Copertina
Autore Aldo Schiavone
Titolo Storia e destino
EdizioneEinaudi, Torino, 2007, Vele 31 , pag. 110, cop.fle., dim. 10,5x18x1 cm , Isbn 978-88-06-17782-9
LettoreRenato di Stefano, 2007
Classe storia , evoluzione
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Indice


  3 Premessa

 11 I.   Spettatori dell'inizio
 22 II.  Una vita di successo
 39 III. La fine dell'infanzia
 56 IV.  Oltre la specie
 78 V.   La forma del mondo
 93 VI.  «A sua immagine, a sua somiglianza»


101 Nota bibliografica


 

 

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Premessa


1. La storia, il destino: cosí, in cento paginette? Parole solenni, che evocano sterminati (e spesso polverosi) accumuli di dottrina e di idee, cosa ci fanno sulla copertina di un libro quasi piú leggero d'una foglia, da leggere tutto d'un fiato?

La risposta, chi vorrà, la troverà rigo dopo rigo: ma è bene avvertire che una certa iniziale sorpresa - fino a una scettica diffidenza - fa parte del gioco che vogliamo proporre, ed è la maniera migliore per accostarsi al racconto che sta per iniziare.


Questo non è un saggio di storia, anche se chi lo ha scritto fa di mestiere lo storico; né di filosofia, pur se molto amata dall'autore; né tanto meno di divulgazione scientifica - ne mancherebbero le basi teoriche e matematiche. un piccolo esperimento per inseguire una traccia al crocevia di conoscenze e tradizioni diverse. Pensieri di confine, si potrebbe dire: un viaggio intorno a un tema nebulosamente familiare, e che tuttavia di solito non si riesce a mettere bene a fuoco.

Mi riferisco al significato rivelatore della profondità del tempo (dell'universo, della Terra, della vita, e anche propriamente dell'uomo, per un suo lungo tratto): se riusciamo a porla in rapporto con la straordinaria accelerazione che la crescita di potenza della tecnica ha determinato nell'ultimo secolo e con le sue conseguenze, sia già emerse, sia più sicuramente prevedibili. La relazione fra queste due scale - un trascorrere che appare lento sino all'inimmaginabile contro una velocità che toglie il respiro - se siamo capaci di instaurarla davvero, fa balenare una forma nuova e rivelatrice della connessione fra passato e avvenire, quale mai prima d'ora si sarebbe potuta riflettere nella mente umana.

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In questa rete di discontinuità e di rotture, che spezzano, proiettano lontano o capovolgono d'improvviso progressioni durate milioni (o miliardi) di anni, in questo intreccio sempre imprevedibile di caso e di necessità, noi - lo abbiamo detto - siamo solo una piccolissima parte. E dobbiamo ammettere - ne va della nostra obiettività - che nella storia della vita quel che viene dopo è quasi sempre solo uno dei cammini realizzabili, moltissimi dei quali avrebbero potuto tranquillamente escluderci: le forme di volta in volta prescelte hanno guadagnato l'esistenza, ma spesso in cambio della distruzione delle alternative, che solo retrospettivamente appaiono perdenti. Un osservatore che avesse visto in azione, settanta milioni di anni fa, un piccolo mammifero e un rettile enorme, non avrebbe potuto dedurre da niente - in quel contesto - quale differente avvenire si preparava per le due figure. Il prima, nella storia della vita, è potenzialità, ricchezza, virtualità: è l'albero che si apre. Il dopo, riflette sempre la durezza di una scelta compiuta; è il cono che si stringe e si chiude.

Ma è vero anche che in questa infinita selva di eventi e di possibilità, a ogni biforcazione, ogni volta che c'era da intraprendere un percorso, è scattata immancabilmente una combinazione compatibile con la nascita, a suo tempo, di un'intelligenza in grado di apprendere e di riconoscersi. Nulla ci consente - rimanendo sul terreno della ricerca e della scienza - di sovrainterpretare metafisicamente l'impressionante ripetersi di circostanze sempre a noi favorevoli. Ma, storicamente, non possiamo nemmeno nasconderlo.

