Autore Nicholas Carr
Titolo La gabbia di vetro
SottotitoloPrigionieri dell'automazione
EdizioneCortina, Milano, 2015, Scienza e idee 257 , pag. 294, cop.fle., dim. 14x22,5x2,2 cm , Isbn 978-88-6030-745-3
OriginaleThe Glass Cage. Automation and Us [2014]
TraduttoreStefania Garassini, Giuseppe Romano
LettoreCorrado Leonardo, 2015
Classe lavoro , informatica: sociologia , scienze tecniche , storia della tecnica , psicologia , scienze cognitive












 

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Indice


Ringraziamenti                                   11

Introduzione.
Allarme per gli operatori                        15


1.  Passeggeri                                   17

2.  Il robot al cancello                         35

3.  Con il pilota automatico                     59

4.  L'effetto degenerazione                      81

    Interludio, con topi danzanti               103

5.  Il computer "colletto bianco"               109

6.  Mondo e schermo                             143

7.  Automazione per le persone                  173

    Interludio, con un ladro di tombe           199

8.  Il tuo drone interiore                      205

9.  L'amore che ordina il prato in solchi       235


Note                                            257

Indice analitico                                281


 

 

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INTRODUZIONE
ALLARME PER GLI OPERATORI



Il 4 gennaio 2013, il primo venerdì di un nuovo anno, un giorno piatto senza notizie, la Federal Aviation Administration diffuse un avviso di una pagina. Non aveva titolo. Era identificato soltanto come "allarme di sicurezza per gli operatori", o SAFO (Safety Alert for Operators). Le parole usate erano concise e criptiche. Oltre a essere stato pubblicato sul sito Internet della FAA, era stato inoltrato a tutte le compagnie aeree americane e ad altre compagnie aeree commerciali. "Questo allarme", diceva il documento, "invita gli operatori a incentivare manovre manuali di volo ove opportuno". La FAA aveva raccolto numerose prove, derivanti da indagini su collisioni, verbali d'incidenti e studi sul cockpit, che indicavano come i piloti fossero diventati troppo dipendenti dal pilota automatico e da altri sistemi computerizzati. Un uso eccessivo del volo automatizzato – metteva in guardia l'agenzia –, potrebbe "condurre a una diminuzione della capacità del pilota di recuperare velocemente l'aereo in una situazione di difficoltà". Potrebbe, per dirla senza mezzi termini, mettere in pericolo l'aereo e i passeggeri. L'allarme si concludeva con la raccomandazione che le compagnie aeree, come propria politica operativa, dessero istruzioni ai piloti di passare meno tempo in volo con il pilota automatico e più tempo con il controllo manuale.

Questo è un libro sull'automazione, sull'uso di computer e software per fare cose che un tempo facevamo da soli. Non si occupa della tecnologia o degli aspetti economici dell'automazione, né del futuro dei robot, dei cyborg e dei gadget elettronici, anche se tutto questo ha a che fare con l'argomento di cui parla. È un libro sulle conseguenze dell'automazione sull'umanità. I piloti sono stati l'avanguardia di un'ondata che ora ci sta travolgendo. Confidiamo nei computer perché si prendano carico sempre di più dei nostri compiti, sia nel lavoro sia nel tempo libero, e perché ci guidino sempre di più nelle nostre attività quotidiane. Quando abbiamo bisogno che qualcosa venga fatto in giornata, il più delle volte ci sediamo di fronte a un monitor, o apriamo il nostro portatile o lo smartphone, o ci fissiamo sulla fronte o al polso un dispositivo connesso alla rete. Lanciamo app. Consultiamo schermi. Riceviamo consigli da voci simulate digitalmente. Ci affidiamo alla saggezza degli algoritmi.

L'automazione informatica ci facilita la vita, rende il nostro lavoro meno faticoso. Siamo spesso in grado di portare a termine di più in meno tempo, o di fare cose che prima semplicemente non avremmo potuto fare. L'automazione, però, ha anche effetti più profondi e nascosti. Come hanno imparato i piloti, non tutti sono positivi. L'automazione può mettere un'ipoteca sul nostro lavoro, sul nostro talento, sulle nostre vite. Può restringere le nostre prospettive e limitarci nelle scelte. Può renderci vulnerabili alla sorveglianza e alla manipolazione. Poiché i computer sono diventati compagni che ci affiancano costantemente, aiutanti familiari e cortesi, è saggio esaminare con più attenzione come stanno cambiando ciò che facciamo e ciò che siamo.

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Possiamo quindi meravigliarci se siamo così innamorati dell'automazione? I computer e le altre tecnologie che ci fanno risparmiare fatica, offrendoci la possibilità di ridurre il nostro carico di lavoro, promettendo di riempirci la vita di maggiori agi, comfort e comodità, si appellano al nostro desiderio ardente, ma mal riposto, di liberarci da ciò che riteniamo un grosso sforzo. Nei luoghi di lavoro, dove l'automazione mira ad aumentare velocità ed efficienza – un obiettivo dovuto a motivi di profitto più che di preoccupazione per il benessere individuale –, essa spesso ha l'effetto di eliminare elementi di complessità diminuendo così gli ostacoli da superare e quindi anche il senso di coinvolgimento. L'automazione può diminuire le responsabilità di ogni lavoratore al punto da ridurlo a tenere sotto controllo lo schermo di un computer o a introdurre dati in campi prestabiliti. Anche gli analisti più esperti e gli altri cosiddetti lavoratori della conoscenza (knowledge workers) vedono il proprio lavoro ridursi a causa dell'intervento di sistemi informatici di supporto alle decisioni che trasformano il processo decisionale in una routine di elaborazione di dati. Anche le app e altri programmi che usiamo fuori dall'ufficio hanno effetti simili. Sostituendosi a noi in compiti particolarmente onerosi o lunghi da portare a termine, o semplicemente rendendo quei compiti meno impegnativi, il software diminuisce la probabilità che ci venga voglia di sforzarci per mettere alla prova le nostre capacità e sentirci in cambio realizzati e soddisfatti.

Molto spesso l'automazione ci libera da quello che ci fa sentire liberi. Il punto non è che l'automazione in sé sia cattiva. Insieme al suo precursore, la meccanizzazione, da secoli progredisce e come risultato le nostre condizioni di vita sono notevolmente migliorate. Se impiegata con buonsenso, l'automazione ci può liberare dalla schiavitù del lavoro faticoso per spronarci a svolgere attività più appaganti e stimolanti. Siamo noi che non riusciamo a pensare all'automazione in modo razionale o a comprenderne le implicazioni. Non sappiamo quando dire "basta" o almeno "aspetta un secondo". Le carte sono truccate, economicamente ed emotivamente, a favore dell'automazione. I vantaggi del trasferimento di lavoro dalle persone alle macchine e ai computer sono facili da identificare e misurare. Le aziende fanno i loro conti riguardo agli investimenti e calcolano i benefici dell'automazione in moneta sonante: riduzione del costo del lavoro, miglioramento della produttività, maggior velocità nella lavorazione e negli interventi di ristrutturazione, profitti più alti. Nella nostra vita personale possiamo individuare svariati modi in cui i computer ci consentono di risparmiare tempo e di evitare seccature. E grazie ai nostri preconcetti riguardo alla superiorità del tempo libero rispetto al lavoro, del riposo rispetto allo sforzo, sovrastimiamo i benefici dell'automazione.

I costi sono più difficili da determinare. Sappiamo che i computer rendono obsolete certe occupazioni e fanno perdere il posto a qualcuno, ma la storia ci dice — e molti economisti concordano — che ogni calo dell'occupazione si rivela soltanto temporaneo e che nel lungo periodo la tecnologia creerà nuovi e più interessanti tipi di lavori e aumenterà la qualità della vita. I costi personali sono ancora più vaghi. Come si può misurare il valore della diminuzione di fatica e d'impegno o del ridursi del raggio d'azione e dell'autonomia, oppure di quel lieve deterioramento delle proprie capacità? Non è possibile. Si tratta di quegli aspetti oscuri, intangibili, che raramente riusciamo ad apprezzare finché non spariscono, e anche allora siamo spesso in difficoltà a spiegare concretamente che cosa abbiamo perso. Ma í costi sono reali. Le scelte che facciamo o che non facciamo, rispetto alle mansioni che lasciamo ai computer e a quelle che invece teniamo per noi, non sono soltanto pratiche o economiche. Sono scelte etiche. Danno forma alla sostanza della nostra vita e al ruolo che ci attribuiamo nel mondo. L'automazione ci mette a confronto con la domanda più importante di tutte: che cosa significa essere umano?

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"Siamo fratelli e sorelle delle nostre macchine", notò una volta lo storico della tecnologia George Dyson. Le relazioni fraterne sono notoriamente travagliate e questa non fa eccezione. Noi amiamo le nostre macchine, non soltanto perché ci sono utili ma perché le troviamo di compagnia e persino belle. In una macchina ben costruita vediamo prender forma alcune delle nostre più profonde aspirazioni: il desiderio di capire il mondo e i suoi meccanismi, il desiderio di piegare il potere della natura al nostro volere, il desiderio di aggiungere al cosmo qualcosa di nuovo e di fatto da noi, il desiderio di provare timore e stupore. Una macchina ingegnosa è fonte di meraviglia e di orgoglio.

Ma le macchine sono anche pericolose e in esse avvertiamo una minaccia per ciò che abbiamo di più caro. Le macchine possono essere un canale di trasmissione del potere, ma questo potere è sempre stato posseduto dagli industriali e dai finanzieri proprietari dei congegni, non dalle persone pagate per farli funzionare. Le macchine sono fredde e incoscienti, e nella loro obbedienza a precise sequenze di istruzioni scorgiamo un'immagine dei più cupi scenari possibili per la nostra società. Se esse portano qualcosa di umano nel cosmo alieno, portano anche qualcosa di alieno nel mondo umano.

Il matematico e filosofo Bertrand Russell sintetizzò il concetto in un saggio del 1924: "C'è chi adora le macchine perché sono belle, e le apprezza per la potenza che conferiscono; c'è chi invece le odia perché sono brutte, e le avversa perché impongono una schiavitù".

Come suggerisce il commento di Russell, la tensione presente nell'analisi di Macmillan sull'automazione – le macchine ci avrebbero distrutto o salvato, liberato o schiavizzato – ha una lunga storia. Essa era presente già nelle reazioni popolari all'avvento delle macchine nelle fabbriche agli albori della Rivoluzione industriale, più di due secoli fa. Mentre molti dei nostri antenati accolsero con favore l'avvento della produzione meccanizzata, considerandola un simbolo del progresso e una garanzia di prosperità, altri erano preoccupati che le macchine potessero rubare íl loro lavoro e persino le loro anime. Da allora, la storia della tecnologia è stata caratterizzata da cambiamenti rapidi, spesso spiazzanti. Grazie all'abilità dei nostri inventori e imprenditori, non è passato decennio senza l'arrivo di nuove macchine sempre più elaborate ed efficienti. Eppure il nostro atteggiamento verso queste fantastiche creazioni, prodotte dalle nostre mani e dalla nostra mente, è rimasto ambivalente. È quasi come se, guardando una macchina, vedessimo, sia pure confusamente, qualcosa di noi stessi di cui non ci fidiamo completamente.

Nel suo capolavoro del 1776, La ricchezza delle nazioni , testo fondamentale del liberismo, Adam Smith lodava "l'invenzione di un gran numero di macchine" che gli industriali stavano installando e che "facilita[va]no e abbrevia[va]no il lavoro". Consentendo a "un uomo di fare il lavoro di molti", profetizzava l'autore, la meccanizzazione avrebbe favorito un grande aumento nella produttività industriale. I proprietari delle fabbriche avrebbero avuto maggiori profitti, da investire poi nell'ampliamento delle proprie attività, costruendo più fabbriche, comprando altre macchine e assumendo nuovi dipendenti. Ogni riduzione del lavoro individuale da parte delle macchine, lungi dall'essere negativa per í lavoratori, avrebbe stimolato nel lungo periodo la domanda di occupazione.

Altri studiosi condivisero e ampliarono le considerazioni di Smith. Grazie all'aumento di produttività reso possibile dal risparmio di manodopera, pronosticavano, i lavori si sarebbero moltiplicati, i salari sarebbero aumentati e i prezzi delle merci diminuiti. I lavoratori avrebbero avuto più soldi in tasca, e li avrebbero utilizzati per acquistare i prodotti delle aziende per cui lavoravano. Questo avrebbe fatto arrivare ancora più capitali per l'espansione industriale. In tal modo, la meccanizzazione avrebbe aiutato a mettere in moto un circolo virtuoso, in grado di accelerare la crescita economica della società, di aumentarne e diffonderne la ricchezza e di portare alla gente quelle che Smíth chiamava "comodità" e "lusso". L'idea della tecnologia come panacea dell'economia aveva trovato felicemente conferma nei primi anni di storia dell'industrializzazione e divenne così un caposaldo della teoria economica. Quell'idea non era allettante soltanto per i primi capitalisti e per i loro dotti consiglieri. Anche molti riformisti sociali vedevano con favore l'avvento della meccanizzazione, che era considerata la più realistica fonte di speranza per sottrarre le masse cittadine alla povertà e alla schiavitù.

