Copertina
Autore Alexander Stille
Titolo Nella terra degli infedeli
SottotitoloMafia e politica
EdizioneGarzanti, Milano, 2007, Saggi , pag. 536, cop.fle., dim. 14x21x3,5 cm , Isbn 978-88-11-74061-2
OriginaleExcellent Cadavers
TraduttorePaola Mazzarelli
LettoreRiccardo Terzi, 2007
Classe politica , storia criminale , paesi: Italia: 2000 , regioni: Sicilia
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Pagina 7

PREFAZIONE



Alla fine del 2006, in Italia le prime pagine di giornali e tv erano piene di articoli e servizi sulla guerra di camorra a Napoli e nel suo hinterland, con esecuzioni da film di gangster in pieno giorno. In Calabria, a Vibo Valentia, il 10 novembre 2006 sono state arrestate sedici persone con l'accusa di far parte della 'ndrangheta: tra gli arrestati, un giudice, due avvocati e un consigliere comunale; gli inquirenti sostengono di avere intercettazioni in cui gli imputati si accordano per «aggiustare» alcuni processi.

In quelle settimane, l'intera Italia meridionale sembrava un Far West selvaggio, senza governo e ingovernabile.

Il governo di centro-sinistra di Romano Prodi discusse se fosse necessario mandare l'esercito in Campania. Ma prima di prendere una misura del genere, il governo - e con lui l'intero mondo politico - avrebbe dovuto fare un esame di coscienza. Una delle ultime vittime, un malavitoso napoletano ucciso a dicembre in un affollato caffè di Napoli, era appena uscito dal carcere grazie all'indulto approvato pochi mesi prima dal governo Prodi, con il parere favorevole di quasi tutti i partiti. L'indulto non è certo la causa delle guerre di mafia, ma riflette la debolezza dei processi decisionali di un ceto politico dalla memoria corta e con poca voglia di combattere davvero la criminalità organizzata.

I recenti episodi - con il loro contorno, ormai rituale, di espressioni sdegnate e la promessa di cambiare politica - suonano insieme familiari e deprimenti. Basta cambiare alcuni nomi e date, ma sono le stesse storie che si sentivano nel 1991 o nel 1992, quando il governo italiano decise di mandare un contingente militare in Sicilia dopo la morte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La storia si ripete, dando l'impressione che sia stato sprecato più di un decennio: in questi dodici anni l'Italia, governata alternativamente dal centro-destra e dal centro-sinistra, sembra aver dimenticato, con una velocità davvero sorprendente, la lezione tragica e dolorosa della morte di Falcone e di Borsellino.


L'ipotesi intorno a cui ruota questo libro è che la mafia in Italia sia un problema politico. L'esperienza siciliana degli ultimi cinquant'anni dimostra con chiarezza che quando lo Stato combatte la mafia con tenacia e determinazione, vince - e di solito vince facilmente. A metà degli anni Sessanta, a metà degli anni Ottanta e poi, ancora una volta, all'inizio degli anni Novanta, il governo italiano ha concentrato le proprie risorse nella lotta al crimine organizzato, con risultati clamorosi e pressoché immediati. In particolare, tra il 1992 e il 1994, dopo la morte di Falcone e di Borsellino, il tasso di omicidi si è quasi dimezzato, così come gli attentati contro negozi e cantieri e in genere i delitti tipici del crimine organizzato. Contemporaneamente sono diminuite in misura analoga anche le morti per overdose. In altri termini, l'arresto di alcune migliaia di uomini e la decisione di concentrarsi su alcune grandi organizzazioni criminali ha prodotto risultati eccezionali in tempi assai brevi.

Quell'esperienza ha distrutto alcuni dei miti sulla mafia più radicati e controproducenti: che si tratti di un fenomeno antropologico informe, un sottoprodotto naturale e inevitabile della cultura siciliana, un fenomeno che c'è sempre stato e sempre ci sarà, e dunque è impossibile o inutile combatterla. L'esperienza della «primavera palermitana» dimostra il contrario. La mafia è il prodotto di circostanze storiche specifiche e piuttosto recenti: di fatto dopo l'Unità lo Stato italiano non è riuscito a esercitare il monopolio della violenza sul terzo meridionale del proprio territorio. Il compito principale di uno Stato moderno, nella sua forma più essenziale, minima, consiste nel garantire l'incolumità fisica, la certezza della legge, il rispetto dei contratti, la correttezza nelle transazioni finanziarie e nel punire quelli che violano queste regole imponendo il rispetto della legalità. Questo non è avvenuto - in particolare nel Meridione è avvenuto solo sporadicamente, con conseguenze facilmente prevedibili. La mancanza di queste garanzie elementari ha lasciato spazio agli imprenditori della «protezione» e della violenza, che hanno riempito quel vuoto. Le minacce di violenza da parte di alcuni individui sono apparse in genere molto più credibili delle offerte di protezione da parte dello Stato, e questo ha costretto i cittadini ad accettare una serie di accordi privati e di compromessi, dal pagamento del pizzo all'omertà.

Quando Falcone e Borsellino iniziarono a investigare, furono in molti a sostenere che era inutile portare i mafiosi davanti a un tribunale, perché i siciliani non avrebbero testimoniato. Ma quando il pool antimafia iniziò a dimostrare la propria determinazione e la propria efficacia - sostenuto per un certo periodo anche dal governo centrale - i testimoni si moltiplicarono e di conseguenza arrivarono anche numerose condanne. Quando il governo si impegnò seriamente nella lotta contro il racket, i commercianti si fecero avanti e iniziarono a denunciare le tentate estorsioni; ma non appena lo Stato parve esitare nella sua azione, i commercianti ripresero le vecchie abitudini: ricominciarono a pagare e a stare zitti. Insomma, l'esperienza ha dimostrato che l'omertà e il preferire la giustizia privata a quella pubblica non sono tratti culturali profondi: sono piuttosto risposte razionali a situazioni di estrema insicurezza e di grave pericolo, che possono però cambiare molto rapidamente non appena cambia la situazione.

