Copertina
Autore Paul Richardson
Titolo I piaceri del cioccolato
SottotitoloIl giro del mondo in 80 tavolette (senza dimenticare cioccolata in tazza, praline, torte, budini...)
EdizioneGarzanti, Milano, 2004, Saggi , pag. 302, cop.fle., dim. 138x209x27 mm , Isbn 978-88-11-60030-5
OriginaleIndulgence [2003]
TraduttoreSara Caraffini
LettoreElisabetta Cavalli, 2004
Classe alimentazione
PrimaPagina


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Indice

PROLOGO. Partenze                                          7

1. Prima della conquista                                  12

   Ritorno alle radici nel Messico antico e moderno

2. L'eredità coloniale                                    69

   Viaggi in Venezuela, culla del cacao pregiato

3. Il cioccolato nel vecchio mondo                       109

   Spagna - Declino e crollo di una cultura del cioccolato
   Italia - Oltre la Nutella
   Francia - Il ritorno dei sommi sacerdoti

4. La nascita di un'industria                            159

   Fiutando le «città del cioccolato» a Birmingham
   e in Pennsylvania

5. Tempi moderni                                         205

   Dalla sala riunioni londinese alla vostra cucina
   La vendita del cioccolato

EPILOGO. Arrivi                                          269

Nuova Zelanda e Catalogna - Verso una nuova era

INDICE ANALITICO                                         287
 

 

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PROLOGO


PARTENZE



La nonna di Proust offriva al giovane Marcel dolcetti di pan di Spagna e tè al lime. La mia era molto più generosa. Una volta alla settimana pedalavo fino a casa sua e passavo il pomeriggio sarchiandole il prato. Alla fine lei mi offriva un tè come si deve, poi mi mandava a casa con la cosa che più amavo al mondo: una scatola di animaletti di cioccolato al latte Lindt.

Non dovevo mangiarli subito, mi intimava, bensì «farli durare», in stile tipicamente protestante. Era una promessa facile da mantenere perché l'avevo già fatta a me stesso. Sapevo che gli animaletti erano troppo speciali per sbafarli tutti in una volta. Il loro imballaggio, ogni orso e scoiattolo e cagnolino riposto nel suo comparto di plastica sagomato, lo indicava chiaramente. Ma, quando giungeva il momento fatidico, si trattava di un'esperienza che imparai ad apprezzare per le sue molteplici eccitazioni sensoriali: il segreto fruscio boschivo della plastica quando rimuovevo con cura il rivestimento esterno di cartoncino, le curve e gli angoli del corpo vagamente antropomorfo degli animali contro le mie labbra e il mio palato, la vellutata cremosità del cioccolato e il suo scuro cuore di sapori indefinibili, un misto di caramello, siero di latte e fumo.

Quando ero piccolo, per me - come per molti bambini moderni - il cibo e l'alimentazione erano questioni problematiche. I miei gusti racchiudevano una spietata intolleranza. Detestavo il pesce con lische e pelle, a meno che la sua vera natura non fosse celata da pan grattato dorato, e odiavo qualunque cosa fosse entrata in contatto, seppur brevemente, con l'aglio. I cibi dalla consistenza gelatinosa, dall'aspic alla tapioca, mi procuravano un malessere fisico - eccetto le gelatine di frutta che, stranamente, adoravo. Le verdure verdi erano opera del diavolo. Il gusto amaro in qualunque alimento risultava ripugnante mentre quello dolce rendeva accettabile quasi tutto.

╚ curioso che l'atto di mangiare non procuri piacere ai bambini con la stessa intensità o frequenza che agli adulti. Tuttavia, nel cioccolato al latte trovavo una fonte inesauribile di appagamento. Era tutto ciò che volevo fosse il cibo, eppure nutrivo l'elettrizzante impressione che, in un certo senso, non fosse affatto cibo. Non era associato all'ora dei pasti né alle strutture etiche imposte dalla vita familiare. I piaceri che offriva venivano assaporati in uno spazio sociale a sé stante, non condizionato dalla routine o dagli obblighi. Era un rituale privato, una comunione nella quale ero sia ricevente che sommo sacerdote.

