Copertina
Autore Matteo Righetto
Titolo Savana padana
EdizioneTea, Milano, 2012 [2009], narrativa , pag. 134, cop.ril.sov., dim. 14x21x1,5 cm , Isbn 978-88-502-2918-5
LettoreGiovanna Bacci, 2013
Classe narrativa italiana , noir
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Pagina 7

Capitolo 1



Ancora pochi minuti e sarebbero finalmente giunti a destinazione. Per strada tutto liscio. Né polizia, né carabinieri. Berto guidava il furgone con una mano, mentre nell'altra stringeva un pezzo di carta stropicciata sul quale si era frettolosamente annotato la strada da seguire. Grondava di sudore dalla testa alla pianta dei piedi e non vedeva l'ora che quella storia finisse al più presto.

Scarpe da ginnastica, pantaloncini corti, una camicia di lino aperta sul petto villoso e al collo una catena d'oro con un grosso crocifisso. Uomo di poche parole e tante bestemmie, al punto di essere soprannominato «Sacramento», Berto era alto e corpulento, con pochi capelli in testa concentrati sulle tempie e sulla nuca. Li portava lunghi, sempre imbrattati di sudore e di gel per un disgustoso effetto lurido. Quella notte aveva con sé soltanto un marsupio allacciato in vita con dentro tutto il necessario, più un rosario della Madonna di Monte Berico. Perché lui era devoto di quella Madonna là. Di tutte le altre no, ma di quella sì. Quella notte guidava, sbirciava il foglietto, toccava il marsupio. Toccava il marsupio, sbirciava il foglietto, guidava.

Anche Sante, seduto al suo fianco, portava un marsupio. Troppo caldo per usare giubbotti giubbetti e giubbini con tasche, oppure sacche e zainetti da tenere in spalla, perciò il top del top era il marsupio. Infradito ai piedi, pantaloncini, canottiera gialla, Rolex d'oro, anellone d'oro e marsupio. Il minimo. Pratico e tattico. Proprio come si considerava lui. Al bar, i tosi lo chiamavano «il Negro», perché aveva i capelli ricci e il naso largo, ma anche perché portava l'orecchino e parlava sempre ad alta voce. Erano pochi però quelli che potevano permettersi di rivolgersi a lui in questo modo, anche perché lui, i negri, proprio non li poteva vedere. Li considerava scimmie. Punto e basta, senza tante seghe mentali. Figurarsi a chiamarlo così. Era madido di sudore e continuava a tacere pure lui. Zitto. Di solito però lui parlava sempre. Parlava di tutto, ma soprattutto di niente. E fumava, Sante. Tanto. Qualcosa come due pacchetti di sigarette al giorno.

«Quanto manca?» domandò a un certo punto, ponendo fine al lungo silenzio.

A differenza degli altri tosi, lui e Berto parlavano italiano, anche se il dialetto lo sapevano e lo capivano benissimo, figuriamoci.

Berto, muto, continuava a guidare assorto, concentrato sulla strada davanti a sé e sul foglietto spiegazzato che ora aveva posato tra il cruscotto e il volante. I due viaggiavano a bordo di un furgone dei gelati Algida, uno di quelli grandi e squadrati che si vedono girare d'estate. In quella notte di metà giugno non c'era un alito di vento e faceva caldo, molto caldo, nonostante il sole fosse a nanna da più di sei ore e i finestrini del furgone aperti del tutto.

«Allora? Ti ho chiesto quanto manca. da mezz'ora che giriamo. Sei sicuro di aver capito dov'è?»

Berto non lo ascoltava e continuava invece a maledire tra sé quell'afa infernale. Il cielo era di quelli che preannunciano qualcosa di catastrofico, l'aria stagnante creava un'atmosfera di calma apparente tipica dell'occhio del ciclone, prima che l'uragano si scagli su uomini e cose con tutta la sua forza distruttrice.

«Quanto cazzo manca?» ripeté Sante.

«Fa caldo», disse Berto con il tono di: Non rompere i coglioni! Subito dopo si passò una mano tra i capelli e fece ritorno ai suoi pensieri, accennando un rapido segno della croce.

