Copertina
Autore Patrick Conty
Titolo Labirinti
EdizionePiemme, Casale Monferrato, 2003 [1997], Pocket , pag. 256, dim. 120x199x16 mm , Isbn 88-384-7869-4
OriginaleL'esprit du labyrinthe [1996]
TraduttoreDaniele Ballarini
LettoreCorrado Leonardo, 2003
Classe filosofia , semiotica , miti , storia antica
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Indice

Prefazione                                    7
Introduzione - Il labirinto di Gotland        9

PARTE PRIMA - L'ENIGMA DEL LABIRINTO

I.    L'enigma                               13
II.   Il labirinto non è un dedalo           26
III.  L'equazione e la soluzione             30
IV.   Il senso e la via del mito             33
V.    La cosa intermedia                     37
VI.   L'intreccio del mito                   47
VII.  L'eterno ritorno                       54
VIII. La fisica e l'antropologia             58

PARTE SECONDA - LA SOLUZIONE: IL NODO

IX.   Enea e Malekula                        67
X.    I vivi e i morti                       76
XI.   Il puzzle dei miti                     79
XII.  I tracciati nahal                      86
XIII. Il tempio dei nodi                     92
XIV.  A proposito dei nodi                   98
XV.   L'origine della lingua dei Dogon      107
XVI.  La lingua occulta della natura        114

PARTE TERZA - LA TECNICA E IL CAMMINO

XVII. Il filo e la tecnica di Arianna       123
      La tecnica                            125
      I quipu e i nodi a quattro incroci    128
      Si ottiene la via del labirinto
      partendo da un nodo di cravatta       130
      Significato dell'incrocio             134
XVIII.L'incrocio                            146
      Prima interpretazione: girare attorno
      al nodo o alla corda                  148
      Seconda interpretazione: un movimento
      giroscopico del nodo                  150
      Terza interpretazione: il cammino del
      labirinto rappresenta il nodo che si
      rinserra                              152
      Quarta interpretazione: un salto
      all'interno del nodo                  156
      La sostituzione della struttura nodale
      con un sistema di anelli              159
XIX.  Il tempo                              166
      Il tempo e l'eternità, l'incrinatura  166
      Il tempo nell'antica Grecia: l'uno e
      le altre cose                         170
      Il tempo ciclico e i sistemi di anelli175
XX.   L'asse e il recinto                   180
      La realtà e la polarità               182
      Gli assi: cause o effetti             184
      Il centro                             187
XXI.  Il secondo labirinto degli Hopi       190
XXII. Il vero dedalo è un nodo a quattro
      dimensioni                            196
      Perché un nodo a quattro dimensioni?  201
      Diversi aspetti della realtà          204

PARTE QUARTA - L'IMMAGINE DEL MITO

XXIII.L'immagine, il tutto, l'aspetto
      mutevole                              211
XXIV. La Gestalt                            221
XXV.  La palla da tennis e il cammino
      della Grande Madre                    226
XXVI. L'inversione                          233
XXVII.Il labirinto nella pittura            239

Epilogo                                     247
 

 

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Pagina 13

Capitolo Primo
L'ENIGMA



   «[...] quelle cose che non sono mai accadute
                    ma che esistono da sempre.»
                                      Sallustio



Chi non conosce il mito greco in cui si racconta di come Arianna si innamorò dell'audace e valoroso Teseo? Tradendo suo padre (il re Minosse) e il suo fratellastro (il Minotauro), ella gli diede un gomitolo di filo affinché lo usasse, facendolo scorrere dietro di sé, per orientarsi nel labirinto edificato da Dedalo per rinchiudere il Minotauro. In questo modo, Teseo ritrovò la strada nell'inestricabile labirinto e, dopo aver ucciso il mostro e liberato i suoi compagni, fece vela verso Atene con Arianna, che poi abbandonò durante il viaggio, per motivi rimasti oscuri, nell'isola di Nasso.

A noi, come a Teseo, la leggenda presenta esplicitamente un problema specifico: come scoprire il cammino che conduce dall'entrata al centro del dedalo? È noto che Teseo non si limitò a lasciare scorrere il filo mentre avanzava nel labirinto così come Pollicino abbandonava dietro di sé una serie di sassolini per ritrovare la strada.

L'impresa infatti è legata a un problema geometrico e topologico simile o complementare a quello costituito dal nodo gordiano, che bisogna sciogliere senza poter scorgere le estremità della corda.