La familiarità genera, se non disprezzo, almeno un drastico calo di stima - e, come vedremo, questa è in breve la storia del cioccolato. Con il passare degli anni, il mio rapporto con il cioccolato ha perso la sua rilevanza cerimoniale e si è stabilizzato nella confortevole intimità del quotidiano. Nella cucina che condividevo con altri studenti universitari lo sportello del frigorifero era perennemente rifornito di tavolette di cioccolato al latte, da addentare al posto del dessert o da distribuire tra gli amici mentre fumavamo e bevevamo fino a tardi, il sabato sera. In qualità di teenager idealista e incline al romanticismo avrei voluto apprezzare quello fondente, ma ero segretamente preoccupato dal suo gusto amaro e astringente. Forse non desideravo sapori che attirassero l'attenzione su di sé quando invece avrebbero dovuto carezzare altruisticamente i miei sensi. Comunque, la mia principale debolezza mentre mi avvicinavo all'età adulta era il contrario del cioccolato fondente, così minimalista: una barretta farcita di nocciole e caramello e toffee e riso soffiato, barocca nella sua complessità artificiale, che scartavo e divoravo sul treno che mi riportava a casa dal lavoro oppure spaparanzato sul divano quando rincasavo. All'inizio questi dolciumi giganteschi risultavano favolosamente gustosi, completamente e grottescamente sostanziosi, ma mi lasciavano contaminato da un senso di nausea e di colpa.

Per quasi tutta la vita non mi è capitato di riflettere molto a fondo sulla natura o la provenienza del cioccolato che mangiavo, se non per preoccuparmi saltuariamente del rischio che aggravasse la mia acne giovanile oppure (assai più tardi) accelerasse lo sviluppo di un'incipiente pancetta. Il cioccolato era sempre lì quando lo desideravi. Contrariamente ad altri lussi, era sempre a portata di mano, a prescindere dal luogo o dall'ora. Sempre disponibile; il più economico dei brividi a buon mercato.

Fu così fino a un giorno d'inverno agli inizi del 2000, quando successe qualcosa che rivoluzionò il mio modo di pensare. Come febbraio londinese, quello era uno dei più tetri che riuscissi a ricordare. La città era incolore; i tronchi d'albero nei parchi erano lucidi e neri come bastoncini di liquirizia. In una domenica buia e sonnolenta mi imbacuccai in una voluminosa giacca di montone e raggiunsi in metropolitana i Royal Botanic Gardens di Kew. Era un capriccio che mi concedevo spesso la domenica mattina. In maniera vaga e indefinibile, sentivo che rappresentava un sostituto della chiesa - una chance di mescolarmi agli spiriti della foresta, di ristabilire brevemente una sorta di contatto con Madre Natura o semplicemente di meditare sui misteri dell'esistenza mentre vagavo senza meta tra le piante.

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Se non avessi già saputo della massiccia predominanza della bevanda sul cibo avrei potuto indovinarla vedendo le confiterías di Mexico City, specializzate in dolciumi dai colori brillanti che vengono ordinati a sacchetti e serviti con grossi cucchiai, come negli antiquati negozietti di dolciumi inglesi o il bancone Pick'n'Mix di Woolworth, ma che non vendono quasi cioccolato. Nei quartieri più ricchi si vedeva talvolta del cioccolato al latte importato dall'Austria e che vantava la sua «pregiata qualità europea». In un paio di occasioni trovai del chocolate con leche della Hershey - prodotto in Messico, ma comunque dotato del gusto di foglie bruciate e gomma tostata tipico della Hershey. L'unico prodotto propriamente autoctono che vidi con una certa regolarità fu una tavoletta di cioccolato al latte marca Carlos V, il cui involucro ritraeva l'imperatore fiammingo con la corona e un manto di ermellino bianco. Il nome inappropriato mi fece sorridere: fu a Carlo V, re di Spagna e in seguito del sacro romano impero, che Hernan Cortés inviò la sua famosa serie di lettere descrivendo la sanguinaria e tragica distruzione dell'ultima grande civiltà del Messico.

Subito dietro l'angolo rispetto al mercato c'era la famosa chocolateria El Moro («Il Moro») dove la «divina bevanda» rappresenta la specialità della casa e la sua ragion d'essere. ╚ una delle cioccolaterie più venerande, con le pareti rivestite di piastrelle e i tavolini dal piano in marmo, in una città che ne vanta ancora diverse dozzine. Venne fondata nel 1935 ma la si direbbe molto più antica. Si può ordinare la cioccolata francese (con vaniglia), spagnola (densa e appiccicosa), Especial (con cannella) o messicana (con latte). Tutte vengono preparate in pentolini di latta posati sulla stufa sul davanti del negozio e, a parte quella spagnola che ha una consistenza collosa, vengono montate e rese schiumose con il molinillo.