Allo stesso modo, si è visto che la violenza mafiosa non è un tratto endemico di una società intrinsecamente violenta, ma l'azione consapevole di un'organizzazione in grado di usare l'omicidio con obiettivi specifici. Quando il numero di mafiosi in carcere diventò troppo alto, o quando l'organizzazione scelse di tenere un basso profilo, i killer andarono in vacanza. Questo dimostra senza ombra di dubbio che quegli omicidi non erano un'espressione di sicilianità, ma l'opera di gruppi criminali ben organizzati. Allo stesso modo, divenne evidente che i progressi delle indagini erano più rapidi nei periodi in cui lo Stato si impegnava sul fronte dell'antimafia: perché senza protezioni politiche Cosa Nostra e le altre organizzazioni criminali dell'Italia meridionale sono molto vulnerabili. Negli anni Settanta e Ottanta, capimafia come Salvatore Riina e Bernardo Provenzano erano «fantasmi»: erano dappertutto e da nessuna parte. Quando vennero arrestati, rispettivamente nel 1993 e nel 2006, si capì che erano solo due uomini qualunque, piuttosto anziani, e che erano sfuggiti alla cattura solo grazie a una rete di protezione e sostegno che si avvaleva della complicità di diversi uomini delle istituzioni. Senza questa protezione di Stato, i mafiosi non sono più figure mitiche, ma solo criminali crudeli e ignoranti, che devono ricorrere alla violenza per ottenere quello che non possono ottenere con sistemi leciti.

Sostenere che la mafia è essenzialmente un problema politico, vuol dire due cose: da un lato che è possibile sconfiggerla; dall'altro che questa vittoria dipende dall'impegno coerente e dalla volontà del governo. Significa che i rapporti, così antichi, così malsani, tra il crimine organizzato e certe frange del sistema politico italiano devono essere tagliati - e devono restare separati a lungo. Solo così è possibile affrontare seriamente il problema della criminalità organizzata e fare in modo che regioni come la Sicilia possano spostare l'accento dalla pura repressione alla creazione di un'economia sana e allo sviluppo di una società fondata sul rispetto della legge.

Dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai primi anni Novanta, la mancanza di una chiara volontà politica da parte dello Stato italiano è stata giustificata con la Guerra fredda. Uomini politici - legati soprattutto (ma non solo) alla Democrazia cristiana - hanno preferito ignorare i legami tra il crimine organizzato e i boss locali del partito. Il crollo del muro di Berlino e l'uccisione di Falcone e di Borsellino sembrava aver privato il ceto politico italiano di questo alibi. Senza protezione politica, la mafia si rivela assai vulnerabile: in quegli anni, centinaia di mafiosi vennero arrestati e iniziarono a parlare come tutti i criminali terrorizzati dalla prospettiva di finire i loro giorni in galera. Perché è ora di farla finita con la «cultura dell'omertà».

Gli anni d'oro successivi al sacrificio di Falcone e di Borsellino, il biennio 1992-1994, è ormai molto lontano dall'attuale panorama culturale - sembrano appartenere a un'altra era - e si dimentica troppo facilmente che lo Stato italiano era quasi riuscito a sconfiggere Cosa Nostra. Certo, era prematuro parlare di morte della mafia - anche se invece qualcuno lo fece - ma era convinzione diffusa, sia dentro sia fuori da Cosa Nostra, che la mafia avesse perso una battaglia cruciale. «I mafiosi facevano la coda per essere sentiti», ha ricordato dieci anni dopo Ignazio De Francisci, che fece parte del vecchio pool antimafia: «Era come una specie di 8 settembre - tutti a casa, lo Stato ha vinto».

Nel 1995, quando ho finito di scrivere la prima edizione di questo libro, si poteva già intuire da molti segni che quegli anni d'oro stavano finendo. Si capiva anche che Cosa Nostra stava cercando e trovando interlocutori nei nuovi partiti sbocciati per riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa della Dc e dei suoi alleati. «La mafia non ha un'ideologia. La mafia sta con il potere politico. normale, fisiologico che cerchi amici nel nuovo sistema politico», mi ha spiegato l'ex sostituto procuratore Giuseppe Ayala quando l'ho incontrato nell'estate del 2004.

Anche alcuni esponenti del centro-destra capirono il problema della mafia, come Giuseppe Tricoli, consigliere regionale siciliano di An: « nostro compito di governanti impedire lo sviluppo di un nuovo patto tra mafia e politica. Il risultato di questo scontro stabilirà il vincitore dell'intera partita».

Purtroppo le cose non sono andate come aveva sperato Tricoli. Quasi nessuno nel centro-destra ha fatto molto per impedire che si riformasse quell'alleanza tra mafia e politica, quasi nessuno nel centro-sinistra ha pensato che la questione meritasse di diventare una priorità nazionale. Subito dopo l'ingresso di Silvio Berlusconi in politica, sono emerse le prove di legami di lunga data tra Marcello Dell'Utri - il manager di Publitalia che guidava la campagna elettorale di Forza Italia, oltre che uno degli amici più cari del leader - e numerosi esponenti della criminalità organizzata. Questi legami hanno poi portato alla condanna di Dell'Utri per reati connessi alla mafia. Anche a chi ritiene che la sentenza di quei processi dev'essere cambiata, quell'inchiesta ha dimostrato senza ombra di dubbio - anche perché lo stesso Dell'Utri l'ha ammesso in più di un'occasione - che esponenti di primo piano del più grande partito politico italiano hanno goduto nell'arco di trent'anni dell'amicizia e di ripetuti contatti con malavitosi condannati per omicidio, sequestro di persona, estorsione e traffico d'eroina. Che questi rapporti siano basati sulla paura e sull'intimidazione - come sostiene Dell'Utri - oppure sulla collusione e su interessi comuni - come sostengono i suoi accusatori - la sostanza non cambia: nei due casi, la mafia ha avuto accesso a una delle personalità più influenti del nuovo ceto politico, l'uomo che più di ogni altro ha contribuito a scegliere i candidati del partito di maggioranza relativa per le elezioni siciliane.

