Copertina
Autore Vilayanur S. Ramachandran
Titolo Che cosa sappiamo della mente
SottotitoloGlu ultimi progressi delle neuroscienze
EdizioneMondadori, Milano, 2004, Saggi , pag. 162, cop.ril.sov., dim. 145x225x20 mm , Isbn 978-88-04-53570-6
OriginaleThe Emerging Mind [2003]
TraduttoreLaura Serra
LettoreCorrado Leonardo, 2005
Classe scienze cognitive , psichiatria
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice

  3     Introduzione

  9   I Fantasmi nel cervello
 29  II Credere è vedere
 43 III Il cervello artista
 63  IV Numeri viola e formaggi piccanti
 85   V Neuroscienza, la nuova filosofia

113     Note
135     Glossario
145     Bibliografia
153     Ringraziamenti
157     Indice dei nomi

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

I
Fantasmi nel cervello



Negli ultimi tre secoli la storia dell'umanità è stata costellata di rivoluzioni scientifiche, grandi mutamenti del pensiero che hanno profondamente influenzato l'idea che abbiamo di noi stessi e del nostro posto nell'universo. La prima fu la rivoluzione copernicana, che tolse alla Terra il ruolo di centro dell'universo e la ridefinì come un granello di polvere orbitante intorno al sole. La seconda fu la rivoluzione darwiniana, che privò l'uomo della sua aura di angelo e lo chiamò «una scimmia glabra», com'ebbe a dire Thomas Henry Huxley proprio in questa sala. La terza fu la scoperta dell'inconscio, la teoria freudiana secondo la quale l'uomo non è, come crede, padrone del suo destino, ma è governato da un insieme di motivazioni ed emozioni ignote alla coscienza e la sua vita conscia è solo un'elaborata razionalizzazione post hoc, tesa a nascondere le vere ragioni del suo comportamento.

Ora, però, stiamo per assistere alla rivoluzione in assoluto più grande: la comprensione del cervello umano. Sarà senza dubbio una svolta epocale della storia, perché, diversamente dalle precedenti rivoluzioni scientifiche, non riguarda la cosmologia o la fisica, ossia il mondo esterno bensì noi stessi e l'organo che ha reso possibili i progressi passati. Le seoperte in questo campo avranno una profonda influenza non solo sul mondo scientifico, ma anche su quello umanistico e contribuiranno forse a colmare quel divario tra le «due culture» che C.P. Snow stigmatizzò alla fine degli anni Cinquanta: la scienza da un lato e l'arte, la filosofia e la letteratura dall'altro. Data l'immensa mole di ricerche sul cervello, non posso, nell'ambito delle Reith, pretendere di presentare un quadro completo della materia, ma dovrò limitarmi a fornire un insieme di spunti e a tracciare le linee essenziali. Tratterò una gamma molto ampia di argomenti, ma tutte le conferenze si informeranno a due principi generali: il primo è che, studiando sindromi neurologiche perlopiù ignorate o considerate mere curiosità e anomalie, si può imparare qualcosa di nuovo sul cervello normale e sul suo funzionamento; il secondo è che si comprendono meglio molte funzioni del cervello se si assume il punto di vista «panoramico» dell'evoluzionismo.

