Copertina
Autore Paolo Nori
Titolo La meravigliosa utilità del filo a piombo
EdizioneMarcos y Marcos, Milano, 2011, Gli alianti 189 , pag. 202, cop.fle., dim. 13x20,5x1,3 cm , Isbn 978-88-7168-587-8
LettoreFlo Bertelli, 2011
Classe narrativa italiana
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Indice


GLI SPECCHI                                  11

UN MONDO DI ESPERTI                          17

TUTTO TRANNE CHE IL LISCIO                   69

BUA-BUA                                     103

I BICCHIERI INFRANGIBILI                    131

NOI E I GOVERNI                             155

NOTA                                        195


 

 

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GLI SPECCHI



Ecco, a me è successa una cosa che secondo me un po' c'entra, con il discorso. Cioè io, nel 2009, dopo sei o sette anni che non ci andavo, sono andato alla fiera del libro a Torino. Il giorno prima di andare a Torino sono andato a Parma, con mia figlia, abbiamo dormito a Parma, da mio fratello, e poi son tornato a Bologna, ho lasciato mia figlia a sua mamma, in stazione e, senza passare da casa (abito lontano dalla stazione), ho preso un treno che mi ha portato a Torino. Era tutto calcolato andava bene. Solo che, a Parma, a casa di mio fratello, mi sono macchiato i pantaloni. Allora non potevo andare a Torino star via due giorni coi pantaloni macchiati, e mio fratello mi ha prestato un paio dei suoi. Solo che erano dei pantaloni con la vita bassa, che io non mi ero mai messo, e, il mattino dopo, nel tragitto che, in autobus, porta da casa di mio fratello alla stazione di Parma, mi sono accorto che mi sembrava che mi cascassero continuamente, mi sono trovato a tirarmeli su una ventina di volte, e ho pensato che non potevo star via di casa due giorni con quella sensazione lì che ti caschino le braghe che per me è proprio una sensazione sgradevolissima. Allora quando siamo arrivati nel piazzale della stazione, era giorno di mercato, con mia figlia siamo andati in una bancarella di cinesi, ho comprato un paio di braghe cinesi. Cinque euro. Un affare. Siamo andati nel bagno della stazione, mi sono cambiato le braghe, con mia figlia che mi guardava. Siamo usciti, era tutto a posto, tranne che, d'un tratto, mi è venuto in mente che avevo lasciato lo zaino sull'autobus. Noo, ho detto a mia figlia, ho lasciato lo zaino sull'autobus. Lei mi ha guardato mi ha detto Noo. Mia figlia ha cinque anni, allora ne aveva quattro. Mi ricorderò sempre il modo in cui mi ha detto Noo. Non so perché, è stata una cosa memorabile. Fatto sta che poi mi sono tastato le spalle, lo zaino ce l'avevo sulle spalle. Allora niente. Eravamo così contenti. Dopo è andato tutto come previsto, sono andato a Bologna, ho lasciato mia figlia a sua mamma, ho preso il treno, sono andato a Torino, son stato a Torino e son venuto indietro. Solo che, quelle braghe cinesi lì, che mi era sembrato che mi avessero salvato, e in un certo senso mi avevan salvato davvero, devo dire che mi sentivo a disagio, con quelle braghe lì. Con le tasche sui fianchi, e un elastico in vita e dei lacci, sia in alto che in basso, per stringerle. Ma che braghe ho? mi chiedevo continuamente. Tutti gli specchi e le superfici riflettenti eran l'occasione per veder come stavo, non ero nelle mie braghe, e continuamente pensavo a come sarebbe stato bello tornare a casa e rimettermi nelle mie braghe.

Ecco io, di solito, quando vado in giro, prendo con me dei taccuini, per scriverci sopra le cose che vedo. E uno ce l'avevo anche lì a Torino, e pensavo che mi avrebbero colpito un mucchio di cose, eran degli anni che non andavo a Torino, alla fiera del libro, ero curioso. Ecco, quando son tornato a casa, mi sono accorto che sul mio taccuino non avevo preso neanche un appunto. Ero così concentrato sulle mie braghe, e sull'effetto che facevo, che l'effetto che il mondo faceva a me non aveva quasi importanza. Ecco. Io ho l'impressione che, per scrivere, sia abbastanza importante trovar delle braghe.

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Pagina 26

Insomma, un po' è così.

Adesso io non son sicuro che c'entri, con l'arte moderna, però recentemente ho riletto le Anime morte di Gogol', e nelle Anime morte di Gogol', secondo volume, c'è un personaggio che dice a un altro personaggio che lui non sta bene, al mondo, e l'altro personaggio gli dice Ah, non stai bene, sai cosa devi fare? Eh, gli dice il primo, cosa devo fare? Mettiti a lavorare sei anni senza tirare il fiato, poi vedrai che stai meglio. Che è una cosa che io questi ultimi mesi mi sembra che sto facendo così, ma non solo io, ho l'impressione.

