Undicesima scena — Pomeriggio 209
Dodicesima scena — L'appuntamento 227
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| << | < | > | >> |Pagina 7Sì, naturalmente potrei venire subito al dunque e cominciare con una frase come: «Il telefono squillò». Chi chiama chi? E perché? Dev'essere qualcosa di importante, se no il romanzo non comincerebbe così. Suspense! Azione! Ma questa volta non si può. Anzi. Prima che qui possa prendere forma qualcosa, è necessario che entrambi ci prepariamo raccogliendoci in preghiera. Chi si aspetta di essere immediatamente trascinato nella storia, per ammazzare il tempo, farà meglio a richiudere questo libro all'istante, accendere il televisore e sprofondare sul divano come in una bella vasca piena d'acqua calda con la schiuma. Prima di continuare a scrivere e a leggere, osserveremo un giorno di digiuno, poi faremo un bagno in acqua fresca e pura, quindi ci avvolgeremo in una veste del più fine lino bianco. Ho staccato il telefono e il campanello, ho capovolto l'orologio sulla mia scrivania; tutto nella mia stanza da lavoro è in attesa degli eventi futuri. Le prime parole luminose sono comparse sullo schermo blu del computer, mentre fuori nella piazza splende un accecante sole autunnale al tramonto. Dal cielo infuocato a occidente le rotaie del tram scorrono come oro fuso da un altoforno, tra gli alberi scuri le auto vanno e vengono nel traffico, i passanti camminano davanti a ombre lunghe diversi metri. Dalla luce del sole nella mia stanza vedo che ora è: i raggi cadono obliqui, sono le sei del pomeriggio, ora di punta, per gran parte della gente la giornata lavorativa è conclusa. La creazione dell'uomo è stata una questione complicata. Sul tema permane tuttora una certa confusione, in ambito non solo biologico, ma anche teologico. Nella Bibbia l'uomo viene addirittura creato due volte, e in un certo senso persino una terza. La Genesi 1:27 dice che nel sesto e ultimo giorno della Creazione accadde quanto segue: «Dio creò gli uomini a sua immagine e somiglianza; a somiglianza dell'immagine di Dio li creò; maschio e femmina li creò». Quindi in realtà erano due; subito dopo Dio dice: «Siate fecondi e moltiplicatevi». L'uomo dunque era Adamo, ma la donna non era Eva, perché la madre di noi tutti non vide la luce che più tardi, quando la settimana della Creazione era già bella e finita. Lei non fu creata separatamente, ma ebbe origine da una costola di Adamo. Nella Genesi 2:23 Adamo stesso dichiara: «Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia carne!» Questa volta! Anche da qui si deduce che Eva era la sua seconda moglie. Ma la prima, allora, chi era? Per fortuna gli esperti sono riusciti a stabilirlo: Lilith. Molto sicura di sé, in quanto creazione indipendente come Adamo, Lilith rifiutò di sottomettersi a lui. La frattura tra i due fu provocata dalla modalità di quel «moltiplicarsi»: lei non voleva essere la parte sottomessa. Forse al loro conflitto erotico-tecnico contribuì il fatto che a quel tempo Adamo aveva ancora dentro di sé Eva e in quella fase doveva quindi essere un tipo piuttosto effeminato. Comunque lo scontro raggiunse dimensioni tali che Lilith a un certo punto fece una cosa terribile: bestemmiò. Ovvero pronunciò il nome impronunciabile di settantadue lettere di JHVH, si trasformò all'istante in un demone, e volò via. Subito JHVH le mandò dietro gli angeli SNVJ, SNSNVJ e SMNGLPH, che la raggiunsero sopra il Mar Rosso. Ma non poterono eliminarla. Da allora lei va a caccia di uomini soli e strangola i neonati nella culla. Insomma, in tutti i sensi Lilith è il contrario di quella che sarà Eva, la madre primordiale, che nascendo rese Adamo un vero uomo. Ma Adamo nel frattempo – dopo la settimana della Creazione – era stato creato per la seconda volta. Chi possiede ancora una Bibbia (altrimenti dia un'occhiata nel comodino del primo albergo in cui gli capiterà di alloggiare) può leggere nella Genesi 2:7: «JHVH modellò l'uomo con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita; così l'uomo divenne un essere vivente». La differenza rispetto alla prima volta è che adesso apprendiamo dettagli un po' più concreti. Per fortuna ci sono anche altre fonti oltre alla Bibbia. Senza fare differenza tra la prima e la seconda creazione di Adamo, diversi studiosi nel corso dei secoli hanno ricostruito ora per ora il sesto e ultimo giorno della Creazione, giungendo tuttavia a risultati divergenti. Secondo uno di essi Adamo comparve nei pensieri di JHVH alla prima ora. La seconda ora JHVH discusse la sua idea con il consiglio degli arcangeli. Alcuni l'approvarono, altri erano contrari; ma mentre gli angeli dibattevano e bisticciavano, durante la terza ora JHVH si dedicò a raccogliere terra rossa, nera, bianca e bruna. Ovviamente non si trattava di polvere qualsiasi, ma della polvere più fine proveniente da tutti i punti cardinali, soprattutto dal punto in cui in seguito sarebbe sorto il Tempio di Salomone. La quarta ora amalgamò la terra con acqua purissima per ottenere dell'argilla. La quinta ora formò il corpo di Adamo. La sesta ora ne fece un golem, un «embrione di terra»: un'entità che non era più inorganica, ma non era