Economisti, capitalisti e riformisti potevano permettersi di avere una visione di lungo periodo. Per i lavoratori il discorso era diverso. Anche una temporanea diminuzione delle opportunità di lavoro diventava una minaccia reale e immediata alle loro possibilità di sostentamento. L'insediamento di nuovi macchinari in fabbrica determinò per molti la perdita del posto di lavoro e forzò altri a barattare un'attività interessante e specializzata con la noia di tirare leve e schiacciare pedali. In molte parti della Gran Bretagna, nel XVIII secolo e all'inizio del XIX, i lavoratori specializzati si misero a sabotare í nuovi macchinari per difendere il proprio posto di lavoro, i propri commerci e le proprie comunità. Il movimento Machine-breaking ("sfasciamacchine"), come venne chiamato, non era semplicemente un attacco al progresso tecnologico, era un tentativo concertato dagli artigiani per proteggere non soltanto il ruolo da loro svolto nella società e la loro autonomia economica, ma i valori stessi su cui si fondava la loro esistenza, che erano strettamente legati all'abilità con cui svolgevano il proprio lavoro. "Se ai lavoratori certe macchine non piacevano", scrive lo storico Malcolm Thomis, rifacendosi a resoconti contemporanei all'epoca di quelle ribellioni, "era per l'uso che se ne faceva, non perché erano macchine o perché erano nuove".'

Il Machine-breaking culminò nella ribellione luddista, che infuriò nei paesi industriali delle Midlands inglesi dal 1811 al 1816. Tessitori e magliai, temendo la distruzione della loro piccola industria organizzata localmente, si riunirono in bande di guerriglieri con l'intento di impedire l'installazione di telai e macchine per maglieria automatizzati. I luddisti – i ribelli presero il loro celebre nome da un leggendario sfascia-macchine del Leicestershire noto come Ned Ludlam – compivano raid notturni contro le fabbriche, spesso distruggendo le nuove attrezzature. Fu necessario mettere in campo migliaia di soldati inglesi per sconfiggere i ribelli e sedare le rivolte, spesso con estrema brutalità, uccidendo molte persone e incarcerandone altre.

Sebbene i luddisti e altri movimenti di violenta opposizione alle macchine abbiano avuto un certo sporadico successo nel rallentare l'avanzata della meccanizzazione, certamente non riuscirono a fermarla. Le macchine ben presto divennero così usuali nelle fabbriche, così essenziali alla produzione e alla competitività industriale, che opporsi al loro utilizzo risultava assolutamente vano. I lavoratori finirono per rassegnarsi al nuovo regime tecnologico, anche se la loro sfiducia nelle macchine rimaneva.


***



Fu Marx, qualche decennio dopo il fallimento della rivolta luddista, a dare la più piena e autorevole espressione a quella profonda frattura che si stava creando nella società riguardo alla meccanizzazione. Nei suoi scritti, Marx attribuisce spesso ai macchinari industriali una volontà demoniaca, parassitaria, e li dipinge come "lavoro morto" che "domina e pompa la forza-lavoro vivente". I lavoratori diventano "appendici viventi" del "meccanismo morto". In un commento oscuramente profetico durante un suo discorso del 1856, disse: "Tutte le nostre invenzioni e il nostro progresso sembrano avere come risultato quello di fornire vita intellettuale a forze materiali e vanificare la vita umana riducendola a pura forza materiale". Ma Marx non si limitò a parlare degli "effetti infernali" delle macchine. Come ha spiegato lo studioso dei media Nick Dyer-Witheford, egli vedeva anche, lodandola, la "loro promessa di emancipazione". I macchinari moderni, osservava Marx in quello stesso discorso, hanno "il meraviglioso potere di ridurre e rendere fecondo il lavoro umano". Liberando i lavoratori dalle ristrette specializzazioni delle loro singole occupazioni, le macchine potrebbero consentir loro di sprigionare il proprio potenziale di individui "totalmente sviluppati" in grado di spostarsi fra "diverse modalità di attività" e quindi "diverse funzioni sociali". Nelle giuste mani – quelle dei lavoratori e non quelle dei capitalisti –, la tecnologia non sarebbe più stata un giogo oppressivo. Sarebbe diventata invece il modo per eliminare ogni ostacolo all'autorealizzazione.

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La trasformazione subita dall'aviazione nelle ultime decine di anni – il passaggio dai sistemi meccanici a quelli digitali, la proliferazione di software e schermi, l'automazione del lavoro mentale e anche manuale, la confusione su cosa significhi essere un pilota – traccia la direzione della più ampia trasformazione che l'intera società sta attraversando in questo periodo. Il glass cockpit, ha osservato Don Harris, può essere considerato il prototipo di un mondo in cui "c'è una funzionalità informatica ovunque". L'esperienza dei piloti rivela anche la sottile, ma spesso forte, connessione fra il modo in cui sono progettati i sistemi automatici e íl modo in cui funzionano í corpi e le menti di coloro che li usano. La crescente evidenza di una diminuzione delle capacità, di un offuscamento delle percezioni e di un rallentamento delle reazioni può renderci tutti più incerti. Se cominciamo a vivere dentro glass cockpits, sembriamo destinati a scoprire ciò che i piloti già sanno: un glass cockpit può essere anche una gabbia dí vetro (glass cage).

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L'EFFETTO DEGENERAZIONE



Cento anni fa, nel suo libro Introduzione alla matematica, il filosofo britannico Alfred North Whitehead scriveva: "La civiltà progredisce a mano a mano che si va estendendo il numero delle attività importanti che noi riusciamo a compiere senza pensarci". Whitehead non si riferiva alle macchine. Stava parlando dell'uso dei simboli matematici per rappresentare idee o processi logici, un primo esempio di come il lavoro intellettuale possa essere racchiuso in un codice. Ma intendeva dare alla sua osservazione un valore generale. "Il luogo comune secondo il quale dovremmo coltivare l'abitudine di pensare a quello che stiamo facendo", scriveva, "è profondamente erroneo". Più riusciamo a liberare la nostra mente da lavori di routine, scaricandoli sui nostri aiuti tecnologici, più energia mentale saremo in grado di accumulare per dedicarci ad attività di ragionamento e speculazione profonde e creative. "Le operazioni del pensiero si possono paragonare alle cariche di cavalleria in una battaglia: queste infatti sono limitate nel loro numero, richiedono cavalli freschi e vanno fatte nei momenti decisivi."

È difficile immaginare una più succinta o ottimista espressione di fede nell'automazione come pietra angolare del progresso. È implicita nelle parole di Whitehead la convinzione dell'esistenza di una gerarchia nell'agire umano. Ogni volta che affidiamo un lavoro a uno strumento, a una macchina, a un simbolo o a un algoritmo software, ci liberiamo per dedicarci a un obiettivo più elevato che richiede una maggiore destrezza, un'intelligenza più ricca o un punto di vista più ampio. Perderemo forse qualcosa per ogni gradino che scaliamo, ma ciò che guadagniamo è, alla fine, molto di più. Portata alle estreme conseguenze, l'idea di Whitehead dell'automazione come liberazione si trasforma nella tecno-utopia di Wilde e Keynes, o di Marx al suo apice: il sogno che le macchine ci libereranno dal lavoro materiale e ci riporteranno a un Eden di comodità e piaceri. Ma Whitehead non aveva la testa tra le nuvole. Vedeva bene i risvolti pragmatici sul modo in cui impieghiamo íl nostro tempo e su ciò cui dedichiamo i nostri sforzi. In una pubblicazione degli anni Settanta del Ministero del lavoro statunitense, sintetizzava così l'attività delle segretarie: "Sollevano i loro datori di lavoro da compiti di routine in modo che questi possano dedicarsi a questioni più importanti". Il software e le altre tecnologie dell'automazione, secondo Whitehead, svolgevano un ruolo analogo.

Nella storia si sono moltiplicate le prove a sostegno della teoria di Whitehead. Fin dall'invenzione della leva, della ruota e del pallottoliere abbiamo cominciato ad affidare compiti sia fisici sia mentali a strumenti. Il trasferimento del lavoro ci ha consentito di affrontare sfide sempre più difficili e di realizzare imprese sempre più significative. È stato così nella fattoria, nella fabbrica, nel laboratorio, nella casa. Ma non dobbiamo considerare l'osservazione di Whitehead come una verità universale. Egli scriveva quando l'automazione era limitata a compiti ben chiari, definiti e ripetitivi: tessere con un telaio a vapore, raccogliere grano con una mietitrebbiatrice, moltiplicare i numeri con un regolo calcolatore. Adesso l'automazione è qualcosa di diverso. I computer, come abbiamo visto, possono essere programmati per eseguire o contribuire a eseguire operazioni complesse nelle quali una successione di attività strettamente coordinate viene portata a termine tramite la valutazione di numerose variabili. Nei sistemi automatizzati di oggi, il computer spesso svolge tipi di lavoro intellettuale – osservazione, rilevamento dati, analisi e giudizio, e anche decisione – che fino a poco tempo fa erano considerati una prerogativa esclusiva dell'uomo. Chi fa funzionare il computer ha ormai il ruolo di un impiegato ad alta tecnologia, che immette dati, controlla gli output e verifica che non ci siano errori. Invece di aprire nuove frontiere di pensiero e di azione ai suoi collaboratori umani, il software restringe il nostro raggio d'azione. Barattiamo í nostri talenti più raffinati e specialistici ottenendone in cambio di meno peculiari e più routinari.

La maggior parte di noi generalmente tende a dare per scontato che l'automazione sia positiva, come sosteneva Whitehead, che ci dia la possibilità di dedicarci a occupazioni più elevate, ma che per il resto non alteri il modo in cui pensiamo e ci comportiamo. È una convinzione erronea. È un'espressione di ciò che gli studiosi di automazione chiamano "il mito della sostituzione". Uno strumento che allevia la fatica non si limita a fornire un sostituto per una singola componente di un lavoro. Esso altera le caratteristiche di quell'attività nel suo complesso, compresi i ruoli, gli atteggiamenti e le competenze delle persone che se ne occupano. Come ha spiegato Raja Parasuraman in un articolo del 2000: "L'automazione non si limita a rimpiazzare l'attività umana, ma la cambia, e spesso in modi non voluti e non previsti dai progettisti". L'automazione altera sia il lavoro sia il lavoratore.

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Alcuni programmatori sono preoccupati del fatto che la tendenza a semplificare sempre di più lo sforzo di riflessione caratteristico della propria professione stia compromettendo anche le loro competenze. Spesso oggi i programmatori usano sistemi chiamati IDE (Integrated Development Environment, ambienti di sviluppo integrati) come aiuto nella scrittura del codice. In questo modo vengono automatizzati molti compiti lunghi e laboriosi. Normalmente si tratta del completamento automatico delle parole, della correzione di errori o di sequenze di istruzioni per il debugging; nei sistemi più sofisticati, è possibile anche valutare e revisionare la struttura di un programma con un processo chiamato refactoring. Ma più questi strumenti si fanno carico del lavoro di scrittura del codice, meno occasioni hanno i programmatori per esercitare la propria abilità e sviluppare il proprio talento. "I moderni IDE stanno diventando talmente 'd'aiuto' che a volte mi sento un operatore IDE piuttosto che un programmatore", scrive Vivek Haldar, un esperto sviluppatore di software di Google. "Il comportamento indotto da questi strumenti non è 'pensa intensamente al tuo codice e scrivilo con attenzione', ma 'scrivi soltanto una prima versione raffazzonata del tuo codice e poi il sistema ti dirà non soltanto cosa c'è di sbagliato, ma anche come fare a renderlo migliore'." Questo è il suo verdetto: "Strumenti brillanti, menti ottuse".

