Autore Pierluigi Ciocca
Titolo Tornare alla crescita
SottotitoloPerché l'economia italiana è in crisi e cosa fare per rifondarla
EdizioneDonzelli, Roma, 2018, Saggine 313 , pag. 218, cop.fle., dim. 11,5x16,6x1,5 cm , Isbn 978-88-6843-863-0
LettoreGiangiacomo Pisa, 2018
Classe economia , economia politica , storia economica , storia contemporanea d'Italia , politica , paesi: Italia: 2010












 

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Indice


  3       Introduzione


 19    I. Una «teoria» dell'economia italiana

 43   II. La fine della lira

 53  III. Il rallentamento degli anni novanta

 73   IV. Ristagno e recessioni nel nuovo secolo

109    V. Lo scemare della produttività

121   VI. Improduttività, persino negli Stati Uniti?

129  VII. Produttività o occupazione: un falso dilemma

139 VIII. Risposte inadeguate

151   IX. L'investimento pubblico

161    X. Non è colpa delle banche

173   XI. Non è colpa dell'euro

183  XII. Il neo-mercantilismo tedesco


195       La via d'uscita

211       Indice dei nomi


 

 

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Pagina 3

Inroduzione



Nel novero degli economisti che si sono occupati del caso Italia, della decadenza non solo economica del Belpaese, chi scrive è tentato dal ritenere di non essere stato fra gli ultimi - durante e dopo la militanza nella Banca d'Italia - a intuire la gravità di quanto veniva accadendo, cercare di comprenderne cause prossime e lontane, lanciare l'allarme.

E tuttavia la piena percezione, analiticamente fondata, di un fenomeno molto complesso, radicato nel profondo del corpo sociale ben oltre le determinanti strettamente economiche, ha richiesto un tempo non breve, cronologico e logico.

Di tale faticoso processo vogliono dare testimonianza le pagine che seguono. Una raccolta di scritti variamente datati e variamente impostati forse può meglio di una monografia trasmettere il senso della gradualità, della difficoltà, nella presa di coscienza del malanno italiano. La monografia avrebbe evitato le ripetizioni e le aporie di saggi diversi, seppure emendati rispetto alla versione originaria, riuniti insieme con altri, inediti. Ma avrebbe fatto pensare al lettore, posto di fronte a una compatta interpretazione di sintesi, che tutto fosse per tutti chiaro, se non addirittura ovvio, venticinque o almeno dieci anni fa.

Così non è stato. Ancora oggi molti, non solo governanti ansiosi di consenso elettorale di corto respiro punito alle successive elezioni, dipingono la condizione economica come meno preoccupante di quanto essa non sia. «Ripresa»; «crescita»; «il peggio alle spalle»; «la seconda potenza industriale d'Europa»; «si esporta»: sono, queste e altre simili, battute improvvide che possono confondere e sviare i cittadini, ma che ricorrono nei giornali, sui media, da parte di sedicenti esperti. E sempre meno i giornali, i media, ospitano i pensieri di persone competenti, disinteressate, preoccupate e quindi bollate come eccessivamente pessimiste.

La realtà vera è che l'Italia non produce più di quanto produceva quindici anni fa; la disoccupazione, non solo quella dei cosiddetti giovani, è alta, il lavoro mal pagato, precario; la povertà si estende; l'evasione fiscale impazza; il debito pubblico spaventa i mercati; la questione meridionale si è incrudita; la produttività delle imprese ristagna. La cultura, le istituzioni, la politica, la società civile stentano a scuotersi, a fare fronte.

Eppure la storia (primo capitolo) dovrebbe insegnare che quella della penisola è un'economia con strutturali elementi di fragilità: l'orografia accidentata, sotto il suolo nulla, sopra il suolo poco, nella periferia d'Europa. Dovrebbe insegnare che il benessere materiale degli italiani non è mai conquistato per sempre: dipende sia dalla intensità dell'impegno dei produttori - imprese e lavoratori - sia dal contesto in cui essi sono inseriti. L'Italia unita si è arricchita in due occasioni: il 1900-1913, l'età «giolittiana», e il 1950-1969, gli anni del «miracolo economico». Allora la finanza pubblica in ordine, gli investimenti in infrastrutture fisiche e immateriali, un quadro giuridico acconcio, la risposta delle imprese alla concorrenza si unirono a progressi nella cultura, nelle istituzioni, nella politica: questo insieme compensò gli svantaggi strutturali e l'economia crebbe. L'opposto è accaduto in altre fasi: l'età di Crispi, quella di Mussolini, gli ultimi venticinque anni. Guardando avanti, va rinnovato il contesto, rilanciata la determinazione di chi produce.

Cercare il dies a quo di una lunga, travagliata involuzione dell'economia dai fondamentali forse non ha molto senso. Ma, se ne occorre uno, lo spartiacque va ricercato nel cedimento della lira sul mercato dei cambi occorso nel settembre del 1992 (secondo capitolo). Allora l'Italia cominciò a perdere la sua moneta. Tra il 1980 e il 1992 la tenuta della lira era stata assicurata dalla Banca d'Italia guidata da Carlo Azeglio Ciampi con alti tassi d'interesse, sino a escludere i guadagni di competitività attraverso lo svilimento del cambio. Le imprese erano state costrette a ricercare quei guadagni lungo la strada maestra della produttività e del contenimento dei costi, salariali in primo luogo. Lo schema saltò, appunto, nell'estate di quel 1992, anno terribile, oltre l'economia, per gli scandali, il suicidio dei partiti, gli attentati mafiosi. Il governo Amato, di coalizione, prese le misure correttive degli squilibri di bilancio che i mercati sollecitavano solo dopo il cedimento della valuta nazionale. Se i provvedimenti fossero stati assunti prima forse la lira avrebbe tenuto, comunque si sarebbe potuto correggerla al ribasso a freddo, quindi in minor misura. Nel novembre del 1996 il rientro nello Sme (l'accordo europeo sui cambi fissi) avvenne a 990 lire per marco tedesco (da 750 prima della tempesta valutaria): di nuovo, un cambio sottovalutato, volto a favorire le esportazioni, stante la debolezza delle altre componenti della domanda globale. Tornò a prevalere fra i produttori l'idea che si potesse esportare, far soldi, grazie al cambio lasco: un modo più agevole di quello lastricato di rischi attraverso accumulazione di capitale in impianti e ricerca (R&S), efficienza, scontro col sindacato, innovazione, progresso tecnico. La moderazione salariale antinflazionistica avviata dall'«accordo» Ciampi-Trentin del 1993, la spesa pubblica sfrenata, l'evasione fiscale, le concessioni statali favorevoli ai privati consolidarono presso i produttori l'aspettativa, e la realtà, di un profitto «facile».

