Copertina
Autore Giovanni Arrighi
Titolo Capitalismo e (dis)ordine mondiale
Edizionemanifestolibri, Roma, 2010, Incisioni , pag. 232, cop.fle., dim. 14,5x21x1,5 cm , Isbn 978-88-7285-610-9
CuratoreGiorgio Cesarale, Mario Pianta
TraduttoreGiulio Azzolini, Laura Cantelmo, Sara Labanti, Guido Parietti, Silvia Pianta
LettoreRiccardo Terzi, 2011
Classe economia politica , economia finanziaria , lavoro , storia contemporanea , movimenti , globalizzazione , paesi: USA , paesi: Cina
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


Introduzione                                             7
Le lezioni di Giovanni Arrighi
di Giorgio Cesarale


1.  I tortuosi sentieri del capitale.                   29
    Intervista con David Harvey

2.  Secolo marxista, secolo americano.                  65
    L'evoluzione del movimento operaio nel mondo

3.  Le disuguaglianze mondiali                         109

4.  Capitalismo e (dis)ordine mondiale                 143
    di Giovanni Arrighi e Beverly Silver

5.  Dopo il neoliberismo.                              181
    Il nuovo ruolo del Sud del mondo
    di Giovanni Arrighi e Lu Zhang


Bibliografia completa di Giovanni Arrighi              223


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

Introduzione


Le lezioni di Giovanni Arrighi
di Giorgio Cesarale



Nel dibattito sulla attuale crisi economica globale è diventato ormai quasi senso comune la critica all'incapacità della scienza economica dominante di indicare e interpretare adeguatamente le cause di questa crisi, e in particolare di uno dei suoi fenomeni più abbaglianti, e cioè il processo di finanziarizzazione. Che legami ha questo processo con ciò che, peraltro impropriamente, si chiama "economia reale"? Che nesso vi è fra questo processo e la vorticosa espansione economica di intere regioni del pianeta (il Sud-est asiatico delle quattro "tigri", della Cina, del Vietnam ecc.)? Quale ruolo giocano in esso gli Stati, da quelli in ascesa a quelli in più evidente difficoltà? Sono domande cruciali, che obbligano a fornire una risposta alta e convincente. D'altro canto, per rispondere a queste domande è necessario collocare l'attuale crisi e la turbolenza globale che l'accompagna entro un orizzonte storico e geografico più largo. Uno "sguardo corto" sulla crisi è precisamente ciò che può impedire di comprenderla in tutta la sua complessità. E tuttavia è proprio da questo "sguardo corto" che la maggior parte degli osservatori e degli studiosi appare caratterizzata. Le eccezioni sono rare: tra queste c'è Giovanni Arrighi (1937-2009), una delle figure più rilevanti, insieme ad Andre Gunder Frank, Immanuel Wallerstein e Terence Hopkins, dell'approccio "sistemico" allo studio della storia e della struttura del capitalismo globale, dei movimenti sociali anticapitalistici, delle disuguaglianze mondiali di reddito e dei processi di modernizzazione. Nel discorso di Arrighi l'attuale crisi e l'inarrestabile processo di finanziarizzazione che le si collega sono interpretati alla luce dell'intera traiettoria di sviluppo del capitalismo mondiale, dalle città-Stato italiane rinascimentali all'ascesa degli Stati uniti alla guida del sistema economico internazionale. In questa prospettiva, il processo di finanziarizzazione che segna la nostra epoca deve essere inteso sia come sintomo della decadenza dello Stato attualmente egemone a livello internazionale, gli Stati uniti, sia come condizione della riapertura, in un diverso contesto geografico, di un nuovo ciclo di espansione economica "materiale" (industriale e commerciale).

L'eccezionalità della figura di Arrighi, il quale, e non solo ai nostri occhi, appare come uno dei massimi studiosi dell'economia-mondo capitalistica della seconda metà del Novecento, ci fa ritenere che siano ormai giunti i tempi per avviare una riflessione a tutto tondo sulla sua opera. un compito, questo, di cui anche altrove si è espressa l'importanza, e di cui urge preparare le condizioni di realizzazione. anche a tale scopo che è stata concepita la presente iniziativa editoriale: essa infatti contiene materiali dall'intervista autobiografica concessa quasi in punto di morte a David Harvey (uno dei più insigni teorici marxisti contemporanei, autore de La crisi della modernità e Breve storia del neoliberismo ) ad alcuni dei più importanti, e ancora inediti in italiano, saggi di teoria sociale e di interpretazione storica scritti da Arrighi che possono aiutare a ricostruire meglio il suo profilo intellettuale complessivo, il senso della sua operazione teorica.

Su questi scritti e sulle ragioni che ci hanno condotto a proporne la traduzione in italiano diremo qualcosa al termine dell'introduzione. In via preliminare, tuttavia, vorremmo provare a offrire al lettore il nostro punto di vista sia sull'itinerario intellettuale percorso da Arrighi sia sul significato della sua opera.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 15

L'INCONTRO CON LA SCUOLA SISTEMICA

Nel 1979, con il suo trasferimento a Binghamton, alla State University di New York e al Fernand Braudel Center, si apre il periodo americano di Arrighi, che è durato fino alla morte nel 2009. Questo periodo coincide con una più piena inscrizione della sua operazione concettuale sotto le insegne della teoria sistemica di Wallerstein, Frank e Hopkins e con una riformulazione dello schema di interpretazione della crisi fino ad allora adottato. In realtà, come abbiamo già anticipato, i legami di Arrighi con i sistemici sono stati profondi fin dagli inizi: Wallerstein e Frank sono citati con molto favore per le loro tesi avverse allo "sviluppo" e alla "modernizzazione" fin da Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa. Per ricapitolare, quattro ci paiono anzitutto gli elementi sistemici dell'Arrighi del periodo africano e italiano:

1) la superiorità di un approccio analitico che indaghi il capitalismo su scala mondiale e non su scala nazionale;

2) l'articolazione gerarchica del sistema capitalistico mondiale, la sua divisione in zone centrali e periferiche;

3) la disgiungibilità di proletariato e capitalismo;

4) l'importanza dei gruppi di status (le identità di razza, nazione e genere) nella composizione sociale e politica della forza-lavoro mondiale.

Sennonché, malgrado l'ispirazione sistemica abbia avvolto Arrighi fin dagli inizi, non si deve sottovalutare l'impatto avuto sul suo pensiero dal trasferimento negli Stati uniti e dal rafforzamento della sua collaborazione con i principali esponenti della scuola sistemica. A noi, in particolare, pare che i sistemici siano stati decisivi nello sviluppo intellettuale di Arrighi soprattutto per averlo indirizzato verso l'apprezzamento della centralità dell'insegnamento di Fernand Braudel per la comprensione del capitalismo moderno. Fino agli ultimi scritti del periodo italiano, Braudel è pressoché assente; la sua figura comincia appunto a stagliarsi con nettezza dopo l'apertura della collaborazione con i sistemici.

Braudel rappresenta per Arrighi un punto di svolta perché gli fornisce le basi per comprendere il nesso fra capitalismo e ciò che Polanyi ha chiamato haute finance. Dicevamo in precedenza che nell'indagine sulla categoria di "imperialismo" Arrighi aveva mancato il terreno del capitalismo finanziario. L'esclusione, o poco più avanti la sottovalutazione, nella considerazione analitica di questa categoria del ruolo giocato nella sua elaborazione da Hilferding ne erano state manifestazioni eloquenti. Eppure, fin dagli anni Settanta Arrighi non aveva trascurato di osservare la crescente propensione del capitale a effettuare, per sfuggire alla compressione dei profitti sul terreno produttivo, investimenti di tipo finanziario. La tendenza si era poi rafforzata decisamente a partire dal '79, con il repentino e vertiginoso rialzo dei tassi di interesse deciso dalla Federal Reserve a guida Volcker, con la nuova politica economica di Reagan e la crisi messicana del debito nel 1982. Come interpretare, però, questo revival della finanziarizzazione, posto che la posizione leniniana, che fa della finanziarizzazione lo stadio "supremo" del capitalismo, era per Arrighi ormai irrimediabilmente compromessa?