L'altro giorno ho sentito per radio una pubblicità che c'era una signora che diceva Ahmed, ripeti con me: Mi sun chi per laurà. E c'era questo Ahmed che diceva Mi sun chi per Laura. No, diceva la signora, non per Laura, per laurà. E Ahmed diceva Per laurà. Bravo Ahmed, diceva la signora, vedi che è facile? E poi si sentiva una musichetta e poi la voce di uno speaker che diceva che era una campagna di un qualche ministero per non mi ricordo che scopi.

E a me, non so, mi è venuto in mente che nei romanzi stranieri del sette e dell'ottocento, una delle espressioni italiane che ho trovato più spesso, scritta in corsivo e con una nota che diceva In italiano nel testo, era: il dolce far niente.

Allora, non so come dire, ma io ho l'impressione che a noi, i casi son due, o ci prendono per degli altri, oppure ci stan cambiando proprio i connotati.

E noi, bisogna dire, li lasciamo fare. Che lasciarli fare, non sarebbe neanche grave, la cosa che sarebbe forse un po' grave sarebbe poi un'altra, che ci credessimo. Che ci lasciassimo guidare dagli esperti dei ministeri che ci convincessimo di essere non so che cosa, una cosa nuova una specie di ibrido creato dagli esperti di qualche ministero insieme agli esperti di qualche agenzia pubblicitaria che ci dicessero come siamo davvero e noi ci comportassimo come se fosse un dovere essere fatti a immagine e somiglianza di quell'ibrido lì.

Mi viene in mente un po' di tempo fa, in Abruzzo credo, c'era un consigliere regionale che ha promosso una campagna regionale che aveva questo slogan: Il lavoro rende liberi. Il depliant che pubblicizzava questa campagna aveva una nota del consigliere che diceva Non è una frase mia, non mi ricordo dove l'ho sentita, l'ho sentita da qualche parte e mi è piaciuta moltissimo e credo che sia proprio d'attualità.

Dopo quando gli han fatto notare che era la frase che era scritta sui cancelli di Auschwitz, lui ha detto Ah, ecco, dove l'avevo sentita. E comunque si è rifiutato di chiedere scusa perché secondo lui, quella frase lì, al di là del fatto di Auschwitz, secondo lui era proprio una bella frase.

Abbassate la testa e mettetevi a lavorare senza tirare il fiato fin quando scampate, dopo vedrete che state meglio, ci dicon gli esperti, e noi siam portati a crederci meccanicamente, e abbassiamo la testa e ci mettiamo a lavorare senza tirare il fiato non ci pensiamo, a cosa sono gli esperti.

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Pagina 30

Allora, premesso che queste son delle cose che poi uno, come sono davvero, non lo sa mai, che chissà quella gente lì come fa, a prendere le decisioni, chissà quali sono i dati che hanno a disposizione e chissà quali cose tengono in considerazione, però a me sembra che il sindaco di Bologna, Cofferati, ha fatto il sindacalista per tanti anni, è stato abituato per tanti anni a avere una controparte, e a essere rigido, duro, con la controparte, a non mollare, a tenere il punto, a attaccarsi alla lettera delle normative per ottenere qualcosa che poi, quando l'hanno chiamato a fare il sindaco di Bologna, era così abituato che si è messo a trattare Bologna come una controparte.

Che a me è venuto da pensare che è come uno che fa il gommista che lo mandano a fare il pizzaiolo e lui si mette lì, dietro il bancone del suo locale, con la sua aria compressa, e prova a soffiarla sulla farina e spera che salti fuori una pizza. E quando si accorge che non salta fuori si arrabbia, anche. Ma pensa te, gli vien da pensare, a gonfiare le gomme andava così bene, qui non funziona. Ci dev'essere un problema nella farina, gli vien da pensare, e ordina dell'altra farina perché lui, da gommista, non solo è convinto, ma lo sa, che la sua è una ricetta che funziona, lui lo sa, come si fa a far andar bene le cose: con l'aria compressa. E grazie all'aria compressa, che ha ottenuto questo importante posto da pizzaiolo, e vuoi che adesso che è pizzaiolo lui rinneghi tutto quello che ha fatto prima e scelga degli altri strumenti? Sarebbe un ingrato, e poco coerente.

Che poi uno potrebbe pensare che quella cosa lì, in politica, la legalità, stabilir delle regole e farle rispettare alla lettera, concepire il governo di una città come sorveglianza rigida sul fatto che le regole siano applicate, che è un po' l'equivalente del mi sun chi per laurà, uno potrebbe pensare che funzioni, in politica, chiedere ai propri concittadini che abbassino tutti la testa e lavorino per sei anni senza tirare il fiato che poi vedranno che stanno meglio, e a quelli che, anacronistici, hanno ancora in testa il dolce far niente fargli passare la voglia a forza di multe, vi sedete per terra? multa, bevete una birra dopo le dieci di sera? multa, non trovate un posto dove pisciare pisciate per strada? multa, la vostra morosa vi ha lasciato vi siete ubriacati avete pisciato per strada e poi avete scritto sul muro la vostra disperazione? Tre multe, be' queste cose qua, adesso, io penso di no, ma lì è una questione, è difficile, son punti di vista, magari c'è qualcuno che crede che l'applicazione della formula Abbassare la testa per sei anni senza tirare il fiato in campo politico possa anche funzionare, io penso di no, ma ammettiamo che in campo politico possa funzionare, nel campo dell'arte, io, proprio, se devo dire, lo escluderei, che funzioni.

