Copertina
Autore Jonathan Safran Foer
Titolo Se niente importa
SottotitoloPerché mangiamo gli animali?
EdizioneGuanda, Parma, 2010, , pag. 368, cop.fle., dim. 14x22x3 cm , Isbn 978-88-6088-113-7
OriginaleEating Animals [2009]
TraduttoreIrene Abigail Piccinini
LettoreSara Allodi, 2011
Classe alimentazione , animali domestici , ecologia , medicina , narrativa statunitense , paesi: USA
PrimaPagina


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Indice


Raccontare storie                             9

Tutto o niente o qualcos'altro               27

Parole / Significato                         51

Nascondere / Cercare                         88

Influenza / Ammutolimento                   129

Fette di Paradiso / Pezzi di merda          163

Ci sono                                     217

Raccontare storie                           263


Ringraziamenti                              287
Note                                        289
Indice analitico                            349

 

 

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Pagina 11

I frutti dell'albero genealogico

Da piccolo passavo spesso il fine settimana a casa di mia nonna. Quando arrivavo, il venerdì sera, lei mi sollevava stringendomi in uno dei suoi abbracci soffocanti. E quando me ne andavo, la domenica pomeriggio, mi alzava di nuovo per aria. Solo molti anni dopo ho capito che mi stava pesando.

Mia nonna è sopravvissuta alla guerra a piedi nudi, frugando tra ciò che per gli altri era immangiabile: patate guaste, pezzetti di carne scartati e quel che restava attaccato agli ossi e ai noccioli della frutta. Quindi non le importava se coloravo fuori dai margini, purché tagliassi i buoni-sconto lungo la linea tratteggiata. E ai buffet degli alberghi a colazione, mentre noi impilavamo cose su cose come erigessimo vitelli d'oro, lei preparava panini su panini e li avvolgeva nei tovaglioli, nascondendoseli nella borsetta per il pranzo. Θ stata mia nonna a insegnarmi che è sufficiente una bustina di tè qualunque sia il numero di tazze che devi servire e che della mela si mangia tutto.

Il punto non erano i soldi. (Molti dei buoni-sconto che ritagliavo erano per cibi che non avrebbe mai comprato.)

Il punto non era la salute. (Mi implorava di bere Coca-Cola.)

Mia nonna non apparecchiava mai un posto per sé durante i pranzi di famiglia. Anche quando non restava più niente da fare – piatti di minestra da rabboccare, pentole da rimestare o forni da controllare – lei rimaneva in cucina, come una sentinella (o una prigioniera) all'erta in cima alla torre. Per quanto ne sapevo io, il sostentamento derivante dal cibo che preparava non richiedeva che lo mangiasse.

Nelle foreste europee mia nonna aveva mangiato per sopravvivere fino alla successiva opportunità di mangiare per sopravvivere. In America, cinquant'anni dopo, noi mangiavamo ciò che volevamo. Le nostre dispense erano piene di cibo comprato d'impulso, di leccornie costose, di roba che non ci serviva. E passata la data di scadenza, buttavamo via le cose senza annusarle. Mangiare era un atto spensierato. Mia nonna aveva reso possibile quella vita per noi. Ma lei, di suo, non riusciva a scuotersi di dosso la disperazione.


Crescendo, io e mio fratello pensavamo che la nonna fosse la cuoca migliore che ci sia. Lo esclamavamo alla lettera quando il cibo arrivava in tavola, lo ripetevamo dopo il primo boccone e poi di nuovo alla fine del pasto: «Sei la cuoca migliore che ci sia!» Eppure eravamo bambini abbastanza smaliziati per sapere che La Cuoca Migliore Che Ci Sia doveva conoscere più di una ricetta (pollo con le carote) e che quasi tutte le Ricette Migliori contenevano più di due ingredienti.

E perché non le dicevamo nulla quando ci raccontava che il cibo scuro è intrinsecamente più sano del cibo chiaro o che la maggior parte delle sostanze nutritive si trova nella pelle o nella crosta? (In quei fine settimana i sandwich venivano preparati con il «sedere» dei panini di segale.) Lei ci insegnava che gli animali più grandi di noi ci facevano molto bene, gli animali più piccoli di noi ci facevano bene, i pesci (che non sono animali) erano accettabili, poi veniva il tonno (che non è un pesce), quindi la verdura, la frutta, le torte, i biscotti e le bibite. Non esistono cibi che fanno male. I grassi sono sani: tutti i grassi, sempre, in qualsiasi quantità. Gli zuccheri sono sanissimi. Più un bambino è grasso, più è sano, soprattutto se è un maschio. Il pranzo non è un pasto, sono tre pasti, da consumarsi alle undici, a mezzogiorno e mezzo e alle tre. Stiamo sempre morendo di fame.

Forse il suo pollo con le carote era davvero il piatto più squisito che avessimo mai mangiato. Ma questo non aveva molto a che fare con il modo in cui lo preparava, e neppure con il sapore. Il cibo della nonna era squisito perché eravamo convinti che fosse così. Credevamo nella cucina della nonna con più fervore di quanto credessimo in Dio. La sua abilità culinaria era una delle storie fondanti della nostra famiglia, così come la scaltrezza del nonno che non avevo mai conosciuto o l'unico litigio nella vita matrimoniale dei miei genitori. Ci aggrappavamo a quelle storie e ne dipendevamo, perché ci definivano. Noi eravamo la famiglia che sceglieva saggiamente le proprie battaglie, usava il cervello per tirarsi fuori dai pasticci e amava il cibo della matriarca.

C'era una volta una persona dalla vita così perfetta che non esistevano storie su di lei da raccontare. Su mia nonna si potrebbero raccontare più storie che su chiunque altro io abbia mai conosciuto – ha vissuto l'infanzia in un'altra lingua, è sopravvissuta sul filo del rasoio, ha perso tutto, è emigrata e ha perso molto altro ancora, la sua assimilazione è stata un misto di trionfo e tragedia –, e un giorno proverò a raccontarle ai miei figli, anche se tra di noi non ce le raccontavamo mai. Né la chiamavamo mai con qualunque altro titolo ovvio e meritato. La chiamavamo La Cuoca Migliore Che Ci Sia.

Forse le altre storie erano troppo difficili da raccontare. O forse lei si era scelta quella storia, perché voleva essere identificata con la sua capacità di provvedere agli altri e non con la sua sopravvivenza. O forse la sua sopravvivenza è inscritta nella sua capacità di provvedere agli altri: la storia del suo rapporto con il cibo racchiude tutte le altre storie che si possono raccontare di lei. Il cibo, per lei, non è cibo. Θ terrore, dignità, gratitudine, vendetta, gioia, umiliazione, religione, storia e, ovviamente, amore. Come se i frutti che ci offriva continuamente fossero colti dai rami distrutti del nostro albero genealogico.