Né abbiamo nessuna ragione per credere che la via scelta dalla vita sia stata la migliore o la piú rapida, per condurci sin dove siamo. Pur nelle condizioni date (chimiche, biologiche, climatiche) si sarebbero potute realizzare molte scorciatoie, risparmiare tempo, evitare accumuli di tortuosità. Gli organismi pluricellulari si sarebbero potuti formare un miliardo di anni prima; la colonizzazione delle terre asciutte da parte dei vertebrati poteva verificarsi molto innanzi; i grandi rettili avrebbero potuto forse non svilupparsi affatto, e i mammiferi affermarsi con largo anticipo, e cosí via fantasticando. E tanto meno siamo sicuri che, riavvolgendo il film della vita su questo pianeta, e proiettandolo daccapo, esso ci riporterebbe dove siamo ora, a vedere l'universo allo stato nascente e a concettualizzare la relatività e i quanti. Anzi, siamo ragionevolmente propensi a ritenere il contrario. Le probabilità che venissero fuori soluzioni diverse da quelle che ci hanno condotto al punto esatto in cui siamo arrivati vanno considerate come altissime; un numero forse incalcolabile. Avremmo potuto esserci da molto piú tempo; ma è altrettanto vero che non ci sarebbe molto da stupirsi se, nell'ultima scena del film, al nostro posto si trovasse un pesce, un uccello, un australopiteco, o semplicemente niente di niente.

Sta di fatto tuttavia che le cose non sono andate cosí. Noi ci siamo, per quanto complicato sia stato l'itinerario alle nostre spalle. Uno storico non può ignorare questo dato: la nuda forza dell'accaduto. E non può dimenticare come la fuoriuscita, sia pure parziale, dal tempo profondo abbia coinciso esattamente con lo sviluppo di un'intelligenza in grado di manipolare il mondo esterno secondo un progetto e una tecnica.

Di nuovo (come già a proposito dell'universo) quella che emerge è una questione di posizione relativa della nostra specie. E credo che dobbiamo cercare di integrare le due possibilità di lettura con cui ci siamo incrociati. Quella che definirei dell'albero e della contingenza, per la quale noi non siamo che un infinitesimo rametto nel grande e frondoso tronco della vita, frutto del verificarsi di circostanze del tutto eccezionali, e non abbiamo alcun diritto di deformare a nostro favore questa immagine. E quella che potremmo chiamare del primato evolutivo del pensiero e dell'attitudine tecnologica, per cui invece, pur non negando nulla della complessità e dell'accidentalità del percorso, la nostra stessa esistenza, qui e ora, ci dà il diritto di valutare tutta la storia della vita esclusivamente in rapporto al suo successo piú clamoroso: lo sviluppo di una mente autocosciente.

Se riusciamo a tenere insieme entrambe le prospettive, potremo renderci conto di qualcosa che non dobbiamo perdere. Che cioè, se da una parte nulla - assolutamente nulla, restando sul piano della sola scienza - ci autorizza a interpretare la nostra presenza come il realizzarsi di un progetto consapevole sin dall'inizio di quello a cui tendeva (e anzi vi sono molte evidenze del contrario), d'altro lato non possiamo nemmeno fare a meno di considerare il costituirsi della nostra specie come un risultato eccezionalmente importante dal punto di vista evolutivo, né evitare di legare - sia pure sul filo della sola storia - l'insieme delle contingenze che per una quantità innumerevole di volte hanno giocato a nostro favore nel percorso che ci ha fatto arrivare dove siamo.

Non dobbiamo esorcizzare la forza del caso. La meccanica quantistica ci sta spiegando sempre meglio che l'intero universo si determina secondo una ragione probabilistica (anche se forse la casualità è solo necessità non formalizzata): e allora perché non dovremmo ammettere l'esistenza delle stesse regole quando ci avviciniamo a vicende che ci riguardano piú da vicino? Altrimenti, avremmo sacrificato inutilmente la storia alla metafisica.

Nel nostro passato - dal piú remoto al piú prossimo - c'è una straordinaria sequenza di circostanze vantaggiose, che va valutata realisticamente per quella che è: il suo strepitoso accumulo deve essere considerato una parte costitutiva della vicenda umana e delle sue premesse evolutive - la sua tendenza piú significativa (il suo momentum trend) - e dovrebbe entrare a vele spiegate come un dato determinante nella nostra cultura. Ebbene sí, siamo una specie molto, ma molto fortunata. Capita, nella storia.

