Copertina
Autore David Yallop
Titolo Misteri della fede
EdizioneNuovi Mondi, Modena, 2011 , pag. 230, cop.fle., dim. 14x21x1,6 cm , Isbn 978-88-8909-184-5
OriginaleBeyond Belief [2010]
TraduttoreChiara Mattioli
LettoreGiangiacomo Pisa, 2012
Classe religione , paesi: USA , paesi: Irlanda , chiesa
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Indice


Prefazione                                    9

Parte 1:
Wojtyla: dentro la "stanza segreta"          13

Parte 2:
Ratzinger: affrontare il "sistema segreto"  131


Ringraziamenti                              221

Bibliografia                                223


 

 

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Parte 1:
Wojtyla: dentro la "stanza segreta"



Secondo Giovanni Paolo II e molti dei suoi vescovi, la responsabilità dell'epidemia di abusi sessuali commessi da preti, monaci, frati e suore ai danni di ragazzi e ragazze, adolescenti portatori di handicap, altri religiosi e donne laiche è da addebitare alla "società moderna". Ma il termine "società moderna" significa tutto e niente. Di fatto, il problema degli abusi sessuali del clero esisteva già nel II secolo. Quando Karol Wojtyla fu eletto Papa, nell'ottobre 1978, allo scandalo della corruzione finanziaria della Banca Vaticana si aggiungeva quello, altrettanto dilagante, della corruzione morale legata agli abusi sessuali interni al clero. Nel corso dei precedenti 1.800 anni il "sistema segreto" che si era andato sviluppando non aveva eliminato il problema degli abusi, ma si era limitato a occultarlo. La sua efficienza può essere valutata sulla base del fatto che prima del caso Gauthe, scoppiato nel 1985/86 (vedi oltre), le accuse in pubblico di molestie da parte di sacerdoti erano molto rare. Il fatto che un prete fosse chiamato in giudizio nell'ambito di un processo penale o civile era semplicemente inaudito.

La Chiesa Cattolica era abituata a lavare i panni sporchi in casa e i preti colpevoli non potevano essere giudicati dai tribunali civili se non dietro speciale autorizzazione. Questo sistema godeva chiaramente della completa approvazione di Papa Giovanni Paolo II. Nel 1983, dopo una discussione durata ventiquattro anni, fu pubblicato il Codice di Diritto Canonico attualmente in vigore che, tra gli altri cambiamenti apportati al precedente Codice del 1917, registrava l'introduzione della Legge 119, la quale annullava la necessità di tali autorizzazioni speciali. Si trattò di una decisione in seguito amaramente rimpianta da una larga parte delle gerarchie cattoliche: nell'arco di appena due anni, le cateratte si sarebbero aperte. Di lì a dieci anni, le ripercussioni economiche degli scandali sessuali sulla Chiesa Cattolica si sarebbero rivelate devastanti a ogni livello. Nei soli Stati Uniti, a partire dal 1984 le spese legali e gli indennizzi dovuti alle vittime di abusi hanno superato quota 6 miliardi di dollari e il prezzo pagato dalle gerarchie cattoliche in termini di immagine e reputazione non è neppure quantificabile.

assai improbabile che il Papa, al momento della sua elezione, non fosse consapevole della portata del problema né della tradizionale risposta approntata dal sistema segreto. Fino al 1981, il Pontefice aveva ignorato ogni richiesta di aiuto proveniente dalle vittime degli abusi del clero indirizzata direttamente a lui o alle diverse congregazioni vaticane. Il sistema segreto, al pari dei crimini da esso celati, affondava le proprie radici nella storia. Prima del 1869, quando Karl Maria Benkert coniò la definizione di "omosessuale", il termine utilizzato per descrivere gli atti sessuali tra due o più persone dello stesso sesso era "sodomia". Questa etichetta non si applicava soltanto ai rapporti sessuali tra maschi adulti, ma anche a quelli con animali e agli abusi che coinvolgevano bambini o ragazzi. In quest'ultimo caso, si parlava frequentemente di "pederastia". Il termine "pedofilo" fu impiegato per la prima volta dal fisiologo Havelock Ellis nel 1906. La scienza attualmente definisce "pedofilo" chi abusa di un preadolescente ed "efebofilo" chi abusa di un adolescente.

Nel 177 d.C., il patriarca d'Atene Atenagora definì gli adulteri e i pederasti come nemici della Cristianità, condannandoli alla scomunica, all'epoca la condanna più grave inflitta dalla Chiesa. Il Concilio di Elvira, nel 305, e il successivo Concilio di Ancira, nel 314, hanno ribadito ulteriormente e sviluppato i termini di questa condanna.

Un'inestimabile fonte di informazioni sull'argomento è rappresentata dalla letteratura penitenziale del VII secolo. Questi libri, simili a manuali, erano compilati dai preti e utilizzati nel corso delle confessioni individuali dei membri della Chiesa. Alcuni trattano dei crimini sessuali commessi da ecclesiastici ai danni di giovani di entrambi i sessi. Il Penitenziale di Beda, risalente all'Inghilterra dell'VIII secolo, consiglia per quei religiosi colpevoli di sodomia con i bambini penitenze di severità crescente secondo l'importanza della carica ricoperta. I laici responsabili di questo genere di crimine erano scomunicati e obbligati a tre anni di digiuno; per quei religiosi non appartenenti ad alcun ordine sacro il digiuno doveva essere esteso a cinque anni; per diaconi e preti il periodo aumentava rispettivamente a sette e dieci anni, mentre ai vescovi responsabili di abusi sessuali su bambini toccavano dodici anni di penitenza.

Nel corso del primo millennio, la Chiesa Cattolica assunse posizioni chiaramente più severe riguardo agli abusi sessuali commessi dai suoi membri di quanto non abbia fatto in tempi più recenti. Gli scritti risalenti al primo millennio non concedono attenuanti particolari in considerazione dell'ignoranza e si dimostrano invece consapevoli del fatto che i pedofili tendono a reiterare i loro abusi. Non lanciano strali contro la mancanza di moralità della società laica, né accusano i fedeli di indurre deliberatamente in tentazione i preti. Sulla base di alcune prove, sembrerebbe invece che i preti pedofili venissero rimossi senza tanto clamore dal loro incarico e trasferiti in un'altra diocesi. Fatto ancora più significativo, la massima autorità ecclesiastica non ignorò il dilagare degli abusi sessuali perpetrati da preti e vescovi, ma fallì nell'applicazione di buona parte delle raccomandazioni stabilite.

Probabilmente, la testimonianza più significativa giunta fino a noi sulla Chiesa di quel primo periodo è il Liber Gomorrhianus, scritto da San Pier Damiani verso il 1051 d.C. L'opera denuncia l'endemica diffusione della sodomia attiva presso il clero dell'epoca e invoca un intervento deciso da parte del Papa. Al tempo in cui scrisse l'opera, Damiani era un sacerdote molto stimato dai vari Pontefici succedutisi in quel periodo. In seguito fu eletto vescovo e infine cardinale.

Il libro parla molto chiaro. Damiani aspirava a riformare un ampio ventaglio di comportamenti radicati nella Chiesa e una delle sue specifiche preoccupazioni riguardava l'immoralità sessuale del clero e la tolleranza da parte delle alte sfere ecclesiastiche, o perché altrettanto colpevoli o perché rinunciatarie nel contrastare i colpevoli di questi abusi. Ciò che lo sconvolgeva particolarmente erano gli atti sessuali commessi dai preti ai danni dei ragazzi.

Damiani auspicò l'esclusione dei sodomiti dall'ordinazione o, qualora questa fosse già avvenuta, la loro espulsione dai Sacri Ordini. Disprezzava i preti che "profanavano quegli uomini o quei ragazzi che venivano da loro per confessarsi" e castigava quegli "ecclesiastici che amministrano il sacramento della penitenza attraverso la confessione a coloro che hanno appena sodomizzato". Damiani valutava il danno arrecato alla Chiesa da chi commetteva tali abusi e, nel capitolo finale, si appellava a Papa Leone IX invocandone un intervento immediato. Leone IX lodò l'autore e confermò a propria volta la verità di tali denunce, tuttavia la linea di azione da lui adottata risulta curiosamente simile a quella seguita oggi dalla Chiesa.

I suggerimenti di Damiani riguardanti la gamma di punizioni applicabili furono ampiamente snaturati. Il Papa decise di rimuovere soltanto quei prelati colpevoli di abusi ripetuti durante un lungo arco di tempo. Nonostante Damiani avesse insistito nel sottolineare il danno causato dai sacerdoti alle loro vittime, il Pontefice non ne fece menzione e, invece, si concentrò sul comportamento peccaminoso degli ecclesiastici e sulla necessità di un loro pentimento. La risposta di Leone IX coincide con quella fornita da Giovanni Paolo II nel periodo compreso tra l'ottobre 1978 e l'aprile 2002. Soltanto il 25 aprile 2002 Sua Santità ebbe a definire gli abusi sui bambini "un crimine". In precedenza, si era sempre trattato di "un peccato". La differenza sta nel fatto che, mentre il primo ricade sotto la giurisdizione dei tribunali secolari, il secondo resta di esclusiva competenza della Chiesa.