«Appunto perché fa caldo. Si può sapere, più o meno, dove siamo? Sai com'è: non vorrei morire di caldo a bordo di un camion frigorifero.»

Berto, di nuovo muto.

Erano ormai quasi giunti all'incrocio dove avrebbero dovuto svoltare in direzione di Pionca, paese disperso tra le campagne umide e piatte del Graticolato Romano. Berto guardò ancora una volta il foglietto sul cruscotto, poi mise la freccia e girò a destra, prendendo una strada bianca tra due alte muraglie di granturco. Sante mise la testa fuori del finestrino per prendere una boccata d'aria, ma subito ebbe l'impressione di essere soffocato dall'afa adesiva, perciò tornò dentro e sbuffò un'altra volta. Guardò fuori il cielo immobile e, con la speranza che giungesse un temporale, pensò che ci stava bene una sigaretta; allora aprì il suo marsupio e prese pacchetto e accendino. Si asciugò il sudore dal viso con un volantino pubblicitario dei gelati Magnum e fece per accendersi una Marlboro rossa.

«Non ci provare neanche, negro!» disse Berto tornando subito in sé.

«Che?» ribatté Sante.

«Metti via quella sigaretta, cazzo, lo sai benissimo che qui dentro non si fuma», disse Berto mentre continuava ad avanzare sul lungo sterrato impolverato. Teneva i fari bassi e procedeva piano per non fare troppo rumore e non far notare a nessuno il loro passaggio, visto che non pioveva da più di un mese e sarebbe bastato uno starnuto per alzare un polverone su un raggio di tre chilometri.

«Certo che sei un tipo strano tu, eh? Cioè, dico: viaggiamo con un cadavere nel vano frigo e ti dà fastidio se fumo una sigaretta?»

«Vuoi che te lo ripeta? Lunedì con questo camion ci devo lavorare, capito? E se quando vado a fare il carico dei gelati il capo sente che ci ho fumato dentro, mi rompe il cazzo. Quanto al cadavere, tra poco non sarà più un problema.»

«Ma che rompicoglioni!» disse Sante mettendo via le sigarette.

«Tra due minuti siamo lì», disse Berto. «Ormai dovremmo esserci, adesso giro a destra e poi avanti ancora per altri trecento metri fino alla grande quercia. Una volta scesi, puoi fumarti anche una piantagione di granturco, ma dentro il camion comando io.»

Ciò detto imboccò una stradina laterale ancora più stretta e polverosa di quelle precedenti.

«Cazzo!» aggiunse bestemmiando un attimo dopo come per chiudere definitivamente la questione. Berto bestemmiava per ogni cosa e talvolta, ma di rado, perfino per offendere Dio.

«Ci siamo», disse poco dopo. Giunse davanti a un casolare, rallentò, parcheggiò sull'aia, spense i fari e si asciugò la fronte. Finalmente erano arrivati.

Mano al marsupio, i due scesero dal furgone. Prima Sante, con una sigaretta in bocca pronta per essere accesa, poi Berto, bofonchiando qualche porco senza alcun motivo apparente. Posando i piedi a terra sollevarono una nuvolaglia di polvere grigia che li avvolse fino al collo e Sante dovette soffocare uno starnuto. Il silenzio angosciante della campagna attorno a loro metteva quasi paura. Una foschia asfissiante si stava lentamente alzando dai fossi vicini mentre si sentiva l'eco di qualche gallo che chicchirichiva chissà dove. Lontano, il barbaglio di qualche lampo sulle montagne. Ma la pioggia sembrava un sogno impossibile.

Berto si schiarì la voce nel buio e poi disse forte: «Nereo, siamo noialtri. Siamo arrivati».

La cascina di campagna dove erano giunti era tetra e sembrava deserta. Intorno era buio fitto e si distinguevano a malapena tre piccoli fabbricati. Presumibilmente la casa, il porcile, il pollaio. Accanto alla casa c'era un'enorme quercia secolare. Altro che aria buona di campagna, tutt'attorno c'era un odore acre e persistente di merda, letame e urina. Tutto questo, assieme all'afa, mise a Sante voglia di vomitare anche la prima comunione. Stando vicini l'uno all'altro si potevano intravedere reciprocamente.