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Pagina 35

Che quella lì è un'antologia, I formalisti russi, che davanti a quell'antologia lì la gente di solito batte in ritirata, che qui da noi, uno normale, ammesso che esista, a pensare ai formalisti russi si immagina qualcosa di polveroso di quella polvere particolare che c'era nell'Unione Sovietica, una finestra con la tapparella mezza abbassata, un ventilatore fermo, degli scartafacci su una scrivania di formica e intorno tutto grigio, grigia la finestra, grigia la tapparella, grigia la scrivania, grigi gli scartafacci, non è un panorama, non so come dire, da agenzia di viaggio, non è un posto che ti vien tanta voglia di passarci del tempo, solo che, a andarli a leggere, con un po' di pazienza, quei saggi lì raccolti da Todorov nell'antologia I formalisti russi, alcuni sono difficili molto, il saggio di Brik su ritmo e sintassi io per esempio non l'ho mai letto fino alla fine, di metrica russa non ne capisco niente e non ho mai avuto occasione di occuparmene, mi perdo subito, già quando parla del piede, cos'è il piede? non so, ma ce ne sono alcuni che parlan di prosa, di Ejchenbaum, di Sklovskij, che sono dei piccoli capolavori di ingegno e di chiarezza, e ce n'è uno, in particolare, di Sklovskij, che è stato scritto nel 1917 e si intitola L'arte come procedimento che secondo me è un saggio utile non solo per leggere meglio le opere letterarie ma anche per stare al mondo.

E, per via del tema del nostro discorso, se è vero che Sklovskij in quel saggio lì parla sostanzialmente della scrittura, dell'arte intesa come letteratura, è anche vero che non dobbiamo arrivare subito alla soluzione, non è mica una caccia al tesoro, abbiamo cinquanta minuti, facciamo una cosa alla volta, cominciamo con la scrittura poi andiamo avanti arriviamo anche alle arti figurative e anche a quelle moderne, intanto mettiamoci d'accordo su quel che si intende con questa parola arte, perché arte è una di quelle parole che ognuno ha la sua, dentro la testa, e queste diverse arti dentro le diverse teste son disegnate, se così si può dire, in un modo molto diverso l'una dall'altra, allora intanto vediamo, per quanto possibile, che cosa intendeva Sklovskij, quando parlava di arte.

Sklovskij all'inizio dice che nel linguaggio poetico del giapponese compaiono suoni che non compaiono nel giapponese parlato; ecco, secondo lui, questo succede in un certo senso in tutte le lingue: cioè il fatto che nel linguaggio artistico valgono regole diverse da quelle che valgono nel linguaggio ordinario.

Se nel linguaggio ordinario, come dice Spencer, si cerca di esprimere il maggior numero possibile di pensieri con il minor numero possibile di parole, nel linguaggio artistico, secondo Sklovskij, le leggi dello sperpero e del risparmio di energie vanno prese in considerazione soltanto nel quadro delle leggi specifiche di quest'ultimo, cioè del linguaggio artistico, e non per analogia con quelle del linguaggio ordinario.

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Pagina 43

E a pensarci è vero: Tolstoj, in quel pezzo lì sulla fustigazione, è come se non conoscesse nemmeno il concetto di fustigazione, e allora è necessario descriverlo, farlo saltar fuori, guardare questo processo con stupore, come se lo si vedesse per la prima volta. E scrivere, in fondo, secondo me, è un po' questo, è come farsi crescere dentro la pancia una macchina per lo stupore, e viene in mente Gianni Celati che da qualche parte se non sbaglio diceva che chi scrive è guidato dalla radice stu, quella con la quale cominciano le due parole studente e stupido, e io mi ricordo l'impressione bellissima che ho avuto quando ho cominciato a scrivere, che era per me come avere proprio la patente dello stupido, l'autorizzazione a essere stupido, a fare finta di non sapere le cose, e dopo qualche anno ho trovato Hrabal , lo scrittore di Praga, che diceva che a un certo punto, una sera, lui e un suo amico, nella birreria U zlateo tigra, erano passati dalla condizione di chi sa di non sapere, a quella di chi fa finta di non sapere.

E quando ho cominciato a scrivere io, a me è successa proprio quella cosa lì, che io guardavo a delle cose che conoscevo benissimo, come per esempio la mia casa, il condominio dove abitavo, i nomi delle strade che c'erano intorno, come se non li avessi mai visti, mi dimenticavo il mio lavoro, mi sun chi per laurà, alzavo la testa e guardavo la facciata del mio condominio come se non l'avessi mai vista, e la facciata del condominio usciva dal suo imballaggio, e questa cosa, delle volte, funzionava anche con le persone con le quali abitavo, anche con il mio gatto e la mia morosa che d'un tratto, certe volte, uscivano dal loro imballaggio di gatto domestico e morosa domestica e risuscitavano come esseri viventi colpiti dalla luce di un dato momento della giornata intanto che respiravano, col sangue che pulsava, lì, in salotto, o in bagno, o sulla soglia della cucina. E mi viene in mente una strofa di una canzone di Jannacci dove c'è uno che si rivolge a suo figlio e gli dice Oh, son tuo padre, non son mica un mobile; e mi vien da pensare che la maggior parte del tempo che ho vissuto con degli altri, io gli altri che vivevan con me li trattavo come dei mobili, e era normale, li vedevo come dei mobili, imballati, li riconoscevo dai loro primi e più apparenti contrassegni mi passavan davanti come avvolti da un involucro.