Quasi un secolo dopo la pubblicazione del libro di Damiani, nel 1140 Il Decreto di Graziano dipinse la pedofilia clericale come un'attività ancora florida e praticata. Graziano incluse specifici riferimenti alle molestie inflitte ai ragazzi e sostenne che gli ecclesiastici riconosciuti colpevoli di pederastia dovessero essere sottoposti alle stesse pene cui erano condannati i laici, pena di morte inclusa. L'opera di Graziano, largamente considerata la fonte fondamentale della storia del diritto canonico, suggeriva, nel caso si reputasse la pena di morte una punizione eccessiva, di scomunicare i responsabili di crimini sessuali sui bambini. All'epoca, la scomunica era considerata una condanna particolarmente severa, che comportava l'espulsione a vita dell'individuo dalla società. Tuttavia, a dispetto del rigore delle condanne, gli abusi continuarono incessanti.

Nell' Inferno, scritto all'inizio del XIV secolo, Dante attraversa i gironi incontrando un gran numero di sodomiti, tra cui figurano un gruppo di preti e un ex-vescovo di Firenze, Andrea de' Mozzi, da poco trapassato.

Il diritto canonico del XVI secolo sollecitava i vescovi ad ammonire e condannare quei sacerdoti le cui vite erano "depravate e scandalose"; tra le punizioni figurava la sospensione di ogni forma di compenso. Una bolla papale intitolata Horrendum e datata 30 agosto 1568 dichiarava che: "I preti responsabili di abusi devono essere rimossi da ogni ufficio e privati di tutti i benefici, degradati e trascinati in giudizio di fronte a un tribunale secolare dove sarà loro inflitta un'ulteriore punizione".

Il sistema segreto a protezione degli ecclesiastici colpevoli di abusi sessuali era già in vigore almeno nella prima metà del XVII secolo, quando il fondatore dell'Ordine Piarista, Padre José de Calasanz, decise di non portare a pubblica conoscenza gli abusi sessuali commessi dai suoi preti. Uno di questi pedofili, Padre Stefano Cherubini, membro di una famiglia in stretti rapporti con il Vaticano, riuscì a insabbiare i propri crimini con tanta efficienza da divenire infine capo dell'Ordine. Occorsero quindici anni di proteste contro di lui e altri esponenti di spicco del Piarismo per convincere Papa Innocenzo X a prendere provvedimenti e ad abolire temporaneamente lo stesso Ordine. Come illustrato dalla storica Karen Liebreich nel suo Intrighi e scandali in Vaticano. L'ordine cattolico decaduto, il sistema segreto vigente nel XVII secolo si dimostra quanto mai attuale, compresa la pratica dell'"allontanamento tramite promozione", consistente nel destinare i colpevoli a cariche più elevate per allontanarli dalle loro vittime.

Fino agli anni '80, Giovanni Paolo II e molti dei suoi vescovi e cardinali, tra cui lo stesso Ratzinger, scelsero di ignorare i secoli di abusi sessuali commessi dai sacerdoti. infatti innegabile che gli scandali attuali riguardanti la pedofilia clericale siano solo l'ultimo anello di una catena mai interrotta che risale attraverso i secoli sino al primo millennio. Nello scalpore suscitato dalle vicende contemporanee risuona potente l'eco di un oscuro passato.

Di recente è stato reso pubblico un altro documento vaticano segreto sul reato di adescamento, dal titolo Crimen sollicitationis (Istruzioni sul modo di procedere nei casi di sollecitazione), nel quale si considera l'eventualità in cui un prete tenti di ottenere favori sessuali da un individuo di cui sta ascoltando la confessione. Il documento, pubblicato nel marzo 1962 a opera del Prefetto del Sant'Uffizio, il Cardinale Alfredo Ottaviani, con l'approvazione dell'allora Pontefice Giovanni XXIII, non fu mai reso pubblico. L'elenco dei destinatari era limitato a "patriarchi, arcivescovi, vescovi e altri ordinari diocesani", fra cui anche il vescovo di Cracovia da poco eletto Karol Wojtyla.

Il documento analizza le disposizioni riguardanti i processi segreti degli ecclesiastici accusati del crimine ed è stato recentemente definito da alcuni avvocati "un modello di inganno e segretezza", mentre i suoi difensori ribattono che, poiché il sacramento della penitenza si fonda sul più assoluto riserbo, anche le procedure concernenti questi crimini "ecclesiastici" devono attenersi allo stesso principio, ponendo il responsabile al di sopra della legislazione penale del paese ospitante. Questa fu anche la posizione assunta dal Vaticano per molti secoli nei confronti di tutti gli atti di pedofilia clericale perpetrati fuori o dentro il confessionale.

Le istruzioni emanate nel 1962 dal Sant'Uffizio per "affrontare questo crimine innominabile" si adoperano in ogni modo per garantire la più assoluta segretezza. La vittima deve presentare una lamentela entro "trenta giorni" dal crimine, altrimenti sarà automaticamente colpita da scomunica. Poiché spesso le vittime erano bambini piccoli, questa particolare direttiva ha dell'incredibile. Il presunto responsabile poteva essere "trasferito ad altro incarico, a meno di proibizione da parte dell'Ordinario competente". Sia il responsabile che la vittima erano obbligati a osservare il "silenzio perpetuo", pena la scomunica. E di nuovo entra in gioco un elemento del cosiddetto "sistema segreto": "Sono tenuti al giuramento di mantenere il segreto sia coloro che accusano o denunciano il sacerdote, sia i testimoni". Nel Capitolo 5 del documento, intitolato "Il peggior crimine", si afferma che: "Come peggior crimine si intende a questo punto la prova di qualsiasi atto osceno fisico o gravemente peccaminoso perpetrato o tentato da parte di un appartenente al clero nei confronti di una persona del suo stesso sesso o di giovani di entrambi i sessi o di animali (bestialità)".

Il documento del 1962 ritrae con efficacia una Chiesa del XX secolo ancora alle prese con gli stessi crimini denunciati da San Pier Damiani oltre mille anni prima. Ma, al contrario di Damiani, l'approccio moderno mirava a fare sì che non solo l'adescamento, ma tutti i crimini sessuali commessi da membri di ordini religiosi restassero occultati il più a lungo possibile. Come se non bastasse, il documento implicitamente riconosceva che l'errore, il vizio, la depravazione, l'immoralità e i comportamenti ignobili, violenti e indegni erano esclusivo appannaggio del gregge e non dei pastori.

Nel 1984, per la prima volta, negli Stati Uniti fu avviato un procedimento penale per "illeciti clericali" ai danni di una donna adulta. La causa fu promossa da un avvocato di Los Angeles a nome della signora Rita Milla e con questo primo caso intentato da una delle molte vittime dimenticate si inaugurarono i successivi vent'anni di sconcertanti rivelazioni su abusi sessuali di ogni tipo. Come tanti altri, Rita Milla fu inizialmente molestata dal proprio prete durante la confessione. Padre Santiago Tamayo si sporse oltre il sottile divisorio del confessionale e accarezzò il seno di Rita Milla, che all'epoca aveva sedici anni e voleva prendere i voti. Nel corso dei successivi due anni, tentò sistematicamente di sedurla.

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[...] Nel corso di un successivo convegno svoltosi in Ohio, Quinn raccomandò che tutte le diocesi degli Stati Uniti inviassero i documenti in loro possesso sui preti "problematici" all'ambasciata vaticana di Washington, rendendo così impossibile l'utilizzo di ogni prova in un procedimento legale.

Nel maggio 1985, poco prima di completare la propria relazione, Padre Peterson incontrò in privato a Philadelphia il Cardinale Krol, l'uomo più influente della Chiesa Cattolica americana. Krol si era adoperato più di qualsiasi altro principe della Chiesa per l'elezione di Karol Wojtyla al soglio pontificio. I due erano costantemente in stretto contatto e, tramite Krol, il Papa veniva tenuto informato dello scandalo che stava scoppiando. Krol era rimasto molto colpito dal Manuale e lo aveva più volte lodato, considerandolo, al pari di molti vescovi, un contributo inestimabile e fornendone personalmente una copia al Pontefice nella primavera del 1985. Anche il Cardinale Law di Boston aveva espresso un profondo apprezzamento per il libro.

La risposta del Vaticano, sia al Manuale che alle sue implicazioni, consisté nella cosiddetta "soluzione polacca": Papa Giovanni Paolo II aveva sempre ritenuto che la Chiesa dovesse occuparsi dei suoi problemi in una "stanza speciale", a porte chiuse, per cui sollecitò Krol e gli altri cardinali e vescovi statunitensi a risolvere con discrezione quel "problema essenzialmente americano". Il sistema segreto avrebbe continuato a imperare.