Sempre tenendo una mano sul marsupio aperto Berto fece lentamente un passo in avanti, verso l'uscio della casa, e ripeté: «Nereo, sono Berto. Ci manda Ettore, il Bestia».

A quel punto si aprì lentamente una porta del porcile da dove balenò una luce fioca. Un'ombra uscì lentamente e richiuse subito la porta cigolante dietro di sé, nel buio totale.

«Nereo, sei tu?»

Ma nessuno rispose. Lontano, tra i campi, il guaito di un cane. Sante gettò la sigaretta a terra e la schiacciò con un piede, poi fece un rapido cenno a Berto. In quel momento estrassero entrambi le pistole dal marsupio e, sicuri del fatto loro, le puntarono decisi contro quella sagoma nell'oscurità.

Ma forse è meglio andare con ordine, perché tutta questa storia ebbe inizio da un'altra parte e in un altro momento.

Precisamente a San Vito, qualche settimana prima.

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Pagina 31

Bepi era un alcolizzato da paura, uno che iniziava a bere all'alba e a quella successiva ancora non aveva finito. Arrivava al Bar Sport poco prima di Nane, verso le sei, non appena Toni apriva le serrande. Talvolta capitava che arrivasse addirittura prima di Toni stesso, e allora rimaneva lì ad aspettarlo, al buio, seduto sui gradini del bar con l'acquolina in bocca e tanti fantasmi che gli tormentavano le idee.

Bepi si era fatto il culo per tutta la vita: quando era giovane aveva messo in piedi una fabbrichetta di stampi non-si-sa-bene-per-che-cosa, e con tanti sacrifici l'aveva fatta fruttare bene per quattro decenni. Poi col passare del tempo aveva fatto fare esperienza all'erede, il suo unico figlio Deni. Ma quest'ultimo, preso dal vizio per la coca che lo aveva ormai reso una scimmia ritardata, stava inesorabilmente mandando a puttane l'azienda del padre. E così Bepi aveva deciso di lasciarsi morire bevendo.

Minuto di silenzio.

«Ah, gà proprio razón Nane, in 'sto buzo de paese ze drìo 'ndare tuto ramengo!» disse Nibale distribuendo le carte da gioco.

«Fra pochi dì riva i sìngani. Li ze lori a mandare tuto ramengo», disse Bepi spostando il discorso dal fisco ai nomadi.

E così cominciarono tutti a maledire zingari e Sant'Antonio, Sant'Antonio e zingari.

Fuori si sentì arrivare il camion dei gelati di Berto, il quinto componente della banda.

Toni era a secco coi cornetti all'amarena, ma doveva rifornirsi anche di Magnum e di ghiaccioli. Soprattutto di ghiaccioli.

Le previsioni del tempo dicevano che l'estate sarebbe esplosa presto e che era imminente un'improvvisa ondata di calore causata da un anticiclone africano che in TV avevano battezzato «Kannibal».

Perciò ghiaccioli.

Berto entrò nel bar con due cartoni di Cornetto Algida sulle spalle. Era tutto sudato e bestemmiava sottovoce.

«Ciao Sacramento!» lo salutò Sante accendendosi l'ennesima Marlboro rossa.

«Ciao Negro!» gli rispose quell'altro con affetto.

I due si conoscevano da una vita, avevano fatto asilo, elementari e medie insieme, facendone come Bertoldo e collezionando bocciature e sospensioni una dietro l'altra. Ora avevano quarantatré anni ed erano ancora amici e compagni di merende, a modo loro sempre a lottare per non farselo mettere in culo dal primo che passa.

«Me serve i ghiaccioli», disse Toni.

«E allora vatteli a prendere, il camion è là fuori», disse Berto, e giù altri porchi.

Poi però quando vide che nel bar c'era anche Alvise posò i cornetti e uscì.

Un attimo dopo rientrò con cinque cartoni sulle spalle: quattro di ghiaccioli per Toni e uno, ben sigillato e apparentemente simile agli altri, per il postino.

