Autore Mark Twain
Titolo Lettere dalle Hawaii
EdizioneCavallo di Ferro, Roma, 2013 , pag. 304, cop.fle., dim. 14x21x2 cm , Isbn 978-88-7907-128-4
OriginaleLetters from Hawaii [1866]
CuratoreAlessandro Gebbia, Virna Conti
TraduttoreVirna Conti
LettoreGiangiacomo Pisa, 2014
Classe viaggi , narrativa statunitense , paesi: USA









 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


Introduzione di Alessandro Gebbia             5
Guida alla lettura di Virna Conti            15

Lettere

Honolulu, 18 marzo 1866                      28
Honolulu, 19 marzo 1866                      33

[...]

Kealakekua Bay, luglio 1866                 249
Honolulu, 10 settembre 1866 [sic]           262
Kilauea, giugno 1866                        280
Volcano House, 3 giugno, mezzanotte         295


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 5

INTRODUZIONE
di Alessandro Gebbia



Se è vero, come dice Ernest Hemingway, che la narrativa americana nasce con Mark Twain e con il suo Le avventure di Huckleberry Finn (1884), è altrettanto vero, come dimostrano le Lettere dalle Hawaii (1866) che qui presentiamo nella prima edizione italiana, che Twain è prima ancora l'inventore del giornalismo americano. Un genere letterario completamente nuovo e originale non solo nei contenuti – la conquista del West, la corsa all'oro, lo sviluppo della costa occidentale, il sorgere di una nuova economia e dell'imperialismo americano – e nello stile descrittivo, ironico, volutamente frammentato ma, anche e soprattutto, nel linguaggio, nell'invenzione di una lingua "americana" autoctona, ricca di invenzioni e neologismi, di innovazioni sintattiche, morfologiche e grafiche finalmente in grado di descrivere questa nuova realtà, di compiere quell'atto del nominare che nella Genesi l'Altissimo assegna ad Adamo, e Ralph Waldo Emerson, nel suo famoso saggio, al poeta, determinando una cesura netta con la cultura e le tematiche della Nuova Inghilterra puritana.

Una lingua e uno stile che l'allora trentunenne Samuel Langhorne Clemens (1835-1910) aveva appreso da autodidatta viaggiando in lungo e in largo per il West, facendo i mestieri più disparati (dal battelliere sul Mississippi – di qui lo pseudonimo Mark Twain – al cercatore d'oro in California), conoscendo e frequentando la variegata tipologia di personaggi che popola la Frontiera, ascoltando i resoconti spesso esagerati che la tradizione orale va consegnando a una nuova mitologia in fieri, apprendendo e metabolizzando la nuova lingua che si va formando.

Ed è appunto con questo retroterra alle spalle che il giovane Clemens, d'ora in poi Mark Twain, inizia sul finire del 1865 la collaborazione con il Sacramento Daily Union, il più antico giornale a ovest del Mississippi. Sacramento è, in quegli anni che seguono la conclusione della Guerra Civile, una città in rapido sviluppo, demografico ed economico, tutta tesa ad affermarsi, al pari di San Francisco, come porta per quell'Oriente che, sempre più, si configura quale l'altrove verso cui espandere gli interessi politici e commerciali degli Stati Uniti che, a partire dal 1819, avevano mostrato un interesse particolare per le Hawaii, in particolare Honolulu e Lahaina, divenute i principali porti di approvvigionamento e trasbordo del carico delle baleniere che, per la produzione di olio destinato all'illuminazione, costituivano allora la principale industria del Nord America. Ovviamente – ed è questa una costante che caratterizza l'espansionismo britannico prima, statunitense poi –, tale politica aveva bisogno di essere supportata da un immaginario collettivo che, al di là del mero interesse economico, aiutasse gli americani a conoscere e accettare mondi e culture così lontani e così diversi. Un immaginario collettivo che giocoforza trova il suo punto d'appoggio nell'esotismo, in una visione idilliaca tesa a descrivere e raccontare questi isole in termini edenici, l'ennesimo paradiso terrestre incontaminato che si apre all'uomo occidentale. Lo testimonia, nel 1846, Typee: A Peep at Polynesian Life di Herman Melville , il primo romanzo americano sulle Isole del Pacifico, in cui l'autore, cinque anni prima del suo capolavoro Moby Dick , non a caso incentrato sulla baleneria, ci offre un resoconto alquanto veritiero della propria esperienza di marinaio catturato e tenuto prigioniero dai "cannibali" nell'Isola di Nuku Hiva, nell'arcipelago delle Marchesi, e ne illustra i costumi e gli aspetti socio-culturali, giungendo però all'amara conclusione che l'arrivo degli stranieri ha rotto l'idillio, lo ha contaminato e trasformato per sempre. L'esempio di Melville viene seguito, nel 1847, da James Fenimore Cooper, fortunato autore de L'ultimo dei Mohicani, il quale, a differenza di Melville, non ha mai visitato le isole se non attraverso i resoconti in giornali e riviste, eppure pubblica The Crater, un romanzo che si inserisce nella tradizione utopica originatasi da Utopia di Thomas More e La Nuova Atlantide di Francis Bacon, riprendendo i più triti canoni dell'esotismo di maniera. Sulla scia dello spirito illuministico e di un certo scientismo romantico condito di soprannaturale, Cooper immagina un moderno Robinson Crusoe, Mark Woolston, unico sopravvissuto al naufragio della propria nave infrantasi contro la barriera corallina, e l'incontro con una piccola colonia di bianchi sopravvissuti che vivono secondo natura e devono difendersi dagli attacchi e dalla ferocia dei nativi delle isole, mettendo in essere una sorta di esperimento socio-ecologico che appare come una critica alla società americana contemporanea. Nel 1857 è la volta di Kiana: A Tradition of Hawaii di James Jackson Jarves, direttore di The Polynesian, il primo quotidiano in lingua inglese delle Hawaii, in cui, con uno stile didattico e allegorico, fornisce un'immagine eulogistica delle isole e della loro tradizione storica e religiosa che risulti tranquillizzante agli occhi dei potenziali futuri investitori.

Forte di tutto questo, Mark Twain arriva alle Hawaii il 18 marzo del 1866, con la duplice missione di aggiornare e rendere più veritiera e credibile l'immagine di queste isole agli occhi dei lettori californiani e di descrivere, come lui stesso afferma in una lettera inclusa nell'introduzione all'edizione americana delle Lettere, la produzione e la lavorazione della canna da zucchero per la quale la Louisiana – e si veda la ventitreesima lettera – era all'avanguardia, ma che qui può trovare un ulteriore sviluppo in termini quantitativi e di abbattimento dei costi.

Il reportage di Twain, stando alla risposta entusiastica dei lettori, ha senza dubbio successo e si rivela foriero di ulteriori e consistenti investimenti e di un forte stimolo all'immigrazione di manodopera cinese a basso costo, i coolie, in California. Altrettanto efficace si rivela, pur nelle esplicite contraddizioni, sul piano della costruzione dell'immaginario collettivo. Nelle venticinque lettere, pubblicate a testimonianza dell'importanza e dell'interesse per l'argomento sia nell'edizione settimanale che in quella mensile del giornale, ci fornisce un ritratto a 360 gradi che include il paesaggio, il clima, le condizioni politiche e sociali, la storia e le leggende, ma anche curiosità come i milioni di gatti di Honolulu e le analogie tra le eruzioni dei vulcani isolani e la distruzione di Pompei. Tuttavia l'accostare, in uno straordinario gioco di contrappunto che ne è l'essenza e la forza stessa, gli aspetti idilliaci della civiltà isolana alle antiche usanze funebri o all'oltraggiosa distruzione delle spoglie mortali di Re e guerrieri, suona, pur toccando le corde più alte di una feroce ironia, meno rasserenante e si pone come un "memento" della supremazia dell'uomo bianco. Oppure nell'omettere l'esistenza, fin dal 1854, della lebbra a Molokai, appare evidente l'intento di non spaventare gli uomini d'affari che costituiscono il suo uditorio privilegiato; e ancora nell'affrontare, nelle parti dedicate ai Kanaka, con un metodo che ricorda quello di Shakespeare, il problema razziale e l'emancipazione si può infatti vedere riflesso, in un gioco di specchi, quanto sta avvenendo, nel bene e nel male, nel Vecchio Sud.