Google ammette anche di aver assistito a un effetto di istupidimento del grande pubblico nel momento in cui ha reso il proprio motore più reattivo e sollecito, più abile nel prevedere che cosa la gente stia cercando. Google non si limita a correggere i nostri errori ortografici; ci suggerisce i termini di ricerca mentre digitiamo sulla tastiera, scioglie le ambiguità semantiche presenti nelle nostre richieste, e anticipa le nostre necessità basandosi sul luogo in cui ci troviamo e su come ci siamo comportati in passato. Potremmo presumere che quanto più Google ci aiuta ad affinare le nostre ricerche, tanto più noi impariamo dal suo esempio. Dovremmo diventare più precisi nel formulare parole chiave e affinare in altro modo le nostre esplorazioni online. Ma, stando a Amit Singhal, il più importante ingegnere specializzato in ricerca di Google, accade il contrario. Nel 2013 un reporter dell' Observer di Londra intervistò Singhal sui numerosi miglioramenti che erano stati apportati al motore di ricerca di Google nel corso degli anni. "Presumibilmente", notava il giornalista, "con l'aumento dell'uso di Google siamo diventati più accurati nella scelta delle parole che inseriamo nel motore di ricerca". Singhal sospirò e, "con una certa stanchezza nella voce", corresse quanto stava dicendo l'intervistatore: "In realtà è proprio il contrario. Più la macchina è precisa, più noi diventiamo pigri nel formulare le nostre domande".

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L'automatismo, come dice il nome, può essere considerato una sorta di automazione interiorizzata. È il modo con cui il corpo rende abituale un lavoro difficile, ma ripetitivo. I movimenti fisici e le procedure vengono programmati nella memoria dei muscoli; le interpretazioni e i giudizi vengono formulati grazie al riconoscimento immediato di modelli ambientali recepiti dai sensi. La mente cosciente, come la scienza sa da molto tempo, è sorprendentemente limitata, la sua capacità di comprendere ed elaborare l'informazione è ridotta. Senza automatismi, la nostra mente cosciente sarebbe costantemente sovraccarica. Anche azioni molto semplici, come leggere una frase in un libro o tagliare una bistecca con forchetta e coltello, sottoporrebbero a sforzo le nostre abilità cognitive. L'automatismo libera spazio mentale. Esso aumenta, per interpretare in modo diverso le teorie di Alfred North Whitehead, "il numero di operazioni importanti che possiamo compiere senza pensarci".

Le tecnologie e gli altri strumenti che utilizziamo, nella migliore delle ipotesi, fanno qualcosa di simile, come riconosceva Whitehead. La capacità del cervello di generare automatismi ha dei limiti di per sé. Il nostro inconscio può svolgere molte funzioni velocemente e in modo efficiente, ma non può fare tutto. Potreste essere in grado di memorizzare la tavola pitagorica fino a dodici o anche venti, ma probabilmente avreste problemi ad andare oltre. Anche se il vostro cervello non avesse esaurito la memoria, avrebbe probabilmente esaurito la pazienza. Con una semplice calcolatrice tascabile, tuttavia, potreste automatizzare anche procedure matematiche piuttosto complicate, che metterebbero a dura prova il vostro cervello, e lascereste la vostra mente cosciente libera di considerare il totale di queste operazioni. Ma funziona così soltanto se avete già imparato a padroneggiare le basi dell'aritmetica attraverso lo studio e la pratica. Se usate la calcolatrice per evitare di apprendere, per eseguire procedure che non avete imparato e che non capite, quello strumento non vi aprirà nuovi orizzonti. Non vi aiuterà ad acquisire nuove conoscenze e abilità matematiche. Sarà soltanto una scatola nera, un meccanismo misterioso che produce numeri. Costituirà una barriera per arrivare a un pensiero più elevato anziché uno sprone a cercare di raggiungerlo.

È ciò che oggi in molti casi fa l'automazione, ed è il motivo per cui l'osservazione di Whitehead è diventata fuorviante come guida per valutare le conseguenze della tecnologia. Invece di estendere l'innata capacità del cervello di attivare automatismi, l'automazione diventa troppo spesso un impedimento a questo. Dispensandoci dall'esercizio mentale ripetitivo, ci dispensa anche dall'apprendimento serio e approfondito. Sia la compiacenza sia il condizionamento sono sintomi di una mente che non viene sfidata, che non è pienamente impegnata in quel tipo di pratica del mondo reale che genera la conoscenza, arricchisce la memoria e costruisce competenza. Il problema è aggravato dal modo in cui i computer ci allontanano dal feedback diretto e immediato delle nostre azioni. Come fa notare lo psicologo K. Anders Ericsson, esperto nello sviluppo dei talenti, un feedback periodico è essenziale per la costruzione di competenza. È ciò che fa sì che impariamo dai nostri errori e dai nostri successi. "In mancanza di un adeguato feedback", spiega Ericsson, "è impossibile un apprendimento efficace, e i miglioramenti sono minimi anche nei soggetti altamente motivati".

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L'introduzione dell'automazione nella medicina, così come nell'aviazione e in altre professioni, genera effetti che vanno al di là dell'efficienza e del costo. Abbiamo già visto come i suggerimenti automatici del software nelle mammografie alterino, a volte in meglio e a volte in peggio, il modo in cui i radiologi leggono le immagini. Quanto più i medici si affidano al computer nel loro lavoro quotidiano, tanto più la tecnologia influenza il modo in cui imparano, prendono decisioni e perfino visitano i pazienti.

Una ricerca effettuata sui medici di base che hanno adottato le cartelle digitali, condotta da Timothy Hoff – docente presso l'Albany School of Publich Health della SUNY's University –, fornisce la prova di quelli che Hoff definisce "esiti di dequalificazione", fra cui la "diminuita conoscenza clinica" e la "crescente omologazione dei pazienti". Fra il 2007 e il 2008 Hoff ha intervistato settantotto medici che lavoravano in ambulatori di base di varie dimensioni nel nord dello Stato di New York. Tre quarti di quei medici usavano abitualmente sistemi EMR, e quasi tutti hanno detto di temere che l'informatizzazione stesse portando a una qualità della cura meno approfondita, meno personalizzata. I medici che usavano il computer dissero a Hoff che nei referti sulle visite dei pazienti facevano abitualmente "taglia e incolla" di testi ripetitivi, mentre quando dettavano annotazioni o le scrivevano a mano "tenevano in maggiore considerazione la qualità e l'unicità dell'informazione che inserivano nella storia clinica". Quei medici aggiunsero che in precedenza, in effetti, lo stesso processo di scrittura e di dettatura era stato per loro una specie di "percorso" che li obbligava a rallentare e a "riflettere su quello che volevano dire". Si lamentarono con Hoff del fatto che il testo standardizzato delle cartelle elettroniche potesse impoverire la propria capacità di comprensione dei pazienti, riducendo la loro "abilità di prendere decisioni informate sulla diagnosi e sulla terapia".

La crescente dipendenza dei medici dalla riproduzione, o dalla "clonazione" di un testo, è un corollario naturale dell'adozione delle cartelle digitali. I sistemi EMR cambiano il modo in cui i dottori prendono appunti proprio come, anni fa, l'adozione dei programmi elettronici di scrittura ha cambiato il modo in cui gli scrittori scrivono e gli editor rivedono. Le pratiche tradizionali di dettatura e di composizione, quali che ne siano i benefici, appaiono inevitabilmente lente e impacciate quando vengono messe in competizione forzata con la velocità e la facilità del cut and paste "taglia e incolla", del drag and drop "sposta e attacca" e del point and click "punta e clicca". Stephen Levinson, medico e artefice del più autorevole manuale sulla gestione delle cartelle mediche e della fatturazione, afferma che quella di riutilizzare testo vecchio in cartelle nuove è una pratica molto diffusa. E dice che quando i medici usano i computer per annotare le informazioni sul paziente, "le registrazioni di ogni visita sono quasi identiche tra loro, parola per parola, tranne piccole variazioni confinate quasi esclusivamente alla valutazione principale". Sebbene simili "documenti clonati" non "abbiano senso dal punto di vista clinico" e "non rispondano alle esigenze dei pazienti", tuttavia sono diventati la norma per il semplice fatto che fare così è più veloce e più efficiente. C'è anche, a ben vedere, un'altra ragione non indifferente: il testo clonato contiene liste di procedure che possono innescare addebiti ulteriori nelle fatture dei pazienti."

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L'automatizzazione delle annotazioni introduce anche quello che la professoressa Beth Lown, dell'Harvard Medical School, definisce "un terzo interlocutore" nella visita clinica. In un perspicace articolo del 2012, scritto insieme al suo studente Dayron Rodríguez, Lown parla del modo in cui lo stesso computer "compete col paziente per l'attenzione del dottore, intacca la capacità del medico di essere pienamente presente e altera in lui la natura della comunicazione, della relazione e del senso del proprio ruolo professionale". Chiunque sia stato visitato da un medico intento a digitare sul computer probabilmente ha fatto esperienza in prima persona, almeno parzialmente, di ciò che Lown descrive, e oggi i ricercatori trovano riscontri empirici del fatto che effettivamente i computer alterano in modo significativo le interazioni medico-paziente. In una ricerca condotta in una clinica della Veterans Administration, i pazienti visitati da medici che prendevano appunti elettronici riferivano che "il computer incideva negativamente sulla quantità di tempo che il dottore utilizzava per parlare loro, guardarli ed esaminarli", e che inoltre la visita tendeva ad apparire "più impersonale". I medici della clinica, in linea di massima, erano d'accordo con le valutazioni dei pazienti. In un'altra ricerca, condotta in una grande organizzazione assicurativa sanitaria in Israele – dove l'uso dei sistemi EMR è più comune che negli Stati Uniti –, i ricercatori hanno scoperto che durante gli appuntamenti con i pazienti i medici di base passavano dal 25 al 65 per cento del loro tempo a guardare lo schermo del computer. Più del 90 per cento dei medici israeliani intervistati nell'indagine ha detto che prendere appunti elettronici "disturbava la comunicazione con i loro pazienti". Una simile perdita di attenzione è coerente con ciò che gli psicologi hanno scoperto sulla distrazione indotta dal computer mentre si sta svolgendo un'altra attività. "Prestare attenzione al computer e al paziente richiede multitasking", osserva Lown, "e il multitasking è l'opposto della presenza concentrata".

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Ironia della sorte: spostando il cuore dell'economia dai beni fisici ai flussi di dati, negli ultimi decenni del XX secolo i computer avevano dato risalto e ricchezza ai lavoratori dell'informazione. Quanti si guadagnavano da vivere inserendo lettere e simboli sugli schermi erano diventati le stelle della nuova economia, proprio quando i lavori industriali che per molto tempo avevano sostenuto la classe media cominciavano a essere trasferiti in altri continenti o affidati ai robot. La bolla delle dot-com della fine degli anni Novanta, quando, in un breve periodo di grande euforia collettiva, la ricchezza sgorgava dalle reti elettroniche e sfociava nei conti bancari dei loro ideatori, sembrava annunciare un'età dell'oro di illimitate opportunità economiche: quello che i patiti della tecnologia definirono un "long boom". Ma i bei tempi si sono mostrati effimeri. In seguito abbiamo visto che, come ha predetto Norbert Wiener, l'automazione non fa preferenze. I computer sono eccellenti tanto nell'analizzare simboli e nel gestire informazioni quanto nel governare i movimenti dei robot industriali. Anche chi fa funzionare sistemi informatici complessi sta perdendo il lavoro a vantaggio del software, a mano a mano che i data centers, come le industrie, si automatizzano sempre di più. Le enormi server farms messe in opera da aziende come Google, Amazon e Apple sostanzialmente si gestiscono da sole. Grazie alla virtualizzazione, una tecnica di progettazione che utilizza il software per replicare le funzioni di componenti hardware come i server, le operazioni di queste installazioni possono essere sorvegliate e controllate da algoritmi. I problemi della rete e i "bachi" delle applicazioni possono essere individuati e riparati automaticamente, spesso nel giro di pochi secondi. Potrebbe darsi che l'"intellettualizzazione del lavoro" verificatasi alla fine del XX secolo, secondo la definizione dello studioso italiano Franco Berardi - abbia soltanto precorso l'automazione dell'intelletto avvenuta all'inizio del XXI secolo.

È sempre rischioso fare ipotesi su fino a che punto í computer saranno capaci in futuro di imitare la percezione e la comprensione umane. In questo campo, abitualmente, le estrapolazioni basate sulle tendenze recenti si rivelano fantasiose. Ma anche se, contrariamente alle stravaganti promesse dei profeti dei big data, dessimo per certo che esistono limiti all'applicabilità e all'utilità delle previsioni basate su correlazioni e su altre forme di analisi statistica, appare chiaro che í computer sono ben lontani dall'avere toccato quei limiti. Quando, all'inizio del 2011, Watson, il supercomputer IBM, si è messo sul capo la corona di campione di Jeopardy!, spazzando via due dei migliori concorrenti del quiz, abbiamo avuto un'idea della direzione verso cui stessero andando le capacità analitiche dei computer. L'abilità di Watson nel decifrare indizi era stupefacente, ma il computer non stava facendo nulla di eccezionale rispetto agli standard dell'intelligenza artificiale di quel periodo. Sostanzialmente stava frugando in un grande database di documenti in cerca di possibili risposte, e poi, valutando simultaneamente una varietà di percorsi predittivi, determinava quale risposta avesse la più alta probabilità di essere quella corretta. Ma lo faceva così rapidamente da riuscire a superare persone di eccezionale intelligenza in un quiz complicato che comprendeva domande, giochi di parole ed esercizi di memoria.