è qui che sopraggiunge Braudel: questi infatti aveva osservato in Civiltà materiale, economia e capitalismo, che, da un lato, la finanziarizzazione è una caratteristica ricorrente dello sviluppo capitalistico fin dal XVI secolo, e che, dall'altro lato, quando questa finanziarizzazione si dà, essa è sintomo dell'"autunno", della decadenza, di un certo ciclo egemonico. Di colpo, ad Arrighi venivano offerti i mezzi per interpretare il nesso fra crisi e finanziarizzazione, emerso negli anni Settanta, fuori dallo schema leniniano: tale nesso poteva ora essere interpretato su uno sfondo storico più largo e complesso, quello costituito dal capitalismo nella sua intera traiettoria di sviluppo, e, soprattutto, poteva ora essere compreso come indice dell'obsolescenza di una egemonia. L'esplosione negli anni '80 della finanziarizzazione all'interno della cittadella capitalistica statunitense era perciò sintomo dell'avanzamento del processo di decadenza di quest'ultima, anziché, come argomentato da più parti, della sua rinascita.

Con ciò, anche i legami di Arrighi con la scuola sistemica diventano più intimi. Arrighi accetta ora dei sistemici le seguenti tesi:

1) il capitalismo è un modo di accumulazione di ricchezza e non, come in Marx, un modo di produzione;

2) come tale, il capitalismo ha una storia più lunga di quella tradizionalmente assegnatagli dai marxisti. Non nasce nel XVIII secolo, con la "rivoluzione industriale", ma alla fine del Medioevo;

3) in questa storia, il capitalismo è stato contrassegnato dal succedersi di diversi cicli egemonici, ovvero dalla nascita, dallo sviluppo e dal tramonto di diverse egemonie.

4) queste egemonie si esercitano sull'insieme, gerarchicamente articolato, dell'economia-mondo capitalistica, e cioè su quella combinazione funzionale, tipica della modernità, fra unità del mercato mondiale, divisione internazionale del lavoro e sistema interstatale.

5) i soggetti egemonici sono nell'economia-mondo capitalistica gli Stati, i quali esercitano una leadership sia sul sistema-mondo nel suo complesso, regolandolo e ordinandolo a loro immagine e somiglianza, sia sugli altri singoli Stati.

Nella versione di Arrighi, consegnata soprattutto al Lungo XX secolo, i cicli egemonici sono quattro:

1) il ciclo genovese-iberico, dal XV secolo agli inizi del XVII;

2) il ciclo olandese, dalla fine del XVI secolo alla metà del XVIII;

3) il ciclo britannico, dalla seconda metà del XVIII secolo agli inizi del XX;

4) il ciclo statunitense, dalla fine del XIX secolo fino ad oggi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 25

I SAGGI DEL VOLUME

Qualche parola, infine, sui saggi qui proposti. Ciascuno di essi integra tematicamente, da una diversa prospettiva, il materiale testuale di Arrighi già disponibile sul mercato editoriale. Dell'intervista ad Harvey si è detto, e non vi ritorneremo sopra. Il secondo saggio, Secolo marxista, secolo americano. La formazione del movimento operaio nel mondo, si occupa, invece, di una questione di cui Arrighi si era ripromesso di parlare in Lungo XX secolo e che invece non riuscì, da ultimo, a introdurre nel libro: la storia del movimento operaio novecentesco letta alla luce della teoria sistemica. Il saggio è, infatti, incardinato attorno alla polarità fra riformismo socialdemocratico bernsteiniano (il modello vincente di movimento operaio nei paesi del centro) e leninismo (il modello vincente di movimento operaio nei paesi della periferia). In chiusura, ci si diffonde sulle possibilità del movimento operaio nel futuro: queste sono del tutto affidate alla costruzione di quei "movimenti antisistemici" su cui ci siamo trattenuti poco sopra.

Nel terzo saggio, Le disuguaglianze mondiali, Arrighi invece riflette, sempre in modo sistemico, sulla questione delle disuguaglianze mondiali. Il risultato teorico principale del saggio è duplice: all'affermazione della chiusura, nel secondo dopoguerra, del differenziale di reddito fra i paesi europei e quelli del Nord America quindi fra i paesi del centro si contrappone la constatazione del mantenimento del differenziale pregresso di reddito fra i paesi del centro e quelli della periferia (ex blocco sovietico e paesi del Sud del mondo). In chiusura, la riflessione si concentra sulle potenzialità del socialismo in un tale contesto. Va detto che le conclusioni analitiche del testo, come registrato anche da Harvey nell'intervista, andrebbero aggiornate, vista la crescita del reddito nei paesi del Sud-est asiatico. Ma Arrighi è rimasto fino all'ultimo convinto della loro bontà: grazie, in particolare, alla Cina si sono ridotte le sperequazioni internazionali di reddito, ma grazie alla Cina è anche aumentato il tasso di disuguaglianza all'interno degli Stati.

Il quarto saggio, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, è una limpida e riuscita sistematizzazione delle tesi sostenute da Arrighi in Lungo XX secolo e dallo stesso insieme a Beverly Silver in Caos e governo del mondo. Importa qui soprattutto sottolineare come in questo saggio Arrighi e Silver insistano sul carattere effimero della New Economy e della politica estera "unilateralista" inaugurata dagli Stati uniti all'alba degli anni Duemila. Nel poscritto, allegato a questo testo, Arrighi e Silver confermano, a cinque anni di distanza, la validità delle proposizioni analitiche del loro saggio.

Nel quinto e ultimo saggio, Dopo il neoliberismo. Il nuovo ruolo del Sud del mondo, qui pubblicato in contemporanea con la versione inglese, si avvalorano le possibilità, con l'inasprirsi della crisi delle politiche neoliberiste dettate dal centro e l'assestamento della crescita cinese, che sorga una nuova Bandung, un nuovo patto fra i paesi che una volta venivano chiamati "in via di sviluppo". Una Bandung tuttavia diversa dalla prima, quella nata negli anni Cinquanta e subito dopo fallita, perché fondata non su una solidarietà di tipo puramente politico, ma sulla più solida roccia della progressiva convergenza, fra i paesi del Sud del mondo, dei rispettivi interessi economici.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 29

Capitolo 1


I tortuosi sentieri del capitale.
Intervista con David Harvey
[2009]



Ci potresti parlare delle tue origini familiari e della tua formazione culturale?

Sono nato a Milano nel 1937. Per parte di madre la mia famiglia era di origini borghesi. Mio nonno, figlio di svizzeri emigrati in Italia, era partito da un livello di aristocrazia operaia fino a diventare lui stesso industriale nei primi anni del XX secolo. Produceva macchine per il settore tessile e in seguito apparecchiature per il riscaldamento e condizionatori. Mio padre era toscano, figlio di un ferroviere. Era venuto a Milano e aveva trovato lavoro nella fabbrica del mio nonno materno, finendo poi per sposare la figlia del proprietario. In seguito vi furono tensioni che portarono mio padre a fondare una propria impresa in concorrenza con quella del suocero. Erano entrambi antifascisti, il che ebbe grande influenza sulla mia prima infanzia che fu dominata dalla guerra, dall'occupazione nazista dell'Italia settentrionale dopo la resa di Roma nel 1943, la Resistenza e l'arrivo degli Alleati.