Insomma, e qui sta la contraddittorietà, pur ponendosi in atteggiamento critico di fronte all'ancestrale cultura degli hawaiani, Twain non sa sottrarsi al fascino di queste isole (lo stesso che anche oggi attira milioni di turisti) ; si meraviglia di certe usanze tribali del passato ma non si sente di ripudiarne la diversità; rimane in tutti i sensi un inguaribile romantico eppure non riesce a evitare di essere il cantore di un capitalismo sempre più dominante e pervasivo; appare un osservatore del vecchio e agisce da anticipatore del nuovo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 28

1



                                               A bordo della nave a vapore Ajax,
                                                        Honolulu, 18 marzo 1866



SUL CLIMA

Siamo arrivati oggi a mezzogiorno e, mentre mi intrattenevo più o meno un'ora a chiacchierare, gli altri passeggeri hanno esaurito tutti gli alloggi di Honolulu. Quindi stanotte devo rimanere a bordo della nave. Fa veramente molto caldo in cabina: nei porti non c'è mai aria. Perciò mi sono vestito nel modo più acconcio alle esigenze del caso. Una descrizione dell'abbigliamento non è necessaria. Potrei osservare, comunque, che il capo più importante l'ho comprato da Ward.

Un bel po' di zanzare in giro, stanotte, e sono piuttosto noiose; ma è per me fonte di autentica soddisfazione sapere che i due milioni su cui mi sono seduto un minuto fa non ronzeranno più.


L'EQUIPAGGIAMENTO DA MARE

Raggrupperò le mie "annotazioni" e poi butterò giù qualche paragrafo sui primi quattro o cinque giorni di viaggio.

Abbiamo lasciato San Francisco alle quattro del pomeriggio, tutti colmi, chi di teneri rimpianti per la fine di una relazione, chi di anticipazioni ottimiste per un viaggio piacevole e un rinvigorente cambio di panorama, chi ancora di piani per espandere altrove le proprie relazioni d'affari e ottenere maggiori profitti. Altrettanti erano pieni di whisky. Tutti eccetto Brown. Brown aveva avuto un paio di noccioline per pranzo, quindi non si poteva dire, senza varcare vergognosamente i limiti della verità, che fosse pieno solo di whisky.

Il nostro piccolo gruppo di passeggeri era stato accompagnato premurosamente dagli amici che avevano lasciato sul pontile in lacrime, come non è mai stato fatto per una simile comitiva di pellegrini. Come equipaggiamento assegnatomi per il viaggio si è andati da un'uniforme della marina a una cassa di vino, a un piccolo assortimento di medicinali, liquori e brandy, varie scatole di sigari, una scorta di fiammiferi, un pettine a denti fini e una saponetta, e per finire un paio di calzini. (N.B.: Ho dato la saponetta a Brown, che l'ha morsa e poi ha scosso la testa dicendo che "sì, in linea generale, mi piace assaggiare i cibi stranieri più curiosi e scoprire come sono, ma questo proprio non lo posso sopportare", e l'ha gettata in mare). Questo equipaggiamento è un chiaro esempio di quanto i nostri amici hanno fatto per tutti noi: tre dei nostri passeggeri, vecchi uomini di mare, balenieri; il Capitano Cuttle, il Capitano Phelps e il Capitano Fitch (nomi fittizi) avevano comprato 8 galloni di whisky e i loro amici gliene avevano spediti altri undici. (N.B.: Dovendo tener testa ai venti e a un mare tosto, questa scorta non è stata sufficiente; 19 galloni erano più che sufficienti per gli otto giorni di viaggio previsti, ma evidentemente non per più di dieci. Stamane i balenieri sono rimasti tutti a secco e infelici).


SPIEGANDO LE VELE

Lasciando in città tutte le preoccupazioni, i problemi e gli affari, abbiamo mangiato tranquillamente con le colline sullo sfondo e, dopo che ogni casa e strada sono scomparse dalla vista, siamo passati attraverso il Golden Gate e ci siamo diretti verso l'orizzonte infinito. Era un pomeriggio gradevole e ventilato, e la nuova e strana sensazione di una completa e perfetta emancipazione dal lavoro e dalle responsabilità si è fatta sempre più forte dentro di me: per godermela, sono salito sul ponte di passeggiata ad ammirare il mare infinito. Mi sono seduto su di una panchina e, per un'ora, ho tratto un quieto diletto da quel tipo di lavoro che è considerato un vero e proprio lusso per i cristiani di larghe vedute: il lavoro degli altri. Il Capitano Godfrey stava "spiegando le vele", guidando gli uomini molto velocemente. Di quel lavoro materiale lui ne faceva poco e i suoi ordini erano caratterizzati da una proprietà di linguaggio che suscitò la mia ammirazione: "Andate al boccaporto principale. Date volta alle cime! Spiegate il fiocco di controranda! Date volta! Srotolate la randa! Drizzate il boma! Date volta! A babordo la controranda, tutta su! Date volta! Muovetevi, mozzi! Ammainate le vele nelle murate sottovento! Date volta! Mr Baxter, il vento si leverà più o meno al quarto rintocco della campana del turno di guardia; vele spiegate per allora e mantenete l'assetto! Date volta!"

La nave rollava terribilmente. A questo punto mi sono alzato e sono uscito a chiedere al Capitano se non fosse una buona idea dare un tantino volta per cambiare la situazione, ma sono caduto. E quindi sono tornato a sedere al mio vecchio posto. Per i successivi venti minuti, ho preso attentamente nota di come il Capitano inclinava il corpo a babordo quando la nave piegava a dritta, e a sinistra quando la nave piegava a babordo, e quindi mi sono alzato per fare pratica. Comunque, me la sono cavata discretamente e, dopo alcune straordinarie evoluzioni, sono andato a finire contro l'albero maestro. L'urto violento non ha danneggiato l'albero, ma se fosse stata una casa di mattoni la situazione avrebbe potuto essere ben differente. Me ne sono andato sottocoperta, alquanto scoraggiato.


VARI EFFETTI DEL MARE TURBOLENTO

Ho trovato ventidue passeggeri che si sporgevano dal parapetto vomitando ed esclamando: "Oh mio Dio!", per poi vomitare ancora. Brown era lì, sempre gentile e premuroso, passando dall'uno all'altro dicendo: "Va tutto bene, va tutto bene, sapete: vi svuoterà come una caraffa e poi non vi sentirete più così male e non avrete questo assurdo odore".

Il mare è stato veramente forte per vari giorni e notti e la nave ha rollato e beccheggiato assai. Tutti, tranne sei o otto di noi, hanno cenato sempre a letto e sono rimasti chiusi nelle cabine giorno e notte. I saloni e i ponti erano deserti e tristi. Ma gradualmente gli sfortunati che soffrivano il mal di mare si sono rimessi, finché la nostra compagnia a cena ha raggiunto i quindici o venti. Sui tavoli c'erano cornici o "rastrelliere" per tenere i piatti al loro posto, ma non sempre funzionavano: un forte rollio occasionale poteva farne cadere una dozzina o lanciarli sul ponte. Brown si opponeva aspramente alle rastrelliere e diceva: "non sono stato cresciuto per mangiare in stampi di coccio". Nessuna rastrelliera sarebbe stata la giusta risposta a una zuppa. La scodella doveva essere tenuta in mano e giostrata con garbo per far seguire al liquido il beccheggio della nave. Le sedie non erano assicurate al pavimento ed era divertente vedere una processione di gentiluomini che andavano scivolando all'indietro verso la paratia, tenendo le scodelle al livello del petto, tutti presi a evitare che il contenuto non schizzasse fuori. Tornavano con la marea montante e salpavano di nuovo al discendere di essa. Non si riusciva a posare il bicchiere dell'acqua. Il premuroso cameriere continuava a versarne a Brown, che parlava sempre e non faceva in tempo a lasciare il bicchiere che si sentiva il suo commento: "Frank, non portatemi dell'acqua, dovrei berla tutta d'un fiato per evitare che si rovesci, e ne ho avuta più che a sufficienza". E tuttavia circa ogni due minuti qualcuno dei passeggeri di fronte alzava la mano e vi si schermiva dietro esclamando: "La vostra acqua, Mr Brown! La vostra acqua! Fate attenzione alla vostra acqua!", ed ecco che il povero Mr Brown si ritrovava il bicchiere riempito di nuovo, inclinato pericolosamente sottovento. Un bicchiere da prendere e svuotare al volo. Dopo un quarto d'ora Brown non era riuscito a mangiare nulla a causa delle incessanti interruzioni per l'acqua. Il cameriere Frank ha portato un altro bicchiere e ha detto: "Mr Brown, volete una bistecca?", "Prendete quell'acqua e andate all'inferno! Bistecca! No! Ho bevuto 11 galloni d'acqua in quindici minuti, e non ho spazio per una bistecca e nemmeno per un pappataci!"


