Copertina
Autore Lev Nikolaevic Tolstoj
Titolo Ivan lo Scemo
EdizioneNuovi Equilibri, Viterbo, 2000, Fiabesca 58 , pag. 78, cop.fle., dim. 120x166x7 mm , Isbn 978-88-7226-547-5
CuratoreCarla Muschio
TraduttoreCarla Muschio
LettoreGiorgia Pezzali, 2005
Classe classici russi , favole , ragazzi , satira
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Indice


  5 Ivan mica scemo



 21 Fiaba di Ivan lo Scemo


 [...]

 74 Leone ciccione

 75 Biografia

 

 

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Pagina 5

Ivan mica scemo



La fiaba di Ivan lo Scemo venne scritta da Lev Tolstoj nell'estate del 1885. Lo scrittore cinquantasettenne era nel pieno della sua vitalità letteraria. Gli veniva universalmente riconosciuta la posizione di grande classico della letteratura mondiale, soprattutto per via dei romanzi Guerra e pace (1867-69) e Anna Karenina (1875-77) pubblicati negli anni precedenti. Godeva anche di fama internazionale (turbando lo zar di Russia e i suoi censori) come pensatore e maestro spirituale, grazie alle pubblicazioni politiche, filosofiche e letterarie in cui invitava alla non-resistenza al male, a una fede evangelica, alla giustizia sociale, in poche parole, alla verità esistenziale.

[...]

E veniamo ora alla fiaba di Ivan lo Scemo.

Essa non rientra nelle due categorie di scritti discriminate sopra. una terza cosa che in russo si chiama stilizacija, una bella parola mal resa dalla sua traduzione italiana di "imitazione". Se non sapessimo che la fiaba è opera di Toistoj, potremmo ben crederla una fiaba popolare. Infatti la lingua e lo stile della narrazione favolistica orale sono qui riprodotti da Tolstoj in maniera perfetta. Questo tra l'altro dà prova delle straordinarie doti linguistiche dello scrittore. Per un nobile russo abituato a leggere e parlare in francese nella buona società, era già una prodezza conoscere il russo. Tolstoj, che amava strafare, non solo conosceva benissimo il russo ma aveva imparato tutte le inflessioni della lingua popolare frequentando la gente semplice. A volte andava sulla via maestra vestito di abiti modesti, chiacchierava con i viandanti, sentiva i loro discorsi, imparava il loro modo di esprimersi, e chiamava ironicamente queste sue incursioni nella vita popolare "andare in società". A furia di andare in società, Tolstoj aveva imparato ad esprimersi come quelle persone.

In Russia la fiaba popolare era un genere letterario egualmente amato dalle classi alte e dalle classi basse: i ricchi dalla balia contadina, la njanja, i poveri dalla mamma o dalla nonna, ma tutti, da Puskin (che le mise mirabilmente in versi) fino all'ultimo contadinello, tutti crescevano ascoltando le stesse fiabe.

Ed ecco che Tolstoj scelse proprio questo genere letterario non connotato socialmente per aprire il cuore dei lettori alle verità che voleva esprimere.

Per protagonista scelse Ivan lo Scemo, l'eroe preferito della fiaba russa. Lo Scemo è un uomo sfortunato, un diseredato che occupa il gradino più basso della scala sociale. Tutti ridono di lui, lo strapazzano, lo picchiano per le cose strampalate che la sua dabbenaggine lo porta a fare. Eppure l'ascoltatore della fiaba prova simpatia per lui, perché ammira la sua semplicità e ingenuità. E, verso la metà di ogni fiaba di Ivan lo Scemo, anche la sorte lo prende in simpatia, ed egli diventa vincitore proprio grazie alle sue fesserie.

Nella fiaba di Tolstoj lo schema narrativo tradizionale è perfettamente rispettato e questo è già sufficiente per far divertire un bambino, che si identifica in Ivan, debole e disprezzato come lui, e lo vede trionfare. Se poi a leggere questa fiaba è un adulto, ne può cavare anche un altro piacere: quello di leggerla come satira politica. Infatti se ne accorse anche la censura, che ostacolò la storia fin dall'inizio.