Mio padre morì in un incidente d'auto quando avevo 18 anni. Decisi allora di portare avanti la sua azienda, benché mio nonno mi consigliasse il contrario, così entrai all'Università Bocconi come studente di economia nella speranza che ciò mi aiutasse a capire come gestire la fabbrica. La Facoltà di Economia era un caposaldo di indirizzo neoclassico, neppure minimamente sfiorato dalla teoria keynesiana e non mi fu di nessun aiuto nella gestione dell'impresa paterna. Alla fine mi resi conto che dovevo chiuderla. Trascorsi due anni in una delle fabbriche di mio nonno raccogliendo dati sull'organizzazione della produzione. Quello studio mi convinse che l'elegante equilibrio generale dei modelli neoclassici non serviva affatto per capire la produzione e distribuzione del reddito. Questo fu l'argomento della mia tesi di laurea. Mi fu poi assegnato un incarico come assistente volontario, cioè non pagato, che allora in Italia era il primo gradino della carriera universitaria. Per vivere trovai un impiego alla Unilever come apprendista manager.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 34

C'era qualcosa secondo te che accomunava le lotte di liberazione africane e quelle della classe operaia italiana?

Ciò che le accomunava erano gli ottimi rapporti che avevo con movimenti più ampi. Volevano sapere su quale base partecipassi alla loro lotta. La mia posizione era la seguente: "Non intendo dirvi che cosa fare, dato che voi conoscete la vostra situazione molto meglio di me. Ma ho maggiori possibilità di comprendere il contesto più ampio entro il quale si sviluppa la lotta. Così il nostro rapporto deve basarsi sul fatto che voi mi riferite della vostra situazione e io vi dico come si collega nei confronti del contesto più ampio che voi non potete conoscere, o che, da dove vi trovate, potete vedere in modo parziale". Su questa base vi furono sempre ottimi rapporti sia con i movimenti di liberazione dell'Africa meridionale che con i lavoratori italiani.

Gli articoli del 1972 sulla crisi del capitalismo si fondavano su scambi di questo tipo. Ai lavoratori veniva detto: "c'è la crisi economica, dobbiamo starcene tranquilli. Se continuiamo le lotte, la fabbrica verrà portata altrove". Così i lavoratori ci chiedevano: "Siamo in crisi? E quali sono le conseguenze? Dobbiamo starcene buoni solo per questo?". Gli articoli che comprendevano Verso una teoria della crisi capitalistica vennero concepiti all'interno di questa problematica, definita dai lavoratori stessi, che dicevano: "Dicci che cosa sta accadendo nel mondo esterno e che cosa ci dobbiamo aspettare". Il punto di partenza dell'articolo era: "Le crisi hanno luogo sia che voi lottiate o no non sono effetto della militanza operaia, o di "errori" nella gestione manageriale, ma sono alla base dell'accumulazione capitalistica stessa". Quello era l'orientamento di partenza. Scrivevo agli inizi della crisi, prima che se ne riconoscesse l'esistenza. Divenne importante come schema di riferimento e mi è servito per monitorare negli anni quanto stava avvenendo. E ha funzionato abbastanza bene.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 109

Capitolo 3


Le disuguaglianze mondiali
[1991]



La tesi di questo articolo è che i grandi sconvolgimenti politici dei nostri giorni dall'Europa orientale e dall'Urss fino al Medio Oriente hanno avuto origine da una trasformazione radicale della struttura sociale dell'economia-mondo, combinata con l'approfondirsi della disuguaglianza di reddito tra le regioni e gli Stati in cui l'economia-mondo si articola. La trasformazione radicale a cui mi riferisco è iniziata poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha subito un'accelerazione durante gli anni Sessanta e ha perso vigore alla fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta. Come ha scritto Eric Hobsbawm "il periodo dal 1950 al 1975... ha visto il cambiamento sociale più spettacolare, rapido, notevole, profondo e a scala mondiale della storia... [Questo] è il primo periodo in cui i contadini sono diventati una minoranza, non soltanto nei paesi industriali avanzati, in molti dei quali erano ancora rimasti numericamente forti, ma anche in paesi del Terzo mondo". Il cambiamento in questione ha oltrepassato le divisioni Est-Ovest e Nord-Sud ed è stato, in prima istanza, il risultato di iniziative volte a ridurre il divario che, intorno al 1950, separava il benessere delle popolazioni situate nella zona privilegiata del sistema-mondo (l'Ovest/Nord) dalla povertà assoluta o relativa dei popoli delle zone svantaggiate (l'Est/Sud). La più importante di queste iniziative è stato l'impegno per lo sviluppo economico da parte dei governi. Incorporando nei loro territori alcuni dei tratti caratteristici delle nazioni ricche, come l'industrializzazione o l'urbanizzazione, i governi speravano di cogliere il segreto del loro successo, e raggiungerle in ricchezza e potere. Ugualmente importanti, come elementi complementari o sostitutivi delle politiche dei governi, sono state le azioni intraprese da organizzazioni private e individui come le migrazioni dei lavoratori, di capitali e di risorse imprenditoriali attraverso i confini nazionali.

Malgrado il successo di singoli casi, questa strategia ha fallito nel tentativo di promuovere una più equa distribuzione della ricchezza all'interno dell'economia-mondo capitalistica. Pochi Stati sono riusciti a spostare parte della ricchezza mondiale nella propria direzione e molti individui hanno ottenuto lo stesso risultato muovendosi oltre le frontiere. Ma i successi di pochi Stati o di molti individui non hanno modificato la complessiva gerarchia della ricchezza. Al contrario, dopo più di trent'anni di sforzi di tutti i tipi per lo "sviluppo", il divario che separa i redditi dell'Est e del Sud da quelli dell'Ovest e del Nord è più ampio di prima.

Così negli anni Ottanta, gli Stati dell'Est e del Sud si son venuti a trovare in questa situazione: sono riusciti a incorporare alcuni elementi della struttura sociale dei paesi più avanzati, attraverso i processi di modernizzazione, ma non a internalizzare la loro ricchezza. Di conseguenza, i governi e i gruppi dominanti di questi paesi non dispongono dei mezzi per soddisfare le aspettative e accogliere le richieste delle forze sociali che essi stessi hanno contribuito a creare attraverso il processo di modernizzazione. La ribellione di queste forze apre una crisi generale delle pratiche e delle ideologie dello sviluppo. La crisi del comunismo nell'Europa orientale e in Urss non è che un lato della medaglia della crisi generale dell'ideologia dello sviluppo. L'altro lato è la crisi della variante capitalistica dello sviluppo una crisi che è particolarmente visibile con l'ascesa del fondamentalismo islamico nel Medio Oriente e nel Nord Africa, e che tuttavia si manifesta, in una forma o nell'altra, in tutto il Sud del mondo.

In ciò che segue mi concentrerò sulla crescente disuguaglianza nella distribuzione globale del reddito, perché, a mio parere, quest'ultima sta rapidamente diventando la questione centrale dei nostri tempi. Darò per acquisito che i processi di urbanizzazione e industrializzazione sono ormai largamente diffusi nel Sud del mondo e che numerosi paesi del Terzo mondo hanno avuto una rapida industrializzazione. Ma non assumerò, come fanno in molti, che "industrializzazione" e "sviluppo" siano la stessa cosa.

Quest'ultimo punto di vista è così radicato da essere rimasto indiscusso anche dopo la recente ondata di deindustrializzazione che ha investito alcuni tra gli Stati occidentali più ricchi e potenti. Questi Stati continuano a essere identificati come "industriali" o "industrializzati", mentre la corrispondente rapida industrializzazione di Stati più poveri continua a essere ritenuta equivalente allo "sviluppo". Questa concezione oscura il fatto che l'industrializzazione è stata perseguita non come fine in sé, ma come strumento per conseguire maggiori livelli di ricchezza. Se l'industrializzazione rappresenti o meno lo "sviluppo" dipende dal fatto se sia stata o meno un mezzo efficace per raggiungerlo. Come abbiamo mostrato altrove, l'efficacia dell'industrializzazione in termini di creazione di ricchezza all'interno nell'economia-mondo è diminuita man mano che si estendeva, fino a quando i suoi benefici, in media, sono diventati negativi.