DIARIO

Sul mio "giornale di bordo", ho trovato le seguenti annotazioni:

Mercoledì 7: lasciata San Francisco alle quattro del pomeriggio; notte dura.

Giovedì 8: tempo ancora brutto. Passeggeri quasi tutti malati, solo una mezza dozzina su trenta a colazione.

Venerdì 9: forte burrasca per tutta la notte; mare agitato la sera; cielo nero.

Sabato 10: stesso tempo, più o meno.

Potete prendere questa dose di quattro giorni del vostro nefando "Pacifico", Mr Balboa, e digerirla, e potete considerare un bene per la vostra reputazione in California che abbiamo avuto un clima abbastanza clemente nella restante parte del viaggio. Se così non fosse stato, in questa lettera vi avrei dato una ripassata tale che avrebbe fatto tremare le vostre rinsecchite ossa nella bara, brutto sfacciato vecchio imbroglione straniero!

Mark Twain

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 53

UOMINI DI TERRA SU "GAMBE DA MARE"

Passeggiare sulla spiaggia è stato inizialmente molto sgradevole: non c'era elasticità sul terreno solido, e mi mancava il beccheggio e il rollio del ponte della nave; era spiacevole assumere inconsciamente una posizione inclinata a fronte dello sbandamento anticipato del mondo, per poi scoprire che il mondo non sbandava come avrebbe dovuto. E c'era qualcos'altro che mancava, qualcosa di andato, qualcosa di voluto, non saprei dire bene cosa. Quel senso opprimente di un certo tipo di vuoto. Ma ho scoperto presto di cosa si trattava: era l'assenza dell'incessante lieve sottofondo delle onde, delle vele sferzate dal vento, del rumore delle eliche, dello scricchiolio della nave. Mi ci ero così abituato che avevo smesso di notarli ed ero divenuto insensibile, fin quando la quiete profonda domenicale sulla spiaggia mi ha reso vagamente conscio che un qualche tipo di demone familiare si era allontanato da me. Camminare sulla terra solida con gambe abituate a "sentire" sotto i piedi il moto dei ponti della nave, ha fatto ammalare Brown. Così se n'è andato a letto, lasciandomi a gironzolare da solo in questa strana città dei Tropici.


NUOVE SCENE E FORTI CONTRASTI

Più visitavo la città, più mi piaceva. Ogni passo rivelava un nuovo contrasto, scopriva qualcosa cui non ero abituato. Al posto delle facciate di pietra marrone-fango di San Francisco, ho visto graziose case bianche, con persiane verde-prato; al posto dei prati antistanti, che sembrano tavoli da biliardo circondati da palizzate di ferro, ho visto questi cottages circondati da ampi giardini, grandi quasi come Portsmouth Square (come misura), coperti di prato verde e ombreggiati da alti alberi, nelle cui dense fronde può difficilmente penetrare il sole; al posto dei consueti infernali gerani languenti nella polvere e nella generale debolezza delle fioriere appese sui tetti di latta sul retro delle case o alle finestre delle camere da letto, ho visto lussuriosi aiuole e cespugli di fiori, freschi come un prato dopo la pioggia, rilucenti nei colori più vividi; al posto degli squallidi orrori dei salici piangenti, e degli appuntiti, pungenti cespugli di quella divertente caricatura della natura che chiamano "South Park", ho visto estese foreste di alberi, grandi e frondosi, dai nomi e dall'aspetto più strani; alberi che creano tanta ombra quanto una nube temporalesca e possono sorreggersi da soli senza essere legati a pali verdi. Al posto di quegli abietti, fastidiosi, stupidi, eterni pesci rossi, che vanno avanti e indietro dentro palle di vetro assumendo tutte le tonalità e i gradi di distorsione grazie alle proprietà di ingrandimento e riduzione delle loro case-prigione trasparenti, ho visto dei gatti: "Tony", "Marianna", gatti con la coda lunga, gatti con la coda mozza, gatti ciechi, gatti con un occhio solo, gatti con gli occhi grigi, gatti con gli occhi storti, gatti grigi, gatti neri, gatti bianchi, gatti gialli, gatti tigrati, gatti a macchie, gatti domestici, gatti selvatici, gatti bruciacchiati, gatti solitari, tribù di gatti, plotoni di gatti, compagnie di gatti, reggimenti di gatti, eserciti di gatti, moltitudini di gatti, milioni di gatti, e tutti agili, grassi, pigri, e profondamente addormentati; al posto degli sguardi duri, litigiosi e offensivi agli angoli delle strade, ho visto fanciulle delle Isole Sandwich dai lunghi capelli neri, vergini dalla carnagione del colore di una sella di cuoio, sedute sul terreno all'ombra delle case all'angolo, che fissavano con fare indolente qualsiasi cosa o chiunque passasse; al posto di quei fastidiosi, squallidi lastricati di ciottoli, ho camminato su una solida base di corallo, eretta dal fondo del mare dall'assurdo ma perseverante insetto che porta quel nome, ricoperta da un sottile strato di lava e cenere vulcanica, sputata dall'inferno senza fondo lungo il cratere disseccato e annerito che giace ora lassù, morto, freddo, inoffensivo, e si staglia a distanza; anziché i tram affollati e angusti, ho incontrato donne native dalla pelle scura che, libere come il vento, montavano a pelle agili cavalli, con appariscenti briglie di stoffa che si agitavano come stendardi dietro di loro; al posto dei fetori sovrapposti uno all'altro dei macelli di Sacramento Street, Chinatown e Brannan Street, ho respirato la dolce fragranza del gelsomino, dell'oleandro, e dell'Orgoglio dell'India; al posto della fretta, della baraonda e della rumorosa confusione di San Francisco, mi sono mosso in mezzo a una calma estiva tanto quieta quanto l'alba nel giardino dell'Eden; al posto delle nostre familiari colline sabbiose che costeggiano la spiaggia e la placida baia, ho visto da un lato una cornice di alte, scoscese montagne, che quasi le toccavi con la mano, rivestite di un gradevole verde, e tagliate da valli profonde, fresche, simili ad abissi, fiancheggianti la magnifica curva dell'oceano; un verde brillante e trasparente vicino alla spiaggia, avvolto e delimitato da una lunga linea bianca di spruzzi spumeggianti, impetuosi contro la barriera, e più oltre il blu scuro dell'acqua del mare profondo, punteggiato da "cappelli bianchi"; e all'orizzonte, lontana, un'unica, solitaria vela.

In quel momento, Brown, che non aveva abitudine migliore che leggere alle spalle della gente, osservò: "Sì, e fa caldo. Oh, io non la penso così (solo 28 gradi all'ombra)! Continuate, annotate tutto, ora che avete iniziato; soltanto dite 'e più millepiedi e scarafaggi e pulci e lucertole e formiche rosse e scorpioni e ragni e zanzare e missionarie'. Oh, poveri i miei gatti se vivessi qui due mesi, non se fossi Re di Wawhoo, e avessi un harem pieno di iene!" (Wahine, il bla-bla pronunciato generalmente uahieni) sembra indicare indifferentemente una moglie, una donna e una femmina di indole ambigua. Io non riesco mai a far capire a Mr Brown che "iena" non è la pronuncia giusta. Egli risponde: "non fa alcuna differenza; descrive comunque alcune di loro".

Replicai: "Ma, Mr Brown, queste sono inezie".

"Inezie? Buscatevi una sola volta una puntura dei loro scorpioni, e vedete come vi piace! C'era Mrs Jones che si stava strofinando il viso con una spugna: sentì che qualcosa le aveva afferrato la guancia; gettò la spugna e spuntò fuori uno scorpione lungo un pollice e mezzo! Bene, ella si alzò e si mise a danzare per due ore e mezza la Highland Fling. E urlava! La si poteva sentire da Lu-wow a Hoolahoola, con il vento a favore! E per tre giorni tenne ammollo la guancia in brandy e sale, si gonfiò tanto da diventare grande come due pugni. E volete sapere cosa mi ha fatto saltar fuori dal mio letto, così, all'improvviso, la scorsa notte? Solo un millepiedi, nulla, solo un millepiedi, con quarantadue zampe per lato, e ognuna abbastanza urticante da creare un buco in una pelle non conciata. Non lo sapete che un giorno una di queste cose afferrò il piede di Miss Boone mentre stava cavalcando? Era nascosto nella staffa e si aggrappò intorno al piede e affondò i denti nella scarpa; e lei, semplicemente, esalò tutta l'anima in un urlo di guerra e poi svenne. E non si alzò dal letto, né mise il piede a terra per tre settimane. E come faceva Capitan Godfrey a cavarsela così facilmente? Perché portava sempre una bottiglia piena di scorpioni e millepiedi sotto spirito, e quando si feriva bagnava la parte con la diabolica mistura o ne buttava giù un sorso. Non mi rammento quale delle due cose facesse. E come dovette fare la volta che non aveva la sua bottiglia con sé? Dovette incidere il morso con il coltello e riempire il buco di arnica, e quindi tenere la bocca aperta con il cavastivali per prevenire il tetano. Oh, ricolmatemi di questo amabile Paese! Potete continuare a scrivere quella brodaglia su dolci brezze e fiori profumati, e tutto quel genere di cose, ma non trascurate i millepiedi e altre cosette che debbono essere ricordate".