E lo straniamento, che come teoria letteraria è stata, diciamo così, formulata, nel 1917, lo straniamento è un procedimento letterario che c'è sempre stato, che chi scrive ha sempre usato, sia prima della formulazione di Sklovskij che dopo, e una pagina secondo me in cui lo straniamento viene, non so come dire, usato, sfruttato, spiegato, declinato, in modo esemplare, è un pezzo di Ermanno Cavazzoni che è una parte di un libro che si intitola Gli scrittori inutili, che è un finto manuale di scrittura creativa.

Prima però volevo chiarire una cosa, perché uno che sentisse, adesso, questo discorso, magari potrebbe pensare Ma te, ai ciechi, a quelli che non ci vedono, gli vai a dire Dovete sforzarvi di vedere le cose come se le vedeste per la prima volta? Non ti sembra di essere un po', come dire, indelicato, e fuoristrada, anche? Ecco secondo me, questa cosa qua, mi sbaglierò, ci ho pensato anch'io, ma secondo me se noi prendiamo il verbo vedere in senso lato, come stretto parente del verbo sentire, percepire, Dovete sforzarvi di sentire le cose come se le sentiste per la prima volta, quella teoria lì dello straniamento funziona benissimo sia per i ciechi che per quelli che ci vedono e quell'obiezione lì, secondo me, è venuta in mente anche a me, ma poi mi è venuto in mente che un'obiezione del genere è più probabile che venga in mente a uno che ci vede, che a uno che non ci vede, ma forse mi sbaglio. Se mi sbaglio il mio discorso, avete ragione, non val mica tanto.

Quel libro lì di Cavazzoni, dicevamo, è un finto manuale di scrittura, dove ci sono sette lezioni di scrittura come fossero lezioni private, un insegnante e uno studente, e ogni lezione si insegna un vizio capitale, Lussuria, Gola, Avarizia, Accidia, Invidia, Ira, Superbia.

Dopo, adesso non c'entra niente, ma quando era appena uscito, io l'ho trovato alla libreria Mel qui di Bologna non tra la narrativa, tra i veri manuali di scrittura. E quando l'ho detto a Cavazzoni, lui m'ha detto che qualche anno prima, a Reggio Emilia, quando c'era ancora la libreria Rinascita, c'erano allora quei libri i Castori, quelle monografie critiche, con un formato strano, quadrato, con una grafica di copertina strana e ne era uscita una su Sciascia , e in quella copertina c'era scritto solo il nome di Sciasca su due righe, si leggeva SCIA, sopra, e SCIA, sotto, tutto maiuscolo, e i librai della libreria Rinascita di Reggio Emilia l'avevano messo nello scaffale degli sport invernali. Ecco, questo per dire, anche se non c'entra niente. Allora da quel libro lì di Cavazzoni leggo la lezione d'invidia.

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Pagina 46

Lezione d'invidia

Se tu poi pensi di frequentare lo scrittorame, come mi sembra che tu già faccia, è vero?... che tu frequenti il bel mondo degli scrittori della capitale? che tu l'hai già visitato quello scrittore?... come si chiama? della capitale..., quello scrittore un po' tracagnotto, che gli piacciono le donne, dice lui... come si chiama? dai! è famoso; è un po' tarchiato, avrà novant'anni, con la faccia stanca, da vecchio, ne dimostra anche cento. Io per i nomi..., ma come si chiama? Lo mettono ormai dappertutto, nelle guide turistiche: questa è la casa dove è nato, scrivono, qui viene a mangiare, con quell'altra, come si chiama? quella scrittrice... che poi è la sua concubina, quella tremenda; che se l'intervistano dice: io e lui... c'è un sodalizio..., la scrittura... io e lui ci leggiamo tutto..., le sue mani... che chissà che cos'hanno! Tra l'altro ce le ha corte, grossolane. E lei dice: ... le sue mani... che battono a macchina e poi mi sfiorano... Ma se battono a macchina, cosa vuoi che ti sfiorino! E poi quello dev'essere un coglione! solo per la faccia che ha, sempre impegnata, sempre in servizio. Due sopracciglia, tutte farraginose... C'è sempre sui giornali di moda, perché lui è Lo Scrittore, e allora quando hanno bisogno di uno scrittore tirano fuori lui, che ha già tutta l'impostazione. Avrà scritto ormai cinquanta libri, tutti al passato remoto: Andai a casa, accesi la pipa..., cinquanta libri, tutti così: Suonarono alla porta. Andai ad aprire. La gente li compra e non li legge; perché cosa vuoi che ci sia da leggere? Quando uno ha letto una riga tutto il resto è uguale: La presi per mano. Tacque. Io pure tacqui, e via di seguito. Si fa un libro al giorno così. Altro che cinquanta.