Watson rappresenta la fioritura di una forma d'intelligenza artificiale nuova e pragmatica. Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando i computer digitali erano ancora una novità, molti matematici e ingegneri (ma anche non pochi psicologi e filosofi) si avventurarono a pensare che il cervello umano dovesse funzionare come una sorta di macchina calcolatrice digitale. Nel computer scorgevano una metafora e un modello della mente. Creare intelligenza artificiale doveva quindi essere piuttosto semplice: bastava comprendere gli algoritmi che operano all'interno del nostro cervello e trasferire quei programmi su codici digitali. Non ha funzionato. L'originaria strategia per realizzare l'intelligenza artificiale fallì miseramente. Ci si rese conto che quanto avviene dentro il nostro cervello, qualsiasi cosa sia, non può essere ridotto ai calcoli che avvengono all'interno di un computer. Gli informatici attuali stanno adottando un approccio molto diverso all'intelligenza artificiale, meno ambizioso e al tempo stesso più efficace. L'obiettivo non è più quello di replicare il processo del pensiero umano — che tuttora resta al di là della nostra comprensione —, ma piuttosto di replicarne i risultati. Quegli scienziati guardano a particolari prodotti della mente — per esempio, una scelta di assunzione o la risposta a un indovinello — e poi programmano un computer per raggiungere lo stesso risultato nella sua maniera non consapevole. Il lavorio dei circuiti di Watson assomiglia ben poco all'attività della mente di una persona che stia giocando a Jeopardy!, tuttavia Watson può raggiungere comunque un punteggio più elevato.

Negli anni Trenta, mentre lavorava alla sua tesi di dottorato, al matematico e pioniere informatico Alan Turing venne l'idea di una "macchina oracolo". Era una specie di computer che, applicando un insieme di regole esplicite a un archivio di dati attraverso "stati non determinati", avrebbe potuto rispondere a quesiti che normalmente avrebbero richiesto una conoscenza umana tacita. Turing era curioso di capire "fino a che punto è possibile eliminare l'intuizione e lasciare soltanto la destrezza". Ai fini del suo esperimento sul pensiero, postulò che non ci sarebbero stati limiti all'ingegnosità della macchina in termini di calcolo numerico, né alcun vincolo al massimo di velocità di quei calcoli o alla quantità di dati impiegabili. "Non ci importa quanta destrezza sia necessaria", scrisse, "e quindi si dà per scontato che essa sia disponibile in quantità illimitata". Turing è stato, come al solito, profetico. Egli comprese, come pochi altri ai suoi tempi, l'intelligenza latente degli algoritmi e previde che quell'intelligenza sarebbe scaturita da calcoli molto veloci. Computer e database avranno sempre dei limiti, ma in sistemi come Watson vediamo l'avvento di macchine oracolo realmente funzionanti. Gli ingegneri stanno costruendo quello che Turing poteva soltanto immaginare. La destrezza sta rimpiazzando l'intuizione.

[...]

Ma replicare i risultati del pensiero non significa pensare. Come Turing stesso aveva notato, gli algoritmi non potranno mai sostituire interamente l'intuizione. Ci sarà sempre posto per "giudizi spontanei che non sono il risultato dí processi consapevoli di ragionamento". A renderci davvero intelligenti non è la nostra abilità di estrapolare fatti da documenti o di desumere modelli statistici da una serie di dati. È la nostra capacità di dare un senso alle cose, di tessere la conoscenza che traiamo dall'osservazione e dall'esperienza, dal vivere, in una comprensione ricca e fluida del mondo che poi sappiamo applicare a qualsiasi compito e a qualsiasi sfida. È questa impalpabile qualità della mente, che abbraccia la conoscenza conscia e inconscia, la ragione e l'ispirazione, a dare agli esseri umani la capacità di pensare concettualmente, criticamente, metaforicamente, speculativamente, argutamente: di fare salti logici e immaginativi.

Hector Levesque, uno scienziato che si occupa di computer e di robot all'Università di Toronto, offre l'esempio di una semplice domanda cui qualsiasi essere umano può rispondere al volo e che invece sconcerta i computer:

Il grosso pallone si schiantò sul tavolo, attraversandolo, perché era fatto di polistirene espanso.

Che cosa era fatto di polistirene espanso, il pallone o il tavolo?

Noi non abbiamo problemi a rispondere perché comprendiamo che cos'è il polistirene espanso, che cosa accade quando si scaglia qualcosa su un tavolo, di che cosa sono fatti solitamente i tavoli e che cosa implica l'accrescitivo di "grosso" che sentiamo legato al termine "pallone". Cogliamo il contesto: sia la situazione sia le parole usate per descriverla. Siccome un computer invece non possiede alcuna vera comprensione del mondo, trova irrimediabilmente ambiguo il linguaggio della domanda. Resta imprigionato nei suoi algoritmi. Se riducessimo l'intelligenza all'analisi statistica di grandi insiemi di dati, "potremmo finire col concepire", dice Levesque, "sistemi capaci di eccezionali prestazioni, ma che resteranno idiot savants". Ovvero bravissimi a giocare a scacchi, a Jeopardy! o a eseguire il riconoscimento facciale o altri esercizi mentali molto circoscritti, ma "assolutamente inutili al di fuori della propria area di competenza". La loro precisione è straordinaria, ma spesso è il sintomo della ristrettezza della loro percezione.

[...]

Se non stiamo attenti, l'automazione del lavoro mentale, cambiando la natura e il centro dell'impresa intellettuale, potrebbe finire con l'erodere uno dei fondamenti della stessa cultura: il nostro desiderio di capire il mondo. Gli algoritmi predittivi saranno pur straordinariamente dotati nello scoprire correlazioni, ma sono indifferenti alle cause che soggiacciono alle tendenze e ai fenomeni. Eppure, proprio nel decifrare la realtà – in quel minuzioso lavoro di individuare íl come e il perché le cose vanno come vanno – sta la reale portata dell'intelletto umano, che in definitiva dà senso alla nostra ricerca di conoscenza. Se finiamo col considerare sufficienti, per i nostri scopi professionali e sociali, i calcoli automatici delle probabilità, rischiamo di perdere o quantomeno di indebolire il nostro desiderio e la nostra motivazione di cercare spiegazioni, di avventurarci per le strade tortuose che conducono alla sapienza e alla meraviglia. Perché scomodarsi se un computer può sputare "la risposta" in uno o due millisecondi?

Nel suo saggio del 1947, Razionalismo in politica, il filosofo inglese Michael Oakeshott ha espresso una vivida descrizione del razionalista moderno: "La sua mente non ha atmosfera, cambiamenti di stagione e di temperatura; i suoi processi mentali, per quanto possibile, sono isolati da qualunque influenza esterna e avvengono nel vuoto". Al razionalista non importano la cultura e la storia; egli non coltiva né manifesta una prospettiva personale. Il suo pensiero è rilevante soltanto per "la disponibilità dell'esperienza quando questa sia stata convertita in una formula". Le parole di Oakeshott ci regalano anche una perfetta descrizione dell'intelligenza del computer: eminentemente pratica e produttiva, del tutto carente di curiosità, immaginazione e senso della realtà.

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MONDO E SCHERMO



L'isoletta di Igloolik, sulla costa della penisola di Melville, nel territorio Nunavut nel Canada settentrionale, in inverno è un luogo stupefacente. La temperatura abituale si aggira intorno ai venti gradi sotto zero. Spessi lastroni di ghiaccio coprono le acque circostanti. Il sole è assente. Da quattromila anni, nonostante le condizioni proibitive, i cacciatori inuit si avventurano fuori dalle loro case, in giro per l'isola, e attraversano chilometri di ghiaccio e di tundra in cerca di caribù e altre prede. Si aggirano nelle vaste distese di territorio artico, dove i riferimenti sono scarsi, le formazioni nevose cambiano di continuo e i sentieri scompaiono nel corso di una notte, con un'abilità tale da stupire viaggiatori e scienziati fin dal 1822, quando l'esploratore inglese William Edward Parry annotava sul proprio diario la "sorprendente precisione" della perizia geografica della sua guida inuit. Le straordinarie capacità di orientamento degli inuit non nascono da ritrovati tecnologici – infatti fanno a meno di mappe, bussole e altri strumenti –, bensì dall'intima e profonda comprensione dei venti, delle formazioni nevose, dei comportamenti degli animali, delle stelle, delle maree e delle correnti. Gli inuit sono maestri della percezione.

O, almeno, lo erano. Nel volgere del millennio qualcosa è cambiato nella cultura inuit. Nel 2000 il governo degli Stati Uniti ha eliminato molte restrizioni riguardanti l'adozione dei sistemi di posizionamento globale per usi civili. La precisione dei dispositivi GPS è cresciuta e i prezzi sono calati. I cacciatori di Igloolik, che già avevano sostituito le loro slitte trainate da cani con motoslitte, hanno cominciato a fare affidamento su mappe generate dal computer per spostarsi. Gli inuit più giovani erano particolarmente ansiosi di utilizzare le nuove tecnologie. Nel passato, un cacciatore alle prime armi doveva sopportare un apprendistato lungo e arduo con gli anziani, sviluppando la propria capacità di orientamento nel corso di molti anni. Acquistando per pochi soldi un ricevitore GPS, poteva risparmiarsi l'addestramento e scaricare la responsabilità della navigazione sul terminale. E poteva uscire a caccia anche in presenza di condizioni climatiche, come la nebbia densa, che in precedenza rendevano impossibile questa e altre attività. La facilità, la convenienza e l'accuratezza della navigazione automatizzata fecero apparire antiquate le tecniche inuit tradizionali.

Tuttavia, con la diffusione dei dispositivi GPS a Igloolik, si cominciarono a registrare notizie di gravi incidenti di caccia, alcuni dei quali con feriti o addirittura morti. La causa spesso era da cercare in un'eccessiva fiducia nei satelliti. Quando un terminale si rompe o le sue batterie si congelano, un cacciatore che non abbia acquisito una buona competenza come esploratore finisce facilmente col perdersi nel paesaggio indifferenziato e restare così vittima delle condizioni inclementi. E anche quando i dispositivi funzionano correttamente, non sono esenti da rischi. Le rotte così meticolosamente tracciate sulle mappe satellitari possono dare ai cacciatori una sorta di visione tunnel. Confidando nelle istruzioni del GPS, essi si lanciano sul ghiaccio pericolosamente sottile, contro gli scogli o altri pericoli ambientali che un esploratore abile avrebbe avuto l'intuito e l'accortezza di evitare. Ad alcuni di questi problemi si può porre parzialmente rimedio migliorando i dispositivi di navigazione o le istruzioni per usarli correttamente. Ma non c'è niente da fare, invece, davanti alla perdita di quella che un anziano della tribù descrive come "la saggezza e la conoscenza inuit".

L'antropologo Claudio Aporta, della Carleton University di Ottawa, ha studiato per anni i cacciatori inuit. Lo studioso sostiene che, nonostante i reali vantaggi offerti dalla navigazione satellitare, la sua adozione ha già provocato un deterioramento nella capacità di orientamento e, più in generale, una diminuzione del senso del territorio. Un cacciatore su una motoslitta dotata di GPS dedica la propria attenzione alle istruzioni provenienti dal computer e perde il contatto col suo ambiente. Egli viaggia "bendato", scrive Aporta. Un talento singolare, che ha contraddistinto e definito un popolo per migliaia di anni, può svanire nel corso di una o due generazioni.

[...]

I sistemi satellitari di navigazione possono fare tutte queste cose e altre ancora, ma non sono progettati per accrescere il nostro coinvolgimento nell'ambiente circostante. Il loro scopo è piuttosto quello di sgravarci dal bisogno di lasciarci coinvolgere. Prendendo il controllo della meccanica della navigazione e riducendo il nostro ruolo a quello di seguire indicazioni di routine – girare a sinistra tra cinquecento metri, imboccare la prossima uscita, mantenere la destra, raggiungere la destinazione –, quei sistemi, attivi attraverso un cruscotto, uno smarthpone o un ricevitore GPS dedicato, finiscono per isolarci dall'ambiente. Come alcuni ricercatori della Cornell University hanno osservato in un articolo del 2008, "col GPS non è più necessario sapere dove si è e qual è la propria destinazione, utilizzare i punti di riferimento fisici sul percorso, né chiedere aiuto ad altre persone fuori o dentro l'automobile". L'automazione della rotta serve a "inibire il processo di fare esperienza del mondo fisico navigando al suo interno".