Risposi gentilmente: "Ma, Mr Brown, queste sono inezie".

"Inezie vostra nonna? Non hanno proprio niente delle inezie! Che vantaggio avete a dirmi che sono inezie, sì, inezie o in qualsiasi altro modo vogliate chiamarle? Guardate le chiazze su tutto il mio viso, tutte le mie braccia, tutto il mio corpo! Morsi di zanzara! Non ditemi che sono inezie, banalità! Non si scherza coi morsi di zanzara. Avevo tirato fuori e sistemato la mia zanzariera, due notti fa, e l'avevo rincalzata tutto intorno: niente da fare, prima che facesse mattino ero stato morso senza tregua. E dire che la notte prima l'avevo fissata bene, e mi ero messo a letto e avevo fumato la vecchia forte pipa finché non mi ero soffocato e strozzato e non potevo uscire fuori, e loro hanno invaso l'interno e hanno premuto i loro pungiglioni contro la mia camicia e mi hanno succhiato trasformandomi in un salvagente sgonfio prima che potessi respirare di nuovo. E come funzionò la trappola a schiaccio? Ci misi due giorni a prepararla, e ci sudai due secchi di salamoia, e vidi mio malgrado che le zanzare lì sotto proprio non ci andavano; mentre io, rigirandomi nel sonno, ci ho cacciato il piede e mi si è schiacciato tanto che non sarebbe passato dal posteriore della corazza di una tartaruga verde di quarantaquattro pollici. Jim Ayers ha creato una poesia di sette versi doppi su Waw-hoo! Si lamentava, negli ultimi due versi, di dover lasciare il maledetto posto; e voi ci state sbavando sopra, eccovi! Adesso, adesso cosa dite? Che un ragno giallo sarebbe potuto passare sotto il piattino come niente, e se io non fossi stato qui per mettergli sopra la sputacchiera, sarebbe finito tra i vostri fogli in un minuto; stava cercando di arrivare proprio al vostro letto, ci aveva messo gli occhi sopra. Provate solo a tirare quella rete che ha tessuto dietro di sé: è dura da rompere quasi quanto il filo di seta da cucito; e guardate i suoi piedi che vengono fuori dalla sputacchiera. Oh, sconcertante Waw-hoo!"

Sono lieto che Brown si sia disgustato del ragno assassinato e se ne sia andato via; non mi piace essere interrotto mentre scrivo, specialmente da Brown che è uno di quegli uomini che guarda sempre al lato sgradevole di tutto, cosa che io faccio raramente.

Mark Twain

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 90

"POI" IN VENDITA

Muovendosi tra la folla concitata, si arriva ai mercanti di Poi, accovacciati sulle cosce in un vero modo nativo, all'ombra, circondati di compratori (gli isolani delle Sandwich si accovacciano sempre sulle cosce, e – chi lo sa? – potrebbero essere loro i vecchi originali "sandwich al prosciutto"? il pensiero è gravido di interesse). Il Poi sembra comune pasta di farina, ed è conservato in grandi ciotole create da una specie di zucca vuota, capace di contenere da 1 a 3 o 4 galloni. Il Poi è il cibo principale dei nativi, ed è ricavato dalla pianta di kalo o taro ( k e t sono lo stesso nell'alfabeto Kanaka, e lo stesso vale per l e r ). Le radici di taro sembrano una grossa o se mi permettete, una corposa patata dolce, nella forma, ma, una volta bollite, sono di colore viola brillante. Una volta bollite possono servire come un passabile surrogato del pane. I giovani Kanaka le cuociono sotto terra, poi le schiacciano per bene con un pestello di pesante lava, le mescolano all'acqua finché diventano una pasta, le lasciano da parte a fermentare, finché diventano Poi, un miscuglio orrendo, quasi senza sapore prima della fermentazione e troppo aspro dopo. Ma nulla al mondo è più nutriente. Quando viene usato da solo, comunque, produce umori pungenti, fatto che spiega abbastanza l'umore allegro e comico dei Kanaka. Credo ci voglia tanto talento nel mangiare il Poi quanto ce n'è nel farlo con i bastoncini cinesi. L'indice viene conficcato nel pasticcio e rigirato velocemente più volte estratto velocemente, densamente ricoperto, quasi fosse impiastrato; la testa viene reclinata all'indietro, il dito viene messo in bocca, si sugge e inghiottisce la poltiglia; e in quel mentre gli occhi si chiudono piano, in una sorta di languida estasi. Molte dita diverse si immergono nella stessa scodella e molti differenti tipi di sporco e sfumature e qualità di sapore sono aggiunti alle virtù del suo contenuto. Un gentiluomo alto, con niente altro al mondo che una maglietta sporca e bisunta, ci ha cacciato il dito e ha provato il Poi; ha scosso la testa, se l'è grattata con quell'utile dito, ha fatto un'altra prova, ha cercato tra i suoi capelli, ha preso qualcosa e l'ha mangiata, poi ha provato di nuovo, ha deterso il sudore sporco dalla fronte con quella mano multiuso, ha provato di nuovo, si è soffiato il naso. "Muoviamoci, Brown!", ho detto, e siamo andati via.


"AWA" IN VENDITA, IDEM PER IL PESCE

Intorno a una piccola baracca era raggruppata una folla di nativi che compravano le radici di Awa. Si dice che se non fosse stato per l'uso di queste radici, la decimazione della popolazione a causa delle malattie veneree nei tempi antichi sarebbe stata molto più grave di quanto fu; altri dicono che è semplice fantasia. Tutti concordano che il Poi ringiovanisce l'uomo che lo mangia e ripristina la sua vitalità annichilita dal troppo bere; e che in certe malattie restituisce la salute dove tutte le medicine falliscono; ma non tutti sono disponibili a riconoscere all'Awa le virtù per cui è richiesto. I nativi ne ricavano una bevanda intossicante il cui effetto è spaventoso quando ci si indulge troppo. Ricopre il corpo di scaglie bianche e secche, infiamma gli occhi, rende prematuramente decrepiti. Benché l'uomo di cui parlavo prima, nella cui bottega ci siamo fermati, debba pagare un'autorizzazione governativa di 800 dollari l'anno per il diritto esclusivo di vendita della radice di Awa, si dice che accumuli una piccola fortuna in dodici mesi; mentre i gestori dei saloon che pagano 1.000 dollari l'anno per l'imposta sulla vendita del whisky ecc., hanno appena di che vivere.

Abbiamo trovato il mercato del pesce affollato; in quanto i nativi sono molto golosi di pesce, e lo mangiano crudo. Ma ora cambiamo argomento.


I SABATI DEI TEMPI ANTICHI

Nei tempi antichi qui il sabato era veramente un giorno di gran festa. Tutta la popolazione nativa della città sospendeva il proprio lavoro e tutti, dalle campagne circostanti, venivano in città. Quindi i bianchi dovevano rimanere in casa, perché qualsiasi strada era così piena di cavalieri e cavallerizze che era quasi impossibile aprirsi un varco senza venire azzoppati. Nel pomeriggio i nativi solevano rifugiarsi nella pianura fuori della città a praticare i loro antichi sport e passatempi e scommettere la paga settimanale alle corse dei cavalli. In quei giorni, ne avreste potuti vedere due o tremila, qualcuno dice cinquemila, di questi cavalieri selvaggi, correre in massa sulla piana. E deve essere stato un bel vedere.