Il Manuale aveva poco a che spartire con la giustizia: la parte dedicata alle vittime e alle loro famiglie era liquidata in meno di mezza pagina. Tuttavia, pur nella sua brevità, il passaggio si rivelava del tutto pertinente, parlando di "abusi sessuali commessi da adulti su bambini" che comportavano:

Effetti duraturi che permangono anche in età adulta, non soltanto dal punto di vista psicologico, ma anche spirituale, poiché i responsabili degli abusi sono sacerdoti ed ecclesiastici. Fatti simili incideranno senza dubbio in modo profondo sulla fede delle vittime, delle loro famiglie e degli altri appartenenti alla comunità.

Gli autori discutevano anche della necessità di avvicinare direttamente le famiglie delle vittime, con le parole: "Laddove possibile, si dovrebbe cercare di ricucire in qualche modo il rapporto tra il prete e la famiglia...".

Il Cardinale Law comunicò agli autori la sua volontà di far adottare il Manuale dalla Conferenza Nazionale dei Vescovi Cattolici (NCCB), costituendo un'apposita commissione speciale. L'Arcivescovo Levada, segretario della commissione, dopo poco li informò che si stavano compiendo i primi passi avanti, ma ben presto la politica e le malevolenze interne alla Chiesa presero il sopravvento. Levada informò Padre Doyle che il progetto era stato soppresso perché esisteva già un'altra commissione "che si sarebbe occupata del problema e raddoppiare gli sforzi avrebbe finito per metterla in cattiva luce". Nei fatti, un membro del direttivo dell'NCCB aveva manifestato una profonda avversione per Padre Doyle: a lui va il merito del deliberato sabotaggio dell'unica possibilità della Chiesa statunitense di recuperare la propria credibilità in maniera decorosa.

Seguirono vari annunci, nient'altro che mere operazioni di PR, in occasione di una conferenza stampa riguardo all'istituzione di una commissione incaricata di studiare il problema degli abusi sessuali commessi da ecclesiastici. Tale commissione non esisteva affatto e mai nessuno all'interno dell'NCCB si preoccupò di contattare gli autori del Manuale. Intanto, il disastro era già cominciato. Quattro anni più tardi, con il paese travolto dallo scandalo dei preti pedofili, quello stesso membro del direttivo avrebbe continuato a snaturare in modo vergognosamente intenzionale sia il documento che le intenzioni dei suoi autori.

La risposta collettiva dei vescovi americani fu la negazione della realtà, nonostante gli autori del Manuale si fossero più volte sentiti riferire che gli abusi commessi dal clero sui bambini costituivano un immancabile argomento di conversazione a ogni incontro. La maggior parte dei vescovi, dunque, restava alla mercé del sistema segreto senza riuscire a immaginare alcuna alternativa.

Il commento di Papa Giovanni Paolo II, secondo cui gli abusi sessuali compiuti da ecclesiastici erano "un problema esclusivamente americano", fu presto contraddetto dall'affiorare dello stesso problema in un paese dopo l'altro. Nel 1988, nella provincia di Newfoundland, Canada, uno scandalo iniziato con le accuse di abusi sessuali ai danni di due sacerdoti si allargò sino a coinvolgere il 10 percento del clero nazionale.

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Nel 1999, mentre la Chiesa Cattolica in Inghilterra e nel Galles manteneva il silenzio sulle sempre più frequenti condanne di esponenti del clero per abusi sessuali, era ormai ovvio che la pedofilia in Gran Bretagna non sarebbe stata sconfitta negando l'esistenza del problema. In quattro anni, i preti condannati erano stati ventuno. Nel pieno della crisi, il cardinale Cormac Murphy O'Connor riconobbe appieno l'errore commesso nella gestione del caso di Padre Hill. Di lì a poco, si decise di procedere a un'indagine approfondita affidandone la guida a Lord Nolan (ex giudice della Camera dei Lord e già presidente della Commissione sugli standard di comportamento degli uomini pubblici). Nell'aprile 2001 fu pubblicata la sua relazione, contenente più di cinquanta raccomandazioni volte a proteggere le potenziali vittime.

Si trattò di un indubbio passo in avanti e una delle raccomandazioni immediatamente applicate prevedeva la stesura di una relazione pubblica annuale. Nonostante i numerosi casi di abusi sessuali avvenuti nell'arco di molti decenni, la Chiesa Cattolica di Scozia non si è dimostrata incline a seguire l'esempio proveniente da sud. Anche la principale raccomandazione inserita nella Relazione Nolan fu rapidamente adottata: la creazione di un'unità nazionale per la tutela dei bambini all'interno della Chiesa, composta da rappresentanti del clero, da collaboratori laici e da volontari, "uniti nel compito di controllare ed estirpare i responsabili degli abusi prima del loro trasferimento a nuovi incarichi".

Nelle conclusioni della relazione si osservava che:

Gli abusi compiuti sui bambini sono un grande male perché possono lasciare cicatrici profonde sia sulle vittime sia sulle loro famiglie. Le molestie su un bambino o su un ragazzo si rivelano particolarmente aberranti quando a compierle è un individuo che gode della loro fiducia e detiene una posizione di responsabilità e ancora più abominevoli quando si tratta di un membro del clero o di un dipendente laico di un'organizzazione cattolica. La tutela dei più piccoli è uno degli imperativi contenuti negli insegnamenti di Cristo e perciò costituisce una delle responsabilità fondamentali di ogni membro della Chiesa, guidato da sacerdoti e vescovi.

Più avanti, sempre nelle conclusioni, Lord Nolan e la sua commissione sottolineavano un'ovvia verità. "Eppure, anche se ogni parrocchia in Inghilterra e nel Galles si attenesse alle nostre raccomandazioni, il problema degli abusi sui bambini non si potrebbe ugualmente considerare estirpato alla radice". Si trattava di un'ammissione onesta e ammirevole e lo speranzoso appello finale avrebbe dovuto smuovere l'animo di ogni fedele cattolico del paese:

Ci auguriamo che questa relazione possa contribuire all'instaurarsi di una cultura della vigilanza in cui ogni singolo adulto appartenente alla Chiesa si assuma in modo attivo e consapevole la responsabilità di creare un ambiente sicuro per i bambini e i ragazzi. Le nostre raccomandazioni non possono sostituirsi a questo impegno, ma speriamo che servano come impulso al raggiungimento di tale obiettivo.

L'impegno della Chiesa a una maggiore apertura ha sicuramente costituito un richiamo per tutte le vittime sino a quel momento silenziose. Nei diciotto mesi successivi all'applicazione delle nuove linee guida, la Chiesa ricevette quasi centocinquanta ulteriori denunce di abusi sessuali, cui se ne aggiunsero altre cento nel 2004. L'Arcivescovo Vincent Nichols di Birmingham accolse le denunce di molestie come un chiaro segnale dei progressi compiuti nell'affrontare gli abusi del passato.

Probabilmente l'entusiasmo dell'arcivescovo si raffreddò quando la sua stessa arcidiocesi fu costretta a pagare 330.000 sterline a un ex chierichetto per otto anni vittima delle violenze carnali di un prete. L'accordo, raggiunto nel gennaio 2004, rappresentò l'indennizzo più consistente mai pagato sino a quel momento in Gran Bretagna. Il pagamento, concluso solo pochi giorni prima che il caso approdasse all'Alta Corte, costituisce un ulteriore indizio del fatto che in Inghilterra e nel Galles i tempi stanno finalmente cambiando, anche se solo in alcune zone.

Alla fine del giugno 2005, l'Arcidiocesi di Birmingham fu costretta a corrispondere un indennizzo più che doppio, allorché il tribunale la obbligò a risarcire oltre 600.000 sterline a una vittima che in gioventù aveva subito ripetuti abusi da parte di Padre Christopher Conlan, successivamente fuggito in Australia e lì deceduto nel 1998. Uno degli aspetti più eclatanti di questo scandalo fu il rifiuto dogmatico a lungo ostentato dal Vaticano di accettare e riconoscere che tali abusi non erano soltanto un problema statunitense. Come illustrato in queste pagine, le molestie commesse da preti e religiosi cattolici ai danni di bambini, ragazzi, adolescenti e adulti non conoscevano frontiere. Papa Giovanni Paolo II era consapevole sin dall'inizio del suo mandato di dover affrontare questo problema definendo una linea di azione. Ma non lo fece.

In Austria, un amico intimo del Pontefice, il Cardinale Hans Hermann Gror fu costretto, dopo lunga resistenza, alle dimissioni in seguito alle accuse di avere ripetutamente abusato degli studenti di una scuola cattolica maschile. Accuse da lui sempre respinte. In Svizzera, il Vescovo Hansjrg Vogel di Basilea abbandonò l'incarico ammettendo di avere messo incinta una donna dopo la promozione gerarchica ottenuta l'anno precedente. Dietro a ogni vescovo sopra citato si celano il medesimo schema di abusi istituzionali e la stessa gamma di molestie sessuali. Nei terribili abusi commessi dai Fratelli Cristiani si rispecchiano quelli perpetrati dalle Sorelle Povere di Nazareth o dalle Figlie della Carità di San Vincenzo de' Paoli e dalle Sorelle della Misericordia. Per oltre un secolo, sono esistite Case di Nazareth in tutta la Gran Bretagna, in Australia, in Sudafrica, negli Stati Uniti e in Irlanda.

