Autore Luciano Gallino
Titolo Il denaro, il debito e la doppia crisi
Sottotitolospiegati ai nostri nipoti
EdizioneEinaudi, Torino, 2015, Passaggi , pag. 200, cop.fle., dim. 13,7x20,8x1,6 cm , Isbn 978-88-06-22834-7
LettoreRiccardo Terzi, 2015
Classe economia , economia politica , economia finanziaria , politica , lavoro , ecologia , sociologia , destra-sinistra












 

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Indice


  3 Prefazione
    Perché la crisi non è quella che vi raccontano

    I.    La doppia crisi del capitalismo e del sistema ecologico

 11 Il capitalismo tra stagnazione, crollo e crisi ambientale
 17 Contraddizioni del capitalismo fondato sul consumo:
    la pauperizzazione del consumatore
 23 La terza rivoluzione industriale: i produttori diventano esuberi
 28 Contro la crisi ecologica, cambiare le strategie di produzione e consumo

    II.   Il ruolo della finanza: com'è e come dovrebbe essere

 35 La finanza ha trasformato il futuro in merce
 43 La finanziarizzazione contribuisce alla crisi ecologica
 48 Il potere delle banche private di creare denaro alimenta la crescita
    illimitata
 57 Le diverse forme di denaro creato dalle banche
 62 La strategia del debito
 70 Portare la finanza al servizio di una economia rinnovata e dell'ecosistema

    III.  Unione europea. L'austerità come progetto politico

 77 La crisi è figlia dei Trattati Ue
 84 L'oligarchia che domina la politica europea
 89 Il dominio della Germania
 95 L'austerità come progetto politico o guerra di classe
103 Effetti delle politiche anticrisi: l'aumento delle disuguaglianze
109 Le disuguaglianze come fatto politico
114 La demolizione dello stato sociale - e della società intera
121 La soppressione del pensiero critico: scuola e università come impresa

    IV.   Italia. Perché la nostra crisi è peggio delle altre

131 I politici italiani di fronte alla crisi: incapaci o complici?
137 I diktat della Troika inviati al governo italiano
144 Da dove viene il nostro debito pubblico
149 Investimenti, R&S, innovazione: in coda all'Europa

    V.    Alla ricerca di alternative

156 Il sentiero si traccia camminando. Ma bisogna camminare nella direzione
    giusta
164 Togliere alle banche il potere di creare denaro e la possibilità
    di diventare troppo grandi
173 Un controllo democratico della finanza deve prendere forma
    di investimenti mirati
178 Per una distribuzione piú equa del reddito
184 Se la politica la fa il capitale, come si può far politica per opporsi
    al capitale?
192 In attesa del nuovo soggetto


 

 

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Pagina 3

Prefazione

Perché la crisi non è quella che vi raccontano


Quel che vorrei provare a raccontarvi nelle pagine che seguono, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l'Unione europea. A ogni sconfitta corrisponde ovviamente la vittoria di qualcun altro. In realtà noi siamo stati battuti due volte. Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l'idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità.

L'idea di uguaglianza, anzitutto politica, si è affermata con la Rivoluzione francese. Essa dice che ogni cittadino gode di diritti inalienabili, indipendenti dal suo censo o posizione sociale, e ogni governo ha il dovere di adoperarsi per fare in modo che essi siano realmente esigibili da ciascuno. La marcia di tale idea è stata per oltre due secoli faticosa e incerta, ma nell'insieme ha avuto esiti straordinari. La facoltà di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento; la formazione di sindacati liberi; la graduale estensione del voto sino a includere tutti i cittadini; la tassazione progressiva; l'ingresso del diritto nei luoghi di lavoro; l'istruzione libera e gratuita per tutti sino all'università; la realizzazione dello stato sociale; i limiti posti alle attività speculative della finanza: è una lunga storia, quella che vede il principio di uguaglianza diventare vita quotidiana per l'intera popolazione.

Due periodi furono specialmente favorevoli a tale marcia: gli anni Trenta sotto la presidenza Roosevelt, negli Stati Uniti, che videro fra l'altro un grande rafforzamento dei sindacati e una severa regolazione della finanza, e i primi trent'anni dopo la Seconda guerra mondiale, in quasi tutti gli Stati europei, Italia compresa.

Poi, sul finire degli anni Settanta, la ristretta quota di popolazione che per generazioni aveva subito l'attacco dell'idea e delle politiche di uguaglianza decise che ne aveva abbastanza. Si tratta della classe dei personaggi super-potenti e super-ricchi che controllano la finanza, la politica, i media, che dopo i moti di piazza anti Wall Street di anni recenti si usa stimare nell'1 per cento: un dato che le statistiche sulla distribuzione della ricchezza confermano. Essa iniziò quindi un feroce quanto sistematico attacco a qualsiasi cosa avesse attinenza con l'uguaglianza, previa una preparazione che risaliva addirittura agli anni Quaranta. I governi Reagan e Thatcher provvidero a smantellare i sindacati; in Francia un presidente socialista, François Mitterrand, si impegnò a fondo per liberalizzare senza limiti i movimenti di capitale e le attività speculative delle banche - una delle radici della crisi attuale. In Germania il cancelliere Gerhard Schröder tradí lo spirito e la prassi della socialdemocrazia, assestando con le leggi ricomprese sotto la dizione di Agenda 2010 un duro colpo ai salari, ai sussidi di disoccupazione, alle condizioni di lavoro nelle fabbriche, nonché a sanità e pensioni. In Italia ci pensarono le leggi Treu del 1997, Maroni-Sacconi del 2003, Fornero del 2012, Renzi del 2014-15 ad accrescere il precariato e ad avviare nuovamente i lavoratori dipendenti verso condizioni prossime alla servitú. Nello stesso periodo vennero effettuati tagli micidiali all'istruzione, all'università, alle pensioni, alla sanità, in base all'assunto (del tutto falso) che eravamo tutti vissuti al di sopra dei nostri mezzi.

Causa fondamentale della sconfitta dell'uguaglianza è stata, dagli anni Ottanta in poi, la doppia crisi, del capitalismo e del sistema ecologico, quest'ultima strettamente collegata con la prima. La stessa crisi del capitalismo ha molte facce: l'incapacità di vendere tutto quello che produce; la riduzione drastica dei produttori di beni e servizi i quali abbiano un reale valore d'uso; il parallelo sviluppo del sistema finanziario al di là di ogni limite, da utile ausiliare dell'economia produttiva a sfrontato padrone di ogni aspetto della vita sociale. A queste diverse facce della sua crisi il capitalismo ha reagito accrescendo lo sfruttamento irresponsabile dei sistemi che sostengono la vita - concetto che l'espressione «sistema ecologico» vuol riassumere - nonché ostacolando in tutti i modi gli interventi che sarebbe necessario adottare prima che sia troppo tardi. Il tutto con il ferreo sostegno di una ideologia, il neoliberalesimo, che riducendo tutto e tutti a mere macchine contabili dà corpo a una povertà del pensiero e dell'azione politica quale non si era forse mai vista nella storia. Per questo le pagine che seguono puntano a spiegare come senza un'adeguata comprensione della crisi del capitalismo e del sistema finanziario, dei suoi sviluppi e degli effetti che l'uno e l'altro hanno prodotto nel tentativo di salvarsi, ogni speranza di realizzare una società migliore dell'attuale può essere abbandonata.

