Autore Paolo Brogi
Titolo '68 Ce n'est qu'un début
SottotitoloStorie di un mondo in rivolta
EdizioneImprimatur, Reggio Emilia, 2017 , pag. 332, ill., cop.fle., dim. 14x21x2,7 cm , Isbn 978-88-6830-600-7
LettoreFlo Bertelli, 2018
Classe movimenti , universita' , paesi: Italia: 1960









 

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Indice


  9  I cocomeri di Narita
 16  A colpi d'ascia
 25  Milano e la Cattolica
 36  Tra i grembiuli e il napalm
 41  Il vento dell'Est

 48  Luci a San Pietro
 56  Vietnam Kongress
 63  Uccelli sulla guglia
 71  Cipollaio
 76  Fuoco amico a Valle Giulia?

 84  Quasi si trattasse di mandrie di selvaggi
 88  La Fanon
 95  Vivere in comune
102  L'assemblea
107  La panca dei fascisti

115  Io cattolico: non sono d'accordo
124  Ore 6 del 30 marzo
131  Chi è Viale?
142  La statua nella polvere
149  Creare due, tre, molte Columbia

155  Il palco di San Giovanni
161  Nanterre, terra desolata
169  La fabbrica dei manifesti
180  Botte ai terremotati del Belice
185  Volantini, manganellate, morti

190  Da Rio ad Ankara a Dakar a Rawalpindi a Londra...
196  I Katanga
200  Espulsi
206  L'estate del '68
212  Chicago, days of rage

222  Zavattini portato via con la sedia
229  Un giovane napoletano in trasferta
233  Un uomo si dà fuoco in Polonia
238  Gettati nel Golfo del Messico
243  Alpini tutto ok
248  Avola: errore tecnico
254  Alla Bussola


265  Appendice
267  Le vittime nel '68
270  Cronologia del '68
289  C'erano nel '68
321  Bibliografia


 

 

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Pagina 16

A colpi d'ascia


Torino. Palazzo Campana è uno dei centri fondamentali del '68 cittadino e - insieme a Sociologia di Trento e alla Cattolica di Milano - nazionale. Dobbiamo pensare all'edificio, tra le prime università occupate in Italia - il 27 novembre del 1967 -, come non solo a un palazzo austero in sintonia con l'architettura degli istituti universitari più importanti ma anche, per intelligenza degli occupanti, come a un vero e proprio maniero in cui approntare difese e passaggi segreti, insomma vie di fuga discrete ed efficaci in caso di interventi polizieschi.

Il palazzo di via Carlo Alberto 10, di origine seicentesca, di volta in volta convento, caserma napoleonica, ufficio postale centrale e perfino Casa littoria, trasformato nel dopoguerra in sede delle facoltà umanistiche (oggi è il Dipartimento di matematica), nel '68 conservava ancora nel sottosuolo delle celle vere e proprie, e perfino un rifugio antiaereo.

Lo sgombero più importante rimasto impresso nella mitologia del movimento, scattato nella primavera del '68 dopo mesi di occupazioni, sgomberi e nuove occupazioni, sa di espugnazione medievale: le forze dell'ordine infatti si fanno strada a colpi d'ascia. In effetti le forze dell'ordine devono superare una grande catasta di mobili, panche, sedie, tavoli e altro legname con cui è stata eretta una possente barricata all'ingresso dell'edificio. Per aprire il varco e farsi strada tra le difese approntate dagli occupanti occorrono vigorosi e ripetuti colpi d'ascia.

Intanto i tredici studenti della direzione informale dell'occupazione, rimasti fino all'ultimo dentro palazzo Campana, si sono allontanati dalla scena del crimine usando un passaggio segreto. Tredici è il numero consegnato alle cronache del tempo: Guido Viale e Luigi Bobbio, Laura Derossi e Giuliano Mochi, Luciano Bosio e Federico Avanzini, Diego Marconi e Maurizio Vaudagna...

I tredici, dunque, scavalcano una finestrella che comunica con una chiesa adiacente, da cui sgattaiolano diretti alla non distante facoltà di Architettura, anch'essa occupata. Non è l'unico marchingegno difensivo ideato dagli studenti, sono state approntate anche delle trappole: per esempio, se gli assedianti si trovano a spostare un mobile, un altro opportunamente posizionato gli cadrà addosso, e così via. A questi aspetti un po' medievali subentra però uno spirito più vicino ai giorni nostri, tra il romantico e il risorgimentale. Appena giunti ad Architettura, infatti, gli occupanti si dicono: «Non possiamo fare così, dobbiamo tornare indietro e affrontare la situazione». Ed è subito dietrofront.

I tredici studenti ripercorrono a ritroso la via appena fatta e, riscavalcata la finestrella, affrontano a viso aperto la repressione. Decisione utile, se non altro perché appena rientrati a Palazzo Campana i tredici scoprono due studenti caduti nelle trappole e restati imprigionati. Il tempo di liberare i malcapitati ed ecco l'irruzione delle forze dell'ordine, a fatica passate attraverso l'odiosa barricata. Tutti gli studenti vengono allora portati in questura dove, dopo essere stati trattenuti per qualche ora, vengono rimessi in libertà. Per uno solo, un seminarista di nome Federico Avanzini, scatta l'arresto (farà venti giorni di carcere). Per tutti gli altri, comunque, viene emesso nel giro di qualche ora un mandato di cattura.

E così i tredici si trasformano in latitanti, finendo in parte nell'area di Alessandria, ma soprattutto a Milano: trascorrono così tre settimane di latitanza e poi, tramite un accordo raggiunto tra avvocati e magistrati, si consegnano in questura per scontare anche loro i canonici venti giorni di carcere. Siamo ora, dunque, a pieno dentro il '68 e il tempo del fioretto è finito. A Torino vengono denunciati a piede libero anche altri 488 studenti, di cui 172 sono studentesse.