Dalla metà del XIX secolo ai giorni nostri le Case di Nazareth hanno fornito assistenza a bambini e anziani. Gli orfanotrofi erano gestiti dall'Ordine delle Sorelle della Misericordia e al loro interno il degrado, le violenze e le percosse erano all'ordine del giorno. I bambini si svegliavano per le grida dei loro compagni accompagnate dal suono familiare della cinghia. Nel 1965, quando sua madre scomparve, Helen Cusiter aveva otto anni e, insieme ai suoi cinque fratelli, fu trasferita alla Casa di Nazareth di Aberdeen.

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Molti vescovi continuano a negare l'enorme portata degli abusi sessuali commessi dal clero nel corso degli ultimi quaranta o cinquant'anni, considerandolo un "problema" da gestire all'interno della Chiesa, senza pubblicità né procedimenti penali. Nel gennaio 2003 la commissione irlandese costituita per indagare sugli abusi infantili denunciò pubblicamente il fatto che il Governo e la maggior parte degli ordini religiosi stavano ostacolando il loro lavoro. La commissione stava indagando sugli istituti gestiti dalla Chiesa presso i quali il Governo irlandese inviava i bambini "problematici" e gli orfani. Proprio come in Canada, anche in Irlanda molti fatti erano stati insabbiati. Alla metà del XX secolo, si contavano cinquantadue industrial schools al cui interno gli abusi fisici e sessuali erano largamente diffusi. Si trattava di istituti simili a riformatori, quelli che in altri tempi venivano definiti "case di correzione", considerati "strumenti per ridurre la criminalità giovanile": in realtà, spesso il solo "crimine" di quei bambini consisteva nell'essere orfani o abbandonati. In teoria, oltre alle normali materie scolastiche, ai bambini doveva anche essere insegnato un mestiere. Le circostanze cambiavano, ma il trattamento riservato agli studenti era sempre lo stesso: che l'istituto fosse gestito dai Fratelli Cristiani, dalle Figlie della Carità o dalle Sorelle Povere di Nazareth, la brutalità dei diversi ordini religiosi si caratterizzava per un'inquietante uniformità. A partire dal 1985, oltre 4.000 sopravvissuti a un regime di sfruttamento lavorativo minorile hanno presentato richiesta di indennizzo alla Chiesa Cattolica d'Irlanda. Purtroppo, per alcuni, come Willie Delaney, nessun indennizzo sarebbe mai potuto bastare.

Nel 1966, Willie aveva nove anni ed era il maggiore di dieci fratelli. Tutta la famiglia viveva in una roulotte senza servizi igienici né acqua corrente. Willie doveva contribuire a mantenere la famiglia, aiutando in ogni modo il padre, uno stagnino alle prese con difficoltà economiche sempre crescenti dovute all'avvento sul mercato degli utensili da cucina di lunga durata. Willie fu sorpreso a rubare dei porcellini da latte e condannato a sei anni di permanenza a Letterfrack, una industrial school dell'Irlanda occidentale, descritta dai sopravvissuti come "un Inferno in terra".

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Mentre nella diga dell'omertà ecclesiastica iniziavano a formarsi crepe in tutto il mondo, disorientava il fatto che le attività dei preti pedofili nella maggior parte dei casi risalivano a venti, trenta o anche quarant'anni prima. Non è pensabile che solo quella specifica generazione di sacerdoti ordinata tra la fine degli anni '50 e gli anni '60 mostrasse un'inclinazione più pronunciata alla pedofilia rispetto alle generazioni precedenti o successive. I difensori della tradizione hanno additato le riforme introdotte dal Concilio Vaticano II come causa dell'incremento di abusi, ma senza spiegare le ragioni dell'ondata di pedofilia clericale scatenatasi a metà degli anni '60. Esiste inoltre la spaventosa possibilità che, fatta eccezione per il caso di Padre Gauthe, il sistema segreto funzioni ancora efficacemente e che il numero delle vittime attuali non sia affatto diminuito: in ogni caso, si sono registrati tentativi di perpetuare il vecchio sistema anche dopo il 1985. Nei primi anni del nuovo secolo, la polizia di Hong Kong ha indagato sui crimini ecclesiastici, scoprendo che, ancora nel maggio 2002, il sistema segreto era attivo e perfettamente funzionante. Il sovrintendente di polizia Shirley Chu, che stava indagando su otto casi di abuso, si lamentò pubblicamente del rifiuto opposto dalla Chiesa Cattolica a fornire le confessioni scritte di numerosi preti nell'ambito di un'indagine interna condotta dalla Chiesa. La conclusione di Chu combaciava con quelle di molti giudici, poliziotti e procuratori distrettuali di tutto il mondo: "Sembra che la Chiesa preferisca proteggere la propria reputazione e i sacerdoti piuttosto che le vittime".

Anche le gerarchie cattoliche filippine furono costrette a scusarsi con le vittime. Nel settembre 2000, trentaquattro preti e numerosi vescovi furono sospesi allorché la reale portata degli scandali sessuali del clero diventò di pubblico dominio. Diversamente da molti altri paesi, nella maggior parte dei casi si trattava di violenze sessuali su vittime femminili. Si seppe in seguito che in Nuova Zelanda, all'inizio del 1991, sei diocesi avevano confermato trentotto casi di abusi sessuali commessi da preti e frati e già verificati entro i due anni dalla presentazione della denuncia, mentre molti altri erano ancora in fase di esame, tra cui alcune denunce vecchie di mezzo secolo, risalenti agli anni '40. Per la maggior parte del periodo in questione, la popolazione cattolica della Nuova Zelanda non aveva superato le 500.000 unità, con un corpo ecclesiastico di circa 500 preti: i casi confermati indicavano dunque un'incidenza storica di sacerdoti molestatori pari a circa il 7 percento del totale.

Commentando i dati, Lyndsay Freer, il Direttore Nazionale per le Comunicazioni Cattoliche, diede prova della famosa inclinazione nazionale alla minimizzazione dei problemi: "In passato, c'era la tendenza a proteggere l'istituzione o la professione". Poi, allineandosi con le tradizionali posizioni della Chiesa Cattolica, Freer tentò di difendere l'indifendibile.

La natura recidiva della disfunzione psicosessuale o della pedofilia non era ancora ben chiara e perciò si riteneva che una persona, ammettendo le proprie colpe, confessandole e ottenendo l'assoluzione tramite il sacramento della Confessione... potesse guarire ed essere perdonata.

In Australia, il Cardinale Pell fu obbligato ad ammettere che la Chiesa non si era limitata a confidare nel perdono cristiano da parte delle sue vittime, ma si era garantita il loro silenzio pagando molte migliaia di dollari alle persone che avevano subito abusi. Neppure due settimane dopo, l'Ordine di San Giovanni di Dio rivelò di avere concluso un accordo extragiudiziale con i rappresentanti legali dei ventiquattro uomini con handicap mentali vittime degli abusi sessuali di venti Fratelli durante il periodo del loro affidamento. La somma pattuita ammontava a 2,1 milioni di dollari e si ritiene rappresenti il risarcimento più elevato della storia australiana. Incoraggiate dall'esempio di questi portatori di handicap costituitisi parte lesa, altre 157 presunte vittime si fecero avanti. Nel frattempo, il massimo rappresentante della Chiesa in Sudafrica ammise che una dozzina di preti era stata accusata di abusi sessuali su minori avvenuti "molti anni prima". Chiaramente, il sistema segreto aveva funzionato a dovere in tutti questi paesi.

In Brasile, la più vasta nazione del mondo a maggioranza cattolica, le gerarchie ecclesiastiche ammisero l'esistenza del problema della pedofilia all'interno del clero. Il Vescovo Angelico Sandalo Bernardino trovò questa straordinaria giustificazione: "Il problema dell'appetito sessuale affligge tutti gli esseri umani".

In Olanda, la pragmatica Chiesa locale tentò la via di una bizzarra e assai dubbia strategia di trattative segrete con i propri assicuratori, richiedendo l'inserimento nelle loro polizze di una clausola aggiuntiva riguardante un indennizzo per gli abusi sessuali e pretendendone la validità retroattiva sui decenni passati. Entrambe le richieste furono respinte.

Un simile contrattempo si verificò anche in Irlanda. Si seppe che la copertura assicurativa della Chiesa irlandese, che includeva anche l'abuso sessuale, era stata inizialmente sottoscritta dalla Conferenza dei Vescovi d'Irlanda tra il 1987 e il 1990, periodo in cui le gerarchie ecclesiastiche si attenevano ancora al sistema segreto e spostavano indaffarate i sacerdoti da una parrocchia all'altra. Secondo le parole del portavoce dei vescovi, Padre Martin Clarke, la copertura "era modesta per i premi assicurativi più bassi". Nel momento in cui, nel 1994, l'ondata di scandali per le molestie sui minori iniziò ad abbattersi sulla Chiesa irlandese, le polizze si rivelarono "ambigue e incerte", una scoperta comune a tanti contratti assicurativi e non solo della Chiesa Cattolica. Le compagnie assicurative di tutto il mondo approfittarono dell'improvvisa ondata di panico, facendo impennare da un giorno all'altro i premi e aumentandoli secondo percentuali variabili tra il 30 e il 130 percento e riducendo sensibilmente la copertura.