Quando parlo di pensiero critico, che costituisce la perdita numero due, mi riferisco a una corrente di pensiero che oltre al soggiacente ordine sociale mette in discussione le rappresentazioni della società diffuse dal sistema politico, dai principali attori economici, dalla cultura dominante nelle sue varie espressioni, dai media all'accademia. La tesi da cui tale corrente è (o era) animata è che le rappresentazioni della società predominanti in un paese distorcono la realtà al fine di legittimare l'ordine esistente a favore delle élite o classi che formano tra 1 e il 10 per cento della popolazione. È una tesi che ha una lunga storia. E stata formulata tra i primi da Machiavelli; ha toccato un vertice di spessore e complessità con Marx e poi con la teoria critica della società , elaborata dalla Scuola di Francoforte tra gli anni Venti e Cinquanta; si è prolungata in Italia con Gramsci e in Francia con Bourdieu e Foucault , sin quasi ai giorni nostri.

La suddetta tesi trova una clamorosa conferma nella società contemporanea, a cominciare dalla nostra. La rappresentazione di quest'ultima che vi propongono i giornali, la Tv, i discorsi dei politici, le scienze economiche, la stessa scuola, l'università, sono soltanto contraffazioni della realtà, elaborate a uso e consumo delle classi dominanti. È la funzione che svolgono quotidianamente le dottrine neoliberali. E guai se uno osa contraddirle. Il richiamo alle distorsioni che l'enorme aumento della disuguaglianza ha prodotto in campo sociale, politico, morale, civile, intellettuale viene confutato con l'idea che l'arricchimento dei ricchi solleva tutte le barche - laddove un minimo di riguardo all'evidenza empirica mostra che nel migliore dei casi, ha scritto un economista americano, esso solleva soltanto gli yacht. Le critiche alle dilettantesche riforme costituzionali volute dal governo Renzi, dalle province al Senato, che di fatto renderebbero superfluo il voto dei cittadini perché provocherebbero un accrescimento incontrollabile del potere del partito vincitore e del governo da esso costituito, sono liquidate come resistenze di anziani soloni rimasti fuori del tempo. E l'idea che il tentativo di ritornare a una crescita quale si è registrata in pochi decenni della seconda metà del Novecento sia impossibile quanto rischiosa - un tema centrale di questo libro - è considerata un attacco alle libertà democratiche. Ciò nonostante non esiste piú alcun punto di riferimento di qualche peso e visibilità sociale dal quale un pensiero critico emerga per confutare ad alta voce tali fittizie rappresentazioni della nostra società: non un partito, non un organo di rilievo dei media, non una fondazione o una scuola.

Al posto del pensiero critico ci ritroviamo, come si è detto, con l'egemonia dell'ideologia neoliberale, la sua vincitrice. È un'ideologia strettamente connessa all'irresistibile ascesa della stupidità al potere. È l'impalcatura delle teorie e delle azioni che prima hanno quasi portato al tracollo l'economia mondiale, poi hanno imposto alla Ue politiche di austerità devastanti per rimediare a una crisi che aveva tutt'altre cause - cioè la stagnazione inarrestabile dell'economia capitalistica, il tentativo di porvi rimedio mediante un accrescimento patologico della finanza, la volontà di riconquista del potere da parte delle classi dominanti. Oltre alla crisi ecologica, che potrebbe essere giunta a un punto di non ritorno.

Resta pur vero che senza l'apporto di una dose massiccia di stupidità da parte dei governanti, dei politici, e ahimè di una porzione non piccola di tutti noi, le teorie economiche neoliberali non avrebbero mai potuto affermarsi nella misura sconsiderata che abbiamo sott'occhio. Tali teorie non hanno previsto la crisi del 2008; non hanno avanzato una sola spiegazione decente delle sue cause; i loro modelli sono lontani anni luce dalla realtà dell'economia; hanno fatto passare il principio che anzitutto bisogna salvare le banche senza chiedere loro nulla (quanto ai cittadini, se la sbroglino); soprattutto, hanno avallato l'idea che una crescita senza limiti dell'economia capitalistica sia possibile e desiderabile. Avrebbero dovuto essere sepolte da anni dalle proteste, se non anzi dalle risate; sono diventate invece uno strumento iugulatorio di governo delle nostre vite.

Ma per tornare alla stupidità: sia chiaro che qui la intendo come un comportamento contingente. È possibile che chi pronuncia o commette, in certe occasioni, affermazioni o atti di palese stupidità manifesti, in altri momenti della vita sociale, una normale intelligenza. La stupidità cui mi riferisco è quella che si incontra ogni giorno in campo politico ed economico. Si vedano le politiche di austerità. Hanno provocato disastri d'ogni genere, nel nostro come in altri paesi. Un numero crescente dei loro stessi sostenitori ammette ormai che sono state un fallimento. Lo ha riconosciuto persino uno dei padri nobili di dette politiche, il Fondo monetario internazionale. Ciò nonostante la maggioranza dei nostri governanti e dei politici che le esprimono insiste nel dire, agendo poi di conseguenza, che esse sono la cura migliore per tornare alla crescita, aumentare l'occupazione, rilanciare la competitività e il Pil. Pensate a quanto è successo nell'autunno 2014. All'epoca i disoccupati sono oltre tre milioni. I giovani senza lavoro sfiorano il 45 per cento. La base produttiva ha perso un quarto del suo potenziale. Il Pil ha perso 10-11 punti rispetto all'ultimo anno prima della crisi. E che fa il governo? Si sbraccia allo scopo di introdurre nella legislazione sul lavoro nuove norme che facilitino il licenziamento, riprendendo idee e rapporti dell'Ocse di almeno vent'anni prima. Come non concludere che siamo dinanzi a casi conclamati di stupidità? (o forse di malafede: discutere di come licenziare con meno intralci legali è anche un modo per non discutere dei problemi di cui sopra. Lascio a voi il giudizio).

Il guaio è che la stupidità in campo economico domina il governo dell'economia non solo in Italia, bensí in tutta la Ue. Ad esempio, soltanto una dose suprema di stupidità poteva alimentare l'ondata di fanatismo con cui le istituzioni di Bruxelles e dintorni, sotto la sferza tedesca, hanno combattuto con ogni mezzo il deficit di bilancio e il debito pubblico che ne deriva: due elementi che in realtà sono indispensabili per dare consistenza al fondamentale potere di governare il proprio bilancio che gli Stati europei hanno esercitato sin dal Settecento. Com'è ovvio, la sbalorditiva diffusione della stupidità a livello di istituzioni europee e di governi nazionali si propaga poi a livello individuale. Si possono cosí leggere sui giornali o udire in Tv, da deputati e deputate dei maggiori partiti, affermazioni di abissale insensatezza quali «La Costituzione deve essere cambiata perché non è al passo con i tempi e con il mondo che è cambiato, visto che risale al lontano 1948». Oppure: «L'articolo 18 va soppresso perché è stato introdotto nel 1970, quando ancora esistevano i padroni e i lavoratori dipendenti».

Che cosa possiamo fare noi, mi chiederete. Anzitutto dovete farvi un'idea solida del tipo di persona, di essere umano che ammirate, e che vorreste essere. La concezione dell'essere umano teorizzata e perseguita ai giorni nostri con drammatica efficacia dal pensiero neoliberale ha lo spessore morale e intellettuale di un orologio a cucú. In alternativa, nei vostri libri di scuola potete trovare quanto di meglio il pensiero occidentale ha espresso in venticinque secoli. Si tratta di metterlo in pratica. Fondamentale in esso, a onta delle sue innumeri differenziazioni, è la distinzione tra ragione soggettiva o strumentale e ragione oggettiva. La prima vede nell'essere umano principalmente una macchina da calcolo, che pondera senza tregua il rapporto tra mezzi e fini: è l'idea alla base dell'ideologia neoliberale. Per contro, stando alla seconda definizione di ragione, questa esiste anche nel mondo oggettivo. Come ha scritto Max Horkheimer , essa esiste «nei rapporti fra gli esseri umani e fra le classi sociali, nelle istituzioni sociali, nella natura e nelle sue manifestazioni». In questa concezione quel che piú conta sono i fini, non i mezzi. Essa non guarda alla massimizzazione dell'utile, bensí al problema del destino umano, «al modo di realizzare i fini ultimi». Incluso l'ideale dell'uguaglianza, e quello di evitare all'umanità, in un futuro che si avvicina rapidamente, il fosco destino che l'aspetta se non provvede quanto prima a riparare i guasti da essa stessa apportati al sistema ecologico.