Anche il resto della banda lo salutò. Il loro boss era Ettore, detto «il Bestia», uno scarparo della Riviera del Brenta, un tipo schivo ma molto pericoloso, uno che nella vita aveva piantato diversi coltelli in varie pance e ora divideva la zona con il Tigre. Ettore però al bar non ci veniva mai. Se ne stava nella sua villa di Stra e viveva come un pascià con piscina, Ferrari e moglie cornuta.

La banda si occupava prevalentemente di droga e rapine in banca. Per quanto riguarda la prima: coca ed erba, ma soprattutto coca, perché ingombrava meno, era inodore e fruttava di più. A parte questa attività principale, però, nel corso degli ultimi anni i cinque tosi capeggiati dal Bestia erano riusciti a mettere a segno anche sei colpi in banca: banche locali, filialine del cazzo, ma pur sempre polpose, con tutti i soldi che girano in Veneto.

In quel mese di maggio Ettore era riuscito a procurarsi cinque chili di marijuana a un ottimo prezzo. Sante, Nibale e Nini erano andati a prelevarla al porto di Chioggia, Berto la portava in giro per i paesi col camion dei gelati Algida e in quasi ogni bar del suo giro c'era un pusher locale, proprio come Alvise. Tutto ottimale, un meccanismo perfetto. Un orologio svizzero.

Il postino aveva il compito di smerciarla a domicilio per tutti i fattoni del comune e come sempre si incontrava con Berto al Bar Sport, il posto più sicuro per organizzare quelle cose. Che tanto il comandante Fetente non si sarebbe mai accorto di nulla.

E quanto ai soldi che Ettore gli faceva arrivare per questo semplice lavoretto, ne valeva proprio la pena. Lettera e ganja, ganja e lettera. Neve e cartolina, cartolina e neve. Era un tutt'uno. Un doppio servizio sicuro e tranquillo.

Berto andò con il pacco verso Alvise, il quale richiuse la Gazzetta, ingollò l'ultimo pezzo di croissant e prese in consegna la merce senza battere ciglio. I due si dissero qualcosa, poi Alvise si alzò, si riallacciò il casco, pagò la sua colazione e tornò a lavorare portando con sé un chilo di maria già spartito in piccoli sacchetti da venti grammi.

«Saluti e buon lavoro», disse uscendo dal bar.

Berto andò al bancone, si asciugò il sudore dalla fronte e ordinò una birra ghiacciata. Sante allora mollò la partita di briscola e si portò al suo fianco.

«Come va?» gli disse.

«Da culo.»

«Perché? successo qualcosa che non so?»

«Niente.»

«E allora cosa c'è?»

«Tre cose.»

«Cioè?»

«Uno: parli sempre troppo. Due: fa caldo.»

«E la terza?»

«Tra meno di un mese arrivano gli zingari.»

«Parché no li bastava quei che ghe ze!» disse Ottorino avvicinandosi a loro assieme a Nini, mentre Nibale, come sempre in quei casi, si portò alla finestra per dare una sbirciatina di sicurezza a quello che succedeva fuori del bar.

«Quando si avvicina la festa di Sant'Antonio divento sempre nervoso», disse Berto, e giù madonne.

«E a mi me va sù el diabete», aggiunse Bepi già ubriaco, appoggiato al videopoker per comodità.

«No li posso védare, i sìngani. Li me fa proprio schifo!» disse Nini, e poi aggiunse: «Toni, 'na bira anca par mi».

«Due», disse Sante.

Negli anni, Toni aveva imparato che quando quei cinque facevano combutta, era meglio se lui non parlava. Allora se ne stava zitto zitto e si faceva gli affaracci suoi, come del resto anche gli altri avventori abituali.

Quando i tosi trafficavano qualcosa, era meglio non sapere nulla e non chiedere nulla. Perciò Toni non sentiva mai niente e non sapeva mai niente. Così loro lo rispettavano e ogni tanto gli davano pure una buona mancia. Così buona che non si poteva rifiutare.

Nibale intanto guardava fuori della finestra e seguiva con lo sguardo Alvise che se ne andava in sella allo scooter delle Poste italiane col carico di erba. Se tutto andava per il verso giusto, quella partita di droga avrebbe fatto fruttare loro qualcosa come cinquemila euro cadauno.