Sarà anche un caso, ma è sconvolgente scoprire che un'alta percentuale di uomini politici di Forza Italia in Sicilia condivide con Dell'Utri la sconcertante abitudine di tenere incontri ravvicinati con Cosa Nostra. Nel 1995 il presidente della provincia di Palermo Giuseppe Musotto venne indagato quando si scoprì che un capomafia come Leoluca Bagarella, all'epoca latitante, si era nascosto nella villa di famiglia dei Musotto. Musotto alla fine venne assolto perché la corte stabilì che non era a conoscenza del soggiorno del boss, mentre suo fratello venne condannato. Di fronte a una situazione del genere, Forza Italia avrebbe potuto decidere che non era opportuno far rappresentare il partito da un esponente con queste affinità familiari - indipendentemente dal fatto che fossero penalmente rilevanti. Invece Musotto venne trattato come un martire politico, l'ennesimo esempio dell'accanimento della magistratura siciliana contro Berlusconi. E così Musotto è stato trionfalmente rieletto.

All'epoca del secondo governo Berlusconi, tra i 61 parlamentari del centro-destra siciliani (su 61 posti disponibili) figurava Nino Mormino, un avvocato di mafia palermitano che aveva difeso Totò Riina al maxiprocesso di Palermo e aveva poi continuato a difendere altri esponenti di primo piano di Cosa Nostra. Per Forza Italia un personaggio con questo curriculum era evidentemente adatto per diventare vicepresidente della commissione giustizia della camera.

Il presidente della regione Sicilia Salvatore (Totò) Cuffaro è stato rinviato a giudizio nel novembre 2004 per aver avvertito un sospetto mafioso che la sua abitazione era stata messa sotto sorveglianza elettronica. « stato Totò», avrebbe detto il sospettato. Sebbene indagato per collusioni mafiose, Cuffaro è stato candidato per un secondo mandato e ha di nuovo ricoperto l'incarico. «Totò è quanto di meglio ci possa essere», ha detto un boss (condannato e intercettato) mentre discuteva delle successive elezioni.

Nel 2002, al termine di una brillante operazione, la polizia italiana è riuscita ad arrestare quindici presunti boss in un colpo solo: era la «commissione» della provincia di Agrigento, riunita, secondo la polizia, in un summit per votare il nuovo rappresentante provinciale capomandamento e per festeggiarne l'elezione. Tra i quindici seduti intorno a quel tavolo, c'era Giuseppe Nobile, che faceva parte della giunta provinciale di Agrigento per Forza Italia. In altri termini, nella provincia di Agrigento il governo legale e quello illegale sembrerebbero strettamente connessi. (Peraltro c'erano diverse ragioni per sospettarlo anche prima delle elezioni: lo zio di Nobile era un noto boss mafioso e lo stesso Nobile era stato arrestato - e poi rilasciato per mancanza di prove - per reati di mafia.)

La lista potrebbe allungarsi. In qualche rara circostanza, alcuni politici siciliani di Forza Italia hanno protestato, chiedendo al partito di liberarsi dei personaggi sospetti. A Catania, due leader locali di Forza Italia, Umberto Scapagnini e Antonio Fiumefreddo, hanno cercato di bonificare il partito dai collegamenti mafiosi, verificando con la polizia prima di accettare una candidatura, e redigendo accurate relazioni su candidati che erano stati arrestati o processati per gravi reati o avevano rapporti documentati con la criminalità organizzata. Però la risposta del partito è stata tiepida: uno dei leader di Forza Italia in Sicilia (Gianfranco Micciché) non rispose (secondo Fiumefreddo e Scapagnini) alle loro denunce. Furono emarginati e ricevettero minacce di morte: «All'interno di Forza Italia in Sicilia non c'è alcun interesse a fare la guerra alla mafia», ha denunciato Fiumefreddo nel 1996, dando le sue dimissioni dal partito.

Questi solitari moralisti sono stati ignorati, oppure attaccati direttamente dal coordinatore del partito in Sicilia, Gianfranco Micciché, uno dei numerosi deputati reclutati tra i ranghi di Publitalia, l'azienda del gruppo Mediaset - diretta da Dell'Utri - che si occupa della raccolta pubblicitaria. Micciché ha fatto carriera, fino a diventare sottosegretario all'Economia, per poi finire coinvolto in un clamoroso caso giudiziario. Nel corso di un'indagine sul traffico di droga, la polizia italiana pedinò uno spacciatore che consegnava 20 grammi di cocaina a un assistente del sottosegretario Micciché; l'uomo portò la droga all'interno degli uffici del ministero, senza alcun controllo all'ingresso. Alcune intercettazioni delle conversazioni tra i due principali sospetti convinsero gli investigatori che il destinatario della cocaina fosse proprio Micciché. Nel corso di una telefonata, l'assistente di Micciché, Alessandro Martelli, spiegò che avrebbe potuto pagare la droga solo dopo averla consegnata al suo capo. Si scoprì anche che Micciché era stato coinvolto anni prima in un'altra inchiesta per traffico di cocaina, quando ancora era un dirigente di Publitalia: si difese sostenendo che si trattava di uso personale, e dunque non era perseguibile. Poiché non c'è la prova che Micciché fosse il destinatario finale della droga, non è stato possibile proseguire l'inchiesta, tuttavia un minimo di decoro avrebbe suggerito che un uomo con un passato di consumatore di cocaina, con un assistente che introduce droga all'interno del ministero per il suo boss, non è forse la persona più adatta per fare il sottosegretario all'Economia, e ancor meno per svolgere le funzioni di guida del più importante partito politico in una regione come la Sicilia, dove comportamenti di questo genere possono facilmente portare al ricatto. In realtà l'intera vicenda venne ridotta a una piccola storia di cronaca nera locale invece di un caso nazionale, e nessuno chiese con particolare energia le dimissioni di Micciché dalle sue importanti cariche.

In effetti, nel corso di un'altra indagine sono emerse 38 telefonate di Micciché con un uomo d'affari siciliano che aveva legami mafiosi. In una di queste telefonate, l'uomo d'affari chiede e ottiene un favore. Ma la preoccupazione principale di Forza Italia fu un'altra: che le intercettazioni di un uomo politico - anche se quello che veniva controllato era il telefono di un potenziale criminale (successivamente condannato) - non venissero utilizzate nell'indagine.