Se riuscirete a costruirvi un'immagine dell'essere umano da creare in voi, ispirata da fini ultimi simili a quelli citati piuttosto che dai precetti della finanza, vi verrà naturale pensare a quale sarebbe il genere di società in cui quel tipo umano vorrebbe vivere, e che vorreste impegnarvi a realizzare. Non temete: non vi propongo di affrontare di corsa i monumenti del pensiero critico, ma di tenere presente che essi esistono, e quando occorre sono un formidabile antidoto contro l'ottusità e la piattezza delle rappresentazioni della società che siete costretti ogni giorno a subire. Quei monumenti erano, una volta, patrimonio della cultura e dei partiti di sinistra, anche in Italia. Ma da noi la cultura di sinistra, quale cultura diffusa di ampie formazioni politiche, è morta, insieme con i partiti che la divulgavano. Appartiene alle sconfitte da cui sono partito. Ma nessuno è veramente sconfitto se riesce a tenere viva in se stesso l'idea che tutto ciò che è può essere diversamente, e si adopera per essere fedele a tale ideale.

Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell'età della sua scomparsa.

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4. Contro la crisi ecologica, cambiare le strategie di produzione e consumo.


Al fine di sopravvivere alle crisi produttive da esso stesso provocate il capitalismo ha portato all'esasperazione, in specie dopo gli anni Ottanta, la sollecitazione a consumare il piú possibile. In Europa, la forte crescita dei consumi di beni durevoli - auto, elettrodomestici, televisori, piú il miglioramento del comfort abitativo (vedi la diffusione del termosifone, che negli anni Trenta era un lusso riservato a pochi) - verificatasi nel trentennio dopo la Seconda guerra mondiale ha permesso alla maggioranza della popolazione di raggiungere un livello di vita prima riservato a ristrette classi medie. Purtroppo verso la fine degli anni Settanta la domanda dei suddetti beni si ridusse, perché poche famiglie avevano bisogno di due automobili o tre lavatrici. Il capitalismo inventò quindi due rimedi complementari: la finanziarizzazione dell'economia, cui si è appena fatto cenno, e le strategie di marketing intese ad accelerare il ciclo dei consumi e a estenderlo a tutte le classi di età, dai bimbi di due o tre anni agli ottuagenari.

Le suddette strategie includono: a) la obsolescenza programmata di elettrodomestici, prodotti informatici, mobili, capi di abbigliamento, ecc. Tra di essi rientrano gli oggetti che potrebbero durare anni ed essere riparati piú volte, mentre si guastano senza rimedio dopo poco tempo e l'artigianato della riparazione è quasi scomparso; b) il lancio incessante di nuovi prodotti del tutto simili ai precedenti che li fanno però apparire superati, in campi che vanno dall'informatica alla Tv, dai cellulari alle auto, dall'abbigliamento ai prodotti per la casa e la persona. Come ha dichiarato un alto dirigente della Procter & Gamble, gigante dei prodotti per l'igiene personale, «per sopravvivere dobbiamo lanciare in tutti i campi un prodotto nuovo all'anno»; c) la corruzione dei bambini e l'infantilizzazione degli adulti per mezzo di una pubblicità onnipervasiva: il che, secondo un noto politologo americano, Benjamin Barber , è un grosso problema politico oltre che economico, poiché erode alla base la formazione del cittadino; d) l'uso dei mezzi personali di comunicazione, da internet ai telefoni cellulari o smartphone che siano, per trasformare qualsiasi comunicazione in un veicolo pubblicitario.

Dinanzi a simili mutamenti, da almeno trent'anni numerosi autori si richiamano alla necessità di cambiare le attuali modalità di consumo, irresponsabilmente basate sulla dissipazione di risorse fossili e biologiche, trascurando il dato vitale che in un mondo fisicamente finito i consumi dissipativi non possono continuare ad aumentare senza fine. In genere chi sostiene tale necessità si espone alle seguenti obiezioni:

a) Le innovazioni tecnologiche porteranno per secoli a scoprire nuovi giacimenti di risorse non rinnovabili. Si veda, ad esempio, la questione del petrolio e del gas: le tecnologie del fracking (letteralmente: frantumazione - non di cocci, bensí di montagne) e le trivellazioni in mare e nelle zone artiche li hanno resi nuovamente abbondanti, dopo decenni in cui si parlava del loro prossimo esaurimento.

b) Altre innovazioni permettono e permetteranno di riciclare praticamente senza limiti le risorse non rinnovabili. Si veda il caso delle materie plastiche, della carta, dell'alluminio, del vetro, dell'acciaio, ecc.

c) Il riciclo delle risorse e i provvedimenti già adottati da molti paesi, quali la tassazione delle industrie piú inquinanti, al fine di limitare sia le emissioni di gas serra sia il consumo di risorse non rinnovabili, porteranno quanto prima a realizzare forme di «sviluppo sostenibile».

d) La questione non è cosí urgente. Non si vede perché preoccuparsi oggi di problemi che potrebbero diventare gravi soltanto fra due o tre secoli.

e) Chi propone di ridurre i consumi, in nome della cosiddetta «decrescita», vuole farci tornare alle condizioni di vita e di lavoro dei nostri bisnonni.

f) Le diagnosi circa il riscaldamento climatico a causa dei gas serra e dei danni che esso sta già provocando sono false o esagerate. Prova ne sia che si susseguono in ogni parte del globo degli inverni molto freddi...


Al lume delle ricerche condotte da decenni da migliaia di scienziati in tutto il mondo e dei dati via via accumulatisi e reciprocamente rinforzantisi, nessuna delle suddette obiezioni sta in piedi. Vediamo per sommi capi perché.

a) L'impiego di nuove tecnologie di ricerca e acquisizione di risorse non rinnovabili, tipo il fracking o le trivellazioni in mare e nelle zone artiche, in realtà non fa che spostare il problema un po' piú avanti nel tempo - al prezzo di devastazioni dell'ambiente di una gravità senza precedenti. Nel caso del fracking la sommità di intere montagne o colline viene demolita, mentre l'impiego di fluidi sotto pressione per far risalire il gas o rendere disponibili le sabbie bituminose che contengono petrolio produce imponenti forme di inquinamento. Inoltre lo sfruttamento dei giacimenti cosí ottenuto ha una durata breve, sovente un anno o poco piú. Le trivellazioni in mare a profondità sempre maggiori costituiscono un rischio ambientale di prima grandezza. L'incidente capitato a una piattaforma della British Petroleum (Bp) nel golfo del Messico (2010) ha comportato undici vittime, cinque milioni di barili di petrolio grezzo dispersi in mare, e trilioni di dollari di danni alle zone costiere e alla pesca.

b) Nessun tipo di risorsa è riciclabile senza limiti, per due motivi: 1) il riciclo comporta in ogni caso la distruzione di una quota del materiale riciclato; 2) a ogni riciclo una risorsa perde qualche caratteristica, anche se in misura minima, per cui non sempre può venire impiegata per i medesimi usi di prima. È il caso della carta stampata. Dalla carta riciclata è impossibile eliminare per intero l'inchiostro che conteneva come giornale, manifesto, rivista, libro o altro. Anche il recupero di metalli preziosi o rari dai computer rottamati può essere solamente parziale. Lo stesso vale per le vecchie auto. Tutto ciò significa che di ciclo in ciclo di rigenerazione, ogni risorsa percorre un cammino verso uno stato in cui non è piú utilizzabile o diventa irrimediabilmente scarsa.

