Copertina
Autore Robert J. Sawyer
Titolo La genesi della specie
EdizioneFanucci, Roma, 2004, Immaginario Solaria , pag. 320, cop.fle., dim. 142x220x22 mm , Isbn 978-88-347-0983-2
OriginaleHominidis [2002]
TraduttoreGiuseppe Costigliola
LettoreRenato di Stefano, 2004
Classe fantascienza , narrativa canadese
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Pagina 11 [ inizio libro ]

Era buio fitto.

La ventottenne Louise Benoìt, ricercatrice di Montreal dai folti capelli castani raccolti, secondo le regole, in una retina, vegliava nelle tenebre dell'angusta sala di controllo, sepolta due chilometri sotto la superficie terrestre, o 'un miglio e un quarto', come le capitava di spiegare con un accento che i visitatori americani trovavano affascinante.

La sala di controllo era situata accanto alla piattaforma collocata nell'ampia caverna buia nella quale era stato costruito anche l'Osservatorio di neutrini di Sudbury. Sospesa al centro della cavità si trovava la sfera di acrilico piu grande del mondo, dodici metri di diametro, che conteneva mille e cento tonnellate di acqua pesante fornita dalla società per l'energia atomica del Canada. Il globo trasparente era avvolto da una rete geodetica di montanti di acciaio inossidabile che sostenevano 9.600 tubi fotomoltiplicatori, ognuno dei quali terminava con una parabola riflettente rivolta verso il centro della sfera. Tutto questo - l'acqua pesante, il globo di acrilico che la conteneva e la struttura geodetica che lo avvolgeva - era raccolto in una cavità a forma di botte alta dieci piani, scavata nella norite. La gigantesca caverna era riempita sin quasi alla sommità di acqua normale, purissima.

Louise sapeva bene che i due chilometri di roccia dello scudo canadese che separavano la caverna dalla superficie servivano a proteggere l'acqua pesante dall'azione dei raggi cosmici, mentre lo strato di acqua normale assorbiva le radiazioni naturali emanate dalle piccole quantità di uranio e di torio presenti nella roccia circostante, evitandone cosi il contatto con l'acqua pesante. In realtà, a parte i neutrini, particelle subatomiche infinitesimali che Louise stava studiando, nulla poteva penetrare sino all'acqua pesante. Ogni secondo trilioni di neutrini piombavano sulla terra, e di fatto soltanto un neutrino poteva passare attraverso un blocco di piombo dello spessore di un anno-luce e avere solo il cinquanta per cento di possibilità di entrare in collisione con qualcosa.

Eppure, poiché il sole emana un'enorme quantità di neutrini, potevano verificarsi sporadiche collisioni, e in tal caso l'acqua pesante era un bersaglio ideale. Infatti ogni nucleo di idrogeno di acqua pesante contiene un protone (il costituente ordinario di un nucleo d'idrogeno) e un neutrone. Quando un neutrino entra in collisione con un neutrone questo decade, rilasciando a sua volta un protone, un elettrone e un lampo di luce che può essere rilevato dai tubi fotomoltiplicatori.

Quando scattò l'allarme del sistema preposto alla localizzazione dei neutrini, le brune sopracciglia arcuate di Louise non si mossero. Sebbene questa fosse la cosa piú elettrizzante che potesse accadere laggiú, l'evento si verificava almeno una dozzina di volte al giorno, per cui la giovane ricercatrice non alzò gli occhi dalla rivista che stava leggendo. Ma quando l'allarme suonò di nuovo, e poi ancora, stabilizzandosi infine in un suono solido, breve e acuto come il bip dell'ecocardiogramma di un moribondo, Louise si alzò dal tavolo di lavoro e si avvicinò al quadro di controllo, su cui era stata posta una foto di Stephen Hawking, che qualche anno prima, nel 1998, aveva visitato l'Osservatorio in occasione della sua inaugurazione. Louise batté leggermente le dita sulle casse del sistema di allarme per accertarsi che non si fosse verificato qualche guasto, ma il lamentoso segnale continuò a risuonare.

Da un altro ambiente dell'enorme complesso sotterraneo, Paul Kiriyama, uno studente magrissimo, irruppe nella sala di controllo. Con Louise nei paraggi, Paul si trovava sempre in grande imbarazzo, ma questa volta non gli mancarono le parole: «Che diavolo succede?» Sul quadro dei comandi tutte le lucette della griglia di novantotto per novantotto diodi fotoemittenti, che indicavano i tubi fotomoltiplicatori, erano illuminate.

