Copertina
Autore Lucio Russo
CoautoreEmanuela Santoni
Titolo Ingegni minuti
SottotitoloUna storia della scienza in Italia
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2010, Campi del sapere , pag. 510, ill., cop.fle., dim. 14x22x3,7 cm , Isbn 978-88-07-10463-3
LettoreRenato di Stefano, 2011
Classe storia contemporanea d'Italia , storia della scienza , storia della tecnica , paesi: Italia: 1000 , paesi: Italia: 1600 , paesi: Italia: 1700 , paesi: Italia: 1800 , paesi: Italia: 1900
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Indice


  7 Premessa

    1.  Antefatti

 15 1.1 La scienza antica e il suo naufragio
 16 1.2 Conoscenze scientifiche nell'Alto Medioevo
 18 1.3 La rinascita del XII secolo
 20 1.4 Conoscenze fossili e loro possibile recupero

    2.  Lo studio testuale stenta a incontrare la pratica (1202-1435)

 23 2.1 I primi secoli della cultura italiana
 25 2.2 Leonardo Pisano, le scuole d'abaco e la contabilità
 30 2.3 Cultura scientifica di corte
 32 2.4 Letteratura enciclopedica: un esempio
 34 2.5 Le università
 39 2.6 Medici astrologi e barbieri chirurghi
 50 2.7 Teologi e logici scrivono di ottica e di meccanica
 57 2.8 Progresso tecnologico e scienza

    3.  La scienza visuale del Rinascimento (1435-1575)

 66 3.1 L'incontro tra umanisti e artefici
 73 3.2 Il ruolo scientifico degli artisti e
        la teoria della prospettiva
 80 3.3 L'anatomia tra filologia e arte
 89 3.4 Fisiologia e medicina
 95 3.5 Botanica e altre scienze naturali
103 3.6 Umanesimo matematico, disfide e numeri immaginari
112 3.7 Portolani e carte tolemaiche: dal confronto alla sintesi
119 3.8 Astronomia rinascimentale
124 3.9 Sogni tecnologici e ingegneria
132 3.10 Primi passi verso la nuova fisica

    4.  Scienza strumentale e metodo sperimentale (1575-1670)

140 4.1 Dal recupero visuale a quello operativo
145 4.2 Nasce la meccanica moderna
155 4.3 La rivoluzione astronomica in Italia
167 4.4 Lo studio dei fluidi: dalla misura delle acque al barometro
173 4.5 Novità matematiche e recupero dei metodi infinitesimali
180 4.6 La natura esaminata al microscopio
189 4.7 Il metodo sperimentale nelle scienze della vita
196 4.8 I luoghi della scienza
201 4.9 Cattolicesimo, gesuiti e scienza

    5.  La svolta europea alla fine del Seicento

210 5.1 Novità nello sviluppo scientifico europeo
211 5.2 Scienza e navigazione
215 5.3 Guerra, tecniche produttive e scienza
219 5.4 Le politiche scientifiche degli Stati nazionali
220 5.5 Uno sguardo d'insieme
224 5.6 La rapida decadenza italiana

    6.  La scienza italiana diviene periferica (1670-1839)

227 6.1 Il quadro generale
234 6.2 Emarginazione della ricerca italiana nelle scienze esatte
243 6.3 Il contributo italiano alle scienze della vita
252 6.4 L'abisso del tempo geologico
260 6.5 Dalle "serate elettriche" all'elettrochimica
275 6.6 La chimica

    7.  Risorgimento e primo trentennio di Stato unitario (1839-1890)

284 7.1 Scienza e Risorgimento
288 7.2 Il risorgimento della matematica
297 7.3 Fisici e astronomi
306 7.4 La nascita dell'elettrotecnica e dell'ingegneria industriale
311 7.5 I chimici e l'industria: un incontro mancato
317 7.6 Naturalisti e geologi
323 7.7 Scienze della vita e problemi sanitari
332 7.8 Coscienza nazionale e storia della scienza
336 7.9 Costruttori di strumenti e inventori
342 7.10 L'organizzazione degli studi nell'Italia unita
347 7.11 Un bilancio

    8.  Dai successi al disastro (1890-1945)

353 8.1 La stagione d'oro della matematica italiana
359 8.2 L'attività esterna dei matematici e
        lo scontro con Croce e Gentile
367 8.3 Dall'elettrologia alla microfisica
373 8.4 Scienze della vita e chimica all'inizio del secolo
378 8.5 Decollo industriale, guerra e organizzazione della ricerca
387 8.6 La matematica tra le due guerre
391 8.7 I ragazzi di Arcetri e quelli di via Panisperna
399 8.8 Scienze della vita e della mente tra le due guerre
402 8.9 Scienza e fascismo
407 8.10 Vari aspetti della catastrofe

    9.  Ricostruzione e crisi (1945-1973)

416 9.1 La fisica italiana sopravvive al disastro
424 9.2 Matematica e informatica nel dopoguerra
429 9.3 Successi della chimica industriale
431 9.4 La nuova biologia entra in Italia
437 9.5 Situazione interna e contesto internazionale
441 9.6 La sconfitta

    10. Qualche considerazione sul passato recente

461 Abbreviazioni bibliografiche
491 Indice dei nomi


 

 

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Premessa


Questo libro ha due scopi: il primo è fornire al lettore uno strumento sintetico di informazione su un importante aspetto della storia del nostro paese. Ci sembra infatti che, nonostante da diversi decenni gli studi sulla storia della scienza sviluppata in Italia si siano notevolmente incrementati in quantità e qualità, manchino (se non ci sono sfuggite) opere agili rivolte all'esterno del mondo accademico che offrendo un quadro complessivo rispondano a un'esigenza di sintesi che oggi, proprio alla luce della grande proliferazione di letteratura specialistica, appare particolarmente acuta. Una sintesi non può però non fondarsi sulla proposta di tesi interpretative (la cui discussione costituisce il secondo scopo del lavoro), basate su alcune idee guida a cui ci sembra opportuno accennare subito.

Innanzitutto conviene precisare cosa intendiamo per scienza. Senza tentare di dare impossibili criteri assoluti di scientificità, siamo convinti che sia utile riservare il termine "scienza" a un insieme di conoscenze elaborate nell'arco di molti secoli che, pur nella variabilità di contenuti e metodi, condividono alcune caratteristiche fondamentali che le rendono ben distinguibili da altri prodotti culturali. Tale insieme di conoscenze si articola in teorie caratterizzate dalla contemporanea presenza di coerenza logica interna e di un rapporto esplicito e verificabile con la realtà. Questi due elementi sono ugualmente decisivi: la coerenza interna permette un generale accordo tra gli esperti nel giudicare la compatibilità di singole proposizioni con la teoria, mentre il rapporto con la realtà rende le teorie applicabili per prevedere fenomeni o progettare tecnologia.

La definizione qui proposta fornisce, a nostro giudizio, un criterio di discernimento relativamente solido e ben definito. Ad esempio la cartografia di Tolomeo e quella attuale sono entrambe scientifiche, in quanto basate su teorie coerenti che permettono di inserire informazioni ricavate da misure in carte utilizzabili praticamente, e ciò impedisce di confonderle con le tradizioni di rappresentazioni puramente simboliche dello spazio, che sono documentate in molte carte del Medioevo europeo e di altre civiltà.

La produzione di "scienza" nel senso qui inteso (che, prima di estendersi su scala planetaria, ha avuto luogo nel mondo ellenistico, nella civiltà araba e in Europa) richiede due condizioni entrambe essenziali: da una parte lo sviluppo coerente delle teorie, anche indipendentemente dalle loro possibili applicazioni, e dall'altra la disponibilità e l'interesse ad affrontare le sfide poste dai problemi concreti che non sembrano risolubili con gli strumenti offerti dalle teorie esistenti. Esprimendo lo stesso concetto in modo diverso, si può dire che il progresso della scienza richiede che si evitino due ricorrenti tentazioni. La prima è quella di restringere il proprio interesse ai soli argomenti direttamente utili (come, a detta di Cicerone , avevano fatto i Romani con la geometria): così facendo si distrugge necessariamente la struttura logica delle teorie scientifiche, che hanno come loro caratteristica peculiare proprio quella di connettere attraverso rigorose implicazioni una rete di risultati, dei quali alcuni hanno grande rilevanza applicativa e altri non ne hanno alcuna. L'altra e opposta tentazione è quella di evitare ogni rapporto con la realtà, coltivando la scienza "pura", sorretti dalla fede che le applicazioni ne scaturiranno automaticamente copiose. In questo secondo modo si può certamente produrre buona scienza per un tempo che può essere lungo sulla scala della vita umana, ma affrontando solo problemi posti naturalmente al loro interno, alla lunga, le teorie rischiano di avvitarsi su se stesse, mentre sono le sfide poste da nuovi problemi concreti a stimolare la creazione di teorie nuove o preziose discontinuità nello sviluppo di quelle esistenti.

Per sottolineare l'importanza della ricerca "fondamentale", si ricorda spesso che risultati scientifici ottenuti a puro scopo conoscitivo hanno generato un gran numero di applicazioni pratiche inaspettate, che non si sarebbero potute ottenere con una ricerca mirata. Su una pagina del sito del Cern, scritta in difesa degli investimenti in ricerca fondamentale, si può leggere che nessuna ricerca applicata sulle candele avrebbe potuto portarci alla luce elettrica, che nacque dalla curiosità sull'elettricità. Vi è certamente molto di vero in questa suggestiva considerazione. però altrettanto vero, reciprocamente, che molte ricerche "applicate" hanno generato risultati teorici inaspettati, che non avrebbero potuto essere ottenuti altrimenti. Un problema di grande rilievo per la storia della cultura come la determinazione dell'età della Terra si avviò a soluzione nel Settecento grazie alle conoscenze sviluppate a scopo pratico da tecnici minerari e, per fare un altro esempio, le epocali scoperte astronomiche di Galileo furono rese possibili dall'invenzione del cannocchiale, che era stato concepito come strumento utile ai marinai (anche se questa origine è stata a lungo pudicamente celata). Tornando alla candela e alla luce elettrica, non bisogna certo sottovalutare le ricerche applicate sulle fiamme, che se non hanno prodotto la lampadina hanno però portato scienziati come Bunsen a fondare la spettroscopia (che tra l'altro ha generato l'astrofisica e ha costituito una delle principali basi sperimentali della meccanica quantistica).

Crediamo che una delle poche caratteristiche costanti nella storia della scienza sia l'impredicibilità dei percorsi e l'essenziale complementarità tra ricerche fondamentali e "applicate". In realtà l'espressione "ricerca applicata", che è in genere usata in alternativa alla ricerca "pura", "di base", o "fondamentale", è fonte di equivoci, poiché confonde sotto la stessa etichetta due attività profondamente diverse, per non dire opposte, entrambe mal descritte da tale espressione. Una delle due consiste nell'applicare teorie scientifiche esistenti alla soluzione di problemi di interesse pratico: in questo caso a rigore, come più volte è stato osservato, non si dovrebbe parlare affatto di scienza, ma di applicazioni della scienza, e chi se ne occupa dovrebbe essere considerato un professionista più che un ricercatore. Tutt'altra cosa fa chi affronta problemi concreti non risolubili con le teorie scientifiche esistenti, introducendo idee nuove capaci di dare origine a nuove elaborazioni teoriche. La ricerca di questo secondo tipo non è "pura", in quanto non si svolge nell'empireo della teoria, ma non dovrebbe neppure essere detta "applicata", in quanto non procede applicando teorie alla realtà, ma in modo esattamente opposto; si deve ad essa gran parte dello sviluppo scientifico: per fare degli esempi, ne fanno parte le ricerche di Eulero sulla stabilità delle navi, quelle di Volta sull'elettricità e il lavoro in cui Shannon introdusse il concetto di informazione.

Mentre appare il più delle volte ovvia l'influenza che le teorie scientifiche hanno esercitato sul mondo reale, il ruolo sistematico dello stimolo che esse traggono dall'interazione dinamica con i problemi concreti è di solito sottovalutato. Capita spesso di leggere che all'origine di una scoperta scientifica vi è stato il puro "caso". Se ci si chiede come mai il "caso" favorisca in genere determinate comunità scientifiche, ci si rende facilmente conto che ciò che nei singoli episodi appare puramente casuale in termini statistici può essere visto come l'effetto dell'essenziale flusso di informazioni e problemi che alimenta ciascuna scienza provenendo sia da altre scienze apparentemente lontane, sia dal mondo concreto, caratterizzato dalle produzioni, dai consumi e dai bisogni di una comunità.