c) Lo sviluppo «sostenibile» è stato giustamente definito un «ossimoro» da Serge Latouche , padre dell'idea di decrescita, in quanto accosta due termini incompatibili, sul genere di «guerra pulita» o «bombe intelligenti». Questo perché lo sviluppo economico è sempre stato legato alla crescita. In effetti il concetto di sviluppo «sostenibile» auspica una distribuzione piú equa dei frutti dello sviluppo economico e un uso meno dissipativo delle risorse naturali. Tuttavia, non affronta minimamente il problema di come assicurare un livello di vita dignitoso esteso alla quasi totalità della popolazione mondiale mediante una forte riduzione del consumo delle risorse stesse. Tant'è vero che esso è diventato lo slogan adottato da corporations e organizzazioni che vedono nella crescita illimitata dei consumi, solo un po' meglio distribuita, il futuro dell'economia.

d) Dalla diffusione del motore a vapore, che rese possibili lavorazioni industriali centinaia di volte piú produttive delle precedenti, sono passati appena due secoli. Nel corso di questi, anche a causa dell'aumento della popolazione, il consumo sia di risorse fossili sia di risorse biologiche è aumentato in misura esponenziale. È impensabile che gli stessi consumi possano continuare a crescere nella stessa misura non per secoli, ma anche soltanto per pochi decenni.

e) Non si vede perché mai la qualità della vita dovrebbe regredire di generazioni se una lavastoviglie durasse dieci anni invece di due; se centinaia di migliaia di persone potessero spostarsi dall'esterno all'interno delle città e viceversa usando per mezz'ora efficienti mezzi di trasporto urbani e regionali invece di dover dipendere dalla schiavitú dell'auto (già avviene, per dire, a Parigi); se le abitazioni avessero sistemi di riscaldamento che grazie all'isolamento termico riscaldano soprattutto l'ambiente interno anziché la città e la campagna (un risparmio attuato in notevole misura in Germania); se ogni volta che piove non si registrassero disastri perché nel 75 per cento del territorio è stato eliminato il dissesto idrogeologico; se si consumassero prodotti di stagione coltivati localmente in luogo di prodotti fuori stagione (le ciliegie a febbraio, ecc.) che dopo essere stati chimicamente condizionati hanno percorso migliaia di chilometri in aereo o per nave; ecc.

f) Le società petrolifere e in genere i produttori di energia hanno speso centinaia di milioni di dollari tramite rapporti, fondazioni, convegni allo scopo di screditare gli studiosi del clima, i quali insistono che il pericolo di fenomeni devastanti a causa delle emissioni di gas serra e del relativo riscaldamento dei mari e dei ghiacciai non è piú questione di secoli bensí di pochi decenni, addirittura forse di uno o al massimo due. Di fatto il 97 per cento degli esperti è d'accordo che la situazione è proprio questa, ed è assai peggio di quanto non si fosse creduto anche solo pochi anni addietro. Un rapporto dell'Onu di fine 2014 lo ha ribadito con dati e toni allarmanti.

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5. La strategia del debito.


Avrete forse letto o sentito dire in Tv, sin dai tempi della scuola media, che su ciascuno di voi grava un debito di oltre 30 000 euro. Sarebbero soldi dovuti allo Stato. È una prospettiva invero preoccupante, sapere di dovere nientemeno che allo Stato l'equivalente di un anno di stipendio o salario lordo ancor prima di cominciare a guadagnare qualcosa lavorando - magari da precaria o precario. Oso dire che di questo particolare debito non avete alcuna ragione di preoccuparvi. L'idea che ciascun cittadino sia personalmente indebitato per una frazione pro capite del debito pubblico fa parte dello sciocchezzaio economico internazionale. Purtroppo diffusa e sostenuta anche da personaggi come la cancelliera Angela Merkel, che non si stanca mai di ricordare ai connazionali e alla Ue tutte le virtú della «casalinga sveva», compunta madre di famiglia che sta ben attenta a non spendere un euro piú di quanto entra in casa. Per cui gli Stati dovrebbero imitarla. Il fatto è che questa similitudine tra la casalinga e lo Stato è del tutto campata in aria. La differenza principale sta nei diversi poteri dell'una e dell'altro. Lo Stato può sia creare denaro in varie forme, seppur badando a determinati parametri, sia prelevare tasse e contributi di ogni genere, cose che la casalinga non può proprio fare. Chi vi propina la storiella della casalinga economa persegue soprattutto il fine di far sentire colpevoli voi, i vostri genitori e i vostri nonni, perché avete vissuto al di sopra dei vostri mezzi. Tradotto: bisogna tagliare le spese per lo stato sociale.

In realtà le cose stanno altrimenti. Basta dare un'occhiata a libri recenti come La ragnatela del debito; La prigione dei debitori; La casa del debito; La bolla (del debito) e oltre; Debiti senza peccato? Sono soltanto alcuni dei testi che cercando di spiegare le origini e gli sviluppi della crisi finanziaria iniziata nel 2008 hanno individuato fra le sue cause prime l'aumento eccessivo, intervenuto nel decennio precedente, del debito privato, quello di famiglie e imprese; al quale ha fatto seguito, dopo i primi anni di crisi, l'aumento del debito dei bilanci pubblici causato non dall'aumento della spesa sociale, bensí dai pacchetti di salvataggio erogati dallo Stato a favore delle banche. L'intera vicenda non è stata un fenomeno accidentale. Fare in modo con metodi appropriati che il maggior numero di soggetti economici, privati e pubblici, sia indebitato al limite delle sue possibilità e oltre fa parte della strategia globale del sistema finanziario: una strategia volta a estrarre da essi un flusso continuativo di denaro generato da altro denaro, in gran parte fittizio perché creato ex nihilo. Il tutto, si noti, senza produrre nulla di utile per l'economia reale o la società in generale. Al tempo stesso siamo dinanzi a un progetto politico: ottenere che il maggior numero possibile di persone ed enti privati e pubblici sia fortemente indebitato è il miglior modo per far sí che essi obbediscano alla cosiddetta disciplina dei mercati — strumento principe del dominio dell'oligarchia finanziaria al potere, nel nostro paese come in tutta la Ue.

Per ottenere i suddetti scopi è necessario per il creditore che i debiti aperti nei suoi confronti non vengano mai saldati. Questa situazione si realizza precipuamente quando il debitore, che può essere tanto un privato quanto uno Stato, deve pagare sul debito preesistente degli interessi cosí elevati da essere costretto a fare altri debiti per pagare gli interessi sugli interessi, senza mai riuscire a restituire quote rilevanti di capitale. È la micidiale trappola dell'interesse composto: uscirne senza una ristrutturazione cospicua del debito originario è impossibile. Una concessione che i creditori, in genere, non sono disposti a fare, come mostra il caso greco: il debitore deve rimanere tale senza limiti di tempo.

La strategia del debito ha avuto un'importanza cruciale nello sviluppo della crisi europea dal 2010 in poi. Le banche europee sono ingenti creditori di quasi tutti gli Stati Ue, nel senso che detengono forti quantità di titoli pubblici, per non parlare dei crediti ai privati. Dinanzi al rischio che la crisi mettesse a repentaglio le banche, i governi Ue hanno consapevolmente scelto di salvare queste ultime, a danno dell'occupazione, della produzione, dei salari, delle condizioni di lavoro, dello stato sociale, dell'ambiente. In questa difesa dei maggiori creditori la danza è stata condotta, tramite Bruxelles, soprattutto dalla Germania, i cui istituti finanziari sono zeppi di titoli stranieri e che ha impegnato oltre 600 miliardi di euro per salvare alcune delle piú note banche nazionali e un buon numero di banche regionali (Landesbanken). Non un singolo governo ha saputo alzare la voce per dire che era scorretto imporre le feroci politiche di austerità introdotte con metodi dittatoriali dalla Ue agli inizi del 2010, a cominciare dalla Grecia, camuffandole come rimedi resi necessari dagli (inesistenti) eccessi della spesa sociale e simili. Le grandi banche si reggono sulla strategia del debito; perciò, nella lista dei soggetti da salvare dalla crisi, la salute delle banche ha per i governi Ue una priorità assai piú alta che non le condizioni di vita dei loro cittadini.