Nel concentrarmi sulle disuguaglianze persistenti e sempre più profonde nella distribuzione del reddito nell'economia-mondo capitalistica, voglio sottolineare che a parte poche eccezioni l'industrializzazione non ha mantenuto le sue promesse. C'è stata moltissima industrializzazione (e ancora più urbanizzazione), con costi umani e ambientali incalcolabili per la maggior parte delle persone coinvolte. Ma c'è stato ben poco avvicinamento agli standard di ricchezza dei paesi dell'Occidente. Perciò l'industrializzazione o, più in generale, la modernizzazione non ha mantenuto ciò che aveva promesso, e questo fallimento è alla radice dei gravi problemi affrontati oggi dalla maggior parte degli Stati dell'Est e del Sud. Questi problemi non sono né locali né congiunturali, sono sistemici e strutturali. Sono problemi del sistema-mondo a cui appartengono tanto l'Ovest/Nord, quanto l'Est e il Sud. Previsioni e progetti sul futuro del socialismo in un Ovest/Nord ignaro delle origini e delle conseguenze sistemiche di questi problemi, sono nel migliore dei casi irrilevanti e nel peggiore pericolosamente fuorvianti.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 143

Capitolo 4
Capitalismo e (dis)ordine mondiale
di Giovanni Arrighi e Beverly J. Silver
[2001]



Nel sistema storico-sociale del mondo moderno sta prendendo piede una trasformazione di grandi proporzioni, che crea un diffuso senso di incertezza sul presente e l'immediato futuro. Nelle parole di Eric Hobsbawm, mentre "i cittadini di questa fine di secolo cercano, nella nebbia globale che li avvolge, la strada per avanzare nel terzo millennio, l'unica cosa che sanno con certezza è che un'epoca storica è finita. La loro conoscenza non va oltre".

Tuttavia quale sia l'epoca storica che si è compiuta è ancora oggetto di discussione. Per Hobsbawm gli anni Settanta e Ottanta del Novecento hanno costituito la fase conclusiva del "secolo breve" (1914-1991). Dal suo punto di vista, il collasso dei regimi comunisti "ha distrutto [...] il sistema che per quarant'anni aveva stabilizzato le relazioni internazionali [...] e ha mostrato la precarietà degli assetti politici statali che si erano sostanzialmente retti su quella stabilità internazionale". Il risultato è stato l'emergere di "incertezza politica, instabilità, caos e guerra civile su un'area enorme del pianeta. [...] Il futuro della politica è oscuro, ma la sua crisi alla fine del secolo breve è evidente".

A giudizio di Hobsbawm, il tardo ventesimo secolo ha segnato anche la crisi degli assunti razionalistici e umanistici, condivisi tanto dal capitalismo liberale quanto dal comunismo, "sui quali la società moderna si era fondata fin da quando i Moderni vinsero la loro celebre battaglia contro gli Antichi all'inizio del Settecento". In un'ottica simile, Immanuel Wallerstein ha sostenuto che il 1989 ha sancito la fine dell'era politico-culturale aperta dall'Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese: per Wallerstein, però, quell'anno ha coinciso anche con l'inizio della crisi terminale del sistema-mondo moderno venuto alla luce nel "lungo sedicesimo secolo". Anche James Rosenau, pur partendo da premesse differenti, condivide questa prospettiva: dal suo punto di vista, oggi i parametri che hanno definito le coordinate d'azione nell'ambito del sistema internazionale si stanno trasformando tanto profondamente "da dar vita alla prima vera turbolenza nel sistema politico mondiale da quando una trasformazione di simile portata non culminò nel trattato di Vestfalia del 1648".

Quale che sia l'epoca in via di conclusione quella della Guerra fredda, la più lunga epoca del "liberalismo" e dell'Illuminismo, o l'ancora più lunga epoca del sistema degli Stati nazionali , questi autori sostengono che le strutture che per molto tempo hanno garantito stabilità al sistema-mondo moderno si stanno sgretolando e che una tendenza all'incertezza e all'imprevedibilità caratterizzerà probabilmente il presente e l'immediato futuro.


CICLI SISTEMICI DI ACCUMULAZIONE E TRANSIZIONI EGEMONICHE

I nostri propositi di dissipare almeno un po' della "nebbia globale" che ci avvolge, ora che stiamo entrando nel terzo millennio, e di restringere l'incertezza e l'imprevedibilità sul presente e l'immediato futuro si fondano su tre osservazioni strettamente connesse. La prima osservazione è che l'inizio e la fine del ventesimo secolo sono periodi largamente comparabili, accomunati anzitutto dalla centralità che in essi assume il "capitale finanziario". La seconda osservazione deriva dall'argomento di Fernand Braudel secondo cui la finanziarizzazione del capitale è una caratteristica ricorrente del capitalismo storico fin dal sedicesimo secolo. La nostra terza osservazione è che i periodi di espansione finanziaria non sono solo espressione dei processi ciclici del capitalismo storico come enfatizzato da Braudel; sono altresì momenti di grande riorganizzazione del sistema-mondo capitalistico, momenti che noi chiamiamo "transizioni egemoniche". Nel prosieguo di questo articolo discuteremo in ordine ciascuna di queste tre osservazione.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 152

La dinamica simile dei vari cicli sistemici di accumulazione consistendo ciascuno nell'emergere di un nuovo regime accumulativo nel corso dell'espansione finanziaria del precedente fa sì che essi siano confrontabili l'uno con l'altro. Ma non appena confrontiamo gli attori, le strategie e le strutture dei cicli, scopriamo non solo che i cicli sono differenti, ma anche che la loro sequenza descrive un modello di evoluzione costituito da regimi di dimensione, raggio d'azione e complessità crescenti. La prima colonna della Figura 1 riassume questo modello di evoluzione considerando i "contenitori di potere" come Anthony Giddens ha appropriatamente definito gli Stati che, nei successivi cicli di accumulazione, hanno ospitato il "quartier generale" dell'organizzazione capitalistica egemone: la repubblica di Genova, le Province Unite, il Regno Unito e gli Stati uniti.


FIGURA 1. LE DINAMICHE EVOLUTIVE DEL CAPITALISMO MONDIALE
 _______________ ______________________ _______________________________
|               | Tipo di regime/ciclo |     Costi internalizzati      |
|Istituzioni    |                      |                               |
|governative    |                      | Prote- Produ- Transa- Riprodu-|
|dominanti      | Estensivo  Intensivo | zione  zione  zione   zione   |
|_______________|______________________|_______________________________|
|               |                      |                               |
|Stato mondiale |                      |                               |
|               |               USA    |  Sì     Sì     Sì      No     |
|     /|\       |                      |                               |
|      |        |               /|\    |                               |
|      |        |                |     |                               |
|      |        |                |     |                               |
|      |        |                |     |                               |
|      |        | Britannico ----+     |  Sì     Sì     No      No     |
|      |        |                      |                               |
|      |        |    /|\               |                               |
|Stato nazione  |     |                |                               |
|               |     |                |                               |
|     /|\       |     |                |                               |
|      |        |     +------ Olandese |  Sì     No     No      No     |
|      |        |                      |                               |
|      |        |               /|\    |                               |
|      |        |                |     |                               |
|      |        |                |     |                               |
|      |        |                |     |                               |
|      |        | Genovese ------+     |  No     No     No      No     |
|      |        |                      |                               |
|               |                      |                               |
|Città Stato    |                      |                               |
|_______________|______________________|_______________________________|



All'epoca dell'ascesa e della piena espansione del regime di accumulazione genovese, la Repubblica di Genova era una città-Stato piccola nelle dimensioni e semplice nell'organizzazione, dotata di uno scarso potere effettivo. Profondamente divisa dal punto di vista sociale e abbastanza fragile militarmente, era uno Stato debole a confronto delle grandi potenze del tempo, inclusa l'antica rivale Venezia, che apparteneva ancora al novero delle grandi potenze. Eppure, grazie alle sue vaste reti commerciali e finanziarie, la classe capitalistica genovese, organizzata in una "diaspora" cosmopolita, era in grado di trattare alla pari con i più potenti sovrani territorialisti d'Europa, e di trasformare la loro spietata concorrenza per il capitale mobile in un potente motore di valorizzazione del proprio capitale.