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In generale, la tradizione considera il labirinto come la rappresentazione del mondo che ci tiene in schiavitù, mentre il filo di Arianna simboleggia la nostra liberazione; tale emancipazione potrebbe essere quella che promettono tutte le religioni mondiali e la cui chiave si trova proprio negli antichi misteri. L'immagine del labirinto appare inoltre come la riproposizione della domanda: «Chi sei tu?», che Dio fece ad Adamo dopo l'errore che causò la sua cacciata dal Paradiso. In essa, ritroviamo anche, sotto un altro aspetto, un complicato problema topologico e il labirinto risponderebbe alla domanda posta implicitamente dalla Sfinge: «Chi sei? Da dove vieni? Dove vai?», o dal famoso «Quo vadis?» udito da Pietro che si allontanava da Roma. Esso può altresì simbolizzare il centro o il castello primordiale di cui parlano i mistici e dove si localizzerebbe lo spirito:

"Vi è nell'anima una fortezza ove non può penetrare neppure lo sguardo trinitario di Dio perché quello è il luogo della pura unità». (Meister Eckhart)

Questa definizione della fortezza inespugnabile sembrerebbe contrastare con quella di una prigione inestricabile, ma quando appare il percorso che conduce all'uscita dal labirinto, si nota che esso è anche quello che, inversamente, conduce dall'uscita al centro. Scoprire il cammino liberatorio, quindi, significa anche conoscere il percorso che porta al centro, e il centro finisce per simboleggiare l'unità assoluta e l'emancipazione, protette da un cammino difficile da scoprire. Come disse Flaubert, «tutto ciò che sembrava esterno è invece interno».

Due immagini invertite si giustappongono come in un oscuro palinsesto e si sostituiscono reciprocamente in relazione alla comparsa, o meno, del cammino.

In effetti, quando si cerca di comprendere il senso ultimo della vita, si nota spesso come essa si svolga futilmente e segua un corso casuale in un groviglio di strade che non portano da nessuna parte; inoltre, allorché cerchiamo di sondarne la profondità, di evitare dei punti morti, di scorgere una via d'uscita o una ragion d'essere, o di trovare un'armonia più soddisfacente, finiamo per scoprire soltanto nuovi cappi di un nodo gordiano senza testa né coda che ci stringe e che i nostri sforzi non fanno altro che rinserrare. Allora, se noi ci riconosciamo nel passato, come in uno specchio, vediamo bene come esso assomigli a un Minotauro. E se abbiamo la tendenza a deviare o a svoltare circolarmente allontanandoci dai nostri desideri essenziali, è facile supporre di vivere in un dedalo e, come il personaggio di Robert Pirsig, disperare di potervi sfuggire:

«Di tanto in tanto usano parole rare, il più possibile stentate, come "ciò", o "tutto ciò", o la frase "non vi si può sfuggire". E se domandassi "a che cosa?", la risposta potrebbe essere "a tutto l'affare", "al sistema" o "all'intera organizzazione della cosa". Una volta, Silvia mi disse, sulla difensiva: "Bene, tu sai come sbrigartela", il che provocò una tale espansione del mio ego che al momento mi sentii imbarazzato e non le chiesi: "a far che?", restando piuttosto perplesso», (R. Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta)

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Ciononostante, ora possiamo riconoscere che, quando parliamo della via mitica o labirintica, ci riferiamo a tre aspetti:

1. Una via che è una ricerca dell'uomo e che descrive contemporaneamente una possibile trasformazione della sua psiche e una trasformazione del mondo.

2. Una via del linguaggio con cui il mito trasmette un messaggio implicito.

3. Una via geometrica.

I tre aspetti sono inseparabili e si definiscono a vicenda. Ognuno di essi trova un senso genuino solo nell'insieme.

Soltanto un simbolo può riconnettere tre aspetti così apparentemente diversi. Molto probabilmente, l'oggetto che tentiamo di scoprire per spiegare lo schema del labirinto si nasconderà quindi dietro un altro simbolo che collega implicitamente quegli aspetti.

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[...] Secondo la definizione di Feynmann, la scienza è diventata un sistema completo diretto a perfezionare un'armonia e una simmetria fra tutte le leggi e sembra che debba progredire partendo da dati concreti e perseguendo questo concetto di armonia in evoluzione. È proprio questo aspetto che scopriamo nel mito senza poter scorgere esattamente un sistema di leggi su cui si fonda l'armonia. Più la scienza penetra il cosmo e più scopre il pensiero o lo spirito, e la fine della teoria riduzionista. (Come afferma Bohr: «È falso credere che il compito della fisica sia scoprire come sia fatta la natura. La fisica riguarda soltanto ciò che si può dire sulla natura»).