Di notte banchettavano e le ragazze danzavano la lasciva "hula-hula", una danza che si dice mostri l'assoluta perfezione dei movimenti degli arti, braccia, mani, testa e corpo, e la loro uniformità più precisa e un "tempo" perfetto. Era eseguita da un circolo di ragazze senza vesti addosso di cui parlare, che danzavano con un'infinita varietà di movimenti e figure, senza suggerimenti, eppure il loro "tempo" era così vero e si muovevano in così perfetto accordo che, una volta formata un'unica fila con le braccia, le mani, i corpi, le membra e le teste che ondeggiavano, dondolavano, gesticolavano, si inarcavano, si chinavano, piroettavano, si torcevano e ondulavano come se fossero parte di un singolo individuo; ed era difficile credere che non fossero mosse da qualche raffinato congegno meccanico.

Negli ultimi anni, comunque, il sabato ha perso la maggior parte delle sue caratteristiche di festa di un tempo. Questo assalto settimanale dei nativi interferiva troppo con il lavoro e gli interessi dei bianchi e approvando una legge qui e predicando un sermone là, e con altri vari mezzi, gradualmente lo hanno interrotto. L'"hula-hula" contrario alla morale è stato proibito, tranne che di notte, a porte chiuse, in presenza di pochi spettatori, e solo con il permesso debitamente ottenuto dalle autorità e il pagamento di 10 dollari. Al giorno d'oggi, ci sono poche ragazze capaci di danzare questo antico ballo nazionale al più alto livello di perfezione.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 121

IL PADRE DEL RE

Ho scoperto che l'Assemblea Legislativa è composta da una mezza dozzina di uomini bianchi e una trentina o quarantina di nativi. Era un'adunata nera. I Nobili e i Ministri (circa una dozzina in totale) occupavano l'estrema sinistra della sala, con David Kalakakua (il Ciambellano del Re) e il Principe William in testa. Il Presidente dell'Assemblea, Sua Altezza Reale M. Kekuanaoa e il Vice Presidente (Rhodes) erano seduti sul pulpito, se posso chiamarlo così.

Il Presidente è il padre del Re. È un uomo eretto, di corporatura forte, dai lineamenti pesanti, con i capelli bianchi, un anziano gentiluomo di carnagione scura di un'ottantina di anni o giù di lì. Era vestito in modo semplice ma elegante, con una giacca di panno blu, panciotto bianco e pantaloni bianchi, senza macchie, polvere o pecche. Stava seduto con una tranquilla dignità, solenne, ed è un uomo dall'aspetto nobile. Era un giovane e abile guerriero sotto il terribile vecchio combattente Kamehameha I, più di un secolo fa, e non ho potuto evitare di dire tra me e me: "Quest'uomo, nudo come il giorno in cui è nato e con il bastone da guerra e la lancia in mano, al comando di un'orda di selvaggi, ha attaccato in passato altre orde di selvaggi; si è crogiolato nel massacro e nella carneficina; ha adorato in ginocchio figure di legno; ha visto centinaia della sua razza offerti nei templi pagani come sacrificio agli orrendi idoli, in un momento storico in cui nessun piede di missionario aveva mai calcato questo suolo; non aveva mai sentito parlare del Dio degli uomini bianchi; ha creduto che il suo nemico potesse segretamente pregare per la sua morte; nella sua infanzia ha visto i giorni in cui un uomo che mangiasse con la propria moglie o un plebeo che lasciasse la sua ombra toccare il Re commetteva un crimine punibile con la morte; e ora guardatelo: un educato cristiano; vestito in maniera appropriata ed elegante, un gentiluomo di mente elevata; un viaggiatore, in qualche modo; e uno che è stato l'ospite d'onore delle corti europee; un uomo esperto nel tenere le redini di un Governo di larghe vedute, molto esperto nella politica del suo Paese e, in generale, nella conoscenze pratica. Guardatelo sedersi lì a presiedere le deliberazioni di un corpo legislativo in cui ci sono uomini bianchi; una figura di statista serio, dignitoso e tanto apparentemente naturale e adatto per quell'incarico come se ci fosse nato dentro e non ne fosse mai uscito in tutta la vita. Oh Signore! Quanto le esperienze della strana, avventurosa vita di questo vecchio devono umiliare la dozzinale invenzione del romanzo!"

Kekuanaoa non è di sangue reale. Il suo rango principesco deriva da sua moglie che era una delle figlie di Kamehameha il Grande; sotto altre monarchie, la linea maschile ha la precedenza su quella femminile nel diritto di successione, ma qui il caso è opposto: prevale la linea femminile. E la ragione è straordinariamente ragionevole e la raccomando all'aristocrazia d'Europa: dicono che è facile sapere chi è la madre di un uomo ma...


UN'INGIURIA COMPLETA

Il livello intellettuale dell'Assemblea Legislativa è all'altezza della media delle altre istituzioni nel mondo; e lo considero un complimento, anche se mi resta difficile farlo. Ho visto numerose legislature e, in ognuna di esse, la maggioranza conosceva giusto l'indispensabile per entrare quando pioveva, e questo era tutto. Pochi uomini di grandi capacità possono permettersi di lasciare che i loro affari vadano in rovina mentre sprecano il loro tempo nei mesi di legislatura in cui tirano a campare. A pochi di questi uomini importano le scarse onorificenze che si possono ottenere in un posto del genere. Ma il vostro chiacchiericcio piace all'avvocatuncolo di paese; la vostra solenne somaraggine ai campagnoli, che non distinguono la Costituzione dal Padre nostro, e nell'Assemblea troverete sempre questo: discorsi a vanvera, banalità trite e ritrite, "libertà o morte", fandonie dalla mattina alla sera; e gli altri a sonnecchiare con i loro scarponi risuolati, piantati come un paio di pietre tombali sullo scranno.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 220

LA TESTIMONIANZA DELLA NATURA IMPRESSA NELLA LAVA

Alle quattro del pomeriggio stavamo aggirando una montagna di lava tetra e desolata sul mare, alla fine di un nostro piacevole viaggio per terra. Questa lava è l'accumulo di anni e anni; un torrente di fuoco dopo l'altro è venuto giù nei tempi antichi e ha reso la struttura dell'isola sempre più alta. Il sottosuolo è pieno di caverne; non avrebbe senso scavare pozzi qui: non conterrebbero acqua; in quanto non se ne troverebbe neanche un po' da conservare. Conseguentemente, i coltivatori dipendono dalle cisterne.

L'ultimo getto di lava si è verificato talmente tanto tempo fa che non ci sono più testimoni viventi. In un luogo il magma ha circondato e incenerito una piantagione di alberi di cocco, e i buchi nella colata dove stavano i tronchi sono ancora visibili; la loro superficie ne reca impressa la corteccia; gli alberi sono caduti sul fiume ardente, e venendone in parte sommersi, vi hanno lasciati la perfetta impronta di ogni nodo e ramo e foglia e persino noce; per i cercatori di curiosità di tempi così lontani, da rimirare e stupirsene.

C'erano senza dubbio molte sentinelle Kanaka di guardia in giro a quel tempo, ma non lasciarono stampi dei loro corpi nella lava come fecero le sentinelle romane a Ercolano e Pompei. È un peccato che sia andata così, perché queste cose sono tanto interessanti, ma è andata così. Probabilmente se ne andarono via. Forse se ne andarono via prima. È stato un peccato. Comunque, ebbero i loro meriti: i Romani mostrarono grande coraggio, ma i Kanaka un miglior discernimento.

Come sempre, Brown ha caricato il suo infelice cavallo con 15 o 20 libbre di "campioni", da esserne maledetto e preoccupato al contempo, e poi l'ha scaricato per nuovi giocattoli di uguale natura. Egli è come la maggior parte della gente che visita l'isola: raccolgono sempre esemplari, con entusiasmo selvaggio, ma non ne riportano mai a casa nessuno.


IL LUOGO DI MORTE DEL CAPITANO COOK

Presto siamo arrivati in vista di quel luogo la cui storia è familiare a ogni scolaro del mondo: Kealakekua Bay, il luogo in cui il Capitano Cook, il grande circumnavigatore, fu ucciso dai nativi quasi cento anni fa. Il sole calante vi fiammeggiava e c'era un temporale estivo, attraversato da due magnifici arcobaleni. Due gentiluomini che erano davanti a noi hanno cavalcato dentro uno dei due e, per un momento, i loro vestiti rifulsero di uno splendore più che regale. Perché il Capitano Cook non ha avuto abbastanza gusto da chiamare queste "Isole Arcobaleno"? Questi spettacoli affascinanti vi si presentano a ogni dove; sono tanto comuni su queste isole quanto la nebbia a San Francisco; sono visibili ogni giorno; e spesso anche di notte: non l'arco argenteo che si vedeva tempo fa negli Stati Uniti, al chiaro di luna, ma striato di colori, tutti brillanti e belli, come i figli del sole e della pioggia. Ne ho visto uno alcune sere fa. Uno di quelli che i marinai chiamano "cani sciolti": piccole pezze di arcobaleno sono spesso viste disperdersi nei cieli a queste latitudini, come i vetri colorati delle cattedrali.