«Una cioccolata messicana, mi amor?» chiese la bassa e svelta cameriera con candide scarpe scricchiolanti, cardigan bianco e gonna azzurra. Ruotò sui talloni, lasciandomi intento a osservare, tutt'intorno, gli altri avventori che gustavano la divina bevanda.

Era un sabato mattina ed ero arrivato di buon'ora. Chi fosse stato familiare con le chocolaterías di Madrid avrebbe potuto aspettarsi di vedere, a quest'ora, una folla del mattino-dopo impegnata a ricaricare le batterie prima di dirigersi stancamente verso casa e il letto. Ma questi clienti apparivano piuttosto vivaci. C'era un gruppetto di uomini e donne d'affari che ridevano intorno a un grande tavolo sul retro, alcune coppie felici e silenziose, un sacco di famigliole e qualche solitario come me che sfogliava i giornali. Ovunque si notava il tipico viso messicano scuro, largo, dagli occhi grandi e solenne, sormontato dalla lucida, nera e folta chioma di capelli messicani.

La cioccolata arriva in una grande tazza bianca posata su un vassoio di zinco rotondo, insieme a un piatto di croccanti churros fritti. ╚ dolce, scura, con un adeguato sapore di cioccolato, e sembra leggermente insaporita con vaniglia, cannella e una fioca, anestetica traccia di chiodi di garofano, anche se in realtà la cameriera mi assicura che non contiene nulla di tutto ciò. «Solo latte, mi amor, solo latte». Il liquido non è molto più denso del caffè e sferra all'organismo un colpo molto più delicato dell'uppercut talvolta brutale di quest'ultimo. Nei churros croccanti e oleosi trova il suo accompagnamento ideale visto che possono, anzi devono, essere intinti nella cioccolata. Questo rappresenta un'assai confortante «mangiata», per usare il gergo del marketing, e fornisce anche un bonus extra sotto forma delle briciole squamose/cioccolatose che, cadute dai churros mentre venivano intinti, si raccolgono sul fondo della tazza formando uno strato delizioso.

╚ difficile immaginare di andare al lavoro dopo una colazione del genere. Una volta finiti la cioccolata e il piatto di churros, appagato e con la mente piacevolmente confusa, desideravo soprattutto tornare a letto. Invece mi trascinai in giro per la cattedrale, un alveare di attività quasi ronzante come lo Zócalo esterno. Si stavano celebrando cinque messe contemporaneamente, il che colmava l'aria di incenso e salmodie. In una delle cappelle la congregazione stava guardando la tv. In quella accanto, misericordiosamente priva di rumori umani, rimasi seduto per un po' a digerire i churros. Davanti a me, dietro il vetro di un credenzino, si stagliava una figura di Cristo, seduto, la testa appoggiata sulla mano e l'aria meditabonda. Questa immagine, spiegava il cartellino lì accanto, venne creata nel XVII secolo con polpa di mais dipinta e autentici capelli umani, e inizialmente era situata fuori nello Zócalo, ricevendo dai passanti offerte per i restauri alla cattedrale. Visto che all'epoca non esistevano spiccioli, molti dei più poveri offrivano il loro contributo sotto forma di chicchi di cacao. E questa era l'origine del suo nome: El Se˝or del Cacao - Il Signore del Cacao.

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Molto tempo prima che il mondo laico si appassionasse alla cioccolata, i monaci e le suore della Nuova Spagna ne erano già avidi consumatori. Le centinaia di monasteri e conventi della Nuova Spagna erano focolai di cioccofilia. La sera precedente la festa di san Francesco e san Domenico, patroni rispettivamente dell'ordine francescano e di quello domenicano, vedeva un incontro tradizionale tra i due ordini, dopo il quale veniva servita una «semplice merienda» - termine che nella tradizione della Nuova Spagna indicava un festino a base di cioccolato che includeva almeno una dozzina di diverse varietà di dolciumi. «Con leccornie così squisite da inzuppare, non c'era frate che sorbisse soltanto un unico sorso di cioccolata; tutti i reverendi se˝ores se la portavano garbatamente alla bocca, tazza dopo tazza», scrisse Artemio del Valle Arizpe, aggiungendo in loro difesa: «Era un piacere eterno ma innocente. San Francesco di Sales ha dichiarato che ciò che entra in bocca non danneggia l'anima».

La presenza della cioccolata nella vita monastica continuò almeno fino agli inizi del XIX secolo, quando Brillat-Savarin ricevette un prezioso consiglio dalla madre superiora del convento della Visitazione nella sua città natale di Belley: «...è sufficiente prepararla la sera prima in un bricco da caffè in ceramica e lasciarla lì. Il riposo della notte la concentra e le conferisce una sericità vellutata che la rende nettamente migliore».