Gli anni novanta videro l'economia rallentare, dopo la recessione provocata nel 1992-1993 dal turbamento delle aspettative immediatamente seguito al venir meno del regime valutario che la Banca d'Italia aveva imposto dal 1980. Il capitolo terzo - forse il più indigesto per chi legge - documenta un tasso medio annuo d'incremento del Pil limitato nel 1994-1999 all'1,8% l'anno, a cui corrisposero però alti profitti: la stranezza di un più basso tasso di crescita coincidente con un più alto tasso di profitto. L'autofinanziamento si tradusse più in riduzione dei debiti delle imprese che in accumulazione innovativa di capitale. Ma la gravità della situazione non emergeva ancora in tutta la sua dimensione, e natura. In quel terzo capitolo, scritto nel 1999, la produttività è, sì, evocata con preoccupazione, ma l'accento è posto sul mancato balzo in avanti dell'accumulazione di capitale. La prospettiva dell'adesione alla moneta unica faceva sperare a molti - in minor misura alla Banca d'Italia guidata da Antonio Fazio - che stabilità monetaria e bassi tassi d'interesse avrebbero consentito alle imprese di investire molto e la fissità irrevocabile dei cambi le avrebbe sollecitate a farlo.

La speranza non si realizzò.

L'aumento record del Pil nel 2000 (3,6%) fu un fuoco di paglia in tempi di magra dovuto, oltre che al commercio mondiale, alle attese positive d'impatto legate all'euro e alle correzioni nella finanza pubblica ricercate dai governi di centro-sinistra. Il nuovo secolo doveva registrare una crescita ancor più mediocre fino al 2007 (1,3% l'anno in media), due micidiali recessioni nel 2008-2009 e nel 2012-2013, una ripresa ciclica tanto lenta quanto incerta, non fondata su sviluppo di trend, dal 2014 al 2018.

Il capitolo quarto è il perno analitico del libro. L'analisi arriva al 2013, ma lo schema interpretativo è estensibile all'intero quarto di secolo post-1992. Come al tempo di Crispi e come al tempo di Mussolini - ovviamente mutatis mutandis - tutti e quattro i fasci di forze operanti con segno alterno nella storia dell'Italia unita hanno agito in senso avverso, con deprimente effetto moltiplicativo: gli squilibri della finanza pubblica, irrisolti; le infrastrutture materiali e immateriali, deteriorate; l'ordinamento giuridico dell'economia, inadeguato; le spinte concorrenziali e la dinamica d'impresa, attenuate, con il capitale privato che mancava di sostituirsi alle grandi partecipazioni statali, smantellate in fretta per contenere il debito pubblico. Le due recessioni ebbero conseguenze simili, ma cause diverse. La crisi internazionale del 2008-2009, che nel 2009 vide il commercio mondiale contrarsi in volume dell'11%, colpì duramente un'economia italiana indebolita: caddero le esportazioni (del 20%), trascinando investimenti, consumi, occupazione, reddito. Nel 2012-2013 il debito della Repubblica venne investito dalla sfiducia dell'Europa e dei mercati finanziari che il governo Berlusconi - al potere nel 2008-2011, dopo esserlo stato nel 2001-2006, un intero decennio - non aveva saputo prevenire e che esplose nello scorcio del 2011. Il governo successivo, appoggiato anche dalla sinistra e affidato al professore di economia Mario Monti, dovette rispondere con misure di bilancio oltremodo severe: caddero i consumi privati (del 5%), trascinando investimenti, di nuovo i consumi, occupazione, reddito. La fiducia dei mercati finanziari venne ritrovata, ma con un costo per la produzione e l'occupazione pesantissimo, che avrebbe potuto essere più contenuto.

La tendenza flettente degli investimenti pubblici, accentuatasi dal 2009, ebbe un doppio effetto negativo sull'economia. Ne risentì la domanda globale, in ragione del moltiplicatore di quella voce declinante di spesa, molto superiore al moltiplicatore delle crescenti uscite di parte corrente del bilancio. Ne risentì la produttività delle imprese, in ragione dello scadimento di infrastrutture anche per le imprese preziose: comunicazioni, trasporti, reti, ricerca, utilities, giustizia civile, messa in sicurezza del territorio. Ciò che è più colpevole, ne hanno risentito i presidi posti a tutela dei beni, dell'incolumità, della vita stessa dei cittadini di fronte alle calamità naturali e a quelle create dalla mano umana.

La stasi della produttività - del lavoro, ma soprattutto innovazione e progresso tecnico - venne configurandosi come la fondamentale matrice del «problema di crescita» che all'Italia tornava a porsi, dopo i successi del ventennio postbellico e l'inflazione salariale e petrolifera degli anni settanta. Robert Solow non invoca certo l'automatismo deterministico attribuito alla legge di Say quando afferma: «Secondo l'opinione prevalente - a mio avviso corretta - la crescita di trend è principalmente dovuta a fattori d'offerta». Se c'è accumulazione di capitale portatrice di innovazione e progresso tecnico, se c'è produttività, è più probabile che la necessaria domanda globale non manchi: emergerà, endogenamente (esportazioni, consumi privati da maggior reddito) ovvero esogenamente (investimenti e consumi pubblici, detassazione).