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2. stato invece proprio all'idea di una natura sottratta al mutamento - di una natura come argine e come confine posto al di fuori di qualunque trasformazione - che si sono sempre legate tutte le ipotesi di assegnarle un ruolo prescrittivo, la suggestione di intravedervi impressi definitivi e inviolabili codici metafisici.

Non sarebbe difficile dimostrare come i concreti valori normativi che, nelle differenti situazioni, si immaginava di leggere in un simile "ordine" non avessero nulla, e in nessun senso, di effettivamente "naturale", ma fossero solo le proiezioni di particolari contingenze culturali. Nella storia della vita non si esprimono altre "leggi" (volendo continuare a servirsi di questa metafora inadeguata), se non quelle intrinseche alle trasformazioni evolutive. E nella trama dello spazio-tempo non se ne trovano di diverse dai formalismi che descrivono i movimenti e le forze presenti in determinate condizioni "storiche" della materia e dell'energia (in un universo intento solo a "calcolare" se stesso), quasi sempre peraltro in termini probabilistici e tendenziali. Nei momenti cruciali della storia del cosmo, infatti, ogni ordine acquisito cede di colpo, e dà origine a nuovi scenari che si distinguono radicalmente da quelli anteriori. Anche le regolarità piú onnicomprensive, come quelle riflesse in enunciati del tipo «l'universo è fatto di atomi» oppure «la simmetria è all'origine di ogni evoluzione cosmica», rivelano una loro storicità, sia pure estrema. E persino la luce, alla cui velocità leghiamo il valore di una costante che consideriamo assolutamente immutabile, ha, come sappiamo per aver registrato la traccia della sua nascita, una propria storia.

La natura manifesta però visibilmente e intuitivamente delle ciclicità, che si ripetono su tempi per noi lunghissimi, e determina dei vincoli, con l'apparenza dell'eterno. Ed è stato perciò sempre facile inscrivervi dentro, come su una pagina bianca, quei contenuti etici e sociali che di volta un volta ogni cultura dominante (o che aspirava a esserlo) considerava come irrinunciabili, alla base stessa della propria esistenza: fino ad arrivare, in particolari contesti, a una sorta di naturalizzazione ideologica della morale, del diritto, dell'economia. Erano evidentemente solo concezioni, rapporti, modelli storicamente determinati - il risultato di contingenze dalla durata piú o meno variabile - ma venivano presentati come regole immutabili, che non si potevano in alcun modo aggirare. In questo senso, ogni epoca ha elaborato un suo peculiare e sempre diverso "ordine della natura", cui riteneva di poter affidare le proprie certezze. Ed è accaduto cosí che abbiamo a lungo considerato pienamente "secondo natura" istituzioni e pregiudizi che oggi ci appaiono del tutto aberranti.

successo con la schiavitú: una pratica che noi giudichiamo unanimemente degradante solo da meno di due secoli, ma che fino a ieri una lunga e nobile linea di pensiero, da Aristotele alla pubblicistica confederata durante la guerra civile americana, riteneva una tipica istituzione "naturale", senza che mai le Chiese cristiane avessero avuto molto da obiettare al riguardo. capitato con gli indios dell'America latina, valutati come "per natura" senz'anima dalla sbrigativa teologia sul campo dei conquistatori spagnoli. avvenuto per la condizione della donna, bollata come "per natura" inferiore a quella dell'uomo da una tradizione non meno importante e quasi incontrastata ancora fino alla prima metà del XX secolo. Accade tuttora per la proprietà, il mercato, il matrimonio, la famiglia, l'eterosessualità: considerati dai loro apologeti come forme assolutamente corrispondenti a quello stesso disegno "naturale" che si è dovuto ritirare dallo schiavismo, dal genere femminile e dagli indiani del nuovo mondo, abbandonandoli finalmente - e per loro fortuna - alla sola storia.

Sia chiaro, però: la naturalizzazione della morale non è stata unicamente uno strumento della conservazione della sopraffazione sociale, imperiale o di genere. servita a grandi battaglie di civiltà: contro poteri dispotici, in nome di una superiore giustizia "naturale"; o per l'inviolabilità di alcuni diritti fondamentali, immaginati come iscritti nella stessa "natura" dell'uomo. Anche se ogni volta sarebbe apparso poi evidente che, nelle diverse circostanze, non era la naturalità a ribellarsi alla storia, e che si trattava invece solo di due diverse storie in lotta fra loro.