Diversi deputati - adeguandosi in questo al gigantesco conflitto d'interessi di Silvio Berlusconi - hanno ritenuto opportuno continuare a difendere, come avvocati, numerosi criminali, compresi diversi mafiosi; nel frattempo, come rappresentanti del popolo, pagati con il denaro delle tasse degli italiani, votavano leggi in materia di giustizia.

Numerosi testimoni di mafia - compresi alcuni mafiosi ai vertici dell'organizzazione - hanno parlato di un patto tra Cosa Nostra e Forza Italia, dicendo che alcuni esponenti del partito avevano promesso di annacquare la legislazione antimafia.

I sostenitori di Berlusconi amano dire: «Se la mafia ha fatto un patto con Berlusconi, non ha certo fatto un affare, perché non ha ottenuto quasi niente». E sottolineano il fatto che il governo Berlusconi ha mantenuto in vigore la legge che istituiva le cosiddette «carceri speciali», che ospitano circa 600 tra i più pericolosi condannati per reati mafiosi e che rendono più difficoltosa la comunicazione dei detenuti con il mondo esterno. Sottolineano anche il fatto che in Sicilia gli omicidi sono diminuiti rispetto agli anni Ottanta e Novanta, prima del grande crollo del 1992 e 1993.

C'è peraltro qualche prova che alcuni boss della mafia siano rimasti delusi. Dopo l'arresto, Leoluca Bagarella si alzò in tribunale e fece un discorso piuttosto strano (e un po' criptico) su certe «promesse non mantenute», aggiungendo che i mafiosi in carcere erano «stufi di essere usati come merce di scambio dai diversi partiti politici» («l'Espresso», 21 novembre 2002). Nello stesso periodo un gruppo di imputati di mafia diffuse una lettera aperta che aveva obiettivi più chiari: «Dove sono gli avvocati dell'Italia meridionale che hanno difeso molti imputati di mafia e adesso occupano posizioni chiave in molte commissioni [parlamentari]? Lo facevano solo per i soldi?».

Se un boss come Leoluca Bagarella era arrabbiato con lui, vuol dire che Berlusconi si stava comportando bene. Ma se i mafiosi condannati all'ergastolo - molto spesso per reati commessi prima che Berlusconi entrasse in politica - hanno molto di cui lamentarsi, quelli che non sono ancora stati catturati qualche motivo di gratitudine ce l'hanno.

Secondo alcuni pentiti, Cosa Nostra aveva quattro obiettivi: la chiusura delle «carceri speciali» per i mafiosi con l'abolizione del 41bis; la cancellazione degli ergastoli per i capimafia; la revisione dei programmi di gestione dei pentiti; e la riforma del codice penale per accrescere i diritti della difesa.

del tutto corretto sostenere che almeno la metà delle richieste di Cosa Nostra è stata soddisfatta, e che figure di primo piano di Forza Italia, a un certo punto, hanno premuto per ottenere almeno uno di quegli obiettivi, o addirittura tutti e quattro. Ma Forza Italia governava con una coalizione, e il partito non sempre è riuscito a raccogliere una maggioranza in grado di far approvare le sue proposte.

In Parlamento l'esercito degli avvocati difensori non è rimasto con le mani in mano: se non è riuscito a esaudire tutti i desideri di Riina e Bagarella, non è certo per mancanza di buona volontà. Non appena si insediò il primo governo Berlusconi, nel 1994, il sottosegretario alla Giustizia (naturalmente un avvocato), Domenico Contestabile, propose di eliminare le «carceri speciali» per i mafiosi. Poco dopo il ministro per l'Ambiente (Altero Matteoli) propose di chiudere le carceri speciali dell'Asinara e di Pianosa, odiate dai boss mafiosi ma assai efficaci nel tagliare i contatti con le loro organizzazioni. Perché mai, chiese il ministro, quelle isole così belle e suggestive dovevano essere precluse ai turisti italiani? Perché mai la loro bellezza dovevano godersela solo i mafiosi? In quei mesi, l'Italia era in piena emergenza mafia, e smantellare i pilastri della legislazione contro la criminalità organizzata non era una mossa politicamente astuta. Ma Forza Italia riuscì a stringere un'alleanza con i settori libertari, garantisti e ambientalisti del centro-sinistra: insistendo, riuscì a far chiudere quelle prigioni. «Un errore storico», denuncia Ignazio De Francisci, che è stato uno dei sostituti con Falcone al pool antimafia di Palermo ed è attualmente procuratore capo ad Agrigento. Venne modificata anche la legislazione sulle «carceri speciali», in modo da rendere più facile la vita dei boss: fu permesso loro di ricevere cibo dall'esterno e di incontrare i parenti senza il divisorio in plexiglass ed ebbero più tempo per «socializzare» con gli altri prigionieri per reati di mafia - naturalmente tutto questo agevolava chi voleva restare al vertice del business mafioso. E così, se in teoria il governo Berlusconi confermava le leggi antimafia, l'esercito degli avvocati-difensori-parlamentari toglieva a quelle stesse leggi buona parte della loro efficacia.

Allo stesso modo, Forza Italia è riuscita a ottenere una radicale revisione della gestione dei collaboratori di giustizia, che ha ridotto il flusso dei «pentiti» da un torrente a un ruscelletto. (Convinto che i giudici lo stessero perseguitando, Berlusconi si difese dicendo che gli ex mafiosi stavano inventandosi un sacco di frottole su di lui per non scontare le loro condanne all'ergastolo.) In effetti cambiare le leggi del 1992 era opportuno per diversi motivi: scritte nel corso di una grave emergenza - quando i testimoni disposti a collaborare erano pochi - offrivano ai pentiti di mafia un'ampia serie di benefici. Se il numero dei pentiti si moltiplicò, la loro sincerità e credibilità diminuì proporzionalmente, vennero liberati alcuni pentiti che si erano macchiati di crimini odiosi e si verificarono indiscutibili abusi - ai quali naturalmente i media di Berlusconi diedero ampio spazio - screditando ulteriormente il programma di gestione dei pentiti agli occhi dell'opinione pubblica.