Il contesto in cui le imprese si trovano ad agire - finanza pubblica, infrastrutture, ordinamento dell'economia, grado di concorrenza - dipende da governo e Parlamento. Il contesto che governi e parlamenti hanno espresso in Italia dallo scorcio del Novecento non ha favorito la produttività. Per più versi ha ostacolato l'impresa. La stragrande maggioranza delle aziende era - è - semplicemente troppo piccola per poter reagire con successo a un contesto nazionale sfavorevole e nel pieno di una rivoluzione tecnologica quale quella che ha investito il computer, il digitale, la robotica, l'informazione, la comunicazione, l'intelligenza artificiale, i big data. Ma le altre imprese, persino le manifatturiere, si sono adagiate troppo a lungo sulle attese di guadagno prospettate dal cambio debole, dal salario moderato, dalla spesa pubblica gonfia di trasferimenti, sussidi, sgravi, dall'evasione ed elusione delle imposte. Le medie aziende industriali efficienti ed esportatrici hanno scelto di non ascendere alla grande dimensione, foriera di economie di scala. Il manipolo delle maggiori imprese si è addirittura ristretto. I residui gruppi della cioccolata, dell'occhialeria, dell'abbigliamento di massa unito alla lucrosa rendita autostradale hanno coltivato i loro lauti profitti in quei medesimi rami, senza riallocarli in produzioni alla frontiera del progresso tecnologico trasferibile all'intera economia, come decenni prima aveva fatto, ad esempio, l'Iri.

Il contributo annuo della produttività totale dei fattori (Tfp) alla crescita dell'economia è stato mediamente negativo già nel 1996-2007. Ma lo è stato, oltre che - distruttivo - nelle recessioni, persino negli anni di ripresa ciclica 2014-2018, pur tenendo conto dell'obsolescenza tecnica del capitale. È come se le imprese abbiano prodotto di meno con le stesse risorse...

Alla produttività carente sono dedicate le pagine centrali del libro.

Nel quinto capitolo, oltre a documentare la generale inadeguatezza del capitale, anche umano, si approfondiscono le limitazioni specifiche, diverse, insite nei tre aggregati in cui si può idealmente ripartire l'universo delle imprese: le piccole, strutturalmente impossibilitate a far avanzare la produttività, in modo particolare di fronte alla tecnologia digitale; le medie, ostacolate dal contesto, ma altresì refrattarie alla crescita dimensionale, al superamento dell'azienda di famiglia, alla quotazione in Borsa; le grandi, poche e quando efficienti appagate dalle produzioni tradizionali.

Ci si chiede quindi (sesto capitolo) se la tecnologia digitale, oltre a modificare l'organizzazione del produrre, costituisca una sorgente di Tfp paragonabile a quella aperta dalla precedente rivoluzione industriale: telefoni, mezzi di trasporto, elettricità e acqua nelle case, utensili domestici, radio-televisione. Le opinioni degli economisti divergono. L'indagine approfondita dell'esperienza americana tende a escluderlo: negli Usa la Tfp ha drammaticamente rallentato negli ultimi anni, proprio quando la nuova tecnologia iniziava ad applicarsi. Ma la produttività dipende da un insieme di fattori, non solo dalla tecnica. La questione resta aperta. Con la nuova tecnologia è giocoforza comunque fare i conti, e le imprese italiane hanno nell'insieme stentato a farli. Negli ultimi quindici anni il contributo del capitale basato sulla tecnologia della informazione e comunicazione (Ict) alla variazione del valore aggiunto è risultato, nelle stime della Banca d'Italia, pressoché nullo.

Si è nondimeno riproposto il dubbio (settimo capitolo) che due secoli fa angosciò David Ricardo: se l'accumulazione, e la produttività, distruggono posti di lavoro. La risposta, confermata dalle verifiche aggiornate, è «non necessariamente». Qui rileva, davvero, la dinamica della keynesiana domanda effettiva. Essa può, deve, eccedere quella della produttività nella misura sufficiente a evitare la perdita di posti di lavoro, senza provocare inflazione. Cambieranno mansioni e luoghi di lavoro, non il livello dell'occupazione. Contrariamente a quanto molti pensano, la lezione di Keynes va ben oltre il breve periodo. Gli equilibri di sottoccupazione di lunga durata, e non solo le recessioni, vanno prevenuti. Vanno prevenuti con investimenti pubblici utili alla società, redditizi, capaci di compensare i vuoti dell'investimento privato che derivano dall'anarchia del sistema capitalistico, dalle mutevoli aspettative degli imprenditori sull'onda dei loro «animal spirits», posti di fronte a un'incertezza dalle probabilità spesso incommensurabili. Che questa compensazione non sia avvenuta in Europa nei tempi recenti non significa affatto che non possa avvenire. Il destino è nelle nostre mani, anche di fronte all'interrogativo di Ricardo, e la disoccupazione è il peggiore dei mali sociali evitabili, non solamente economici.

Le risposte della politica al problema economico italiano come problema di crescita sono state insufficienti, anche dopo la seconda delle recessioni. Per questo, oltre che per la questione degli immigrati, i partiti progressisti, al governo per un quinquennio sino alla primavera del 2018, sono stati duramente battuti da movimenti di reazione demagogica alle elezioni politiche del 4 marzo. È la più grave sconfitta della sinistra, dopo il 1922 e il 1948. Il risanamento dei conti pubblici è stato parziale; la rimodulazione del diritto dell'economia anche; la pressione della concorrenza sulle imprese è mancata; dall'Europa si sono solo elemosinati margini di disavanzo di bilancio. Ma il principale errore compiuto dai governi Letta, Renzi, Gentiloni è consistito nel volgere le scarse risorse della Pubblica amministrazione (Pa) resesi disponibili a trasferimenti alle famiglie e a sussidi e sgravi fiscali alle imprese, anziché a investimenti in valide infrastrutture. Se questo errore non fosse stato commesso, la ripresa sarebbe stata più rapida, avrebbe potuto prendere avvio un processo di crescita di lungo periodo, l'ottimismo ostentato dai governi sarebbe sembrato agli elettori meno lontano dal reale andamento dell'economia (ottavo capitolo).