Nell'immaginario collettivo è radicata una storia mitologica della scienza, frutto di una profonda deformazione del reale corso degli eventi. L'alterazione della realtà è a volte consapevole. Uno dei massimi fisici del secondo Novecento, Richard Feynman , dopo avere tracciato in un paio di pagine una sintesi della storia della fisica da Newton ai suoi tempi, prosegue scrivendo:

Devo dire che quella che ho appena delineato è una "storia della fisica vista da un fisico", una storia, cioè, che non è mai del tutto veridica, una specie di storia-mito convenzionale che i fisici raccontano ai loro studenti, i quali la raccontano ai loro studenti, e che non è necessariamente collegata all'effettivo sviluppo storico (a me peraltro sconosciuto!).

qui descritto lucidamente il meccanismo che origina gran parte delle idee diffuse sulla storia della scienza. Uno degli effetti della mitizzazione descritta (e accettata) da Feynman è in genere quello di ricondurre la storia della scienza all'interno di una pura "storia delle idee", tagliandone i legami con i problemi concreti che gli scienziati intendevano risolvere. In altri termini, ignorando le motivazioni pratiche che sono spesso all'origine degli sviluppi teorici, si finge che l'interazione tra scienza e mondo reale avvenga solo nella direzione che porta dalla teoria alle applicazioni, e possa quindi essere tranquillamente ignorata da chi non è interessato alle seconde. L'effetto è presente, in forma certamente diversa, anche in molte trattazioni di storici della scienza professionisti, soprattutto del passato, che sono stati spesso condotti dalla propria formazione filosofica a concentrarsi sulle interazioni tra la storia della scienza e quella della filosofia, trascurando gli aspetti tecnologici ed economici che hanno avuto un ruolo essenziale nelle svolte scientifiche.

Recentemente ha avuto una certa popolarità la "legge dell'eponimia di Stigler", secondo la quale se a una scoperta scientifica è dato il nome di uno scienziato, è certo che non si tratta del vero scopritore. Può sembrare poco più di una battuta, ma crediamo che la legge (che può essere verificata innumerevoli volte, ma non è falsificabile) derivi la sua validità almeno in parte da un secondo importante aspetto della deformazione sistematica con cui i risultati scientifici sono stati trasmessi, ossia dall'attribuzione a poche personalità eccezionali di percorsi di idee che hanno attraversato i secoli e le menti di centinaia di studiosi. Siamo convinti, cioè, che la produzione di conoscenze scientifiche, come tutti i processi storici, sia sempre stata un fenomeno collettivo, mentre, come avveniva un tempo per la storia civile, una serie di "miti di fondazione" tende a trasformarla, nell'immaginario collettivo, in una successione di "idee geniali" dovute a pochi eroi eponimi.

I "miti di fondazione", tendendo ovviamente a nascondere la continuità dello sviluppo storico, generano il terzo aspetto della deformazione: la sistematica sottovalutazione dell'importanza della tradizione. Un grande studioso del Rinascimento ha scritto:

Cercherò di dimostrare che l'eccellenza delle opere d'arte, e in generale delle imprese umane, non dipende dalla sola creatività ma dall'incontro di originalità e tradizione.

Lo stesso assunto dovrebbe essere ben più evidente nel caso della scienza, ma i resistenti miti sulla "creatività", che permetterebbe di dedurre le teorie scientifiche direttamente dall'osservazione della natura, tendono a oscurarlo, rendendo incomprensibile la storia della scienza e generando la convinzione della sua inutilità. In particolare è ancora diffuso il mito, risalente all'Illuminismo, che la scienza moderna sia nata liberandosi dalle tradizioni trasmesse dai vecchi testi e sostituendole con l'osservazione della natura guidata dalla pura ragione. Tale mito, recidendo nella memoria collettiva il legame essenziale tra scienza antica e scienza moderna, ha avvolto nell'oscurità l'origine della seconda. Una delle conseguenze più gravi di questa restrizione dell'orizzonte temporale, che ha tentato di comprimere la storia della scienza nell'arco di poco più di tre secoli, è stata la fede, a lungo diffusa, in quel progresso continuo e automatico della scienza che sembrava di poter estrapolare dalla storia degli ultimi secoli.

Se la costruzione della scienza è un fenomeno collettivo, in cui giocano un ruolo fondamentale sia i problemi concreti caratteristici di un particolare contesto storico sia gli strumenti concettuali forniti dalla tradizione culturale, allora il suo inserimento a pieno titolo nella storia diviene evidente e appare anche chiara l'utilità di calare la storia della scienza, alla pari degli altri fenomeni storici, in specifici contesti geografici oltre che cronologici. Ci sembra quindi pienamente giustificabile il tentativo di delineare la storia scientifica di un paese.

La storia scientifica dell'Italia ha poi alcuni particolari motivi di interesse. In primo luogo, in una lunga fase iniziale l'Italia ha svolto un ruolo essenziale, la cui comprensione può avere una funzione importante nel chiarire il processo di formazione della scienza occidentale.

Usando il termine scienza nel senso restrittivo già delineato, il secolare lavoro di traduzione e commento di antichi testi, e di speculazioni astratte sui loro temi, che aveva impegnato molti intellettuali europei nel Basso Medioevo, pur essendo stato essenziale per il recupero della scienza, non può essere considerato pienamente scientifico finché è rimasto privo di rapporti con le attività concrete. La prima forma di scienza moderna nasce dall'incontro, che avviene nel Rinascimento italiano, tra il recupero della scienza antica e le conoscenze tramandate e sviluppate nelle botteghe di artigiani e artisti. Un filo continuo, spesso dimenticato, lega scienziati come Galileo e Redi , attraverso personaggi come Guidobaldo Del Monte, a scienziati-filologi come Federico Commandino e ad artisti rinascimentali studiosi dell'antica scienza come Leon Battista Alberti e Piero della Francesca.

Il rapporto con le motivazioni pratiche ci fornirà anche la chiave per spiegare, evitando interpretazioni ideologiche, quello che appare come un rapido declino delle ricerche scientifiche italiane nell'ultima parte del Seicento. Più propriamente, si può parlare di un salto di qualità nello sviluppo scientifico di paesi come l'Inghilterra, l'Olanda e la Francia, la cui natura, consistente in un rapporto nuovo con la tecnologia, può essere utilmente chiarita proprio dal confronto con il caso italiano.

Le vicende più recenti hanno un interesse meno generale, ma sono preziose per far luce sulla storia del nostro paese, della quale costituiscono un aspetto importante spesso trascurato, e possono fornire utili elementi di riflessione a chi spera che la ricerca scientifica possa avere ancora un futuro in Italia.

Forse dovremmo giustificare l'idea, oggi molto contestata, che l'Italia sia esistita, non solo come espressione geografica ma anche come comunità culturale, ben prima del 1861. Senza polemizzare con gli epigoni di Metternich oggi tornati di moda, rinviando per questo alla ricca letteratura sull'argomento, anticipiamo solo che nel corso del libro verificheremo più volte l'esistenza di elementi oggettivi che permettono di parlare di una comunità scientifica nazionale, anche se in un senso più debole rispetto a quelle dei grandi Stati nazionali europei. Verificheremo cioè che gli scienziati italiani, usando (oltre al latino) anche la stessa lingua letteraria moderna, avevano più scambi tra loro che con l'esterno, condividevano tradizioni specifiche ed erano consapevoli di appartenere a una comunità, la cui esistenza, al di là delle significative tradizioni locali, era assicurata anche da una notevole mobilità all'interno della penisola, che in alcune epoche pre-unitarie era forse superiore a quella odierna.

Un'ultima precisazione: poiché riteniamo che l'etnia di origine degli scienziati sia totalmente irrilevante per la comprensione del loro lavoro, ci interesseremo alle ricerche scientifiche compiute nel contesto della penisola e non alla scienza prodotta dagli "Italiani". Ad esempio i lavori scritti in Francia da Joseph-Louis Lagrange non rientrano nel nostro tema, nonostante il loro autore sia il torinese Giuseppe Lodovico Lagrangia che aveva scelto di francesizzare il proprio nome, come non vi rientra la pila atomica costruita nel 1942 a Chicago sotto la direzione dell'emigrato Enrico Fermi. Per la stessa ragione ci occuperemo invece della De humani corporis fabrica pubblicata nel 1543 dall'anatomista fiammingo Andrea Vesalio , in quanto frutto del suo lavoro a Padova, e delle ricerche svolte a Roma nel XX secolo dal biochimico svizzero Daniel Bovet.

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1. Antefatti


1.1 La scienza antica e il suo naufragio

Una vera scienza, soddisfacente il criterio esposto nella premessa, era esistita nell'antichità, e più precisamente nel periodo ellenistico, nel quale le discipline che costituivano l'antica "matematica" (geometria, meccanica, ottica, idrostatica, astronomia, geografia matematica, teoria musicale e altro) si erano dotate sia di una rigorosa struttura logica interna sia di saldi rapporti con applicazioni di vario tipo. La stessa cultura aveva sviluppato anche una varietà di scienze empiriche e aveva generato, in stretta connessione con la scienza, un salto di qualità tecnologico (ricordiamo che tra i tanti elementi che abbiamo ereditato dalla tecnologia ellenistica vi sono ingranaggi, cinghie di trasmissione, pistoni, valvole, eliche e l'idea di sfruttare fonti di energia come il vapore, le correnti d'acqua e il sole).

La scienza antica aveva finito con l'estinguersi in seguito a quattro successive ondate distruttive.

La prima distruzione, che si può fare iniziare simbolicamente con la presa di Siracusa e l'uccisione di Archimede , si era completata nella seconda metà del II secolo a.C., quando la conquista romana degli Stati ellenistici non solo aveva eliminato i soggetti politici che avevano finanziato la scienza, ma aveva anche comportato la dispersione di quasi tutte le biblioteche e una massiccia deportazione di intellettuali di lingua greca.

Vi fu, è vero, una parziale ripresa degli studi scientifici in epoca imperiale, ma il loro livello non fu mai confrontabile con quello dell'epoca ellenistica e continuò ad abbassarsi nel corso del tempo, per finire con l'essere travolto dal crollo di tutta la civiltà classica. La fine della scienza antica viene posta a volte nel 415, quando la neoplatonica Ipazia (autrice di commenti ad antiche opere scientifiche), colpevole di non avere voluto convertirsi alla nuova religione, fu linciata ad Alessandria d'Egitto da una folla di cristiani fanatici.

Dopo di allora ben poco sopravvisse dell'antica cultura scientifica. Quel poco, rappresentato soprattutto da filosofi interessati più o meno marginalmente alla scienza, fu disperso ed eliminato dalle due successive distruzioni, avvenute in Grecia con la chiusura delle scuole filosofiche ordinata da Giustiniano nel 529 e in Egitto e in Oriente, nel secolo successivo, in seguito alla conquista araba (non bisogna dimenticare che l'interesse arabo verso la scienza, che è stato essenziale per la sua sopravvivenza, è posteriore di qualche secolo all'epoca della conquista).

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1.2 Conoscenze scientifiche nell'Alto Medioevo

Il regresso culturale dell'Europa di lingua latina nei secoli dell'Alto Medioevo comportò un azzeramento pressoché totale delle conoscenze scientifiche. Anche dopo la cosiddetta "Rinascita carolingia", quando ci si preoccupò di fornire un'istruzione più adeguata almeno a una parte del clero, vi sono a stento nei curricula scolastici contenuti che possano qualificarsi come scientifici.

Nelle scuole, che sono esclusivamente religiose (le cenobiali, gestite dall'ordine benedettino, e quelle, parrocchiali e vescovili, organizzate dal clero secolare) la cultura laica è rappresentata quasi esclusivamente da opere di grammatici e da superficiali compilazioni enciclopediche, come quelle di Marziano Capella e di Isidoro di Siviglia. La matematica insegnata si limita a un po' di aritmetica elementare (ad esempio quella contenuta nel testo di Marziano Capella) e la geometria è quasi completamente assente; solo in qualche caso si acquisisce una conoscenza indiretta di Euclide attraverso il compendio attribuito a Boezio (che contiene solo elenchi parziali di proposizioni, senza alcuna dimostrazione). Quanto all'astronomia, si leggono in genere solo elenchi di stelle e pianeti; un livello di studio meno comune e più avanzato è fondato sulla lettura delle opere di Igino e di Arato, che giungono a descrivere la forma delle costellazioni e raccontarne i relativi miti. Il vertice delle conoscenze scientifiche è raggiunto dai pochissimi chierici che sanno calcolare il giorno della Pasqua. Bisogna aggiungere la presenza di qualche libro di agrimensura a uso dei rari tecnici interessati a misurare campi.

Poiché non possono mancare contatti sporadici tra l'Europa latina e le culture più sviluppate (quella araba, in primo luogo, e in parte anche quella bizantina) il quadro appena delineato non può non presentare qualche rara eccezione. Ad esempio Gerberto d'Aurillac (morto nel 1003 come papa Silvestro II), che aveva studiato in Catalogna, coltiva interessi matematici e astronomici di più alto livello, che includono l'uso e i principi di funzionamento di apparecchi di antica origine, come l'astrolabio e i planetari.

Tra le zone d'Europa più permeabili agli influssi esterni vi sono naturalmente la Sicilia e l'Italia meridionale, la prima dominata a lungo dagli Arabi e la seconda parzialmente posseduta dai bizantini.

Il più importante centro europeo di studi medici sorge a Salerno. Il ruolo di crocevia di culture dell'Italia meridionale è simboleggiato dalla leggenda secondo cui la scuola salernitana sarebbe nata grazie al casuale incontro di quattro medici: un greco, un latino, un arabo e un ebreo. La scuola medica di Salerno, la cui fama è documentata fin dalla fine del X secolo, si sviluppa nel secolo successivo, iniziando a produrre letteratura medica, grazie in particolare ad Alfano (vescovo di Salerno dal 1058) e a Costantino l'Africano, che alla stessa epoca è alla corte normanna di Salerno di Roberto il Guiscardo. Costantino, che è originario di Cartagine, traduce in latino sia testi di Ippocrate e Galeno sia opere mediche arabe, introducendo per primo la scienza araba in Occidente.