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Pagina 57

L'arte contemporanea è facile, prenderla in giro, non so se ci avete fatto caso, ma prender per il culo un artista contemporaneo è una delle cose più facili e più diffuse che esista, e è successo abbastanza spesso anche a me, ma neanche tanto tempo fa, dieci o dodici anni fa, che era il periodo che credevo di essere un esperto di avanguardie russe nella loro versione scritta e che certe cose delle avanguardie russe nella loro versione dipinta, come per esempio il quadrato nero di Malevic, c'è questo quadro famoso con un quadrato nero su fondo bianco che non c'è nient'altro, che Malevic quando l'ha esposto, in Russia, nel primo decennio del novecento, se non ricordo male, l'aveva messo in un angolo come se fosse stata un'icona, che poi aveva fatto anche diverse copie, qualcuna l'aveva fatta fare anche ai suoi allievi, che io quando ho visto una di queste copie originali, che il museo dell'Ermitage aveva appena comprato spendendo una cifra che mi era sembrata spropositata, io mi ricordo il nero, quel poco di nero che c'era in mezzo a tutto quel bianco era anche tutto crepato, e sotto le crepe si vedeva il bianco della tela e io avevo pensato Non son neanche capaci di pitturare e m'era montato un nervoso, e dopo tutte le volte che vedevo una riproduzione del quadrato nero di Malevic, o che ne sentivo parlare, o che ne leggevo nei saggi, spessissimo, perché è un quadro famosissimo, mi veniva un nervoso, la vita degli esperti, veramente, è una vita infame, io anche quando leggevo, non so, per esempio, quel periodo lì, io mi ricordo avevo cominciato a leggere il Tractatus , di Wittgenstein, che è un saggio filosofico-logico-matematico, se così si può dire, che è costruito in un modo che ci sono sette proposizioni che le prime sei, che son complicate, ma molto, bisogna stare attenti, sforzarsi, far fatica, per capirle, e queste sei proposizioni tendono tutte a dimostrare la settima, che invece è semplicissima, e dice: quello che non può essere detto, dev'essere taciuto. Che io, in quel periodo lì che ero un esperto e che avevo tra le mani il Tractatus, mi ricordo che avevo pensato a mio nonno, che faceva il muratore, e mi ricordo che mi ero immaginato che mio nonno mi vedesse con quel libro lì di Wittgenstein in mano e mi chiedesse Cosa stai leggendo?, e io allora gli avrei dovuto rispondere che stavo leggendo un saggio, e lui mi avrebbe chiesto E cosa dice? E io gli avrei dovuto rispondere che diceva che quel che non può essere detto, dev'essere taciuto e mio nonno, nella mia immaginazione, avrebbe scosso la testa mi avrebbe chiesto E avevi bisogno di leggerlo dentro in un saggio, che quello che non può essere detto dev'essere taciuto? Invece probabilmente mio nonno, che era una persona intelligente di quella intelligenza che vien su nei cantieri e ti fa capire la meravigliosa utilità del filo a piombo, probabilmente mio nonno, che anche se è morto quando avevo nove anni, e anche se aveva imparato a leggere e scrivere da autodidatta secondo me è la persona che se non c'era lui io secondo me non mi sarei mai messo a scriver dei libri, e forse neanche a leggerli, perché mi ricordo e mi ricorderò sempre che quand'ero piccolo, quando pioveva, che i muratori allora quando pioveva non lavoravano, io mi ricorderò sempre che c'era mio nonno, in sala, in poltrona, che leggeva dei romanzi, ma per delle ore, mio nonno è stata la prima persona che ho visto assorto, ma per delle ore, a leggere un libro, e la curiosità per i libri a me forse viene da lì, che da piccolo io pensavo Ma cosa fa? Ma cosa c'è, lì, di così interessante?, e quei romanzi lì che leggeva mio nonno son poi gli stessi romanzi che ho cominciato a leggere io, la stessa carta che aveva toccato lui, con le sue mani, secondo me mio nonno, che conosceva la meravigliosa utilità del filo a piombo, non mi avrebbe chiesto E avevi bisogno di leggerlo dentro in un saggio, che quello che non può essere detto dev'essere taciuto?, e non mi avrebbe chiesto così perché lui non era un esperto, era un autodidatta, e essendo un autodidatta lui lo sapeva, che non era una cosa semplice, da capire, e io, da parte mia, in questi ultimi dodici anni, mi è successo una marea di volte di pensarci, dopo aver sentito dire delle cose, delle volte dopo averle sentite dire da me, in questi ultimi dodici-quindici anni di inesperienza, se così si può dire, io me la son detta nella mia testa una marea di volte, quella frase lì Quello che non può essere detto dev'essere taciuto, e alla fine mi sembra che se incontrassi il me stesso di quando ero un esperto e lo sentissi criticare il quadrato nero di Malevic con gli argomenti con cui lo criticavo io allora, penserei Ecco, è arrivato un altro che ha capito tutto.