Di nuovo possibile

Quando seppi che sarei diventato padre venni colto da impulsi inattesi. Mi misi a riordinare la casa, a sostituire lampadine fulminate da tempo immemore, a lavare i vetri e ad archiviare carte. Feci riparare gli occhiali, comprai una decina di paia di calze bianche, montai un portapacchi sul tettuccio della macchina e una rete per il cane nel bagagliaio, feci la prima visita medica dopo cinque anni... e decisi di scrivere questo libro.

La paternità mi ha dato lo slancio immediato per imbarcarmi in questo viaggio letterario, eppure era una vita che stavo preparando le valigie. Quando avevo due anni, tutti gli eroi delle mie storie della buonanotte erano animali. Quando avevo quattro anni, ci fu affidato il cane di un cugino per l'estate. Io gli diedi un calcio. Mio padre mi spiegò che non si prendono a calci gli animali. Quando avevo sette anni, piansi la morte del mio pesce rosso. Scoprii che mio padre l'aveva buttato nello sciacquone. Spiegai a mio padre – con parole meno civili – che non si buttano gli animali giù nello sciacquone. Quando avevo nove anni, ci capitò una baby-sitter che non voleva fare male a niente. Fu così che mi rispose quando le chiesi perché non mangiava il pollo insieme a me e al mio fratello maggiore: «Io non voglio fare del male a niente».

«Fare del male?» ripetei.

«Tu sai che il pollo è pollo, giusto?»

Frank mi lanciò un'occhiata: Mamma e papà hanno affidato a questa scema i loro preziosi bambini?

Forse, o forse no, la sua intenzione era di convertirci al vegetarianismo – il fatto che le discussioni sulla carne tendano a farci sentire con le spalle al muro non significa che tutti i vegetariani facciano proselitismo –, ma essendo lei una ragazzina non aveva le inibizioni che molto spesso impediscono di raccontare con tutti i crismi questa storia. Senza drammi o retorica, condivise quello che sapeva.

Io e mio fratello ci guardammo, con la bocca piena del pollo che aveva subito del male, e pensammo contemporaneamente: «Com'è possibile che non ci abbia mai pensato prima, e perché diavolo nessuno me l'ha mai detto?» Io posai la forchetta. Frank finì quello che aveva nel piatto e probabilmente, mentre sto scrivendo queste parole, si sta mangiando un pollo.

Quello che la baby-sitter aveva detto mi era parso sensato non solo perché mi sembrava vero, ma perché estendeva al cibo tutto quello che i miei genitori mi avevano insegnato. Noi non facciamo del male ai membri della nostra famiglia. Non facciamo del male agli amici o agli estranei. Non maltrattiamo neppure i mobili imbottiti. Che non avessi pensato di includere gli animali in quell'elenco non ne faceva un'eccezione alla regola. Faceva solo di me un bambino che non sapeva come va il mondo. Finché non lo seppi. A quel punto fui costretto a cambiare vita.

Finché non lasciai perdere. Il mio vegetarianismo, così pomposo e intransigente all'inizio, durò qualche anno, cominciò a farfugliare e si estinse senza clamore. Non elaborai una risposta alla regola della nostra baby-sitter, ma trovai il modo di allentarla, attutirla e infine dimenticarla. In linea di massima, non facevo del male a nessuno. In linea di massima, mi sforzavo di fare la cosa giusta. In linea di massima, avevo la coscienza abbastanza pulita. Passatemi il pollo, sto morendo di fame.

Mark Twain diceva che smettere di fumare è tra le cose più facili che una persona possa fare: lui smetteva in continuazione. Io aggiungerei il vegetarianismo alla lista delle cose facili da fare. Non ricordo nemmeno quante volte divenni vegetariano negli anni delle superiori, perlopiù nel tentativo di rivendicare un'identità in un mondo di persone le cui identità sembravano formarsi senza sforzo. Volevo uno slogan che distinguesse il paraurti della Volvo di mia madre, una buona causa per riempire la mezz'ora di imbarazzo dell'intervallo con una vendita di torte, un'occasione per avvicinarmi ai seni delle attiviste. (E continuavo a pensare che fosse sbagliato fare del male agli animali.) Il che non vuol dire che mi astenessi dal mangiare carne, solo che me ne astenevo in pubblico. In privato, il pendolo oscillava. Molte cene, in quegli anni, cominciavano con mio padre che chiedeva: «Stasera ci sono restrizioni alimentari di cui dovrei essere informato?»

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Pagina 20

Questa storia non è cominciata sotto forma di libro. Volevo solo sapere – per me stesso e per la mia famiglia – che cos'è la carne. Volevo saperlo nel modo più concreto possibile. Da dove viene? Com'è prodotta? Come sono trattati gli animali e in che misura è importante? Quali effetti ha mangiare gli animali sul piano economico, sociale e ambientale? La mia indagine personale non è rimasta a lungo tale. I miei scrupoli di genitore mi hanno messo di fronte a fatti che come cittadino non potevo ignorare e come scrittore non potevo tenere per me. Ma trovarsi di fronte a certi fatti e scriverne in modo responsabile non è la stessa cosa.

Volevo affrontare la questione in modo esauriente. Per cui, nonostante più del novantanove per cento della carne che si consuma in America provenga da allevamenti intensivi – e passerò gran parte del libro a spiegare che cosa significa e perché è così importante –, il restante uno per cento della produzione di carne è una parte non meno importante di questa storia. La sproporzione con cui questo libro si occupa dei migliori allevamenti a gestione familiare riflette la rilevanza che vi attribuisco ma, al tempo stesso, quanto siano irrilevanti: sono l'eccezione che conferma la regola.

A essere del tutto onesti (e con il rischio di perdere la mia credibilità già a pagina 21), prima di cominciare la mia ricerca credevo di sapere cos'avrei trovato: non nel dettaglio, ma in generale sì. E non ero il solo. Quasi sempre, quando spiegavo che stavo scrivendo un libro sul «perché mangiamo gli animali», i miei interlocutori davano per scontato, pur senza sapere nulla del mio punto di vista, che fosse a favore del vegetarianismo. Θ un presupposto rivelatore, e implica non solo che un'indagine approfondita sull'allevamento animale spinga ad abbandonare il consumo di carne, ma che la maggior parte delle persone sappia che le cose stanno così. (Da quale presupposto siete partiti vedendo il titolo di questo libro?)

Anch'io credevo che il mio libro sarebbe diventato un manifesto del vegetarianismo. Non è stato così. Un libro che promuova il vegetarianismo varrebbe la pena di essere scritto, ma non è questo il caso.

L'allevamento animale è un argomento estremamente complicato. Non esistono due animali, due razze di animali, due allevamenti, due allevatori o due consumatori uguali. Al di là della montagna di ricerche – letture, interviste, visite dirette – che sono state necessarie per cominciare anche solo a pensare a questo argomento in modo serio, mi sono dovuto chiedere se fosse possibile dire qualcosa di coerente e di significativo su una pratica tanto eterogenea. Forse non esiste la «carne». Esiste invece questo animale, cresciuto in questa fattoria, macellato in questo mattatoio, venduto in questi tagli e mangiato da questa persona, ciascuno così distinto dagli altri da rendere impossibile ricomporre i vari tasselli a formare un mosaico.