Il cervello umano, si dice, è la struttura più complessa dell'universo. Per rendersene conto, basta considerare alcune cifre: è composto da cento miliardi di neuroni, le cellule nervose che sono le fondamentali unità strutturali e funzionali del sistema nervoso (figura 1.1), e ciascun neurone ha con gli altri dai mille ai diecimila punti di contatto o sinapsi. nelle sinapsi che avviene lo scambio di informazioni. In base a questi dati, si è calcolato che il numero di possibili permutazioni e combinazioni dell'attività cerebrale, cioè il numero di stati mentali, superi il numero di particelle elementari dell'universo conosciuto. Benché sia un fatto noto a tutti, non cessa mai di stupirmi che l'incredibile ricchezza della nostra vita psichica, tutte le sensazioni, le emozioni, i pensieri, le ambizioni, i sentimenti amorosi e religiosi e perfino il sé privato e intimo siano solo e unicamente frutto dell'attività di quelle cellule gelatinose all'interno del cranio. un sistema talmente complesso che non so da dove cominciare. Forse converrà partire da elementi basilari di anatomia. Nel XXI secolo la maggior parte della gente sa all'incirca com'è fatto il cervello, sa che è composto da due emisferi cerebrali speculari e che ricorda una noce collocata in cima a un fusto, il tronco cerebrale. Ciascun emisfero si divide nei lobi frontale, parietale, occipitale e temporale (figura 1.2). Il lobo occipitale, situato nella parte posteriore, presiede alla visione e, quando è leso, può dare cecità. Il lobo temporale governa l'udito, le emozioni e certi aspetti della percezione visiva. Il lobo parietale, a lato di ogni emisfero, è preposto a rappresentare in forma tridimensionale la struttura spaziale del mondo esterno e la struttura del corpo all'interno della rappresentazione tridimensionale. Infine il lobo frontale, forse il più enigmatico, è connesso ad aspetti assai misteriosi della mente e del comportamento umani, come il senso morale, la saggezza, l'ambizione e altri elementi di cui sappiamo pochissimo.

Ci sono molti modi di studiare il cervello. Io prendo in esame i soggetti che hanno riportato una lesione o una modificazione in un'area cerebrale circoscritta.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 63

IV
Numeri viola e formaggi piccanti



        Conosci il mio metodo, Watson: si basa
        sull'osservazione delle inezie.
                               SHERLOCK HOLMES



Nel XIX secolo lo scienziato vittoriano Francis Galton, cugino di Charles Darwin, scoprì un fenomeno molto strano: certe persone, che per altri versi erano perfettamente normali, quando sentivano una nota musicale vedevano con gli occhi della mente un particolare colore. Il do bemolle era rosso, il fa bemolle azzurro e così via. Galton chiamò quella curiosa confusione dei sensi «sinestesia» (dal greco synaisthésis, percezione simultanea). Ad alcuni sinestetici anche i numeri evocano colori. Ogni volta che si trovano davanti a un cinque nero su una pagina bianca (o a un cinque bianco su una pagina nera), lo vedono colorato di rosso (o di un altro colore). Il sei è verde, il sette indaco, l'otto giallo e così via. Galton sosteneva che la sinestesia ricorreva nella stessa famiglia, il che è stato confermato di recente a Cambridge da Simon Baron-Cohen.

Benché sia nota da oltre un secolo, la sinestesia è stata perlopiù ritenuta una curiosità e le neuroscienze e la psiologia non si sono mai degnate di considerarla un fenomeno neurologico serio. Ma queste «anomalie» (per usare il termine coniato da Thomas Kuhn in La struttura delle rivoluzioni scientifiche) possono rivelarsi assai importanti per la scienza. Certo, il più delle volte sono bufale, come la telepatia, la capacità di piegare i cucchiai con lo sguardo e la fusione a freddo, ma quando sono vere possono modificare radicalmente la direzione delle ricerche in un dato campo e produrre una rivoluzione scientifica.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 73

Ma formuliamo un'altra ipotesi, poniamo che il gene dell'«attivazione incrociata» o dell'«iperconnettività» si esprima nel cervello in maniera più diffusa, e non soltanto nel giro fusiforme o nel giro angolare. Come abbiamo visto, se si esprime nel giro fusiforme si ha il sinestetico inferiore, se invece si esprime nella giunzione parieto-temporo-occipitale, contigua al giro angolare, si ha il sinestetico superiore. Ma se si esprime in maniera diffusa si registra un aumento dell'iperconnettività nell'intero cervello e questo rende più inclini a creare metafore e a collegare concetti apparentemente non correlati. (Dopotutto, anche i concetti astratti sono rappresentati nelle mappe corticali.) Potrà sembrare azzardato, ma proviamo a pensare al numero. Non c'è nulla di più astratto. Cinque maiali, cinque asini, cinque sedie, perfino cinque note sono assai diversi, ma hanno in comune la «cinquità». La cinquità è rappresentata in una regione abbastanza circoscritta del cervello, il giro angolare, perciò è possibile che anche altri concetti astratti siano rappresentati nelle mappe corticali e che gli artisti, con il loro eccesso di connessioni, riescano a correlare concetti con maggiore facilità e migliori risultati di quanto facciano le persone meno dotate.