«Forse qualcuno ha acceso per sbaglio le luci nella caverna» ipotizzò Louise senza crederci troppo.

Finalmente il bip prolungato cessò. Paul pigiò un paio di pulsanti, attivando cinque monitor collegati ad altrettante telecamere subacquee poste all'interno della camera di rilevamento. Gli schermi erano rettangoli neri perfetti. «Be', se le luci sono state accese, adesso sono spente. Mi chiedo cosa...»

«Una supernova!» gridò Louise battendo le dita affusolate delle mani. «Dobbiamo chiedere priorità assoluta all'ufficio centrale dei telegrammi.» Anche se l'osservatorio era stato costruito con l'intento di studiare i neutrini provenienti dal sole, era possibile localizzare anche dei neutrini provenienti da altre fonti.

Paul annuí, sedette davanti a un computer e si collegò al sito dell'Ufficio dei telegrammi. Louise sapeva che ogni evento andava comunque segnalato, anche se non si aveva la certezza della sua esatta natura.

Un nuova serie di bip risuonò dal pannello di controllo. Louise guardò il quadro dei comandi: centinaia di piccole luci illuminavano la griglia. Strano, pensò. Il sistema dovrebbe rilevare una supernova come una fonte direzionale...

«Forse c'è qualche problema nel sistema di rilevamento» ipotizzò Paul, che evidentemente era giunto alle stesse conclusioni. «O magari è saltata una delle connessioni ai fotomoltiplicatori e le altre chiudono il circuito.»

Ad un tratto s'udi un cigolio stridente, proveniente dalla porta che dava sulla piattaforma posta al di sopra della gigantesca camera di rilevamento. «Forse dovremmo accendere le luci» disse Louise. Quella specie di gemito continuava a riverberarsi nell'aria, come una bestia che brancola nel buio.

«E se si trattasse davvero di una supernova?» si chiese Paul. «Il rilevatore magnetico non funziona con le luci accese, e...»

Si udi un forte schiocco, simile al colpo secco di una pallina colpita da un giocatore di hockey. «Accendi la luce!»

Paul sollevò il coperchio posto a protezione dell'interruttore e lo azionò. Le immagini sui monitor tremolarono per un istante prima di stabilizzarsi e mostrare...

«Mon dieu!» esclamò Louise.

«C'è qualcosa nella vasca dell'acqua pesante!» disse Paul. «Ma come...»

«Lo vedi?» gli chiese Louise. «Si muove e... mio Dio, è un uomo!»

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Pagina 116

«Non avete scoperto da dove può essere venuto?» gli chiese Louise continuando a osservare il Neandertal.

«No.»

«E se venisse da qualche mondo parallelo?» disse con semplicità la ragazza.

«Cosa? Oh, andiamo.»

Louise si strinse nelle spalle. «Da dove altro può essere saltato fuori?»

«Be', questa è una buona domanda, ma...»

«E se venisse da un mondo parallelo al nostro? Supponiamo che lí non esistano motori a combustione interna o tutte quelle cose che avvelenano la nostra aria. Se anche noi avessimo avuto degli olfatti cosi sensibili non avremmo adottato tecnologie che producono i fetidi odori che ci sommergono.»

«Molto probabile, ma da qui a dire che il nostro amico proviene da un altro universo ce ne passa.»

«Comunque sia,» disse Louise spostando dagli occhi una ciocca dei lunghi capelli castani «sembra proprio che non veda l'ora di allontanarsi dalla civiltà, magari per andare in qualche posto dove l'aria non è cosi cattiva.»

«Be', potrei prendere qualche giorno di ferie» rifletté Reuben. «Il bello dell'essere il medico in una società è che puoi firmarti le ferie da te. Mi piacerebbe moltissimo continuare a lavorare con lui.»

«Anche io sono libera, finché non riaprono l'osservatorio.»

Reuben provò un tuffo al cuore. Maledizione, si sentiva ancora un segugio da caccia. Che stupido, sicuramente la ragazza pensava di unirsi a loro solo per un interesse scientifico. Eppure, sarebbe stato magnifico trascorrere piú tempo con lei; aveva un modo di parlare incredibilmente sexy.