[...]

Oppure si veda il caso del debito pubblico italiano. Agli inizi degli anni Ottanta esso veleggiava tranquillamente intorno al 60 per cento del Pil. Poi Beniamino Andreatta, all'epoca ministro del Tesoro, e il governatore Carlo Azeglio Ciampi, governatore di Bankitalia, ebbero nel 1981 una trovata che parve allora essere un abile espediente contro il rischio di inflazione, ma che si sarebbe presto rivelata deleteria per le sorti del pubblico bilancio. I due concordarono di vietare alla Banca d'Italia di acquistare i titoli pubblici di debito (Bot, Certificati del Tesoro, ecc.) rimasti invenduti alle aste periodiche dei medesimi. Finché Bankitalia si faceva carico dell'invenduto, il tasso d'interesse restava quello fissato prima delle aste dal Tesoro, di solito basso. Caduto tale vincolo, in breve tempo gli interessi sui titoli che lo Stato doveva pagare per smerciarli salirono vertiginosamente. Di conseguenza il debito pubblico raddoppiò in soli dieci anni, salendo dal 60 per cento nel 1982 a oltre il 120 per cento del Pil nel 1993. Una quota dalla quale non è mai piú significativamente rientrato. Pertanto il vertiginoso aumento del debito non fu affatto dovuto a un eccesso di spesa sociale, come di solito si legge, bensí all'aumento degli interessi sui titoli emessi. Nel 1984 l'Italia spendeva per interessi sul debito pubblico l'8 per cento del Pil. Dopo la forzata uscita di scena della Banca d'Italia, la spesa per interessi giunse a superare l'11 per cento del Pil, laddove nella Ue essa era di poco superiore al 4 per cento.

Chi traeva beneficio dal far salire a tal punto gli interessi sul nostro debito pubblico? Ovviamente le banche, ma anche i piccoli risparmiatori, ai quali esse magnificavano i vantaggi di acquistare titoli che valevano 100 a inizio anno e piú di 110 alla fine di esso. Ma non si trattava soltanto di lucrare maggiori interessi. Il livello da questi ultimi raggiunto assicurava che lo Stato italiano non sarebbe mai riuscito a rientrare, nemmeno in parte, dal proprio debito. Al presente questo supera il 130 per cento del Pil, ha sfondato in valore assoluto i 2200 miliardi, assorbe una spesa per interessi che si avvicina ai 200 miliardi all'anno. Tutte cifre che garantiscono che l'Italia non riuscirà mai a ridurre in misura apprezzabile - diciamo di almeno il 30 per cento - il proprio debito: una condizione perfetta dal punto di vista dei creditori.

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6. Portare la finanza al servizio di una economia rinnovata e dell'ecosistema.


In una economia moderna le funzioni fondamentali del sistema finanziario sono:

a) custodire i depositi, piccoli o grandi che siano, effettuati dai clienti;

b) assicurare il flusso di pagamenti fra soggetti pubblici e privati;

c) erogare crediti in denaro «pieno» a soggetti che si impegnano a produrre beni e servizi utili alla sussistenza della popolazione e alla sua riproduzione sociale e biologica.

L'attuale sistema finanziario svolge in modo efficiente le prime due funzioni, ma fatto riguardo alla terza risulta disastrosamente inetto, o anzi dannoso, da diversi punti di vista.

Primo, l'astronomica creazione dal nulla di varie forme di denaro, effettuata per mezzo sia del credito sia di prodotti finanziari che hanno la natura di pure scommesse, è di per sé un fattore permanente di instabilità e di crisi per l'intera economia (vedi il paragrafo 4).

Secondo, la massa di denaro virtuale o fittizio creata dal sistema negli ultimi lustri - denaro cioè che non corrisponde a nessun valore reale - è giunta a superare di quasi 11 volte il Pil del mondo: oltre 700 trilioni di valore nominale contro 65. Si tratta, in sostanza, di un immenso castello di carte o, detto piú concretamente, di una colossale piramide di debiti che grava da ultimo sull'economia reale.

Terzo, il sistema è troppo grande, complesso e opaco per poter essere assoggettato a forme incisive di regolazione, il che garantisce l'insorgere di una crisi finanziaria ancor piú grave della precedente nel giro di qualche anno.

Quarto, oltre due terzi dei suoi crediti - si stima il 70 per cento - sono concessi non all'economia reale, bensí a enti finanziari che li usano unicamente per operazioni speculative.

Quinto, pur nei casi in cui i crediti vadano all'economia reale, essi sono concessi senza alcuna valutazione del loro impiego. Per dire, se si escludono le poche e relativamente piccole banche «etiche» le quali badano a effettuare investimenti «socialmente responsabili», la decisione di finanziare con il credito una sala giochi oppure un laboratorio di ricerca, una fabbrica d'armi oppure un ospedale, è presa unicamente in base a considerazioni economiche: sulla decisione la natura dell'investimento non ha alcun peso.

Sesto, la riproduzione sociale e culturale della popolazione, un tema che riguarda direttamente la crisi ecologica, è parimenti ignorata. In questo ambito il sistema finanziario da un lato sostiene la crescita senza freni che aggrava la doppia crisi, dall'altro si è distinto per l'impulso dato alla «finanza del carbonio», di cui abbiamo visto i gravi limiti (vedi il paragrafo 3).

Settimo, ha accresciuto le disuguaglianze di ricchezza in misura mai vista dal Medioevo: al presente 35 milioni di persone, lo 0,7 per cento della popolazione mondiale, possiedono il 44 per cento della ricchezza globale, pari a 116 trilioni di dollari; mentre il 70 per cento della popolazione, ossia 3,3 miliardi di persone, ne possiede in tutto il 3 per cento, che equivale a meno di 8 trilioni.

In forza di tali caratteristiche, il sistema finanziario cosí com'è esercita un dominio schiacciante sull'economia e sulla politica; rischia di causare una crisi finanziaria peggiore di quella iniziata nel 2008; ostacola qualsiasi trasformazione dell'economia reale che comprenda misure efficaci per affrontare la crisi ecologica; rende inconcepibile qualsiasi politica volta a realizzare una maggior equità distributiva. Si può capire come definizioni correnti quali il sistema finanziario attuale è «un'arma di distruzione di massa», oppure è «una degenerazione teratologica che richiede un intervento chirurgico radicale», non appaiano del tutto inappropriate. Fuor di metafora, si tratterebbe, come minimo, di sottoporre la finanza a una ragionevole misura di controllo democratico.

[...]

Trovare il modo di sottoporre il sistema finanziario a un controllo democratico allo scopo di farlo evolvere verso una condizione in cui svolga efficacemente la funzione c) (cioè erogare crediti in denaro «pieno», ecc.), al servizio di una economia rinnovata e della collettività intera, è un compito immane. Sarebbe infatti necessario:

1. Togliere alle banche private il potere di creare denaro, elevando ad esempio al 100 per cento le riserve da depositare presso la banca centrale, per riservarlo unicamente, quale indispensabile funzione pubblica, allo Stato o a un suo ente.