Finora abbiamo dimostrato che la sinestesia è un fenomeno sensoriale autentico e abbiamo proposto un meccanismo che potrebbe spiegarla, soddisfacendo così i primi due requisiti che consentono a una sindrome di essere considerata «seria» e di essere studiata dalla scienza ufficiale. Resta da dimostrare che soddisfa anche il terzo requisito, ovvero che non è solo un'irrilevante anomalia e che le sue implicazioni vanno molto al di là dell'aneddoto curioso. A mio avviso, la sinestesia è ben più della buffa prerogativa di un ristretto numero di persone. Come mi accingo a dimostrare, tutti quanti siamo, di fatto, sinestetici.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 77

Infine, vorrei dedicare qualche parola all'evoluzione del linguaggio, che è sempre stata questione controversa. Il linguaggio è un fenomeno straordinario, in cui sottili meccanismi (come quello che è stato definito «inclusione ricorsiva») si coniugano con un enorme lessico per produrre un sistema assai sofisticato. facile immaginare che una singola caratteristica, come il collo lungo della giraffa, nasca dal progressivo accumulo di variazioni casuali, ma è molto più difficile capire come un meccanismo della complessità del linguaggio, fatto di innumerevoli componenti correlate, possa essersi evoluto per selezione naturale in maniera del tutto casuale. Come si passò dai grugniti, dagli ululati e dai brontolii dei nostri progenitori ominidi al rigoglioso eloquio di uno Shakespeare o di un George W. Bush? Ci sono parecchie teorie. Alfred Russell Wallace sosteneva che il meccanismo era troppo complesso per essersi evoluto per selezione naturale e che doveva esserci stato un intervento divino. Noam Chomsky, padre della linguistica moderna, dice qualcosa di molto simile, ma senza invocare Dio. Pur ammettendo che il linguaggio è troppo sofisticato ed elaborato per essere emerso per puro caso attraverso la selezione naturale, osserva che stipare cento miliardi di neuroni in uno spazio ristretto come il cranio può far emergere nuove leggi della fisica. Insomma, senza usare il termine, dice quasi che è un miracolo. Purtroppo, né la teoria di Wallace né quella di Chomsky si possono verificare. Una terza teoria è stata avanzata dal brillante psicologo del MIT Steve Pinker, secondo il quale l'evoluzione del linguaggio non è un grande mistero. Ciò che vediamo adesso, egli afferma, è il risultato finale dell'evoluzione e ci appare misterioso solo perché non sappiamo quali sono stati gli stadi intermedi. Ho idea che questa sia la strada giusta, perché la selezione naturale è l'unica spiegazione possibile, ma Pinker non l'ha ancora percorsa fino in fondo. Come biologi, noi pretendiamo di conoscere i particolari, perché, come dice un proverbio, è là che si nasconde il diavolo. Non ci accontentiamo di sapere che il linguaggio forse si è evoluto attraverso la selezione naturale, ma vogliamo sapere quali sono stati gli stadi intermedi (ossia, in termini tecnici, qual è stata la traiettoria attraverso il paesaggio di fitness). L'indizio utile a individuare gli stadi va cercato, a mio avviso, nella storia di buba e kiki, ovvero nella sinestesia; ed è proprio questo esempio a indurmi a proporre la «teoria dell'innesco sinestetico del linguaggio».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 96

Benché il comportamento di molti malati di mente sembri insensato, imparando a conoscere i principali meccanismi cerebrali abbiamo cominciato a capire i sintomi. La malattia mentale si può considerare un disturbo della coscienza e del sé, due parole che nascondono colossali abissi di ignoranza. Proverò a riassumere la mia idea della coscienza. I prblemi, in realtà, sono due: quello delle sensazioni soggettive, o qualia, e quello del sé.