[...]

Nelle mappe computerizzate ci piace scorgere versioni interattive e high-tech delle mappe cartacee, ma è una valutazione sbagliata. Si tratta soltanto di una nuova manifestazione del mito della sostituzione. Le mappe tradizionali ci danno un contesto. Esse ci forniscono la panoramica di una zona e ci impongono di capire qual è la nostra attuale collocazione, e, quindi, di pianificare o visualizzare la rotta migliore verso la prossima meta. Certo, richiedono un po' di fatica – come fa qualsiasi buono strumento –, tuttavia lo sforzo intellettivo aiuta la nostra mente a creare la propria mappa cognitiva di una zona. La ricerca ha dimostrato che leggere le mappe rafforza il nostro senso del luogo e affina la nostra capacità di navigazione in modi che possono renderci più facile andare in giro anche quando non abbiamo una mappa a portata di mano. È come se, senza saperlo, il subconscio ci evocasse il ricordo di mappe cartacee per orientarci in una città o in un paese, e fosse capace di determinare nella nostra testa il percorso per raggiungere una certa destinazione. Con un esperimento rivelatore, alcuni ricercatori hanno comprovato che il senso di orientamento di una persona viene effettivamente acuito quando si volge verso il Nord come fanno normalmente le mappe. Le mappe cartacee non si limitano a guidarci da un posto all'altro; ci insegnano come pensare allo spazio.

[...]

Forse sul piano culturale non siamo più così interessati a conservare le capacità di orientamento, ma sul piano personale continuiamo ad averle a cuore. Dopotutto siamo creature terrestri, non puntini astratti che si compongono e procedono lungo lineette blu sugli schermi di un computer. Siamo esseri reali, con corpi reali, in luoghi reali. Imparare a orientarci richiede uno sforzo, che tuttavia è ripagato da soddisfazione e conoscenza. Ne traiamo un senso di realizzazione personale e di autonomia, e ne riceviamo anche un senso di appartenenza: la sensazione di sentirci a casa in un luogo, piuttosto che attraversarlo soltanto. Che si tratti di un cacciatore di caribù sulla banchisa o di un cacciatore di affari su una strada urbana, la capacità di orientarsi apre una via di passaggio dall'alienazione all'attaccamento. Le persone che parlano di "trovare se stesse" possono farci storcere il naso, eppure questo luogo comune, per quanto futile e abusato, riconosce qualcosa che sentiamo nel profondo: il nostro chi siamo si intreccia al dove siamo. Non possiamo strappare il nostro io ai suoi dintorni: o almeno, non senza perdere qualcosa di importante.

Un dispositivo GPS ci permette di andare dal punto A al punto B con uno sforzo e un fastidio ridotti al minimo. Può semplificarci la vita: magari può riempirci, come suggerisce David Brooks, di una sorta di languida beatitudine. Ma quando lo utilizziamo troppo spesso, in cambio, ci sottrae la gioia e la soddisfazione di imparare qualcosa del mondo che ci circonda e di renderlo parte di noi. L'antropologo Tim Ingold, dell'Università di Aberdeen, in Scozia, traccia una distinzione tra due modi opposti di viaggiare: farsi strada e trasportarsi. Spiega che "farsi strada" a piedi è "il nostro modo più basilare di essere nel mondo". Immerso nel paesaggio, in sintonia con le sue caratteristiche e le sue risorse, il viandante si fa strada e "gode di un'esperienza di movimento in cui l'azione e la percezione sono intimamente connesse". Avanzare diventa "un continuo processo di crescita e sviluppo, un autorinnovamento". Invece il trasporto è "essenzialmente finalizzato alla destinazione". Non è tanto un processo di scoperta "lungo un percorso esistenziale", quanto un mero "trasportare persone e merci passando attraverso, da posizione a posizione, in modo tale da lasciare inalterata la loro natura essenziale". Nel trasporto, in effetti, il viaggiatore non si muove in modo significativo. "Piuttosto viene spostato, diventa un passeggero nel suo stesso corpo."

[...]

Infatti O'Keefe e i Moser, così come altri scienziati, hanno cominciato a teorizzare che il "viaggio mentale" della memoria sia governato dagli stessi sistemi cerebrali che ci consentono di muoverci all'interno del mondo. In un articolo pubblicato nel 2013 su Nature Neuroscience, Edvard Moser e il suo collega György Buzsáki hanno fornito ampia evidenza sperimentale del fatto che "i meccanismi neuronali che si sono evoluti per definire la relazione spaziale tra diversi punti di riferimento possono servire anche a rappresentare l'associazione tra oggetti, eventi e altri tipi di informazioni fattuali". Sulla scorta di simili associazioni, tessiamo i ricordi delle nostre vite. Si può ben dire che il senso d'orientamento del cervello – il suo antico, intricato modo di tracciare e registrare il movimento nello spazio – sia la fonte evolutiva della facoltà del ricordare.

Quel che accade quando questa fonte si prosciuga è piuttosto spaventoso. A mano a mano che invecchiamo, il nostro senso spaziale tende a deteriorarsi, e nei casi peggiori lo perdiamo del tutto. Uno dei più precoci e debilitanti sintomi della demenza, e anche del morbo di Alzheimer, è la degenerazione dell'ippocampo e della corteccia entorinale, che comporta la perdita della memoria spazíale.

[...]

Bohbot e altri ricercatori sostengono che serviranno ulteriori ricerche per accertare se a lungo termine l'uso dei dispositivi GPS indebolisca la memoria e induca il rischio di senilità. Tuttavia, visto ciò che abbiamo imparato sugli stretti legami tra la navigazione, l'ippocampo e la memoria, è del tutto plausibile che se ci risparmiamo la fatica di stabilire dove siamo e dove stiamo andando potremmo incorrere in conseguenze impreviste e poco salutari. Poiché, infatti, la memoria non soltanto ci rende capaci di ricordare eventi passati, ma anche di reagire in modo intelligente a eventi presenti e di pianificare quelli futuri, qualsiasi problema nel suo funzionamento tenderebbe a diminuire la qualità della nostra vita.

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L'ergonomia, ovvero l'arte e la scienza di adattare gli strumenti e i luoghi di lavoro alle persone che li usano, risale almeno all'antica Grecia. Ippocrate, nei Trattati di chirurgia, dà precise istruzioni su come le sale operatorie devono essere illuminate e attrezzate, sul modo in cui vanno predisposti e maneggiati i ferri chirurgici, perfino su come deve vestirsi il chirurgo. Nel disegno di molti utensili greci riscontriamo la squisita considerazione del modo in cui forma, peso e bilanciamento di uno strumento incidono sulla produttività, sull'energia e sulla salute di un lavoratore. Anche in antiche civiltà dell'Asia troviamo indizi del fatto che gli attrezzi di lavoro venissero attentamente concepiti in funzione del benessere fisico e psicologico del lavoratore.

Tuttavia è soltanto con la Seconda guerra mondiale che l'ergonomia ha cominciato a emergere (insieme alla sua cugina più teorica, la cibernetica) come disciplina formale. Molte migliaia di soldati inesperti e nuove reclute dovevano maneggiare armi e macchinari complicati e pericolosi, e il tempo per addestrarli era poco. Forme scomode e controlli cervellotici erano diventati intollerabili. Grazie a pionieri del pensiero come Norbert Wiener e gli psicologi dell'Air Force statunitense Paul Fitts e Alphonse Chapanis, quanti pianificavano l'azione militare e industriale cominciarono a convincersi del fatto che, per il buon funzionamento di un complesso sistema tecnologico, gli esseri umani dovevano rivestire un ruolo non meno centrale delle componenti meccaniche e dei controlli elettronici. Non è possibile ottimizzare una macchina per poi forzare il lavoratore a adattarvisi, secondo i rigidi dettami tayloristici: la macchina va disegnata per adattarsi al lavoratore.

Ispirato dapprima dallo sforzo bellico e poi dall'obiettivo di introdurre i computer nel commercio, nel governo e nella scienza, un ampio e specializzato gruppo di psicologi, fisiologi, neurobiologi, ingegneri, sociologi e progettisti cominciò a dedicare le proprie svariate competenze a studiare l'interazione tra l'uomo e le macchine. Può darsi che la loro attenzione andasse principalmente ai campi di battaglia e alle fabbriche, ma la loro aspirazione era profondamente umanista: riunire le persone e la tecnologia in una simbiosi produttiva, flessibile e sicura, una collaborazione uomo-macchina armoniosa che avrebbe tratto il meglio da entrambe le parti. Se la nostra è un'era di sistemi complessi, gli ergonomisti sono i nostri metafisici.

O, almeno, dovrebbero esserlo. Troppo spesso le scoperte e i progressi nel campo dell'ergonomia – o ingegneria dei fattori umani, come oggi è comunemente nota – vengono ignorati o accolti distrattamente. La considerazione degli effetti dei computer e di altre macchine sulle menti e sui corpi delle persone è stata abitualmente ostacolata dal desiderio di raggiungere il massimo di efficienza, velocità e precisione, se non, semplicemente, di trarne il massimo profitto possibile. I programmatori software ricevono poca o nessuna formazione in ergonomia, e fanno ampiamente a meno di studi rilevanti sui fattori umani. Né è di aiuto che ingegneri e informatici, tutti concentrati sulla matematica e sulla logica, nutrano una connaturata antipatia verso le preoccupazioni più "dolci" dei loro omologhi nel campo dei fattori umani. Qualche anno prima della propria morte, avvenuta nel 2006, David Meister, pioniere dell'ergonomia, ripercorrendo la propria carriera ha scritto che lui e i suoi colleghi "hanno sempre lavorato in un clima di avversione, perciò qualsiasi successo era stato fondamentalmente inatteso". Il corso del progresso tecnologico, concludeva nostalgicamente, "è legato alla sete di lucro; di conseguenza, apprezza ben poco l'umano".

Non è stato sempre così. Al progresso come motore della storia si cominciò a guardare per la prima volta nella seconda metà del XIX secolo, quando le scoperte scientifiche dell'Illuminismo iniziarono a trovare applicazione concreta nelle macchine della Rivoluzione industriale. Quella fu anche, e non per caso, un'epoca di rivolgimenti politici. Gli ideali democratici e umanitari dell'Illuminismo culminarono nelle rivoluzioni in America e in Francia, ed estesero la propria influenza sulla visione della società riguardo alla scienza e alla tecnologia. I progressi tecnici vennero considerati – dagli intellettuali, ma non sempre dai lavoratori – come mezzi per le riforme politiche. Il progresso veniva definito in termini sociali, mentre la tecnologia rivestiva un ruolo secondario. Per dirla con lo storico culturale Leo Marx, pensatori illuministici come Voltaire, Joseph Priestley e Thomas Jefferson considerarono "le nuove scienze e tecnologie non come fini a se stesse, ma come strumenti per compiere una trasformazione completa della società".

[...]

Gli ergonomisti definiscono technology-centered automation, automazione incentrata sulla tecnologia, questo approccio prevalente. Riflettendo una fede quasi religiosa nella tecnologia, e un'altrettanto fervida sfiducia negli esseri umani, esso soppianta gli ideali umanisti con obiettivi misantropici. Traduce in un'etica progettuale il banale luogo comune "chi ha bisogno degli umani?" del sognatore tecnofilo. A mano a mano che le macchine e gli strumenti software che ne derivano fanno il loro ingresso nei posti di lavoro e nelle case, introducono questo ideale misantropico nelle nostre vite. "La nostra società ha involontariamente assunto un orientamento centrato sulle macchine", scrive Donald Norman , uno scienziato cognitivista che ha firmato libri sul product design, "che antepone le esigenze della tecnologia a quelle dell'uomo, costringendoci così a un ruolo di spalla che non ci è assolutamente congeniale. Quel che è peggio, però, è che, operando il confronto con le macchine da questa prospettiva, l'uomo appare pieno di difetti, e soprattutto incapace di azioni precise, ripetitive e accurate". Sebbene oggi questa visione sia "naturale e molto diffusa", essa deforma il sentimento che abbiamo di noi stessi. "Enfatizza compiti e attività che non sarebbero di nostra pertinenza e ignora al tempo stesso le nostre capacità e i nostri attributi più importanti – attività che le macchine non sono capaci di eseguire o nelle quali danno al massimo prestazioni scadenti. Quando assumiamo il punto di vista centrato sulla macchina, non facciamo che giudicare le cose in base ai loro pregi artificiali e meccanici."

È del tutto logico che chi ha un'inclinazione per la meccanica assuma anche una visione meccanica della vita.

[...]