L'eulogia keynesiana dell'investimento pubblico, sparsa nell'intero volume, è concentrata nel nono capitolo. Le difficoltà nel realizzarlo sono tecniche, amministrative, finanziarie, politiche, a cominciare dalla scansione programmata delle priorità al centro e negli enti locali. L'intrico di competenze creato dal Titolo V della Costituzione, la palude delle Conferenze di servizi, il rischio di corruzione non devono scoraggiare la classe dirigente, ma semmai rafforzarne la determinazione.

Negli ultimi governi progressisti non mancavano stimati esperti che avrebbero potuto consigliare un diverso uso delle pubbliche risorse. Non è escluso che l'abbiano fatto. La scelta è stata, al fondo, politica. Sulle ragioni si potrebbe lungamente discettare, con scarso costrutto. Vale tuttavia ribadire che, come nel passato, cultura, istituzioni e, appunto, politica hanno notevolmente condizionato e questa volta in negativo il terreno dell'economia in senso stretto. Durante la legislatura 2013-2018 si è discusso di tutto. Si è discusso meno del ristagno del paese. Forse ciò è avvenuto per sviare i cittadini dal problema che principalmente li turbava: il lavoro. I giornali, i media, gli urlati dibattiti fra mezzibusti televisivi si sono prestati alla disinformazione. I migliori economisti hanno avuto poco spazio nei pubblici dibattiti. Si è appalesato il vuoto di prestigiosi commentatori critici, come in passato erano stati Caffè, Napoleoni, Ricossa, Spaventa, Sylos Labini, Vicarelli, economisti di classe. I cittadini sono stati financo chiamati a pronunciarsi su un referendum di riforma costituzionale, che secondo i migliori giuristi era immotivato e comunque non era al centro dei pensieri del popolo. Il referendum veniva disapprovato a larga maggioranza, in specie nelle regioni meridionali dove il disagio economico era più sentito, la disoccupazione un quinto delle forze di lavoro. Se la scelta di trasferire risorse al consumo e al profitto invece di investirle scaturì dall'intento di captare il consenso dei beneficiari, mai smentita elettorale risultò più clamorosa. L'errore si colorerebbe di miopia politica. La citazione della frase di Ciampi aiuta a capire.

Ma anche sul terreno economico nel dibattito sono stati agitati temi irrilevanti ai fini del ritorno alla crescita. Alle banche e all'euro è stato addebitato un freno allo sviluppo dell'economia italiana. Il qualunquismo con cui la colpa è stata attribuita, nell'intento di sottrarre politici e imprese alle loro responsabilità di fronte all'opinione pubblica, è smaccato, stride con la razionalità economica più elementare.

Non si deve alle banche se l'economia italiana ha patito tanto (decimo capitolo). È vero il contrario. La debolezza e le contrazioni dell'economia hanno esposto a seri rischi d'insolvenza un sistema bancario il cui attivo di bilancio è tuttora costituito per metà da prestiti a imprese e famiglie e per un ulteriore 10% da titoli della Repubblica. Anche perché per tempo riformato ed efficacemente superveduto dalla Banca d'Italia il sistema ha peraltro tenuto, con dissesti limitati nel numero e per lo più coinvolgenti intermediari minori. Ha tenuto meglio dei sistemi di altri paesi, colpiti da fenomeni recessivi meno acuti. È paradossale che la demagogia della classe politica sia arrivata a sottoporre a una - inconcludente - commissione parlamentare d'inchiesta questo stesso sistema e chi lo aveva governato ragionevolmente bene.

Non meno paradossale e altrettanto demagogica confusione si è fatta (undicesimo capitolo) fra l'euro e la politica economica europea nella ricerca di concause delle difficoltà che l'economia italiana ha vissuto e vive. L'euro non è altro che una moneta, ed è un'ottima moneta. Ha contribuito ad assicurare prezzi stabili e tassi d'interesse bassi. Vi è riuscita perché degna di fiducia, fortemente domandata anche quale valuta di riserva in alternativa al dollaro e alle divise asiatiche. Se l'Italia non avesse aderito alla moneta unica d'Europa, l'economia sarebbe andata ancora peggio. I prezzi e il costo del capitale, più alti, avrebbero provocato rinnovata stagflation. Ma ancor più grave, devastante, sarebbe l'uscita dall'euro. Oltre a inflazione e disoccupazione verrebbe falcidiato per centinaia di miliardi il patrimonio degli italiani, la loro ultima difesa. Una follia!

Altro è il discorso sui limiti della politica economica europea (dodicesimo capitolo). Il bilancio pubblico dell'Unione è piccolo, inservibile quale strumento di governo dell'economia. Il central banking europeo è affetto da seri limiti: ristretto nel mandato, privo di discrezionale pragmatismo, rigido. Soprattutto, la politica economica dei paesi membri è stata, nell'impostazione, condizionata dalla Germania, anche al di là delle regole comuni. Vi è davvero da chiedersi perché i governanti tedeschi - una statista qual è la cancelliera Merkel - abbiano imperniato l'indirizzo di rigore nel bilancio sul taglio degli investimenti pubblici e abbiano spinto quell'indirizzo sino a volgere dal 2012 il disavanzo in avanzo. Hanno così inflitto ai loro cittadini un'espansione del reddito inferiore al potenziale, la cessione al resto del mondo (attraverso l'abnorme avanzo commerciale generato dall'eccesso di risparmio sull'investimento) di risorse reali meglio impiegabili all'interno, perdite patrimoniali sulla crescente posizione creditoria netta verso l'estero. Non facilitando il riassorbimento della elevata disoccupazione in Spagna, Francia, Italia, Grecia, la Germania ha altresì attratto verso il proprio mercato del lavoro, a bassa disoccupazione, il flusso degli immigrati, con costi e tensioni nella società tedesca. Anche in Germania alle elezioni del settembre 2017 la coalizione di governo ha rischiato di essere sconfitta dalla reazione che una siffatta politica innescava, non solo nella componente reazionaria da sempre radicata nel corpo sociale di quel grande paese.