Ma il punto non è di operare distinzioni fra usi corretti o deviati del paradigma naturalistico: bensí di lasciar affiorare l'origine e il meccanismo culturale alla base della sua formazione. E di avere ben presente che in ogni caso qualunque "ordine naturale" è sempre, rispetto ai suoi contenuti, un ordine provvisorio. Che esso riguardi ammassi galattici, forme di vita o particelle subatomiche, la differenza è solo di misure nella durata: miliardi di anni, o qualche milione, o microfrazioni di secondi. Per non dire di quella che noi chiamiamo "natura umana", la parte piú profonda della nostra base istintuale e razionale, su cui lavorano gli antropologi alla ricerca di costanti piú o meno universali del nostro cammino culturale, che come abbiamo visto si è stabilizzata nella sua forma attuale da non piú di qualche diecina di migliaia di anni: un tempo brevissimo in termini evolutivi.

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3. Al perpetuarsi dell'immagine della natura come vincolo e come barriera - e di lí come norma e come morale - ha corrisposto il simmetrico processo della sua sacralizzazione: che ne ha accresciuto il ruolo di misura intangibile, su cui è stata distesa una rete di inviolabili tabú, posti a guardia di regole da non discutere, a pena di gravissime conseguenze.

Le grandi religioni monoteiste - e il cristianesimo in primo luogo - hanno contribuito in modo assai efficace, e sia pure in maniere diverse, all'affermarsi di questa spinta che ha finito con il coinvolgere anche una parte della modernità laica. Per quanto riguarda in particolare l'Occidente, sarebbe una ricerca bellissima raccontare come il pensiero della Chiesa abbia partecipato per un verso a quella rimaterializzazione della natura che, dopo la fine del mondo antico, avrebbe portato alla nascita della scienza moderna e del suo nuovo rapporto con la tecnica; e allo stesso tempo abbia lavorato in modo potente alla diffusione di un'interpretazione teologica e metafisica dell'immediato retroscena fenomenico, fino a vedere operante, in ogni manifestazione sensibile, la presenza attiva di Dio. Ma qui purtroppo non possiamo nemmeno iniziare.

Sta di fatto che negli ultimi tre secoli la Chiesa cattolica si è ritrovata a contendere palmo a palmo all'indagine scientifica la descrizione e la spiegazione dell'universo e della vita, combattendo e perdendo grandi scontri, da Galilei a Darwin, ma sapendo tutte le volte, dopo ogni sconfitta, ricostruire piú indietro una linea di difesa accettabile, e sempre meno legata alla letteralità dei testi biblici. In questo progressivo ritrarsi, oggi la teologia pare aver completamente abbandonato la fisica e la cosmologia: un ricollocamento strategico silenzioso, ma non per questo meno significativo.

Il confine da difendere a tutti i costi sembra attraversare adesso la biologia. Perché lí è in gioco qualcosa di essenziale: non piú soltanto comprendere o trasformare la materia fuori di noi, ma incidere sui modi e la qualità del nostro essere al mondo, e sullo statuto primario del rapporto fra coscienza e materia. L'idea della generica sacralità della natura si è concentrata, cosí, in quella specifica della vita - che mai la Chiesa aveva protetto con tanta determinazione: visto che non aveva esitato in passato a far comminare la morte (dal proprio braccio secolare) in caso di gravi devianze religiose; aveva teorizzato in molte occasioni la guerra giusta; aveva ammesso la condanna capitale nell'ordinamento giuridico che reggeva la sua sovranità temporale.

In realtà, l'intransigenza dell'atteggiamento dottrinario e morale intercetta in questo caso, come abbiamo già accennato, un decisivo nodo di potere. Ed è innanzitutto una motivazione di potere e non di principio o di evangelizzazione a spingere la Chiesa al suo ennesimo arroccamento, e a combattere la sua battaglia.