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Pagina 39

Capitolo 5



Tonin guidava la Punto e Fetente gli sedeva accanto in silenzio. In quel momento il suo giovane aiutante avrebbe fatto di tutto pur di non andare alla villa degli zingari, ma ormai il suo capo aveva deciso così e perciò non c'era più alcuna speranza che cambiasse il programma della mattinata.

L'aria era particolarmente calda e Fetente teneva ancora in bocca il cubetto di ghiaccio della sambuca, aspettando che si sciogliesse lentamente durante il breve tragitto che ancora li separava dall'argine del Brenta, dove in fondo a una stradina era situata la grande villa di Remus. La Mercedes bianca con a bordo gli zingari davanti a loro procedeva lentamente, anche troppo, tanto che a un certo punto Tonin dovette scalare fino alla seconda marcia e proseguire ai trenta all'ora.

Quando finalmente giunsero davanti all'ingresso della villa, molto isolata dalle altre abitazioni, il ghiaccio nella bocca del comandante si era già sciolto da un pezzo e Narcis, inviando per tempo un sms a Zlatan, aveva fatto sistemare con calma alcune cosette prima del loro arrivo.

Dietro il grande cancello in ferro battuto erano appostati Tarzan e Drago, due obesi dotati di walkie-talkie e curìn nella cintola, il coltello a serramanico che portano quasi tutti i gitani.

In due insieme pesavano qualcosa come tre quintali e solo la loro stazza era, di per sé, un buon deterrente per stare alla larga da quel posto. Tarzan era scuro di pelle, aveva i capelli corti e colorati di verde brillante, amava scommettere su qualsiasi cosa e il suo più grande talento consisteva nel riuscire a spaccare tre angurie in fila indiana con una sola testata. Drago invece aveva la pelle più chiara, i capelli neri a caschetto ed era insuperabile a innescare risse alle sagre paesane, nelle quali finiva sistematicamente per mandare diversa gente all'ospedale. La Mercedes arrivò in prossimità del cancello, dal finestrino un braccio di Sonni fece cenno ai due di aprire le ante e di stare tranquilli.

«Sa lacciò?» chiese Drago per sapere se andava tutto bene.

«Ejò, sa lacciò!» disse Narcis facendogli l'occhiolino.

Drago salutò e aprì il cancello, mentre col walkie-talkie informava chi di dovere circa l'arrivo dei caramba. Prima varcarono la soglia gli zingari, poi la Fiat Punto. Il parco della villa era grande ma desolato e molto trascurato: rami secchi ovunque, caduti dai grandi alberi e mai raccolti da nessuno, piante rigogliose ma incolte, erbacce giganti sul prato, siepi mai falciate, selciato di porfido scalcagnato e, soprattutto, tanta immondizia. C'era spazzatura ovunque. E dove c'è spazzatura ci sono topi.

Un minuto dopo le due auto raggiunsero la villa, nascosta da una decina di roulotte e varie Mercedes parcheggiate disordinatamente dappertutto.

La casa era grande, molto grande, ma nonostante da lontano sembrasse un castello con tanto di torri e merletti, da vicino il suo aspetto era nettamente più decadente, con balconi su tutti e tre i piani che sembravano i denti di un vecchio: pochi, qualcuno già caduto, altri barcollanti. L'intonaco era tutto scrostato, le pareti ammuffite e le tre torri in cima al tetto erano piene di piccioni e del loro guano. Gli zingari avevano acquistato quella casa da un vecchio industriale morto anni prima, e nessuno aveva mai capito per quale stupido motivo essi non l'avessero mai usata come vera e propria abitazione, preferendo piuttosto vivere all'interno delle loro carovane.

Se c'era una cosa che al maresciallo Tonin dava fastidio, era proprio andare dagli zingari. Ogni volta la stessa storia: Fetente dentro casa a chiacchierare anche per ore, e lui fuori ad aspettarlo cercando invano di tenere a bada da un lato decine di bambini irrequieti e rompiscatole, dall'altro le avances di Diamante, un gay con una libido da paura e un'irrefrenabile passione per un unguento untuoso di patchouli che preparava lui stesso e che si cospargeva su tutto il corpo. Che razza di checca, era quel tipo. Zingaro e pure frocio, pensava Tonin.