Il libro si conclude delineando le azioni che solleverebbero l'economia italiana dalle sabbie mobili in cui da un quarto di secolo essa si dibatte. L'indicazione delle linee d'intervento, di una diversa politica economica rispetto a quella seguita sinora, scaturisce dall'analisi: equilibrio di bilancio; investimenti pubblici; rinnovata attenzione al Mezzogiorno; perequazione distributiva; diritto dell'economia; concorrenza. Occorre unirvi la pressione dell'Europa affinché la Germania riassorba i suoi surplus e accetti per l'Euroarea sia la golden rule di bilancio (investimenti pubblici finanziati almeno in parte con debito) sia un central banking all'altezza dei focolai d'instabilità che, oltre a inflazione e deflazione dei prezzi, possono accendersi in un'economia di mercato capitalistica.

L'economia italiana va ricostruita, rifondata.

Il cosiddetto «contratto» stipulato dalla coalizione delle forze politiche che da giugno 2018 sono al governo del paese, con ampia maggioranza parlamentare, collide con le indicazioni caldeggiate in queste pagine, non solo sul fronte del riequilibrio delle pubbliche finanze. Con questa primaria finalità il «contratto» è in palese, stridente contraddizione: tassazione proporzionale, reddito minimo, pensioni più favorevoli gonfierebbero di diversi punti di Pil il disavanzo e il debito della Pa. Un disastro!

Molto dipenderà, oltre che dai concreti provvedimenti che - al di là di quanto promesso nel «contratto» - governo e Parlamento prenderanno, dall'autonoma risposta delle imprese. Il contesto, che da quei provvedimenti dipende, è per le imprese molto importante. Ma la partita decisiva, la partita della produttività, è in ultima analisi affidata a loro, alle imprese. Solo se esse sapranno reagire, financo in un contesto che restasse difficile, l'economia italiana avrà speranza.

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Pagina 19

I. Una «teoria» dell'economia italiana
[2012]



Lo spunto è offerto dalla «teoria della storia economica» di Hicks. Sir John sceglie di misurarsi con la teoria della storia economica di Marx, per lui l'unica degna di considerazione. L'apprezza, la integra, la corregge, se ne differenzia, propone un'alternativa corroborata dall'arricchimento di conoscenza che la storiografia e l'analisi economica hanno, dopo Marx, offerto.

Oltre al merito, rileva in modo particolare il metodo, che accomuna Hicks e Marx. Se la storia economica interpreta specifiche vicende, una «teoria» della storia economica, di una determinata economia, generalizza da fatti permanenti, o ricorrenti, o tendenziali: fatti con senso storico rispettati, con cognizione d'analisi economica selezionati e sezionati. Astrarre sulla base di quei fatti è irrinunciabile se si vuole comprenderne - come amava dire Schumpeter - la «essenza», se si vogliono cogliere a un tempo le permanenze, il moto di fondo, le forze del cambiamento dell'economia e della società.

Vale provare a impostare in questi termini la questione economica della società italiana dopo l'Unità, avendo in mente l'oggi e la prospettiva.




1. Il capitalismo in Italia.



Al momento dell'Unità l'economia della penisola si configurava come un'economia di mercato che diveniva capitalistica.

«Economia di mercato capitalistica» significa la specialità del modo di produzione post-rivoluzione industriale inglese rispetto ai sistemi economici del passato, che pure avevano fatto da sempre ricorso al mercato, in varie forme. La produzione è produzione di merci, di beni e servizi prodotti per essere venduti a un prezzo che includa un sovrappiù residuale rispetto ai costi: un profitto. È controllata, presso imprese, da chi possiede capitale, monetario e fisico, impegnato nelle imprese. Il capitale fisico non è più soltanto il capitale circolante del mercante, dell'intermediario. È soprattutto capitale fisso: impianti e macchine, a propria volta prodotti per produrre merci con più profitto. La produzione viene effettuata da dipendenti concentrati nei luoghi dell'impresa, sottoposti a regole e a comandi che gerarchicamente li subordinano a chi dirige l'impresa. La forza-lavoro è pur essa una merce, che i capitalisti comprano e che i lavoratori non possono fare a meno di vendere, per un prezzo detto salario. Il rapporto conflittuale «salario-prezzo-profitto» è centrale nella dinamica del sistema.

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Pagina 129

VII. Produttività o occupazione:
un falso dilemma
[2016]



Tutto, o quasi, cominciò con David Ricardo, nel 1821.

Nella terza edizione del suo capolavoro - una delle sette meraviglie dell'economia politica [per i gusti di chi scrive, Smith, Marx, Walras, Schumpeter, Keynes, Sraffa] - Ricardo inserì il capitolo «On Machinery». Faceva ammenda per aver aderito fino ad allora all'idea prevalente - la «teoria della compensazione», di Adam Smith e seguaci - secondo cui i macchinari produttivi non ridurrebbero l'occupazione, limitandosi a riallocarla fra i settori. Invece, sostenne nel 1821 Ricardo, possono ridurla. I ludditi disoccupati, che in quegli anni spaccavano le macchine tessili, non avevano solo torti... Produttività e occupazione sarebbero in conflitto.

È così?

[...]