Lo scontro si consuma intorno al controllo di due punti chiave nella geografia del nostro percorso di vita: l'ingresso e l'uscita. Come nasciamo e come moriamo. Fino a quando le pratiche sociali e culturali collegate alla gestione di questi due eventi rimarranno vincolate alla naturalità che la storia evolutiva ha selezionato fino a oggi per noi, il discorso religioso - che ha installato Dio e il sacro a ridosso della forma attuale della specie - può mantenerne il pieno dominio. La medicalizzazione è accettata, purché sotto tutela. L'esclusione dell'intervento umano oltre limiti dottrinariamente definiti si rovescia subito nel pieno riconoscimento del monopolio della Chiesa in questo campo. lei e solo lei l'unica abilitata a parlare di vita e di morte: una protagonista assoluta sul terreno della giustificazione ideologica di ogni biopolitica; diciamo anche delle bioideologie. Lei e solo lei è autorizzata a gestire strategie di speranza e di addolcimento che consegnano ogni nascita all'attuarsi di un disegno divino, e sottraggono ogni morte alla notte di un totale e cieco spezzarsi.

Ma se il divieto venisse meno, e l'uomo entrasse attraverso la tecnica a determinare, scegliere, intervenire, decidere, noi vedremmo una massa enorme di potere - ideologico, istituzionale, sociale - spostarsi e cambiare di segno: passare dalla religione e da chi la rappresenta a nuovi soggetti, non ancora ben definiti, ma certo in rapporto con le acquisizioni della scienza e con il loro uso sociale.

probabile che la Chiesa cattolica veda questa eventualità come il peggiore dei mali, perché la costringerebbe a una complicata operazione di riconversione culturale e ideologica (a un grande disinvestimento di sacro e a un suo proporzionale reinvestimento su altri temi), che non si sente ancora pronta a gestire.

So bene che non possiamo scartare del tutto altre ipotesi. Che possa temere anche per un motivo, diciamo cosí, teologico e di principio: perché pensa davvero che il divino sia appena piú in alto del nostro Dna. Ma non ritengo sia questa la spiegazione migliore: un Dio d'amore può benissimo restare accanto a un uomo finalmente padrone della propria forma biologica. La Chiesa non può ignorarlo.

Oppure possiamo immaginarla preoccupata perché, nella sua pessimistica saggezza, considera la nostra civiltà non ancora in grado di reggere una responsabilità cosí schiacciante come quella che si va profilando. Potrebbe sapere cose che noi non sappiamo. E allora rallentare, frenare, contenere sarebbe la sua missione, in attesa di tempi migliori. Ma di nuovo, dubito che questa sia l'interpretazione piú vicina alla verità. per se stessa che si batte, innanzitutto, la Chiesa.

In ogni caso, è sicuro è che essa oggi consideri necessario per l'uomo il prolungamento indefinito di una stato di inferiorità; il permanere di una cultura che accetti l'esistenza di vincoli sottratti alla sua disponibilità, che ne determinino il percorso. Insomma, di un'umanità in scacco, che si adagi nella minorità, e se ne appaghi.

Ed è invece proprio questo, una permanente minorità di vita che crea il bisogno di una continua eterodirezione, ciò che la rivoluzione in atto sta rovesciando, e già comincia a cancellare. Può non piacerci, e con le motivazioni piú diverse: ma la tendenza è inarrestabile.

Non c'è altro da fare se non prepararsi a uscire dall'infanzia, e diventare adulti. La nostra preistoria sta finendo: e non c'è modo migliore di addestrarsi a una nuova condizione che cominciare a praticarla, senza troppi sostegni. Ciò non implica - e lo si può affermare solo per violenza polemica - che dobbiamo figurarci un futuro dove tutto quel che tecnicamente si può fare, sarà ammissibile. Mai è accaduto cosí, nel nostro passato. Perché proprio adesso? Abbiamo costruito le armi nucleari, e abbiamo ancora occasioni di guerra, ma stiamo anche faticosamente imparando a non usarle, e anzi a respingerne l'impiego lontano dall'orizzonte del possibile; e forse, in questo campo, il rischio peggiore - lo sterminio improvviso di una guerra totale - è passato. Fra un'intangibilità metafisica e sacralizzata e l'arbitrio capriccioso di volontà non eticamente dedotte, esiste la strada della ragione mondana, dell'autodeterminazione morale, della norma condivisa: diciamo anche della "moralizzazione" di una natura consegnata per intero nelle nostre mani. E su questo terreno che si giocherà la partita decisiva.