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2.2 Leonardo Pisano, le scuole d'abaco e la contabilità

Non bisogna stupirsi se nel XIII secolo, in un ambiente come quello delle città italiane, guidate da un ceto di mercanti e dedite al commercio come attività economica principale, la prima feconda interazione tra problemi concreti e le nuove nozioni scientifiche importate dalle civiltà più avanzate consisté nell'utilizzazione delle tecniche aritmetiche e algebriche arabe nella contabilità commerciale.

Dallo sviluppo delle prime tecniche di calcolo nelle civiltà preclassiche agli attuali problemi posti, ad esempio, alla teoria dei giochi, le esigenze dell'economia hanno sempre costituito uno dei principali stimoli allo sviluppo della matematica. Per fare esempi più vicini al periodo che qui ci interessa, si possono ricordare gli ovvi rapporti tra la contabilità commerciale e il diffondersi dell'uso dei numeri relativi o tra il calcolo di interessi composti e lo sviluppo della nozione di esponenziale.

All'inizio del XIII secolo, nell'opera di acquisizione di alcune tecniche della matematica araba a vantaggio degli ambienti scientifici e mercantili europei, il personaggio chiave fu Leonardo Pisano, detto Fibonacci. Nato intorno al 1170, Leonardo era un mercante di Pisa, una delle città marinare più attive d'Italia, e aveva commerciato a lungo in molti porti del Mediterraneo, imparando tra l'altro la lingua araba, ma le sue opere mostrano che era anche un vero matematico, probabilmente il maggiore della sua epoca. I suoi viaggi e la sua attività gli avevano permesso di comprendere a fondo sia elementi importanti della matematica araba e della tradizione greca, sia le esigenze della contabilità commerciale.

Nel 1202 vide la luce la sua opera più influente: il Liber abaci. Si tratta di una vera opera scientifica, in cui sono presenti tutti e tre gli elementi la cui complessa interazione assicura la vitalità della scienza: un'antica tradizione culturale, le esigenze poste da problemi concreti e la libera curiosità e inventiva del ricercatore. L'opera, in quindici libri, dedica i primi sette ai fondamenti dell'aritmetica e alle regole di calcolo con il sistema posizionale basato sulle nove cifre che Leonardo aveva appreso dagli Arabi, ma che correttamente, come i suoi maestri, chiama indiane (solo più tardi si sarebbe diffusa in Europa l'abitudine di attribuire erroneamente il sistema a chi lo aveva trasmesso, parlando di cifre arabe). Dei libri successivi alcuni espongono tecniche di matematica mercantile (che riguardano problemi di società o di titoli di monete, ma anche argomenti di interesse generalmente aritmetico, come le regole del tre semplice e del tre composto) e altri sono raccolte di problemi di varia natura e di tecniche algebriche utili per la loro soluzione. I principali metodi esposti sono quelli detti della (semplice e doppia) "falsa posizione". Leonardo usa spesso numeri negativi, che accetta come soluzioni di equazioni, ed espone e dimostra le regole dei segni relative alla moltiplicazione.

Nonostante l'ampio spazio dedicato alle applicazioni commerciali, molti dei problemi considerati nel Liber abaci hanno un interesse puramente teorico: è famoso il calcolo del ritmo di accrescimento dei conigli generati da una coppia iniziale, che porta alla successione oggi detta "di Fibonacci"; in un altro caso, prendendo spunto da una diffusa leggenda relativa all'origine del gioco degli scacchi, viene calcolata la somma delle prime sessantaquattro potenze di due; un altro problema richiede la somma di un certo numero di quadrati consecutivi. Questi problemi, che sono tutti esposti nel libro più ampio, il XII, non sono raggruppati in base all'eventuale applicazione pratica (che del resto il più delle volte manca), ma secondo la tecnica di soluzione: un metodo caratteristico di un testo propriamente scientifico.

Alcuni degli argomenti trattati da Leonardo sono antichissimi, risalendo all'Egitto faraonico. questo il caso della scomposizione di frazioni in somma di frazioni a numeratore unitario, un problema già affrontato nel papiro di Rhind, del XVI secolo a.C., che Leonardo introduce senza fornirne alcuna motivazione o applicazione: si ha l'impressione che l'avesse inserito in omaggio a un'antichissima tradizione, senza conoscere più di noi motivi che potessero giustificarne l'interesse.

La maggioranza dei problemi esposti e risolti da Leonardo richiede la soluzione di equazioni, o sistemi di equazioni, di primo o secondo grado. Nell'ultimo libro appare però un problema particolarmente interessante: si richiede di calcolare il tasso di interesse che permette di raggiungere un dato capitale finale conoscendo il capitale iniziale e la durata del prestito. Si tratta di un problema che conduce naturalmente alla considerazione di equazioni algebriche di grado qualsiasi: un argomento che sarà alla frontiera della ricerca matematica dei secoli successivi.

Leonardo scrisse varie altre opere matematiche; tra quelle che ci restano, ricordiamo la Practica geometriae (del 1220) e il Liber quadratorum, apparso nel 1224 e dedicato a Federico II.

Quest'ultima è probabilmente l'opera che più compiutamente dimostra la capacità e l'originalità di Leonardo, ma fu senza dubbio il Liber abaci a influenzare maggiormente la cultura italiana ed europea, soprattutto contribuendo in modo decisivo alla diffusione nell'Europa latina del sistema di numerazione posizionale. Naturalmente, per la relativa novità dei metodi usati, non fu facile recepirne il contenuto, ma si deve pensare che l'utilità pratica dei procedimenti propugnati da Leonardo sia stata riconosciuta dai mercanti pisani nell'arco di qualche decennio, visto che nel 1241 il Comune di Pisa decise di assegnargli un salario annuo per i servigi resi in materia d'abaco.

Il livello matematico al quale si era ridotta l'Europa latina può essere valutato notando che Fibonacci nella sua opera, che richiese diversi decenni per cominciare ad essere apprezzata e utilizzata, si era basato su fonti arabe del IX e X secolo, tralasciando completamente i più avanzati sviluppi successivi.

L'acquisizione delle nuove tecniche da parte dei mercanti, come ogni progresso scientifico socialmente utile, richiese una riforma dell'insegnamento. La scarsa documentazione esistente non permette di determinare con sicurezza quando ciò accadde, ma i tempi non dovettero essere eccessivamente lunghi (almeno rispetto ai ritmi dell'epoca) se in un documento notarile del 1265, tra i testimoni, appare un tale Pietro, maestro d'abbaco di Bologna. La delibera del 1241 alla quale abbiamo già accennato fa pensare d'altra parte che a Pisa già da tempo lo stesso Leonardo e forse altri si fossero impegnati nell'insegnamento delle nuove tecniche. Le scuole d'abbaco (come vennero chiamate le scuole in cui si insegnavano le tecniche basate sul sistema posizionale) sono documentate in varie città, soprattutto toscane, nell'ultimo quarto del XIII secolo. A Firenze sorsero varie scuole private, mentre molti altri comuni, come San Gimignano, Bologna e Verona, organizzarono scuole comunali. I maestri d'abaco comunali erano spesso incaricati anche di effettuare misure e stime per conto delle autorità.

Già nel XIII secolo apparve il primo manuale scientifico scritto in volgare: si tratta del Livero dell'abbecho di un anonimo maestro umbro. I manuali d'abaco si moltiplicarono nel XIV secolo e continuarono ad essere prodotti fino al XVI: se ne conoscono circa trecento, tutti in volgare e con contenuti simili, che includono essenzialmente aritmetica commerciale e geometria pratica. Anche se sono molto più elementari, sembrano dipendere tutti dal Liber abaci di Leonardo (o forse dalla sua versione abbreviata, detta Trattato di minor guisa, che Leonardo si era preoccupato di compilare a scopi didattici, ma che non ci è pervenuto).

La trattatistica d'abaco, che insieme alle scuole d'abaco dalla Toscana si diffuse rapidamente in Emilia, Veneto, Lombardia e Umbria, per quanto elementare e rivolta a scopi pratici, ebbe un'importante funzione scientifica: diffondendo in gruppi relativamente ampi un'alfabetizzazione di base su argomenti di aritmetica e algebra elementare, contribuì a rendere possibili le ricerche algebriche che si sarebbero sviluppate in Italia in epoca rinascimentale.

Tra i manuali ad uso dei mercanti è particolarmente interessante l'opera scritta intorno al 1340 dal fiorentino Francesco Balducci-Pegolotti, che per la prima volta include tavole numeriche per il calcolo dell'interesse composto.

Anche lo sviluppo delle tecniche di contabilità avrebbe avuto a lungo termine influenze significative sulla matematica, ma in una prima fase avvenne sul piano della pura pratica professionale, senza costituire l'oggetto di trattazioni teoriche. La principale innovazione dovuta ai contabili italiani fu l'introduzione della partita doppia, la cui più antica documentazione oggi disponibile risale al 1340.

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2.5 Le università

Anche prima della nascita delle università esistevano in Europa alcuni centri di istruzione superiore: abbiamo già ricordato la scuola medica di Salerno e un importante centro di studi giuridici sorse alla fine dell'XI secolo a Bologna, dove prima Irnerio e poi Graziano iniziarono rispettivamente l'insegnamento del diritto civile e di quello canonico. Si trattava però di iniziative individuali, che non avevano dato origine ad alcuna struttura formale. La prima vera università medievale, basata sulla costituzione di un'associazione simile alle corporazioni dell'epoca, è quella che sorge a Bologna intorno al 1190; la seconda nasce a Parigi intorno al 1210. Queste prime due istituzioni differiscono tra loro in un aspetto importante, fornendo due diversi modelli alle università successive: mentre l'Università di Parigi nasce come corporazione di studenti e docenti, quella di Bologna è costituita come libera associazione di soli studenti, che provvedono a eleggere tra loro il rettore e a scegliere i docenti. una differenza importante, con una ricaduta non del tutto chiara ma probabilmente significativa sull'organizzazione degli studi e sui contenuti culturali.

Nel corso del XIII secolo le università si diffondono in Europa: nell'anno 1300 ve ne sono già quindici, cinque delle quali in Italia. Solo alcune rivestirono però un ruolo a livello europeo, attirando studenti e docenti da vari paesi e dando importanti contributi all'elaborazione di cultura. Fino alla fine del Medioevo questo gruppo di eccellenza può essere individuato con sufficiente sicurezza in sette università, delle quali due erano in Italia: Bologna e Padova (nata nel 1222 dalla secessione di parte degli studenti bolognesi). Le altre erano Oxford e Cambridge in Inghilterra (la seconda nata, analogamente al caso di Padova, da una costola di Oxford), Parigi e Montpellier in Francia e Salamanca in Spagna.

Tra le università sorte in Italia va ricordata anche quella fondata a Napoli nel 1224 da Federico II. Si tratta di un'università diversa dalle altre e in anticipo sui tempi: è infatti un'istituzione "statale", nata per iniziativa dell'imperatore in quanto re di Sicilia e concepita per formare i funzionari necessari all'organizzazione del Regno. Federico II, nelle Costituzioni di Melfi del 1231 (integrate nel 1241), diede anche la prima regolamentazione ufficiale alla scuola di Salerno: prescrisse che per esercitare la medicina nel Regno occorresse superare un esame presso i professori di Salerno e organizzò gli studi della scuola in un triennio propedeutico di logica e un successivo quinquennio di studi medici. Lo studio di Salerno fu tuttavia riconosciuto come "università" solo nel 1280, quando era ormai in fase di netta decadenza.

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L'Europa, negli stessi secoli in cui recuperò le conoscenze descritte nei paragrafi precedenti, essenziali sul piano culturale, ma con trascurabili conseguenze pratiche immediate, attraversò una fase parallela di importante progresso tecnologico, che cambiò molti aspetti della vita e delle attività economiche, aprendo nuove strade agli sviluppi successivi, ma non ebbe riflessi immediati sull'alta cultura.

Si crearono nuovi sistemi di contabilità e nuove tecniche bancarie, si meccanizzarono le industrie tessili e si rinnovò la metallurgia, si diffusero la bussola, le carte nautiche e nuovi tipi di navi, apparvero occhiali e orologi, armi da fuoco e carta. Queste novità non furono dovute a progressi scientifici, ma ci interessano perché sono indirettamente connesse al nostro tema. Esse infatti ampliarono la fenomenologia suscettibile di essere studiata con metodi scientifici e resero possibile la realizzazione di strumenti che avrebbero avuto un ruolo importante nella scienza dei secoli successivi. Inoltre diversi intellettuali ( Ruggero Bacone ne fornisce l'esempio più evidente) furono ben consapevoli dell'esistenza di un antico rapporto tra scienza e tecnologia che avrebbe potuto essere rivitalizzato e qualcuno di loro, come Jacopo e Giovanni Dondi, contribuì sia al progresso delle conoscenze scientifiche che a quello tecnologico.

L'Italia fu all'avanguardia in Europa nell'acquisizione delle nuove tecniche. Il primo uso europeo della bussola è quello, attestato intorno al 1200, di alcune repubbliche marinare italiane. La prima apparizione della carta in Europa riguarda la Spagna islamica, ma i primi mulini per carta documentati nell'Europa cristiana sono quelli esistenti a Fabriano nel 1276. I primi occhiali (per presbiti) appaiono in Italia intorno al 1290. Il primo orologio meccanico europeo fu installato nella chiesa di S. Eustorgio a Milano nel 1309 e il primo costruttore di orologi meccanici di cui si abbia notizia è il già ricordato Jacopo Dondi. Un documento ufficiale fiorentino del 1326 riguarda l'acquisto di "pilas seu palloctas ferreas et canones de metallo": è il primo documento europeo riguardante armi da fuoco.