All'epoca dell'ascesa e della piena espansione del regime di accumulazione olandese, le Provincie Unite costituivano un genere di organizzazione ibrida, che combinava alcune caratteristiche delle città-Stato in via di scomparsa con alcune caratteristiche degli Stati-nazione emergenti. Di dimensioni e complessità assai maggiori rispetto alla Repubblica di Genova, le Provincie Unite "contenevano" un potere sufficiente a conquistare l'indipendenza dalla Spagna imperiale, a ricavare dall'impero navale e territorialista di quest'ultima un impero estremamente redditizio di avamposti commerciali e a tenere a bada la sfida militare navale inglese e quella terrestre da parte della Francia. Il maggior potere dello Stato olandese rispetto a quello genovese permise alla sua classe capitalista di ripetere quello che i genovesi avevano già fatto trasformare la concorrenza interstatale per il capitale mobile in un potente motore di valorizzazione del proprio capitale senza tuttavia dover "acquistare" protezione dagli Stati territorialisti, com'era invece accaduto ai genovesi mediante una relazione di scambio politico con i sovrani iberici. Il regime olandese, in altre parole, "internalizzò" i costi di protezione che i genovesi avevano esternalizzato (si veda la Figura 1, colonna 4).

All'epoca dell'ascesa e della piena espansione del regime di accumulazione britannico, la Gran Bretagna non era solo uno Stato-nazione pienamente sviluppato; essa si accingeva anche a conquistare un impero commerciale e territorialista di dimensioni mondiali, che avrebbe conferito ai suoi gruppi dominanti e alla propria classe capitalistica un controllo senza paralleli né precedenti sulle risorse umane e naturali del mondo. Tale controllo permise alla classe capitalista britannica di fare quello di cui gli olandesi si erano già dimostrati in grado volgere a proprio vantaggio la concorrenza interstatale per il capitale mobile e "produrre" da sé tutta la protezione richiesta dalla valorizzazione del proprio capitale senza tuttavia dover dipendere da organizzazioni territorialiste straniere e spesso ostili per procurarsi la maggior parte della produzione agro-industriale su cui si reggeva la redditività delle proprie attività commerciali. Se il regime olandese rispetto a quello genovese aveva internalizzato i costi di protezione, il regime britannico rispetto a quello olandese internalizzò i costi di produzione (si veda la Figura 1, colonna 5).

Infine, all'epoca dell'ascesa e della piena espansione del regime di accumulazione Usa, gli Stati uniti erano già qualcosa di più di uno Stato-nazione pienamente sviluppato. Erano un complesso militare-industriale di dimensioni continentali, dotato di un potere sufficiente a garantire a un gran numero di governi subordinati e alleati un'efficace protezione, e a effettuare minacce credibili di strangolamento economico o annientamento militare rivolte a governi ostili in qualunque parte del mondo. Assieme alle dimensioni, all'insularità e alla ricchezza naturale del suo territorio, questo potere permise alla classe capitalista statunitense di internalizzare non solo i costi di protezione e produzione come aveva già fatto la classe capitalista britannica ma anche i costi di transazione, vale a dire i costi relativi alla gestione dei mercati su cui si reggeva la valorizzazione del proprio capitale (si veda la Figura 1, colonna 6).

Questo aumento costante delle dimensioni, del raggio d'azione e della complessità dei successivi regimi di accumulazione del capitale su scala mondiale è in parte oscurato da un'altra caratteristica della sequenza temporale di tali regimi. Questa caratteristica è rappresentata da un doppio movimento, in avanti e all'indietro allo stesso tempo: ciascun passo in avanti nel processo di internalizzazione dei costi, a opera di un nuovo regime di accumulazione, ha comportato la rinascita di strategie e strutture governative e imprenditoriali già superate dal regime precedente.

Così, l'internalizzazione dei costi di protezione a opera del regime olandese, rispetto al regime genovese, avvenne attraverso la rinascita delle strategie e delle strutture del capitalismo monopolistico di Stato veneziano già rimpiazzate dal regime genovese. In modo analogo, l'internalizzazione dei costi di produzione operata dal regime britannico, rispetto al regime olandese, avvenne mediante la rinascita in forme nuove e più complesse delle strategie e delle strutture del capitalismo cosmopolita genovese e del territorialismo globale iberico. E lo stesso modello si è riproposto in occasione dell'ascesa e della piena espansione del regime statunitense, che ha internalizzato i costi di transazione riportando in auge, in forme nuove e più complesse, le strategie e le strutture del capitalismo manageriale olandese (si veda la Figura 1, colonna 1 e 2).

Questa periodica rinascita di strategie e strutture di accumulazione precedentemente superate genera un movimento di tipo oscillatorio tra strutture organizzative "cosmopolitico-imperiali" e strutture "managerial-nazionali", le prime caratteristiche dei regimi "estensivi" come quello genovese e quello britannico e le seconde dei regimi "intensivi" come quello olandese e quello statunitense. Il regime "cosmopolitico-imperiale" genovese e quello britannico sono regimi estensivi, nel senso che ad essi va attribuita la responsabilità della maggior parte dell'espansione geografica del sistema-mondo capitalistico. Durante il regime genovese il mondo fu "scoperto", sotto quello britannico fu "conquistato". I regimi "managerial-nazionali" olandese e statunitense, al contrario, sono intensivi, nel senso che sono stati responsabili del consolidamento geografico piuttosto che dell'espansione del sistema-mondo capitalistico. Durante il regime olandese, la "scoperta" del mondo, che ebbe come principali protagonisti gli iberici, alleati dei genovesi, fu consolidata in un sistema di depositi commerciali e società per azioni privilegiate con il loro centro ad Amsterdam. E durante il regime statunitense la "conquista" del mondo, operata principalmente dagli stessi inglesi, fu consolidata in un sistema di mercati nazionali e grandi imprese transnazionali che ha avuto il proprio centro negli Stati uniti.

Questa alternanza di regimi intensivi ed estensivi rende confusa la percezione della tendenza fondamentale di lungo termine verso l'aumento delle dimensioni, del raggio d'azione e della complessità dei regimi di accumulazione. Quando il pendolo oscilla in direzione dei regimi estensivi, la tendenza sottostante viene esaltata, mentre quando oscilla in direzione dei regimi intensivi, essa appare meno significativa di quanto sia in realtà. Nondimeno, se controlliamo queste oscillazioni mettendo a confronto i due regimi intensivi e i due estensivi quello genovese con quello britannico, e quello olandese con quello statunitense la tendenza sottostante risulta inequivocabile.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 162

Il nostro modello descrive uno schema di ricorrenza l'egemonia conduce all'espansione, l'espansione al caos e il caos a una nuova egemonia che è anche uno schema di evoluzione ogni nuova egemonia riflette una maggiore concentrazione di capacità organizzative, un maggiore volume e densità del sistema rispetto all'egemonia precedente. Questo schema binario si applica bene alle transizioni egemoniche passate, mentre, per quanto riguarda la transizione presente, sono pochi i segnali di un imminente crollo dell'egemonia statunitense. Possiamo, tuttavia, rilevare alcune importanti analogie tra le attuali trasformazioni dell'economia politica globale e quelle caratterizzanti le transizioni passate. La più importante è l'analogia tra l'attuale espansione finanziaria imperniata sugli Stati uniti non solo, come molti osservatori hanno notato, con l'espansione finanziaria imperniata sulla Gran Bretagna di fine Ottocento-primo Novecento, ma anche con quella imperniata sull'Olanda a metà del Settecento. Come vedremo, ci sono buone ragioni per ritenere che l'attuale espansione finanziaria si concluderà diversamente rispetto alle precedenti; tuttavia ci sono altrettante buone ragioni per interpretare l'attuale espansione e la concomitante ripresa del potere statunitense come segnali di una crisi egemonica analoga a quelle di 100 e 250 anni fa.