Quando scesero dalla macchina, i due carabinieri furono accolti a braccia aperte da Endri e Zare, i quali avevano il compito di accompagnare Fetente all'interno della villa, dove Remus lo stava già aspettando. Intanto Tuono affidò lo zainetto pieno di refurtiva a Doson, il quale sparì subito dentro una carovana e sistemò la cosa senza problemi.

«Binevenit, benvenuto!» disse Zare andando incontro ai militari.

« sempre un piacere venire da voi», gli disse Fetente sorridendogli. «Remus è in casa? Gli devo parlare, posso vederlo?»

«Certamente, penso sarà felice di incontrarti, vieni.»

A quel punto Fetente guardò Tonin e gli disse:

«Guaglio', tu aspettami cà fuora, vedrai che stavolta faccio presto. Sarò una scheggia».

Così, mentre il giovane maresciallo, come sempre, rimaneva fuori sul piazzale, il comandante e gli altri zingari andarono dentro.

L'interno della casa era così buio che Fetente, abituato alla forte luce che c'era fuori, improvvisamente non vide più nulla. Ma poiché le visite che faceva a Remus non erano così rare, attraversò a memoria il corridoio che portava alla sala dei ricevimenti, l'unica stanza arredata in tutta la casa. Vi erano drappi colorati e pentole appesi a tutte le pareti, mensole piene di oggetti stravaganti, soprammobili kitsch e mille altre cose che non servono a niente, tranne quelle deposte sul pavimento. Questo infatti era completamente cosparso di monetine che avevano il compito di portare fortuna e prosperità a tutta la kumpania. Nella stanza c'era puzza di sudore, muffa e fumo stantio. L'aria era irrespirabile.

Al centro della sala vi era il trono personale di Remus, una sorta di sedia a dondolo malconcia e rosicata dalle tarme sulla quale il vecchio amava sonnecchiare tra un ricevimento d'ospiti e l'altro. Nessuno sapeva quanti anni avesse realmente Remus. Chi diceva cento, chi centoventi, chi ancora di più. Era nato in Montenegro e aveva passato la vita a girovagare per tutto il vecchio continente, vivendo in prima persona due guerre mondiali. Da molti anni ormai era divenuto il capo della sua kumpania, meritandosi il rispetto di tutti, ed erano molti i clan che venivano a fargli visita per tributargli i più grandi onori per tutto quello che era riuscito a fare nella sua vita.

Quel giorno sembrava stanco e accaldato, nonostante davanti a lui un ventilatore ricoperto di nastrini dorati gli soffiasse dritto in faccia. Era robusto, un po' ingobbito, ma ancora valente. Sopra e sotto aveva tutti i denti d'oro e portava due leggeri baffetti bianchi che gli scendevano ai bordi del mento. Stava seduto e stringeva in mano un bastone da passeggio col pomello ricoperto di pietre scintillanti. Indossava giacca e cravatta, ed era avvolto da un mantello rosso e verde sul quale era disegnata la ruota di un carro, simbolo dei popoli rom e sinti. Il mantello era lungo e addobbato con due grossi alamari dorati fatti a testa di leone, e terminava con uno stravagante strascico di paillettes e monete d'argento cucite maldestramente. In testa portava un Borsalino bianco anni Venti che faceva risaltare il suo sguardo ancora vispo nonostante i malanni dell'età e i problemi al cuore mai risolti. Perché Remus non ne voleva assolutamente sapere di farsi visitare da un medico gagiò.

«Binevenit!» disse quando gli condussero innanzi Fetente.

«Remus ti dà il benvenuto», disse Rambo, che in queste occasioni aveva il compito di tradurre, visto che il vecchio non parlava bene l'italiano e aveva designato proprio lui, nipote fidato, come suo interprete personale. Rambo aveva venticinque anni, i denti gialli e una strana macchia violacea sul viso che assomigliava a un'ustione. Era bravo a suonare la fisarmonica e parlava correntemente sette lingue, tutte imparate per le strade di mezza Europa, tra un furto e l'altro.