L'origine delle nuove tecniche non sempre è chiara. Nel caso delle tecniche contabili e bancarie (nell'Italia del Trecento, oltre alla partita doppia, cui abbiamo già accennato, appare anche per la prima volta la cambiale), l'origine italiana è ovviamente connessa al particolare ruolo dei mercanti e banchieri italiani nel commercio internazionale dell'epoca. In altri casi (ad esempio per la bussola, la carta o l'industria della seta, che pure appare in Italia prima che nel resto d'Europa), l'attività commerciale italiana, particolarmente attiva verso i mondi islamico e bizantino, ha ovviamente favorito un'importazione precoce di tecnologia, proveniente spesso indirettamente dalla Cina. Poiché gli italiani furono i primi europei a instaurare rapporti con l'Asia centrale e la Cina, a volte si può ipotizzare anche una provenienza cinese diretta.

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5.5 Uno sguardo d'insieme

Si è spesso portati a trascurare o minimizzare il rapporto tra teorie scientifiche e applicazioni tecnologiche in tutte le epoche preindustriali. All'origine di questo atteggiamento vi sono diversi elementi, tra i quali la tendenza ad assumere implicitamente la civiltà occidentale successiva alla Rivoluzione industriale come termine di confronto privilegiato (rispetto al quale fatalmente sbiadiscono tutte le precedenti applicazioni tecnologiche della scienza) e la diffusa propensione a dare più valore, nell'opera degli scienziati, agli sviluppi con dirette conseguenze sulla concezione del mondo che a quelli di interesse soprattutto applicativo. La difesa dell'eliocentrismo è ad esempio associata nell'immaginario collettivo al nome di Galileo ben più del suo fondamentale lavoro sulle dimensioni delle macchine e lo studio del moto di un corpo in un fluido svolto nel secondo libro dei Principia di Newton non ha certo la stessa fama della sua deduzione delle leggi del moto dei pianeti.

Non possono esservi però dubbi sul ruolo essenziale degli stimoli provenienti da problemi applicativi per lo sviluppo di quella che è stata detta Rivoluzione scientifica: gli esempi fatti nei paragrafi precedenti potrebbero essere facilmente moltiplicati. Molto più controverso è stato nella letteratura il giudizio sull'efficacia del rapporto inverso, ossia la reale utilità delle teorie scientifiche del XVII e XVIII secolo nel risolvere problemi pratici. Dalla feroce satira di Swift in poi molti autori, tra i quali alcuni autorevoli storici della scienza, hanno sostenuto l'inefficacia dei metodi scientifici dell'epoca, sottolineando l'impraticabilità di molte pretese soluzioni di problemi concreti suggerite da scienziati.

Per giudicare il ruolo svolto dalla scienza nello sviluppo tecnologico non interessa però quale percentuale delle applicazioni scientifiche proposte sia risultata efficace, ma se ve ne sia stata una frazione realmente utile e in quale misura tale frazione abbia inciso sullo sviluppo della tecnologia.

Non vi è dubbio che in alcuni settori, come quelli degli apparecchi ottici e dell'orologeria, la scienza a cavallo tra XVII e XVIII secolo abbia svolto un essenziale ruolo guida dello sviluppo tecnologico. Inoltre in molti casi ricerche scientifiche che non hanno raggiunto il proprio obiettivo sono state essenziali per sviluppi applicativi inizialmente non previsti.

L'importanza della scienza nello sviluppo delle tecnologie navale e militare è stata messa utilmente a fuoco in alcuni lavori recenti ed è stata sommariamente esemplificata nei paragrafi precedenti, ma anche prescindendo da analisi dettagliate due elementi risultano evidenti: in primo luogo le classi dirigenti dei principali Stati europei dell'epoca erano convinte dell'importanza strategica della ricerca scientifica per lo sviluppo di questi settori e, attraverso essi, dei propri paesi; d'altra parte l'efficacia dei sistemi da loro adottati è provata dalla circostanza che fu proprio nel periodo che qui interessa, circa un secolo prima della Rivoluzione industriale, che l'Europa superò nei settori navale e militare tutte le potenze extra-europee, e in particolare gli imperi ottomano e cinese, conquistando la supremazia mondiale che avrebbe conservato per oltre due secoli.

L'interesse per la scienza da parte dei sovrani illuminati non era dovuto solo alle applicazioni tecnologiche, ma anche alla convinzione di poterne trarre strumenti intellettuali preziosi per il controllo e il governo dei grandi Stati nazionali. La funzione anche ideologica svolta in questo senso già da secoli dalla cartografia è stata sottolineata più volte, probabilmente anche troppo. L'importanza, agli stessi fini, della statistica è ovvia ed è suggerita dal nome stesso. Meno ovvio è forse il rapporto tra la scienza e l'esigenza degli Stati di controllare la produzione di massa di armi e navi. Tale controllo poteva essere effettuato efficacemente solo obbligando i costruttori ad attenersi a progetti dettagliati, che rendevano possibile e stimolavano lo studio scientifico dei problemi posti dalla produzione. L'entusiasmo con cui il potente ministro Colbert propugnò l'elaborazione di un'architettura navale teorica illustra bene questo punto.

Le organizzazioni statali non furono le sole protagoniste della nuova scienza. Mentre in Francia esse svolsero un ruolo essenziale, in nazioni come l'Inghilterra e i Paesi Bassi furono più importanti le iniziative private, nelle quali, accanto ad aristocratici, ebbero spesso un ruolo chiave esponenti di quella classe media di mercanti e artigiani che in quei paesi era in rapida ascesa economica e politica. Ricordiamo, ad esempio, che un risultato importante come la famosa legge dei gas oggi associata al nome di Boyle fu il risultato della collaborazione tra il ricco aristocratico Robert Boyle e il suo giovane e geniale assistente salariato Robert Hooke. Quando divenne uno dei principali scienziati britannici, Hooke svolse il suo eccezionale lavoro di progettista di apparecchi scientifici mantenendo costanti rapporti di collaborazione con artigiani di vario tipo. Abbiamo già visto come l'aritmetica politica (ossia la statistica) e la microbiologia fossero nate per iniziativa di due mercanti (uno inglese e l'altro olandese) e il famoso problema della determinazione della longitudine, sul quale si era sviluppata la rivalità tra due scienziati del livello di Hooke e Huygens, fosse stato infine risolto in modo tecnicamente efficace da John Harrison, un orologiaio figlio di un falegname. Spesso il lavoro di artigiani e mercanti contribuì allo sviluppo della scienza fornendo nuovo materiale di riflessione a scienziati dotati di preparazione teorica.

Tentando di riassumere in una breve sintesi le novità emerse nello sviluppo scientifico alla fine del Seicento, si può dire che mentre nel periodo rinascimentale la scienza aveva trovato le sue principali applicazioni (dalla pittura alla medicina, dall'architettura all'astrologia) nell'ambito dei consumi delle élite ed era quindi finanziata nel quadro del tradizionale mecenatismo, l'accresciuta potenza del metodo scientifico, che nel corso del Seicento aveva coniugato il recupero di antiche conoscenze con sperimentazioni sistematiche e progettazione di strumenti, aveva reso la scienza utile sia per attività di grande interesse economico e politico, come la navigazione e la guerra, sia per l'organizzazione dei grandi Stati nazionali. Nella seconda metà del secolo la scienza si guadagnò così una posizione privilegiata nell'attenzione dei governi e della borghesia commerciale, che permise di innescare una crescita esponenziale alimentata dal circolo virtuoso formato dagli incrementi di risultati, applicazioni e investimenti.

Pochi esempi possono bastare a mostrare come in una fase iniziale l'Italia non fosse rimasta affatto estranea alle nuove possibilità: il modo in cui i duchi di Urbino avevano cercato di coniugare il mecenatismo scientifico con lo sviluppo delle fortificazioni e dell'artiglieria; le consulenze chieste dal governo della Serenissima a Galileo su problemi di tecnologia navale e il suo impegno nella costruzione di oggetti e teorie utili a scopi militari, per la navigazione e l'ingegneria; la politica scientifica dei granduchi di Toscana, che aveva creato l'Accademia usata come modello dagli altri Stati d'Europa. Quando però la scienza imboccò con decisione la nuova direzione, Gli stati della penisola furono rapidamente superati.

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5.6 La rapida decadenza italiana

L'Italia, che aveva perso in gran parte l'indipendenza politica alla fine del Quattrocento, aveva mantenuto nel XVI secolo un importante ruolo economico e culturale.

Mentre l'Italia meridionale aveva accumulato già un notevole ritardo economico, la produzione manifatturiera dell'Italia settentrionale e della Toscana continuò a crescere nella seconda metà del Cinquecento, in quella che Carlo Maria Cipolla ha chiamato l'"estate di San Martino" della nostra economia, per mostrare poi alla fine del secolo i primi segni di inversione di tendenza, che sfociarono infine in una gravissima crisi nel 1619. Dopo il 1620 le esportazioni di Milano, Genova e Venezia crollarono e negli stessi anni Genova venne sostituita da Amsterdam nel ruolo di principale centro della finanza internazionale. In quegli anni, per motivi che non è il caso di analizzare qui,

l'Italia da paese trasformatore di materia prima ed esportatore di manufatti e servizi divenne un paese eminentemente agricolo di baroni e contadini che esportava soprattutto prodotti agricoli.

Alla luce di quanto abbiamo visto nei paragrafi precedenti è chiaro che nella nostra penisola non vi era nessuna delle condizioni che in altri paesi europei determinarono la svolta nello sviluppo scientifico della seconda metà del Seicento. Erano assenti gli stimoli provenienti dalla navigazione oceanica e dalle esigenze dell'organizzazione militare e civile dei grandi Stati nazionali; una politica scientifica di ampio respiro era estranea alle possibilità e agli interessi dei governanti; mancavano, soprattutto, i ceti sociali utilizzatori dei risultati della nuova ricerca scientifica che in altri paesi ne costituivano il mercato, fornendole finanziamenti e stimoli.

Una tradizione culturale di alto livello non muore però in pochi anni. La decadenza scientifica italiana seguì di un paio di generazioni quella economica e consisté soprattutto in una decadenza relativa: nella penisola si continuarono a produrre risultati scientifici interessanti, ma quando si realizzò la svolta descritta nei paragrafi precedenti, l'Italia, che non vi prese parte, fu rapidamente superata nei settori che divennero trainanti dai paesi che costituirono il nuovo centro propulsore dello sviluppo scientifico europeo.

Per esemplificare con due aneddoti l'inversione del dislivello tecnologico tra l'Italia e i paesi dell'Europa settentrionale nel settore degli strumenti scientifici, ricordiamo che nel 1666 il famoso astronomo e ottico scozzese James Gregory, non essendo riuscito a far costruire a Londra in modo soddisfacente il telescopio che aveva progettato, pensò di rivolgersi ad artigiani padovani, mentre nel 1713 uno scienziato come Antonio Vallisneri scrisse a un amico perché gli procurasse da un inglese, di passaggio a Venezia, un microscopio con cui poter finalmente osservare gli spermatozoi, che non era riuscito a vedere con gli strumenti disponibili in Italia.

Il sorpasso nella costruzione di strumenti dipese soprattutto dal sorgere di nuovi centri indipendenti di produzione, ma in qualche caso sembra esservi stata anche un'esportazione diretta di tecnologia. Sappiamo, ad esempio, che nel Settecento costruttori italiani di barometri, termometri e altri strumenti emigrarono in Francia, Olanda e Gran Bretagna, dando origine a ditte che avrebbero a lungo occupato una posizione importante in queste particolari produzioni.

Volendo fissare una data simbolica come momento del sorpasso si può probabilmente scegliere il 1670, anno in cui il massimo astronomo europeo, l'italiano Giovanni Domenico Cassini , si trasferì da Bologna, dove aveva diretto lo studio astronomico dal 1650, a Parigi, dove era stato invitato da Luigi XIV a dirigere il nuovo Osservatorio. Al di là di questo evento simbolico, si tratta di un anno centrale rispetto a diverse date significative: abbiamo già ricordato che nel 1665 inizia la pubblicazione delle "Philosophical Transactions" della Royal Society e nel 1666 è fondata a Parigi l'Académie des sciences; nel 1669 si tengono le ultime riunioni dell'Accademia del Cimento; nel 1675 è fondato l'Osservatorio di Greenwich.

Nel decennio 1660-1670 erano apparse in Italia diverse importanti pubblicazioni: nel campo delle scienze della vita ricordiamo le De pulmonibus observationes anatomicae di Malpighi del 1661, il suo De bombyce del 1669 e le Esperienze intorno alla generazione degl'insetti di Redi del 1668; nell'ambito delle scienze fisiche il lavoro di Borelli sul moto dei satelliti di Giove, del 1666, l'opera di Grimaldi in cui si esponeva la scoperta della diffrazione della luce, pubblicata nel 1665, e i Saggi di naturali esperienze di Magalotti, del 1667; i Geometriae speciosae elementa di Mengoli (in cui appare tra l'altro la prima definizione rigorosa di integrale) non rientrano nel decennio considerato perché sono del 1659, ma vi rientrano di nuovo i due fondamentali lavori di scienza della terra: il Prodromus di Stenone, del 1669, e il lavoro dell'anno successivo di Agostino Scilla.