2. Separare le banche commerciali, che devono evitare di far correre rischi ai soldi dei depositari, dalle banche di investimento, che possono far correre un tot di rischio ai clienti, informandoli che i loro depositi possono venire usati con il loro consenso per erogare crediti, e remunerando i depositari in misura appropriata.

3. Al fine di evitare che siano o diventino «troppo grandi per poterle lasciar fallire», ridurre drasticamente le dimensioni delle banche, molte delle quali, nella Ue, hanno bilanci che si avvicinano o superano il Pil del loro paese.

4. Vietare la creazione di derivati «nudi», ossia non collegati all'obbligo di compiere una transazione effettiva con riferimento al sottostante.

5. Incentivare le banche commerciali a, e nel caso imporre di, concedere crediti di preferenza a quei soggetti che dimostrano di volerli utilizzare non con finalità speculative, bensí per creare ricchezza reale ovvero «materiale», consista essa in beni o servizi.

6. Favorire con mezzi legali ed economici lo sviluppo di banche «ecologicamente responsabili», orientate cioè a finanziare progetti che, a differenza di quanto finisce per fare la «finanza del carbonio», siano realmente mirati a ridurre le emissioni di gas serra e il consumo di energia comunque prodotta (il che non comprenderebbe, ad esempio, la produzione di auto elettriche, le quali funzionano con batterie la cui produzione è fortemente inquinante e sono ricaricate con l'energia generata da centrali a gasolio o a carbone).

7. Organizzare estese campagne di informazione per il pubblico dirette a spiegare che i difetti strutturali del sistema finanziario concorrono pesantemente ad aggravare sia la crisi dell'economia reale - che è la vera base della crisi - sia la crisi ecologica nelle sue varie componenti.

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I difetti strutturali dei Trattati Ue sono di due ordini: da un lato vi sono gli errori di previsione circa i modi in cui la Ue avrebbe funzionato e l'omissione di scopi fondamentali per la riuscita di un'unione economica e sociale; dall'altro, si è realizzata una forte concentrazione di poteri privi di qualsiasi controllo in poche istituzioni non elette da nessuno. La previsione degli autori dei Trattati era che se si imponevano politiche economiche identiche a tutti gli Stati membri, oltre che una moneta unica - l'euro -, le loro economie, storicamente diverse per produttività, specializzazione produttiva, tipo ed entità degli scambi con l'estero, composizione della manodopera, investimenti in ricerca e sviluppo, sistema di istruzione professionale e altro, avrebbero finito per convergere. Ciascuna avrebbe gradualmente assunto i caratteri virtuosi delle economie di punta - in primo luogo la Germania.

Non è accaduto niente di simile.

[...]

I difetti strutturali dei Trattati e l'assenza di democrazia nelle istituzioni europee sopra riassunti hanno portato, in tempi di crisi, all'elaborazione delle micidiali politiche di austerità. Esse muovono dal presupposto che la crisi economica sia dovuta principalmente all'eccessivo debito pubblico, generato non dal salvataggio delle banche (di cui ormai nessuno parla, sebbene tra il 2008 e il 2010 esso abbia richiesto l'impegno da parte degli Stati dell'Eurozona di 4,6 trilioni di euro), bensí dall'eccesso di spesa sociale e dal costo troppo elevato del lavoro. Quel che è peggio è che la cieca adesione dei governanti europei ai dettati di Bruxelles (e di Berlino) ha fatto sí che per lungo tempo nessuno di essi sia riuscito a escogitare una via praticabile per uscire dalla crisi. Non solo la lettera e lo spirito dei Trattati paiono obbligare i governanti ad agire in tal modo, ma li privano pure di qualsiasi capacità di immaginare alternative per eventualmente discuterne. Va detto d'altra parte che l'austerità è un progetto politico, rigorosamente coerente con l'impostazione dei Trattati, che privilegia su ogni altra cosa il funzionamento dei mercati e del sistema finanziario. I cittadini europei debbono adeguarsi: il «tallone di ferro» dell'oligarchia made in Ue (cito ancora di proposito il romanzo di Jack London) non lascia loro, per ora, alcuno scampo. Sull'austerità come progetto politico tornerò piú avanti. Dell'oligarchia parla il paragrafo seguente.

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Capitolo quinto

Alla ricerca di alternative




1. Il sentiero si traccia camminando. Ma bisogna camminare nella direzione giusta.


La doppia crisi che stiamo attraversando richiede a ciascuno di noi di compiere delle scelte - posto che anche decidere di non far nulla, o sostenere che la crisi non esiste, o è finita, costituiscono scelte precise e gravide di conseguenze. Secondo il quadro sin qui tracciato, pare davvero che la formazione economico-sociale del capitalismo si stia avvicinando alla fine. Dopo aver impiegato oltre due secoli ad affermare il suo dominio in tutto il mondo, la doppia crisi manifestatasi a partire dagli anni Settanta è lí a provare che le sue contraddizioni interne l'hanno ormai condannata all'estinzione. Lasciata a se stessa, la fine del capitalismo potrebbe essere rapida o lunga, pacifica o cruenta, parziale (cioè regionale) o globale: nessuno può dirlo. Ma essa è inevitabile, perché il capitalismo sta danzando sulla «fenditura ecologica», la seconda crisi da esso provocata. Potrebbe magari reggere per un altro secolo, da una crisi alla successiva, ove non fosse quasi certo che a quel momento non ci sarebbe piú un'umanità gratificata dai suoi benefici, perché il crollo dell'uno o dell'altro sottosistema di quelli che sostengono la vita, già oggi in cattive condizioni, l'avrebbe in gran parte spazzata via. Nel caso ciò non bastasse, nel suo attuale stadio di crisi il sistema economico e sociale capitalistico appare profondamente iniquo, paurosamente irrazionale, e del tutto incapace di uscire dalla crisi strutturale iniziata negli anni Settanta.

Di fronte a un simile quadro storico, nel quale si intrecciano previsioni circa un futuro piú o meno prossimo e giudizi di valore, ciascuno di noi che non rientri nell'1 per cento della popolazione formato dall'oligarchia dominante (la famosa classe di Davos) o nel 10 per cento di coloro che fungono da suoi volenterosi assistenti, si trova dinanzi ad alcune scelte, o se vogliamo «prese di parte». Sono scelte al tempo stesso cognitive e politiche. In sintesi: uno decide A) di schierarsi attivamente fra i difensori del capitalismo, a fianco della classe di Davos, magari con l'aggiunta di qualche forma di negazionismo della crisi, ovvero si colloca passivamente fra coloro per i quali, tutto sommato, esso va bene cosí com'è; B) uno non dubita che il capitalismo sia un sistema economico e sociale pessimo, per giunta in grave crisi, ma decide di star seduto sulla riva del fiume ad aspettare il suo crollo; C) uno decide di adoperarsi in qualche modo per rendere la transizione a un sistema economico e sociale diverso, non importa come si chiami, un po' meno lontana, e un po' meno gravida di caratteri sgradevoli. Vediamo queste scelte piú da vicino.

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Pagina 166

Nell'aprile 1935 Fisher pubblicava un libretto, 100% Money, che ha rappresentato fino a oggi la sintesi piú chiara ed efficace del principio centrale del Piano di Chicago: l'obbligo per le banche di portare in riserva l'intero equivalente dei prestiti che concedono creando denaro - il primo dei modi citati sopra per togliere loro questo potere. Fisher esponeva a lungo i vantaggi che la riserva 100 per cento avrebbe recato alla solidità e stabilità del sistema finanziario. In particolare insisteva su uno di essi che vari altri autori favorevoli alla riforma (ma non Simons) hanno lasciato nell'ombra: essa porrebbe fine non soltanto alla creazione di denaro, ma anche alla sua incontrollata distruzione.