Questi dati possono far temere, sulla scia di Ricardo, che fra occupazione e crescita vi sia contrasto. Rinunciare all'occupazione sarebbe esiziale, anche sotto il profilo politico-sociale. Ma sarebbe non meno grave rinunciare al progresso tecnico, quindi alla crescita. Solo la crescita può lenire i tre malanni del capitalismo: l'instabilità, l'iniquità, l'inquinamento.

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Pagina 134

Il quesito di fondo riguarda l'Europa. Perché la politica della domanda europea è stata timida, in presenza di deflazione, disoccupazione, attivo nei conti con l'estero?

Hanno influito le regole restrittive sul bilancio e sul debito pubblico, da Maastricht al fiscal compact. Ma ha ancor più influito il rigore che un paese - la Germania - ha applicato a se stesso e imposto ai partner europei.

La memoria dell'essere stati debitori, in particolare nei confronti dei vincitori delle due guerre mondiali, può motivare nei tedeschi come una «colpa» il ritrovarsi ancora una volta indebitati. Ma la posizione attiva netta verso l'estero della Germania è arrivata al 60% del Pil. Un credito netto di 1400 miliardi di euro va ben oltre la volontà di non indebitarsi, di non dipendere da altre nazioni. Sarebbe molto grave se negli altri paesi europei si sospettasse che chi governa la Germania creditrice pensi di poter politicamente condizionare i partner in quanto debitori. Ne risulterebbe minata alla radice l'idea stessa di un'Europa unita, fra pari. Anche per il timore di un'egemonia tedesca i cittadini inglesi hanno optato per la Brexit.

Con un'azione coordinata in Europa si possono perseguire entrambi gli obiettivi: il progresso tecnico, per la crescita di lungo periodo, il sostegno della domanda globale, per la piena occupazione.

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Pagina 137

Con i più svariati significati ricorre ancora l'espressione «politica industriale». Claudio Napoleoni era solito dire: «Che cosa deve essere la politica industriale? Credo che nessuno di noi abbia idee chiare su questo punto...». Una gestione corretta e funzionale degli investimenti dello Stato e degli enti pubblici - per un liberale come Keynes «programmata», a complemento degli investimenti privati - può restituire significato all'espressione. Là dove tuttora esistono, anche le imprese a controllo pubblico devono recare un contributo. Studi recenti hanno smentito la visione negativa, quasi demonologica, dell'intervento dello Stato sulle attività produttive e dell'impresa a partecipazione statale. In realtà in vari paesi, Stati Uniti compresi, il ruolo dello Stato e dell'impresa pubblica è risultato cruciale per l'innovazione, il progresso tecnico, la loro diffusione nel sistema produttivo. In Italia è stato rivalutato l'apporto dell'Istituto per la ricostruzione industriale dalla sua costituzione nel 1933 alla frettolosa privatizzazione delle sue aziende, fino alla liquidazione nel 2002. Basti citare un solo dato: fra il 1963 e il 1971 l'Iri, occupando meno del 2% della forza-lavoro impiegata nel paese, aveva espresso, da solo, una spesa per R&S pari a un quarto di quella effettuata dall'insieme delle imprese private nazionali.

Produttività e occupazione non sono condannate a confliggere...

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Pagina 151

IX. L'investimento pubblico



L'investimento pubblico ha nell'alta teoria economica una duplice dimensione: supplisce alla carenza delle infrastrutture - o beni pubblici, o beni comuni - che i privati non trovano conveniente apprestare, pur essendo le infrastrutture preziose per l'economia e per la società civile; offre alla domanda globale il sostegno più potente, capace di prevenire la disoccupazione, ovvero di superarla.

Nelle parole di Adam Smith: «Dovere del sovrano o della repubblica è creare e conservare le pubbliche istituzioni e le opere pubbliche che, per quanto estremamente utili a una grande società, sono però di natura tale che il profitto non potrebbe mai rimborsarne la spesa a un solo individuo o a un ristretto numero di individui, sicché non ci si può aspettare che un individuo o pochi individui le creino e le conservino [...]: le buone strade, i ponti, i canali navigabili, i porti, etc.; [...] le istituzioni per l'istruzione della gioventù, delle donne, del popolo, degli uomini di ogni età».

Nelle parole di John Maynard Keynes: «Data la psicologia del pubblico, il livello della produzione e dell'occupazione nel loro complesso dipende dall'ammontare dell'investimento [...], che ha la maggior propensione a fluttuazioni estese e improvvise». «La socializzazione di un'ampia parte dell'investimento è l'unico mezzo per avvicinare la piena occupazione». «La spesa per beni capitali, almeno in parte, si autofinanzia». «Avrebbe più senso costruire abitazioni, o simili», ma persino «scavare buche sarebbe meglio di niente». «Solo se l'investimento non riesce a realizzare l'equilibrio si affronterà lo squilibrio con una variazione nel bilancio corrente», fermo restando il pareggio strutturale o di lunga lena dei conti dello Stato, per Keynes irrinunciabile presidio contro il debito pubblico, destabilizzante.

L'investimento pubblico può contemporaneamente innalzare sia la produttività - quindi il prodotto potenziale e la crescita di lungo periodo - sia la domanda effettiva - quindi l'utilizzo della capacità produttiva disponibile e l'occupazione - nelle economie di mercato capitalistiche. Stato e Mercato sono, in ciò, complementari.

[...]

Discendono da quanto precede almeno le seguenti implicazioni:

1. Sacrificare gli investimenti pubblici alla spesa corrente, alla manovra delle imposte, al contenimento del disavanzo e del debito non ha fondamento economico. La scelta è banalmente dovuta al fatto che in termini di perdita del consenso, in un contesto che imponeva in molti paesi un riequilibrio delle pubbliche finanze, era per la classe politica nell'immediato meno costoso non effettuare opere pubbliche che tagliare stipendi e pensioni, ovvero inasprire la pressione tributaria.