nemmeno ancora un uomo. Sullo stesso monte del Tempio, su cui in seguito avrebbero avuto luogo tanti eventi memorabili, la settima ora insufflò l'anima in questa creatura embrionale, dopodiché, l'ottava ora, trasferì Adamo («Terra») nel Paradiso, dove questi dimostrò di saper parlare dando i nomi agli animali: «scimpanzé», «orangutan»... | << | < | > | >> |Pagina 25Tieniti forte! Borbottii sotterranei, scricchiolii, il mondo trema, all'improvviso un'ombra minacciosa si abbatte su questo foglio. Cos'è? In cosa mi sono imbarcato? A un tratto si è messo in moto qualcosa, è entrato in collisione, come placche continentali alla deriva: devo interrompere immediatamente la storia di Victor Werker, proprio ora che infine stava prendendo forma. Dal caos cosmogonico si leva una colossale formazione eruttiva. Tutte quelle torri e quei ponti! Quel Castello lì in lontananza sulla collina! Non è forse Praga? Lo Hradcany? E quel dedalo di stradine e tuguri da questo lato del fiume, dove forma quell'ansa quasi ad angolo retto, non è forse il ghetto? Ma non esiste più da tempo, ormai! In che anno siamo, allora? È il 3 Adar dell'anno 5352 dopo la creazione del Cielo e della Terra, e il rabbino esce nella neve gelata con i suoi alti stivali neri. «Non puoi presentarti all'imperatore vestito a quel modo, Jehudah!» esclama sua moglie davanti alla casetta sghimbescia. Con una mano si tiene lo scialle sulla testa e con l'altra indica le macchie di tuorlo d'uovo sui risvolti del caftano del marito. Lui le guarda brevemente e si stringe nelle spalle. «Deve accettarmi per quello che sono. Anch'io faccio lo stesso con lui.» «Ci mancherebbe altro. Stai un po' attento alla gente, lassù.» «Finora è sempre stato buono con noi, Perl.» Le parole escono dalle loro bocche sotto forma di vapore. Benché sia primo pomeriggio, nel ghetto sembra già calare la sera. C'è una nebbia fitta, il cielo è scuro come una cantina piena di carbone e l'unica luce pare venire dalla terra, dalla neve ghiacciata, in cui le impronte dei piedi e le scie dei carri sono conservate come fossili. La ressa e le grida nelle spelonche sono le stesse dei secoli precedenti e successivi, proprio come la puzza di fogna e di cipolle. Il fumo che esce dai camini forma una cappa, qua e là emerge qualche fiamma. Le botteghe dei rigattieri, seminterrate, sono piene di stracci, suppellettili rotte, ferri vecchi arrugginiti e oggetti di cui non si possono più ricostruire le origini. Più in alto, le cadenti capanne di legno dai muri marci e dalle scale rotte ondeggiano al canto voluttuoso delle prostitute nei bordelli e al salmodiare degli ortodossi, che si fondono in una cantata meravigliosa, udibile soltanto qui. A volte si vedono, all'interno delle case, le strette stanze divise con tratti di gesso in appartamenti, anch'essi pieni di mercanzia, gabbie di tortore, pentole e padelle, pagliericci con bambini addormentati, ammalati, moribondi. Le osterie con le loro lanterne fumose sono affollate; veggenti, chiromanti e cartomanti gridano lungo le strade per attirare l'attenzione; storpi e nani coperti di piaghe e bubboni si aggrappano alle gambe dei passanti e chiedono l'elemosina, ma vengono respinti a calci. Soltanto chi abita qui non si perde in questo labirinto di stradine tortuose, cortili interni e sottopassaggi. Quando appare in mezzo a tutta quella povera gente che spesso non porta le scarpe ma ha i piedi fasciati da stracci, il rabbino sembra un uomo ricco. Due occhi azzurro chiaro, nascosti da un grande cappello bordato di pelliccia e una lunga barba quasi bianca, osservano tutte quelle scene di un'Israele ormai dispersa in una Praga invernale. Tutti riconoscono il saggio studioso, fondatore e rettore della Scuola superiore di studi talmudici e, diversamente da come fanno con i sudici rabbini delle decine di sinagoghe presenti nel ghetto, che esercitano in parallelo anche il mestiere di macellaio o lattoniere, si inchinano e lo lasciano passare. Nella piazzetta dell'Altneuschul, la sinagoga più antica della città ebraica, c'è un gruppo di persone che guarda in alto, sorpreso. L'edificio è indipendente, e grazie a questo fin dal Medioevo è stato risparmiato dagli incendi che periodicamente ripuliscono il quartiere. Sopra i muri grigi, scrostati, si leva l'alta facciata gotica a gradini, dietro la quale si trovano soffitte in disuso. Ogni gradino della facciata è coronato da una punta di terracotta, e proprio qui è in atto un fenomeno sbalorditivo. Nella nebbia saltano su e giù dai gradini sette, otto fiammelle grandi come una mano, che si intrecciano, piroettano, si uniscono e tornano a dividersi. «Cos'è, rabbino?» domanda una giovane donna con sguardo spaventato. «Non dobbiamo spegnerlo?» Ma sul volto del rabbino è comparso un sorriso. «Non è un incendio, Mirjam. È una danza degli angeli.» Solleva le braccia e si mette a cantare saltellando da una gamba all'altra.
È contagioso: poco dopo tutti saltano e ballano e cantano al ritmo delle
fiammelle danzanti, e rapidamente il ballo si propaga per le strade, anche là
dove le fiamme non sono visibili. Dopo mezzo minuto l'ondata di allegria ha
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