Da molto tempo gli esperti di fattori umani fanno pressioni sui progettisti affinché abbandonino la prospettiva tecnocentrica per abbracciare al suo posto la human-centered automation, l'automazione antropocentrica, incentrata sull'uomo. Invece di partire da un'analisi delle capacità della macchina, il design antropocentrico prende le mosse dall'attenta valutazione delle doti e dei limiti delle persone che useranno la macchina o comunque interagiranno con essa. Esso restituisce allo sviluppo tecnologico quei principi umanistici che avevano ispirato i primi ergonomisti. L'obiettivo è suddividere ruoli e responsabilità in maniera tale non soltanto da trarre profitto dalla velocità e dalla precisione del computer, ma anche da mantenere i lavoratori impegnati, attivi e vigili: dentro il loop, non ai suoi margini.

Raggiungere un equilibrio del genere non è difficile. Decenni di ricerche ergonomiche ci dicono che esso dipende da una serie di scelte esplicite. Un software di sistema può essere programmato in modo da spostare dal computer all'operatore il controllo su funzioni critiche, a intervalli frequenti ma irregolari. Il fatto di sapere che prima o poi, in un momento qualsiasi, ci sarà bisogno di mettersi ai comandi mantiene le persone attente e impegnate, incrementando la consapevolezza della situazione (situational awareness) e le procedure di apprendimento. Un ingegnere progettista può imporre al campo di applicazione dell'automazione dei limiti tali da garantire che quanti opereranno con i computer svolgeranno lavori stimolanti anziché restare confinate nel ruolo passivo di osservatori. Dare più cose da fare alle persone favorisce l'effetto generazione. Un progettista può anche dare all'operatore un feedback sensoriale diretto sul rendimento del sistema attraverso richiami uditivi, tattili, nonché avvisi sullo schermo, anche per quelle attività che restano delegate al computer. Un riscontro regolare incrementa l'impegno e aiuta l'operatore a mantenersi vigile.

Una delle più interessanti applicazioni della visione incentrata sull'uomo è l' automazione adattiva. Nei sistemi adattivi il computer è programmato per dedicare attenzione diretta a chi lo utilizza. La divisione del lavoro tra il software e l'operatore umano viene costantemente adeguata a ciò che accade in ogni preciso istante.

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Oppure si pensi al motore di ricerca Google. Nella sua forma originale, si presentava come nient'altro che una finestra di testo vuota. L'interfaccia era un modello di semplicità, ma il servizio ci affidava il compito di pensare a ciò che volevamo cercare, e di comporre e precisare consapevolmente un insieme di parole chiave per ottenere i migliori risultati. Ora questo non è più necessario. Nel 2008 l'azienda ha introdotto Google Suggest, una routine di autocompletamento che utilizza algoritmi predittivi per anticipare ciò che si sta cercando. Non appena si inserisce una lettera nello spazio di ricerca, Google adesso offre una serie di suggerimenti sulla richiesta che è possibile formulare. A ogni lettera successiva compare un nuovo gruppo di suggerimenti. L'iperattiva sollecitudine dell'azienda cela una ricerca di efficienza pressoché monomaniacale. Facendo propria la visione misantropica dell'automazione, Google ha finito per considerare debole e inesatta la cognizione umana: un processo biologico faticoso che è meglio affidare a un computer. "Penso che tra pochi anni la maggioranza delle ricerche troverà risposta senza nemmeno bisogno di chiedere", dice Ray Kurzweil , l'inventore e futurologo che nel 2012 è stato nominato direttore della divisione Engineering di Google. L'azienda in futuro semplicemente "saprà che questo è qualcosa che tu vorrai vedere". L'obiettivo finale è quello di automatizzare del tutto l'atto della ricerca, di escludere la volontà umana dalla mappa.

Anche social network come Facebook sembrano pervasi da un'aspirazione analoga. Attraverso la "scoperta" statistica di amici potenziali, la messa a disposizione di bottoni come il "Mi piace" e altre manifestazioni "cliccabili" di affetto, e la gestione automatizzata di molti degli aspetti delle relazioni personali che consumano tempo, si vuole standardizzare l'imprevedibile processo dell'aggregazione umana. Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, elogia tutto questo come un "condividere senza attriti": la soppressione dello sforzo cosciente dalla socializzazione. Eppure c'è qualcosa di ripugnante nell'applicare gli ideali burocratici di velocità, produttività e standardizzazione alle nostre relazioni con gli altri. I vincoli più significativi non si forgiano tramite transazioni in un mercato o altri scambi di dati prestabiliti. Le persone non sono nodi nelle maglie di una rete. I rapporti richiedono fiducia, cortesia e sacrificio, ovvero requisiti che a una mente tecnocratica appaiono cause di inefficienza e di svantaggio. Togliere l'attrito ai vincoli sociali non li rafforza; li indebolisce. Li rende più simili ai legami che ci sono tra consumatori e prodotti: facili da stabilire e ancor più facili da spezzare.

Come genitori asfissianti che non lasciano mai fare ai loro figli niente da soli, Google, Facebook e altri produttori di software personale finiscono col degradare e diminuire qualità del carattere che, almeno in passato, venivano considerate essenziali per una vita piena e soddisfacente: ingegno, curiosità, indipendenza, perseveranza, iniziativa. Può darsi che in futuro faremo un'esperienza soltanto vicaria di questi talenti, attraverso l'eroismo di personaggi d'azione come John Marston, nei mondi fantastici che conosciamo attraverso gli schermi.

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Negli anni Novanta, proprio quando la bolla delle dot-com cominciava a gonfiarsi, molti si appassionarono all'"informatica ubiqua" (ubiquitous computing). Presto, assicuravano gli esperti, i microchip sarebbero stati dappertutto: inseriti nei macchinari industriali e nelle scaffalature dei magazzini, affissi sui muri degli uffici, dei negozi e delle case, interrati nei pavimenti e sospesi nell'aria, installati nei beni di consumo e intessuti nei vestiti, perfino fluttuanti nei nostri corpi. Dotati di sensori e trasmettitori, i minuscoli computer avrebbero misurato qualsiasi variabile concepibile: dal logoramento del metallo alla temperatura del suolo, allo zucchero nel sangue, e avrebbero inviato le loro misurazioni, via Internet, a centri di gestione dati dove computer più grandi avrebbero elaborato quei numeri ed estratto istruzioni per mantenere qualsiasi cosa in ordine e in sincronia. L'informatica sarebbe stata pervasiva; l'automazione ci avrebbe circondati completamente. Saremmo vissuti nel paradiso dei geeks, dei tecnofulminati: un mondo trasformato in una macchina programmabile.

Una delle origini di questo mito è stata lo Xerox PARC, il leggendario laboratorio di ricerca di Silicon Valley dove Steve Jobs trovò ispirazione per il Macintosh. Gli ingegneri e gli informatici del PARC pubblicarono una serie di articoli in cui descrivevano un futuro in cui i computer sarebbero stati così profondamente intrecciati nel "tessuto della vita di ogni giorno" da diventare "indistinguibili da esso"." Non ci saremmo neppure più accorti di tutti i calcoli in atto attorno a noi. Saremmo stati così saturi di dati, così assistiti dal software, che, anziché sperimentare l'ansia dell'eccesso informativo, ci saremmo sentiti "pacificati". Sembrava idilliaco. Ma i ricercatori del PARC non erano Pollyanna. Essi esprimevano anche delle riserve sul futuro che pronosticavano. Temevano che l'informatica ubiqua sarebbe stato il nascondiglio ideale del Grande Fratello. "Se il sistema informativo è tanto invisibile quanto esteso", scriveva nel 1999 Mark Weiser, tecnologo dirigente del laboratorio, in un articolo su IBM Systems Journal, "diventerà difficile sapere cosa controlla cosa, cosa è connesso con cosa, da che parte scorre l'informazione [e] come sta venendo utilizzata". A quel punto dovremo riporre un'enorme fiducia nelle persone e nelle agenzie che fanno funzionare il sistema.

L'entusiasmo per l'informatica ubiqua si rivelò prematuro, come anche le ansie. La tecnologia degli anni Novanta non era pronta a rendere il mondo leggibile dalle macchine, e dopo lo scoppio della bolla delle dot-com gli investitori non erano dell'umore di finanziare l'installazione di costosi microchip e sensori dappertutto. Ma molto è cambiato nei successivi quindici anni. Oggi le equazioni economiche sono assai diverse. Il prezzo del materiale informatico è calato a picco, così come il costo della trasmissione di dati ad alta velocità. Aziende come Amazon, Google e Microsoft hanno trasformato l'elaborazione dati in un servizio primario. Hanno creato una "nuvola informatica" (cloud), una rete che consente di raccogliere ed elaborare grandi masse di dati in efficienti server centralizzati per poi alimentare applicazioni per smartphone e tablet o circuiti di controllo delle macchine.

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Lo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke si è chiesto una volta: "Può la sintesi tra uomo e macchina rimanere stabile, o la componente puramente organica del binomio è destinata a divenire un impaccio dal quale liberarsi?". Quantomeno nel mondo imprenditoriale, non si vede all'orizzonte alcuna stabilità nella divisione del lavoro tra esseri umani e computer. I metodi imperanti di comunicazione e coordinamento computerizzati assicurano che il ruolo delle persone continuerà a contrarsi. Abbiamo progettato un sistema che ci scarta. Se la disoccupazione tecnologica peggiorerà nei prossimi anni, sarà più il risultato della nostra nuova e sotterranea infrastruttura di automazione che non la conseguenza di qualsiasi particolare installazione di robot nelle fabbriche o di applicazioni di supporto decisionale negli uffici. I robot e le applicazioni sono la flora visibile della struttura radicale profonda, diffusa e implacabilmente invasiva, che è l'automazione.

Questo sistema di radici sta anche nutrendo la diffusione dell'automazione nella cultura intesa in senso più ampio. Dalla fornitura dei servizi pubblici alla cura dei legami amicali e familiari, la società si sta riconfigurando per adattarsi ai contorni della nuova infrastruttura computerizzata. L'infrastruttura orchestra gli scambi istantanei di dati che rendono possibili le automobili autonome e gli eserciti di robot killer. Fornisce la materia prima agli algoritmi predittivi che ispirano le decisioni di individui e gruppi. Sostiene l'automatizzazione di aule, biblioteche, ospedali, negozi, chiese e case: tutti luoghi tradizionalmente associati al tocco umano. Consente alla NSA (l'Agenzia di sicurezza nazionale americana), così come ad altre agenzie di spionaggio, ma anche a centrali del crimine e a organizzazioni ficcanaso, di svolgere vigilanza e spionaggio su una scala che non ha precedenti. Per causa sua, buona parte dei nostri discorsi pubblici e delle nostre conversazioni private è diventata visibile su piccoli schermi. E grazie alla sua presenza i nostri vari terminali digitali hanno la capacità di guidarci lungo la giornata, offrendoci un flusso continuo e personalizzato di avvisi, istruzioni e consigli.

Ancora una volta, gli uomini e le istituzioni stanno sviluppando caratteristiche che li adattano alle caratteristiche della tecnologia dominante. L'industrializzazione non ci ha trasformati in macchine, e neppure l'automazione farà di noi degli automi. Non siamo così semplici. Ma la diffusione dell'automazione sta rendendo le nostre vite più programmatiche. Abbiamo meno occasioni per mostrare la nostra iniziativa e il nostro ingegno, per manifestare quella fiducia in noi stessi che una volta era considerata il caposaldo del carattere. Se non cominciamo a porci qualche interrogativo sulla strada verso cui ci siamo incamminati, questa tendenza potrà soltanto accelerare.

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Le difficili questioni etiche sollevate dalla prospettiva di programmare automobili e soldati robotizzati – chi controlla il software? Chi sceglie che cosa va ottimizzato? Quali intenzioni e interessi rifletterà il codice? – non sono meno pertinenti riguardo agli sviluppi dei programmi usati per automatizzare le nostre vite. Quando i software aumentano la loro influenza su di noi – dando forma al modo in cui lavoriamo, all'informazione che vediamo, ai percorsi che attraversiamo, alle nostre interazioni con gli altri –, diventano una sorta di controllo a distanza. Diversamente dai robot e dai droni, noi abbiamo la libertà di rifiutare le istruzioni e i suggerimenti del software. Tuttavia è difficile sottrarci al loro influsso. Quando lanciamo un'app, chiediamo di essere guidati: ci mettiamo nelle mani della macchina.