Mangiare gli animali è, come l'aborto, una di quelle tematiche in cui è impossibile conoscere con assoluta certezza alcuni dei dettagli più importanti (quando un feto è una persona, e non più una persona potenziale? Cosa prova davvero l'animale?) e che va a toccare i disagi più profondi di ognuno di noi, provocando spesso reazioni aggressive o di difesa. Θ un argomento spinoso, frustrante e di grande risonanza. Ogni domanda ne suscita un'altra ed è facile scoprirsi a difendere una posizione molto più estremista di quanto si creda o si ritenga rispettabile. O peggio ancora, non troviamo una posizione rispettabile o che valga la pena di difendere.

Poi c'è la difficoltà di distinguere tra le sensazioni che una cosa dà e ciò che una cosa è. Troppo spesso le riflessioni sul perché mangiamo gli animali non sono affatto riflessioni, ma affermazioni di gusto. E dove ci sono dei fatti — ecco quanta carne di maiale mangiamo; ecco quante foreste di mangrovie sono state distrutte dall'acquacoltura; ecco come si uccide un manzo — occorre chiedersi che cosa dobbiamo farne in concreto. Dovrebbero essere cogenti dal punto di vista etico? pubblico? legale? O sono solo informazioni che ognuno di noi digerisce e assimila come meglio crede?

Nonostante questo libro sia il frutto di un'immensa quantità di ricerche e abbia l'obiettività che può avere un lavoro giornalistico — ho usato le statistiche più prudenti (servendomi quasi sempre di fonti governative o di riviste scientifiche e industriali) e ho assunto due collaboratori esterni perché le verificassero —, io lo vedo come una storia. I dati a disposizione sono moltissimi, ma spesso sono scarni e malleabili. I fatti sono importanti, ma di per sé non forniscono significati, specie quando sono così legati alle scelte linguistiche. Che cosa significa esattamente misurare la reazione al dolore di un pollo? Significa dolore? Che cosa significa dolore? Per quanto possiamo imparare sulla fisiologia del dolore — durata, sintomi e così via — nulla ci dice qualcosa di definitivo. Ma inserendo i fatti in una storia, una storia di compassione o prevaricazione, o forse entrambe le cose, inserendoli in una storia sul mondo in cui viviamo e su chi siamo e chi vogliamo essere, allora potremo cominciare a parlare con cognizione di causa del perché mangiamo gli animali.

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Pagina 33

In difesa della cinofagia

Nonostante negli Stati Uniti sia perfettamente legale in quarantaquattro stati su cinquanta, mangiare «il migliore amico dell'uomo» è un tabù come lo è mangiare il proprio migliore amico umano. Neppure il carnivoro più entusiasta mangia i cani. Il cuoco da teleschermo Gordon Ramsay può dare grandi prove di machismo verso gli animali quando pubblicizza qualche prodotto che vuole vendere, ma non vedrete mai un cagnolino fare capolino da una delle sue pentole. E per quanto una volta abbia detto che fulminerebbe i suoi figli se diventassero vegetariani, mi chiedo come reagirebbe se buttassero nell'acqua bollente il bastardino di casa.

I cani sono meravigliosi e, per molti versi, unici. Ma sono straordinariamente ordinari nelle loro capacità intellettuali ed esperienziali. I maiali sono altrettanto intelligenti e sensibili in tutto e per tutto, secondo ogni ragionevole definizione dei termini. Non possono saltare nel bagagliaio di una Volvo, ma sono capaci di riportare oggetti, correre e giocare, fare i dispetti e ricambiare affetto. Allora perché non ottengono di accoccolarsi accanto al fuoco? Perché non possono, perlomeno, evitare di essere arrostiti sul fuoco?

Il nostro tabù sulla cinofagia dice qualcosa sui cani e molto su di noi.

I francesi, che amano i cani, a volte mangiano i cavalli.

Gli spagnoli, che amano i cavalli, qualche volta mangiano le mucche.

Gli indiani, che amano le mucche, qualche volta mangiano i cani.

Seppure scritte in un contesto molto diverso, le parole di George Orwell nella Fattoria degli animali in questo caso sono emblematiche: «Tutti gli animali sono eguali ma alcuni animali sono più eguali degli altri». L'enfasi protettiva non è una legge di natura; dipende dalle storie che raccontiamo sulla natura.

Allora chi ha ragione? Che motivo potrebbe esserci per escludere i cani dal menu? Il carnivoro selettivo suggerisce:

Non mangiare gli animali da compagnia. Ma in tutti i posti dove vengono mangiati, i cani non sono animali da compagnia. E che dire dei nostri vicini che non hanno animali da compagnia? Avremmo il diritto di obiettare se mangiassero cane per cena?

D'accordo, allora:

Non mangiare animali con capacità mentali ragguardevoli. Se con «capacità mentali ragguardevoli» designiamo le qualità del cane, buon per lui. Ma una definizione di questo tipo includerebbe anche il maiale, la mucca, il pollo e molte specie di animali marini. Ed escluderebbe gli esseri umani con gravi danni cerebrali.

Quindi:

Ci sono buone ragioni per cui tabù eterni – non giocare con i tuoi escrementi, non baciare tua sorella, non mangiare i tuoi compagni – sono tabù. In termini evoluzionistici, sono cose che ci fanno male. Ma mangiare carne di cane non è stato e non è un tabù in molti luoghi e non è un male per noi in nessun modo. Cucinata a dovere, non comporta rischi maggiori per la salute di qualunque altra carne e un pasto così nutriente non suscita molte obiezioni nella componente fisica dei nostri geni egoisti.

Oltretutto la cinofagia ha precedenti nobili. Esistono tombe affrescate del IV secolo che raffigurano la macellazione di cani insieme ad altri animali da mangiare. Era un costume così consolidato da pervadere anche il linguaggio: l'ideogramma sino-coreano per «vero e giusto» (yeon) si traduce alla lettera «come la carne di cane cotta è deliziosa». Ippocrate lodò la carne di cane in quanto cibo corroborante. I romani non disdegnavano i cuccioli lattanti di cane, gli indiani dakota apprezzavano il fegato di cane e fino a non molto tempo fa gli hawaiani mangiavano cervello e sangue di cane. Lo xoloitz-cuintle (o cane nudo messicano) era l'animale più mangiato dagli aztechi. Il capitano Cook mangiò carne di cane. Roald Amundsen, com'è noto, mangiò i suoi cani da slitta. (Certo, era affamatissimo.) Nelle Filippine i cani vengono mangiati ancora oggi per scacciare la sfortuna; in Cina e in Corea per ragioni terapeutiche, in Nigeria per potenziare la libido; e in molti altri luoghi dei cinque continenti perché ha un buon sapore. Per secoli i cinesi hanno allevato specie selezionate di cani per l'alimentazione umana, come il chow chow, e in molti paesi europei sono ancora in vigore leggi sull'esame post mortem dei cani destinati al consumo alimentare.