2. Un significativo apporto alla domanda globale e alla produttività può quindi ottenersi agendo sulla composizione delle voci del bilancio pubblico, a parità di saldo coprendo la spesa iniziale per l'investimento con riduzione di uscite correnti e al limite con la tassazione. A differenza dei saldi di bilancio e del debito, la composizione dei conti pubblici è sottratta alla competenza delle autorità dell'Unione europea e resta interamente affidata ai governi e ai parlamenti dei paesi membri.

3. È privo di senso computare la spesa pubblica per investimenti nei vincoli quantitativi di bilancio, come da Maastricht in poi avviene in Europa.

[...]

È da respingere l'obiezione governativa secondo la quale gli investimenti pubblici erano sconsigliati da ostacoli frapposti dalla giungla delle competenze, dal Codice degli appalti, dalle difficoltà tecniche nel progettare e nel collaudare, dal rischio di corruzione. Compito precipuo di chi governa è di rimuovere questi ostacoli, e altri ancora. La scelta di effettuare minori investimenti pubblici è stata invece considerata la meno costosa in termini di perdita di consenso politico, rispetto al consenso ritenuto acquisibile con trasferimenti e sgravi a famiglie e imprese. Inoltre l'investimento effettuato in un luogo, se è gradito a chi vive in quel luogo, è avversato da chi vive altrove, e si sente discriminato.

Ma questa fondamentale scelta, lungi dal cogliere il consenso, ha contribuito a deludere le aspettative di progresso economico degli italiani ed è sfociata nella più sonora delle sconfitte elettorali dei partiti al governo nel marzo 2018.

La demagogia, non ha limiti, alla lunga divora se stessa.

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XI. Non è colpa dell'euro
[2017]



L'Italia è nell'Unione europea e nell'Euroarea in base a due ordini di motivazioni, ideal-politico l'uno, economico l'altro.

Prioritari sono stati i valori storici, come pure gli interessi geopolitici. L'Italia è parte viva dell'Europa e se l'Europa si unisce l'Italia aderisce. Risaltano la parola fine messa alle guerre europee, ragioni di sicurezza, l'evitare l'isolamento in un mondo di giganti. Il Pil della Cina supera il 18% del prodotto mondiale, quello degli Stati Uniti è attestato sul 15%, quello dell'Euroarea sul 12%, l'italiano non arriva più nemmeno al 2%.

Vantaggi economici dovevano scaturire, e sono scaturiti, da una stabile moneta unica europea; dai minori costi di transazione e dai più bassi tassi d'interesse connessi con la nuova moneta; dall'ulteriore integrazione commerciale e finanziaria; dal rigore normativo e gestionale in economia e finanza derivante dal rapporto con i partner.

[...]

L'uscita dall'euro, il cedimento del cambio, l'inflazione, l'ascesa dei tassi d'interesse, le difficoltà del debito pubblico, le risposte restrittive della politica monetaria e fiscale a questi squilibri provocherebbero una terza recessione. Non poche aziende di credito precipiterebbero nell'illiquidità e nell'insolvenza. Le perdite delle banche e degli altri intermediari ricadrebbero su risparmiatori e contribuenti.

Agli italiani va detto con chiarezza che s'impoverirebbero, pesantemente. Per le ragioni indicate il loro patrimonio (10 migliaia di miliardi di euro) scemerebbe di molte centinaia di miliardi, il Pil del paese (1,7 migliaia di miliardi) scemerebbe di decine di miliardi.

Financo più preoccupanti sarebbero i rischi oltre l'economia. La società italiana è sottoposta a spinte centrifughe laceranti, nella frammentazione fra partiti e movimenti variamente affetti da qualunquismo, populismi, mediocrità. La labile coesione residua è affidata al sistema pensionistico pubblico, alla sanità pubblica, al patrimonio individuale. Il sistema pensionistico non va turbato iniettando la lotta di classe fra i pensionati. La sanità pubblica va ancora migliorata. Il patrimonio dei cittadini va tutelato. Tutti e tre i pilastri, e segnatamente il patrimonio, sarebbero scossi dall'uscita dall'euro. Le tensioni da economiche diverrebbero sociali, politiche, istituzionali fino a porre a repentaglio le stesse basi democratiche del vivere.

L'euro - va ribadito - è un'ottima moneta. È stabile. È domandata. Lo è anche internazionalmente, quale valuta di riserva (20% del totale). Il limite della Ue non è nella moneta, ma nel governo dell'economia europea, condizionato da una Germania neo-mercantilista con cui si deve tornare a trattare seriamente, sul piano strategico, non per piatire decimali di maggior disavanzo pubblico nazionale.

Sono in errore coloro i quali pensano che una moneta deprezzata darebbe fiato alle esportazioni, rilancerebbe profitti e investimenti. L'Italia non ha un disavanzo di bilancia dei pagamenti correnti da correggere. Ma anche a tale fine la svalutazione «funzionerebbe», e limitatamente al breve periodo, solo se vi si unissero il freno della domanda interna e il taglio dei salari. Vuoto della domanda globale e ragioni d'equità distributiva rendono siffatte condizioni inaccettabili.

Le svalutazioni non hanno mai risolto le difficoltà economiche del paese. Dal crollo della lira del 1992 - non a caso! - quello italiano si configura come uno strutturale «problema di crescita»: improduttività, debito pubblico, infrastrutture carenti, inadeguatezza del diritto dell'economia, bassa concorrenza in molti mercati. Il grosso delle imprese non cerca più il profitto attraverso l'investimento e l'innovazione. Lo attende dal danaro pubblico, dalla debolezza dei sindacati, dalla non-concorrenza. Il cambio lasco le dissuaderebbe ancor più dalla ricerca dell'efficienza e del progresso tecnico.

La politica deve convincersi che una moneta debole sarebbe solo l'ultimo dei flagelli. La strada maestra da imboccare è invece duplice, nella politica economica nazionale e nel rapporto con l'Europa, segnatamente con la Germania.