Nel passato, come nel presente, la ripresa del potere dei centri egemoni declinanti è servita a dissimulare la natura sempre più fragile del loro dominio. La ripresa fu più tardiva ed ebbe minor peso nel caso degli olandesi; arrivò prima e fu maggiore nel caso degli inglesi. Ma in entrambi i casi i revival di potere, e le espansioni finanziarie che ne erano alla base, si conclusero 30 o 40 anni dopo il loro inizio, con il crollo totale dell'ordine egemonico in declino. In entrambe le passate transizioni, dunque, le espansioni finanziarie che diedero nuovo spazio al potere degli Stati egemonici declinanti si sono poi concluse sotto il peso delle proprie contraddizioni. Ma la cecità che induceva i gruppi dirigenti di questi Stati a scambiare l'"autunno" del loro potere egemonico per una nuova "primavera" provocò l'accelerazione e l'accentuarsi del carattere catastrofico della fine soprattutto per se stessa nel caso della Repubblica Olandese, per l'Europa e il mondo nel caso della Gran Bretagna.

Una cecità simile è oggi evidente. La facilità con cui gli Stati uniti sono riusciti a mobilitare risorse sui mercati finanziari globali per sconfiggere l'Unione Sovietica in quella che Fred Halliday ha chiamato "la seconda Guerra fredda" e, in seguito, per sostenere una lunga espansione economica interna e un boom spettacolare nella Borsa di New York, ha portato alla convinzione che "America's back!" Ma anche supponendo che il potere globale statunitense si sia effettivamente ripreso, sarebbe comunque un tipo di potere molto diverso da quello dispiegatosi al culmine dell'egemonia statunitense. Quel potere riposava sulla capacità degli Stati uniti di elevarsi ed elevare gli altri Stati al di sopra della "tirannia delle piccole decisioni", così da risolvere i problemi a livello di sistema che avevano tormentato il mondo nel caos sistemico degli anni Trenta e Quaranta. Il nuovo potere di cui gli Stati uniti sono venuti a godere negli anni Ottanta e Novanta riposa, invece, sulla capacità statunitense di avere successo nella competizione con gli altri Stati sui mercati finanziari globali, risuscitando una tirannia delle piccole decisioni in un contesto di sempre più pressanti problemi sistemici che né gli Stati uniti né un altro Stato sembrano oggi in grado di risolvere.

Inoltre, l' estensione della ripresa del potere Usa non è ampia quanto generalmente assunto dalle élite statunitensi. In primo luogo, l'espansione finanziaria stessa sembra reggersi su basi sempre più precarie. Anche i più entusiasti sostenitori della concorrenza interstatale su mercati finanziari globalmente integrati hanno cominciato a temere che la globalizzazione finanziaria stia tramutandosi in una "corsa sfrenata e distruttiva" e si preoccupano della possibile "crescita di una violenta reazione" contro gli effetti di una forza tanto distruttiva, innanzitutto l'ascesa di nuova classe di politici populisti" favorita dal "senso [...] d'insicurezza e ansia" che si sta impadronendo anche dei paesi ricchi. Una reazione di questo tipo, del resto, è stata caratteristica anche delle espansioni finanziarie passate: essa preannuncia che la massiccia redistribuzione di redditi e ricchezze su cui l'espansione si regge ha raggiunto, o quasi, i propri limiti. Quando la redistribuzione non è più sostenibile economicamente, socialmente e politicamente la fine dell'espansione finanziaria è inevitabile. L'unica questione che rimane aperta, da questo punto di vista, non è se, ma quanto rapidamente e quanto catastroficamente l'attuale dominio globale del capitale finanziario volgerà al termine. In questo senso, la bolla della new economy scoppiata tra il 2000 e il 2001 potrebbe essere il primo segnale che l'espansione finanziaria e la concomitante ripresa del potere statunitense hanno raggiunto i propri limiti.

Ultima ma egualmente importante considerazione è che l'espansione finanziaria imperniata sugli Stati uniti è stata accompagnata da uno spostamento del centro di gravità dell'economia globale dal Nord America all'Asia orientale.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 169

Questo residuo geopolitico fu difficile da integrare nell'ordine mondiale statunitense della Guerra fredda, così come era stato per l'ordine mondiale britannico. Le linee di frattura tra le sfere d'influenza statunitense e sovietica nella regione dell'Asia orientale cominciarono a crollare poco tempo dopo che erano state stabilite prima, per la ribellione cinese contro la dominazione sovietica, poi per il fallimento del tentativo statunitense di separare la nazione vietnamita secondo lo spartiacque della Guerra fredda. In seguito, mentre le due superpotenze intensificavano la loro rivalità nella stretta finale della Seconda Guerra fredda, i vari pezzi del puzzle dell'Asia orientale si riassemblarono nell'economia regionale più dinamica al mondo.

L'impressionante rapidità con cui quest'economia regionale è diventata la nuova officina e salvadanaio del mondo ha contribuito alla diffusione della "paura di cadere" nel mondo occidentale. Una caduta più o meno imminente dell'Occidente dai vertici di comando del capitalismo mondiale è certamente possibile, ma che cosa ci sia da temere in proposito non è del tutto chiaro.

La caduta è probabile perché gli Stati-guida dell'Occidente sono prigionieri dei percorsi di sviluppo che hanno fatto le loro fortune, sia politiche sia economiche. Oggi questi percorsi stanno procurando rendimenti decrescenti in termini di tassi di accumulazione, ma non possono essere abbandonati a favore del percorso più dinamico, quello regionale dell'Asia orientale, senza causare tensioni sociali tanto insopportabili da sfociare nel caos anziché nella "competitività". Una situazione simile si è presentata anche nelle transizioni passate. Al momento della loro rispettiva crisi egemonica, sia gli olandesi sia gli inglesi si addentrarono ancora più profondamente nella specifica traiettoria di sviluppo che aveva fatto le loro fortune, malgrado il fatto che ai margini del loro raggio d'azione si stavano aprendo percorsi più dinamici. E non abbandonarono il percorso prestabilito fino a che il sistema mondiale imperniato su di loro si ruppe.

Come ha suggerito David Calleo, il "sistema internazionale si rompe, non solo perché nuove potenze non controbilanciate e aggressive cercano di dominare i loro vicini, ma anche perché le potenze in declino, invece di adattarsi e cercare una mediazione, tentano di cementare la loro vacillante preminenza trasformandola in un'egemonia sfruttatrice". Il nostro confronto con le transizioni passate mostra che il ruolo delle nuove potenze aggressive nell'affrettare i crolli sistemici è diminuito di transizione in transizione, mentre il ruolo giocato dalla dominazione sfruttatrice esercitata dalla potenza egemone in declino è aumentato. Il potere mondiale olandese era così diminuito nei decenni di declino della sua egemonia che la resistenza olandese, a confronto del ruolo svolto dagli Stati-nazione emergenti, aggressivi e imperialistici (in primo luogo Gran Bretagna e Francia), giocò un ruolo marginale nel crollo sistemico. Nel momento del suo declino egemonico, all'opposto, la Gran Bretagna era abbastanza potente da trasformare la sua egemonia in una dominazione sfruttatrice. Nonostante l'emergere di nuove potenze aggressive prima fra tutte la Germania abbia giocato un ruolo molto importante nel crollo del sistema-mondo imperniato sulla Gran Bretagna, il rifiuto di quest'ultima all'adattamento e alla conciliazione fu comunque cruciale.