Sotto il presente sistema [che è identico a quello odierno - N.d.A.], le banche creano e distruggono denaro in forma di assegno quando concedono o recuperano prestiti. Quando una banca mi presta 1000 dollari [quel denaro] è stato fabbricato di fresco dalla banca [...] Piú tardi, quando restituisco alla banca quei 1000 dollari, li tolgo dal mio conto corrente e quel circolante è distrutto sia sulla matrice del mio libretto d'assegni sia sui libri della banca. In altre parole sparisce completamente.

Fisher riteneva che la distruzione di denaro cosí operata fosse stata un fattore rilevante nella crisi del '29. Nel 1926 il denaro-assegno o denaro bancario circolante negli Stati Uniti fra un conto corrente e l'altro era stimato in 22 miliardi di dollari, mentre il denaro legale fisicamente presente in forma di banconote nel portafoglio della gente e nelle casse dei commercianti si aggirava sui 4 miliardi. Tra il 1929 e il 1933 il denaro-assegno si ridusse a 15 miliardi, mentre il denaro legale aumentò soltanto di 1. Secondo l'autore, «una parte essenziale della presente depressione è stata la riduzione da 23 a 15 miliardi del denaro-assegno, ovvero la cancellazione di 8 miliardi di dollari del maggior mezzo di circolazione della nazione di cui tutti noi abbiamo bisogno per le nostre attività quotidiane».

Mi sono dilungato sul Piano di Chicago e i suoi proponenti per una buona ragione: di recente esso è stato «rivisitato», a titolo personale, da due economisti del Fondo monetario internazionale e il risultato è stato sorprendente; approfondite simulazioni econometriche hanno confermato che ove fosse attuato, il Piano recherebbe anche oggi i quattro vantaggi principali indicati da Fisher. Il primo: permetterebbe un controllo assai piú efficace della maggior fonte di fluttuazioni del ciclo economico, costituita da improvvisi aumenti e contrazioni del credito bancario non generati dai fondamentali dell'economia reale. Il secondo vantaggio del Piano di Chicago consisterebbe nell'eliminare completamente le corse agli sportelli, poiché i depositi bancari sarebbero garantiti per intero dalle riserve delle rispettive banche presso la banca centrale. Il terzo sarebbe una cospicua riduzione del debito pubblico netto, poiché secondo il piano le banche dovrebbero prendere a prestito grandi riserve dal Tesoro e in tal modo il debito di questo si ridurrebbe. Infine, il quarto vantaggio risiederebbe in una non meno cospicua riduzione dei debiti privati, posto che lo Stato potrebbe usare parte dei suoi nuovi attivi ricomprando dalle banche grossi volumi di debiti privati.

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Non basta ancora. La graduale trasformazione del capitalismo in senso socio-ecologico richiederebbe una quantità immensa di ricerche, lo sviluppo di tecnologie innovative in innumeri settori, la messa in opera di politiche industriali oggi a malapena immaginabili. Onde perseguire tali finalità l'intervento dello Stato quanto a scelta degli indirizzi della ricerca e delle politiche da adottare, sostegno preliminare delle iniziative, regolazione dei mercati, sarà indispensabile. Com'è avvenuto per gran parte del Novecento e del primo decennio Duemila. Infatti, contrariamente a quanto si crede e a quanto sostengono gli economisti mainstream, lo sviluppo di quasi tutte le tecnologie che caratterizzano il nostro tempo è stato reso possibile soltanto dall'intervento precursore e poi lungamente protratto dello Stato, ovvero di sue varie istituzioni. Come ho già ricordato, industria farmaceutica, biotecnologie, internet, le innumeri microtecnologie che hanno reso possibili prima i pc, poi i tablet e i telefoni cellulari hanno raggiunto i livelli attuali solo grazie all'impulso innovatore dello Stato. Una riforma del sistema finanziario dovrebbe prevedere in quali modi e con quali strumenti istituzionali lo Stato potrebbe intervenire per sostenere lo sviluppo di nuove tecnologie e settori industriali che i privati da soli non riuscirebbero mai a lanciare.

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Pagina 173

3. Un controllo democratico della finanza deve prendere forma di investimenti mirati.


Parlare di progressivo controllo democratico del sistema finanziario o dell'intero capitalismo, trasformando quest'ultimo sino a quando non diventi qualcosa di meglio, non significa nulla se non si prefigurano le attività produttive che la finanza dovrebbe svolgere in luogo di quelle, parassitarie quanto follemente rischiose, in cui si è impegnata soprattutto dopo gli anni Ottanta, nel tentativo di sopperire alla stagnazione del sistema capitalistico estendendo il proprio potere economico, politico e sociale. Si può pensare a due grandi campi in cui lo Stato dovrebbe intervenire per orientare, anticipare, sostenere, collegare tra loro iniziative che le imprese private hanno difficoltà ad affrontare - non solo da oggi, come le ricerche dimostrano. In tali interventi un ruolo centrale dovrebbe avere un sistema finanziario riformato e riorganizzato specificamente per farvi fronte.

Un primo grande campo è quello delle infrastrutture, che la finanziarizzazione dell'economia e poi la crisi e le politiche di austerità hanno indotto i governi a trascurare da decenni. A fini indicativi si possono citare i seguenti settori di intervento (un elenco che ho redatto avendo sott'occhio la situazione italiana, ma valido nell'insieme per l'intera Ue):

a) La manutenzione di ponti, dighe, porti, strade, ferrovie metropolitane e regionali. Non pare esistano stime complessive per l'Italia, ma le associazioni di ingegneri e altri esperti stimano, ad esempio, che la sola Germania avrebbe bisogno immediato di almeno un trilione di euro per riparare il grave deterioramento delle sue infrastrutture.

b) La coibentazione delle abitazioni per accrescere l'isolamento termico. È uno dei settori in cui l'investimento si ripaga piú rapidamente. Sia la Francia sia la Germania hanno programmi, a titolo sperimentale, i quali prevedono di intervenire su decine di migliaia di unità abitative all'anno. In questo settore andrebbe altresí avviato in Italia un vasto programma di interventi antisismici sugli edifici, posto che il 75 per cento del territorio è a rischio.

c) La cura del dissesto idrogeologico, che ogni anno procura da noi gravi danni a intere regioni. Torrenti e fiumi da drenare, argini da ripulire e nel caso liberare da costruzioni abusive, zone franose di monti e colline da consolidare, boschi e sottoboschi da sottoporre a manutenzione. Oltre all'importanza vitale per la collettività, un programma nazionale di interventi contro il dissesto geologico richiederebbe centinaia di migliaia di posti di lavoro per molti anni. Il programma, che potrebbe partire dai casi piú gravi - si pensi a Genova - dovrebbe essere accompagnato dal varo di una nuova mappa nazionale del dissesto medesimo, considerato che la precedente risale al 1862, ministro competente Quintino Sella (citazione di Salvatore Settis), mentre un'altra avviata negli anni Sessanta del Novecento si è persa per strada quando era arrivata a poco piú di un terzo.

d) La messa in sicurezza delle scuole, posto che il 50 per cento di esse risulta sotto tale profilo fuori norma. Gli incidenti accaduti agli studenti negli ultimi anni, alcuni mortali, avrebbero dovuto assicurare nell'agenda del governo la massima priorità.

e) La ristrutturazione dei grandi ospedali, poiché essi, a motivo dell'attuale distribuzione orizzontale e verticale degli spazi, concepita sovente quasi un secolo addietro se non prima, non sono piú idonei per utilizzare al meglio le tecnologie biomediche affermatesi negli ultimi anni. Si pensi soltanto ai trapianti, alla chirurgia non invasiva, alla chirurgia robotizzata e all'impiego delle radiofrequenze per termoablazioni. La ristrutturazione dovrebbe anche servire a ridurre il tasso relativamente elevato di infezioni di varia gravità che i pazienti contraggono in ambiente ospedaliero (si stima che esso si aggiri sul 10 per cento dei ricoverati).