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Pagina 22

FIABA DI IVAN LO SCEMO
E DEI SUOI DUE FRATELLI:
SEMEN IL GUERRIERO E TARAS IL PANCIONE,
E DELLA SORELLA MUTA MALAN'JA,
DEL VECCHIO DIAVOLO
E DEI TRE DIAVOLETTI



I



C'era una volta in un lontano reame un ricco contadino. E quel ricco contadino aveva tre figli: Semen il Guerriero, Taras il Pancione e Ivan lo Scemo, e in più una figlia, Malan'ja la Zitella, che era muta. Semen il Guerriero andò alla guerra, al servizio dello zar; Taras il Pancione andò in città a commerciare presso un mercante; invece Ivan lo Scemo e la ragazza restarono a casa a sgobbare e lavorare. Semen il Guerriero ottenne un grado elevato e delle terre, e sposò la figlia di un gran signore. La paga era alta e la tenuta era grande, eppure non riusciva a sbarcare il lunario: tutto ciò che il marito metteva insieme, quella gran signora della moglie lo dissipava, il denaro non bastava mai. E Semen il Guerriero andò nelle sue terre a raccogliere i tributi. Gli disse l'amministratore:

- Dove posso prenderli i tributi? Non abbiamo bestiame, né attrezzi, né cavalli, né mucche, né aratri, né erpici, bisogna acquistare tutto questo e allora sì che ci saranno i tributi.

E Semen il Guerriero si recò da suo padre.

- Batjuska, - disse - tu sei ricco e a me non hai dato niente. Assegnami un terzo dei tuoi beni e io lo trasferirò nelle mie terre.

Rispose il vecchio:

- Tu non hai dato niente in casa, perché assegnarti un terzo? Ivan e la ragazza si seccheranno.

E Semen disse: - Ma lui è scemo e lei è una zitella muta, cosa vogliono?

Disse il vecchio:

- Farò come dice Ivan.

E Ivan disse: - Ma sì, che prenda pure.

Semen il Guerriero prese un terzo del patrimonio, lo portò nella sua tenuta e tornò al servizio dello zar.

Anche Taras il Pancione guadagnò molto denaro e sposò la figlia di un mercante; però non ne aveva mai abbastanza, andò dal padre e gli disse:

- Assegnami la mia parte.

Neanche a Taras il vecchio voleva dare la parte.

Gli disse:

- Tu a noi non hai dato niente, quello che abbiamo in casa l'ha guadagnato Ivan. Non puoi truffare lui e la ragazza.

E disse Taras:

- Ma per lui cosa cambia, è scemo; sposarsi non può, non se lo prenderebbe nessuno, e anche la ragazza muta non ha bisogno di niente. - E ancora: - Ivan, dammi metà del grano; gli attrezzi te li lascio e tra il bestiame prenderò solo lo stallone grigio, tanto per arare a te non serve.

Ivan scoppiò a ridere.

- Ma sì, - disse - vado a mettergli i finimenti.

Anche Taras ricevette la sua parte. Taras portò il grano in città e prese lo stallone grigio; Ivan rimase con la vecchia giumenta a fare il contadino come prima, a mantenere il padre e la madre.

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Pagina 26

II



Un vecchio diavolo rimase male quando i fratelli non litigarono per la spartizione e continuarono d'amore e d'accordo. E chiamò tre diavoletti.

- Vedete, - disse - ci sono tre fratelli: Semen il Guerriero, Taras il Pancione e Ivan lo Scemo. Bisognerebbe farli litigare tutti, e invece loro vivono in pace: si vogliono bene a vicenda. lo Scemo che ha rovinato tutti i miei piani. Andate voi tre, unite le forze e aizzateli in modo che si strappino gli occhi a vicenda. Lo saprete fare?

- Sì, - dissero.

- E come?

- Faremo così: - dissero - li faremo impoverire, così che non abbiano da mangiare, e poi li ammasseremo in un mucchio solo e loro si accapiglieranno.

- D'accordo, - fece lui - vedo che sapete il fatto vostro; andate e non tornate da me prima di aver aizzato tutti e tre, se no toglierò la pelle di dosso a tutti voi.