Nel decennio successivo non vi sono pubblicazioni italiane della stessa importanza. Strade nuove, alle quali il nostro paese rimarrà a lungo in larga misura estraneo, sono invece aperte da lavori come l' Horologium oscillatorium di Christian Huygens, del 1673, la scoperta dei protozoi da parte di Antoni van Leeuwenhoek, nel 1674 o, nello stesso anno, il lavoro in cui Hooke propone una nuova meccanica celeste che anticipa sotto vari aspetti la sintesi newtoniana.

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8. Dai successi al disastro (1890-1945)


8.1 La stagione d'oro della matematica italiana

L'opera di ricostruzione della scuola matematica italiana compiuta dalle generazioni risorgimentali diede i suoi frutti migliori all'inizio del XX secolo. I matematici italiani non solo ottennero importanti risultati tecnici in vari settori della disciplina, e in particolare in campo geometrico, ridando vita a un'antica tradizione, ma estesero la loro azione in due direzioni apparentemente opposte, in realtà connesse tra loro ed entrambe fiorenti nelle fasi più feconde della storia della scienza. Mentre i metodi matematici furono applicati a diversi nuovi settori, dall'economia alla biologia, allo stesso tempo si approfondì la riflessione critica: vi furono italiani tra i protagonisti del dibattito sui fondamenti a cavallo del secolo e alcuni dei nostri matematici diedero importanti contributi di carattere epistemologico e storico.

Il rilievo delle ricerche compiute in Italia ebbe una sanzione ufficiale al quarto dei Congressi Internazionali di Matematica, organizzato nel 1908 a Roma. Commentando il Congresso, Henri Poincaré scrisse su "Les Temps":

Da una trentina d'anni, il movimento matematico in Italia è molto intenso. [...] Esito a citare dei nomi, perché credo, o piuttosto sono sicuro, di dimenticarne di importanti. Non posso tuttavia non nominare Blaserna, presidente del congresso e vice-presidente del Senato, né Volterra, il celebre analista, né Castelnuovo, Enriques e Severi che stanno facendo fare un passo decisivo alla teoria delle superfici, né soprattutto Guccia, che ha fatto dei bei lavori di geometria e che ha fondato a Palermo una società matematica internazionale e uno dei giornali matematici più rinomati del mondo intero.

Il giudizio di Poincaré sul Circolo matematico di Palermo e i suoi "Rendiconti" era largamente condiviso: il Circolo, con quasi un migliaio di aderenti in tutto il mondo, era nel settore la maggiore organizzazione internazionale dell'epoca e la sua rivista, internazionale e poliglotta, offriva ai migliori matematici europei un terreno neutro di incontro di grande autorevolezza. Nello stesso 1908 il prestigioso Prix Bordin, assegnato dalla Académie des Sciences francese al migliore matematico fu conferito ex aequo a due italiani, Enriques e Severi, per ricerche in geometria algebrica. L'anno successivo sarà di nuovo assegnato a due italiani, Bagnera e De Franchis, per lavori nello stesso settore. In quegli anni la scuola matematica italiana era generalmente considerata la terza al mondo, dopo quelle francese e tedesca.

La scuola iniziata da Luigi Cremona e proseguita da Francesco D'Ovidio e soprattutto dal suo allievo Corrado Segre spostò progressivamente il centro d'interesse dalla geometria proiettiva allo studio delle curve e delle superfici algebriche, dando origine ad una scuola di geometria algebrica che tra gli anni novanta e la Prima guerra mondiale, grazie ai lavori di Guido Castelnuovo (1865-1952) e Federigo Enriques (1871-1946), ai quali si aggiunse poi Francesco Severi (1879-1961), divenne la prima al mondo. I principali centri della disciplina, che recuperava in forme nuove l'antica predilezione italiana per i metodi geometrici, furono prima Torino e poi Roma. Grande importanza ebbero anche le ricerche di geometria differenziale di Luigi Bianchi (1865-1928) e di Gregorio Ricci Curbastro (1853-1925). Ricci, prima da solo e poi con il suo allievo Tullio Levi-Civita (1873-1941, autore di studi fondamentali anche in vari settori della fisica matematica), sviluppa il calcolo tensoriale e il calcolo differenziale assoluto (così detto dal titolo di un fondamentale lavoro dei due matematici, concepito inizialmente come opera didattica) in stretta connessione con applicazioni ai campi tradizionalmente preferiti dai fisici matematici italiani: elasticità ed elettromagnetismo. Il calcolo differenziale assoluto tardò ad essere apprezzato, probabilmente perché apparve ai geometri troppo legato alle applicazioni e ai fisici matematici troppo difficile e astratto. Sarebbe divenuto famoso solo dopo che Einstein vi ebbe trovato il linguaggio in cui formulare la teoria della relatività generale.

Anche l'analisi italiana d'inizio secolo fu di livello eccellente, in particolare alla Normale di Pisa, dove la scuola di Dini alla quale abbiamo già accennato, continuò a dare ottimi frutti; ricordiamo solo che a Pisa si laurearono nel 1899 Giuseppe Vitali (1875-1932) e l'anno successivo Guido Fubini (1879-1943). A Vitali (che insegnò a lungo nei licei, effettuando le sue ricerche in condizioni di isolamento) si debbono, tra l'altro, la nozione di funzione assolutamente continua, importanti risultati di teoria della misura e il teorema di Vitali-Lebesgue (che scoprì indipendentemente e contemporaneamente a Henri Lebesgue). Fubini, oggi noto agli studenti di matematica soprattutto per il teorema che porta il suo nome, che permette di esprimere un integrale doppio come integrale ripetuto, ottenne risultati importanti non solo in vari settori dell'analisi, ma anche in teoria dei gruppi e in geometria proiettiva. Era del resto normale per i matematici dell'epoca valicare tutti i confini interni alla disciplina e spesso anche quelli esterni. Ad esempio Beppo Levi (1875-1961), che è ricordato soprattutto per i suoi risultati di teoria dell'integrazione, si era laureato con Corrado Segre in geometria algebrica, alla quale contribuì in modo significativo, e la sua attività di ricerca spaziò dall'analisi funzionale alla logica, dalla fisica teorica all'elettrotecnica.

Tra i matematici italiani attivi all'inizio del Novecento due personalità di particolare rilievo, profondamente diverse tra loro, furono Giuseppe Peano (1858-1932) e Vito Volterra (1860-1940).

Peano, un esponente della scuola torinese che era stato allievo di Genocchi, diede importanti contributi all'analisi, ma fu soprattutto uno dei primi protagonisti del dibattito sui fondamenti della matematica sviluppatosi a cavallo dei due secoli e uno dei fondatori della logica matematica. Nel suo opuscolo in latino Arithmetices Principia nova methodo exposita, pubblicato nel 1889, assiomatizzò l'aritmetica deducendola dai cinque assiomi che oggi portano il suo nome. Un altro dei suoi risultati più famosi apparve l'anno successivo nel lavoro Sur une courbe qui remplit toute une aire piane, in cui si dimostra (esibendo l'esempio oggi noto appunto come curva di Peano) che un punto, muovendosi con continuità, in un tempo finito può passare attraverso tutti i punti di un quadrato. Poiché erano definite curve tutte le possibili traiettorie di un punto che si muove con continuità, si scopriva così che anche oggetti come i quadrati rientravano nella definizione: una conclusione inattesa che stimolò un approfondimento dei fondamenti della geometria.

Uno dei progetti più ambiziosi di Peano fu la riscrittura di tutta la matematica in termini che eliminassero ogni possibile ambiguità. Nel suo Formulario matematico, i cui volumi apparvero dal 1895 al 1908, introdusse a questo scopo una serie di nuovi simboli; il volume finale fu scritto in latino sine flexione, ossia in una lingua artificiale di sua invenzione basata su una forma semplificata di latino, costruita con parole indeclinabili. Alcuni dei simboli introdotti nel Formulario sono entrati nell'uso universale, come il simbolo di appartenenza ∈ e il quantificatore esistenziale ∃. Purtroppo Peano decise di esprimersi esclusivamente nella sua nuova lingua (e con i suoi simboli) non solo negli interventi ai congressi, ma anche nell'attività didattica, pronunziando così lezioni totalmente incomprensibili agli studenti. Diede però vita a una scuola di logica matematica di grande valore, alla quale appartennero tra gli altri Cesare Burali-Forti, Mario Pieri e Giovanni Vailati, sul quale ritorneremo.

Vito Volterra è un matematico completamente diverso, interessato alla modellizzazione di fenomeni reali quanto Peano lo era a questioni astratte e riguardanti i fondamenti. Proveniente da una famiglia in cattive condizioni economiche, dopo avere frequentato la sezione fisico-matematica dell'Istituto Tecnico, studiò alla Normale con Betti e Dini. Si mise rapidamente in luce come analista e fisico matematico capace allo stesso tempo di dare importanti contributi alla teoria e costruire originali modelli matematici di fenomeni reali. Affrontò problemi di fisica matematica usando, oltre allo strumento classico delle equazioni differenziali, anche le equazioni integrali che oggi portano il suo nome ed equazioni integro-differenziali, che introdusse per descrivere quelli che chiamò "fenomeni di eredità", ossia evoluzioni nelle quali lo stato presente non basta a determinare il futuro, che è influenzato anche dalla storia precedente. Particolarmente importanti sono le sue ricerche sulle "funzioni di linea" (ossia funzioni le cui variabili sono altre funzioni), che diedero un contributo essenziale alla nascita dell'analisi funzionale.

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8.10 Vari aspetti della catastrofe

Le leggi razziali del 1938 (coordinate in un testo unico il 15 novembre) prescrissero l'espulsione dalle scuole, dalle università e dalle accademie statali di studenti e studiosi di origine ebraica, decimando e disperdendo la comunità scientifica. Molti dei più eminenti scienziati furono colpiti direttamente perché di origine ebraica. Tra i matematici che abbiamo già avuto occasione di ricordare sono allontanati dall'insegnamento per motivi razziali Federigo Enriques, Guido Fubini, Tullio Levi-Civita e Beppo Levi (anche Guido Castelnuovo e Vito Volterra erano di origine ebraica, ma Castelnuovo era in pensione dal 1935 e Volterra era stato allontanato nel 1931, quando aveva rifiutato il giuramento di fedeltà al regime). Dall'Unione Matematica Italiana (Umi) furono espulsi 27 soci, che rappresentavano circa un decimo del totale.

Il 10 dicembre la Commissione Scientifica dell'Umi (della quale facevano parte Picone, Severi e Tonelli, che era però assente giustificato) si riunisce e stabilisce che:

Una rappresentanza della Umi si recherà da S.E. il ministro della Educazione Nazionale, e gli comunicherà il voto della Commissione "perché nessuna delle cattedre di Matematica rimaste vacanti in seguito ai provvedimenti per l'integrità della razza, venga sottratta alle discipline matematiche". Il voto continua osservando che: "La scuola matematica italiana, che ha acquistato vasta rinomanza in tutto il mondo scientifico, è quasi totalmente creazione di scienziati di razza italica (ariana). [...] Essa, anche dopo le eliminazioni di alcuni cultori di razza ebraica, ha conservato scienziati che, per numero e per qualità, bastano a mantenere elevatissimo, di fronte all'estero, il tono della scienza matematica italiana, e maestri che con la loro intensa opera di proselitismo scientifico assicurano alla Nazione elementi degni di ricoprire tutte le cattedre necessarie".

Sono frasi che fanno rabbrividire, ancor più se si pensa che sono sottoscritte da chi aveva avuto come maestri i "cultori di razza ebraica" la cui "eliminazione" viene approvata (ad esempio Picone era stato assistente di Fubini e Severi di Enriques). Non bisogna però giudicare il livello della comunità scientifica italiana da quello degli organismi direttivi da essa espressi. Nei periodi di degrado della vita pubblica per raggiungere posizioni di potere (anche minime, come l'appartenenza alla Commissione scientifica dell'Umi) occorre infatti superare un rigoroso filtro che elimina i migliori. Francesco Severi, che era un abile matematico, ma certamente conosceva bene anche le arti necessarie per conquistare il potere accademico, il giorno successivo all'approvazione delle leggi razziali si tolse la soddisfazione di fare impedire fisicamente a Castelnuovo, Enriques e Levi-Civita l'accesso alla biblioteca dell'Istituto matematico dell'Università di Roma.

Anche la comunità dei fisici è privata di molti dei suoi migliori elementi. Tra gli scienziati di origine ebraica che fuggono all'estero vi sono Bruno Rossi ed Emilio Segrè, che emigrano negli Stati Uniti (dove svolgeranno un ruolo di grande rilievo), e Giulio Racah, che si trasferisce in Palestina e darà un contributo fondamentale alla nascita della fisica teorica israeliana (sarà anche rettore dell'Università ebraica di Gerusalemme). Enrico Fermi (la cui moglie Laura Capon è ebrea) il 6 dicembre 1938 lascia Roma per Stoccolma per ricevervi il premio Nobel, ma non torna in Italia ed emigra anche lui negli Stati Uniti. Giuseppe Occhialini (che nel 1947 con Lattes e Powell avrebbe scoperto il pione) era andato in Brasile già nel 1937. Bruno Pontecorvo, anche lui ebreo, aveva lasciato Roma per Parigi nel 1936.