La nuova normativa chiede che i pentiti restino in carcere più a lungo, prevede la confisca dei loro beni e riduce l'arco di tempo nel corso del quale possono testimoniare. Sono in molti a sostenere che adesso la normativa è diventata troppo punitiva e che ormai i rischi superino i benefici: risultato, negli ultimi anni i pentiti sono diventati una rarità. Tra il 1992 e il 1994, ci furono circa mille pentiti, una vera e propria emorragia da Cosa Nostra, che metteva a rischio la stabilità e la struttura dell'organizzazione. Quell'emorragia si è fermata. Uno dei provvedimenti - il limite di 180 giorni imposto ai pentiti per dire tutto quello che sapevano - venne adottato in seguito al caso Dell'Utri. Chiedere ai pentiti di raccontare tutto quello che sanno nell'arco di sei mesi dovrebbe evitare che «ricordino» episodi mai accaduti su richiesta degli inquirenti. Ma è servito anche a rendere nulle alcune testimonianze corroborate da prove robuste, come quella di Antonino Calderone nel caso Dell'Utri.

Calderone si pentì nel 1987, e fino al 1994 non disse mai di aver incontrato Marcello Dell'Utri. In effetti, quando gli venne chiesto per la prima volta di ricostruire la sua carriera criminale, Calderone non aveva nessun motivo per nominare Dell'Utri. Non erano stati complici in nessun crimine, e i suoi rapporti con Dell'Utri si riducevano a una sola cena, alla quale era stato invitato per caso. E gli inquirenti non chiesero a Calderone di Dell'Utri, perché a quell'epoca non era al centro di alcuna indagine. Ma quando nel 1994 iniziarono ad accumularsi indizi su di lui, gli inquirenti decisero di chiedere a Calderone se conoscesse Dell'Utri e così emerse la storia della cena con Mangano. Calderone fu in grado di descrivere le circostanze con tale precisione che Dell'Utri fu costretto ad ammettere che quella cena c'era stata, dimostrando così che la credibilità dei testimoni non dipende dal momento in cui rendono la testimonianza, ma dall'abilità degli investigatori nel trovare conferme alle loro deposizioni e nel determinarne la credibilità.

A onor del vero, va aggiunto che queste misure vennero approvate con un accordo bipartisan, alcune addirittura dal governo di centro-sinistra, tra il 1996 e il 2001. «I cambiamenti più dannosi vennero fatti quando al potere c'era la sinistra», sostiene Francesco Lo Voi, un procuratore dell'antimafia che dopo aver lavorato con Falcone è attualmente membro del Csm.

Non è necessario ipotizzare che sia stato stretto un vero e proprio patto per credere che Forza Italia e Cosa Nostra possano avere interessi comuni. In base al semplicissimo principio «I nemici del miei nemici sono miei amici», la mafia e il partito di Berlusconi avevano più di un motivo per fare fronte comune. Molte delle riforme giudiziarie berlusconiane servivano ad alleggerire la posizione degli imputati di Mani Pulite, ma erano ugualmente utili a molti mafiosi. E considerata la presenza di Vittorio Mangano ad Arcore e le diverse indagini su Dell'Utri e sullo stesso Berlusconi per le loro frequentazioni mafiose, Berlusconi aveva tutto l'interesse a tarpare le ali degli ambiziosi pubblici ministeri dell'antimafia.

La mafia ne era perfettamente consapevole, come dimostra l'intercettazione di una conversazione tra Giuseppe Guttadauro, un boss siciliano (condannato) molto vicino a Bernardo Provenzano. A proposito delle elezioni del 2001, disse: «Speriamo che sale la destra... Berlusconi se vuole risolvere i suoi problemi, ci deve risolvere pure quelli nostri, quantomeno». (Saverio Lodato e Marco Travaglio, Intoccabili , Rizzoli, Milano 2005, p. 390).

Questo avrebbe potuto accadere anche senza il processo Dell'Utri e la paura di quel che avrebbe potuto fare la procura di Palermo. Sul capo di Berlusconi e di molti dei suoi più stretti collaboratori pendevano numerosi processi per corruzione e i giudici «troppo zelanti» erano da tempo i suoi nemici giurati.

Allo stesso modo altri provvedimenti esemplari del governo - come i condoni fiscale ed edilizio e il decreto sul rientro dei capitali dall'estero - forse non vennero concepiti per fare un favore alla mafia, ma per la criminalità organizzata sono stati una manna.

L'evasione fiscale e le costruzioni abusive sono due elementi indispensabili all'economia illegale dell'Italia meridionale. I guadagni in nero vengono utilizzati per pagare il pizzo e la mafia s'infiltra nelle varie fasi dell'attività edilizia abusiva. Quando il primo governo Berlusconi ha emanato il condono edilizio, il numero di edifici abusivi è passato da 58.000 all'anno a 83.000 all'anno. Quando la storia si è ripetuta con il secondo governo Berlusconi, Legambiente ha stimato che l'aumento del numero di edifici abusivi tra il 2001 e il 2003 sia stato del 41 per cento.

Sono tornato a Palermo nell'estate del 2004 e mi è sembrato che molti dei vecchi colleghi di Falcone e di Borsellino fossero pessimisti. Giuseppe Di Lello, uno dei fondatori del pool antimafia, si lamentava perché i contatti tra la mafia e i politici erano così frequenti che un uomo politico non pagava più alcun prezzo - né politico né penale - per le sue frequentazioni mafiose. In base alle valutazioni più accreditate, la mafia era più forte che mai, ma aveva ripreso la sua classica strategia: mantenere un basso profilo. Il basso numero di omicidi riduceva la pressione dell'opinione pubblica e delle forze dell'ordine al minimo. Negli anni immediatamente successivi alle stragi, l'omicidio di Falcone e di Borsellino era sembrata una scommessa rischiosa che si era ritorta contro la mafia. Sono passati quindici anni, e molti dei loro colleghi non ne sono più così sicuri. Secondo Di Lello, all'inizio la mafia ha pagato un prezzo molto alto, ma alla lunga quel rischio ha dato i suoi frutti. Con figure di enorme prestigio come Falcone e Borsellino, l'ammorbidimento della legislazione antimafia sarebbe stato molto più difficile. Una volta tolti di mezzo, per Berlusconi e i suoi è stato molto più facile dipingere il pool antimafia di Palermo come una cellula di giudici di sinistra e isolarli dal grosso dell'opinione pubblica. «Mi sono chiesto più volte», mi ha confidato Ignazio De Francisci quando sono tornato a incontrarlo, «è valsa la pena? Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno pagato il più alto prezzo - hanno dato le loro vite - per questo nostro Stato, per creare una vita migliore per noi e questa nostra Sicilia. Ma è valsa la pena? Non lo so, non riesco a dare a questa domanda una risposta lucida, saggia.»