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Pagina 77

Che Parma, non so perché, o meglio, lo so, c'è questa idea che Parma sia una città con una grande inclinazione musicale: una sinistra inclinazione musicale, scrive Bruno Barilli dentro un suo libro, ed è vero, probabilmente, Parma è una città che con la musica ha molto a che fare, solo che, se si guarda l'Emilia, nel suo complesso, i cantanti, prendiamo per esempio i cantanti o i cantautori o i gruppi di Bologna Modena Reggio Emilia: Guccini, Dalla, Morandi, Carboni, Lùnapop, Cremonini, Bersani, Ligabue, Vasco Rossi, Modena City Ramblers, CCCP, Offlaga disco pax, Equipe 84, I nomadi, CSI, Cisco, Ferretti, Zucchero, Mingardi, PGR, I ladri di biciclette, Irene Fornaciari, Paolo Belli, Giardini di Mirò, Nek, Pavarotti, ‹stmamò, Skiantos, Stadio, il fratello di Ligabue, il figlio di Morandi, Caterina Caselli, Orietta Berti, Iva Zanicchi, Pierangelo Bertoli, Beppe Starnazza, Astro Vitelli e molti altri che non mi ricordo.

A Parma, chi c'è?

I corvi, e Scialpi.

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Pagina 131

I BICCHIERI INFRANGIBILI



Buongiorno, grazie dell'invito, sono contento di essere qui e di avere l'occasione di conoscere delle persone che si occupano di DDR perché, anche se io non me ne sono mai occupato nella mia vita, come dirò, credo che ci siano dei punti in comune con quello che ho fatto io, che dopo essermi diplomato in ragioneria e avere lavorato per tre anni circa in paesi arabi, Algeria e Iraq, per la precisione, mi sono iscritto all'università e alla fine mi sono laureato in russo e, mentre non mi è mai successo che quando dicevo che avevo studiato ragioneria qualcuno mi chiedesse come mai avevo studiato ragioneria, che sarebbe stata una domanda anche sensata, mi hanno chiesto molte volte come mai avevo studiato russo. Per via, credo, del fatto che, visto da fuori, uno che studia russo, è una persona un po' strana, mentre per me, che mi vedo da dentro, mi sembra di essere normalissimo, e allora oggi sono contento anche per quello, perché, a dire il vero, se a me sembra normalissimo studiare russo, per via forse che l'ho studiato, mi sembra piuttosto strano studiare la letteratura della DDR, e quindi oggi in un certo senso sono io che guardo voi con curiosità, oggi.

Anche se io, oggi, e per questa occasione, sono reduce da una specie di full immersion nella DDR, nel senso che gli ultimi quattro giorni della mia vita io li ho passati, ogni momento libero, a leggere due dei libri che presentiamo oggi, una storia della DDR e un manuale di letteratura della DDR, e a scrivere di conseguenza questo discorso.

La cosa, per me, è tanto più sorprendente se si considera che il resto della mia vita, i rimanenti quarantasei anni e centottantaquattro giorni, se ho fatto bene i conti, io della storia e della letteratura della DDR non mi sono mai occupato. Non so, del resto, neanche il tedesco. Scusate. Apro una parentesi.

Intanto che sto scrivendo questo discorso, di fianco a me, sono le otto del mattino, hanno cominciato a tagliare degli alberi, con quelle seghe a motore che fan questi rumori simpaticissimi che aiutano la concentrazione che se uno avesse in casa un fucile con un mirino gli verrebbe l'istinto di andarlo a prendere, ogni volta che sente quel rumore lì simpaticissimo che fan quelle seghe a motore, chiusa la parentesi.

Tornando per un attimo al fatto che ho studiato ragioneria, apro un'altra parentesi, delle volte mi vien da pensare, quei pensieri che ti vengono così all'improvviso, che non sapresti neanche dire se li condividi oppure no, che il fatto che mi son laureato in letteratura russa, era per cancellare il fatto che mi ero diplomato in ragioneria. E che il fatto che mi son messo a scrivere i libri, era per cancellare il fatto che mi ero laureato in letteratura russa. Chiusa la parentesi.

Qualcuno dei presenti, a sentire queste parentesi, potrebbe pensare Cosa c'entra questa roba con la storia della DDR? e avrebbe ragione, non c'entra niente, solo che a me hanno chiesto, Michele Sisto, che è il curatore di uno dei due libri che si presentano oggi, Invenzione del futuro, Breve storia della letteratura della DDR, edizioni Scheiwiller, Michele Sisto mi ha chiesto di scrivere un discorso sulla DDR che duri mezz'ora, e, è vero che io son quattro giorni che non faccio che leggere cose della DDR e pensare alla DDR, però è anche vero che io i rimanenti quarantasei anni e centottantaquattro giorni della mia vita, se ho fatto bene i conti, della storia della DDR non mi ero mai occupato, non so neanche il tedesco, e anche i presenti riconosceranno che mezz'ora è lunga, e parlare per mezz'ora di una cosa che per quarantasei anni e centottantaquattro giorni della tua vita non te ne sei mai occupato è una cosa che ci vuole della concentrazione, e invece qua intorno continuano a segare degli alberi come se nelle circostanze non ci fosse nessuno che deve scrivere un discorso sulla DDR, che tra l'altro, io, non so, devo aver sbagliato qualcosa fin dall'inizio perché, avendo da leggere una Storia breve della DDR e una Breve storia della letteratura della DDR, io subito avevo cominciato a leggere la Breve storia della letteratura della DDR, che poi, breve, son quattrocento e passa pagine, e mi ero accorto che io, degli autori che c'erano dentro quella Breve storia della letteratura, non ne avevo letto praticamente neanche uno, e, non so se avete mai provato a leggere un manuale di letteratura di una letteratura che non conoscete, fa un effetto stranissimo, come camminar sulla luna, mi è venuto in mente, poi mi è venuto in mente che io sulla luna non ci ho mai camminato e che dopo tutto io non lo so, com'è camminar sulla luna, allora ho pensato che è come perdersi in una città dove non si è mai stati, e straniera, che vedi i viali, le case, le piazze, i nomi delle vie ma non riconosci niente, per forza, non ci sei mai stato, non hai nessun elemento per orientarti.