Guardiamo più attentamente Google Maps. Quando stiamo attraversando una città e consultiamo quell'app, essa non ci fornisce soltanto suggerimenti di navigazione: ci offre un modo di pensare le città. Nel software è integrata una filosofia del luogo che riflette, fra le altre cose, gli interessi commerciali di Google, le esperienze e i preconcetti dei suoi programmatori, i pregi e i difetti che il software possiede riguardo alla rappresentazione spaziale. Nel 2013 l'azienda ha prodotto una nuova versione di Google Maps. Adesso, anziché offrire una rappresentazione della città identica per tutti, genera una mappa configurata su quelli che Google percepisce come i nostri bisogni e i nostri desideri, basata sulle informazioni che l'azienda ha raccolto su di noi. L'app evidenzierà ristoranti e altri punti d'interesse raccomandati dagli amici nel nostro social network. Fornirà indicazioni stradali che riflettono le nostre precedenti scelte di navigazione. Ciò che vediamo, dice l'azienda, è "soltanto per noi, e si adatta di continuo a quel che vogliamo fare, momento per momento".

Suona attraente, ma è limitante. Google sopprime la serendipità in favore dell'isolamento. Spazza via, con un asettico algoritmo, il contagioso disordine di una città. Forse va smarrito proprio quello che è il modo più importante di guardare a una città, come a uno spazio pubblico condiviso non soltanto dai nostri amici, bensì da un'enorme varietà di sconosciuti. "L'urbanismo di Google", commenta il critico tecnologico Evgeny Morozov , "è animato dall'intenzione di raggiungere un centro commerciale nella sua macchina autoguidata. Ha un carattere profondamente utilitarista, perfino egoista, e si preoccupa poco o niente di come viene vissuto lo spazio pubblico. Nel mondo di Google, lo spazio pubblico è soltanto qualcosa che esiste tra casa nostra e il ristorante ben recensito che non vediamo l'ora di raggiungere". Anzitutto la convenienza.

I social network ci spingono a presentarci in un modo adeguato agli interessi e ai pregiudizi delle aziende che li gestiscono. Facebook, attraverso la sua Timeline e altre funzioni documentali, spinge i suoi membri a pensare che la loro immagine pubblica sia indistinguibile dalla loro identità. Vuole rinchiuderli in un "io" unico, uniforme e persistente nel corso delle loro vite, che si dispiega in una narrazione coerente dall'infanzia fino, si deve presumere, alla morte. Una visione coerente con l'angusta concezione che il fondatore ha dell'io e delle sue possibilità. "Tu hai una sola identità", ha detto Mark Zuckerberg. "Probabilmente stanno finendo i giorni in cui avevamo un'immagine diversa da mostrare ai colleghi e a tutti gli altri." Il fondatore di Facebook sostiene perfino che "avere due identità personali è sinonimo di scarsa integrità". Non stupisce che questa visione concordi con il desiderio di Facebook di impacchettare i suoi membri in gruppi di dati ordinati e coerenti per gli annunci pubblicitari. Con in più il beneficio di far sembrare meno giustificate le preoccupazioni riguardanti la privacy personale. Se avere più di un'identità significa scarsa integrità, il desiderio di tenere al di fuori del pubblico dominio certi pensieri e certe attività suggerisce una debolezza di carattere. Ma la concezione dell'individuo imposta da Facebook tramite il suo software può risultare soffocante. Raramente l'io è fisso: ha piuttosto una qualità proteiforme. Emerge con l'esplorazione personale e si modifica con le circostanze. Questo accade specialmente durante gli anni della giovinezza, quando la concezione che la persona ha di sé è fluida, soggetta a verifiche, a sperimentazioni e a revisioni. Restare incatenati a un'identità, specie in una fase precoce della vita, può precludere possibilità di crescita e di realizzazione personale.

Qualsiasi elemento di un software contiene simili assunti nascosti. I motori di ricerca automatizzano la ricerca intellettuale sulla base della precedenza che accordano alla popolarità e all'attualità rispetto alla divergenza di opinioni, al rigore degli argomenti o alla qualità dell'espressione. Come tutti i programmi analitici, racchiudono un preconcetto a favore dei criteri suscettibili di analisi statistiche, mentre mettono in secondo piano quelli che invece implicano il gusto o altri criteri soggettivi. Gli algoritmi automatizzati di correzione dei testi incoraggiano negli studenti un apprendimento meccanico della scrittura. I software sono sordi rispetto al tono, si disinteressano delle sfumature della conoscenza e resistono ostinatamente all'espressione creativa. La deliberata infrazione di una regola grammaticale può divertire un lettore, ma per il computer è un anatema. I sistemi di raccomandazione, quando suggeriscono un film o un potenziale partner sentimentale, compiacciono i nostri desideri già esistenti anziché sfidarci con qualcosa di nuovo e inatteso. Essi danno per scontato che preferiamo l'abitudine all'avventura, la prevedibilità alla sorpresa. Le tecnologie dell'automazione casalinga, che permettono di programmare meticolosamente cose come l'illuminazione, il riscaldamento, la cucina e l'intrattenimento, impongono alla vita domestica una mentalità tayloristica. Incoraggiano sottilmente le persone a adattarsi a ritmi e orari prestabiliti, facendo assomigliare le case a uffici.

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La tecnologia è cruciale sia per il lavoro della conoscenza sia per quello della produzione. Il corpo umano, nel suo stato nativo, senza accessori, è debole. È limitato quanto a forza, destrezza, portata sensoriale, capacità di calcolo, memoria. Tocca ben presto i limiti di ciò che può fare. Ma il corpo comprende una mente che può immaginare, desiderare e pianificare conquiste che il corpo umano da solo non saprebbe ottenere. È questa tensione tra ciò che il corpo può compiere e ciò che la mente può visualizzare che ha fatto nascere la tecnologia e continua a spingerla e a darle forma. È lo stimolo che l'umanità avverte verso l'espansione di se stessa e verso l'elaborazione della natura. La tecnologia non è ciò che ci rende "post-umani" o "trans-umani", come hanno suggerito di recente alcuni scrittori e accademici. È ciò che ci rende umani. Essa fa parte della nostra natura. Attraverso gli strumenti diamo forma ai nostri sogni. Li mettiamo al mondo. Forse la dimensione pratica della tecnologia la distingue dall'arte, ma entrambe erompono da una medesima aspirazione, nitidamente umana.

Uno dei molti compiti ai quali il corpo umano non è preparato è falciare l'erba. (Chi non ci crede, provi pure.) Il mietitore riesce a fare il suo lavoro, a essere appunto un mietitore, grazie allo strumento che impugna, la falce. Il mietitore è, e deve essere, potenziato dalla tecnologia. Lo strumento fa il mietitore, e l'abilità del mietitore nell'usare lo strumento rifà il mondo per lui. Il mondo diventa un posto in cui egli può agire da mietitore, in cui può ordinare il prato in solchi. Questa idea, che a prima vista può apparire banale o anche tautologica, dice qualcosa di elementare sulla vita e sulla formazione dell'io.

"Il nostro corpo è il nostro mezzo generale per avere un mondo", ha scritto nel 1945 il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty nel suo capolavoro Fenomenologia della percezione. La nostra conformazione fisica – il fatto che camminiamo ritti su due gambe a una certa altezza, che abbiamo due mani con pollici opponibili, che i nostri occhi ci consentono di vedere in un certo modo, che abbiamo una certa tolleranza al caldo e al freddo – determina la nostra percezione del mondo in un modo che precede, e poi plasma, i nostri pensieri coscienti su di esso. Vediamo una pietra, fra le altre cose, come un'arma, perché la particolare struttura delle nostre mani e delle nostre braccia ci rende possibile raccoglierla e scagliarla. La percezione, come la cognizione, è incarnata.

Ne segue che quando acquisiamo una nuova capacità non alteriamo soltanto le nostre facoltà corporee, ma cambiamo il mondo. L'oceano rivolge al nuotatore un invito che invece nasconde a chi non ha mai imparato a nuotare. Con ogni abilità che arriviamo a padroneggiare, il mondo si rimodella per rivelare possibilità più ampie. Diventa più interessante, e offre nuove soddisfazioni a chi vive al suo interno. Forse è a questo che pensava Spinoza, il filosofo olandese settecentesco che si ribellò alla bipartizione stabilita da Descartes tra mente e corpo, scrivendo: "La mente umana è atta a percepire moltissime cose, ed è tanto più atta quanto più sono numerosi i modi in cui il suo corpo può essere disposto".

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Consentendoci di agire in modi che trascendono i nostri limiti fisici, la tecnologia altera anche la nostra percezione del mondo e di ciò che esso significa per noi. Il potere trasformativo della tecnologia è più appariscente negli strumenti per la scoperta – dal microscopio e dall'acceleratore di particelle dello scienziato alla canoa e alla nave spaziale dell'esploratore –, ma è presente in tutti gli strumenti, anche in quelli che adoperiamo nella nostra vita di tutti i giorni. Ogni volta che uno strumento ci porta a coltivare un nuovo talento, il mondo diventa un luogo diverso e più interessante, uno scenario di opportunità ancora più grandi. Alle possibilità della natura si aggiungono quelle della cultura. "Talvolta", ha scritto Merleau-Ponty, "il significato perseguito non può essere raggiunto con i mezzi naturali del corpo; il corpo deve allora costruirsi uno strumento, e proietta attorno a sé un mondo culturale". Il valore di uno strumento ben fatto e ben usato non consiste soltanto in ciò che produce per noi, ma in ciò che produce in noi. Nei suoi aspetti migliori, la tecnologia apre territori nuovi. Ci dà un mondo che è al tempo stesso più comprensibile per i nostri sensi e meglio conformato alle nostre intenzioni: un mondo in cui ci sentiamo più a casa. "Il mio corpo è in presa sul mondo", ha spiegato Merleau-Ponty, "quando la mia percezione mi offre uno spettacolo il più possibile vario e chiaramente articolato, quando le mie intenzioni motorie, dispiegandosi, ricevono dal mondo le risposte che attendono". Quando è usata in modo avveduto e con abilità, la tecnologia è assai più di un mezzo di produzione o di consumo. Diventa un mezzo di esperienza. Ci offre nuovi modi per condurre una vita ricca e stimolante.

Guardiamo più attentamente la falce. È un attrezzo semplice, ma ingegnoso. Inventata verso il 500 a.C. dai Romani o dai Galli, è fatta da una lama curva, forgiata col ferro o con l'acciaio, fissata in cima a un lungo palo di legno, che è il manico. A metà del manico di solito c'è una piccola impugnatura, o uno spuntone, di legno, che permette di imbracciare e bilanciare l'utensile con entrambe le mani. La falce è una variazione della roncola, un attrezzo da taglio – a manico corto – molto più antico, inventato nell'Età del bronzo, che ha ricoperto un ruolo essenziale nell'iniziale sviluppo dell'agricoltura e, di conseguenza, della civiltà. A rendere la falce un'innovazione fondamentale è stato il fatto che il suo manico lungo consentisse all'agricoltore, o a qualsiasi lavoratore, di tagliare l'erba al livello del terreno restando eretto. Si poteva raccogliere fieno o grano, e falciare un campo, più velocemente di prima. L'agricoltura fece un salto in avanti.

La falce accrebbe la produttività del lavoratore nel campo, ma i suoi benefici andarono oltre ciò che si poteva misurare in termini di rendimento. Essa era un attrezzo piacevole da usare, molto più idonea al lavoro corporeo della mietitura di quanto non lo fosse la roncola. Anziché chinarsi o accovacciarsi, l'agricoltore poteva camminare con un passo normale e impiegava nel lavoro le due mani, insieme a tutta la forza del suo torso. La falce è stata sia un aiuto sia un invito al lavoro qualificato che permetteva di fare. Nella sua forma scorgiamo un modello della tecnologia a misura d'uomo, di strumenti che estendono le capacità produttive della società senza circoscrivere le dimensioni individuali dell'azione e della percezione. Al contrario, come Frost chiarisce in Mietitura, la falce intensifica in chi la utilizza il coinvolgimento e la comprensione del mondo. Il mietitore che fa oscillare la sua falce fa di più, ma sa anche di più. Nonostante le apparenze esteriori, la falce è un attrezzo tanto della mente quanto del corpo.

Non tutti gli strumenti ci sono altrettanto congeniali. Alcuni ci distolgono dal compiere un'azione con abilità. Anziché invitarci nel mondo e incoraggiarci a sviluppare nuovi talenti che allarghino le nostre percezioni ed espandano le nostre possibilità, le tecnologie digitali dell'automazione spesso hanno l'effetto opposto. Sono progettate per scoraggiare. Ci allontanano dal mondo. Non lo si deve soltanto allo stile di progettazione prevalente, che essendo incentrato sulla tecnologia colloca la facilità e l'efficienza al di sopra di qualsiasi altra considerazione. Vi è anche riflesso il fatto che il computer, nella nostra vita personale, è diventato un mediatore: il suo software è stato minuziosamente programmato per conquistare e trattenere la nostra attenzione. Come ormai quasi tutti sanno per esperienza, lo schermo del computer ha un fascino fortissimo, che ci attrae non soltanto per le prestazioni offerte, ma anche per le tante distrazioni che propone. C'è sempre qualcosa in corso, e possiamo parteciparvi in qualsiasi momento senza il minimo sforzo. Ma lo schermo, con tutti i suoi stimoli e tentazioni, è un ambiente inadeguato: è veloce, efficiente, nitido, ma rivela soltanto un'ombra del mondo.