I diavoletti andarono tutti in una palude per decidere come compiere l'impresa, non finivano più di discutere; ciascuno voleva prendere il compito più leggero, così concordarono di tirare a sorte per dividersi il lavoro. E se uno si fosse sbrigato prima degli altri, doveva andare a dare una mano agli altri. I diavoletti tirarono a sorte e stabilirono quando ritrovarsi nel pantano per sapere chi avesse finito e chi avesse bisogno di una mano.

Venne il tempo fissato e i diavoletti come d'accordo si ritrovarono nella palude. Si misero a parlare di come andavano le cose. Cominciò a raccontare il primo diavoletto, quello di Semen il Guerriero.

- La mia impresa - disse - procede bene. Domani il mio Semen andrà alla casa di suo padre.

I compagni domandarono:

- E come hai fatto?

- Io ho fatto così: - fece - per prima cosa suscitai in Semen tanto coraggio da fargli promettere allo zar di conquistare il mondo intero, e lo zar lo mise a capo di tutto e lo mandò a combattere l'imperatore dell'India. Si incontrarono per la battaglia. Ma io proprio quella notte inumidii tutte le polveri dell'esercito di Semen, andai dall'imperatore dell'India e con la paglia feci una miriade di soldati. I soldati di Semen videro che questi soldati di paglia li assalivano da tutte le parti ed ebbero paura. Semen il Guerriero ordinò di fare fuoco, i cannoni e i fucili non sparavano. I soldati di Semen, terrorizzati, se la dettero a gambe come pecoroni. E l'imperatore dell'India li sbaragliò. Semen il Guerriero aveva fatto brutta figura: gli tolsero la tenuta e domani lo vogliono giustiziare. Mi è rimasto solo un giorno di lavoro, devo farlo uscire di prigione perché scappi a casa. Domani me la sarò sbrigata, quindi ditemi, a chi di voi due devo dare aiuto?

Saltò su l'altro diavoletto, quello di Taras, a raccontare come gli fosse andata.

- Io - disse - non ho bisogno d'aiuto. Anche per me tutto è andato a gonfie vele, Taras non durerà più di una settimana. Per prima cosa gli feci crescere la pancia e gli feci venire l'invidia. Gli è venuta un'invidia tale dei beni degli altri che vuole acquistare tutto ciò che vede. Ha comperato una miriade di cose spendendo tutti i suoi denari e ancora va avanti a comperare. Adesso compera con denaro a prestito. Ormai si è caricato troppo e i garbugli sono così tanti che è impossibile scioglierli. Tra una settimana verrà il momento di restituire i soldi e io trasformerò tutte le sue merci in letame: non potrà pagare e andrà dal padre.

Interrogarono anche il terzo diavoletto, quello di Ivan.

- E per te com'è andata?

- Beh, - disse - per me va male. Per prima cosa ho sputato nel suo boccale di kvas perché gli venisse mal di pancia, poi sono andato sul campo che doveva arare, ho pigiato la terra e l'ho fatta come pietra, così che lui non ce la potesse fare. Pensavo che avrebbe rinunciato ad arare ma lui, stupido, è arrivato con un aratro di legno e si è messo a spingere. Aveva la pancia in subbuglio eppure continuava ad arare. Gli ho spezzato un aratro, quello scemo è andato a casa, ne ha aggiustato un altro, ha attaccato dei pezzi nuovi e ha ripreso ad arare. Io mi sono infilato sotto terra, mi sono messo a tirare i vomeri, non c'era modo di trattenerli: lui si appoggiava con tutto il peso sull'aratro, i vomeri sono affilati, mi ha riempito le mani di tagli. Ha quasi finito l'aratura, è rimasta solo una striscia. Fratelli, venitemi ad aiutare, se no, se non l'abbiamo vinta su di lui, tutte le nostre fatiche saranno state inutili. Se lo Scemo resterà lì a fare il contadino quelli non conosceranno il bisogno, darà da mangiare a tutt'e due i fratelli.

Il diavoletto di Semen il Guerriero promise che l'indomani sarebbe andato ad aiutarlo e i diavoletti si lasciarono con questo accordo.

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