Oggi abbiamo raggiunto l'altra estremità dello spettro. Non ci sono nuove credibili potenze aggressive in grado di provocare il crollo del sistema-mondo imperniato sugli Stati uniti, ma, rispetto della Gran Bretagna di un secolo fa, gli Stati uniti hanno capacità ancora maggiori per convertire la propria egemonia in declino in una dominazione sfruttatrice. Se il sistema alla fine crollerà, sarà prima di tutto perché gli Stati uniti avranno rifiutato accordi e compromessi. E, per converso, la conciliazione e l'adattamento degli Usa nei confronti delle potenze economiche in ascesa dell'Asia orientale sono una condizione essenziale per una transizione non catastrofica verso un nuovo ordine mondiale.

Condizione altrettanto essenziale è l'emergere di una nuova leadership globale a partire dai centri principali dell'espansione economica dell'Asia orientale. Questa leadership dovrà essere capace di assumersi il compito di fornire soluzioni sistemiche ai problemi sistemici lasciati irrisolti dall'egemonia statunitense. Il più grave di questi è l'abisso apparentemente incolmabile tra le opportunità di vita di una piccola minoranza della popolazione mondiale (tra il 10 e il 20%) e la grande maggioranza. Per fornire una soluzione praticabile e sostenibile a questo problema, gli "apripista" dell'Asia orientale dovranno inaugurare, per loro stessi e per il mondo, una nuova traiettoria di sviluppo che si discosti radicalmente da quella ora giunta in un vicolo cieco.

Si tratta di un compito imponente che i gruppi dominanti degli Stati dell'Asia orientale hanno appena cominciato ad affrontare. Nelle passate transizioni egemoniche, i gruppi dominanti intrapresero con successo l'impegno di modellare un nuovo ordine mondiale solo dopo intense pressioni da parte di movimenti di protesta e autodifesa. Questa pressione dal basso si è ampliata e approfondita di transizione in transizione, portando a un allargamento dei blocchi sociali a ogni nuova egemonia. Possiamo quindi attenderci che le contraddizioni sociali giocheranno un ruolo più decisivo che mai nel plasmare la transizione in corso verso il nuovo ordine mondiale che emergerà dall'incombente caos sistemico. Se i movimenti in gran parte seguiranno e saranno condizionati dall' escalation di violenza (come nelle passate transizioni) o se invece la precederanno e contribuiranno a contenere il caos sistemico è una questione aperta. La risposta, in ultima analisi, è nelle mani dei movimenti.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 181

Capitolo 5


Dopo il neoliberismo. Il nuovo ruolo del Sud del mondo
di Giovanni Arrighi e Lu Zhang
[2009]



Questo capitolo analizza quel che si può chiamare la "strana morte" del Washington consensus, con particolare riferimento al rafforzamento economico della Cina e a un cambiamento fondamentale nelle relazioni tra il Nord e il Sud del mondo. Ciò che è "strano" riguardo questa morte è che essa sia avvenuta in un momento in cui le dottrine neoliberiste promosse dal consensus godono di un'autorità apparentemente incontrastata. Proprio per questa ragione, questa morte è stata poco notata, e le sue cause e conseguenze rimangono avvolte in una gran confusione.

Parte della confusione sorge dalla persistente influenza sulla politica mondiale di vari aspetti del defunto consensus. Come notato da Walden Bello, "il neoliberismo [rimane], semplicemente per forza d'inerzia, il modello standard per molti economisti e tecnocrati che... non hanno più fiducia in esso". Inoltre, nuove dottrine stanno emergendo, principalmente nel Nord del mondo, che tentano di rianimare aspetti del vecchio consensus in forme più realistiche ed accettabili. La nostra analisi non esclude né la residuale influenza del neoliberismo, come modello "standard", né la possibilità di una sua rinascita in forme nuove. Semplicemente essa evidenzia che la contro-rivoluzione neoliberista dei primi anni Ottanta, della quale il Washington consensus è stato parte essenziale, ha fallito, creando le condizioni per un'inversione delle relazioni di potere tra il Nord e il Sud del mondo che sta già cambiando sia la politica mondiale che la teoria e la pratica dello sviluppo nazionale.

Inizieremo con lo schematizzare le origini e gli obiettivi della svolta, o contro-rivoluzione, neoliberista del 1979-82 nelle politiche e nell'ideologia statunitense. Dopo aver sottolineato l'impatto della svolta neoliberista nelle relazioni Nord-Sud, focalizzeremo l'attenzione sull'ascesa economica della Cina, quale sua conseguenza imprevista più importante, profondamente radicata nelle tradizioni cinesi, compresa quella rivoluzionaria dell'era di Mao. Concluderemo indicando l'impatto dell'ascesa cinese sulle relazioni Nord-Sud, con particolare riferimento al possibile emergere di una nuova alleanza fra i paesi del Sud su fondamenta più solide di quella stabilita a Bandung negli anni Cinquanta, e considerando le sfide e opportunità che l'attuale crisi economica crea per la Cina e altri paesi in via di sviluppo.


1. IL WASHINGTON CONSENSUS E LA CONTRO-RIVOLUZIONE NEOLIBERISTA

La svolta neoliberista iniziò nell'ultimo anno dell'amministrazione Carter, quando una seria crisi di fiducia nel dollaro statunitense indusse Paul Volcker, allora presidente della Federal Reserve, a passare a politiche monetarie fortemente restrittive, dopo quelle molto permissive degli anni Settanta. La svolta si è materializzata pienamente soltanto quando l'amministrazione Reagan, traendo ispirazione ideologica dallo slogan di Margaret Thatcher "Non c'è alternativa" (There is no alternative), dichiarò obsolete tutte le varianti del modello sociale keynesiano, e procedette a liquidarle ravvivando la fede d'inizio ventesimo secolo nella "magia" di presunti mercati capaci di regolarsi da sé. Tale liquidazione avvenne attraverso una drastica contrazione dell'offerta di moneta, un altrettanto drastico incremento dei tassi di interesse, ampie riduzioni della tassazione sulle imprese, l'eliminazione dei controlli sui movimenti di capitale, e un improvviso cambiamento delle politiche statunitensi nei confronti del Terzo mondo, dalla promozione del "progetto sviluppo", lanciato nei tardi anni Quaranta e primi Cinquanta, a quella dell'agenda neoliberista, che più tardi divenne nota come Washington consensus. Direttamente o attraverso il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale, il governo statunitense ritirò il suo appoggio alle strategie "stataliste" e "autocentrate" (come l'industrializzazione per sostituzione delle importazioni) sostenute dalla maggior parte delle teorie dello sviluppo dagli anni Cinquanta e Sessanta, iniziando a promuovere "terapie shock" favorevoli al capitale, miranti a trasferire la proprietà di attività economiche dal pubblico al privato a prezzi stracciati e a liberalizzare il commercio estero e i movimenti del capitale.

Il cambiamento è stato comunemente caratterizzato come una "contro-rivoluzione" nel pensiero economico e nell'ideologia politica. La svolta neoliberista è stata contro-rivoluzionaria sia rispetto al lavoro che al Terzo mondo. Come retrospettivamente ammesso pubblicamente da Alan Budd, allora consigliere della Thatcher, "ciò che fu costruita era, in termini marxisti, una crisi del capitalismo che ha ricreato un esercito industriale di riserva, consentendo ai capitalisti di ottenere, da allora in poi, alti profitti". Nel caso del governo degli Stati Uniti, tuttavia, questo indebolimento del lavoro, più che un fine in sé, era un mezzo per invertire il declino relativo della ricchezza e del potere degli Stati uniti che aveva preso slancio con la sconfitta in Vietnam ed era culminato alla fine degli anni Settanta con la rivoluzione iraniana, l'invasione sovietica dell'Afghanistan e la svalutazione del dollaro.