Certo, che una cosa sia stata fatta all'incirca sempre e ovunque non è una buona ragione per continuare a farla. Ma a differenza della carne prodotta dagli animali d'allevamento, che richiede di far nascere e crescere quegli animali, i cani in pratica implorano di essere mangiati. Dai tre ai quattro milioni di cani e gatti sono eutanasizzati ogni anno, per un totale di migliaia di tonnellate di carne che oggi come oggi viene buttata via. Anche solo lo smaltimento dei cani soppressi è un enorme problema ecologico ed economico. Sarebbe demenziale strappare gli animali dalle loro case, ma mangiare quelli randagi, quelli scappati, quelli non abbastanza carini da accogliere e quelli non abbastanza beneducati da tenere sarebbe un modo per prendere molti piccioni con una fava e mangiarseli anche.

In un certo senso lo stiamo già facendo. Attraverso un processo industriale di trasformazione chiamato rendering, che permette di riciclare proteine animali inadatte all'alimentazione umana facendone mangimi per il bestiame e per gli animali domestici, i cani morti inutili sono trasformati in elementi produttivi della catena alimentare. In America, milioni di cani e gatti soppressi ogni anno nei centri per animali diventano cibo per il nostro cibo. (I cani e i gatti eutanasizzati sono quasi il doppio di quelli adottati ogni anno.) Quindi si tratta solo di eliminare questo passaggio inefficiente e bizzarro.

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Pagina 41

Guerra

Su dieci tonni, squali o altri pesci predatori di grossa taglia che popolavano i nostri oceani dai cinquanta ai cento anni fa ne resta soltanto uno. Molti scienziati prevedono la scomparsa del pescato in meno di cinquant'anni, e sono in corso sforzi notevoli per catturare, uccidere e mangiare sempre più animali marini. La situazione è così grave che gli studiosi del centro di ricerche sulla pesca della University of British Columbia sostengono che «la nostra interazione con le risorse ittiche [note anche come pesci] è arrivata a somigliare [...] a una guerra di sterminio».

Per quanto ho avuto modo di vedere, guerra è esattamente il termine giusto per descrivere il nostro rapporto con i pesci: rende con efficacia le tecnologie e le tecniche in uso contro di loro e lo spirito di sopraffazione. Man mano che aumentava la mia dimestichezza con il comparto zootecnico, ho capito che le radicali trasformazioni che hanno interessato la pesca negli ultimi cinquant'anni sono indicative di qualcosa di molto più grande. Abbiamo intrapreso una guerra, o meglio abbiamo permesso che si intraprendesse una guerra contro tutti gli animali che mangiamo. Questa guerra è nuova e ha un nome: allevamento industriale.

Come la pornografia, l'allevamento industriale è difficile da definire, ma facile da identificare. In senso stretto, è un sistema di produzione industrializzato e intensivo, in cui gli animali — spesso stipati a decine o anche a centinaia di migliaia — sono il frutto di tecniche di manipolazione genetica, hanno mobilità ridotta, sono nutriti con diete innaturali (che quasi sempre comprendono farmaci, per esempio antimicrobici). Nel mondo sono circa cinquanta miliardi gli animali allevati intensivamente ogni anno tra quadrupedi e volatili da cortile (sul pesce non esistono stime). Il novantanove per cento di tutta la produzione di carne, latte e uova negli Stati Uniti proviene da allevamenti intensivi. Quindi, seppure esistano importanti eccezioni, oggi parlare degli animali che mangiamo vuol dire parlare di industria zootecnica.

Più che una serie di pratiche, l'allevamento industriale è un atteggiamento mentale: riduce ai minimi termini i costi di produzione e al tempo stesso ignora in modo sistematico o «esternalizza» costi come il degrado ambientale, le malattie umane e la sofferenza degli animali. Per migliaia di anni agricoltori e allevatori hanno tratto spunto dai processi naturali. L'allevamento industriale considera la natura un ostacolo da superare.

La pesca industriale non è esattamente allevamento industriale, ma appartiene alla stessa categoria e dev'essere inserita nella stessa discussione: è parte dello stesso golpe agricolo. Questo è tanto più evidente nel comparto dell'acquacoltura (in cui i pesci sono allevati in bacini chiusi e «raccolti»), ma è altrettanto vero per quanto riguarda la pesca in mare aperto, che condivide lo stesso spirito e il medesimo ricorso alle tecnologie moderne.

Oggigiorno i capitani delle navi da pesca assomigliano più al capitano Kirk che al capitano Achab: sorvegliano i pesci da plance piene di apparecchiature elettroniche e studiano il momento migliore per catturare interi banchi in un sol colpo. Se parte del pesce sfugge, lo rilevano e fanno una seconda passata. E questi pescherecci non sono in grado di tenere d'occhio solo i banchi di pesce entro un certo raggio: gli oceani sono disseminati di DCP (dispositivi di concentrazione dei pesci: zatteroni galleggianti attorno ai quali i pesci si raccolgono) equipaggiati con sensori GPS, che trasmettono informazioni alle sale di controllo dei pescherecci sulla quantità di pesce presente e l'esatta localizzazione dei DCP.

Quando si ha un quadro completo della pesca industriale — un miliardo e mezzo circa di ami calati con i palangari ogni anno (a ciascuno dei quali è attaccato un pezzetto di pesce, di calamaro o di carne di delfino); milleduecento reti, lunghe ciascuna più di cinquanta chilometri, usate da una singola flotta per catturare una singola specie ittica; la capacità di un unico peschereccio di caricare cinquanta tonnellate di pesce in pochi minuti— diventa più facile assimilare chi oggi lavora sulle navi da pesca agli allevatori industriali che ai «pescatori».

Alla pesca si applicano ormai sistematicamente e alla lettera le tecnologie militari. Radar, ecoscandagli (un tempo utilizzati per localizzare i sottomarini nemici), sistemi di navigazione elettronici sviluppati dalla marina militare e, da vent'anni a questa parte, i GPS satellitari danno ai pescherecci capacità senza precedenti di individuare e seguire i movimenti dei pesci. Per localizzare i banchi si usano immagini satellitari delle temperature oceaniche.

Il successo della zootecnia industriale dipende dall'idea nostalgica che i consumatori hanno della produzione del cibo – il pescatore che riavvolge la lenza sul mulinello con il pesce all'amo, l'allevatore che conosce i suoi maiali uno per uno, il pollicoltore che assiste alla schiusa delle uova – perché corrisponde a qualcosa che rispetta e di cui fidarsi. Ma queste immagini radicate sono anche il peggior incubo dell'industria zootecnica: hanno il potere di ricordare al mondo che quello che adesso è il novantanove per cento della produzione agroalimentare non molto tempo fa era meno dell'uno per cento. Il golpe effettuato dall'allevamento industriale potrebbe essere a sua volta rovesciato.