Un momento di sconforto è del tutto comprensibile, da parte di chi ha visto morire amici e colleghi, e ha visto lo Stato perdere un'occasione irripetibile. Tuttavia io sono convinto che Falcone e Borsellino non sono morti invano. Oggi grazie al loro lavoro sappiamo molto di più sulla mafia. Sappiamo anche come combatterla e sconfiggerla. Investigatori e giudici hanno usato le loro strategie e le loro indagini e scoperte per istruire centinaia, forse migliaia di processi. Probabilmente in questi anni l'Italia e la Sicilia hanno fatto qualche passo indietro, ma la situazione e senz'altro migliore e piu fluida rispetto a venticinque anni fa, quando Falcone e Borsellino hanno iniziato il loro lavoro.

Se pensiamo a dieci o dodici anni fa, è difficile vedere un progresso, ma rispetto alla Sicilia prima di Falcone e di Borsellino ciò è evidente: lento, ottenuto a caro prezzo, tra lacrime e sangue, ma innegabile.

Se è facile vedere che inquirenti e giudici hanno fatto notevoli passi avanti, ci sono meno indizi del fatto che le due maggiori coalizioni politiche capiscano davvero quel che bisogna fare: un impegno serio e coerente nella lotta contro la mafia; tolleranza zero per gli uomini politici che hanno contatti con il crimine organizzato; l'estinzione di un'economia fondata sulle sovvenzioni statali, che porta a clientelismo, corruzione e controllo da parte di interessi mafiosi.

Bisogna pensare alla Sicilia un po' come si pensa all'Irlanda. Per secoli l'Irlanda è stata per diversi aspetti simile alla Sicilia: un'isola con una storia di violenza e sottosviluppo, e con una cultura che pareva particolarmente refrattaria al cambiamento. Ma negli ultimi vent'anni l'Irlanda è stata protagonista di un impetuoso progresso economico e di una straordinaria crescita; e non è un caso che la violenza sia cessata. La tregua proclamata dall'Irish Republican Army ha certamente contribuito a migliorare il clima per gli investimenti, e il rapido sviluppo dell'isola rende la possibilità di un ritorno alla violenza sempre meno probabile, anno dopo anno.

Aprile 2007

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PROLOGO



Nel 1876 il giovane parlamentare toscano Leopoldo Franchetti partì per la Sicilia con l'incarico di riferire su quell'isola incomprensibile che nell'arco di breve tempo era diventata la regione più inquieta e difficile da assorbire nel nuovo Stato italiano. Il viaggiatore rimase incantato dalla bellezza di Palermo: la maestosità dei palazzi barocchi, la squisita cortesia e ospitalità degli abitanti, il clima dolce e solatio, le esotiche palme, il profumo inebriante degli aranci e dei limoni in fiore nei fertili agrumeti della Conca d'Oro.

Il viaggiatore giunto da poco può credere che la Sicilia è il paese del mondo dove la vita è per tutti più facile e piacevole. Ma se egli si trattiene, se apre qualche giornale, se presta l'orecchio alle conversazioni [...] sente a poco a poco tutto mutarglisi d'intorno. [...] Egli sente raccontare che in quel tal luogo è stato ucciso, con una fucilata partita da dietro a un muro, il guardiano del giardino, perché il proprietario lo aveva preso al suo servizio invece di un altro suggeritogli da certa gente che s'è presa l'incarico di distribuire gl'impieghi altrui, e di scegliere le persone cui dovranno darsi a fitto. Un poco più in là, un proprietario che voleva affittare i suoi giardini a modo suo si è sentito passare una palla un palmo sopra il capo, in via di avvertimento benevolo, dopo di che si è sottomesso. Altrove, a un giovane che aveva avuto abnegazione di dedicarsi alla fondazione e alla cura di asili infantili nei dintorni di Palermo, è stata tirata una fucilata [...] perché certe persone, che dominavano le plebi di quei dintorni, temevano ch'egli, beneficiando le classi povere, si acquistasse sulle popolazioni un poco dell'influenza ch'esse volevano riserbata esclusivamente a se stesse. Le violenze, gli omicidi, pigliano le forme più strane. Si narra di un ex-frate che in paese vicino a Palermo aveva assunto la direzione delle prepotenze e dei delitti, e andava poi a portare gli ultimi conforti della religione a taluni tra coloro che aveva fatto ferire. Dopo un certo numero di tali storie, tutto quel profumo di fiori d'arancio e di limone principia a sapere di cadavere.

Il profumo dei fiori d'arancio e di limone cominciò a «sapere di cadavere» fin da uno dei miei primi viaggi a Palermo. Andai a far visita a Domenico Signorino, uno dei due procuratori che avevano condotto con successo il maxiprocesso di Palermo, il più grande processo di mafia della storia. Signorino si mostrò più aperto e cordiale della maggior parte dei magistrati, soprattutto in Sicilia. Nel corso di una lunga, piacevole conversazione mi parlò con nostalgia e affetto dei colleghi che avevano perso la vita nella guerra contro la mafia. Qualche giorno dopo, il «Giornale di Sicilia» riportava la foto di Signorino in prima pagina. Il titolo diceva: Magistrati siciliani nella bufera: un pentito accusa. Due giorni dopo, Signorino si uccise con un colpo di pistola.

Non si è ancora accertato se il giudice Signorino fosse o non fosse colpevole. Il mafioso che lo accusava (Gaspare Mutolo) si è dimostrato testimone attendibile ed è difficile credere che una persona con la coscienza pulita possa uccidersi di fronte a tale accusa. Ma i colleghi di Signorino giurano sulla sua innocenza, alludono a una sua fragilità psichica e sostengono che il trauma dell'umiliazione pubblica può essere intollerabile per chi è abituato a godere del rispetto e dell'approvazione di tutti. Alcuni trovano fortemente sospetto che su cinque giudici accusati di collusione con la mafia fosse trapelato alla stampa il solo nome di Signorino. Che il giudice fosse stato vittima di un'abile macchinazione?