Kaelakekua Bay è una piccola curva come l'ultimo nodo della conchiglia di una lumaca, che forma un'ansa sulla terra, apparentemente lunga non più di un miglio da sponda a sponda. È limitata da un lato, dove avvenne l'assassinio, da una piccola pianura piatta, su cui si ergono un boschetto di alberi di cocco e alcune case in rovina; un ripido muro di lava, alto mille piedi nel punto più alto e trecento nel punto più basso, scende dalla montagna e ne delimita l'estremità interna. Da questo muro il posto prende il suo nome, Kealakekua, che nella lingua nativa significa "il cammino degli dèi". Dicono (e credono ancora, malgrado la loro cristianizzazione), che il grande dio Lono, che viveva sul pendio del colle, lo utilizzava sempre quando un impegno urgente connesso agli affari divini lo chiamava sulla spiaggia in fretta e furia.

Mentre il sole rosso appariva sul placido oceano attraverso gli alti, netti fusti degli alberi di cocco, come attraverso le barre di una prigione di città e mi sono fermato sul bordo dell'acqua, sulla piatta roccia calcata dai piedi del Capitano Cook quando giunse il colpo che gli portò via la vita; e ho cercato di figurarmi nella mente l'uomo condannato che combatteva in mezzo a una moltitudine di selvaggi infuriati, gli uomini che si affollavano sulla fiancata della nave fissando con ansioso sgomento la spiaggia, il...

Ma ho scoperto che non riuscivo a farlo.

Si stava facendo buio, la pioggia cominciava a cadere, potevamo vedere il distante Boomerang rimasto tranquillamente alla fonda; e così mi sono avvicinato a un triste magazzino e mi sono seduto a fumare e pensare, e desiderare che la nave ce la facesse a raggiungere terra, visto che non avevamo mangiato granché per dieci ore ed eravamo ferocemente affamati.


LA STORIA DEL CAPITANO COOK

Una semplice storia senza fronzoli elimina ogni aspetto romanzesco dall'assassinio del Capitano Cook, e consente un ponderato verdetto di omicidio per legittima difesa. Ovunque egli si recò nelle isole, fu cordialmente accolto dagli abitanti e le sue navi rifornite prodigalmente con ogni tipo di cibo. Egli rispose a queste gentilezze con insulti e maltrattamenti.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 244

TEMPIO DEL DIO DELLA PIOGGIA

Fu proprio l'ampio tratto di terra vicino al porto di entrata, che si estende dal mare alla cima della montagna, ad essere consacrato al dio Lono nei tempi antichi; così sacro che, se un comune nativo vi avesse posato sopra il piede sacrilego, sarebbe stato per lui il momento di fare testamento, perché la sua ora era giunta. Egli avrebbe dovuto girarvi intorno dalla parte del mare, ma non attraversarlo. Era disseminato di templi pagani e di goffi, brutti idoli ricavati da tronchi di legno. C'era un tempio votivo per la pioggia e, con rara sagacità, fu collocato su un lato così alto della montagna che se vi aveste pregato ventiquattro ore al giorno, probabilmente avrebbe piovuto sempre. E raramente sareste arrivati all'Amen prima di aver aperto l'ombrello.


LA CASA COSTRUITA DALL'UOMO MORTO

E c'era un grande tempio lì vicino, costruito in una sola notte nel mezzo di una tempesta con tuoni e pioggia, dalle spettrali mani dei morti! La tradizione dice che, al magico bagliore dei fulmini, una muta schiera di fantasmi fu vista compiere quello strano lavoro sul fianco della montagna, nel mezzo della notte, aleggiando qua e là e trasportando grossi blocchi di lava stretti tra le gelide mani; apparendo e scomparendo come i lampi intermittenti, nelle loro pallide forme per poi scomparire di nuovo. Anche oggi, si dice, i nativi mantengono questa struttura spaventosa con timore e venerazione, e non ci passano di notte.


VENERE AL BAGNO

A mezzogiorno ho osservato un gruppo di giovani native nude che facevano il bagno in mare, e sono sceso a guardarle. Ma con il pudore che sembra ovunque caratteristico di quel sesso, si sono tutte tuffate in mare con un gridolino e quando sono tornate in superficie, hanno messo fuori solo la testa senza mostrare disposizione alcuna a procedere ulteriormente nella stessa direzione. Io, naturalmente, ero irritato da tale condotta e, dunque ho impilato i loro vestiti su una roccia sul margine del mare e mi ci sono seduto sopra, facendo restare le ragazze in acqua finché sono state quasi esauste. Le avevo alla porta, come dicono i missionari. Ero a mio agio, e le ho semplicemente lasciate implorare. Ho pensato che si congelassero, forse, ma questo non era possibile. Alla fine ho rinunciato e sono andato via, sperando che la lezione che avevo impartito loro non andasse perduta. Poi mi sono spogliato e sono entrato anch'io in acqua. E loro sono uscite.

Non ho mai visto perversità così bizzarra. Ben presto è sopraggiunto un gruppo di bambini di entrambi i sessi, festosi intorno a me, e allora me ne sono andato e ho lasciato l'Oceano Pacifico in loro possesso.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 262

23



Honolulu, 10 settembre 1866 [sic]


IL GRANDE CAPO DEL REGNO DELLO ZUCCHERO

Ho visitato Haleakala, Kilauea, la valle Wailuku, le Cateratte Pietrificate, i Sentieri del Grande Dio Maiale; in una parola, ho visitato tutte le principali meraviglie dell'isola e ora mi appresto a parlare di una che le sorpassa tutte per la sua importanza per l'America. Una terra che produce sei, otto, dieci, dodici, sì, anche 13.000 libbre di zucchero ad acro su un terreno non concimato! Ci sono pochi preziosi acri di terreno non concimato in Louisiana – forse nessuno – che producono 2.500 libbre di zucchero; non c'è un acro non concimato, coltivato nelle Isole Sandwich che ne produce meno. Questo Paese è il Re del mondo dello zucchero, per quanto riguarda la sua stupefacente produttività. Prima d'ora le Mauritius ne detenevano il primato. Il Commodoro Perry, nel suo resoconto sulle Mauritius, afferma: "Prima dell'introduzione del guano nelle Mauritius, la produzione di zucchero su quelle isole era da 2.000 a 2.500 libbre per acro; ma l'aumento dall'applicazione di questo fertilizzante è stato così straordinario da essere appena credibile. Nelle stagioni normali la produzione è stata dalle 6.000 alle 7.000 libbre e, in circostanze particolarmente favorevoli, ha raggiunto le 8.000 libbre ad acro".

"Appena credibile". Il guano non è stato mai usato nelle Isole Sandwich, tuttavia la media del raccolto di zucchero a Maui è costantemente di oltre le 6.000 libbre per acro coltivato. L'anno scorso la media è stata di 7.000 libbre per acro nella piantagione Ulupalakua; quest'anno i "fusti" della piantagione Wailuku ne hanno prodotto in media 8.000. Parti delle Waikapu, Wailuku, Waihee, Ulupalakua, e tante altre piantagioni ne hanno prodotto oltre 11.000 libbre ad acro e venti acri su quaranta hanno prodotto in media l'enorme raccolto di 13.000 libbre per acro in una stagione! Queste cose sono "appena credibili" ma, ciononostante, vere.