«Buongiorno, caro Remus», disse Fetente togliendosi il cappello.

«Saracies, Tomà? Sa lacciò, comandante?» riprese Remus respirando a fatica.

«Chiede: come va, tutto bene?» disse Rambo.

«A meraviglia, e a te, Remus?» disse Fetente, ora rivolgendosi direttamente a lui.

«Iov appignà te saracies?» disse Rambo al vecchio.

«Seu rom piccantò si elet pirirò», sospirò Remus appoggiando il mento al pomello del suo bastone.

«Dice che è un uomo povero e vecchio.»

«Io invece ti vedo in forma. Altro che povero e vecchio, tu stai megghio 'e tutti, Remus! Te lo dico io, te lo dico», disse il carabiniere con fare riverente.

Remus e Fetente erano al centro della stanza assieme a Rambo, mentre attorno a loro erano presenti in piedi tutti i componenti che contavano qualcosa nel clan maschile: Narcis, Tuono, Sonni, Steva, Zlatan, Zare e Slavo. Tutti sposati con figli, nipoti e pronipoti. Perché, come diceva Remus, per gli zingari niente è più sacro della famiglia. L'unione fa la forza e perciò ognuno di essi aveva dei compiti precisi e si occupava di qualcosa in particolare, anche perché le loro attività erano numerose: furto, scasso, rapine in villa, clonazione bancomat, truffa. Le donne invece erano dedite ad altre cose, come l'accattonaggio, gli scippi, talvolta il rapimento di qualche bambino gagiò e qualcos'altro. Avevano anch'esse nomi bizzarri secondo le tradizioni zingare come: Topazia, Sciaron, Eldorada, Beverli, Ducata, Belen.

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Capitolo 9



Il Tigre era arrivato in Italia quindici anni prima direttamente dalla Cina, precisamente da Wuhan, una grossa città nell'est del Paese, e in pochi anni aveva scalato posizioni nel mondo malavitoso cinese in Italia. Per riciclare i suoi soldi sporchi comprava bar in tutta la provincia, proprio come aveva fatto col Bar Centrale. Quella sera li aspettava nella sua lussuosa villa per le nove e loro furono puntuali. Il sole stava tramontando, ma il caldo era ancora tanto e l'afa soffocante. Erano tutti sudati che sembrava avessero fatto a gavettoni per strada, ma anche il Tigre era madido di sudore. Solo che il suo puzzava ancora di più, soprattutto di aglio.

Appena entrati, furono perquisiti da due uomini armati. I tosi però erano tutti puliti, perché così si era raccomandato il loro capo.

Quando li vide, il Tigre sputò per terra e salutò Ettore.

Il cinese sputava sempre, era un istinto più forte di lui, tanto che in casa aveva fatto disseminare sputacchiere dappertutto, anche due o tre per ogni stanza. Nini ne guardò qualcuna e notò che erano tutte piene di catarro e saliva che quasi traboccavano.

La casa era tappezzata di quadri cinesi fatti di carta e paglia, con grandi disegni di pavoni, falchi e draghi sputafuoco.

Chen diede il benvenuto a tutti e li invitò a sedersi attorno a un grande tavolo che era stato imbandito per la cena, tavolo sul quale c'erano solo piatti orientali: wanton fritti, alghe di mare, bambù e pescecane, cervello di scimmia e germogli di soia.

Mentre i due boss iniziarono a mangiare discutendo dei loro traffici, i tosi diedero un'occhiata alle pietanze sul tavolo e si guardarono con aria schifata.

Nini provò ad assaggiare dei germogli di soia, ma li trovò disgustosi e li risputò subito nel piatto che aveva davanti. Nibale addentò un po' di bambù e gli sembrò di masticare un morto.

«Ostia, che porcaria», disse sottovoce Berto.

«Mi sta roba qua no la magno gnanca se i me copa», gli rispose Nini.

«'Sta merda no la magna gnanca un can randàjo», gli fece eco Otto, il quale peraltro aveva una fame da lupo.

Il Tigre e il Bestia intanto vollero brindare assieme a tutti i loro uomini presenti.