Tra l'altro, con le storie della letteratura, che sono utilissime, eh, io mi sono laureato nel 1994 il Lo Gatto lo uso ancora adesso, però mi vien da pensare che se io fossi, rispetto alla letteratura russa, nelle condizioni in cui sono rispetto alla lettura della DDR, e leggessi La storia della letteratura russa del Lo Gatto senza aver mai letto un romanzo russo, io, per esempio, di Gogol', che il Lo Gatto, come molti dei suoi predecessori che hanno esteso, se si dice così, si dice estensore, si dirà hanno esteso, come molti dei suoi predecessori che hanno esteso delle storie della letteratura russa anche il Lo Gatto mette Gogol' come l'iniziatore, il capostipite del realismo russo, e il romanzo che ha questa funzione di pietra angolare secondo il Lo Gatto sono le Anime morte, ecco io, secondo me di Gogol', se avessi letto il Lo Gatto prima di leggere Gogol', avrei un'idea tutta diversa da quella che mi son fatto leggendo le Anime morte, che l'ultima volta che l'ho riletto ho pensato che era proprio stranissimo, che un libro così, un libro dove dei contadini diventano dei samovar, e dei ballerini delle mosche, e dei possidenti degli orsi, e delle possidenti delle scatolette, un libro dove le signore si dividono in signore semplicemente piacevoli e signore piacevoli da ogni punto di vista, dove le carrozze diventano dei cocomeri e gli ufficiali arrivati da Rjazan' stanno svegli tutta la notte a decidere se comprare o non comprare un quinto paio di stivali, è proprio stranissimo che un libro così sia stato considerato il capostipite del realismo russo, era solo un esempio.

Allora all'inizio, in questa full immersion nella DDR, ero proprio spaesato, ho pensato che cominciare a scrivere subito non valeva la pena, che scrivevo poi tutto il discorso l'ultimo giorno, quando avevo poi letto tutto, cioè oggi, e stamattina, questi qua, han scelto proprio stamattina per venire a tagliare gli alberi.

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Mi viene in mente una storiella raccontata dallo scrittore americano Foster Wallace ai suoi studenti, che c'è un pesce vecchio che passa di fianco a due pesci giovani e che gli dice Ciao, com'è l'acqua? E questi si girano, lo guardano passare, poi si guardan tra loro si dicono L'acqua? Che acqua?

Ecco, secondo me, noi siamo così, io, perlomeno, cioè io non ho capito ancora bene il posto in cui sono, e credo che quella cosa lì, capire il posto in cui uno è sia una cosa difficilissima anche in casi in cui dovrebbe essere evidente, per esempio in una dittatura, come quella che c'è stata in Italia nel Ventennio, che l'han vissuta i miei genitori, che erano piccoli, e fin da piccoli, a scuola, gli insegnavano che il fascismo era il migliore dei regimi possibili, e se qualcuno, all'epoca, avesse chiesto ai miei genitori, Com'è vivere in una dittatura? loro probabilmente avrebbero pensato Dittatura? Che dittatura?

Che anche quel discorso lì, la dittatura, meglio morire di fame innocenti in un ospedale psichiatrico sotto una dittatura, o morire sulla sedia elettrica innocenti in una democrazia?, non lo so, quello che so è che un po' di tempo fa mi hanno chiamato a scrivere una cosa in occasione dell'anniversario di un fatto che è successo a Riva del Garda nel 1944, il 28 giugno del 1944, quando i nazisti hanno ucciso quattro ragazzi che facevano parte di un gruppo di antifascisti che si chiamavano I figli della montagna.

Una cosa singolare, di questi fatti di Riva del Garda, è che le persone che hanno organizzato questo gruppo erano dei ragazzi, quanti anni avranno avuto, sedici anni, diciassette, diciotto, facevano il liceo, e erano nati nel fascismo, l'acqua nella quale stavano era il fascismo, e quando sono entrati al liceo non avevano dubbi, eran fascisti, e se gli avessero chiesto E la dittatura? avrebbero pensato La dittatura? Che dittatura?

Quel mondo lì, all'inizio degli anni quaranta, prima della guerra, rispetto al nostro, se si potesse fare una fotografia delle idee dette in pubblico, delle idee espresse pubblicamente, sui giornali, ma anche per radio e anche sulle piazze, sugli autobus, nei negozi e nei luoghi pubblici, c'era molta più uniformità.