La Chiesa potrebbe essere di grande aiuto in questo frangente, spendendo la sua eccezionale capacità di magistero e di ascolto. Avremmo bisogno però che fuoriuscisse da una rotta di collisione con la piú autentica vocazione dell'umano che non gioverà a nessuno; e che la guidasse un profeta in grado di anticipare il mutamento, piuttosto che di subirlo, e di dargli regole e voce. In fondo, è possibile che proprio questo volesse dire la metafora dell'albero della vita e di quello del bene e del male con i loro frutti proibiti, conficcata al centro del racconto della Genesi: che un uomo finalmente adulto, superata la prova della storia, può integrarsi con la presenza di Dio. E che quel testo enigmatico volesse soprattutto alludere a una strada, e indicare una meta.

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Stiamo cosí ricomponendo, dopo una frattura durata milioni di anni, storia evolutiva e storia dell'intelligenza. Ci stiamo muovendo verso una storia della vita orientata dall'intelligenza e non piú dall'evoluzione. Siamo sul punto di staccare completamente l'umano dalla naturalità della specie. in atto una sorta di grandioso "effetto reversivo" (la concettualizzazione è di Darwin stesso): la pressione evolutiva ha finito col selezionare una cultura capace di sostituirsi con la propria tecnica alla stessa selezione naturale che l'aveva prodotta.

Questo è il significato autentico del nostro presente: la totalizzazione tecnica della natura. La vita sta diventando davvero "uno stato mentale". Potevamo metterci di meno o di piú per arrivare dove siamo: non ha importanza. Il fatto è che l'appuntamento non è stato mancato. Quel che conta è che se fino a oggi il merito è andato (in gran parte) a una serie strepitosa di combinazioni, d'ora in poi ci dovremo guadagnare tutto: e non sarà facile.


Sostituire l'intelligenza all'evoluzione significa anche far cadere ogni barriera fra "naturale" e "artificiale", tra ciò che includiamo nell'"umano" e ciò che vi abbiamo tenuto fuori, e persino rimettere in questione il rapporto fra mente e corpo - le grandi dicotomie che hanno guidato, come abbiamo visto, l'infanzia della specie.

In realtà, l'artificialità è intervenuta assai presto a modificare la naturalità della vita, e la distinzione fra i due termini è molto meno intuitiva di quanto possa a prima vista sembrare, e di quanto si sia lasciato intendere in apertura di questo capitolo ( Monod ha scritto sull'argomento pagine bellissime). Una fascia di natura umanizzata - dove natura e artificio sono ormai indistinguibili - esiste da migliaia di anni sulla superficie del pianeta; e abbiamo cominciato da molto tempo a modificare, attraverso incroci e ibridazioni fra gli esemplari che sono apparsi dotati di caratteri per noi piú vantaggiosi, i processi di selezione di molte specie vegetali e animali. Non solo, ma l'uomo ha già cambiato geneticamente se stesso, permettendo in molte occasioni alle tecnologie di retroagire sul nostro sostrato biologico.

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Il rapporto fra scienza, tecnologia, finanza e mercato oggi sembra ricapitolare l'essenza del nostro tempo. Anche la rivoluzione industriale si era innescata sotto lo stesso segno (sia pure con una minore finanziarizzazione dell'economia). E un'altra simmetria che non sorprende. Nelle condizioni storiche che entrambe le volte si sono date, non c'era modo piú efficace per "liberare Prometeo" e innescare la fuga. E c'è da aggiungere che anche da questo punto di vista l'esperimento del comunismo si è rivelato del tutto inconcludente.

Ma verrà un momento in cui la modificazione tecnica dell'umano e il controllo complessivo dell'ecosistema non riusciranno piú a mantenersi dentro questa cornice. E in cui la forma di merce e la "mano invisibile" del mercato non saranno piú in grado di esprimere per antonomasia la razionalità sociale ed economica della specie ormai trasformata, né le potenzialità biologiche del pianeta, allora completamente nelle nostre mani. Nemmeno il capitalismo è eterno, anche se oggi sono in molti a cercare di presentarlo in una luce di necessità "naturale". Per non dire che già da tempo - lungo l'intero corso del Novecento - abbiamo imparato che non si può elevare il valore di scambio a misura di tutte le cose.

Non possiamo prevedere i modelli di socialità e di soggettività che si costruiranno nei nuovi scenari, i movimenti della loro dialettica - figure completamente impensabili a partire dalla nostra attuale esperienza. Ma possiamo immaginare che ancora abbastanza a lungo la politica e la democrazia saranno paradigmi insostituibili per determinare i punti d'incontro e di equilibrio fra potenza e ragione.

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