Lo stesso 1938 delle leggi razziali aveva visto un'altra significativa perdita della comunità dei fisici italiani. Ettore Majorana aveva interrotto il suo lungo silenzio all'inizio del 1937, pubblicando uno dei suoi lavori più importanti, in cui è esposta una teoria che tratta in modo simmetrico elettroni e positroni. Probabilmente lo aveva fatto in vista del concorso a cattedra. Poco dopo è nominato professore di fisica teorica a Napoli, ma dopo pochi mesi, il 26 marzo 1938, sparisce senza lasciare tracce (torneremo tra breve su questa scomparsa). Rasetti emigra in Canada nel 1939.

Tra i biologi di origine ebraica vi erano Giuseppe Levi e i suoi allievi Salvatore Luria e Rita Levi-Montalcini. Luria andò in Francia e poi negli Stati Uniti (dove cambiò anche il nome, facendosi chiamare Salvador Edward Luria); Levi andò in Belgio ma dopo due anni, quando il Belgio fu invaso dai tedeschi, tornò in Italia, partecipando alle ricerche sui tessuti nervosi degli embrioni di pollo organizzate dalla giovane Rita Levi-Montalcini in un piccolo laboratorio privato. Nel 1947 si sarebbero trasferiti negli Stati Uniti anche Levi-Montalcini e Renato Dulbecco, un altro allievo eccellente di Giuseppe Levi.

Le leggi razziali non privano la comunità nazionale solo degli scienziati direttamente colpiti (il che avrebbe avuto già conseguenze gravissime sul piano scientifico); vi è anche chi è colpito attraverso i familiari (è il caso di Fermi) e chi abbandona l'Italia perché disgustato dal razzismo (è il caso di Rasetti); altri ancora sono attratti dai colleghi già emigrati e li raggiungono per non lavorare in un ambiente scientificamente impoverito.

Le cause precedenti non spiegano però perché l'esodo non si verifichi in forma rilevante tra i matematici, ma distrugga quasi completamente i migliori gruppi di ricerca sperimentale, né perché non si verifichi solo in seguito alle leggi razziali, ma inizi prima e continui nel dopoguerra.

In realtà i fisici impegnati in ricerche di punta avrebbero con ogni probabilità abbandonato l'Italia anche indipendentemente dalle sciagurate leggi razziali. Occhialini aveva già ottenuto i suoi principali risultati scientifici a Cambridge. Quanto al gruppo di via Panisperna, si era reso conto da tempo che la propria ricerca sperimentale in fisica nucleare avrebbe potuto rimanere competitiva solo sostituendo le sorgenti naturali di radiazioni con gli acceleratori che cominciavano a diffondersi nei paesi tecnologicamente più avanzati. I finanziamenti per la costruzione di un ciclotrone tardavano però ad arrivare e nel giugno 1938 il Cnr aveva bocciato la proposta di Fermi di costituire un Istituto Nazionale di Radioattività. In queste condizioni è chiaro che Fermi (i cui spazi accademici si erano ristretti dopo la morte di Corbino) stava già maturando la decisione di abbandonare 1'Italia.

La disgregazione dei gruppi di ricerca più avanzati di fisica fu quindi accelerata, estesa e resa tragica dalle leggi razziali, ma in realtà costituiva lo sbocco naturale di una crisi dovuta da un lato alle crescenti risorse richieste dalla ricerca sperimentale e dall'altro ai limiti della politica scientifica italiana, che nel caso della fisica, a differenza degli altri principali paesi europei, non era mai stata capace di realizzare investimenti consistenti e produttivi nella ricerca. La situazione era ora aggravata dall'emergere di potenze (durante la guerra la Germania e soprattutto gli Stati Uniti, che saranno presto raggiunti dall'Unione Sovietica), in grado di investire risorse materiali e umane di un nuovo ordine di grandezza, anche e soprattutto a scopi militari.

L'esodo continuò anche nel dopoguerra. Bruno Pontecorvo, che dopo il periodo a Parigi aveva prima applicato fruttuosamente le tecniche dei neutroni lenti apprese a via Panisperna lavorando per una compagnia petrolifera statunitense e poi aveva partecipato alla progettazione della bomba atomica britannica, sparì senza lasciare tracce nell'agosto 1950. Solo cinque anni più tardi si fece vivo dall'Unione Sovietica, dove era stato accolto con tutti gli onori, ricevendo alti riconoscimenti (nel 1953 aveva avuto il premio Stalin) per il suo contributo ai progressi della fisica nucleare sovietica.

possibile spiegare anche la scomparsa di Majorana nell'ambito del generale esodo dei fisici italiani verso paesi in grado di apprezzare meglio il loro lavoro?

Sulla scomparsa si è avanzato ogni genere di congetture, ma alcune possono essere eliminate leggendo una lettera, risalente al periodo aprile-maggio 1938, di Gilberto Bernardini a Giovanni Gentile Jr, in partenza per la Germania. Riportiamone l'inizio:

Caro Giovanni, come puoi immaginare la notizia di Majorana mi ha dato una vera gioia. Non è molto bello forse, ma in compenso non è una cosa così tragica come si pensava e ci se ne può rallegrare. Mi fa piacere anche la notizia che vai in Germania e approvo moltissimo la tua iniziativa.

Se non altro la lettera dimostra che i due amici (e presumibilmente gli altri amici comuni e la famiglia: non vi è motivo per pensare che la "notizia" fosse all'epoca un segreto custodito solo da Bernardini e Gentile) erano al corrente della sorte di Majorana e che non si trattava di una sorte tragica. D'altra parte dalla documentazione esaminata nell'opera citata di Guerra e Robotti (che non formulano ipotesi al riguardo) si evince chiaramente che la scomparsa era stata una libera scelta di Majorana, che non era affatto squilibrato e aveva mantenuto intatto il suo interesse per la fisica. Si può quindi pensare che Majorana si fosse trasferito in un paese in cui riteneva che le sue ricerche potessero essere più apprezzate; l'assoluto riserbo mantenuto anche dopo la guerra da tutti coloro che erano al corrente della sua decisione fa credere che si fosse trattato di una scelta sulla quale dopo il 1945 era preferibile tacere.

L'evoluzione della ricerca fisica ebbe un salto di qualità con il progetto Manhattan (e i progetti paralleli tedesco e sovietico), che apportò profonde novità nel mondo della scienza, non solo sul piano etico, per l'uso delle competenze scientifiche per la progettazione di strumenti di distruzione senza precedenti, ma anche per l'avvento della cosiddetta Big Science, cioè un nuovo tipo di produzione di conoscenza, che può giovarsi di finanziamenti enormi, ma è privo di alcune delle essenziali caratteristiche storiche della scienza. Il rapporto tra teoria scientifica e tecnologia, che era stato sempre essenziale, ma aveva agito in ambedue i sensi, senza confondere i due piani, caratterizzati l'uno dalla libera comunicazione delle idee e l'altro da varie forme di conoscenza più o meno riservata, divenne rigido e unidirezionale. Nei laboratori militarizzati di Los Alamos gli scienziati, la cui libertà personale era sottoposta a severe limitazioni, lavorarono per la prima volta come elementi di un apparato industriale militarizzato, per produrre conoscenze segrete, immediatamente utilizzabili per la realizzazione di un unico prodotto tecnologico. Il disastro della scienza italiana si inserisce così in un dramma più generale, che riguarda particolarmente la fisica.

Le reazioni dei fisici italiani invitati a partecipare alla nuova impresa scientifico-militare furono diverse. Enrico Fermi, Bruno Rossi ed Emilio Segrè accettarono di collaborare al Progetto Manhattan, mentre Franco Rasetti oppose un netto rifiuto.

Dopo aver lavorato diligentemente alla costruzione della bomba (come direttore aggiunto del progetto e capo di una delle sue divisioni), Fermi fu chiamato a far parte di una commissione scientifica consultiva, insieme a Compton, Lawrence ed Oppenheimer. Quando, nel giugno 1945, il governo degli Stati Uniti chiese alla commissione un parere sull'uso militare della bomba, i quattro scienziati si espressero a favore di un uso militare diretto sulle città giapponesi, scartando l'idea, che era stata proposta, di compiere un esperimento dimostrativo. Il 6 agosto fu distrutta Hiroshima; tre giorni dopo toccò a Nagasaki (la successione di distruzioni atomiche fu poi interrotta perché non vi erano al momento altre bombe disponibili). Il 28 agosto Fermi scriveva ad Amaldi:

[...] Come vedrai dall'intestazione di questa lettera il mio indirizzo non è più a Chicago. In realtà è più di un anno che il mio lavoro si è trasferito su questa mesa del New Mexico dove siamo circondati da montagne alte da 3 a 4000 metri. Il nostro villaggio è situato a 2220 metri sul livello del mare ed ha un clima assai piacevole; d'estate non fa mai caldo e d'inverno abbiamo molta neve, ciò che permette di sciare dai primi di dicembre alla fine di maggio. D'estate la pesca delle trote è un piacevole passatempo domenicale.

Dalla lettura dei giornali di qualche settimana fa avrai probabilmente capito a quale genere di lavoro ci siamo dedicati in questi ultimi anni. stato un lavoro di notevole interesse scientifico e l'aver contribuito a troncare una guerra che minacciava di tirare avanti per mesi o per anni è stato motivo di una certa soddisfazione. Noi tutti speriamo che l'uso futuro di queste nuove invenzioni sia su una base ragionevole e serva qualche cosa di meglio che a rendere le relazioni internazionali ancora più difficili di quello che sono state fino ad ora.

Tra una sciata e un po' di pesca di trote, Fermi manifesta qualche preoccupazione per le relazioni politiche internazionali ma non accenna alle centinaia di migliaia di vittime, né è sfiorato dal dubbio (che colse Segrè) che prima di procedere con la distruzione di Nagasaki si sarebbe potuto aspettare qualche giorno in più l'inevitabile resa del Giappone. Più tardi ha modo di manifestare il proprio cinismo in modo anche più chiaro e argomentato. Nel 1946, scrivendo ad Amaldi e Wick, afferma infatti:

Anche in America la situazione della fisica ha subito cambiamenti molto profondi per effetto della guerra. Alcuni sono per il meglio: ora che la gente si è convinta che con la fisica si possono fare le bombe atomiche tutti parlano con apparente indifferenza di cifre di vari milioni di dollari. Fa impressione che dal lato finanziario la maggiore difficoltà consisterà nell'immaginare abbastanza cose con cui spendere.

L'atteggiamento dei fisici verso la bomba era stato molto variabile: la maggioranza l'aveva accettata come un male necessario, rendendosi conto di dover fronteggiare un problema morale. Oppenheimer, che aveva diretto il progetto Manhattan, dopo i bombardamenti atomici sul Giappone fu colto da una profonda crisi. Anche Bruno Rossi ebbe ripensamenti e divenne un oppositore della bomba H. Forse solo Edward Teller (che sarà considerato il padre della bomba H) manifestò un cinismo paragonabile a quello di Fermi.

Franco Rasetti fu l'unico a opporre un rifiuto assoluto, nella convinzione che l'uso militare della fisica nucleare non solo avrebbe provocato stragi senza precedenti, mettendo in pericolo la sopravvivenza dell'umanità, ma avrebbe anche portato trasformazioni profonde nel modo di fare scienza. Rifiutando una fisica segreta e militarizzata, finalizzata alla progettazione di strumenti di morte, Rasetti scelse lo studio della vita nelle sue prime forme. La ricerca in paleontologia del Cambriano, che aveva affiancato al lavoro in fisica sin dal 1941, divenne infatti l'unica sua attività scientifica dopo Hiroshima. Nel 1952 avrebbe vinto la Charles Doolittle Walcott Medal, cioè il premio internazionale assegnato ogni cinque anni allo scienziato che ha dato maggiori contributi nel settore.

In una lettera ad Enrico Persico del 6 aprile 1946 Rasetti scrive:

Io sono rimasto talmente disgustato delle ultime applicazioni della fisica (con cui, se Dio vuole, sono riuscito a non avere niente a che fare) che penso seriamente a non occuparmi più che di geologia e di biologia. Non solo trovo mostruoso l'uso che si è fatto e si sta facendo delle applicazioni della fisica, ma per di più la situazione attuale rende impossibile rendere a questa scienza quel carattere libero e internazionale che aveva una volta e la rende soltanto un mezzo di oppressione politica e militare. Pare quasi impossibile che persone che una volta consideravo dotate di un senso della dignità umana si prestino a essere lo strumento di queste mostruose degenerazioni. Eppure è proprio così e sembra che neppure se ne accorgano.

Nelle note autobiografiche scritte nel 1958 Rasetti fa esplicitamente il nome di Fermi:

stato riferito che anche gli scienziati che erano stati più entusiasti di creare armi nucleari si vergognarono dell'uso che ne era stato fatto da parte di capi politici e militari sconsiderati. Penso che questi scienziati, tra i quali furono diversi miei amici, incluso Fermi, potranno subire un severo giudizio della storia.