Cioè all'epoca, è una banalità, c'era una specie di mare, dentro il quale tutti eran dentro, l'acqua in cui si nuotava era il fascismo, e alzare la testa sopra il pelo dell'acqua era una cosa che si poteva fare, ma bisognava farla con qualche precauzione.

In molte delle memorie dei liceali di Riva del Garda dell'inizio degli anni quaranta, si ricorda il professor Adolfo Leonardi, che presentandosi all'inizio dell'anno, diceva agli studenti Chiedo scusa per il mio nome, non è colpa mia.

Ecco questa frase qua, semplicissima, Chiedo scusa per il mio nome, non è colpa mia, è stata, a legger le memorie degli studenti di Riva del Garda che son poi diventati antifascisti, una frase memorabile, come una piccola sveglia che ti diceva Sta' attento. Prova a ragionare. Prova a guardare. Prova a pensare con la tua testa. Prova a ascoltare. E aveva il pregio di dirti tutte queste cose senza dirti niente. Ti diceva, soltanto: Chiedo scusa per il mio nome, non è colpa mia.

O il professor Guido Gori, e il modo in cui lesse il sesto canto del Purgatorio: Ahi, serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!

Non ci fu bisogno di spiegazioni, ricorda Giorgio Tosi che era uno di quegli studenti lì.

Ahi, serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!

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Ecco, io ho l'impressione che noi c'è il rischio che finiamo così, che moriam soffocati; noi siamo tutti impastati di sonno e non siam più capaci di fare niente, neanche di aver dei pensieri nostri, o di distinguere i nostri dagli altri, e anche se ci riuscissimo, con un gran sforzo, per un attimo, sarebbe probabilmente inutile.

Cioè il mondo comunque andrebbe per conto suo e noi non avremmo nessuna possibilità non solo di mettere in discussione l'andiamo del mondo, neanche di dare il minimo fastidio. Ecco. E allora uno potrebbe pensare Allora non bisogna far niente? No. A me, in questi casi, di solito, quando penso queste cose, mi torna in mente un passo del Cyrano di Bergerac, di Rostand.

Cosa dite? » inutile? Lo so. Ma non ci si batte nella speranza del successo. So bene che alla fine io sarò sconfitto; non importa. Io mi batto, io mi batto, io mi batto.

E se dobbiamo poi essere sconfitti, come sarà, probabilmente, mi sembra sensato quel che dice Iosif Brodskij quando dice, nel 1987, in un discorso tenuto a Vienna che si intitola La condizione che noi chiamiamo esilio:

Comunque, se vogliamo avere una parte più importante, la parte dell'uomo libero, allora dobbiamo essere capaci di accettare - o almeno di imitare - il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero, quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno.

E in un altro discorso, celebre, il discorso in occasione del Nobel per la letteratura che gli hanno assegnato, Brodskij scrive:

Il compito di un uomo, si tratti di uno scrittore o di un lettore, sta prima di tutto nel vivere una vita propria, di cui sia padrone, non già una vita imposta o prescritta dall'esterno, per quanto nobile possa essere all'apparenza.

La lingua e, presumibilmente, la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l'ironia o l'indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente - meglio ancora, dell'infinito - nei confronti del provvisorio, del finito. Un sistema politico, una forma di organizzazione sociale, è per definizione una forma del passato remoto che vorrebbe imporsi sul presente (e spesso anche sul futuro); e chi ha fatto della lingua la propria professione è l'ultimo che possa permettersi il lusso di dimenticarlo. Il vero pericolo per uno scrittore non è tanto la possibilità (e non di rado la realtà) di una persecuzione da parte dello Stato, quanto la possibilità di farsi ipnotizzare dalla fisionomia dello Stato, una fisionomia che può essere mostruosa o può cambiare verso il meglio ma è sempre provvisoria.

La filosofia dello Stato, la sua etica - per non dire la sua estetica - sono sempre ieri. La lingua e la letteratura sono sempre oggi, e spesso domani.

Ecco. Qualcuno di voi si ricorda chi governava in Spagna quando Cervantes scriveva il Don Chisciotte, o a Venezia quando Goldoni scriveva La locandiera, o a Londra quando Shakespeare scriveva l'Amleto, o a Pietroburgo quando Pugkin scriveva l'Evgenij Onegin, o a Rotterdam quando Erasmo da Rotterdam scriveva l'Elogio della Follia?

Io non me lo ricordo, e mi sembra che questa regola, che è evidente per il passato, valga anche per il presente, cioè mi sembra che quelli che si illudono di governarci, siano essi dei dittatori o dei presidenti democraticamente eletti, se noi facciamo quella scelta lì di cui parla Brodskij, la scelta di vivere una vita nostra, non abbiano su di noi nessun potere, e che molto più importanti di loro siano quelli che fanno il mondo in cui viviamo, che sono capaci di farlo con le mani, e che meglio faremmo a occuparci di loro, e di noi, e delle nostre mani, di quel che siamo capaci di fare con le mani, piuttosto di occuparci di chi ha scelto di essere sempre ieri.

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