Che cosa potrebbe ispirare questo cambiamento? Pochi conoscono l'industria della carne e dei prodotti ittici nel dettaglio, ma moltissimi ne conoscono il succo, o quantomeno sanno che qualcosa non va. I dettagli sono importanti, ma da soli probabilmente non bastano a convincere quasi nessuno a cambiare. Ci vuole altro.

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Pagina 44

Vergogna

Tra le molte altre cose che potremmo dire sul suo lavoro di critico letterario a tutto campo, Walter Benjamin è stato il più acuto interprete dei racconti di Franz Kafka sugli animali.

La vergogna è cruciale in Kafka, secondo la lettura di Benjamin, ed è pensata come una sensibilità morale peculiare. La vergogna è al contempo intima, sentita nel profondo della nostra vita interiore, e sociale, qualcosa che proviamo esclusivamente davanti agli altri. Per Kafka la vergogna è una reazione e una responsabilità davanti agli altri che ci sono invisibili, davanti alla nostra «famiglia sconosciuta», per usare un'espressione dei Diari. Θ l'esperienza fondamentale dell'etica.

Benjamin sottolinea che i progenitori di Kafka – la sua «famiglia sconosciuta» – comprendono gli animali. Gli animali fanno parte della comunità di fronte alla quale Kafka potrebbe arrossire, un modo per dire che appartengono alla sfera della sua preoccupazione morale. Benjamin ci dice anche che gli animali di Kafka sono «depositari del dimenticato», un'osservazione a prima vista sconcertante.

Cito questi elementi per inquadrare un aneddoto su Kafka che riguarda i pesci dell'acquario di Berlino. Secondo le parole di Max Brod, suo intimo amico:

Vedendo i pesci nelle vasche luminose disse [...]: «Adesso posso guardarvi tranquillamente, non vi mangio più». Era il periodo in cui era diventato rigorosamente vegetariano. Chi non ha udito siffatte parole dalle labbra stesse di Kafka difficilmente potrà farsi un'idea del modo semplice e lieve, senza ombra di affettazione, senza tono patetico (che del resto gli era del tutto estraneo) con cui diceva queste cose.

Che cosa aveva spinto Kafka a diventare vegetariano? E perché Brod si serve di un commento sui pesci per raccontare della dieta di Kafka? Decidendo di diventare vegetariano, senza dubbio Kafka avrà fatto commenti anche sugli animali terrestri.

Una delle possibili risposte sta nel collegamento tracciato da Benjamin, da un lato, tra animali e vergogna e, dall'altro, tra animali e dimenticanza. La vergogna è il lavoro della memoria contro la dimenticanza. La vergogna è quello che proviamo quando dimentichiamo quasi del tutto – ma non del tutto – le aspettative sociali e i nostri obblighi nei confronti degli altri a favore di una gratificazione immediata. I pesci, per Kafka, dovevano essere l'incarnazione stessa della dimenticanza: ci si dimentica della loro vita con una radicalità che è più rara quando pensiamo agli animali terrestri allevati.

Al di là della dimenticanza letterale per cui li mangiamo, i corpi degli animali erano, secondo Kafka, gravati della dimenticanza di tutte quelle parti di noi che vogliamo dimenticare. Se vogliamo ripudiare una parte della nostra natura, parliamo della nostra «natura animale». Quindi reprimiamo o nascondiamo quella natura eppure, come Kafka sapeva meglio di altri, talvolta ci svegliamo e ci ritroviamo, ancora, nient'altro che animali. E sembra giusto così. Noi non arrossiamo, per così dire, davanti ai pesci. Possiamo riconoscere parti di noi nei pesci – la spina dorsale, i nocicettori (recettori del dolore), le endorfine (che rilevano il dolore), tutte le reazioni familiari al dolore –, ma non diamo alcuna importanza a queste somiglianze animali, e quindi neghiamo parti importanti della nostra umanità. Quello che dimentichiamo degli animali cominciamo a dimenticarlo di noi stessi.

Oggi, quando riflettiamo sul fatto di mangiare o meno gli animali, non è in gioco solo la nostra capacità elementare di rispondere alla vita senziente, ma la nostra capacità di rispondere a parti del nostro stesso essere (animale). C'è una guerra non solo tra noi e loro, ma tra noi e noi. Θ una guerra che esiste da sempre ed è più squilibrata che mai. Come afferma il filosofo Jacques Derrida, è

[una] lotta senza pari, [...] una guerra in corso [...] la cui ineguaglianza potrebbe un giorno capovolgersi, tra coloro che violano non solo la vita animale, ma perfino il sentimento della compassione da una parte e quelli che si affidano alla testimonianza irrecusabile di questa pietà dall'altra.

Θ una guerra sulla pietà. Certo questa guerra non ha età, ma [...] attraversa una fase critica. Noi l'attraversiamo e ne siamo attraversati. Pensare la guerra in cui siamo non è solo un dovere, una responsabilità, un obbligo, è anche una necessità, una costrizione a cui, volente o nolente, direttamente o indirettamente, nessuno potrebbe sottrarsi. [...] L'animale ci guarda e noi siamo nudi davanti a lui.

In silenzio l'animale incrocia il nostro sguardo. L'animale ci guarda e, che distogliamo gli occhi (dall'animale, dal piatto, dal nostro preoccuparcene, da noi stessi) o meno, siamo esposti. Che cambiamo la nostra vita o che non facciamo nulla, abbiamo risposto. Non fare niente è fare qualcosa.

Forse l'innocenza dei bambini piccoli e la loro libertà da certe responsabilità permette loro di assorbire il silenzio e lo sguardo di un animale con più facilità degli adulti. Forse i nostri figli, perlomeno, non hanno preso partito nella nostra guerra, hanno solo preso le spoglie.

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Io sono il tipo che si ritrova nella fattoria di un estraneo nel cuore della notte

Il piccolo tacchino che ho eutanasizzato nel nostro salvataggio, quello sì che è stato duro. Uno dei lavori che ho fatto, molti anni fa, è stato in uno stabilimento di polli. Facevo l'uccisore di riserva, vale a dire che era mia responsabilità tagliare la gola ai polli che sopravvivevano al tagliagola automatico. Ho ucciso migliaia di polli in quel modo. Forse decine di migliaia. Forse centinaia di migliaia. In quel contesto perdi traccia di qualunque cosa: dove sei, che cosa stai facendo, da quanto lo stai facendo, che cosa sono gli animali, che cosa sei tu. Θ un meccanismo di sopravvivenza che ti impedisce di impazzire. Ma è proprio questa la sua follia intrinseca.