Sull'esempio della Chiesa inglese e gallese, la Conferenza dei Vescovi d'Irlanda commissionò uno studio indipendente sugli abusi infantili commessi dal clero cattolico a livello nazionale. Lo studio fu eseguito dal Collegio Reale dei Chirurghi d'Irlanda e, nel dicembre 2003, venne diffuso pubblicamente un comunicato stampa, ma non la relazione vera e propria, a nome dei vescovi irlandesi. Dopo aver notato che "oltre la metà" delle raccomandazioni contenute nella relazione venivano già applicate, il Vescovo John McAreavey sottolineò che la relazione "riconosceva che in passato, nella gestione dei responsabili degli abusi, i vescovi si erano attenuti, in perfetta buona fede, ai migliori consigli psichiatrici disponibili in quegli anni". Una simile dichiarazione è uno schiaffo in pieno viso alla realtà dei decenni di menzogne, insabbiamenti, pretesti e volontaria indifferenza nei confronti delle vittime. Il vescovo continuò dichiarando: "Chiaramente, riguardo agli abusi sessuali commessi dal clero, abbiamo tradito la fiducia di molti giovani per un periodo di tempo troppo lungo".

Uno degli autori della relazione, la Professoressa Hannah McGee, trasse conclusioni piuttosto diverse. "Il fatto che gli abusi sui minori perpetrati da ecclesiastici siano avvenuti e siano stati gestiti in modo scorretto è una ferita inflitta a tutta la società irlandese e non un problema circoscritto a pochi individui sfortunati".

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Nei diciassette anni trascorsi dal caso Gauthe, né il Pontefice né i suoi principali consiglieri avevano fatto nulla per contrastare il cancro della pedofilia all'interno della Chiesa Cattolica. Si trattò di un'omissione senza precedenti nonché di un fallimento di proporzioni devastanti e dalle conseguenze incalcolabili. Durante l'incontro, il Cardinale Law tentò di aggiornare il Vaticano sugli ultimi sviluppi interni all'Arcidiocesi di Boston. Quando l'Arcivescovo Marcinkus si era presentato lamentandosi per le critiche ricevute a causa della sua cattiva gestione della Banca Vaticana, il Papa aveva accantonato la questione con noncuranza come qualcosa di trascurabile: lo stesso atteggiamento dimostrò nei confronti degli abusi sessuali commessi dai suoi preti, vescovi e religiosi nel corso degli ultimi diciassette anni. E anche in quell'occasione, mentre il cardinale di Boston seduto di fronte a lui gli illustrava i casi Geoghan, Shanley, Porter e molti altri ancora, il Pontefice si mostrò incline ad accusare cattive influenze esterne al clero. Quando il cardinale offrì le proprie dimissioni, il Papa le respinse. Il vostro posto è alla guida dell'arcidiocesi", e con queste parole lo rispedì a Boston.

Il Pontefice era stato a lungo convinto che "questo problema" riguardasse i soli Stati Uniti e che fosse destinato a risolversi da sé. La sua decisione di ignorare una realtà diffusa a livello mondiale e il suo perseverare in una paralizzante inazione avevano provocato un deterioramento progressivo della situazione tale per cui nessun messaggio mediatico sarebbe mai stato in grado di risolverla.

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Il Vaticano a quel punto annunciò la convocazione papale di tutti i cardinali statunitensi a Roma, un passo giudicato positivo da molti osservatori negli Stati Uniti, segno che Papa Giovanni Paolo II aveva finalmente deciso di affrontare la crisi più grave con cui il suo pontificato si era dovuto confrontare dai tempi del crack del Banco Ambrosiano. I più cinici all'interno della città-stato annuivano con un sorrisetto, condividendo la stessa opinione espressa dal cardinale Dario Castrillón Hoyos, alla guida della Congregazione per il Clero, che soltanto tre settimane prima aveva liquidato l'ossessione dei media per lo scandalo statunitense con il commento: "Il Papa è preoccupato per la pace nel mondo". Nell'agenda papale non c'era tempo per occuparsi degli abusi sui bambini.

Dal 1978 fino all'aprile 2002, il pontefice aveva deliberatamente evitato qualsiasi pubblico riferimento all'epidemia mondiale di abusi sessuali commessi da sacerdoti e da altri appartenenti agli ordini cattolici, eccezion fatta per pochi, ambigui, commenti. Nel marzo 2002 aveva accennato all'"ombra cupa del sospetto" che era stata gettata sui preti "da alcuni nostri confratelli che hanno tradito la grazia dell'ordinazione" soccombendo alla "più terribile delle incarnazioni del mistero del male che opera nel mondo". La parola "pedofilia" anche in questo caso non fu neppure pronunciata.

Non si espresse sull'argomento nemmeno il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), il Cardinale Ratzinger. Ciò che rendeva inspiegabile la mancanza di un suo commento pubblico riguardo allo scandalo mondiale delle molestie commesse dal clero era il fatto che, quanto meno a partire dal giugno 1988, per diretto ordine di Papa Giovanni Paolo II la CDF era pienamente autorizzata a investigare e a giudicare tutta una serie di abusi sessuali, incluse quelle "violazioni del sesto comandamento del Decalogo di cui un ecclesiastico si renda responsabile nei confronti di una persona di età inferiore ai diciotto anni".

L'unica rottura significativa del silenzio papale fu un bizzarro paragrafo nascosto all'interno di un documento di 120 pagine in cui si riassumevano i temi affrontati da un Sinodo dei Vescovi dell'Oceania svoltosi in Vaticano nel 1998.

Le molestie sessuali commesse da alcuni ecclesiastici e religiosi hanno provocato grande sofferenza e dolore spirituale alle vittime, ma hanno anche danneggiato profondamente la vita della Chiesa, ostacolando l'annuncio del Vangelo. I Padri riuniti nel Sinodo hanno condannato tutte le forme di abuso sessuale e di potere sia nella Chiesa che nella società in generale.

Sebbene il discorso risalga al 1998, nessuno all'interno del Vaticano lo giudicò degno di divulgazione sino al 22 novembre 2001, quando fu diffuso tramite Internet. Negli ambienti vaticani, questi commenti non furono considerati in riferimento agli abusi sui minori, ma a un altro aspetto delle molestie commesse da ecclesiastici e religiosi che prenderemo in esame più avanti all'interno di questa prima parte del libro.

Solo tre giorni prima che i cardinali statunitensi giungessero in Vaticano, il Pontefice riaffermò con forza l'importanza del celibato sacerdotale. Le sue osservazioni furono interpretate come una mossa per mettere a tacere quei cardinali americani che soltanto la settimana prima avevano affermato pubblicamente la necessità di rimettere in discussione l'obbligatorietà del celibato. Molti, infatti, ritenevano che tale imposizione fosse direttamente collegabile a una percentuale significativa di casi di molestie. Il Papa non voleva neppure sentir parlare di questa idea. Il suo elogio del celibato sacerdotale fu pronunciato in occasione della visita dei vescovi nigeriani, che interpretarono quel commento in modo diverso, ricollegandolo al fatto che in Africa molti preti intrattenevano relazioni sessuali stabili e durature con partner femminili.

L'immagine del Pontefice seduto su una pedana leggermente rialzata con i dodici cardinali statunitensi schierati davanti a lui a formare un ampio ferro di cavallo e due membri anziani della Curia alle sue spalle è di quelle che non si dimenticano. Alle telecamere era stato concesso un breve lasso di tempo per riprendere una parte del discorso di benvenuto del Papa e delle sue osservazioni conclusive, sempre nell'ottica della strategia di avvicinamento alla stampa. Il discorso conteneva in effetti diverse frasi studiate per guadagnarsi i titoli dei giornali:

L'abuso che ha causato questa crisi è da considerarsi un atto illecito a tutti gli effetti e a buon diritto considerato dalla società un crimine, ma agli occhi di Dio è anche un terribile peccato. Voglio esprimere alle vittime e alle loro famiglie, ovunque si trovino, la mia profonda solidarietà e preoccupazione... le persone devono sapere che non c'è posto nel clero e nella vita religiosa per chi è pronto a fare del male ai giovani... a causa del grande male compiuto da alcuni preti e religiosi, la Chiesa stessa è ora guardata con sfiducia e in molti hanno interpretato erroneamente la reazione dei suoi massimi rappresentanti, sentendosene offesi... gli abusi commessi sui giovani sono un sintomo grave di una crisi che non colpisce la sola Chiesa, ma l'intera società.

Nel difendere la Chiesa Cattolica degli Stati Uniti, il Papa ne aveva sottolineato l'impegno a promuovere i valori umani e cristiani con "grande forza e generosità, in modi che hanno contribuito a consolidare tutto ciò che di nobile vi è nella popolazione americana". Si trattava di un'affermazione alquanto discutibile, così come lo era la visione proposta dal Pontefice della Chiesa statunitense e mondiale: "Una grande opera d'arte può essere insozzata da una macchia, ma la sua bellezza rimane, e questa è una verità che ogni critico dotato di onestà intellettuale deve riconoscere".