La lotta per la modernità partiva allora da questo scenario, dagli aspetti decisamente retrò, nel quale alle immagini del maniero e dell'ascia si accompagnano quelle di una condizione della scuola che è stata ben descritta in un paese confinante, la Francia, da Annie Ernaux nel suo libro-saga Gli anni. Non esagerava troppo la Ernaux quando descrive se stessa – una ragazza nata nel 1940 – di fronte a questo mondo ossificato che era la scuola con queste parole:

Pubblica, privata, la scuola si assomigliava, luogo di trasmissione di un sapere immutabile nel silenzio, nell'ordine e nel rispetto delle gerarchie, la sottomissione assoluta: indossare un grembiule, mettersi in fila alla campanella, alzarsi in piedi se entrava in classe la direttrice ma restare seduti se entrava una bidella, equipaggiarsi di quaderni, penne e matite regolamentari, non replicare quando si era sgridati, in inverno non indossare pantaloni senza metterci sopra una gonna. Soltanto gli insegnanti avevano il diritto di fare domande. Se non si capiva una parola o una spiegazione la colpa era solo nostra. Vivevamo quelle regole rigide con la fierezza di un privilegio. L'uniforme imposta dagli istituti privati era il segno visibile della loro perfezione. I programmi non cambiavano mai.


Esagerazioni, buie scene da anni Cinquanta? Nel '68 l'istruzione è ancora gestita secondo criteri elitari e fortemente autoritari. Utilizzando una definizione di Guido Viale , gli esami orali sono l'occasione in cui «un poliziotto denominato per l'occasione docente liquida in cinque-dieci minuti l'imputato con una serie di domande».

A Torino è indicativa l'atmosfera che circonda il professor Giovanni Getto, infatti in gennaio la contestazione a questo docente costa l'arresto a Luigi Bobbio e Paolo Marrucci. Cosa succedeva alla "corte" di questo insegnante l'ha raccontato Giovanni De Luna , oggi storico, a «la Repubblica»:

Giovanni Getto era solito fare gli esami in uno stanzino di Palazzo Campana. In questa stanza c'era un parquet di legno e spesso Getto accendeva una stufetta. Quando si doveva andare da lui per un esame, all'ingresso della stanzetta bisognava prendere dei pattini di stoffa e camminarci sopra per via, appunto, del parquet. Però, procedendo, poteva capitare che, per superare il filo della stufa, uno lasciasse i pattini. Bene: a quel punto, Getto era capace di bocciarti se perdevi quei benedetti pattini.

Certamente questa era una situazione limite.

Tuttavia anche i professori più democratici si trovano presto in un'impasse tra la lotta degli studenti, le loro richieste contenute nella Carta rivendicativa ufficializzata il 16 gennaio, e lo stato del potere accademico. Anche i più aperti non sanno che pesci pigliare e così ben presto si guadagnano una cattiva fama presso il movimento degli studenti, che non fa sconti a nessuno: in questo tritacarne finiscono Aldo Garosci, Franco Venturi, Alessandro Passerin d'Entrèves, Norberto Bobbio, Francesco Forte, Alessandro Galante Garrone, Guido Quazza (il più dialogante) e tanti altri nomi importanti.

E poi non è solo l'università a essere così arcaica e ossificata. Lì a Torino c'è la grande fabbrica della città, la Fiat, dove non si sciopera più da anni, con i sindacalisti epurati e cacciati fuori, gli operai di sinistra relegati in una sorta di riserva indiana che è il Lingotto, con le catene che funzionano a ritmi continui nella mastodontica Mirafiori e a Rivalta. Una situazione di gelo, vietato parlare perfino dell'immigrazione a Torino, tant'è che il libro inchiesta di Goffredo Fofi del 1964 (L'immigrazione meridionale a Torino) respinto dall'Einaudi è dovuto uscire con la Feltrinelli, a Milano.

Torino e l'Italia non sono così diverse dal Giappone, che è passato dal medioevo all'era moderna in un solo, veloce passaggio. Per bloccare l'ingranaggio basta, però, ricorrere a un buon pretesto, come hanno fatto gli studenti di Palazzo Campana denunciando la minaccia di una speculazione edilizia sull'ateneo e il trasferimento di sede dell'università.

Il capoluogo piemontese non è un caso isolato: la stessa situazione – la lotta contro una speculazione edilizia universitaria – in aprile sarà il detonatore oltre Atlantico delle protesta alla Columbia University di New York. Già, perché l'onda del malcontento si sta davvero allargando e sta per trasformarsi in un grande sommovimento globale che unisce l'Europa dell'Ovest con quella dell'Est, gli Stati Uniti con il Giappone, il Messico e il Brasile con la Turchia.

Racconta Guido Viale, uno dei protagonisti del '68 italiano:

Avevamo avuto notizia di un progetto di trasferimento delle facoltà umanistiche a Venaria, nella tenuta della Mandria, insomma a venti chilometri da Torino. Così ci eravamo radunati sotto il rettorato. Sapevamo che quel giorno era riunito il Senato accademico. Uno di noi disse: "Ora faccio tre squilli di tromba nel megafono, al terzo si sfonda". Dopodiché simulò i tre squilli, quelli della carica della polizia... E al terzo sfondammo effettivamente la porta. Una volta dentro venne scontato dire un'altra frase obbligata: "La riunione è sciolta...". La contentezza durò poco, la polizia intervenuta ci portò in questura, sarebbe stata la prima di una numerosa serie di interventi...