Un secondo campo verso il quale urge indirizzare l'attività di un sistema finanziario riformato e ristrutturato sarebbe la ricerca e sviluppo, combinata con nuove politiche industriali. La graduale trasformazione del capitalismo in senso socio-ecologico richiederebbe una quantità rilevante di ricerche mirate, lo sviluppo di tecnologie innovative in numerosi settori, la messa in opera di politiche industriali oggi a malapena immaginabili. Per menzionare solo alcuni di tali settori:

1. A onta della diffusione negli ultimi lustri dell'eolico e del fotovoltaico, la captazione dell'energia che il Sole diffonde quotidianamente sulla Terra - grosso modo 50 milioni di gigawatt - rimane trascurabile, dell'ordine di poche migliaia di gigawatt. Unitamente al fatto che si tratta dell'unica grande fonte di energia non pericolosa e non inquinante, ci vorrebbe un impegno scientifico e tecnologico fuori del comune al fine di accrescere sostanzialmente l'utilizzo dell'energia solare.

2. La massa dei rifiuti industriali e domestici non degradabili o a degrado molto lento (al minimo decine di anni) ha raggiunto livelli insostenibili. Nel Pacifico, ad esempio, si è formata un'«isola» galleggiante di materie plastiche grande piú o meno come gli Stati Uniti (8 milioni di chilometri quadrati). In Italia le discariche abusive sfigurano e avvelenano intere regioni. Sarebbe quindi urgente sviluppare da un lato tecnologie di smaltimento meno rozze e inquinanti dei cosiddetti «termovalorizzatori», dall'altro tecniche di confezionamento e imballaggio delle merci che riducano drasticamente il volume dei medesimi.

3. Centrali di nuova concezione e appropriate dimensioni per la produzione e distribuzione di energia elettrica, integrata con la produzione domestica e aziendale di energia fotovoltaica.

4. Costruire parchi eolici di grandi dimensioni da collocare in zone marine particolarmente ventose.

Onde perseguire finalità del genere l'intervento dello Stato, quanto a scelta degli indirizzi della ricerca e delle politiche tecnologiche e industriali da adottare, sostegno preliminare delle iniziative, stimolo e regolazione dei mercati, sarà indispensabile. Com'è avvenuto, ci ha ricordato con molti dettagli l'economista Mariana Mazzucato citata in un precedente capitolo, per gran parte del Novecento e del primo decennio Duemila. Una riforma del sistema finanziario dovrebbe prevedere in quali modi e con quali apparati istituzionali lo Stato potrebbe intervenire per sostenere lo sviluppo di nuove tecnologie e settori industriali che i privati da soli non riuscirebbero mai a lanciare. A tale scopo sarebbero sicuramente necessari istituti finanziari di nuovo tipo, profit e no profit, pubblici e privati, distribuiti sul territorio, specializzati nel fare affluire fondi d'investimento, nel senso proprio del termine, a centri di ricerca e imprese nel periodo di norma lungo e difficile che collega la scoperta e la messa a punto di una nuova tecnologia alla sua diffusione. È essenziale che essi amministrino e gestiscano volumi grandi e piccoli di «capitale paziente», lasciando da parte i cosiddetti «investimenti» a breve termine e alta mobilità in cui si sono specializzati i cosiddetti investitori istituzionali. È lo «Stato innovatore», proprio perché portatore di capitale paziente, ad aver svolto un ruolo determinante nello sviluppo di nuove tecnologie.

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Pagina 182

Come si vede, la democrazia economica non si configura come una rivoluzione, ma piuttosto come un passo nella giusta direzione sul sentiero che dovrebbe portare a una trasformazione consapevole e mirata della società attuale in senso socio-ecologico. Un passo che almeno in parte rimedierebbe all'iniquità di un sistema economico e sociale nel quale individui che non muovono un dito per creare valore percepiscono, unicamente in base a titoli di proprietà sovente ereditati, redditi migliaia di volte superiori a quelli che con il loro lavoro il valore lo creano - per vederselo espropriato in massima parte dal potere di cui la proprietà gode per legge. Ma non è questo il solo motivo adducibile a favore della democrazia economica. La finanziarizzazione dell'economia ha favorito la ricerca di «investimenti» che non contribuiscono in alcun modo alla creazione di maggiori valori d'uso nell'economia produttiva, ma sono rivolti unicamente alla creazione di rendite parassitarie. Il predominio del paradigma della massimizzazione del valore per gli azionisti, affermatosi nel governo delle imprese con gli anni Ottanta, lo ha completamente stravolto. Anziché venire spesi in ricerca e sviluppo, nel rinnovo di impianti e mezzi di produzione, nella formazione del personale, in retribuzioni decenti, in misure di sicurezza, gli utili vengono versati agli azionisti in misura doppia del passato, oppure spesi nel riacquisto di azioni proprie per farne salire il valore, in fusioni e acquisizioni ad alto rischio, e in compensi astronomici versati ai dirigenti che con tali misure fanno o dovrebbero far crescere il valore dell'impresa in borsa. Non di rado a scapito di investimenti essenziali quali le citate misure di sicurezza.

Al riguardo l'evidenza non manca. Ad esempio nell'aprile 2010 una piattaforma di nome Deepwater Horizon, di proprietà della British Petroleum (Bp), stava completando lo scavo di un pozzo sottomarino nel golfo del Messico quando fu scossa da una forte esplosione seguita da un enorme incendio. Le conseguenze furono terribili: 10 morti; decine di migliaia di tonnellate di petrolio grezzo fluite in mare ogni giorno per mesi, sino a toccare i 5 milioni; danni enormi alla pesca; gran parte delle coste del Golfo inquinata e 100 miliardi di dollari spesi dalla Bp allo scopo di ripulirle. Una Commissione nazionale d'inchiesta stabili che il disastro era dovuto alla ripetuta violazione di norme standard di sicurezza compiuta dalla Bp allo scopo di ridurre i costi.

Quanto al dirottamento degli utili dall'investimento agli azionisti: le prime 500 società statunitensi hanno speso in dieci anni, dal 2003 in avanti, 3000 miliardi di dollari per il riacquisto di azioni proprie. Persino Microsoft, Ibm e Intel tra il 1997 e il 2008 hanno speso di piú nel riacquisto di azioni proprie che non in ricerca e sviluppo. In Francia e negli Stati Uniti, la quota di profitti versata agli azionisti piuttosto che reinvestita nell'impresa è salita dal 30 per cento del 1970 al 60 per cento di fine secolo. A fronte di simili dati non stupisce che un arcicapitalista come Jack Welch, per molti anni amministratore delegato della General Electric, abbia potuto definire la massimizzazione del valore per gli azionisti «l'idea piú stupida del mondo».

Quanto agli azionisti, succede che essendo insoddisfatti dei profitti derivanti dalla produzione di beni e servizi, poiché mediamente minori rispetto a quelli assicurati dalla speculazione finanziaria tramite gli infiniti strumenti che i gruppi bancari mettono a disposizione, tendano a «investire» sempre meno la loro crescente liquidità in attività produttive e sempre piú in attività speculative, ossia in rendite che non recano alcun vantaggio reale all'economia. In altre parole i ricchi e i super-ricchi non sono tali solamente perché espropriano in cento modi chi lavora, ma anche perché indulgono in azioni economiche parassitarie che danneggiano l'insieme dell'economia. Un certo grado di democrazia economica dovrebbe avere quantomeno l'effetto di ridurre la quota dissennata di rendite derivanti da, oppure spese in, «investimenti» parassitari.

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