Eppure la Chiesa, storicamente responsabile almeno in parte del trionfo della cioccolata in Europa, non riusciva a decidere se essa avesse una valenza positiva. Nel 1616 un comitato di dottori della Chiesa la bollò come l'«esecrabile agente di negromanti e stregoni»; il chicco di cacao, si disse, «portava seco la malvagità e il fermento della rivolta». Nel 1650 i gesuiti della Nuova Spagna tentarono di bandire la bevanda tra la Compagnia di Gesù: la proibizione fu un disastro perché i membri preferirono lasciare l'ordine piuttosto che vedersi privati del loro vizio preferito. I gesuiti avevano anche trasformato il commercio del cacao in un ottimo affare.

Il grande dibattito sul dilemma se la cioccolata «rompesse il digiuno» o meno infuriò per due secoli o più dopo che, nel 1569, papa Pio V dichiarò che, se preparata con l'acqua, la nuova bevanda poteva essere consumata nel corso di un digiuno rituale perché, pur essendo corroborante, non era un cibo vero e proprio. Questa decisione parve renderla idonea e sicura per il consumo monastico. Dopo la morte del pontefice, tuttavia, la controversia si riaccese. Il dottor Juan de Cardenas sostenne nel 1591 che qualunque tipo di cibo solido poteva essere liquefatto e quindi aggirare le regole, ma fra' Agostino Davila Padilla, consultato dal viceré del Messico, ancora una volta prese le parti della lobby favorevole alla cioccolata - come fece una serie di prelati dal XVI al XVIII secolo. ╚ difficile capire come potessero comportarsi altrimenti, quando così tanti loro confratelli dipendevano dalla cioccolata per il loro benessere fisico, per non parlare della sopravvivenza.

C'erano sempre voci dissenzienti. Alcune autorità sposarono la visione liberale di Tomás Hurtado, professore di teologia all'università di Siviglia, secondo la quale se alla bevanda veniva aggiunto qualcosa di solido come uova o latte (la farina di mais, stranamente, era ammessa, salvando così l' atole dal divieto) essa diventava logicamente un cibo, e perciò «rompeva il digiuno». Altri consideravano questo un mero sofisma. «Nonostante tutte le sottigliezze di padre Hurtado, vedo che tutti gli ingredienti di cui [la cioccolata] è composta sono commestibili e assai sostanziosi, e che questa bevanda fornisce grande forza, calore e sostentamento e attenua la fame per un lasso di tempo considerevole, e quindi possiede tutti i requisiti delle bevande che per queste ragioni rompono il digiuno», scrisse Juan de Solorzano y Pereyra.

Ciò nonostante, gli ordini più ascetici ne criticarono aspramente il consumo. I carmelitani scalzi, per esempio, decisero che, qualunque fosse la natura della sostanza, essa era così strettamente alleata ai peccaminosi peccati della carne che il suo uso da parte di qualunque carmelitano doveva essere punito con una penitenza di tre giorni a pane e acqua. Questa severa sentenza venne infine capovolta da papa Pio VI (17171799) che permise ai monaci di assumere cioccolata ma solo al di fuori delle mura del monastero o, come speciale eccezione, in caso di malattia - tenendone a mente l'alto valore nutritivo, che naturalmente non venne mai messo in dubbio.

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Tre grandi amanti del cioccolato francesi



l. Madame de Sévigné

Marie de Rabutin-Chantal (1626-1696), altrimenti e meglio nota come Madame de Sévigné, non riusciva a decidere se la cioccolata racchiudesse più virtù o più difetti. In questo come in altri aspetti rivela lo stile moderno della sua sensibilità, perché un rapporto di odio-amore con il cioccolato è attualmente ritenuto la cosa più naturale del mondo. Era capace di lodarlo profusamente, come nella lettera inviata alla figlia nel 1671, in cui racconta con entusiasmo: «Il giorno prima di ieri ho bevuto la cioccolata per digerire il pranzo e poter cenare agevolmente, e oggi l'ho bevuta per nutrirmi così da poter fare a meno del cibo fino al calare della sera. Ciò che trovo più meraviglioso della cioccolata è la sua efficacia - per qualunque motivo la si consumi». Si preoccupa che la figlia, che viveva in Provenza e quindi lontano dal carosello alla moda di Parigi, non possieda una cioccolatiera e non riesce a capire come si possa vivere senza. Eppure, in una lettera scritta qualche mese più tardi, inveisce contro la bevanda e la propria capacità di lasciarsi influenzare dai dettami dei costumi parigini.