«Mi chiedo se le autorità lo vorranno tutto per loro» disse Reuben.

«È qui solo da un giorno, e scommetto che a Ottawa ancora nessuno ha preso la faccenda sul serio. Per loro si tratta solo di un'ennesima inchiesta nazionale. Non è che gli agenti federali e i militari si fanno vivi ogni volta che qualcuno afferma di aver avvistato un UFO. Sono convinta che non hanno nemmeno cominciato a pensare che questa storia potrebbe essere vera.»

Gli odori sono davvero insopportabili, pensò Ponter guardando Lou e Reuben. Ai suoi occhi i due contrastavano fortemente: l'uomo con la pelle scura, completamente calvo; la donna con la pelle molto chiara, piú della sua, e con una folta massa di capelli cascanti sulle spalle minute.

Era ancora confuso e spaventato, e ogni volta che Hak ne percepiva l'agitazione gli mormorava parole tranquillizzanti. Senza il suo aiuto sarebbe certo impazzito.

Era accaduto tutto in cosi breve tempo! Appena ieri mattina si era svegliato nel suo letto accanto ad Adikor, aveva dato da mangiare al cane, era andato al lavoro...

E adesso eccolo lí, dovunque fosse quel posto. Hak aveva ragione: quella doveva essere la Terra. Aveva sempre sospettato che negli infiniti recessi dello spazio potessero esserci altri pianeti abitabili, ma lí il suo peso era lo stesso di quello di casa, e l'aria era respirabile... per lo meno nella misura in cui la cucina del suo amato Adikor era commestibile! In realtà era piena di effluvi nauseabondi, tanfi che sapevano di frutta, di gas, di agenti chimici, e altri ancora che non riusciva a identificare. Anche se, doveva ammettere, quell'aria lo manteneva in vita, e il cibo che gli avevano dato era quasi del tutto compatibile con il suo apparato digerente.

La Terra, quindi. Sicuramente non la Terra del passato. Nel suo mondo c'erano delle zone non ancora esplorate, soprattutto nelle regioni equatoriali, ma, come aveva sottolineato Hak, la vegetazione che avevano notato era la stessa di quella di Saldak, il che rendeva improbabile che si trovassero in un altro continente o nell'emisfero meridionale. E anche se il clima era caldo, molti degli alberi che avevano visto erano caducifogli, quindi non potevano trovarsi nella zona equatoriale.

E se fosse stato proiettato nel futuro? Ma no. Se la sua specie fosse scomparsa per una qualche incomprensibile ragione, non sarebbero certo stati i Gliksins a prenderne il posto. I Gliksins erano estinti, e una loro ricomparsa sarebbe stata altrettanto improbabile di quella dei dinosauri.

Ma se quella non solo era la Terra, ma la stessa parte della Terra da dove veniva lui, allora dov'erano finiti tutti gli stormi di colombe migratrici? Da quando era lí non ne aveva vista nemmeno una. Forse il veleno che inquinava l'aria le aveva fatte fuggire.

Ma no.

No.

Quello non era né il futuro né il passato. Era il presente: un mondo parallelo, dove, incredibilmente, malgrado l'innata stupidità, i Gliksins non erano estinti.


«Ponter.» Era la voce di Reuben.

Alzò lo sguardo, con un'espressione smarrita, come per una fantasticheria infranta. «Si?»

«Ponter, ti porteremo da qualche altra parte. Ancora non so dove. Ma be', tanto per cominciare, ti porteremo fuori di qui. Se vuoi, ehm, puoi venire a stare da me.»

Ponter piegò la testa da un lato mentre ascoltava la traduzione di Hak. Sembrava perplesso; probabilmente Hak non sapeva come rendere tutte le parole.

«Si» disse infine. «Andare via da qui.»

Reuben gli fece segno di precederlo.

«Aprire la porta» disse Ponter con evidente piacere mentre spalancava la porta della stanza. «Attraversare» disse facendo seguire il gesto alle parole. Quindi si fermò ad aspettare Reuben e Louise. «Chiudere la porta» disse chiudendola dietro di sé. E poi fece un sorriso enorme, largo quasi trenta centimetri. «Ponter via.»