Il problema dei qualia è il più difficile e si può riassumere con una domanda: come fa un flusso di ioni in particelle di gelatina come i neuroni cerebrali a dare origine alla rossità del rosso o al gusto del paté, del formaggio o del vino? Mente e materia sembrano diametralmente opposte. Si potrebbe risolvere il dilemma considerandole due modi diversi di descrivere il mondo, ciascuno completo in se stesso. Si pensi per esempio alla luce, che ha natura sia corpuscolare sia ondulatoria: non ha senso chiedersi quale delle due descrizioni sia corretta, perché, sebbene sembrino diametralmente opposte, sono corrette entrambe. Lo stesso vale forse per gli eventi mentali e fisici del cervello.

E il sé, l'ultimo grande mistero della scienza, cui tutti siamo interessati? Naturalmente, sé e qualia sono due facce della stessa medaglia. Non si possono avere sensazioni soggettive, o qualia, senza qualcuno che le provi e non si può avere un sé che sia del tutto privo di ricordi, emozioni, esperienze sensoriali. (Come abbiamo visto nella sindrome di Cotard, quando le sensazioni e le percezioni si svuotano di significato e importanza emozionali, il sé si dissolve.)

Che cosa si intende esattamente con «sé»? Ho individuato cinque caratteristiche fondanti. La prima è l'impressione di continuità, di un filo che corre lungo l'intero tessuto della nostra esperienza, accompagnato dal senso del passato, del presente e del futuro. La seconda, strettamente correlata alla prima, è l'idea di unità e coerenza. Nonostante la varietà dei ricordi, delle credenze, dei pensieri e delle esperienze sensoriali, ciascuno di noi esperisce se stesso come un individuo unico, un'unità.

La terza è la corporeità, o meglio il senso del possesso del proprio corpo, al quale ci si sente ancorati. La quarta è la facoltà di azione volontaria, quella che chiamiamo libero arbitrio, l'idea di essere padroni delle proprie azioni e del proprio destino e di saper distinguere tra il possibile e l'impossibile: possiamo muovere un dito, ma non possiamo muovere il naso o il dito altrui.

La quinta, e più elusiva di tutte, è la capacità di riflessione, la consapevolezza che il sé ha di se stesso. Un sé che non è consapevole di sé è un ossimoro.

La malattia mentale perturba uno o più aspetti del sé ed è per questo che non ritengo il sé un'entità unitaria, bensì un insieme di varie componenti. Come nel caso dei termini «amore» o «felicità», usiamo un'unica parola per indicare una pluralità di fenomeni. Se per esempio vi stimolo con un elettrodo la corteccia parietale destra (mentre siete consci e svegli), per un attimo vi parrà di librarvi in aria e guardare, sotto di voi, il vostro corpo; in altre parole, avrete un'esperienza extracorporea. La corporeità del sé, una delle caratteristiche che ho definito fondanti, è temporaneamente interrotta. Questo vale anche per tutti gli altri aspetti del sé: ciascuno può essere colpito selettivamente dalla malattia mentale.

Ciò premesso, le neuroscienze potrebbero affrontare la questione del sé in tre modi. Potrebbero considerarlo un semplice problema empirico cui trovare un'unica, elegante soluzione, come quella che con il suo «Eureka!» Archimede trovò alla spinta idrostatica o come quella che, con la doppia elica di basi del DNA, Watson e Crick trovarono all'enigma dell'ereditarietà. Credo sia improbabile, ma posso sbagliare.

Sempre tenendo presenti le mie osservazioni, ossia che il sé è definito da attributi come la continuità, l'unità, la corporeità, la facoltà di azione volontaria, non si può escludere che la scienza spieghi ciascun attributo volta per volta in termini di biochimica del cervello. A quel punto il problema della natura del sé svanirebbe, o almeno verrebbe relegato in secondo piano, e accadrebbe ciò che è già accaduto con lo «spirito vitale» e la «vita», intorno a cui gli scienziati hanno da tempo cessato di interrogarsi. (Riconosciamo che «vita» è un termine da applicarsi genericamente a un insieme di processi, come la replicazione e trascrizione del DNA, il ciclo di Krebs, il ciclo dell'acido lattico e cosi via.)