Grazie a quel lavoro alla linea di macellazione, conoscevo l'anatomia del collo e sapevo come uccidere quel pulcino all'istante. E ogni parte di me sapeva che era la cosa giusta da fare per sottrarlo alla sua miseria. Ma è stata dura, perché non era in una linea di migliaia di gallinacei pronti alla macellazione. Era un individuo. In questa prospettiva tutto diventa difficile.

Io non sono un'estremista. Sono quasi sempre una moderata. Non ho piercing. Non ho una pettinatura strana. Non faccio uso di droghe. Politicamente parlando, sono progressista su alcuni argomenti e conservatrice su altri. Ma vedi, l'allevamento intensivo è un argomento da moderati, qualcosa su cui quasi tutte le persone ragionevoli si troverebbero d'accordo, se avessero accesso alla verità.

Sono cresciuta in Wisconsin e in Texas. Vengo da una famiglia normalissima: mio padre andava (e va) a caccia, tutti i miei zii mettevano trappole e pescavano. Mia madre cucinava l'arrosto tutti i lunedì sera, il pollo ogni martedì e via discorrendo. Mio fratello gareggiava nei campionati statali di due sport.

La prima volta che fui messa di fronte alla questione dell'allevamento fu quando un amico mi mostrò dei filmati di bovini al macello. Eravamo ragazzini ed era solo una merdata oscena, come quei film delle Facce della morte. Lui non era vegetariano – nessuno era vegetariano – e non stava cercando di farmi diventare vegetariana. Era solo per ridere.

Quella sera a cena avevamo cosce di pollo, e io non riuscii a mangiare la mia. Mentre tenevo l'osso in mano, non mi sembrava carne di pollo, ma un pollo. Avevo sempre saputo che stavo mangiando un individuo, credo, ma la cosa non mi aveva mai colpito. Mio padre mi chiese che cosa c'era che non andava e io gli raccontai del video. In quella fase della mia vita, prendevo tutto quello che mi diceva per oro colato ed ero sicura che sapesse spiegare qualunque cosa. Ma tutto quello che mio padre riuscì a tirare fuori fu una cosa del tipo: «Brutta storia». Se si fosse fermato lì, forse adesso non sarei qui a parlare con te. Ma ci fece sopra una battuta. La stessa battuta che fanno tutti. Da allora l'avrò sentita un milione di volte. Fece finta di essere un animale che piange. Per me fu una rivelazione, e mi mandò in bestia. Decisi di punto in bianco che non avrei mai fatto una battuta davanti a qualcosa che non sapevo spiegare.

Volevo capire se quel video era un'eccezione. Probabilmente volevo una scappatoia che non mi costringesse a cambiare la mia vita. Così scrissi a tutte le aziende agricole più importanti, chiedendo di poterle visitare. Sinceramente non mi passò neppure per la testa che potessero dire di no o evitare di rispondere. Non ottenni nulla, così cominciai a girare in macchina chiedendo a qualunque allevatore che incontravo se potevo dare un'occhiata nei suoi capannoni. Avevano sempre una ragione per rifiutare. Considerato quello che fanno, non li biasimo se non vogliono che nessuno veda. Ma considerata la loro reticenza su un aspetto così importante, chi può biasimare me se sentivo l'esigenza di fare le cose a modo mio?

La prima fattoria in cui sono entrata di notte produceva uova, aveva forse un milione di galline. Erano stipate in gabbie accatastate una sull'altra. Ebbi bruciori agli occhi e ai polmoni per giorni. Fu meno cruento e sanguinoso di quello che avevo visto nel video, ma mi colpì ancora di più. Quello mi cambiò davvero, quando mi resi conto che una vita atroce è peggio di una morte atroce.

L'azienda avicola era tanto orrenda che pensai che anche quella dovesse essere un'eccezione. Probabilmente non mi capacitavo che si permettessero cose simili su così larga scala. Così andai in un'altra fattoria, un allevamento di tacchini. Per caso arrivai proprio pochi giorni prima della macellazione, per cui i tacchini erano al massimo della crescita e così pigiati l'uno sull'altro da non riuscire a vedere il pavimento. Erano completamente impazziti: frullavano le ali, gloglottavano, si attaccavano l'uno con l'altro. C'erano tacchini morti dappertutto, e altri moribondi. Fu triste. Non ero io ad averli messi lì, ma mi vergognai di essere una persona. Dissi a me stessa che doveva essere un'eccezione. E andai in un'altra fattoria. E in un'altra. E in un'altra ancora.

Forse insistevo perché in fondo non volevo credere che quanto avevo visto fosse la norma. Ma chiunque si preoccupa di conoscere queste cose sa che gli allevamenti intensivi sono quasi l'unica realtà. La maggior parte delle persone non ha la possibilità di vederli con i propri occhi, ma può vederli attraverso i miei. Ho filmato le condizioni degli animali in aziende avicole per la produzione di uova e per la produzione di polli e tacchini da carne, in un paio di impianti suinicoli (ormai è sostanzialmente impossibile entrarci), allevamenti di conigli, stalle per vacche da latte e recinti da ingrasso per bovini, aste di bestiame e camion da trasporto. Ho lavorato in alcuni impianti di macellazione. Sporadicamente il filmato raggiungeva il telegiornale della sera o i quotidiani. Qualche volta li hanno usati in tribunale nei processi per i maltrattamenti sugli animali.

Per questo ho accettato di aiutarti. Io non ti conosco. Non so che tipo di libro scriverai. Ma se in qualche misura farà conoscere ciò che succede negli allevamenti intensivi, sarà solo positivo. In questo caso la verità è così potente che la prospettiva da cui ti poni non ha importanza.

Comunque, vorrei assicurarmi che quando scriverai il tuo libro non darai l'impressione che io non faccia altro che uccidere animali. L'ho fatto quattro volte, solo quando non c'era altro da fare. Di solito porto gli animali più malmessi dal veterinario. Ma quel pulcino era troppo malato per essere spostato. E stava soffrendo troppo perché lo lasciassi vivere. Guarda, io sono per la vita. Credo in Dio, credo nel paradiso e nell'inferno. Ma non ho alcuna venerazione per la sofferenza. Negli allevamenti intensivi calcolano quanto possono tenere gli animali vicino alla morte senza ucciderli. Θ questo il loro modello di business. A che velocità possono farli crescere, quanto possono pigiarli, quanto o quanto poco possono mangiare, quanto possono ammalarsi senza morire.

Non stiamo parlando di sperimentazione sugli animali, nel qual caso puoi pensare che la sofferenza venga compensata da un vantaggio. Parliamo di quello che ci va di mangiare. Dimmi una cosa: perché il gusto, il più rozzo dei sensi, è dispensato dalle regole etiche che governano gli altri sensi? Se ti fermi a pensarci, è una cosa da pazzi. Perché un arrapato non ha il diritto di stuprare un animale mentre un affamato ha il diritto di ucciderlo e mangiarlo? Θ facile liquidare la domanda, ma è difficile darle una risposta. E come giudicheresti un artista che mutilasse gli animali in una galleria perché fa colpo visivamente? Quanto dev'essere affascinante il suono di un animale torturato per volerlo sentire a tutti i costi? Prova a immaginare una qualunque altra finalità, a parte il gusto, per cui sarebbe giustificabile fare quello che facciamo agli animali d'allevamento.