«La cioccolata, per me, non è più ciò che era», si lamenta. «La moda mi ha trascinato con sé, come fa sempre. Tutti coloro che ne parlavano bene adesso mi dicono cose negative in proposito, maledicendola e accusandola di tutti i mali esistenti. ╚ causa di vapori e palpitazioni. ╚ piacevole per un po', ma poi provoca improvvisamente una febbre incessante che conduce alla morte». Persino se chi la beve fosse tanto fortunato da vedersi risparmiare questi gravi effetti sulla sua salute, potrebbe comunque essere colpito da sventure di un tipo diverso. Come Madame de Sévigné scrive alla figlia, in uno dei pettegolezzi più scandalosi della storia, «La marchesa di Coetlogon ha bevuto così tanta cioccolata durante la gravidanza che ha partorito un bimbo nero come il diavolo, che è morto immediatamente».

Come segno di rispetto per la sua passione precoce, benché leggermente capricciosa, una pregiata marca di cioccolatini francesi porta adesso il suo nome.


2. Il marchese de Sade

Nella vita di Donatien Alphonse Franšois, marchese de Sade (1740-1814), come nelle sue opere, piacere e sofferenza erano sempre strettamente collegati. Il cioccolato, quindi, non era mai una semplice questione di dolcezza e piacere, ma una complessa interazione tra sensualità voluttuosa e crudeltà e morte. «In qualità di sostanza sia rinvigorente che letale, il cioccolato funziona nei suoi romanzi come il segnale di una doppia economia alimentare», ha suggerito Roland Barthes in Sade, Fourier, Loyola (1970). Nel romanzo praticamente illeggibile di Sade, Juliette, ou les prospérités du vice, strettamente correlato a Justine, ou les malheurs de la vertu, la cioccolata appare debitamente sotto una forma totalmente inaspettata. Sia Rose che Madame Brissac cadono vittime della bevanda avvelenata, e Menski beve una porzione di cioccolata a cui è stata aggiunta, a sua insaputa, della datura (estramonio), «uno dei più potenti narcotici conosciuti, e uno dei più pericolosi, se assunto internamente».

Le eccitanti vicende romanzesche create da Sade e le sue eterodosse convinzioni politiche (era un acceso monarchico) gli procurarono parecchi nemici e lui trascorse la maggior parte della sua vita adulta in carcere o, in seguito, nell'ospedale psichiatrico di Charenton, dove morì nel 1814. Era un entusiastico amante del cioccolato e inviò frequenti lettere dalla prigione supplicando la moglie di mandargli biscotti di cioccolato, tavolette, pastiglie, crème au chocolat e, in un'occasione, «una torta glassata... ma voglio che sia di cioccolato e con l'interno nero di cioccolato tanto quanto il sedere del diavolo è nero di fumo. E la glassa dev'essere uguale». Chiese anche delle supposte al burro di cacao - che un tempo, secondo una fonte, erano un popolare rimedio per le emorroidi, in Martinica.

Il suo ultimo libro, il notorio Le 120 giornate di Sodoma, venne scritto nel manicomio poco prima della morte di Sade e da allora viene spesso scelto dagli studenti come testo da leggiucchiare nelle sale Libri Rari delle biblioteche universitarie. «Alle undici si trasferirono negli alloggi delle signore, dove le otto giovani sultane si presentarono nude, e in quello stato servirono la cioccolata, aiutate e dirette da Marie e Lovison, che sovrintendevano su questo serraglio...»

Con infinita delicatezza, Barthes traccia un paragone così orribilmente e disgustosamente ovvio che nessun altro scrittore ha osato prenderlo in considerazione - benché Michael e Sophie Coe abbiano sottolineato che i primi colonizzatori spagnoli del Nuovo Mondo dovevano aver giudicato ripugnante una sostanza marrone che gli indigeni chiamavano caca, o qualcosa di molto simile. «Il cioccolato di Sade finisce per fungere da puro segno di questa duplice economia alimentare... Il cibo della vittima è sempre abbondante per due motivi libertini: primo, anche queste vittime devono essere ristorate... e ingrassate per fornire al vizio grassi "altari" con le fossette; secondo, la passione coprofaga esige un "cibo abbondante, delicato, morbido"... Di qui la funzione del cibo nella città di Sade: rifocillare, avvelenare, ingrassare, evacuare; tutto programmato in relazione al vizio».