La gente si chiedeva quale delle due ipotesi fosse più grave: che un giudice a cui venivano affidati i più delicati processi di mafia si fosse venduto al nemico o che un onest'uomo fosse stato distrutto da una mano occulta? Vi fu chi suggerì una terza alternativa: Signorino non era colpevole di complicità con la mafia, ma aveva commesso qualche irregolarità, accettato qualche favore, incontrato o frequentato persone di dubbia reputazione, c'era stato, insomma, qualcosa che inesorabilmente gli avrebbe creato attorno un'aura di colpevolezza con la quale non poteva convivere. Probabilmente non lo sapremo mai. Il caso si chiuse con la morte dell'accusato, finendo tra gli innumerevoli misteri insoluti di Palermo.

La Sicilia è il luogo dell'ambiguità perenne: quasi nulla è mai come appare. Pochi giorni dopo l'incontro con Signorino intervistai il nuovo questore di Palermo, che si distingueva come energico nemico della criminalità, avendo recentemente confiscato i beni di una delle maggiori famiglie mafiose della città. Qualche mese più tardi fu accusato di collusione con la camorra nel periodo in cui aveva prestato servizio a Napoli. Difficile sapere a chi credere.

Sopravvissuti a duemilacinquecento anni di invasioni straniere e a innumerevoli governanti prepotenti e corrotti, i siciliani sono un popolo scettico. Un giorno chiesi a un amico perché non si fidasse di un uomo politico locale che aveva fama di implacabile avversario della mafia. Rispose: « vivo, no? Se avesse fatto davvero qualcosa per combattere la mafia, sarebbe morto».

La morte è l'unica verità certa. Solleva il velo - anche se brevemente - dall'universo pirandelliano della politica siciliana, dove apparenza e realtà si confondono facilmente e il volto della mafia può nascondersi dietro la maschera rispettabile di avvocati, giudici, imprenditori, sacerdoti e politici.

Un cadavere sul marciapiede può rivelare alleanze o conflitti segreti, interessi economici o mutamenti strategici impensati. La convinzione che vengano uccisi solo gli investigatori migliori è un'equazione rozza e spesso ingiusta nei confronti di coloro che restano vivi: un agente di polizia di Palermo, miracolosamente sopravvissuto a un attentato nel quale erano morti due colleghi, fu sospettato di complicità fino a quando la mafia non uccise anche lui, qualche anno dopo. Il ruolo di un certo magistrato o di un certo uomo politico può non risultare del tutto chiaro fin dopo la sua scomparsa.

Per il giudice Giovanni Falcone il momento della verità giunse il 23 maggio 1992, quando venne ucciso, insieme alla moglie e a tre uomini della scorta, da un'enorme esplosione che fece saltare in aria un intero tratto dell'autostrada che collega l'aeroporto di Punta Raisi a Palermo.

Per Paolo Borsellino, amico e collega di Falcone, quel momento giunse neppure due mesi dopo, il 19 luglio: Borsellino morì con cinque uomini della scorta, ucciso da una bomba nel centro di Palermo, una domenica in cui si recava a far visita alla madre.

Tra imponenti dimostrazioni pubbliche, solenni orazioni funebri e processioni con candele accese, i due magistrati furono universalmente salutati come eroi nazionali, i più implacabili e pericolosi nemici di Cosa Nostra, cuore e anima del pool antimafia di Palermo, quel manipolo di magistrati che sul terreno della lotta alla mafia si era spinto là dove nessuno aveva mai osato prima.

Falcone e Borsellino presero posto tra gli altri martiri della città. I palermitani conoscono le date degli omicidi più clamorosi come quelle dei santi patroni della Sicilia: 25 settembre 1979, Cesare Terranova, giudice; 6 gennaio 1980, Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia; 6 agosto 1980, Gaetano Costa, procuratore della Repubblica; 30 aprile 1982, Pio La Torre, segretario regionale del Partito comunista; 3 settembre 1982, generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo; 29 luglio 1983, Rocco Chinnici, capo dell'ufficio istruzione; 6 agosto 1985, Antonino Cassarà, vicequestore.

Sono alcuni dei «cadaveri eccellenti» della città, espressione usata per distinguere l'assassinio di un importante funzionario delle istituzioni dalle centinaia di delinquenti comuni e di cittadini ordinari uccisi nel «normale» svolgersi dell'attività mafiosa.

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23.



Dopo l'arresto di Totò Riina, l'aggrovigliata matassa delle connivenze tra mafia e politica cominciò a dipanarsi più rapidamente. Confortati dalla convinzione che lo Stato faceva finalmente sul serio, i collaboratori abbandonarono ogni residua reticenza. Nell'autunno del 1992, Gaspare Mutolo e Tommaso Buscetta, pur accusando Lima, avevano preferito tacere sull'identità della persona o delle persone che Lima contattava all'interno del governo per ottenere favori per i suoi amici di Cosa Nostra. Solo Leonardo Messina aveva dichiarato apertamente: «L'onorevole Lima [...] aveva costituito il tramite presso l'onorevole Andreotti per le necessità della mafia siciliana».

Nel marzo del 1993, dopo la prima, alquanto minacciosa comparsa in aula di Totò Riina (evento trasmesso dalla televisione nazionale), Mutolo dichiarò: «Sono convinto che attraversiamo un momento molto pericoloso e che [...] i politici legati a Cosa Nostra cercheranno di fare di tutto per bloccare e vanificare quell'efficace azione che la magistratura, con l'aiuto dei collaboratori, ha intrapreso in questi ultimi mesi. Mi sono reso conto, pertanto, che devo mettere definitivamente da parte quelle titubanze che [...] mi hanno indotto finora a non esplicitare fino in fondo quanto è a mia conoscenza su questo versante, cominciando con l'affrontare il problema più importante [...] il più potente referente politico di Cosa Nostra, il senatore Giulio Andreotti». Mutolo raccontò che nel 1981 il capo della sua famiglia, Rosario Riccobono, aveva chiesto a Ignario Salvo di usare la sua influenza per «aggiustare» un processo. «Ignazio Salvo disse che ne avrebbe parlato con l'onorevole Salvo Lima e quest'ultimo ne avrebbe parlato personalmente a Roma con l'onorevole Andreotti [...]. Dopo l'eliminazione di Stefano Bontate [...] per tutti gli interessi di Cosa Nostra che dovevano essere tutelati con decisioni o interventi da attuare a Roma, il circuito normale era costituito da Ignazio Salvo, l'onorevole Salvo Lima e il senatore Giulio Andreotti.»