Se io abuso del logo di una grande azienda, potrei persino finire in galera; se una grande azienda abusa di miliardi di polli la legge non protegge i polli, ma il diritto dell'azienda di fare quello che vuole. Θ questo che succede quando si negano i diritti degli animali. Θ pazzesco che l'idea dei diritti degli animali sembri pazzesca a qualcuno. Viviamo in un mondo che considera normale trattare gli animali come pezzi di legno e considera estremistico trattare gli animali come animali.

Prima che venissero introdotte le leggi sul lavoro minorile, esistevano aziende che trattavano bene i loro operai di dieci anni. La società non ha proibito il lavoro minorile perché è impossibile pensare che i bambini lavorino in un ambiente sano, ma perché dare a un'azienda tutto quel potere su individui inermi è una depravazione. Pensare di avere più diritto a mangiare un animale di quanto ne abbia l'animale a vivere senza soffrire è una depravazione. Non sono ragionamenti astratti. Θ questa la realtà in cui viviamo. Guarda che cosa sono gli allevamenti intensivi. Guarda che cos'ha fatto la nostra società agli animali non appena ne ha avuto il potere tecnologico. Guarda che cosa facciamo effettivamente in nome del «benessere degli animali» e del «trattamento umano», e poi decidi se sei ancora disposto a mangiare carne.

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Il primo pollo

La tua progenie sarà nota come Gallus domesticus, pollo, gallo, gallina, pollame, Pollo di domani, broiler, ovaiola, Mr McDonald e molti altri nomi. Ogni nome racconta una storia, che nessuno tuttavia ha ancora raccontato, e né a te né a nessun altro animale è stato dato ancora un nome.

Come tutti gli animali in quest'epoca che precede il principio, ti riproduci secondo le tue preferenze e i tuoi istinti. Non sei alimentato, costretto a figliare o protetto. Non sei contrassegnato come un bene da marchi o targhette. Nessuno ha mai pensato a te come a un oggetto di proprietà.

Se sei un gallo selvatico contempli il paesaggio, metti in guardia gli intrusi con complessi richiami e difendi i compagni con il becco e gli artigli taglienti. Se sei una gallina selvatica cominci a comunicare con i tuoi pulcini persino prima che escano dal guscio e reagisci ai loro pigolii angosciati spostando il tuo peso sulle uova. L'immagine della tua affettuosa dedizione materna sarà usata nel secondo versetto della Genesi per descrivere il primo alito divino che si libra sulle acque originarie. Gesù ti invocherà come emblema di protezione amorevole: «Ho voluto raccogliere i tuoi figli come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali». Ma la Genesi non è ancora stata scritta, e Gesù non è ancora nato.


Il primo essere umano

Tutto ciò che mangi è cibo che tu stesso hai trovato. Solitamente non vivi vicino agli animali che uccidi. Non dividi e non ti contendi il territorio con loro, ma devi uscire a cercarli. Quando lo fai, in genere uccidi animali che non riconosci come individui, eccetto per il breve momento della caccia, e per certi versi vedi le prede come tuoi pari. Non sempre (certo), ma gli animali che conosci sono potenti: hanno qualità sconosciute agli esseri umani, possono essere pericolosi, possono portare vita, significano cose che significano altro ancora. Quando stabilisci riti e tradizioni, lo fai con gli animali. Li disegni nella sabbia, nel fango, sui muri delle caverne: non solo figure di animali, ma anche creature ibride che mescolano forme umane e animali. Gli animali sono quello che sei e non sei. Hai un rapporto complesso con loro e, in un certo senso, egualitario. Tutto questo sta per cambiare.

[...]


Il mito dei miti

Ma le specie non compiono scelte, sono gli individui a farlo. E se anche le specie potessero in qualche modo compierle, dare per scontato che sceglierebbero di perpetuare la specie a scapito del benessere individuale è difficile da sostenere in senso lato. Secondo tale logica, ridurre in schiavitù un gruppo di esseri umani è accettabile se l'alternativa per loro fosse la non esistenza. (Invece di «libertà o morte», il motto che scriviamo per gli animali di cui ci nutriamo è «muori schiavo ma vivi».) Ancora più evidente è che per la maggior parte gli animali, anche a livello individuale, sono incapaci di comprendere un accordo del genere. I polli sanno fare molte cose, ma non stringere patti sofisticati con gli esseri umani.

Detto questo, le obiezioni citate potrebbero essere fuorvianti. Quali che siano i fatti in discussione, la maggior parte della gente può figurarsi un trattamento giusto o ingiusto, poniamo, del cane o del gatto di casa. E possiamo figurarci metodi d'allevamento cui gli animali potrebbero, per ipotesi, «acconsentire». (Verosimilmente, un cane cui siano garantiti anni e anni di cibo appetitoso, un sacco di tempo all'aperto con altri cani e tutto lo spazio che potrebbe desiderare, consapevole degli stenti dei suoi simili in condizioni più selvagge e meno regolate, in cambio potrebbe acconsentire a farsi mangiare.)

Sono cose che immaginiamo e ci siamo sempre immaginati. La ricorrenza della storia dell'assenso animale nell'era contemporanea la dice lunga su quanto gli uomini sappiano cosa c'è in gioco e ambiscano a fare la cosa giusta.

Non sorprende che, storicamente, quasi tutti sembrino aver accettato che mangiare gli animali è un dato di fatto. Quasi tutti trovano la carne succulenta e sostanziosa. (Allo stesso modo, non sorprende che lungo quasi l'intero corso della storia umana alcuni abbiano tenuto altri uomini in schiavitù.) Ma risalendo indietro nel tempo per quanto le testimonianze lo consentono, gli esseri umani hanno sempre espresso ambivalenza sulla violenza e l'uccisione che mangiare gli animali comportava. Così ci siamo raccontati delle storie.

[...]


La prima etica animalista

C'era una volta un'etica dominante verso gli animali domestici, radicata nelle necessità dell'allevamento e che rispondeva al problema fondamentale della vita che si nutre di vita senziente, che non diceva non mangiarne (ovvio), ma neppure non curartene. Piuttosto era: mangia avendone cura.

La cura per gli animali addomesticati che quest'etica esige non corrispondeva necessariamente a una moralità ufficiale: non ce n'era bisogno, perché era un'etica basata sulle necessità economiche intrinseche all'allevamento degli animali. La natura stessa del rapporto essere umano-animale domestico richiedeva un certo grado di cura, incluso il garantire sicurezza e cibo alle proprie bestie. Prendersi cura degli animali era, in una certa misura, un buon affare. Ma la certezza di avere cani da pastore e acqua (abbastanza) pulita aveva un prezzo: anche castrazione, lavoro estenuante, dissanguamento o mutilazione di animali vivi, marchiatura, allontanamento dei piccoli dalla madre e, ovviamente, macellazione erano un buon affare. Agli animali si assicurava custodia in cambio del sacrificio ai loro custodi: proteggere e servire.