L'aura di sacralità del potere accademico è rotta. E con la successiva occupazione di Palazzo Campana, destinata a durare dalla fine del '67 all'inizio dell'anno nuovo, si sta transitando all'era moderna. Come?

A dispetto di chi ha un'altra visione del movimento del '68 – violento, antidemocratico, sopraffattorio – occorre ricordare una pagina di alta democraticità che gli studenti torinesi affrontarono non senza spregiudicatezza e coraggio in quel lontano autunno del '67. Per decidere il da farsi, se occupare oppure no, scelgono infatti di indire un referendum. Una vera e propria votazione che si risolve, nel corso della prima occupazione di novembre, con una schiacciante vittoria del sì all'occupazione.

«Fu Luciano Bosio a proporre il referendum», ricorda Guido Viale. «La discussione nel gruppo dei tredici fu molto accalorata. La paura? Ritrovarci sconfitti. Nelle assemblee di dicembre erano intervenuti anche rappresentanti di destra, il giornale della città "La Stampa" era apertamente contrario all'occupazione e lo mostrava giorno dopo giorno».

Insomma, i promotori dell'occupazione si guardano intorno e cercano di capire se oltre a se stessi e a uno zoccolo duro di centocinquanta studenti o dei duecento-duecentocinquanta dei gruppi di studio è mai possibile raggiungere la maggioranza in un ambito allargato come quello dei cinquecento in assemblea. Poi decidono di sfidare il responso. Vincono gli occupanti e così si chiude, con gran democrazia, il '67. Si sta entrando nel '68.

«Cosa stavamo scoprendo insieme?», si chiede Guido Viale. «Non direi il sesso, perché quello lo facevamo e non necessariamente nell'università occupata, anche se c'era un terzo piano che non frequentavamo come occupanti, ma chissà... La vera novità era la convivialità, lo stare insieme, il condividere tutto».

Si scopre allora che un dottore è qualcosa di meno di un ingegnere e qualcosa di più di un geometra, il quale è qualcosa di più di un perito o di un maestro, che sono qualcosa di più di un operaio che lavora in fabbrica senza aver conseguito alcun titolo di studio e probabilmente senza aver finito la scuola dell'obbligo.

Naturalmente Palazzo Campana – frequentato attivamente da assistenti come Anna Bravo , studenti come Fabio Levi ed Enrico Deaglio , lavoratori studenti come Renato Ferraro — è presto attorniato da altre facoltà occupate, da Fisica a Medicina ad Architettura. E ad Architettura un gruppo di studenti costruisce una casetta sull'albero: sono chiamati "i Vikinghi", lanciano urla inintelligibili nei cortei, il loro leader ha i capelli assai lunghi, è alto e robusto, e si chiama Sandro Lenite. Loro non lo sanno, ma i colleghi romani stanno per partorire un gruppo simile, altrettanto legato all'albero su cui si appollaiano a Valle Giulia: sono gli Uccelli. Tra qualche pagina tratteremo qualche loro brillante impresa.

A questo punto il movimento è partito.

A Trento si affaccia sulla scena la giovane facoltà di Sociologia, nata sei anni prima ed effervescente coagulo di anime inquiete con un orecchio sintonizzato a nord, verso i tedeschi dell'Sds (Sozialistischer Deutscher Studentenbund, la Lega degli studenti socialisti) e la loro "lunga marcia attraverso le istituzioni", e l'altro verso i campus americani, che non hanno ancora contagiato New York ma che, a partire da Berkeley, producono un'infinità di nuovi modi di protestare: come il dimenticato striking, dove chi protesta lo fa denudandosi completamente e correndo all'impazzata di fronte alla polizia schierata. Mica è facile farlo anche in Italia, non risultano infatti episodi in quell'avvio di '68, e Parco Lambro e dintorni con i suoi nudi è ancora lontano.

Trento brulica di controcultura e di ingegni. Il più eclettico è senz'altro Mauro Rostagno , che proclama: «Non vogliamo trovare un posto che valga in questa società, ma una società in cui valga la pena di trovare un posto», ma aggiunge anche: «Il sistema potrà assorbire tutte le nostre spinte, fare sue le nostre richieste. Non può assorbire il movimento politico degli studenti, che è una forma di contestazione alle attuali strutture sociali».

Su queste posizioni, Sociologia sarà occupata trionfalmente, dopo il primo assaggio del 1967, il 31 gennaio '68 sempre con un ricorso al voto democratico: 237 voti a favore, 7 contrari e 12 astenuti (ci sono sempre degli astenuti, mah...).

Da dove nascevano queste prime occupazioni del '68 italiano? Da una matrioska fatta di altre occupazioni, che nei primi mesi del 1967 avevano aperto dei solchi nella stagnante situazione dell'università, anche se su profili abbastanza diversi ed elitari. Insomma, occupazioni un po' diverse da quelle di fine anno.

Il primo strappo era stato inferto in febbraio a Pisa dall'elaborazione di quel famoso manifesto che un po' ampollosamente era stato chiamato Le Tesi della Sapienza. L'omonimo palazzo, sede dell'università pisana, era stata occupato allora per contrastare un meeting nazionale dei rettori che si doveva tenere alla Scuola Normale. La gestione dell'iniziativa era delle stesse associazioni studentesche che il movimento del '68 si sarebbe portato via, per esempio la vecchia Ugi (Unione goliardica italiana), posizionata a sinistra e in quella fase egemonizzata dal Psiup e da organizzazioni come Il potere operaio di Pisa (da non confondere con il gruppo extraparlamentare Potere Operaio, nato nel 1969).