Sull'ultimo punto Rasetti si illudeva. Sono stati invece il suo "no alla bomba" e le sue critiche a Fermi ad essere giudicati severamente dai fisici e dagli storici della fisica, che lo hanno punito condannando il suo ricordo in Italia a un lungo ostracismo.

Nel 1945 le strutture scientifiche italiane, come del resto il paese tutto, sono in completa rovina. Non solo alla devastazione della comunità scientifica operata dalle sciagurate leggi razziali si sommavano i danni materiali dovuti alla guerra, ma ci si poteva anche chiedere se, mentre l'Italia aveva cercato di inseguire (con successi parziali, ma significativi) i modelli tedesco e francese di organizzazione nazionale della ricerca scientifica, quegli stessi modelli non fossero stati definitivamente superati da una nuova organizzazione internazionale della ricerca che toglieva spazio all'intera Europa. La nuova Big Science nata nei laboratori segreti e militarizzati di Los Alamos richiedeva certamente risorse umane e finanziarie riservate alle superpotenze e anche in altri campi, come nei settori più avanzati della biologia, la fuga verso l'America dei migliori ricercatori non deponeva a favore della possibilità che in Italia sopravvivesse una ricerca scientifica competitiva.

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9.2 Matematica e informatica nel dopoguerra

La matematica italiana, duramente colpita dalle leggi razziali, riesce a riprendersi anch'essa, anche se con tempi un po' più lunghi rispetto alla fisica.

Alla fine del conflitto la scuola di geometria algebrica, che ha il suo principale centro a Roma, nonostante la sua stagione creativa si sia ormai esaurita, mantiene l'egemonia culturale e accademica, con forti ricadute a livello didattico, sia nell'insegnamento medio sia in quello universitario. La visione purista di una matematica che disdegna le applicazioni ha ancora una delle sue voci più autorevoli in Francesco Severi, al quale, nonostante l'adesione al fascismo e il particolare zelo nell'applicare le leggi razziali, i colleghi tornano rapidamente a conferire un grande potere accademico, confermandolo in particolare nella direzione dell'Indam (che alla sua morte gli fu anche intitolato). Notiamo incidentalmente che non si tratta affatto dell'unico caso. La Facoltà di Scienze dell'Università La Sapienza di Roma, i cui membri erano in maggioranza di sinistra, elesse come proprio preside Sabato Visco, cioè il firmatario del "manifesto degli scienziati razzisti" che con Pende era stato uno dei due più autorevoli teorizzatori italiani del razzismo, nonché capo dell'Ufficio Razza del Minculpop. Visco mantenne anche varie altre cariche, tra le quali quella di presidente dell'Istituto Nazionale della Nutrizione. Come abbiamo notato a proposito del 1922, i bruschi mutamenti politici sono sempre accompagnati da persistenze culturali.

Per motivi anagrafici, il ritorno di alcuni vecchi matematici allontanati per ragioni razziali o politiche, come Enriques e Castelnuovo, non migliora la situazione (Castelnuovo nel 1944, alla liberazione di Roma, fu nominato presidente dell'Accademia dei Lincei e commissario speciale del Cnr, ma era ormai quasi ottantenne; Enriques morì nel 1946).

La ripresa generale della matematica italiana si avrà una decina d'anni dopo la fine del conflitto, alla metà degli anni cinquanta, ma un importante elemento di continuità tra le ricerche del periodo fascista e il rinnovamento degli anni cinquanta e sessanta è rappresentato dalla lunga attività di Mauro Picone. L'Inac, da lui fondato e diretto, gli permette di formare un vivaio di matematici dal quale uscirono quasi tutti i titolari di cattedre di analisi del dopoguerra. Renato Caccioppoli, che era stato uno dei suoi primi allievi (e rimarrà sempre legato a Picone da un rapporto di stima e affetto, nonostante gli opposti orientamenti politici), continua a ottenere risultati di alto livello in analisi funzionale e nella riorganizzazione dell'Istituto di Matematica di Napoli è coadiuvato da Carlo Miranda, un altro allievo di Picone attivo in tutti i settori dell'analisi, da questioni astratte di analisi funzionale alla teoria delle equazioni integrali e alle derivate parziali, all'analisi numerica. Tra gli allievi più giovani di Picone che rinnovano l'analisi italiana vi è quello che è stato probabilmente il maggiore matematico della seconda metà del Novecento attivo in Italia: Ennio De Giorgi. Laureato nel 1950, De Giorgi inizia la sua attività di ricerca all'Inac e continua poi il lavoro di Caccioppoli sulla teoria dei "perimetri" (una generalizzazione del concetto elementare indicato con questo termine), pervenendo nel 1958 alla disuguaglianza isoperimetrica, dimostrando cioè che tra tutti gli insiemi di "perimetro" assegnato, l'ipersfera ha il volume massimo. Tra i risultati che gli danno vasta fama internazionale vi è, nel 1956, la soluzione del XIX problema di Hilbert (che fu ottenuta indipendentemente e con metodi completamente diversi qualche mese dopo anche da John Forbes Nash)

L'Inac aveva continuato a svolgere la sua attività di consulenza a enti pubblici e privati senza soluzione di continuità anche durante la guerra. Due aspetti dell'attività dell'Istituto vanno sottolineati: in primo luogo la sua utilità è dimostrata dal fatto che le sue consulenze erano ben retribuite dagli enti e dalle aziende che le richiedevano, cosicché l'Istituto costituiva per il bilancio dello Stato una voce attiva: una situazione che oggi sembra incredibile; in secondo luogo l'importanza degli stimoli provenienti dai problemi concreti è dimostrata dalla qualità di molti dei matematici formatisi attraverso quell'esperienza.

L'attenzione ai problemi concreti da parte dei matematici del dopoguerra non è un'esclusiva degli allievi di Picone. Ad esempio il maggiore probabilista italiano, Bruno De Finetti , nel 1946 è tra i fondatori della Doxa: la prima e principale società italiana di inchieste di mercato.

Durante la guerra e negli anni immediatamente successivi si assiste alla rapida ascesa dell'informatica. Gli antichi progetti di calcolo automatico risalenti a Pascal e Leibniz , rinnovati nell'Ottocento grazie a Babbage , si realizzano grazie ai progressi dell'elettronica congiunti al lavoro teorico di scienziati come Alan Turing e Claude Shannon , pionieri rispettivamente delle teorie della programmazione e dell'informazione, e John von Neumann. Il risultato è la nascita degli elaboratori elettronici digitali con architettura di von Neumann (contenenti cioè una Cpu, un'unità di memoria e unità di input e output) ossia con la struttura di base tipica dei moderni elaboratori. In Italia non solo non vi era stato alcun contributo in questa direzione, ma si era rimasti anche all'oscuro dei progressi realizzati nel periodo bellico, dei quali si venne a sapere solo a guerra finita. Picone ne fu enormemente impressionato. Ecco come si esprime nel 1947:

Le sarà noto il grandioso movimento anglo-sassone nella costruzione di potenti macchine calcolatrici, con le quali si possono realizzare effettivamente i metodi di integrazione delle equazioni a derivate parziali da tempo perseguiti in questo istituto e che, in questi ultimi tempi, hanno ricevuto profondi perfezionamenti e generalizzazioni, specialmente per merito del giovane matematico Giovanni Ameno. La più portentosa di tali macchine è in via di costruzione a Princeton, secondo un progetto del valente matematico von Neumann. Il mio grande desiderio è ora quello di sperimentare, con tale macchina, i nostri metodi. Sono convinto che siamo pervenuti ad una svolta storica nelle applicazioni della matematica, che avrà anche grande influenza nei nuovi indirizzi di quella matematica che suol chiamarsi "pura".

Nel dopoguerra in diverse sedi italiane si usavano calcolatori parzialmente analogici per importanti attività applicative, ma l'incontro dei matematici italiani con le nuove tecniche di calcolo digitale avviene solo nel 1954, quando il primo elaboratore elettronico raggiunge l'Italia: è la macchina americana acquistata dal Centro di Calcoli numerici del Politecnico di Milano (un Crc 102A). L'anno successivo l'Inac di Picone acquista un elaboratore inglese (un Ferranti Mark I). Entrambe le macchine trovarono vaste applicazioni: quella di Milano soprattutto per eseguire calcoli richiesti da grandi aziende e l'altra prevalentemente per consulenze a enti pubblici.

Non ci si limita però a imparare l'uso di macchine acquistate all'estero. Contemporaneamente si manifesta l'interesse a progetti originali italiani ed è significativo del clima dell'epoca che tale interesse sia condiviso da ambienti scientifici e industriali. Abbiamo visto nel paragrafo precedente che Pisa si era candidata come sede del costruendo sincrotrone. Per rafforzare la candidatura pisana le province di Pisa, Lucca e Livorno avevano stanziato centocinquanta milioni di lire a beneficio dell'iniziativa.

Quando fu deciso di installare il sincrotrone a Frascati, si pose il problema di come impiegare la somma. Enrico Fermi, di passaggio a Pisa, suggerì di finanziare la progettazione di un elaboratore elettronico. Il suggerimento fu accolto e nel 1954 nacque il progetto della Calcolatrice Elettronica Pisana (Cep), sotto la direzione del fisico Marcello Conversi e del matematico Alessandro Faedo. Nel 1957 si realizzò un prototipo, mentre il modello definitivo, che usava circa 3500 tubi termoionici, fu inaugurato nel 1961. Sulla base delle competenze acquisite fu possibile istituire a Pisa il primo corso di laurea italiano in Scienze dell'Informazione (oggi può sembrare strano, ma all'epoca si pensava che, prima di organizzare corsi di studio su prodotti tecnologici, fosse opportuno mettersi in grado di costruirli).

L'industria italiana entrò nel settore degli elaboratori grazie alla lungimirante iniziativa di Adriano Olivetti. L'industria di famiglia, creata dal padre Camillo, era all'epoca non solo un colosso nel settore delle macchine per ufficio (cioè macchine da scrivere e calcolatrici meccaniche, che erano prodotte in diciotto stabilimenti, nove in Italia e nove all'estero, ed esportate in tutto il mondo), ma anche un importante centro di iniziative culturali e sociali.

Adriano Olivetti iniziò ad acquisire competenze nel settore elettronico nel 1951. L'anno successivo, per facilitare i contatti con i centri all'avanguardia in questo settore, costituì un piccolo laboratorio elettronico nel Connecticut. Nel 1954, oltre a contribuire al progetto della Cep fornendo aiuti finanziari e propri ricercatori, Olivetti andò negli Stati Uniti alla ricerca della persona cui affidare la direzione tecnica di un proprio progetto di produzione: la trovò in Mario Tchou, un giovane ingegnere italo-cinese che aveva lavorato nel settore degli elaboratori elettronici negli Stati Uniti. Venuto in Italia, Tchou selezionò un gruppo di collaboratori e iniziò con loro la progettazione di un prototipo di elaboratore. Il lavoro fu svolto in una prima fase a Pisa, in collaborazione con i ricercatori universitari impegnati nella Cep, ma le due iniziative finirono col divergere e il gruppo Olivetti si trasferì nei pressi di Milano. Il progetto fu annunciato pubblicamente da Adriano Olivetti nel discorso di fine d'anno alle maestranze pronunciato la vigilia di Natale 1955:

Nel campo dell'elettronica, ove soltanto le più grandi fabbriche americane hanno da anni la precedenza, lavoriamo metodicamente da quattro anni dedicandoci a un ramo nuovo. Una nuova sezione di ricerca potrà sorgere nei prossimi anni per sviluppare gli aspetti scientifici dell'elettronica, poiché questa rapidamente condiziona nel bene e nel male l'ansia di progresso della civiltà di oggi. Noi non potremo essere assenti da questo settore per molti aspetti decisivo.

Qualche anno dgpo Adriano Olivetti metteva a fuoco i motivi economici della nuova iniziativa esponendo all'assemblea ordinaria degli azionisti la relazione di bilancio del 1958:

La tecnica elettronica potrà avere nel futuro notevoli ripercussioni sul metodo di fabbricazione di prodotti attualmente realizzati in via meccanica: esiste quindi una ragione fondamentale di sicurezza che ci consiglia di non lasciarci cogliere impreparati quando la tecnica permetterà di trasformare alcuni nostri prodotti da meccanici a elettronici.

Nel 1959 iniziò la produzione dell'Elea 9003; interamente progettato in Italia. Era una macchina all'avanguardia, interamente transistorizzata e in grado di eseguire più programmi in parallelo. Un prototipo a valvole era stato scartato in corso d'opera a favore dei moderni transistor e nel 1957 la Olivetti, per sviluppare le tecnologie relative, aveva costituito insieme a Telettra la Sgs, l'azienda attiva nel campo dei semiconduttori (che collaborava con i fisici dello stato solido dell'Università di Pavia) alla quale abbiamo già accennato. Un calcolatore più leggero ed economico, l'Elea 6001, affiancò il 9003 nel 1961. Sarebbero stati costruiti quaranta esemplari del modello più costoso, riservato a grandi aziende e importanti enti, e circa centocinquanta dell'altro, alla portata delle Università. Nel 1962 è costituita la Divisione Elettronica Olivetti (Deo) con un proprio bilancio autonomo.