3. Brillat-Savarin

Jean-Anthelme Brillat-Savarin (1775-1826) sapeva cosa era giusto per lui. E per i suoi lettori. La sua fondamentale meditazione sul cibo, la vita, l'universo e ogni altra cosa, Fisiologia del gusto, include un intero capitolo sulla cioccolata, di cui illustra la storia, il metodo di preparazione e la difficoltà di ottenere un prodotto adeguato - perché, come afferma, enormi quantità di «cura, abilità ed esperienza sono necessarie per produrre una cioccolata che sia dolce ma non insipida, forte ma non amara, aromatica ma non stucchevole, e densa ma priva di sedimenti».

Brillat-Savarin fu un magistrato nella cittadina di Belley, e in seguito sindaco della stessa. Anche se la rivoluzione lo costrinse a fuggire all'estero, tornò a Parigi e venne nominato giudice della suprema corte d'appello. Essendo cugino acquisito di Madame Recamier deve aver sicuramente frequentato il famoso salotto parigino di costei e con molta probabilità deve essersi visto servire la cioccolata in queste occasioni. A giudicare dai suoi commenti sugli aromi, sembra che le spezie «americane» più piccanti fossero ormai riservate a particolari applicazioni medicinali della bevanda; la ricetta basilare della cioccolata come veniva preparata a Parigi agli inizi del XIX secolo doveva essere, quindi, piuttosto semplice.

«Quando il delizioso gusto della vaniglia viene aggiunto allo zucchero, alla cannella e al cacao, si ottiene il massimo della perfezione a cui si possa portare questo preparato. ╚ a questo esiguo numero di sostanze che il gusto e l'esperienza hanno ridotto i numerosi ingredienti che si tentò di aggiungere al cacao, quali pepe, peperoncino piccante, anice, zenzero, annatto e altri».

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5. TEMPI MODERNI


Dalla sala riunioni londinese alla vostra cucina
La vendita del cioccolato



Nell'ultimo secolo la storia del cioccolato, come la storia di qualunque altro articolo commestibile possiate menzionare, è stata imperniata su misura, efficienza e quantità del prodotto. Generazioni precedenti di produttori e consumatori sarebbero rimaste sbalordite, e forse notevolmente disgustate, dalle quantità gargantuesche di cioccolato necessarie per soddisfare un mondo il cui appetito per questa sostanza sembrava non conoscere limiti.

I modelli, le formule di base, esistevano già. All'inizio del secolo quasi tutte, se non tutte, le compagnie del cioccolato più celebri erano già attive. Ciò che aveva iniziato come farmacia che vendeva cacao macinato per uso medicinale o magari come mulino ad acqua a stento riconvertito rispetto alla sua precedente produzione di mangime animale era adesso una fabbrica piena di macchinari all'avanguardia. Qualunque uomo d'affari con un briciolo di acume si era già reso conto da qualche tempo che il cioccolato non rappresentava un capriccio passeggero o la passione di una minoranza ma che con il tempo poteva diventare un affare sempre più redditizio.

Non tutto filava a gonfie vele. La qualità, in particolare, lasciava parecchio a desiderare. Una leggenda metropolitana diffusa negli anni Venti sosteneva che nelle fabbriche di cioccolato era prassi comune che gli operai, quando timbravano l'orologio in uscita, consegnassero le loro scarpe. Poi le suole di queste ultime venivano raschiate e qualunque pezzo di cioccolato vi fosse rimasto attaccato veniva rimesso nelle tinozze.

Se le condizioni igieniche non erano sempre ottimali, lo stesso valeva per il prodotto. L'epoca edoardiana in Inghilterra vide comparire sul mercato alcuni nuovi prodotti che non solo suonano disgustosi ma erano, almeno in un caso, davvero letali. I «Chocolate Chumps» vengono descritti da uno scrittore contemporaneo come «grandi la metà di un mattarello, una cosa disgustosa rivestita da uno spesso strato di cera di paraffina marrone». Si dice che la dodicenne Jessie Blake di Birmingham sia morta di peritonite, presumibilmente tra atroci dolori, due giorni dopo averne mangiato uno. Visto che li si credeva costituiti prevalentemente da «rifiuti di droghiere», in altre parole da un misto di sapone, segatura, cera e soda, questo decesso mi pare una tragedia annunciata.