Mentre i cardinali si riunivano in Vaticano per discutere dello scandalo degli abusi sui minori, a Philadelphia il procuratore distrettuale annunciava l'avvio di una grande indagine preliminare a partire dalle denunce di molestie mosse contro trentacinque preti locali nell'arco dei precedenti cinquant'anni. I sondaggi di opinione diffusi dal Washington Post e dall'emittente televisiva ABC News indicavano che il 75 percento degli americani riteneva che l'immagine della Chiesa fosse stata profondamente intaccata.

L'incontro si concluse con le dichiarazioni congiunte del Papa e dei cardinali americani che sottolineavano la necessità di sradicare il fenomeno della pedofilia del clero con una politica di "tolleranza zero". Ai cardinali fu affidato il compito specifico di stilare delle linee guida a cui attenersi per affrontare la crisi, la cui presentazione sarebbe coincisa con la Conferenza dei Vescovi Cattolici americani prevista quello stesso giugno a Dallas. I cardinali convocarono anche una conferenza stampa e risposero alle domande avanzate dalla folla di giornalisti. Il punto principale in agenda per i mezzi d'informazione consisteva nello scoprire se il Cardinale Law si fosse dimesso oppure no. I bene informati scommettevano che gli anni di Law alla guida dell'Arcidiocesi di Boston erano finiti. Ma anche questa volta si sbagliavano.

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Nei suoi esercizi di pubbliche relazioni, il Pontefice non ha lesinato incontri con Bono, il cantante degli U2, e fotografie in compagnia di Fidel Castro, ma ha sempre ignorato le vittime delle molestie ecclesiastiche, probabilmente temendo un ritorno di immagine negativo. Spesso, nei suoi discorsi, Giovanni Paolo II ha castigato quelle "forme di ingiustizia particolarmente ripugnanti", additando la "violenza contro le donne e contro i bambini di entrambi i sessi... lo sfruttamento della prostituzione, la pedopornografia e lo sfruttamento dei minori costretti a lavorare in condizioni di vera e propria schiavitù", senza però fare mai riferimento allo sfruttamento e alla vera e propria schiavitù sessuale imposta ai bambini da migliaia dei suoi preti. Nonostante molte vittime abbiano tentato di farsi ricevere dal Papa, pare che nessuna vi sia mai riuscita.

Il silenzio di Sua Santità era intenzionale. Karol Wojtyla aveva portato con sé dalla Polonia al Vaticano alcune consuetudini adottate nel corso della sua vita sacerdotale, tra cui un'avversione intensa e patologica per qualsiasi rivelazione in grado di far apparire la Chiesa Cattolica un'istituzione meno che perfetta. Ogni dissenso doveva essere celato dietro porte chiuse, che si trattasse di politica, di comportamenti scandalosi o di attività criminali.

Durante la sua terza visita in Austria, nel giugno 1998, il Pontefice espose chiaramente la sua convinzione che le molestie sui bambini e altri argomenti simili non dovessero essere discussi pubblicamente. Si era battuto per proteggere il suo vecchio amico, il Cardinale Hans Hermann Gror, dalle dimissioni invocate a gran voce da centinaia di migliaia di cittadini austriaci di fronte alle prove degli abusi da lui commessi su alcuni ragazzi. Sua Santità liquidò le prove, nonostante dimostrassero che il cardinale era un pedofilo recidivo di lungo corso, in nome della comune ossessione mariana. Alla fine, però, il Pontefice e i suoi consiglieri furono costretti ad ammettere l'impossibilità di placare le controversie e, un mese prima della visita del 1998, Wojtyla dovette arrendersi alla protesta nazionale chiedendo a Gror di dimettersi. Appena giunse in Austria, cercò un capro espiatorio. Durante un incontro privato, il Papa riprese aspramente i vescovi austriaci per la loro incapacità di mettere a tacere uno scandalo pubblico culminato in una petizione firmata da oltre 500.000 cittadini austriaci nella quale si richiedeva una lunga serie di riforme. Sua Santità si dimostrò particolarmente infastidito dal dibattito pubblico in corso sugli abusi sessuali commessi dal clero: "Come in ogni casa esistono stanze private dove gli ospiti non sono ammessi, anche la Chiesa ha bisogno di spazi dove discutere quegli argomenti che non devono diventare di pubblico dominio".

L'insistenza sulla segretezza quando si trattava di lavare i panni sporchi della Chiesa era una delle ossessioni costanti di Wojtyla. Come vescovo di Cracovia, il suo undicesimo comandamento era stato evitare il pubblico dissenso e insabbiare qualsiasi errore commesso dalla Chiesa. La rigidità con cui aveva sempre messo in atto tale tattica trovò conferma nel 1980, quando costrinse i vescovi olandesi in una stanza chiusa a chiave sino alla ritrattazione delle posizioni da loro sostenute fin dal Concilio Vaticano II. In presenza dei vescovi austriaci, Wojtyla chiarì che i ripetuti reati sessuali su minorenni perpetrati dal Cardinale Gror nulla erano in confronto al crimine di averli resi pubblici.

Tre anni più tardi, la preoccupazione papale per la segretezza e l'occultamento si concretizzò in una missiva indirizzata ai vescovi di tutto il globo e ufficialmente firmata dal Cardinale Joseph Ratzinger, all'epoca Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ma che una successiva lettera apostolica scritta dal Pontefice chiarì essere una sua "iniziativa". Ratzinger informava i vescovi dell'introduzione di alcune nuove normative riguardanti il controllo giuridico sui casi di abusi sessuali commessi da preti. Queste regole, che assegnavano il controllo di ogni procedimento alla Congregazione guidata dallo stesso Ratzinger, imposero il segreto pontificio su tutti quei casi il cui pronunciamento sarebbe spettato a una giuria esclusivamente ecclesiastica. La prospettiva che alcuni sacerdoti sarebbero stati chiamati a giudicare la parola di una vittima contrapposta a quella di un loro confratello non era incoraggiante. Un vescovo di stanza in Vaticano osservò con una certa mestizia:

Queste regole daranno l'impressione di una manovra di "insabbiamento", il che è assolutamente vero. Alcuni, poi, affermano che la segretezza si rende necessaria per tutelare sia chi accusa sia chi è accusato, ma è chiaro che queste persone non hanno afferrato un concetto che, qui dentro, rischia di essere scambiato per un'idea assolutamente radicale: che non solo occorre fare giustizia, ma che occorre essere visti mentre la si fa.

Tra le molte vittime di abusi sessuali che avrebbero sottoscritto di cuore una simile opinione vi sono anche i nove sopravvissuti delle almeno trenta vittime che hanno dichiarato nel corso di una deposizione giurata di avere subito reiterati abusi da parte di un singolo prete nel corso di oltre tre decenni tra gli anni '40 e gli anni '60. Questo prete è Padre Marcial Maciel Degollado, fondatore e superiore dei Legionari di Cristo. Tutti i nove uomini, oggi di età compresa tra i sessanta e i sessantacinque anni circa, da ragazzi erano stati tra i membri fondatori dei Legionari.

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Parte 2:
Ratzinger: affrontare il "sistema segreto"



Gli addetti alle pubbliche relazioni assoldati dai vescovi americani continuavano a essere sommersi dal lavoro, come confermato dai pochi esempi tratti dai comunicati stampa rilasciati dal National Board Review nel 2007. In quell'anno, negli Stati Uniti altre 689 vittime avevano presentato 691 accuse riferite a "vecchi casi". Sembravano perlopiù riguardare ragazzini fra i dieci e i quattordici anni, ma era impossibile stabilirlo con certezza.

L'ammontare dei risarcimenti pagati durante l'anno toccava i 420 milioni di dollari, senza contare i 53,4 milioni delle spese legali, i 7,2 milioni destinati alle terapie per le vittime, i 13,3 milioni versati per l'assistenza dei preti colpevoli e i 4,3 milioni registrati sotto la voce "altre spese". I costi totali sostenuti dalle diocesi statunitensi nell'anno 2007, dunque, ammontavano a 498 milioni di dollari, poco meno di mezzo miliardo. A questa cifra occorre aggiungere i risarcimenti a carico degli istituti religiosi, che, sommati a quelli delle diocesi e delle eparchie, portavano il totale a 615 milioni di dollari.

Negli anni seguenti la Chiesa Cattolica rimase fedele alla scelta di mascherare il danno economico arrecato dagli abusi sessuali compiuti dai sacerdoti. Nella relazione del National Review Board per il 2008 si legge: "Il costo totale sostenuto dalle diocesi, dalle eparchie e dagli istituti religiosi a gestione ecclesiastica o mista è diminuito del 29 per cento rispetto all'anno scorso... Nel 2008, il totale versato per i risarcimenti ammonta a 374.408.554 dollari".

Di fatto, includendo le spese legali e le altre voci sopra elencate, il totale toccava i 436,1 milioni di dollari, portando così l'esborso complessivo nel biennio a 1,511 miliardi.