Infine, la soluzione al problema del sé potrebbe non essere semplice ed empirica, ma richiedere un radicale cambiamento di prospettiva, una rivoluzione simile a quella che produsse Einstein quando contestò l'assunto che le cose potessero muoversi a velocità incommensurabili. Nel momento in cui muteremo radicalmente prospettiva, forse avremo una grossa sorpresa e scopriremo di avere sempre avuto la risposta davanti agli occhi. Non vorrei sembrare un guru della New Age, ma trovo curiose analogie tra quest'idea e la visione filosofica induista, che, per quanto in maniera piuttosto nebulosa, nega vi sia una sostanziale differenza tra noi e gli altri e definisce il sé un'illusione.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 104

Ecco quindi che torniamo alla mia ipotesi di partenza. I qualia e il sé sono in realtà due facce della stessa medaglia: gli uni non possono esistere senza l'altro e viceversa. La capacità di utilizzare speciali circuiti cerebrali per creare metarappresentazioni di rappresentazioni sensoriali e motorie metarappresentazioni in parte destinate a facilitare il linguaggio e in parte facilitate dal linguaggio è stata con tutta probabilità essenziale all'evolversi sia di qualia compiuti sia del senso del sé. Come ho già osservato, non esistono qualia fluttuanti nel vuoto, senza un sé che li esperisca, né esiste un sé isolato, privo di qualia.

Un'analoga distinzione si può fare tra la rappresentazione di sensazioni «grezze» e la metarappresentazione delle sensazioni che ci permette di riflettere sul nostro mondo emozionale e di operare scelte sofisticate, come trattenerci dal compiere azioni che in altre circostanze faremmo istintivamente. Se ci mettono il pepe vicino al naso starnutiamo. Ma perché il fenomeno è accompagnato da un preciso quale dello starnuto, mentre nel caso del riflesso rotuleo non abbiamo il quale e il riflesso si registra anche nei paraplegici?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 111

Ed eccoci giunti al termine della dissertazione. Come ho spiegato nel capitolo I, non pretendevo di elaborare un quadro completo delle attuali conoscenze sul cervello, ma spero almeno di aver saputo far capire con quanta passione i miei colleghi e io affrontiamo problemi neurologici quali la sinestesia, l'isteria, gli arti fantasma, la visione cieca, l'eminattenzione spaziale e altre sindromi, e problemi un tempo metafisici come quello, antico, del libero arbitrio. Studiando disturbi bizzarri e ponendosi le domande giuste, i neuroscienziati possono oggi cominciare a rispondere ad alcuni degli interrogativi più pregnanti e fino a ieri filosofici che l'uomo si sia posto dall'alba della storia. Che cos'è il libero arbitrio? Che cos'è l'arte? Che cos'è il sé? Chi siamo noi? Che cos'è l'immagine corporea? Perché arrossiamo?

Oggi come ieri, nessuna impresa è più vitale di questa per il benessere e la sopravvivenza del genere umano. Non dimentichiamo infatti che anche la politica, il colonialismo, l'imperialismo e la guerra traggono origine dal nostro cervello.


Da solo in riva al mare, comincio a pensare.

Ecco le onde scroscianti
montagne di molecole
ognuna ottusamente intenta ai fatti suoi
miliardi di miliardi lontane
eppure formano all'unisono spuma bianca

Ere su ere
prima di un occhio che potesse vederle
anni dopo anni
martellare possenti la riva come ora.
Per chi, per cosa?
Su un pianeta morto
che non ospitava alcuna vita.

Senza requie mai
torturate dall'energia
prodigiosamente sprecata dal Sole
riversata nello spazio.
Una briciola fa ruggire il mare.

Nel profondo del mare
tutte le molecole ripetono
l'altrui struttura
finché se ne formano di nuove e complesse
ne creano altre a propria immagine
e inizia una nuova danza.

Crescono in dimensioni e complessità
esseri viventi
masse di atomi
DNA, proteine
danzano figure ancor più intricate.

Fuori dalla culla
sulla terra asciutta
eccolo
in piedi;
atomi con la coscienza
materia con la curiosità.

In piedi davanti al mare
meravigliato della propria meraviglia: io
un universo di atomi
un atomo nell'universo.

RICHARD FEYNMAN

| << |  <  |