A Pisa erano convenuti allora anche i movimenti di lotta, erano state occupate le facoltà di Lettere, Fisica, Chimica e infine il palazzo della Sapienza. In quella sede erano così avvenuti due fatti: le organizzazioni rappresentative erano state condannate come «totalmente prive di controllo da parte della base» e la condizione dello studente era stata definita – è il cuore delle Tesi – come «forza lavoro in via di formazione». Azzeccato per il momento, molto marxista; piuttosto legnoso e arretrato, però, rispetto a quello che sarebbe stato detto e fatto nel '68.

Intanto le giornate nel cortile interno della Sapienza ospitavano delle partecipate partite di calcio. Si giocava, allora, in genere con delle palle di gomma grigio topo, un po' più piccole dei palloni regolamentari, utili però a essere prese a calci ben assestati: uno dei giocatori più accaniti era Sandrino Leporatti.

Se c'è stato un '68 è perché c'è stato anche quel 1967, che in autunno poi cominciò a tingersi dei colori dell'anno nuovo non solo a Trento, Torino e Milano, le apripista, ma anche a raffica subito dopo in molte altre città italiane. Il 29 novembre viene occupata Lettere a Genova – Palazzo Balbi era già stato occupato a marzo – insieme al rettorato. Il primo dicembre cadono Fisica e Lettere a Pavia. Lo stesso giorno sono occupate a Cagliari Lettere e Magistero. Il 4 dicembre si occupa a Salerno e in alcune facoltà di Napoli. L'11 il resto di Napoli e Sassari. Il 15 dicembre tocca a Padova: occupate Lettere, Fisica, Magistero, Scienze politiche. Il 18 dicembre a Torino viene occupata anche Architettura. Poi si aggiunge Firenze. Il movimento è ormai nazionale.

Gli studenti universitari, che erano duecentosessantottomila nel 1960, sono diventati mezzo milione. I professori, che erano duemilasettantatré nel 1923 con quarantatremila studenti, ora sono appena tremila. Lo squilibrio è assoluto. Una pacchia per volantini, ciclostilati, samizdat, libri. A Milano, nel nuovo anno, i ciclostili girano all'impazzata, producono un milione di volantini, e L'uomo a una dimensione di Herbert Marcuse ha già venduto duecentomila copie nel solo primo mese del '68.

L'8 gennaio, in un convegno a Torino, si ritrovano tutti i comitati di agitazione: Milano, Torino, Pavia, Trento, Genova, Roma, Napoli, Venezia, Pisa, Bari, Modena, Siena e Cagliari.

Palazzo Campana, sgomberato, viene rioccupato. Lo stesso avviene alle università di Padova e di Pisa. Qui il 22 gennaio la magistratura denuncia duecento studenti. Lo stesso giorno si occupa Lecce. Il 25 scatta la serrata a Pisa. Intanto è stata occupata Firenze. Cominciano le occupazioni a Roma. Milano è già un caso nazionale.

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In quel '68 c'è ancora voglia di scherzare. Basta entrare nell'aula 101, ribattezzata Aula Kandebüm per gli affreschi dedicati a più mani alle gesta di questa mitica divinità protettrice degli studenti. Siamo a maggio. La Francia è vicina.

Nella stanza il murale mostra Kandebüm che incontra l'avvenente Sené, una ninfa lombarda, bramata un po' da tutti, dei e uomini. Dalla loro congiunzione nasce Lecombât, un bimbetto tutto testa tipo il futuro alieno E.T., amante della conoscenza e nemico giurato dei falsi sapienti.

La Statale ha così elaborato il famoso grido d'oltralpe «Ce n'est qu'un début, continuons le combat». Il murale è didattico. È nato perché una sera un paio di fuorisede meridionali hanno chiesto cosa diavolo sia questo Kandebüm che hanno sentito spesso risuonare nei cortei. Si sono rivolti a due studenti, tali Origami e Leporini. E i due si inventano lì per lì la storiella delle divinità, che subito dopo viene schizzata sui muri per trasformarsi nell'arco di pochi giorni in un magnifico affresco mitologico.

L'affresco è senz'altro più apprezzato dei grandi tazebao con cui si viene accolti nell'atrio della Statale. Dove a pennarelli rossi e neri è invece scritto: «Contro lo strapotere dei baroni per la scientificità degli studenti e per l'apertura serale dell'università», insomma il programma in tre slogan. Più sintetico, quanto a metodi di lotta, è l'altro slogan: «Il Vietcong non delega, impugna il fucile».

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Chi è Viale?


Giovedì 11 aprile, a Torino, Guido Viale viene arrestato davanti a Mirafiori. Due agenti in borghese lo portano via mentre è in corso lo sciopero per le pensioni. Vecchie accuse: non gli è stata concessa la libertà provvisoria e deve andare dentro. Ci resterà un mese e mezzo.

La Torino degli studenti affronta questa grave provocazione. Viale è molto seguito; è magro, ascetico, con i capelli biondi e lunghi. «Guido Viale lu nemici de lu capitale», così suona la canzone composta in fretta e furia.

«Lui era leggendario anche perché era nato a Tokyo, era rimasto orfano, viveva in una soffitta» è la descrizione fatta da Peppino Ortoleva a Luisa Passerini in Autoritratto di gruppo. «Ma la cosa più importante era l'intransigenza del modo di ragionare oltre che del modo di essere, che ti affascinava. Era la personificazione dell'antiautoritarismo».

Marco Revelli ha ricordato invece il "fattore Allara", dall'omonimo professore. «Allara era uno che faceva lezione dicendo delle frasi totalmente idiote che avevano l'unico obiettivo di essere memorizzate e dargli all'esame la percezione se tu eri stato a lezione o no. Non so, per esprimere la distanza tra diritto e morale secondo il positivismo giuridico ti poteva dire: "Se il legislatore stabilisce che tutti i venerdì le vedove devono uscire nude con sei imbuti in testa, le vedove devono farlo, perché così stabilisce il legislatore". All'esame dovevi ripetergli l'esempio delle vedove nude, altrimenti ti dava un voto molto basso».