Fortunatamente, nel settore c'erano ancora persone pronte a utilizzare meglio la loro ingegnosità. Nel 1912 Jean Neuhaus, uno svizzero residente in Belgio, inventò un guscio di cioccolato che poteva essere riempito con qualunque cosa il produttore desiderasse, dalla pasta di mandorle al torrone alla ganache. Nacque così la pralina, e con essa la grandezza dell'industria del cioccolato belga. Dopo la scoperta, da parte di Lindt, del fondant, cosiddetto cioccolato «fondente», era ormai possibile versare il cioccolato negli stampi e, cosa più importante, estrarne il prodotto finito grazie a un semplice colpetto. L'uovo di Pasqua era in circolazione sin dal 1875, ma la nuova tecnologia di stampaggio ne facilitò nettamente la creazione. Per la Pasqua del 1893 la Cadbury offriva già una vasta gamma di uova, di cui le più costose erano avvolte in seta e satin. Il catalogo della Fry per la Pasqua 1924 mostra undici tipi diversi di uova di cioccolato, più un assortimento di altri animali assai più vari e fantasiosi di qualunque cosa riempia gli odierni negozi di dolciumi, inclusi galline, maialini, pesci, elefanti, orsi e, in un interessante ritorno alle origini pagane di questa festività, una lepre saltellante.

Molti dei prodotti dolciari che siamo giunti a conoscere e amare hanno avuto origine nei primi decenni del XX secolo. La nascita del Toblerone, avvenuta grazie a Theodor Tobler di Berna nel 1908, è avvolta nel mistero. Quale può mai essere l'origine della sua forma triangolare? All'estero si sussurra che Tobler fosse segretamente un massone e che quindi il triangolo rispecchi un imprecisato simbolismo di origine egizia, incomprensibile per i non adepti. Come teoria mi ricorda quella che sostiene di poter dimostrare un legame tra il gigante del tabacco Philip Morris e il Ku Klux Klan in base ai disegni geometrici sul pacchetto delle Marlboro (e, cosa piuttosto inquietante, attualmente la compagnia Suchard Tobler è una sussidiaria della Philip Morris). Un'altra spiegazione, solo leggermente più plausibile, è che Theodor Tobler sia stato ispirato a dare al Toblerone la sua forma distintiva dopo una serata trascorsa alle Folies Bergère di Parigi, dove lo spettacolo culminò in una piramide umana formata da ragazze succintamente vestite. Siamo costretti a prendere in considerazione una terza possibilità, che è quella che il triangolo rappresenti il monte Cervino - a dispetto del fatto che il picco alpino in questione comincia ad apparire sulla confezione solo qualche anno più tardi...

Il Whalnut Whip, un prodotto totemico per i britannici della mia generazione, risale al 1910. Originariamente era prodotto dalla fabbrica William Duncan's di Edimburgo e non molti sanno che in precedenza conteneva due nocciole, una all'interno e una in cima. Quando la Duncan's fu comprata dalla Nestlé, le macchinazioni del reparto contabilità fecero in modo che la nocciola al centro scomparisse misteriosamente, lasciando come ripieno solo quel dubbio composto.

Ma furono gli anni Venti e Trenta i giorni di gloria, il Cinquecento dei classici prodotti dolciari anglosassoni. Il Flake della Cadbury risale al 1920 e la barretta Fruit & Nut al 1928. Poi vennero Black Magic (1933), Aero e Kit-Kat (1935), Rolos e Smarties (1937).

Questa fu anche l'epoca dei grandi prodotti Mars. Il Milky Way sarebbe diventato il prodotto che fece la fortuna della compagnia dopo che Frank Mars, patriarca della ditta, lo lanciò su un ignaro pubblico del Minnesota nel 1923. Il figlio di Mars, Forrest, aveva però delle idee tutte sue, la prima delle quali fu la barretta Mars, nata in Inghilterra nell'agosto 1932. ╚ ammirata ancora oggi dagli addetti ai lavori per i suoi due elementi tecnicamente «ardui»: caramello morbido, che era difficile da produrre e di breve durata, e un torroncino morbido che riusciva a rimanere leggero e arioso invece che duro e appiccicoso.

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Le cose stanno cambiando - su questo Celia ha ragione. Siamo nel 2002 - cinquecento anni esatti, non dimentichiamolo, da quando Colombo posò gli occhi su quelle misteriose «mandorle» - e c'è la follia nell'aria. L'industria alimentare ha perso la testa e sembra decisa a farla perdere anche a noi. In quale altro modo si spiega un prodotto come le patatine multigusto da forno, l'ultima proposta della Heinz? Una di queste nuove patatine simili all'originale è colorata di un azzurro acceso; le altre sanno di panna acida e chiodi di garofano, cannella e zucchero (questa suona particolarmente digustosa)... e cioccolato. Le cosiddette Cocoa Crispers hanno mandato su tutte le furie i nutrizionisti, già preoccupati dallo scioccante regime alimentare dei bambini americani. «I ragazzi non sanno nulla di nutrizione, quindi creare del cibo unicamente per soddisfare i loro gusti alimentari è un suicidio nutrizionale. Ci troviamo già nel bel mezzo di un'epidemia di obesità infantile. Credo sia giunto il momento che l'industria alimentare si assuma qualche responsabilità», sostiene Barbara Roll della Pennsylvania State University.