A sua volta, quando la filosofia studia lo spirito e il pensiero, essa finisce per scoprire il linguaggio e la "fine della filosofia". Infine, più si comprende la lingua del mito e più si scopre il cosmo e il limite di ogni interpretazione. Questo circuito sembra indicare e proteggere una zona centrale in cui la scienza antica e quella moderna si potrebbero incontrare.

Un altro rilievo che si può fare alla teoria delle "supercorde" è che essa non giunge a fornire una vera rappresentazione dell'universo. Implicando sette dimensioni, è impossibile produrre immagini geometriche direttamente corrispondenti. La geometria si svolge per le vie traverse dell'algebra e diventa inaccessibile per i nostri sensi. Ma non si sa più nemmeno come interpretare gli ornamenti dell'arte primitiva né come essi possano corrispondere a una completa nozione spazio-temporale. Nel mito, come nella fisica dei quanti, l'identità degli oggetti descritti è inerente al modo in cui essi sono interrelati e dipende quindi dalla struttura che li collega. Sembra che il legame che abbiamo suggerito fra i nuovi modelli della fisica e i motivi dell'arte antica possa fondarsi su una vaga rassomiglianza, ma è appunto questo carattere superficiale, a cui siamo costretti, a rivelare quanto i nostri strumenti siano inadeguati per scoprire una scienza che sta dietro al mito e all'arte che vi si associano. Se anche il mito presenta un sistema a sette o più dimensioni, esso dovrà per forza combinare e connettere immagini a due dimensioni in un modo preciso e complesso.

Siccome Émile Malle riteneva che l'arte medievale fosse «al contempo un testo, un calculus e un codice simbolico», a fortiori si può interpretare allo stesso modo l'arte più antica o primitiva. Ma queste parole restano vaghe e prive di senso se non si capisce come il testo si accordi al calculus, o se non si comprende di che calcolo si tratti. In effetti, è in gran parte grazie al progresso della cosmologia e delle matematiche moderne che si guarda l'arte antica con una nuova prospettiva e che si sospetta un significato complesso che ci sfugge. In precedenza, ci si serviva della teologia per esplorare tale complessità; oggi, la scienza ci offre un nuovo approccio, dato che i modelli che propone chiedono di essere interpretati.

I progressi della topologia, che invade e influenza tutte le scienze moderne, sembrano segnare la nostra epoca e suggerire la chiusura di un anello o di un ciclo grazie a un rovesciamento. In tale inversione, antichi e moderni, est e ovest, anche se non si riuniranno, appaiono come il dritto e il rovescio della stessa medaglia, o come la possibile tesi e antitesi di una futura sintesi.

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Questo accostamento della tradizione a fianco del mito è il procedimento che abbiamo seguito fin dall'inizio e che ci ha permesso di rintracciare il significato corrispondente al filo di Arianna. Questo senso sopravvive nella tradizione che lo utilizza come teoria che porta a un'esperienza. Come afferma Einstein: «È la teoria a decidere ciò che si può osservare». Analogamente, il mito e il rituale corrispondono a un'esperienza che trasforma colui che la prova e il mondo che egli percepisce. Il significato offerto dalla tradizione corrisponderebbe a questo aspetto teorico che sostituisce una descrizione fatta nel mito di cose vissute soggettivamente.

Non si tratta di abbandonare il metodo formale e strutturalista per ritrovare un antico metodo ermeneutico, ma di considerare una rete completa in cui senso e strutture si corrispondano. L'interpretazione del senso mitologico pone un problema simile a quello suscitato dall'interpretazione delle teorie della fisica quantica:

«[...] Che cosa vuoi dire interpretare? A un primo livello, sarebbe la riconciliazione armoniosa del formalismo con la concretezza sperimentale. Deve essere anche il dire come si conciliano nello stesso mondo il puro caso e il determinismo. Infine, è la prospettiva di una rifondazione, al di là dei principi filosofici del passato, del processo che chiamiamo comprendere». (R. Omnes, in La Recherche, n. 280)

Quindi, per riuscire a interpretare il mito si giunge infine a giocare su tre registri:

1. Una logica della concretezza che si trova nel mito. Essa crea dei simboli, come quello del filo di Arianna, "mai percepiti con nettezza", che collegano gli oggetti a una pluralità di significati o li definiscono per mezzo

[...]

 


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