La cattedra di Allara, insieme alla supina subordinazione degli studenti alle gerarchie accademiche, era finita nella barricata che ostruiva l'ingresso di Palazzo Campana occupato. E che cosa era successo? È sempre Revelli a dirlo: «Nell'ora in cui avrebbe dovuto fare lezione Allara, Guido Viale era in piedi sulla sua cattedra e Allara comparve alle sue spalle, perché era passato dalla cantina e Guido Viale lo affrontò a insulti, stando coi piedi – aveva queste scarpe massicce inglesi – sulla cattedra, capellone, tutto il peggio che per Allara potesse esserci. Gli diceva: "Vattene via", dandogli del "tu", con Allara che diceva: "Scenda immediatamente da quella cattedra. Lei sta violando una norma giuridica". E lui: "Ma stai zitto, imbecille, hai tormentato gli studenti fin adesso"».

Perciò col suo arresto era nata una grande mobilitazione. In quel momento a Torino non sapevano ancora dell'attentato a Rudi Dutschke , quello stesso dannato 11 aprile. La mobilitazione studentesca prosegue per giorni, interessa anche altre città. A Torino il 24 aprile il corteo adotta lo stile tedesco, si avanza con piccole corse. Tre giorni dopo c'è l'operazione Standa. Consiste in tanti interventi, piccoli comizi, contraddittori improvvisati. Peppino Ortoleva ha raccontato di essersi vestito in abiti borghesi, cappello compreso. Poi, quando uno studente diceva che era stato arrestato Viale, lui gridava: «Viale chi?» e l'altro così poteva spiegare: «Uno studente». «Ah, il solito farabutto...»

«Andavamo alle casse», ricorda Miki Salvatorelli, «e chiedevamo di fare un annuncio: si è perso il bambino Guido Viale...» La sceneggiata quel 27 aprile va avanti fino a quando la Standa non decide di anticipare la chiusura alle 17.

Tempi così. Ma qual è il panorama in quel momento nelle università italiane?

A Trento la leadership è saldamente mantenuta da Mauro Rostagno, che rappresenta l'ala sinistra. Lì i cattolici sono guidati da Marco Boato , mentre c'è spazio perfino per il Pci attraverso Corrado Brigo. Gli studenti più "movimentati" sono Gigi Chiais, Renato Curcio, Vanni Mulinaris, Dino Angelini, Claudio Renzetti detto Ciccillo e Loris Lombardini. Alex Langer , che si è laureato in quell'anno a Firenze in Giurisprudenza, è attivo invece a Bolzano, dove alla fine del '68 sarà incriminato per la contestazione fatta alla celebrazione della "vittoria" nella Grande Guerra.

A Trento l'antagonista di Rostagno, che si libra in zampillanti interventi, è un biondo tedesco che viene direttamente dalla Germania, una sorta di ambasciatore in pectore dell'Sds di Dutschke e Krahl. Si chiama Peter Schneider: diventerà uno scrittore famoso; quel tempo a Trento l'ha fotografato nella sua memoria sessantottina Rebellion und Wahn: Mein '68, di cui Micromega ha pubblicato il capitolo dedicato all'Italia col titolo Ribellione e illusione.

Schneider è altrettanto organizzato nel proprio discorso quanto lo è immaginificamente Rostagno nel suo. Si è fatto le ossa a Berlino. Appare certamente più ancorato al suolo, esercita un certo fascino, si sa che è amico di Rudi Dutschke, che va a trovare durante la convalescenza dopo l'attentato mentre è ospite del compositore Werner Henze vicino Roma, nella Villa Leprara a Marino. Un'esperienza in bilico tra forte fraternità e dispiacere.

Rudi Dutschke in quell'estate del '68 neanche riconosce l'amico e sodale che chiama comunque "Pjotr", è impegnato a tre mesi dall'attentato in un recupero di memoria e di funzioni sotto la guida dell'amico medico Thomas Erleitner. «Dovevo parlare lentamente, formulare in modo semplice le mie domande e se necessario ripeterle» spiega Schneider. Rudi gli chiede: «Ci conosciamo?» e Peter gli ricorda allora le partite a ping pong a Pichelsdorf, vinte da lui. Al che Rudi ribatte con un sussulto orgoglioso: «Non ci credo, prossimamente dobbiamo sistemare la cosa».

Giocano a croquet e un giorno Rudi si traveste da donna indossando la gonna della moglie Gretchen sui suoi polpacci villosi e un paio di scarpe da football. Il piccolo Osea Che, che ha solo sei mesi, vedendo il padre così conciato piange. Si mettono a piangere tutti con lui. «La sua memoria devastata» ha scritto Peter Schneider «era per me una metafora dello stato vuoto e senza speranze del movimento».

Però Dutschke vorrebbe affidargli un compito per l'Sds in Germania. Scrive piccole frasi su bigliettini che Schneider tenta di ricomporre. C'è una sorta di fotografia del gruppo dirigente dell'Sds, che evidentemente non va. Kralh è visto come un narcisista autoritario, Lefevre un eterno indeciso, Semler un combattente troppo radicale, Rabelh un cinico...

Schneider non porterà mai in Germania questi messaggi. Fa la spola tra Marino e Trento: qui si sistema in via Belenzani, nello stesso appartamento in cui vive Renato Curcio. Poi dibatte spesso in assemblea con Mauro Rostagno.