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Mentre la saga dei Legionari non conosceva sosta, altri scandali affioravano in diversi paesi. La Legione non era un'aberrazione isolata: la lunga Quaresima della Chiesa irlandese, infatti, non sembrava vicina alla fine. Ben prima delle dimissioni forzate del Vescovo Magee, il governo irlandese aveva annunciato l'intenzione di ampliare l'indagine sulla gestione delle accuse di molestie sessuali da parte della Chiesa. Erano trascorsi quattro anni dal 2005, ma l'onda lunga della relazione Ferns non si era ancora esaurita. Uno dei risultati più positivi ottenuti fu la decisione del 70 per cento dei preti della diocesi di Ferns di collaborare con la polizia. Se anche il restante 30 per cento avesse fatto altrettanto, sarebbe stato possibile ristabilire un clima di fiducia generale.

Nell'aprile 2009, l'Arcivescovo Diarmuid Martin di Dublino avvertì i cattolici irlandesi dell'imminente pubblicazione della relazione Ryan che sarebbe stata diffusa il mese successivo. La colossale inchiesta, che prendeva il nome dal giudice Sean Ryan, aveva preso avvio nel 1999 e si era conclusa solo un decennio dopo. La "relazione della commissione sugli abusi sessuali infantili" si compone di 2.600 pagine di analisi dettagliate su numerosi episodi di molestie sessuali risalenti fino alla Seconda Guerra Mondiale. Il compito della commissione consisteva nell'indagare tutte le forme di abusi commessi sui bambini all'interno delle istituzioni irlandesi preposte alla loro cura. La maggioranza delle accuse oggetto di indagine si focalizzò su sessanta "riformatori e industrial schools" gestiti da ordini appartenenti alla Chiesa Cattolica e soprattutto dai Fratelli Cristiani.

Questa relazione dovrebbe costituire una lettura obbligatoria per tutti i difensori della Chiesa e non solo per l'attuale Papa, poiché si tratta di un atto di accusa davvero sconvolgente. Il dossier mette in luce come in queste scuole i bambini venissero trattati come "carcerati e schiavi" e privati di ogni diritto garantito dalla legge. La relazione denuncia tutta una serie di comportamenti inumani che includevano pestaggi e stupri reiterati, punizioni corporali inflitte in pubblico ai bambini denudati e costrizione a praticare sesso orale nonché percosse a seguito di tentativi di stupro non riusciti da parte dei Fratelli Cristiani.

La commissione ha utilizzato aggettivi come "sistematico", "dilagante", "cronico", "esagerato", "arbitrario" ed "endemico" per descrivere l'indescrivibile. Chi sceglie di difendere la Chiesa, cercando invano di provare che fatti simili sono stati perpetrati da una ristrettissima minoranza di religiosi, dovrebbe riflettere sul fatto che la presenza anche di un solo caso in questi istituti è inaccettabile. Dai dettagli contenuti nel documento appare chiaro che si trattava di un male diffuso, protrattosi anno dopo anno e decennio dopo decennio.

Risulta dunque sconcertante che il defunto Karol Wojtyla abbia liquidato gli abusi sessuali commessi sui bambini come "un problema americano". Chiunque voglia ingannare se stesso fino a questo punto e concludere, ad esempio, che le denunce della Commissione Ryan sono solo "un problema irlandese", dovrebbe riflettere sul fatto che, ovunque i Fratelli Cristiani abbiano operato, dal Canada all'Australia e nel resto del mondo, hanno sempre portato con sé una loro versione del Cristianesimo che includeva l'uso sistematico della brutalità. La relazione contiene quarantatré conclusioni e venti raccomandazioni. Tra le prime figurano:


In generale: gli abusi fisici e psicologici e l'incuria erano tratti caratteristici di questi istituti. Le molestie sessuali erano comuni in molte sedi, ma in particolare negli istituti maschili. Nelle scuole vigevano regole severe che imponevano una disciplina irragionevole e oppressiva sia ai bambini sia al personale.

Abusi fisici: i riformatori e le industrial schools imponevano una rigida disciplina a suon di punizioni corporali severe e sfruttavano il timore di tali punizioni. La paura regnava nella maggior parte degli istituti, in particolare in quelli maschili. I bambini vivevano immersi in un terrore quotidiano senza sapere da dove sarebbe piovuta loro addosso la punizione successiva.

Abusi sessuali: gli abusi sessuali erano endemici negli istituti maschili. Nelle scuole indagate molti ragazzi subivano spesso abusi, che spaziavano dai contatti fisici impropri e dai palpeggiamenti fino agli stupri e alle violenze. I colpevoli hanno potuto agire a lungo indisturbati.

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Fu poi la volta della relazione Murphy , così chiamata dal nome del suo presidente, il giudice Yvonne Murphy. La commissione era stata istituita per indagare sul modo in cui le autorità ecclesiastiche e statali avevano gestito alcuni casi di presunti abusi sessuali su minori commessi da vari sacerdoti dell'Arcidiocesi di Dublino tra il 1975 e il 2004.

Il giudice Murphy e la sua commissione ricevettero l'incarico nel novembre 2005 e la loro relazione fu pubblicata nel novembre 2009, dopo essere stata bloccata per sei mesi dal governo e infine divulgata solo grazie a una sentenza vincolante dell'Alta Corte irlandese. All'ultimo momento il governo, che ovviamente conosceva alla perfezione il contenuto del dossier, presentò richiesta alla Corte per ritardarne ulteriormente la pubblicazione. La richiesta fu respinta.

La commissione Murphy operava su scala molto ridotta rispetto alla commissione Ryan. L'arco di tempo considerato copriva soltanto ventinove anni e i casi prescelti per le indagini riguardavano appena quarantasei preti. L'introduzione, pur esprimendosi con un linguaggio pacato e imparziale, rivela fatti piuttosto sconcertanti:

Nell'ottica della commissione, è importante distinguere tra il numero delle denunce presentate e il numero reale dei casi di molestie sessuali perpetrate sui bambini. Mentre molti dei preti accusati hanno ammesso gli abusi compiuti, altri li hanno negati. Tra i sacerdoti indagati dalla commissione, uno ha ammesso di avere molestato oltre 100 giovani, mentre un altro ha dichiarato di avere commesso abusi con cadenza quindicinale per più di 25 anni [almeno 650 singoli atti sessuali ai danni di bambini]. Le denunce presentate contro questi due preti, però, ammontano a poco più di settanta. In un altro caso, a fronte di una sola accusa presentata ai suoi danni, un sacerdote ha ammesso di avere molestato almeno altri sei bambini.

Le gerarchie dell'Arcidiocesi di Dublino dichiararono alla commissione che i vari casi affiorati nel corso dei precedenti trentacinque anni avevano lasciato la Chiesa, così come l'opinione pubblica:

Incredula per la portata delle rivelazioni... Le autorità ecclesiastiche hanno ripetutamente affermato di non essere state bene informate sull'argomento prima della fine degli anni '90. Alla luce di quanto emerso dalle indagini, questa commissione non può considerare simili affermazioni e pretese come veritiere.

Di nuovo, si materializzava lo spettro dell'insabbiamento della verità per il bene della Santa Madre Chiesa.

Le priorità dell'Arcidiocesi di Dublino riguardo ai casi di abusi sessuali sui minori, almeno fino alla metà degli anni '90, erano state mantenere il segreto, evitare qualsiasi scandalo, proteggere la reputazione della Chiesa e preservarne il patrimonio. Qualsiasi altra considerazione, inclusi il benessere dei bambini e la giustizia per le vittime, passava in secondo piano. L'arcidiocesi non applicò le norme del Diritto Canonico e fece tutto il possibile per evitare qualsiasi ingerenza giuridica da parte dello Stato.

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Gli abusi sessuali ecclesiastici sono diventati una moderna Idra: non appena si recide una testa, ecco che subito ne spunta un'altra. Basta istituire una commissione di inchiesta in un paese e iniziare a occuparsi dei problemi locali per assistere a un immediato rigurgito del male non in una, ma in molteplici altre nazioni.

Nel febbraio 2010, durante una due giorni di incontri con le gerarchie irlandesi, Papa Benedetto XVI denunciò gli abusi sessuali commessi dal clero e l'incapacità dei vescovi di contrastare il fenomeno. Il Pontefice, i vescovi irlandesi e le più alte sfere della curia romana conclusero l'incontro riconoscendo apertamente "i molti anni di fallimenti da parte delle autorità ecclesiastiche nell'affrontare efficacemente i casi di abusi sessuali sui minori compiuti da alcuni sacerdoti e religiosi irlandesi". Il fallimento ascritto alle gerarchie dell'isola, così proseguiva la dichiarazione, "ha danneggiato la fiducia nel ruolo di guida della Chiesa, nella sua capacità di testimoniare il Vangelo e di impartire insegnamenti morali". Sostituendo all'Irlanda il nome di molti altri paesi, il risultato non cambia, come dimostrano le pagine seguenti.