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Il problema macroeconomico europeo non è nella moneta. È nell'inadeguatezza della politica economica. Alla politica monetaria unica non corrisponde una politica di bilancio, se non unica, opportunamente coordinata. La cultura economica tedesca continua a non riconoscerlo - al di là dell'ordoliberalismo - ma Keynes ha chiarito che l'equilibrio strutturale, al netto del ciclo o di medio termine, del bilancio pubblico è fondamentale condizione per frenare il debito pubblico, potenziale fattore d'instabilità che Keynes aborriva. La composizione della spesa pubblica - lo stesso Keynes suggeriva - dev'essere fortemente orientata all'investimento stabilizzante, in infrastrutture utili ai cittadini e al sistema produttivo. In una situazione europea come l'attuale, contrassegnata da alta disoccupazione, surplus nei conti con l'estero, stabilità dei prezzi, carenza di infrastrutture, bassa produttività, è economicamente privo di senso che il paese principale, la Germania, limiti gli investimenti pubblici al proprio interno e - a cominciare dal divieto della golden rule attribuito ai trattati - ostacoli la loro attuazione nel resto dell'area.

Ma la politica economica europea soffre, oltre che sul fronte fiscale, anche su quello del governo della moneta e del credito.

[...]

Sul piano geo-politico la Germania ha rilievo solo se inscritta nell'Euroarea e nell'Unione europea. Ha bisogno dell'Europa non meno di quanto ne abbia l'Europa della Germania. La condizione affinché trovi negli altri paesi europei piena cooperazione è che sappia comprendere i loro problemi, non ne ostacoli il superamento, contribuisca a risolverli. È fondamentale che la Germania non alimenti in loro financo il sospetto che il governo dell'economia tedesca sia strumentale a una egemonia politica di Berlino sull'Europa.

Vi è solo da aggiungere l'ovvio. Nella misura in cui sono strutturali, i problemi economici di altri paesi europei devono trovare soluzione in primo luogo all'interno di quegli stessi paesi, nella loro politica economica e nella capacità produttiva delle loro imprese.

Il caso italiano è fra i più complessi.

Per l'economia italiana la solitudine fuori dall'euro e dall'Unione sarebbe disastrosa.

Gli italiani s'impoverirebbero, mentre la moneta deprezzata non darebbe fiato alle esportazioni, non rilancerebbe profitti e investimenti. Il problema economico italiano dal crollo della lira del 1992 si configura come uno strutturale problema di produttività, dovuto a debito pubblico, infrastrutture carenti, inadeguatezza del diritto dell'economia, bassa concorrenza. Come è avvenuto in passato, il cambio debole dissuaderebbe ancor più le imprese dalla ricerca dell'efficienza e del progresso tecnico.

Il ristagno della produttività è questione d'offerta, radicata in fattori tutti interni alla società italiana.

Ma la componente da domanda della decadenza economica dell'Italia troverebbe importante compensazione in una Germania non più neo-mercantilista, che unisse alla solidità dell'euro una dinamica più sostenuta della sua economia, con riflessi positivi per la cooperazione, per il coordinamento delle politiche economiche, per la coesione economica, condizioni necessarie, presupposti, del progresso istituzionale verso gli Stati uniti d'Europa.

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La via d'uscita



Al di là dell'aumento del Pil nel 2017 - modesto (1,6%), ciclico, avviato a scemare verso l'1% già nel 2018-2019 - il trend di crescita dell'economia italiana permane mediocre. Cumulate, le perdite di prodotto subìte in ciascun anno nell'ultimo decennio rispetto al livello del 2007 si aggirano sui mille miliardi di euro. Per carenza tanto di domanda quanto di produttività nel 2017 il Pil si situava ancora sul livello del 2003 e del 5,5% al disotto di quello del 2007.

Il vuoto di domanda è rispecchiato da un tasso di disoccupazione che dal 2012 tende a eccedere l'11% delle forze di lavoro e da un avanzo di bilancia dei pagamenti correnti emerso nel 2013 e salito al 3% del prodotto. Quest'ultimo - se ha ridotto la posizione debitoria netta del paese verso l'estero dal 23% del Pil del 2013 al 7% del 2017 - è principalmente dovuto, oltre che a migliorate ragioni di scambio, a investimenti inferiori al risparmio, che limitano le importazioni e sospingono le esportazioni.

Il vuoto di produttività è rispecchiato da un costo del lavoro per unità di prodotto che nella stessa industria manifatturiera, nonostante la moderazione salariale, è salito e continua a salire rispetto ad altre economie dell'Euroarea. L'avanzo nei conti con l'estero non riflette un guadagno di competitività, da anni tendenzialmente invariata sui prezzi alla produzione dei manufatti. La stessa crescita delle esportazioni di beni in quantità è meno brillante di quanto a taluni non appaia.

Tornare alla crescita presuppone sette condizioni, necessarie, forse sufficienti:

1. Riequilibrio del bilancio

2. Investimenti pubblici

3. Nuovo diritto dell'economia

4. Profitto da produttività

5. Perequazione distributiva

6. Una strategia per il Sud

7. Una diversa politica europea.


Queste condizioni dipendono sia dall'azione di politica economica sia dalla risposta autonoma dei produttori. L'una e l'altra sono state sinora insufficienti. Se tali condizioni si realizzassero, l'economia italiana potrebbe ritrovare un sentiero di crescita di lungo periodo dell'ordine del 2,5% l'anno. Sarebbe affidato in una prima fase soprattutto al pieno impiego delle risorse sottoutilizzate (a cominciare da 1,5 milioni di disoccupati in meno, rispetto agli attuali 2,8 milioni), in una seconda fase alla creazione efficiente di ulteriori risorse.

Vale chiedersi se e come quelle condizioni siano realizzabili.

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