«Cosa ricordo di Mauro Rostagno? Il fatto che avevamo due linee diverse» spiega Peter Schneider. «Io sostenevo la necessità di uscire dall'università, dicevo che gli studenti dovevano entrare nelle fabbriche; Rostagno era più ancorato all'università e puntava su questa dimensione. All'epoca c'erano contatti fuori Trento con operai di alcune fabbriche, ero amico di uno che si chiamava Alberganti... Quando poi sono tornato a Berlino, in seguito all'espulsione dall'Italia, la prima cosa che ho fatto è stata quella di scrivere la mia esperienza in Italia. Poi sono andato come parecchi altri studenti a fare l'operaio in fabbrica. Io sono stato alla Bosch per quattro mesi».

Un altro polo era certamente Pisa. Se non altro perché aveva dato il via alle danze fin dal '67 con le Tesi della Sapienza. Definire lo studente «forza lavoro in via di formazione» aveva riscosso un certo successo, chi aveva coniato quella definizione - come Gian Mario Cazzaniga - aveva avuto il suo momento d'auge. Poi però nel '68 la mano passa a leader più freschi: a Lettere guida il movimento con piglio deciso Carla Melazzini , aiutata da Rina Gagliardi che l'affianca fedelmente, oltre al supporto di Umberto Carpi. L'anno prima Carla era stata a Barbiana, gliel'avevano segnalata cattolici del dissenso, come la Corsia dei Servi di Milano e padre Davide Maria Turoldo.

A Pisa il sapere di Barbiana è stato trasmesso a Cesare Moreno, con cui Carla convive, e Cesare ne farà il succo della Relazione sulla scuola, un libretto verde che viene pubblicato da Feltrinelli. È il know how del momento, avrà altrettanto successo delle Tesi, anzi di più. Cosa dice? Sintonizzato sulla stessa lunghezza d'onda di Lettera a una professoressa , che a partire da quella piccola scuola contadina di Barbiana aveva denunciato il carattere selettivo e discriminatorio dell'insegnamento, l'opuscolo pisano denuncia la scuola come istituzione classista due volte (per il tipo di insegnamento che dà e per il tipo di allievi che ha). Il suo fine ultimo è quello di organizzare il consenso per la società e per il tipo di rapporti sociali che in essa si sviluppano.

Cesare Moreno è iscritto a Fisica come Franco Piperno, che fa la spola con Roma; nel '68 il gruppo dei fisici è guidato anche da Aldo Menzione, Francesco Lenci, Fabio De Micheli. A Geologia ci sono Aldo Sbrana e Giorgio Pietrostefani, a Lingue Clemente Manenti e Aldo Piras, a Ingegneria Giovanni Cardinali, a Medicina Gioacchino Legnante. Pisa si dà piuttosto da fare.

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Nanterre, terra desolata


De Gaulle, sorvolando in elicottero la periferia ovest di Parigi, vede un campo di aviazione in disuso. Accanto c'è la ferrovia. «Come si chiama questo posto?», chiede. «La Folie», gli risponde un attendente aggrottando la fronte. «Perfetto» esclama il generale, a dispetto di quel toponimo non proprio beneaugurante, «qui ci facciamo un'università... Nanterre».

Se avesse guardato meglio, quel giorno d'inizio anni Sessanta, avrebbe visto in quel luogo anche la bidonville, con tutti quei furgoncini Citroën in disuso trasformati in alloggi vicino a catapecchie di cartone per poveri immigrati.

Di sicuro vedono la bidonville gli studenti nel 1967. A Nanterre, per decongestionare la Sorbona e Censier, il governo ha tirato su in fretta e furia un po' di torri in una landa desertificata in cui non c'è neanche l'ombra di un bistrot. Ora ci sono confluiti, tra Lettere e Scienze umane, Diritto e Scienze economiche, fin troppi ragazzi. Costruita per diecimila studenti, la facoltà di Lettere ne ha già dodicimila.

Oltre alla bidonville e al suo destino di miseria, i ragazzi avvertono anche un altro problema che li investe in prima persona: il sesso. La divisione manichea tra maschi e femmine, voluta dai regolamenti per i pensionati universitari, è la miccia corta del marzo 1967. «Eravamo appena usciti da una saletta di cinema d'essai» ha ricordato Jean Pierre Duteuil, un "veterano" di Nanterre, «e uno ha detto: e se andassimo a occupare l'edificio delle ragazze?»

Detto fatto. Quella sera in centocinquanta si barricano all'ultimo piano dell'edificio B. La mattina una marea di poliziotti è pronta a fare irruzione. A loro volta i poliziotti si ritrovano però circondati da un migliaio di studenti. La lotta per l'emancipazione della sessualità non tralascia nessuno. Il capo di quella prima sommossa (e di quelle a seguire) è un giovane di ventitré anni dai capelli rossi e dalla battuta fulminea, figlio di ebrei fuggiti dalla Germania e cresciuto in Francia, apolide fino a quattordici anni per evitare il servizio militare: si chiama Daniel Cohn-Bendit e sta diventando "Dany le Rouge", Dany il rosso.

Due mesi prima un gruppo simile aveva già occupato a Nanterre la sede del sindacato studentesco ufficiale, l'Unef, per protestare contro gli esami. «Gli esami creano solo nevrosi sessuali...» Si erano dati un informale appuntamento nel piccolo anfiteatro della facoltà, si erano ritrovati in duecento.

Ora il rettore Pierre Grappin, liberale, membro della Resistenza e uomo d'ordine, nonché germanista, vuole prendere provvedimenti contro questi "occupanti del sesso". Poi soprassiede. È un tira e molla, ma nell'autunno del 1967 Dany viene sospeso. Intanto gli studenti, saputa della morte del Che, si sono inginocchiati in massa scandendo in coro il suo nome.