L'etica del mangia avendone cura si è perpetuata ed evoIuta per migliaia di anni, declinandosi con specificità diverse sulla base delle differenze culturali vigenti nelle regioni in cui era apparsa: in India ha portato alla proibizione di mangiare carne di vacca, nell'islam e nell'ebraismo all'obbligo di una macellazione rapida, nella tundra russa ha indotto gli yakuti a sostenere che gli animali volessero essere uccisi. Ma non era destinata a durare.

L'etica del mangia avendone cura non è diventata obsoleta nel tempo, ma è morta di colpo. Θ stata uccisa, a dire il vero.


La prima catena di (s)montaggio

A Cíncinnati e poi a Chicago, tra la fine degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta dell'Ottocento, i primi «impianti di lavorazione» (alias, mattatoi) industriali sostituirono l'abile perizia dei macellai con squadre di uomini che eseguivano serie coordinate di compiti alienanti per mente, muscoli e giunture: addetti all'abbattimento, addetti alla iugulazione, addetti al dissanguamento, addetti al tranciamento della coda, addetti alla recisione degli arti, squartatori, dísarticolatori, scuoiatoci, evisceratori e disossatori dorsali (tra gli altri). Per sua stessa ammissione, l'efficienza di questo sistema ispirò Henry Ford, che ne applicò il modello nel settore automobilistico, generando una rivoluzione nell'industria manifatturiera. (Montare un'auto è esattamente il contrario di smontare una mucca.)

Lo stimolo a migliorare l'efficienza dei processi di macellazione e lavorazione della carne venne in parte dai progressi nel trasporto ferroviario, tra cui l'invenzione del vagone frigorifero nel 1879, che permisero di far convergere in un unico luogo una quantità sempre maggiore di bestiame da distanze sempre più grandi. Oggi non è raro che la carne faccia mezzo giro del globo per arrivare nel tuo supermercato. La distanza media coperta dalla nostra carne si aggira sui duemilacinquecento chilometri. Come se io guidassi da Brooklyn al Texas Panhandle per andare a pranzo.

Nel 1908 furono introdotte le prime guidovie sulle linee di smontaggio, che affidarono ai supervisori e non più ai lavoratori il controllo della velocità delle linee, velocità che sarebbe aumentata nell'arco dei successivi ottant'anni – in molti casi raddoppiando o addirittura triplicando – con un prevedibile incremento delle macellazioni eseguite in modo approssimativo e dei relativi incidenti sul lavoro.

Malgrado queste tendenze nel processo di lavorazione, nei primi anni del Novecento quasi tutti gli animali venivano allevati ancora in ranch e fattorie in modo simile al passato, e come la maggior parte delle persone continua a immaginare che sia. Agli allevatori non era ancora venuto in mente di trattare gli animali vivi come quelli morti.

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Il primo allevamento intensivo

L'allevamento intensivo è stato più un evento che un'innovazione. Sterili respingenti di sicurezza hanno sostituito i pascoli, sistemi di confinamento intensivi su più strati sono sorti dove un tempo c'erano stalle e granai, e animali frutto di tecniche di manipolazione genetica – volatili che non sono in grado di volare, maiali che non sopravviverebbero all'aperto, tacchini incapaci di riprodursi naturalmente – hanno sostituito le figure familiari che un tempo affollavano l'aia.

Che cos'hanno significato – e significano – questi cambiamenti? Jacques Derrida è stato uno dei pochissimi filosofi contemporanei ad affrontare questa domanda scomoda:

In qualunque modo lo si voglia interpretare, qualunque conseguenza di natura pratica, tecnica, scientifica, giuridica, etica o politica se ne tragga, oggi nessuno può negare tale evento, cioè le proporzioni senza precedenti dell'assoggettamento dell'animale. Tale assoggettamento [...] lo possiamo chiamare violenza, foss'anche nel senso moralmente più neutro del termine [...]. Nessuno può più continuare seriamente a negare che gli uomini fanno tutto ciò che possono per nascondere o per nascondersi questa crudeltà, per organizzare su scala mondiale l'oblio o il disconoscimento di tale violenza.

Gli industriali statunitensi del Novecento, per proprio conto e in collaborazione con il governo e la comunità scientifica, hanno messo a punto e conseguito una serie di rivoluzioni nel comparto zootecnico, trasformando la concezione astratta dell'animale come macchina della prima età moderna (sostenuta da Cartesio) in una realtà concreta per migliaia, poi milioni e ora miliardi di animali d'allevamento.

La gallina ovaiola, secondo quanto descritto nelle riviste del settore a partire dagli anni Sessanta, doveva essere considerata «solo una macchina di trasformazione molto efficiente» («Farmer and Stockbreeder»), il maiale doveva essere «esattamente come un macchinario in un'industria» («Hog Farm Management») e il XXI secolo avrebbe portato un nuovo «ricettario computerizzato per creature ottimizzate per il cliente» («Agricultural Research»).

Queste stregonerie scientifiche sono riuscite a produrre carne, latte e uova a basso costo. Negli ultimi cinquant'anni, con la progressiva industrializzazione della pollicoltura e della produzione di latte e di carne bovina e suina, mentre il costo medio di una casa nuova aumentava quasi del millecinquecento per cento e quello di un'auto nuova di più del millequattrocento per cento, il prezzo del latte è cresciuto solo del trecentocinquanta per cento e quello delle uova e della carne di pollo non è neppure raddoppiato. Tenendo conto dell'inflazione, oggi le proteine animali costano meno che in qualunque altro periodo storico. (A meno di non tenere conto anche dei costi esternalizzati – i sussidi all'agricoltura, l'impatto ambientale, le malattie umane e così via – che lo rendono un prezzo storicamente alto.)

Per ogni specie animale allevata a fini alimentari, il sistema dominante è quello dell'allevamento intensivo – il 99,9 per cento dei polli da carne, il 97 per cento delle galline ovaiole, il 99 per cento dei tacchini, il 95 per cento dei maiali e il 78 per cento dei bovini –, ma esistono ancora ottime alternative. Nella suinicoltura, i piccoli allevatori hanno cominciato a collaborare per salvaguardarsi. E i movimenti per la pesca sostenibile e per l'allevamento dei bovini allo stato brado hanno conquistato quote di mercato e di stampa significative. Ma la trasformazione dell'industria avicola – il settore più ampio e importante dell'allevamento (il 99 per cento degli animali macellati sono polli e tacchini) – è quasi completa. Incredibilmente, forse è rimasto un unico avicoltore davvero indipendente...

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