Poi il Bestia fece cenno al Tigre di volergli parlare subito di una cosa in privato, faccia a faccia, e dal suo comportamento doveva trattarsi di qualcosa di molto importante; allora si alzò momentaneamente dal tavolo e prese il cinese in disparte, confabulando sottovoce per non farsi sentire dagli altri.

I tosi li seguirono con la coda dell'occhio ma non poterono udire quasi nulla di ciò che i due boss si dissero, tranne qualche parola qua e là. Sembrava che Ettore cercasse di tranquillizzare il cinese, assicurandogli che a breve avrebbe sistemato tutto come prima. Chen però a un certo momento alzò la voce, al punto tale che la frase alla fine del suo discorso si udì benissimo anche di là.

«O tlovi loba o paghi tuti soldi. Tu sapele che io non schelzo, no? Ti do tle giolni di tempo, capito? Tle. Plomesso.»

A sentire queste parole Berto e Nibale si preoccuparono e furono tentati di alzarsi per raggiungerli, ma Nini fece loro cenno di lasciar stare e aspettare che i due si parlassero da soli. Poco dopo infatti, quando pareva che Chen si fosse calmato di nuovo, ecco che tornarono nuovamente al tavolo e si sedettero come se nulla fosse successo. Ma Chen era serio ed Ettore sembrava molto preoccupato.

Il primo si alzò in piedi, sputò per terra un pezzo di pesce crudo con alga di mare, prese un bicchiere in mano e chiese ai tosi se desiderassero mangiare dell'altro.

Dissero di no, che erano a posto. Chen sputò di nuovo per terra e disse: «Piace cibo cinese? Cibo cinese più buono del mondo». E rise compiaciuto.

«Mah, non si offenda, signor Chen, ma io a 'sta roba preferisco il cotechino e la polenta», disse Sante, osservando il cervello di scimmia gelatinoso.

«Spero davvero che voi cinesi siate bravi a fare anche qualcos'altro, oltre a questo.»

Il Tigre lo guardò sorridendo e disse: «Cinesi poche palole, tanti soldi!» E scoppiò a ridere assieme alle sue guardie del corpo. Poi continuò: «Ma cinesi ancola più blavi fale spalile cadavele...»

«Be', se è per questo, lo sanno fare anche gli italiani», disse Berto sorseggiando una disgustosa bevanda cinese, ma che almeno aveva una certa gradazione alcolica.

Ettore gli lanciò un'occhiata di rimprovero.

«Sì, tutti capaci di fale spalile un cadavele. Ma solo cinesi capaci di fale spalile tanti cadaveli», disse Chen molto divertito dalla sua stessa battuta.

Poi i capi si strinsero la mano e dopo un po' si alzarono in piedi per salutarsi, anche se a giudicare dai loro volti i tosi sentivano che tra i due doveva essere successo qualcosa.

Se ne andarono tutti e sei verso le undici, e fuori faceva ancora un caldo belva.

Salirono a bordo delle due macchine con le quali erano giunti fin lì e si diressero a casa di Ettore.

Per strada nessuno aprì bocca e l'unico rumore che entrava dai finestrini abbassati delle loro auto era il forte gracidare delle rane che proveniva insistentemente dai campi e dai fossi della pianura.

Una volta arrivati a casa sua, il Bestia li condusse giù in taverna dove l'aria era più fresca e tirò fuori pan biscotto vino e soppressa veneta, altro che le pietanze che aveva offerto loro Chen.

Lui invece si versò una doppia Nardini, si accarezzò il pizzetto e prima di tutto rimproverò Sante.

«Lo sappiamo tutti che la cucina cinese fa schifo, ma almeno potevi evitare di dirglielo in faccia, no?» Poi prese in mano la doppia grappa e rivolto a tutti disse: «Speriamo che questa mi faccia digerire la merda che ho mangiato», e bevve alla russa. «Vi giuro che d'ora in poi non toccherò mai più il cibo di un musopiscio!» E ruttò forte per vedere se gli passava.

«Problemi, capo?» chiese Otto.

«No, con questa passerà tutto. Spero soltanto di cagare quanto prima tutta quella porcheria.»

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