Va così a Nanterre, in mezzo a quella landa di miseria, dentro e fuori. Quando un ricercatore presenta un'indagine sui giovani, Cohn-Bendit lo interrompe e dice: «Ma come, hai scritto quattrocento pagine e neanche una riga sul sesso...»

Poi va in visita il ministro dell'Educazione, il gollista François Missoffe, che inaugura una piscina in Rue de Rouen. E quando il giovane leader lo apostrofa chiedendogli conto dell'inaccettabile politica di separazione tra maschi e femmine, il ministro risponde piuttosto sprezzante: «Ma fate dello sport...» Ribatte Cohn-Bendit: «Questa è una risposta da ministro hitleriano».

Vanno forte le teorie psicanalitiche di Wilhelm Reich , in quel momento. Un occhio va anche ai Provos olandesi, che però sono misteriosamente scomparsi di scena il 13 maggio 1967. Come un meteorite, di cui si è vista brillare la scia luminosa, ma finiti chissà dove.

Vanno forte gli anarchici di Noir et Rouge, gruppo guidato dallo stesso Daniel Cohn-Bendit. Se poi arrivano i fascisti di Occident è l'occasione buona per rispondere insieme, unendo perfino arabi ed ebrei. Ci sono già le scritte che dicono: «Fascisti siete scampati a Dien Bien Phu, non scamperete a Nanterre».

Le idee di Nanterre non sono isolate: in gennaio anche a Nantes le studentesse, stavolta, invadono il pensionato maschile. In febbraio la lotta contro i dormitori separati è diffusa in tutti gli atenei.

È così che si entra a piede teso nel '68. Parigi sta ancora dormicchiando quando a Nanterre, ora grazie alla mobilitazione per il Vietnam, c'è agitazione. Quella più forte scoppia il 22 marzo, quando gli studenti occupano la torre amministrativa del Batiment B per protesta contro l'arresto di uno di loro, un giovane trotskista, Xavier Langlade, accusato di aver compiuto un attentato all'American Express di Parigi durante manifestazioni contro la guerra.

Trecento studenti prendono possesso quel giorno di un anfiteatro dell'università, in centoquarantadue decidono di occupare durante la notte la sala del Consiglio di Università, nell'edificio dell'amministrazione. Prima di lasciarla, decidono di dare vita al "Movimento 22 marzo" per proseguire nell'agitazione.

Con Dany ci sono i trotskisti della Ligue révolutionnaire, in aprile si uniranno anche i maò dell'Ujc (ml), l'Union des jeunesses communistes marxistes-léninistes. Sui muri si legge «Prendete i vostri desideri per realtà». Il 29 marzo dichiarano una giornata di "università critica", sull'esempio dell'Sds tedesca. Gli studenti propongono al rettore Pierre Grappin di "abdicare". Il rettore reagisce con una serrata che dura fino al primo aprile. Per Pasqua parecchi studenti emigrano a Berlino, per vedere cosa stanno combinando i propri colleghi tedeschi dell'Sds.

A Nanterre l'università guarda con apprensione questi moti e il Partito comunista francese attacca gli studenti che protestano. Il 26 aprile Pierre Juquin, membro del Comitato centrale, dice in un comizio a Nanterre: «Gli agitatori figli di papà impediscono ai figli dei lavoratori di sostenere i loro esami».

Juquin deve scappare via ancor prima di terminare il suo discorso. Sull'«Humanité» del 3 maggio, Georges Marchais, alto dirigente del Pcf, si scatena: «Questi falsi rivoluzionari devono essere energicamente smascherati perché obiettivamente essi servono gli interessi del potere gollista e dei grandi monopoli capitalistici».

Il 2 maggio il rettore torna a chiudere l'università, arriva la polizia che circonda gli edifici, otto studenti sono deferiti al consiglio di disciplina, tra loro c'è Cohn Bendit, un altro è René Riesel e con loro si schierano i docenti Alain Touraine , Henri Lefebvre , Paul Ricoeur.

È arrivato il momento di spostarsi in centro città, a Parigi, obiettivo la Sorbona. Viene convocato un meeting e Daniel viene fermato dalla polizia, che entra dentro la storica sede del quartiere latino, infrangendo il tabù dell'inviolabilità delle sedi universitarie: si scatena così la rivolta.

Alla Sorbona arriva l'intellighenzia del maggio: Henri Weber, Brice Lalonde, José Rossi, Alain Krivine, Bernard Guetta, Hervé Chabalier, Serge July, Daniel Bensaïd e molti altri.

Le antenne si sintonizzano su Radio Lussemburgo e Radio Europe I, non ci sono ancora le radio libere. Place Maubert è presto nel fumo, volano i pavé e le bombe lacrimogene, ci sono le prime barricate. Seicento feriti, quattrocento fermi, auto distrutte.

Dal 6 maggio comincia una settimana di continui scontri. Il 7 nasce «Action», un giornale prima settimanale e poi quotidiano che arriva in pochi giorni a vendere centomila copie: partecipano i disegnatori Siné (Maurice Sinet), Jean-Marc Reiser, Georges Wolinski, ci sono l'ideatore Jean Schalit, Guy Hocquenghem, André Glucksmann, Bernard Kouchner, Jean-Paul Dollé, Marc Kravetz, Jeróme Savary, Jean-Marcel Bouguereau. Le pubblicazioni dureranno fino a luglio.

Ora scioperano anche gli operai. La situazione precipita presto, il 7 e l'8 maggio grandi cortei attraversano Parigi; il 10 il quartiere latino si trasforma in un campo di battaglia, con centinaia di feriti.