Dagli ultimi resoconti del Ministero del Commercio Americano appare che la media dei raccolti di zucchero per acro in tutto il mondo sia tra le 500 alle 1.000 libbre. La media nelle Isole Sandwich, trattando senza distinzione il buono, il cattivo e l'indifferente, è di 5.000 libbre per acro.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 270

IL MODELLO DI UN MULINO HAWAIANO

La lavorazione dello zucchero nella piantagione Lewers (una volta conosciuta come la piantagione "Waihee") è considerata un modello nelle isole, quanto a costi, estensione, completezza, ed efficienza. Fa una buona impressione quanto qualsiasi altra tra Baton Rouge e New Orleans ed è indubbiamente altrettanto perfetta nelle attrezzature. L'edificio principale è lungo duecento piedi e ampio circa quaranta (forse più) e proporzionale nell'altezza. I muri sono di pietra e molto spessi. Ha un'imponente ciminiera che potrebbe servire da torre di tiro. Essendo pitturato di color bianco neve, l'edificio del mulino e l'alto comignolo spiccano in forte contrasto con i campi circostanti di canna verde chiara. Un lungo, sopraelevato canale artificiale davanti e una ruota sporgente di ampio diametro; su un lato, un ampio recinto popolato da "coolie" che spargono "ciarpame" da seccare; mezza dozzina di Kanaka che nutrono di canna i cilindri turbinosi del mulino e una rumorosa processione di contadini che vi spingono carretti di canne e le scaricano: ciò conferisce al luogo un aspetto efficiente, insolito per le sonnecchianti Isole Sandwich. I vicini uffici del proprietario, la dimora del sovrintendente, la bottega, il negozio del maniscalco, gli alloggi per gli impiegati bianchi, i nativi vivono in capanne, e una schiera di tettoie per i coolie cinesi, rendono il Waihee un villaggio dalle pretese molto rispettabili. Gli impiegati del mulino e della piantagione, con le loro famiglie, ammontano forse a 350 persone.

All'interno dello spazioso edificio del mulino che ho descritto, ci sono quattro lunghe file di vasche (refrigeranti), circa venticinque per fila, che occupano quasi l'intero pavimento, con binari, tra le file, percorsi da carrelli che trasportano lo zucchero cotto liquido alle vasche di raffreddamento. Ogni vasca è lunga circa sei piedi, larga circa tre e mezzo o quattro, e profonda circa due, e può contenere una quantità di zucchero equivalente a tredici giovani donne; in un ammontare non poetico, 1.400 libbre.

Al centro c'è una piccola macchina chiamata "macina"; un'invenzione straordinariamente utile, l'unica che ho visto sulle isole. Quando lo zucchero nei refrigeratori diventa granulato e indurito, contiene molti grumi duri difficili da rompere nelle centrifughe, e questo servizio è compiuto dalla macina. Essa è costituita semplicemente da due cilindri che giravano velocemente, posti vicini, e dopo che lo zucchero granulato passa tra loro, i grumi scompaiono.

[...]

Ho visto la canna tagliata nei campi; trasportata alle fabbriche, spremuta dal mulino; trasferita al chiarificatore; da lì al treno; da lì alla cisterna di Weitzel; da lì alla pentola vuota; da lì ai refrigeratori; da lì alla macina, da lì alle centrifughe; da lì, sotto forma di zucchero, ai contenitori sottostanti; da lì all'imballatrice, da lì all'artista che ne scrive la qualità, il peso, il nome della piantagione sui barilotti, e da lì alla goletta che è alla fonda a un miglio e mezzo; ho visto frequentemente l'intero processo portato a termine in due giorni, e ancora non mi considero competente per produrre zucchero.

[...]

MANODOPERA

La manodopera principale usata nelle piantagioni è quella costituita da donne e uomini Kanaka: dai 6 agli 8 dollari al mese, con vitto e alloggio, e dagli 8 ai 10 dollari se provvedono a se stessi. Il contratto con i lavoratori è scritto, e la legge lo impone rigorosamente; se l'uomo si sottrae a un giorno di lavoro e si assenta, deve lavorare due giorni per recuperare, quando ha il giorno libero. Se diventa indisciplinato e disobbediente è condannato a lavorare sulla scogliera per una stagione, a 25 centesimi al giorno. Comunque, se è in debito con il coltivatore per acquisti quali vestiario e provviste, quando il contratto scade l'obbligazione si estingue: il coltivatore non ha azione di rivalsa.

La produzione di zucchero è in rapida crescita ogni anno, e giorno per giorno la razza Kanaka va estinguendosi. La manodopera a buon mercato deve essere assicurata in un modo o nell'altro e così il Governo fa venire dalla Cina i coolie e li appalta ai coltivatori a 5 dollari al mese per cinque anni, più vitto e alloggio. L'agente hawaiano è caduto nelle mani dei truffatori cinesi, che gli hanno mostrato alcuni esemplari di eccellenti coolie e poi hanno caricato le navi con i più spregevoli tipi di pirati che abbiano scampato la forca. Storpi, folli, afflitti da malattie incurabili e quasi tutti scontrosi, altamente litigiosi, e mossi da animo diabolico. Comunque, i coltivatori sono riusciti a calmarli e ora li apprezzano molto. Il loro precedente lavoro di tagliare gole nei mari della Cina li ha resi insolitamente abili a tagliare la canna. Sono lavoratori stabili, industriosi quando sono adeguatamente sorvegliati. Se l'agente hawaiano avesse avuto un minimo di intuito negli affari avrebbe potuto procurarsi i contadini delle risaie e delle piantagioni di zucchero, uomini e donne tranquilli, e per lo stesso salario che deve essere pagato a queste canaglie; e avrebbe fatto loro un gran favore assicurando loro buone case e un trattamento equo al posto della miseria e brutalità che subiscono nella loro terra natia. Alcune donne sono state addestrate come domestiche e ho notato che non si danno arie, non "sono insolenti" con padroni e padrone, e non ti piantano in asso da un giorno all'altro, e non cercano di spadroneggiare, come la loro genia fa in California.


COOLIE PER LA CALIFORNIA

Un giorno avrete lavoratori coolie in California. Si stanno facendo strada nel settore della grande estrazione, della manifattura e degli enti di progresso pubblico. Non continuerete a pagare sempre 80-100 dollari al mese per la manodopera che potete assumere per 5. Prima la California adotterà la manodopera coolie meglio sarà per lei.

[...]

La Mission Woolen Mill Company acquista la lana della California e ne ricava tessuti di ogni genere che sfidano tutta l'America a superarli e venderli a prezzi che abbattono la competizione straniera. Il segreto è nell'economica manodopera cinese. Se sostituita da manodopera bianca le fabbriche dovrebbero fermarsi.

La Pacific Railroad Company impiega alcune migliaia di cinesi a circa 30 dollari al mese, sotto la sorveglianza di uomini bianchi; e dichiara che i cinesi sono la più economica, la migliore e la più tranquilla, pacifica e fedele manodopera che abbiano sperimentato.

Alcune delle più importanti società minerarie nello Stato hanno in progetto di impiegare manodopera cinese. Fornendo questa manodopera alla California per alcuni anni, si avrebbero cinquanta miniere aperte dove adesso se ne ha una, una dozzina di fabbriche attive dove ora ce n'è una; un migliaio di tonnellate di prodotto agricolo coltivato dove ce n'è un centinaio, leghe e leghe di strada ferrata dove al giorno d'oggi ce ne sono miglia; e una popolazione commisurata alla sua crescente prosperità.

Quale Stato nell'Unione ha un futuro così splendido quanto la California, con la Pacific Railroad che si muove lenta ma sicura verso di lei, oltre le montagne e il deserto, preparandosi a unirla con l'Est; e con una compagnia cinese di navi a vapore che sta quasi per aprirle il vasto commercio della nostra opulenta linea costiera, dal Fiume Amoor [Amur] all'Equatore? Nessuno forse. La California dovrebbe svegliarsi ed essere pronta a collegare la sua prosperità interna a queste maree di commercio che presto scorreranno nella sua direzione, da est a ovest.

All'America è stato concesso di materializzare la visione e realizzare il sogno di secoli degli entusiasti del Vecchio Mondo. Abbiamo trovato il vero Passaggio a nord-ovest; abbiamo trovato la vera e unica strada diretta verso gli scrigni prorompenti dell'Ormus e dell'Indi; verso quella terra incantata le cui sole gocce, nei tempi andati, hanno arricchito e accresciuto l'antica Venezia prima, il Portogallo e l'Olanda dopo e, ai giorni nostri, l'Inghilterra; e tutte in successione hanno bramato e sospirato per la sorgente di questa vasta ricchezza orientale, e hanno sospirato invano. Il territorio è stato loro nascosto, ma lo abbiamo trovato oltre le onde del Pacifico, e le imprese americane si faranno strada nel cuore e al centro dei suoi tesori accumulati, la sua opulenza imperiale. La porta di questo sentiero è il Golden Gate di San Francisco; il suo deposito, il suo centro di distribuzione è la California; i suoi clienti sono le nazioni della terra; i suoi carri da trasporto saranno i vagoni merci della Pacific Railroad; faranno incetta di questi tesori delle Indie a San Francisco e saetteranno da un capo all'altro del continente e i vascelli della Pacific Mail Steamship Company li consegneranno in Europa quindici giorni prima di quanto l'Europa possa portarli là da qualsiasi sua altra rotta immaginabile.