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10. Qualche considerazione sul passato recente


L'assenza di vera storiografia e la vicinanza degli avvenimenti rendono impossibile per gli ultimi decenni una sintesi che non dipenda in modo essenziale dalle particolari competenze ed esperienze di chi scrive. Vi è però anche un altro motivo, più oggettivo, per chiudere la nostra narrazione al capitolo precedente: a giudizio di molti la ricerca scientifica italiana non si è più ripresa dalla sconfitta subita tra gli anni sessanta e settanta del XX secolo, proprio come aveva previsto Toraldo di Francia nel 1973. Sembra che la nostra storia sia realmente terminata in quegli anni. Con questo non vogliamo dire che dopo di allora nessun ricercatore italiano abbia ottenuto risultati di grande valore (per fare un solo esempio, ricordiamo che la principale scoperta degli ultimi decenni nel campo delle neuroscienze, quella dei neuroni specchio, è dovuta al gruppo di Parma guidato da Giacomo Rizzolatti), ma che la ricerca scientifica svolta in Italia ha cessato di incidere in modo significativo sulla realtà del Paese.

Per illustrare questo punto ci limiteremo qui a poche considerazioni generali sugli ultimi decenni, visti alla luce della storia di lungo periodo che ci ha occupato finora e del nuovo contesto internazionale.

Un dato che è apparso costante attraverso i secoli è l'essenzialità, per lo sviluppo scientifico, della continua interazione tra il livello della teoria e quello dei problemi concreti ai quali applicarla o, inversamente, da cui trarre stimoli.

La natura dei problemi concreti è invece cambiata profondamente nel corso dei secoli e altrettanto variabile è stata l'estensione delle comunità scientifiche. Quando i bisogni che alimentavano la scienza riguardavano i consumi delle élite, la comunità scientifica italiana, unita dalla lingua letteraria, poteva essere all'avanguardia in Europa anche in una situazione di frammentazione politica, poiché per gli scarsi finanziamenti necessari era sufficiente il mecenatismo dei principi locali. Quando invece la scienza divenne essenziale per la navigazione, la guerra e l'organizzazione amministrativa dello Stato, l'Italia, politicamente frammentata, non resse la concorrenza dei grandi Stati europei e solo con l'Unità riuscì a recuperare una parte del terreno perduto.

In effetti dalla fine del Seicento alla metà del Novecento la scienza è stata prodotta essenzialmente da comunità scientifiche nazionali, interagenti tra loro, ma dotate anche di margini di autonomia. Ciascuno Stato provvedeva a finanziare la propria e ne usava le competenze per la produzione, i servizi, lo sviluppo degli armamenti e la scuola.

Le comunità scientifiche nazionali sono entrate in crisi attraverso un processo iniziato con la Seconda guerra mondiale (contestuale allo spostamento del baricentro della ricerca scientifica dall'Europa all'America), che è un aspetto importante della crisi degli Stati nazionali ed è spesso percepito semplicemente come una benefica "internazionalizzazione" della scienza.

Si è trattato in realtà di un fenomeno più complesso. Senza certo idealizzare il passato (nel quale si erano sviluppati i nazionalismi che avevano alimentato nazismo e fascismo), crediamo che occorra guardare realisticamente al nuovo sistema, evitando di identificarlo con sogni utopistici e individuandone le reali caratteristiche.

Innanzitutto va detto che la nuova scienza, che è nata nei laboratori segreti e militarizzati di Los Alamos e con le nuove biotecnologie è arrivata a produrre specie viventi brevettate, non è certamente caratterizzata dalla libera diffusione della conoscenza. Del resto non potrebbe esserlo, perché la ricerca scientifica richiede finanziamenti crescenti, che (a parte percentuali marginali, che possono essere destinate a fini puramente culturali) non possono che essere forniti da soggetti in grado di utilizzarne i frutti.

Il libero accesso alle informazioni ha riguardato in realtà la sola scienza di base. Le altre conoscenze sono proprietà esclusiva dei finanziatori delle ricerche. Non è facile stimare le quantità relative dei due settori, ma certamente l'internazionalizzazione del settore liberamente accessibile si è accompagnata a un enorme incremento della ricerca "riservata". Secondo Peter Galison, che ha cercato di quantificare la situazione attuale, il volume totale delle informazioni scientifiche coperte da segreto supererebbe oggi da cinque a dieci volte quello della letteratura accessibile. La ricerca coperta dal segreto si svolge ancora in parte in enti statali, ma ha assunto un peso via via crescente la dimensione aziendale: oggi nel mondo gli investimenti nella ricerca delle imprese valgono circa il doppio di quelli pubblici.

La crescente divaricazione tra scienza di base "pubblica" e scienza applicata "secretata" (coltivate da persone spesso lontane fisicamente e culturalmente, tra le quali la comunicazione è quasi esclusivamente unidirezionale) è all'origine di una grave crisi generale di entrambe. La prima, infatti, privata in larga misura del contatto con la realtà, rischia spesso di avvolgersi su se stessa in modo sterile, mentre alla seconda, immediatamente finalizzata alla produzione, insieme alla trasparenza, viene meno l'altrettanto essenziale respiro teorico.

Anche la globalizzazione della ricerca fondamentale, pur avendo evidenti pregi in termini di efficienza e rapidità di sviluppo, ha i suoi lati deboli. In ciascuno dei microsettori in cui la scienza è oggi suddivisa, si è formata un'unica comunità scientifica che condivide valori, lingua e metodi, scrive sulle stesse riviste con omogeneità di stile, spesso usa anche lo stesso software per produrre le pubblicazioni ed è sottoposta agli stessi criteri di valutazione "oggettiva" (che, in mancanza di ricadute concrete dei risultati, non possono che basarsi, in modo autoreferenziale, sul gradimento della comunità). Il fenomeno è analogo alla globalizzazione in campo commerciale e finanziario e come in quei casi il sistema ha acquistato velocità, ma ha perso robustezza e stabilità. Il rapido susseguirsi delle mode scientifiche, che dilagano istantaneamente a livello planetario soffocando le potenziali alternative fino a quando non vengono soppiantate dalla moda successiva, ricordano da vicino le crisi globali del mercato finanziario e, proprio come le crisi finanziarie sono aggravate dalla crescente distanza tra finanza ed economia reale, così l'affermazione di mode scientifiche effimere caratterizza soprattutto i settori che si sono allontanati dai problemi concreti. Il procedere in direzioni diverse da parte di scuole alternative, dotate di tradizioni culturali differenziate ma in reciproca comunicazione e a diretto contatto con la realtà, aveva invece costituito la principale forza della scienza europea nei suoi tempi migliori. Chi pensa che la scienza, in quanto conoscenza "oggettiva", non possa risentire di diverse tradizioni culturali sottovaluta evidentemente la differenza che vi era tra un lavoro matematico tedesco e uno francese, immediatamente riconoscibili anche se letti in traduzione.

Un aspetto essenziale del monoculturalismo scientifico (che stranamente non sembra preoccupare chi apprezza la ricchezza del multiculturalismo) è il monolinguismo, che non va confuso con la generalizzazione dell'uso dell'inglese come lingua di comunicazione. La scienza europea aveva sempre avuto lingue di comunicazione internazionale: per diversi secoli a questo scopo era stato usato il latino e poi, in epoche successive, francese, tedesco e inglese avevano svolto in larga misura la stessa funzione senza eliminare la possibilità di usare anche altre lingue scientifiche. (L'italiano non è mai stato usato come lingua di comunicazione perché nei secoli in cui è stato la più importante lingua scientifica viva questa funzione era svolta dal latino, ma fino a qualche generazione fa era largamente compreso dagli scienziati europei; Majorana poteva ancora scrivere in italiano a Heisenberg.) Negli ultimi decenni è accaduto invece un fenomeno completamente diverso: la scomparsa quasi totale delle lingue scientifiche occidentali diverse dall'inglese (il "quasi" è dovuto alla lunga resistenza del francese, che sembra tuttavia essere giunta al termine).

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L'abbandono delle tecnologie di punta ha concentrato i risultati italiani (che in molti casi sono stati ancora di rilievo) nella scienza di base internazionalizzata, mentre quella applicata (se non la si giudica, come abbiamo visto fare a Pepeu, in base ai censimenti effettuati dagli stessi ricercatori o con altri criteri burocratici, ma dal valore delle applicazioni realizzate) è declinata rapidamente, insieme all'utilizzazione degli scienziati all'interno del paese. Tanto più che al disinteresse del sistema industriale si è accompagnata l'incapacità della classe politica di usare personale scientifico a fini civili: il dissesto idrogeologico del territorio ne fornisce un esempio eloquente. Con il conseguente venir meno della richiesta di competenze scientifiche da parte del mercato del lavoro, anche la presenza della scienza nella scuola non ha potuto che diminuire. Mentre dal Risorgimento al secondo dopoguerra gli scienziati avevano svolto un ruolo importante nella politica scolastica nazionale, a partire soprattutto dagli anni ottanta questo settore è stato affidato per lo più a personaggi ben radicati nel contesto nazionale ma del tutto digiuni di scienza. Allo stesso tempo si è innescato il degrado del sistema universitario, grazie in particolare alla proliferazione incontrollata di sedi e corsi di laurea, alla localizzazione dei concorsi a cattedra e al famigerato "3+2", ideato allo scopo di incrementare la "produttività" delle università, concepite ormai come aziende produttrici di diplomi.

Si capisce bene, a questo punto, che gli scienziati italiani, privati di qualsiasi ruolo rilevante nel Paese ed emarginati dalla classe dirigente, hanno finito col divenire (e sentirsi) semplicemente membri della comunità internazionale ai quali capita di trascorrere parte dell'anno nella penisola.

Perseguire ideali conoscitivi puri, non inquinati da interessi privati, nell'ambito di una comunità scientifica cosmopolita, può apparire una condizione privilegiata, particolarmente apprezzata da chi è estraneo e lontano da logiche aziendali. La concentrazione quasi esclusiva delle energie intellettuali nella ricerca fondamentale provoca però gravi danni, non solo alla società, sottraendole uno dei principali motori di sviluppo, ma anche alla stessa ricerca.

Il danno culturale, del quale abbiamo parlato più volte, diviene particolarmente grave se, come accade in Italia, sono quasi del tutto impossibili fenomeni di osmosi con studiosi impegnati nella ricerca industriale. Un altro danno gravissimo consiste nel sottrarre alla ricerca pura la sua naturale fonte di finanziamento. un luogo comune lamentare la bassa percentuale del Pil italiano investita nella ricerca. In realtà, fino a pochi anni fa, gli investimenti pubblici italiani erano solo leggermente inferiori a quelli degli altri maggiori paesi europei, mentre erano gli investimenti privati ad essere drasticamente più bassi, come è inevitabile in un paese che ha scelto di limitare le proprie produzioni a settori maturi. Bisogna dedurne che la spesa pubblica in ricerca era sì bassa, ma allo stesso tempo sovradimensionata in rapporto al valore economico dei risultati che un sistema sottosviluppato come il nostro era in grado di trarne. Non bisogna stupirsi se alla prima occasione è stata ulteriormente ridotta.

Il declino del Cnr e degli altri istituti di ricerca pubblici nei decenni qui considerati è bene illustrato dal fallimento del tentativo di alimentare la ricerca applicata finanziando i cosiddetti progetti finalizzati. Le prime due generazioni di tali progetti, dal 1975 al 1987, hanno prodotto 51819 articoli e 61 brevetti ceduti ad aziende private: si direbbe che siano stati progetti finalizzati alla produzione di titoli utili alla carriera accademica. I progetti della terza generazione, varati nel 1987, erano mirati esplicitamente alla riduzione della dipendenza tecnologica dell'Italia dall'estero, ma si sono conclusi con il fallimento esplicito, sanzionato dal crollo dei finanziamenti a partire dal 1994.

Un numero crescente di ricercatori ha dovuto decidere se emigrare o, rimanendo in Italia, procurarsi un finanziatore diverso dallo Stato e dalle imprese italiane. Molti dei migliori hanno scelto di emigrare. Nel mondo accademico è abbastanza frequente l'"emigrazione parziale" che consiste nel cumulare cattedre italiane e di altri paesi: una situazione certo illegale, ma largamente tollerata. Altri hanno accettato di lavorare in laboratori di ricerca posseduti in Italia da multinazionali (che però hanno la tendenza a disfarsene preferendo altri Paesi, soprattutto asiatici). Un'altra opzione, che è stata scelta soprattutto nell'ambito della ricerca medica, è stata quella di mendicare rivolgendosi alla pubblica beneficenza: a questo scopo sono nate iniziative come Telethon.

L'abbandono della dimensione nazionale della ricerca scientifica è spesso considerato un fenomeno inevitabile e positivo, vista la globalizzazione in atto, anche da coloro che sostengono allo stesso tempo la necessità di un innalzamento dei finanziamenti alla ricerca da parte dello Stato nazionale. La ricerca di base (per sua natura priva di aspetti locali) deve certamente essere finanziata con denaro pubblico, ma se le viene meno la funzione di essere, appunto, la base sulla quale fondare altre ricerche economicamente produttive, alla lunga anche il suo finanziamento non può che assottigliarsi, come è puntualmente avvenuto negli ultimi anni. evidente che gli enti in grado di alimentare il circuito virtuoso tra finanziamenti alla ricerca e benefici economici sono i soli destinati a sopravvivere come produttori di scienza e ci si può chiedere se nell'attuale mondo globalizzato tra tali enti, accanto alle aziende multinazionali, vi sia ancora spazio per gli Stati.

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