Benché il Washington consensus fosse prima di tutto una strategia volta a ristabilire il potere degli Stai Uniti, è stato presentato come una nuova strategia di sviluppo. Prendendo per buona questa pretesa, le discussioni sull'impatto della svolta neoliberista si sono generalmente focalizzate sulle tendenze, dopo il 1980, nella disuguaglianza del reddito a livello mondiale, misurata da indicatori sintetici come l'indice di Gini o di Theil. Malgrado sia emerso un accordo abbastanza generale sul fatto che la disuguaglianza interna ai singoli paesi sia aumentata, le tendenze a proposito della disuguaglianza tra paesi rimangono oggetto di controversie. Il consenso, comunque, è che:

i miglioramenti nella disuguaglianza di reddito e nella povertà mondiale [dal 1980] non sono stati distribuiti ampiamente, ma sono dipesi fortemente, come la crescita complessiva del reddito mondiale, dall'impressionante performance della Cina e dalla considerevole crescita dell'India. Escludendo la Cina dal calcolo, la disuguaglianza aumenta secondo la maggior parte delle misure. Escludendo anche l'India, non soltanto c'è un deterioramento più marcato nella distribuzione del reddito mondiale, ma l'incidenza della povertà rimane all'incirca costante.

In breve, riassume Albert Berry, "si può considerare che [la Cina e l'India] abbiano salvato il mondo da una pessima performance complessiva nel corso dei [due] ultimi decenni". I dati forniti da Berry mostrano anche che la modesta diminuzione nell'indice di Gini tra il 1980 e il 2000 non ha influenzato negativamente il 10% più ricco della popolazione mondiale (che, in realtà, ha ulteriormente migliorato la propria posizione relativa), ma dipende esclusivamente da una redistribuzione dai paesi a medio reddito verso quelli a reddito più alto e più basso.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 210

Quattro paesi in particolare Cina, India, Brasile e Sudafrica (Cibs) stanno facendo da battistrada in questa direzione. Oltre a rappresentare il 40% della popolazione mondiale, questi paesi stanno congiuntamente emergendo come importanti fonti di capitale, tecnologia e domanda per i prodotti delle regioni circostanti e del Sud del mondo nel suo insieme. Nonostante il loro ruolo guida nello spostare i rapporti di forza economici e politici a favore del Sud del mondo, i Cibs sono stati criticati per aver stabilito relazioni con altri paesi del Sud che sono simili, per motivazioni ed esiti, alle tradizionali relazioni Nord-Sud. La Cina in particolare è stata accusata di aver stabilito con i propri partner commerciali rapporti che riproducono la loro specializzazione nella produzione primaria, a spese della manifattura e di altre attività ad alto valore aggiunto.

Nella misura in cui evidenziano come fondamento della cooperazione del Sud, l'interesse nazionale anziché l'idealistica solidarietà del Terzo mondo, queste critiche sono largamente corrette, anche se mancano di cogliere i punti di forza della nuova Bandung rispetto alla vecchia. Esse non notano, prima di tutto, la sovversione delle fondamenta strutturali della gerarchia globale di ricchezza e potere implicata dall'emergere dei Cibs, e specialmente della Cina, come concorrenti del Nord nella produzione, commercio e finanza mondiali. Non soltanto questi paesi, rispetto a quelli del Nord, forniscono migliori condizioni commerciali, di aiuto e investimento agli altri paesi del Sud incluse sostanziali cancellazioni del debito; ma nel far ciò essi intensificano le pressioni competitive perché anche i paesi del Nord offrano termini migliori di quanto non avrebbero altrimenti fatto. In stretta connessione, critiche che enfatizzano la specializzazione nella produzione primaria dei partner commerciali dell'India e della Cina non considerano il rovesciamento delle ragioni di scambio tra manifattura e produzione primaria causato dalla convergenza industriale tra Nord e Sud. Proprio come l'"industrializzazione" ha smesso di essere sinonimo di "sviluppo", così la specializzazione nella produzione primaria in quanto tale potrebbe non essere più sinonimo di "sottosviluppo".

Cosa più importante, nella misura in cui le critiche in questione evidenziano le pratiche di sfruttamento sociale che i Cibs possono mettere in atto a casa propria, o incoraggiare altrove attraverso i loro commerci e investimenti esteri, esse non tengono conto del fatto che l'esclusione da commercio e produzione, piuttosto che lo sfruttamento di per sé, è spesso la principale causa del "sottosviluppo" del Sud. Tali critiche non tengono conto neanche del fatto che le relazioni di potere giocano un ruolo cruciale nel definire i criteri di moralità nell'economia politica globale. Oggi questi criteri sono per la maggior parte definiti da governi e istituzioni dei paesi che occupano i gradini più alti nella gerarchia globale della ricchezza. L'emergere dei Cibs potrebbe creare una situazione in cui i governi e le istituzioni di quei paesi che si trovano nelle posizioni intermedie e inferiori potrebbero almeno avere una voce. A questo proposito è cruciale ciò che la Cina e l'India che ospitano da sole più di un terzo della popolazione mondiale sceglieranno di fare. Se dovessero scegliere di cooperare tra loro come sull'"International Herald Tribune" ha commentato Howard French riflettendo sui grandi investimenti della Cina e dell'India nelle reciproche economie "i giorni in cui il confortevole club dei ricchi gli Stati uniti, le più forti economie dell'Europa occidentale e il Giappone decide la strada del resto del mondo, dando istruzioni e assegnando voti, [arriverebbero] presto al tramonto".

Il crollo di Wall Street del 2008 ha accelerato il collasso del Washington consensus. Mentre il capitalismo neoliberista di stile americano con un intervento pubblico limitato, regolamentazioni minime e l'allocazione del credito secondo regole di mercato perdeva credibilità, molti commentatori si chiedevano se il capitalismo guidato dallo Stato cinese potesse essere un'alternativa. Come notato da Huang,

Nel contemplare le alternative al decaduto modello americano, alcuni hanno guardato alla Cina, dove i mercati sono strettamente regolati e le istituzioni finanziarie controllate dallo Stato. Di fronte alle conseguenze del crollo di Wall Street, si preoccupava Francis Fukuyama su Newsweek, il capitalismo guidato dallo stato della Cina "sembra sempre più attraente". Il giornalista del Washington Post David Ignatius ha salutato l'avvento di un "nuovo interventismo" ispirato al Confucianesimo; citando l'ambiguo tributo di Richard Nixon a John Maynard Keynes, Ignatius ha dichiarato, "adesso siamo tutti cinesi".

Allo stesso tempo, il fatto che l'economia cinese non sia stata immune dalla crisi economica globale che ha avuto il suo epicentro negli Stati uniti specialmente per il declino delle esportazioni e il rallentamento della crescita economica ha spinto a riconsiderare il modello di crescita basato sull'esportazione adottato dalla Cina negli anni Novanta. I governanti cinesi sono divenuti consapevoli dei vincoli imposti alla crescita dai bassi livelli dei consumi interni. L'attuale crisi economica potrebbe rappresentare ciò che era necessario per indurli a muovere verso una via di sviluppo più equilibrata, sostenuta dal consumo domestico. Un tale spostamento implicherebbe inevitabilmente una recessione, che tuttavia sembra un passaggio necessario nella direzione di uno sviluppo sostenibile a lungo termine. Come Naughton prevedeva nel 2006, "centinaia di imprese falliranno, le tensioni commerciali aumenteranno ulteriormente con i tentativi di vendere sottocosto sui mercati mondiali e l'attitudine generale verso la Cina s'invertirà, da positiva a negativa". Ma, come dovrebbe esser chiaro da questo capitolo, ci sono anche buone ragioni per prevedere che la crisi economica del 2008 possa alla fine condurre alla ripresa della crescita cinese su fondamenta più sostenibili nel lungo termine, e a migliori prospettive per una nuova Bandung.

| << |  <  |