Non sono soltanto i bambini quelli che cominciano a prendere il vizio. Il «chocoholism» è diventato un fenomeno generalizzato. Essere dipendenti dal cioccolato, o ritenersi tali, non è una cosa per cui ci si debba sentire in colpa, oggigiorno. Anzi, è qualcosa di cui andare fieri, benché in un modo scherzoso. Internet trabocca di appositi siti per drogati di cioccolato, in totale 990, per non menzionare i 2.930.000 di pagine web richiamate digitando la semplice parola «cioccolato».


    Chocolate is the One True Passion,
    Chocoholics Unite,
    Complete Chocolate,
    Chocolate Paradyce,
    Chocolate Alliance,
    Chocolate Guide,
    Chocolate Craze,
    The Chocolate Lovers' Page,
    The Chocolate Lovers' Haven,
    Chococlub,
    Chocoland,
    Virtual Chocolate,

sono soltanto i primi dodici apparsi sul mio schermo.

Oggigiorno professare di amare il cioccolato, di adorarlo, sinceramente, follemente e profondamente, sembrerebbe quasi un requisito essenziale per la celebrità. Oltre a essere l'unico vizio che si può ancora confessare senza problemi, la cioccofilia rappresenta un'utile battuta d'esordio nelle interviste, conferendo alla star un'immagine zuccherosa temperata da un'allettante insinuazione di immoralità - simpatica ma birichina. Grazie a un'unica frettolosa lettura dei giornali ho trovato Britney Spears che dichiara, mentre le viene donato un enorme pezzo di dolce a forma di cuore: «Per me il cioccolato è proprio come un orgasmo». Poche pagine dopo, ecco la ballerina spagnola Tamara Rojo: «╚ la cosa di cui sentirei maggiormente la mancanza su un'isola deserta». E nel calore appiccicoso del «Sun» c'erano altri scioglimenti e svenimenti. Un intervistatore ha chiesto a Juliette Binoche se fosse d'accordo con il 75 per cento delle donne inglesi, che preferiscono il cioccolato al sesso. Lei ha risposto che trova più gradevole averli entrambi nello stesso momento: «caotico ma interessante». Questa rivelazione era legata al fatto che il film Chocolat, di cui Binoche è la protagonista, era appena uscito. Personalmente l'ho trovato uno stucchevole peana alle proprietà consolatrici e confortanti del cioccolato al latte, l'equivalente cinematografico di un gruppetto di ragazze stravaccate sul divano con una scatola di Quality Street. «Un film magnifico», è stata l'opinione del «Sun». «Imperdibile per i romantici come per gli amanti del cioccolato».

Quella sera, quando accesi la tv, una corpulenta signora scozzese stava rispondendo ad alcune domande sulla sua imminente partenza per un'isola deserta con l'obiettivo di perdere qualche chilo.

«Quando mi sono trasferita qui avevo pochissimi amici. In realtà non ne avevo nemmeno uno», raccontò mestamente. «Quindi ciò che facevo era andare nel supermercato locale a fare incetta di leccornie per poi sedermi davanti al televisore e mangiarle tutte».

Non era necessario essere un dietologo qualificato per capire da dove derivassero i suoi problemi di peso. Comunque, ormai per lei era arrivato il momento di vedere se quei chili extra «venivano via».

Il presentatore le chiese se c'era qualcosa che le sarebbe mancato particolarmente, sull'isola deserta.

«Sì. Il cioccolato».

Sorrisetti ironici dal divano. «Ah-ha. Una patita del cioccolato, vero?»

«Ooh, sì».

«Be', sull'isola non ne potrà mangiare, glielo assicuro. Disporremo di riflettori e pattuglie...»

La massiccia signora scozzese capì che ben presto il suo piacere preferito, oltre che la causa della sua insoddisfazione nei confronti di sé stessa, sarebbe stato drasticamente ridotto.

«Oh, ma ho ancora mezza scatola di Milk Tray avanzata da Natale. Se riesco a finirla prima di salire sulla barca dovrei riuscire a mantenere la rotta».

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