Buona parte delle vittime degli abusi e delle organizzazioni che le assistono si irritò notevolmente sentendo il Papa definire lo scandalo come un "fallimento della fede". Maeve Lewis del gruppo One in Four si lamentò del fatto che il Vaticano "non si era assunto alcuna responsabilità per aver favorito gli abusi sessuali sui bambini". Il Papa aveva convocato tutti i vescovi irlandesi a Roma, un gesto di riconoscimento della crisi che stava scuotendo la Chiesa in quel paese dopo la pubblicazione della relazione Murphy. Rivolgendosi direttamente ai vescovi riuniti, il Pontefice disse che "gli abusi sessuali perpetrati sui bambini non sono soltanto un crimine odioso, ma anche un grave peccato che reca offesa a Dio e ferisce la dignità della persona umana creata a Sua immagine". Pronunciando il discorso conclusivo, il Cardinale Sean Brady di Armagh dichiarò che l'obiettivo primario delle gerarchie ecclesiastiche irlandesi sarebbe stato il benessere delle vittime. Il cardinale espose nel dettaglio i piani dei vescovi irlandesi in proposito e le "pratiche virtuose" che intendevano adottare per proteggere da quel momento in poi i bambini dalle molestie.

Molti, sia in Irlanda sia all'estero, si chiesero cosa pensare della riconferma del cardinale Brady alla guida della Chiesa irlandese. "Era forse possibile che un uomo coinvolto in prima persona nell'insabbiamento degli abusi potesse davvero applicare questo programma di 'pratiche virtuose'?". Nel 1975, Brady aveva costretto due vittime adolescenti di Padre Brendan Smyth a giurare di mantenere il più assoluto riserbo dopo aver messo a verbale le loro dichiarazioni nell'ambito di un'indagine ecclesiastica. A Padre Smyth fu così concesso di poter continuare indisturbato a perpetrare abusi per i seguenti diciotto anni. Il cardinale ha di recente spiegato che non spettava a lui rivolgersi alla polizia irlandese, ma ha anche ammesso di provare vergogna per non aver difeso i valori in cui credeva e che aveva sempre professato. La scelta del Cardinale Brady di non denunciare pubblicamente un prete molestatore nel 1975 era destinata a ritorcerglisi contro puntuale come una maledizione.

Papa Giovanni Paolo Il riteneva le molestie sessuali contro i più giovani "un problema americano". Il suo successore sembra invece considerarlo soprattutto un problema irlandese. In ogni caso, a tutt'oggi né il Pontefice né la ristretta cerchia dei suoi collaboratori si sono mai impegnati in un'analisi puntuale della loro stessa condotta. Al dito puntato in segno d'accusa, infatti, non corrisponde alcuna volontà di mettere in discussione la propria incapacità di rispondere allo scandalo che sta travolgendo la Chiesa Cattolica. Scagliandosi contro un singolo paese, che si tratti degli Stati Uniti o dell'Irlanda, i vertici vaticani cercano di ignorare una realtà di accecante chiarezza: lo scandalo è globale e le sue radici non affondano nell'incapacità dei vescovi di una determinata nazione. sufficiente analizzare il problema per riconoscere le stesse costanti in ogni paese. Al tempo stesso, però, lo scandalo investe direttamente il Vaticano. Un'eventuale pubblica ammissione di colpa da parte di Papa Benedetto XVI e di altri esponenti di rilievo della Santa Sede rappresenterebbe un atto di enorme importanza. L'esempio seguente potrebbe fornire loro qualche spunto utile.

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Sempre nel maggio 2010, più o meno in contemporanea alle rivelazioni provenienti da Cordova, il più influente prelato d'Italia, il Cardinale Angelo Bagnasco, ammise la "possibilità" che alcuni casi di abusi sessuali fossero stati messi a tacere proprio sotto il naso del Papa. Il cardinale ventilò l'ipotesi che i rappresentanti dell'episcopato italiano "potessero in alcuni casi aver preferito proteggere la Chiesa invece di segnalare i casi alla polizia". Il suo secondo, Monsignor Mariano Crociata, si spinse oltre: "Nell'ultimo decennio si sono verificati circa cento casi di abusi sessuali". Il monsignore si rifiutò di rilasciare dichiarazioni sul numero dei preti condannati o espulsi dal clero. Quella stessa settimana, un sacerdote di Savona fu processato per la presunta violenza sessuale commessa su una dodicenne, mentre un suo collega settantatreenne di Milano, Padre Domenico Pezzini, uno dei principali attivisti del movimento gay, fu arrestato con l'accusa di aver molestato un ragazzino di tredici anni. Nel settembre 2009, a Verona, settantatré preti furono accusati dell'abuso di 235 minorenni. In precedenza, settantasette studenti di un istituto per non udenti avevano sostenuto che "tra gli anni '50 e gli anni '80, l'istituto era stato teatro di abusi, episodi di pedofilia e di punizioni corporali a opera della Compagnia di Maria". Nel giugno 2010, infine, Padre Pierino Gelmini, un'altra figura di spicco del clero italiano, era stato accusato di avere molestato dodici ragazzi presso un centro di recupero per tossicodipendenti. Tutti questi incidenti dovrebbero spingere una gerarchia che parla di un'incidenza di dieci casi di abuso all'anno a porsi qualche seria domanda.

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Alcune settimane più tardi, Sua Santità offrì un ottimo esempio ai suoi responsabili della comunicazione. A metà maggio 2010, in volo per il Portogallo, il Papa rispose alle domande dei giornalisti, accuratamente raccolte in anticipo da Padre Lombardi. La posizione iniziale del Vaticano che puntava il dito contro la campagna mediatica denigratoria nei confronti della Chiesa Cattolica unita all'offensiva degli abortisti e dei sostenitori delle nozze gay era stata abbandonata. Il Pontefice questa volta preferì puntare il dito contro la Chiesa stessa e contro i responsabili degli abusi. "Abbiamo bisogno di una profonda purificazione per porre fine alla più grave persecuzione che la Chiesa abbia mai dovuto affrontare". Continuò: "La Chiesa Cattolica ha sempre trovato il modo di danneggiarsi da sola e oggi questo ci appare con terrificante chiarezza".

Non era il primo indizio del fatto che il Vaticano avesse finalmente imparato ad ascoltare prima di reagire. Fu pubblicato un sunto delle nuove regole e delle procedure da seguire nei casi di pedofilia che includeva i cambiamenti invocati da molti nel corso degli anni: ora vigeva l'obbligo di denunciare questi casi alla polizia e, in presenza di circostanze di particolare gravità, Benedetto XVI poteva espellere dal clero i sacerdoti senza dover attendere l'istruzione di un processo ecclesiastico. Inoltre, molte altre nuove linee-guida erano state studiate per ottimizzare e rafforzare l'iter di giudizio.

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Proprio quando il futuro della Chiesa sembrava schiudersi a un cauto ottimismo, il Vaticano è riuscito a tirarsi la zappa sui piedi, se non direttamente sulla testa. Il 15 luglio 2010, il Sant'Uffizio ha pubblicato un'edizione aggiornata delle normative del 2001 in materia di abusi minorili e altri "crimini di eccezionale gravità contrari alla fede e alla morale". Assolutamente apprezzabile è la revisione degli articoli del Diritto Canonico concernenti gli abusi sui bambini, inclusi quelli che identificano come reato anche la visione di materiale pedopornografico. Accorpato alla stessa sentenza, però, vi è "il tentativo di ordinazione femminile", ora definito da Roma "uno dei più gravi crimini previsti dal diritto ecclesiastico al pari degli abusi minorili".

Di questi tempi, molte persone in tutto il mondo proibirebbero al proprio figlio di entrare da solo in una chiesa cattolica. La Chiesa Cattolica d'Inghilterra e del Galles, come quella di altri paesi, ha imposto ai suoi preti il divieto di appartarsi in compagnia di un bambino. Il defunto Papa Giovanni Paolo II e i suoi consiglieri hanno raccomandato ai preti di tutto il mondo di evitare di esporsi a "situazioni rischiose con persone dell'altro sesso" e di "essere prudenti" nei rapporti con le fedeli di sesso femminile a causa delle "tentazioni sessuali". Molti preti responsabili di molestie vengono curati con iniezioni di Depo-Provera, un farmaco frequentemente prescritto come contraccettivo femminile.

Di recente, un prelato romano mi ha confidato: "Non ci sarà mai, né nel breve né sul lungo periodo, alcuna politica di tolleranza zero verso i responsabili di abusi sessuali. Se una simile politica esistesse e fosse applicata a tutto il clero e a qualsiasi livello, molti vescovi sarebbero costretti a dimettersi... molti cardinali dovrebbero accettare il pensionamento anticipato... La tolleranza zero verso gli omosessuali, invece, la stiamo già applicando, ma solo nei confronti del mondo laico. Se la estendessimo anche al clero, l'intera struttura portante crollerebbe".

Tutte queste cose sono accadute in seno all'"unica vera Chiesa" sotto la guida del defunto Papa Giovanni Paolo II, assistito fedelmente da Joseph Ratzinger, oggi diventato l'ultimo monarca assoluto del pianeta.

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