A mezzanotte, in delegazione, tre insegnanti e tre studenti (tra cui Cohn-Bendit) vengono ricevuti dal rettore della Sorbona che accetta di riaprire l'università. Naturalmente non può garantire niente per la scarcerazione degli studenti arrestati. Sorgono le barricate, alle due di notte i Crs (così chiamati i poliziotti antisommossa delle Compagnies Républicaines de Sécurité) le attaccano. Gli scontri sono di una violenza estrema, centinaia i feriti. Vengono fermati cinquecento dimostranti. Nel quartiere latino molti abitanti mostrano solidarietà ai manifestanti accogliendoli nelle loro case e gettando acqua in strada per proteggerli dai gas lacrimogeni e dalle granate.

Sabato 11 maggio l'indignazione a Parigi e nell'intera Francia si allarga a macchia d'olio. Cortei spontanei si formano ovunque, con gli studenti ci sono anche gli operai, soprattutto quelli più giovani. Il primo ministro, Georges Pompidou, annuncia in serata che da lunedì 13 maggio le forze di polizia sarebbero state ritirate dal campo di battaglia, la Sorbona riaperta e liberati gli studenti arrestati.

Il 13 la rivolta è al massimo: viene rioccupata l'università, mentre ottocentomila scioperanti bloccano Parigi, si grida «Ce n'est qu'un début, continuons le combat!» («È solo l'inizio, continuiamo la lotta!»). Per giorni quasi dieci milioni di operai saranno in sciopero. È il cuore del maggio francese: barricate a Parigi, se ne contano circa sessanta, ma anche a Caen, Lannion, Quimper, Strasburgo, Clérmont-Ferrand, Bordeaux. A Nantes gli operai della Sud-Aviation, trascinati dai più giovani, avviano uno sciopero spontaneo e occupano la fabbrica.

La notte del 13 si fa musica alla Sorbona, è la nuit de la liberté, avanti a tutto jazz.

Fuori Parigi si moltiplicano le fabbriche occupate: il 14 sono due, a Nantes e in Lorena; ma il giorno dopo diventano cinquanta, sparse in tutto il territorio nazionale. Il 20 viene occupato anche il porto di Marsiglia. E il 21, mentre alla Sorbona parla Jean-Paul Sartre , un nuovo sciopero coinvolge ben sette milioni di lavoratori.

Mentre infuria la tempesta ecco Herbert Marcuse che arriva dagli Stati Uniti a Parigi per un convegno su Marx. Rilascia volentieri interviste, per i lettori italiani riceve Giorgio Fanti di «Paese Sera» all'Hotel de Nice in Rue des Beaux Arts. Gli dice:

Sono i giovani in rivolta gli eroi del nostro tempo. Gli studenti si rivoltano contro il vecchio sistema educativo, contro la società ereditata dai padri, contro le vecchie generazioni che portano la responsabilità del nazismo, contro le forze naziste ancora operanti. Come i giovani americani essi si muovono sollecitati da una motivazione "istintuale", non soltanto intellettuale. È un'esistenza diversa che vogliono, dove scompaia la lotta per vivere, che non sia più determinata alle leggi della società neocapitalistica, cioè dai grandi interessi finanziari. Essi rifiutano di far parte dell'establishment, dell'élite dirigente che ne assicura il funzionamento.


Il 21 maggio viene espulso dalla Francia Daniel Cohn-Bendit. Quel giorno, alle 16:30, a Parigi, una delegazione dei responsabili del Musée de l'Homme, in piazza del Trocadéro, con Michel Leiris in testa, va sul tetto dell'edificio e scavalca la rete che separa la terrazza del museo dall'appartamento occupato dal ministro dell'Interno Christian Fouchet. Chiedono che i locali siano restituiti al museo. La moglie di Fouchet chiama rinforzi dal ministero, gli invasori vengono fermati e spostati a viva forza nel centro Beaujon dove si ritrovano trattenuti fino a notte. In centro città una grande manifestazione con trentamila persone converge sulla Gare de Lyon. Parola d'ordine. «Siamo tutti ebrei tedeschi».

De Gaulle annuncia il plebiscito. Nascono allora nuove barricate intorno a piazza della Bastiglia. Seguono scontri e cariche, i manifestanti puntano sulla Borsa, che viene invasa e va in fiamme. Poi la guerriglia urbana continua al quartiere latino. A mezzanotte e mezzo il commissariato del V° Arrondissement al Pantheon è preso a sassate, un furgone della polizia incendiato. Risposta massiccia dei Crs, ci sono molti feriti, il cardinale di Parigi Marty ne soccorre qualcuno per strada. Gli scontri proseguono sulla riva destra, rue Beaubourg è messa a sacco: alla fine sono settecentonovantacinque i fermati, centosettantotto i feriti ricoverati e Philippe Mathérion muore in Rue des Ecoles. A Lione, invece, un camion pieno di pavé sul ponte Lafayette investe mortalmente il commissario René Lacroix.

Il maggio francese ha avuto la sua nuova notte di fuoco e fiamme. Intanto Dany le Rouge è riuscito a rientrare. Sarà di nuovo visto nelle manifestazioni, accanto ad Alain Geismar e a Jacques Sauvageot, gli altri due leader del movimento, ma la rivolta è ormai agli sgoccioli. In settembre lo arrestano di nuovo, stavolta a Francoforte, dove è andato con altri a interrompere la Fiera del libro e a contestare Léopold Senghor, il primo presidente del Senegal indipendente.

Solo cinquant'anni dopo il ministro francese dell'Interno Bernard Cazeneuve chiamerà Cohn Bendit in Germania, annunciandogli la restituzione della nazionalità da parte della République.

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