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Pagina 119

Seguendo le istruzioni del dottor Singh, Reuben Montego, Louise Benoit e lo straordinario ospite arrivarono senza intoppi all'automobile che il dottore aveva parcheggiato nel garage riservato al personale dell'ospedale, una SUV color vinaccia, con la verniciatura scheggiata dal pietrisco della strada che portava alla miniera. Ponter si sdraiò sul sedile posteriore, coprendosi il viso con una copia aperta del Sudbury Star. Louise, che si era recata a piedi all'ospedale, si accomodò davanti. Aveva accettato l'invito a pranzo di Reuben, che si era offerto di riaccompagnarla a casa nel pomeriggio.

La radio era sintonizzata sulla stazione CJMX, che trasmetteva It's raining man nella versione di Geri Halliwell. «Allora,» disse Reuben lanciando un'occhiata alla ragazza «convincimi pure. Perché pensi che Ponter provenga da un mondo parallelo?»

Louise increspò un attimo le labbra - Dio, pensò Montego, è davvero fantastica - prima di chiedergli: «Come sei messo in fisica?»

«Fisica? Le nozioni base della scuola superiore. Oh, ho comprato una copia della Breve storia del tempo quando Stephen Hawking è venuto a Sudbury, ma l'ho appena sfogliata.»

«Ho capito,» disse Louise mentre Reuben svoltava a destra «lascia che ti faccia una domanda. Cosa succede se si spara un singolo fotone contro una barriera con due fenditure, dietro la quale c'è un pezzo di pellicola fotografica su cui vengono registrate le figure di interferenza?»

«Non lo so» rispose Reuben sincero.

«Be', una delle interpretazioni è che il singolo fotone si trasfonna in un'onda di energia e, quando colpisce il muro, nelle fenditure si crea un nuovo fronte di onde, che provoca la classica interferenza, con picchi e minimi d'onda che si amplificano o si neutralizzano a vicenda.»

«Ho capito» disse Reuben, che cominciava a ricordare qualche vaga nozione predigerita.

«Come ti dicevo,» prosegui Louise «questa è solo un'interpretazione. Un'altra è che l'universo si divide, cioè in un brevissimo spazio di tempo si sdoppia. Nel primo universo il fotone che a quello stadio è ancora una particella - attraversa la fenditura di sinistra, nell'altro quella di destra. E poiché non fa alcuna differenza in quale delle due fenditure il fotone passi, e se entri in questo o in quell'universo, i due universi collassano di nuovo in un'unica unità, per cui la figura di interferenza sarebbe la conseguenza di questa ricongiunzione.»

Reuben annuí, ritenendo che fosse la cosa giusta da fare.

«Quindi» continuò Louise «in fisica esiste una base sperimentale per ipotizzare la coesistenza temporale di universi paralleli: le stesse figure di interferenza si manifestano anche se ci si limita a far passare un fotone attraverso un paio di fenditure. Ma cosa avviene se i due universi non collassano e rimangono separati? Se, cioè, dopo la scissione, continuano a vivere autonomamente?»

«Cosa?» disse Reuben sforzandosi di seguire gli sviluppi di quell'ipotesi.

«Be', immaginiamo che l'universo, diciamo qualche decina di migliaia di anni fa, si sia diviso in due parti, quando sulla Terra ancora convivevano due specie di esseri umani: i nostri progenitori, i Cro-Magnon, - Reuben notò che aveva pronunciato la parola con accento francese, senza far sentire la g - e i progenitori di Ponter, gli antichi uomini di Neandertal. Non so bene per quanto tempo queste due specie abbiano convissuto insieme, ma...»

«Da centomila anni a circa ventisettemila anni fa» la interruppe Reuben.

Notando la sorpresa di Louise davanti a quella infonnazione cosí pertinente, il dottore si strinse nelle spalle spiegando: «Abbiamo fatto venire una genetista da Toronto, una certa Mary Vaughan. È stata lei a dirmelo.»

«Ah. Bene, quindi, stavo dicendo che durante quel lasso di tempo potrebbe essersi verificata una scissione, e i due universi hanno poi continuato a divergere. In uno sono diventati dominanti i nostri progenitori, nell'altro i Neandertal, che hanno sviluppato un loro linguaggio e una peculiare civiltà.»

A Reuben girava la testa. «Ma... se cosi fosse, come sono venuti in contatto i due universi?»

«Je ne sais pas» rispose Louise scuotendo il capo.

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