Per poter dare inizio alle indagini, i magistrati di Palermo dovettero inviare al parlamento una dettagliata richiesta di autorizzazione a procedere contro Andreotti. Il documento, che elenca tutti gli indizi fino a quel momento raccolti contro Andreotti e gli esponenti siciliani della sua corrente, divenne una bomba politica nell'attimo stesso in cui giunse a destinazione. Infatti, benché i supposti legami di Andreotti con la mafia fossero oggetto di pettegolezzi, speculazioni e perfino attacchi politici da quasi due decenni, in nessun documento ufficiale erano mai apparse accuse di simile gravità.

Rivelazioni ancora più sconvolgenti sopraggiunsero qualche giorno dopo, quando gli inquirenti si recarono in America per interrogare in proposito Francesco Marino Mannoia, che usufruisce del programma di protezione per i collaboratori istituito dagli Stati Uniti. Mentre gli altri testimoni avevano riferito cose sentite da altri, Marino Mannoia fu il primo a fornire una testimonianza diretta. Descrisse infatti un incontro, avvenuto nel 1980, con i boss Salvatore Inzerillo e Stefano Bontate, per partecipare al quale Andreotti era giunto con Lima a bordo di un'Alfa Romeo blindata di proprietà dei Salvo. Secondo Marino Mannoia, Andreotti si era recato all'abboccamento per protestare contro il recente assassinio del segretario regionale della Democrazia cristiana, Piersanti Mattarella, ucciso il 6 gennaio 1980. Alle rimostranze di Andreotti, Bontate aveva risposto: «In Sicilia comandiamo noi e se non volete cancellare completamente la Dc, dovete fare come diciamo noi. Altrimenti vi leviamo non solo i voti della Sicilia ma anche quelli di Reggio Calabria e di tutta l'Italia meridionale. Potrete contare soltanto sui voti del Nord, dove votano tutti comunista».

Nel corso dello stesso viaggio fu sentito anche Buscetta, che avanzò l'accusa più pesante: Andreotti aveva commissionato un assassinio alla mafia. La vittima in questione era Carmine (Mino) Pecorelli, giornalista specializzato in ricatti, ucciso a Roma nel marzo del 1979. «L'omicidio Pecorelli fu un delitto politico, commissionato dai cugini Salvo dietro richiesta dell'onorevole Andreotti» dichiarò Buscetta a Giancarlo Caselli, procuratore della Repubblica a Palermo dall'aprile del 1993. Buscetta aveva ricevuto l'informazione da Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, che gli avevano confidato di avere collaborato alla preparazione dell'omicidio. Badalamenti gli aveva anche rivelato di essersi personalmente incontrato con Andreotti, nell'ufficio privato di quest'ultimo, per chiedergli di aiutare il cognato Filippo Rimi, condannato per reati di mafia. La sentenza era stata in seguito annullata.

Un'altra bomba attendeva Caselli e i suoi collaboratori al rientro in Italia. Baldassare Di Maggio, l'uomo che aveva efficacemente collaborato alla cattura di Riina, sosteneva di avere assistito a un altro incontro di Andreotti con i capi della mafia nel 1987, all'epoca del maxiprocesso di Palermo. «Totò Riina mi incaricò di interessare [Ignazio] Salvo e per tramite di quest'ultimo l'onorevole Salvo Lima al fine di contattare il "comune amico" per i problemi del maxiprocesso. Il "comune amico" era l'onorevole Giulio Andreotti.» Vestito dei suoi abiti migliori, Di Maggio aveva fatto parte del piccolo gruppo che aveva accompagnato Riina all'incontro con Andreotti in casa di Ignazio Salvo. «Al nostro arrivo le persone presenti, che io riconobbi senza ombra di dubbio essere Giulio Andreotti e Salvo Lima, si alzarono e ci salutarono [...]. Io strinsi la mano ai due deputati e baciai Ignazio Salvo [...] Riina invece salutò con un bacio tutte e tre le persone [...].»

Andreotti respinse le accuse contro di lui come «menzogne e calunnie [...] il bacio di Riina, summit di mafia [...] scene da un film comico di orrore» sostenendo che quegli attacchi erano una vendetta per le severe misure prese dal suo governo contro Cosa Nostra. «C'è qualcosa di mostruoso e di paradossale nel fatto che io, che sono stato a capo del governo, che ho dato i colpi più decisivi al crimine organizzato, vengo dipinto come amico della mafia [...] Sono amareggiato, ma non sorpreso.»

Le recenti rivelazioni andavano al di là di ogni immaginazione, tranne forse di quella dei più fanatici sostenitori di una cospirazione nazionale. Quanti vedevano dietro tutti i delitti irrisolti della recente storia italiana il braccio occulto di Andreotti, le salutarono come la prova definitiva tanto attesa. Agli altri, compresi molti suoi critici spietati, pareva inconcepibile che un uomo dell'indiscutibile intelligenza di Andreotti si esponesse al punto di intrattenere rapporti personali con i boss della mafia. Era difficile immaginare a tu per tu con gangster e assassini un uomo che si era mosso tra le grandi figure storiche del dopoguerra: da De Gaulle, Eisenhower e Adenauer a Reagan, la signora Thatcher e Gorbaciov. Altrettanto difficile era figurarsi un uomo della proverbiale, glaciale riservatezza di Andreotti che scambiava baci con Totò Riina, la «Belva».

Le accuse contro Andreotti non possono tuttavia essere automaticamente respinte. Anche la più incredibile - che cioè Andreotti abbia commissionato l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli - non è poi così poco plausibile come può apparire a prima vista. In ogni caso, l'affare Pecorelli offre un quadro estremamente inquietante della dilagante illegalità che allignava all'interno della corrente andreottiana.

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