La California ha trovato il mondo che le può porgere un tributo. Sta per essere scelta per dirigere quasi tutto il lavoro di 450 milioni di persone; l'occupazione pressoché totale della più opulenta terra al mondo. È la terra in cui si trova la leggendaria lampada di Aladino; è lei il nuovo Aladino, che la recupererà dal suo oblio e invocherà il genio comandandogli di incoronarla con il potere e la grandezza, e di portare ai suoi piedi i tesori accumulati della terra!

Mi potrei essere allontanato un po' dall'argomento originario, ma non è un problema: continuo a pensare al nuovo argomento, e comunque ci sarei dovuto incappare prima o poi.

Mark Twain

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 293

NEL REGNO DELLE FATE

I momenti di questa gita sono stati straordinari. Di tanto in tanto, siamo entrati in piccoli bacini, cinti da basse scogliere ricoperte dell'erba più verde e ornate di cespugli e piccoli alberi, il cui fogliame risplendeva di uno smeraldo lucente. Una specie, chiamata mamona [mamani], con il suo colore brillante, le foglie di carruba, esente dal marciume e da ogni tipo di difetto, con la sua forma aggraziata, rapiva l'occhio in una sorta di fascinazione. Il verde intenso di questi parchi fatati era accompagnato e diversificato dalle splendide infiorescenze dell' ohia. Non mancava nulla, tranne le fate stesse.


IL REGNO DELLA DESOLAZIONE

Mentre trottavamo sulla leggera salita e ci avvicinavamo al vulcano, il panorama è cambiato. Siamo arrivati in un desolato deserto di ammassi di lava neri, gonfi, ritorti, increspati; una vuota e lugubre desolazione! Vi si levavano delle collinette pietrose; tutte piene di grinze e fenditure che dal centro si aprivano, in una dozzina di posti, verso la circonferenza, come se fossero state originate da un'esplosione sottostante. Ci doveva essere stata una bolgia tremenda qui una volta, quando queste onde morte ribollivano fuoco; ma ora tutto era immobile e silenzioso, era un mare pietrificato! Gli spazi sottili tra di loro erano in parte riempiti di sabbia vulcanica e, attraverso di essi, arrancavamo a fatica. Anche in questa landa deserta, l'invincibile ohia lottava per un appiglio, e lo trovava; torreggiando, qua e là, sugli ammassi, con i tronchi schiacciati, come lance di erba, nelle fessure da cui sorgevano.

Alla fine siamo arrivati a deserti incerti e consunti di lava inaridita e rigonfia; a pianure e lande di smorte ceneri grigie; diretti alla sommità della montagna, e questi segni ci avvertivano che ci stavamo avvicinando al palazzo della terribile dea Pele, il cratere di Kilauea.

Mark Twain

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 295

25



Volcano House, 3 giuno 1866, mezzanotte


IL GRANDE VULCANO DI KILAUEA

Suppongo che nessun uomo abbia mai visto le cascate del Niagara per la prima volta senza sentirsi deluso. Suppongo che nessun uomo le abbia mai viste per la quinta senza chiedersi come abbia potuto essere tanto cieco e stupido da trovare qualsiasi scusa per la delusione iniziale. Suppongo che qualunque delle più celebrate meraviglie della natura all'inizio apparirà abbastanza insignificante al visitatore, ma con una conoscenza approfondita se ne inorgoglirà, la divulgherà in lungo e in largo e la trasformerà nella migliore, al di là della sua volontà; un'evento troppo sorprendente per comprenderlo. E so che una grande casa sembrerà crescere man mano che ci si vive dentro, e so anche che una donna che appare brutta da far paura a un primo sguardo migliorerà con la conoscenza fino a diventare veramente bella prima che il mese sia finito.

Sono rimasto deluso vedendo oggi, per la prima volta, il grande vulcano di Kilauea (Ke-lo-uai-ah). Mi consola, comunque, il fatto che mi aspettavo decisamente di essere deluso, e così, perlomeno in un certo senso, non sono del tutto deluso.

[...]

C'è circa mezzo miglio dalla Volcano House all'osservatorio. Dopo una simpatica cena abbiamo aspettato che fosse completamente buio e poi ci siamo avviati al cratere. Il primo sguardo in quella direzione ha rivelato una scena di una bellezza selvaggia. C'era una nebbia pesante sul cratere splendidamente illuminato dal bagliore dei fuochi sottostanti. L'illuminazione era larga due miglia e forse alta uno; e se mai vi è capitato di vedere, in una notte scura e a distanza, la luce di trenta o quaranta edifici tutti in fiamme riflettersi vivamente sulle nuvole incombenti, vi potete fare l'idea giusta di come essa appariva.


LA VISIONE DELL'INFERNO E DEI SUOI ANGELI

Arrivati al piccolo osservatorio con il tetto di paglia, abbiamo posato i nostri gomiti sulla balaustra di fronte e abbiamo osservato l'ampio cratere e giù nel precipizio a picco, verso i fuochi ribollenti sotto di noi. La vista ha rappresentato un sorprendente miglioramento della mia esperienza diurna. Mi sono girato per vederne l'effetto sullo stato di agitazione della compagnia e ho trovato il più grande gruppo di persone con la faccia rossa che abbia mai visto. Alla forte luce, ogni espressione risaltava come il ferro incandescente, ogni spalla era cosparsa di cremisi e ombreggiata dietro da una nerastra e amorfa oscurità! Il sito sottostante sembrava una regione infernale e questi uomini diavoli tutti allegri appena arrivati da una licenza. Ho voltato i miei occhi di nuovo al vulcano. Il "sottosuolo" era illuminato abbastanza bene. Per un miglio e mezzo davanti a noi e mezzo miglio su ogni lato, il pavimento dell'abisso era magnificamente illuminato; oltre questi limiti, la nebbia calava giù le sue tende trasparenti e gettava un buio illusorio su tutto ciò che facevano i fuochi sfavillanti negli angoli remoti del cratere, quei fuochi sembravano essersi allontanati di innumerevoli leghe; la nebbia li faceva sembrare fuochi da campo di un grande esercito in lontananza. Qui c'era spazio per far lavorare l'immaginazione! Potreste immaginare quelle luci nell'ampiezza di un continente lontano; e ciò che era nascosto sotto l'oscurità incombente erano colline, fiumi tortuosi, la tediosa desolazione della pianura e del deserto; e anche allora la fantastica visione si prolungava incessantemente! Fino al fuoco e molto oltre! Non lo potreste raggiungere: era l'idea dell'eternità fatta reale e il suo confine più lontano era visibile a occhio nudo!

[...]

Ho dimenticato di dire che il rumore prodotto dalla lava ribollente non è intenso, a sentirlo come abbiamo fatto noi, dal nostro trespolo sopraelevato. Emette tre suoni diversi: uno impetuoso, uno sibilante e uno di tosse o di sbuffo; e se state sul ciglio e chiudete gli occhi non è affatto ingannevole immaginarvi di navigare su un fiume con un grande battello a bassa pressione e di sentire il sibilo del vapore vicino alle caldaie, gli sbuffi dai tubi di scappamento e il trambusto dell'acqua che ribolle a poppa delle sue ruote. L'odore di zolfo è forte, ma non sgradevole per un peccatore.


LA COLONNA DI FUOCO

Abbiamo lasciato l'osservatorio alle dieci, semicotti a causa del calore delle fornaci di Pele e avvolgendoci in coperte (perché la notte era fredda) siamo tornati in albergo. Dopo che ci siamo arrivati al buio, abbiamo visto un altro bello spettacolo. Una colonna colossale di nuvole torreggiante a grande altezza nell'aria, proprio sul cratere, e il bordo esterno di tutte le sue vaste pieghe era tinto di un cremisi acceso che si scoloriva in un pallido colore rosa tra le depressioni intermedie. Brillava come una torcia coperta e si allargava in alto a un'altezza vertiginosa verso lo Zenit. Ho pensato fosse possibile che nulla del genere fosse stato visto da quando i figli di Israele vagavano nelle loro lunghe marce attraverso il deserto, tanti secoli fa, attraverso un sentiero illuminato dalle misteriose "colonne di fuoco". Ed ero sicuro che ora possedevo un concetto vivido di come appariva la maestosa "colonna di fuoco", che quasi equivaleva a una rivelazione.

| << |  <  |