Ciò vale anche per le più elaborate e dettagliate simulazioni spaziali che troviamo in applicazioni di realtà virtuale come giochi, modelli CAA, mappe tridimensionali e strumenti che i chirurghi e altri professionisti usano per controllare robot. Le rappresentazioni digitali dello spazio possono stimolare i nostri occhi e, su scala minore, le nostre orecchie, ma tendono a far morire d'inedia gli altri sensi – tatto, olfatto, gusto – e a restringere sensibilmente i movimenti del nostro corpo. Una ricerca sui roditori, pubblicata su Science nel 2013, rilevava come le cellule di posizione del cervello siano molto meno attive quando gli animali attraversano paesaggi generati dal computer, rispetto a quando si muovono nel mondo reale. "La metà dei neuroni semplicemente tace", ha commentato uno dei ricercatori, il neurofisiologo Mayank Mehta, della UCLA. Mehta ritiene che il crollo dell'attività mentale sia probabilmente dovuto all'assenza di "'segni prossimali' – odori, suoni e tracce ambientali che apportano elementi di localizzazione – nelle simulazioni spaziali digitali". "La mappa non è il territorio", dice la celebre frase del filosofo polacco Alfred Korzybski, e nemmeno una rappresentazione virtuale è il territorio che rappresenta. Quando entriamo nella gabbia di vetro, ci viene chiesto di spogliarci di buona parte del nostro corpo. Questo non ci libera: ci impoverisce.

A sua volta il mondo perde di significato. Più ci adattiamo al nostro ambiente razionalizzato, più diventiamo incapaci di percepire ciò che il mondo offre ai suoi abitanti più appassionati. Viaggiamo alla cieca, come il giovane inuit che si fa guidare dal satellite. Il risultato è un impoverimento esistenziale, poiché sia la natura sia la cultura ritirano i loro inviti ad agire e a percepire. L'Io può prosperare e crescere soltanto quando affronta e supera "la resistenza dell'ambiente", come ha scritto John Dewey. "Un ambiente sempre e ovunque congeniale alla realizzazione diretta dei nostri impulsi porrebbe senz'altro termine alla crescita con la stessa certezza con cui un ambiente sempre ostile sembrerebbe irritante e distruttivo. Un impulso continuamente sostenuto nel suo avanzamento compirebbe il proprio cammino senza dare a riflettere e risultando emotivamente morto."

Sebbene la nostra sia un'epoca di benessere materiale e di meraviglie tecnologiche, è però anche un'epoca di disorientamento e di pessimismo. Nel primo decennio di questo secolo la quantità di statunitensi che hanno assunto medicine per la cura della depressione o dell'ansia è salita di circa il 25 per cento. Oggi un adulto su cinque prende abitualmente questi farmaci. Nello stesso decennio il tasso di suicidi di statunitensi di mezz'età è salito di circa il 30 per cento, secondo un rapporto dei Centers for Disease Control and Prevention. Negli Stati Uniti a più del 10 per cento degli alunni della scuola primaria, e a circa il 20 per cento di quelli della scuola secondaria, è stato diagnosticato il disturbo da deficit di attenzione/iperattività, e due terzi di loro prendono medicine come il Ritalin e l'Adderall per curare questa sindrome. Le ragioni della nostra scontentezza sono molte e ben poco comprese. Potrebbe tuttavia rientrarvi il fatto che, inseguendo un'esistenza priva di frizioni, abbiamo finito per trasformare in un luogo desertico quella che Merleau-Ponty denominava la base delle nostre vite. Le sostanze che assopiscono il sistema nervoso offrono una via per imbrigliare il nostro sistema sensoriale vitale, animale, e per ridurre il nostro essere a una dimensione più adeguata ai nostri ambienti costipati.

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Se questo può suonare ingenuo o impossibile, è perché ci siamo lasciati ingannare da una metafora. Abbiamo definito la nostra relazione con la tecnologia non come quella che c'è tra un corpo e una sua estremità, o magari tra due fratelli, ma come quella di un padrone con uno schiavo. L'idea viene da molto lontano. Ha preso corpo agli albori del pensiero filosofico occidentale, emergendo per la prima volta, come ha scritto Langdon Winner, nell'antica Atene. Ragionando sull'amministrazione domestica, all'inizio della Politica, Aristotele sostiene che gli schiavi e gli attrezzi sono sostanzialmente equivalenti: i primi agiscono da "strumenti animati" e i secondi da "strumenti inanimati" al servizio del padrone di casa. Ma se gli attrezzi potessero in qualche modo diventare animati, postula Aristotele, sarebbero in grado di sostituire direttamente il lavoro degli schiavi. "I capi artigiani non avrebbero bisogno di subordinati, né i padroni di schiavi", rifletteva, anticipando l'automazione informatica e perfino l'apprendimento delle macchine, "se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o prevedendolo in anticipo". Sarebbe come se "le spole tessessero da sé e i plettri toccassero la cetra".

Da allora in poi la concezione degli strumenti come schiavi ha aleggiato nel nostro pensiero. Essa informa il ricorrente sogno sociale dell'emancipazione dal lavoro, quello espresso da Marx, Wilde e Keynes, e che tuttora si manifesta nelle opere di tecnofili e tecnofobi. "Oscar Wilde aveva ragione", ha scritto il critico tecnologico Evgeny Morozov nel suo libro del 2013 Internet non salverà il mondo: "La schiavitù meccanica è la precondizione della liberazione umana". Presto avremo tutti "robolavoratori personali" pronti "ai nostri ordini", ha proclamato il tecnoentusiasta Kevin Kelly in un articolo apparso su Wired lo stesso anno. "Faranno i lavori che abbiamo fatto fin qui, e molto meglio di quanto possiamo farli noi." Più ancora, ci renderanno liberi di scoprire "nuove attività che espanderanno il nostro io. Ci consentiranno di concentrarci su come diventare più umani di quanto non fossimo". Kevin Drum, di Mother Jones, sempre nel 2013 ha dichiarato che "alla fine ci aspetta un paradiso robotico di ozio e contemplazione". L'autore ha predetto che entro il 2040 i nostri schiavi computerizzati superintelligenti, superaffidabili e superefficienti – "non si stancano mai, non hanno mai la luna di traverso, non sbagliano mai" – ci avranno riscattati dal lavoro facendoci approdare a un Eden migliorato. "Trascorreremo le nostre giornate come ci pare e piace, forse studiando o forse giocando con i videogiochi. Starà a noi."

A ruoli invertiti, questa stessa metafora incarna anche gli incubi della società riguardanti la tecnologia. Secondo questa opposta prospettiva, la dipendenza dai nostri schiavi tecnologici ci renderebbe a nostra volta schiavi. A partire dal XVIII secolo i critici sociali hanno abitualmente ritratto le macchine industriali impegnate a schiavizzare i lavoratori. "Masse di lavoratori", hanno scritto Marx e Engels nel loro Manifesto del Partito Comunista, "vengono asserviti giorno per giorno, ora per ora dalla macchina". Oggi le persone si lamentano continuamente di sentirsi schiave dei loro apparecchi e dispositivi. "I dispositivi intelligenti a volte ci danno più potere", osservava The Economist in un articolo pubblicato nel 2012 e intitolato "Slaves to the smartphone". "Ma perla maggior parte della gente il servo è diventato un padrone." Più drammaticamente, l'idea di una rivolta dei robot, nella quale i computer dotati di intelligenza artificiale si trasformano da schiavi in padroni, negli ultimi cent'anni è stata un tema centrale delle fantasie distopiche sul futuro. La stessa parola robot, coniata da uno scrittore di fantascienza nel 1920, viene da robota, un termine ceco che significa "servitù".

La metafora padrone-schiavo, oltre ad avere un peso morale, distorce il modo in cui vediamo la tecnologia. Essa rafforza la sensazione che i nostri strumenti siano una cosa separata da noi e che abbiano una loro possibilità di azione indipendente. Cominciamo a giudicare le nostre tecnologie non per ciò che permettono di fare, ma piuttosto per le loro qualità intrinseche in quanto prodotti: la loro ingegnosità, efficienza, novità, stile. Scegliamo uno strumento perché è nuovo, attraente, veloce, non perché ci aiuta a migliorare il nostro contatto col mondo e a espandere il campo delle nostre esperienze e percezioni. Diventiamo meri consumatori di tecnologia.

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La fede nella tecnologia come una forza benevola, in grado di autocurarsi, è seducente. Ci consente di sentirci ottimisti riguardo al futuro mentre ci sgrava dalle responsabilità verso di esso. Conviene specialmente a quanti si sono straordinariamente arricchiti attraverso gli effetti di riduzione del lavoro e di concentrazione dei profitti prodotti dai sistemi e dai computer che loro stessi controllano. Essa fornisce ai nostri nuovi plutocrati un racconto epico in cui loro stessi svolgono il ruolo di protagonisti: le recenti perdite di posti di lavoro possono essere un peccato, ma sono il male necessario sulla via dell'emancipazione della razza umana grazie agli schiavi computerizzati che le nostre benevole aziende stanno creando. Peter Thiel, un fortunato imprenditore e investitore che è diventato una delle voci più autorevoli della Silicon Valley, assicura che "una rivoluzione robotica sostanzialmente avrebbe l'effetto di far perdere il lavoro alla gente". Tuttavia, si affretta ad aggiungere, "darebbe il beneficio di liberare le persone in modo che possano fare molte altre cose". Venire liberati suona molto meglio che venire licenziati.

In questo grandioso quadro futuro c'è una certa insensibilità. Come la storia ci ricorda, l'altisonante retorica sulla tecnologia usata per affrancare i lavoratori spesso maschera il disprezzo per gli operai. Si fa molta fatica a immaginare gli attuali magnati della tecnologia, con le loro inclinazioni libertarie e la loro impazienza verso il potere pubblico, disposti ad accettare quella sorta di gigantesca ridistribuzione della ricchezza che sarebbe necessaria per sovvenzionare svaghi che si autorealizzino per le masse disoccupate. Ma se anche la società riuscisse a escogitare un incantesimo, o un algoritmo magico, per suddividere equamente il bottino dell'automazione, ci sono buone ragioni per dubitare che subentrerebbe qualcosa di simile alla "felicità economica" immaginata da Keynes. In un passo profetico di Vita attiva. La condizione umana, Hannah Arendt ha scritto che se la promessa utopica dell'automazione giungesse davvero a compiersi, il risultato probabilmente assomiglierebbe meno al paradiso che a uno scherzo crudele. L'insieme della società moderna, ha scritto, è stato organizzato come "una società di lavoro" dove lavorare per una paga, e poi spendere quella paga, è la maniera in cui le persone definiscono se stesse e misurano il proprio valore. La maggior parte delle "attività superiori e più significative" onorate in passato è stata emarginata o dimenticata, e "sono rimasti solo pochi individui isolati a considerare il loro lavoro come un'attività creativa piuttosto che come un mezzo di sussistenza". Sarebbe perverso, a questo punto, che la tecnologia soddisfacesse il persistente desiderio dell'umanità di "essere liberata dalle pastoie del lavoro". Essa ci precipiterebbe ancora più a fondo nel purgatorio del malessere. Ciò cui l'automazione ci mette di fronte, conclude Arendt, è la "prospettiva di una società di lavoratori senza lavoro, privati cioè della sola attività rimasta loro. Certamente non potrebbe esserci niente di peggio". L'utopia – ha compreso bene l'autrice – è una forma di miswanting, ci porta a desiderare qualcosa nell'erronea convinzione che possa renderci felici.

I problemi sociali ed economici causati o accentuati dall'automazione non si risolveranno sommergendoli di software. I nostri schiavi inanimati non ci traghetteranno in un'utopia di benessere e armonia. Per risolvere i problemi, o almeno per attenuarli, sarà necessario che la società nel suo insieme si confronti con essi in tutta la loro complessità. Per garantirci un futuro benessere sociale, potremmo dover mettere limiti all'automazione. Può darsi che sia necessario cambiare la nostra visione del progresso, ponendo l'accento sulla crescita sociale e personale più che sull'avanzamento tecnologico. Può darsi, perfino, che arriveremo ad accarezzare un'idea che ha finito per essere considerata impensabile, almeno nei circoli imprenditoriali: dare priorità alle persone sulle macchine.

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