Autore Marco Grispigni
Titolo il 1968 raccontato a ragazze e ragazzi
Edizionemanifestolibri, Roma, 2018 , pag. 80, ill., cop.fle., dim. 17x21x0,5 cm , Isbn 978-88-7285-896-7
LettoreAngela Razzini, 2019
Classe movimenti , storia contemporanea , paesi: Italia: 1960












 

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Indice


    7   Questo libro

    9   Per cominciare

   18   Il 1968 nel mondo

   54   Parole chiave

   66   Cronologia
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Pagina 7

Questo libro


Siamo ormai alla fine dell'estate 1968. Negli USA esce il nuovo singolo dei Rolling Stones, Street Fighting Man. Il pezzo inizia, dopo un riff acustico di chitarra e dei rintocchi di campanaccio, con questa strofa: "Everywhere I hear the round of marching, charging feet, boy / 'Cause summer's here and the time is right far faghting in the street, boy".

Le strade di Chicago sono sconvolte dalle manifestazioni contro la guerra nel Vietnam mentre si celebra la convention del Partito democratico per eleggere il candidato del partito alla presidenza. La canzone viene rapidamente proibita e non più trasmessa dalle varie radio americane. Bisogna evitare qualsiasi rischio che altri ragazzi pensino che sia "il momento giusto per combattere nelle strade". Nel corso dell'anno il mondo intero sembrava sul punto di esplodere: la guerra americana nel Vietnam si infiammava e un po' dappertutto migliaia di manifestanti scendevano in piazza protestando contro gli Usa e la loro sporca guerra; ovunque le università esplodevano, non solo per le occupazioni e le contestazioni, ma anche in senso letterale, rigonfiate nel numero dall'arrivo massiccio dei giovani della leva del baby boom post bellico. Questa incredibile ondata non riguardava solo il ricco mondo occidentale: il '68 attraversò anche il blocco orientale comunista, così come il Sud del mondo.

Mezzo secolo fa l'anno degli studenti e della contestazione. Mostre, trasmissioni televisive, amarcord e libri. 68, una cifra magica, sulla quale una valanga di parole e di immagini saranno riversate, raramente andando oltre la superficie. Commentatori e giornalisti guarderanno a questa data, la toccherano con timore, ci gireranno intorno, come in 2001 Odissea nello spazio (un film uscito proprio quell'anno) gli scimmioni giravano intorno alla nera stalattite.

Una data fondamentale nella storia della seconda metà del XX secolo. Fondamentale perché si possono avere dei giudizi differenti su quegli avvenimenti, sulle cause che li scatenarono e i vari esiti, ma l'idea di "minimizzare" quell'anno, ridurlo a una sorta di circo, una chienlit (una carnevalata), come lo definì il generale De Gaulle, è completamente insensato sia da un punto di vista storiografico che politico.


"Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una nel 1848. La seconda nel 1968. Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo".

---> Giovanni Arrighi , Immanuel Wallerstein , Antisystemic Movements


L'inizio di qualsiasi male per i ferventi adoratori nel dio mercato, per i moralisti, per i fautori di un ordine che sembrava naturale e immutabile. Insomma per tutti quelli che prima del '68, in quanto maschi, professori, politici, imprenditori, potevano imporre le loro idee senza nessun rischio di contestazione.

Per altri, invece, la data della nostalgia, del ricordo struggente di una gioventù ribelle.


Questo libretto vuole cercare di parlare di quell'anno (e in senso lato degli anni Sessanta), del suo carattere internazionale, delle rivolte, delle sue canzoni e dei suoi libri, ma anche di quel mondo contro cui ci si ribellava e che a quella contestazione reagì violentemente.

Un racconto indirizzato a chi oggi ha la stessa età di quelle ragazze e ragazzi che invadevano le strade, occupavano scuole e università, sognavano di cambiare il mondo.

Senza troppa nostalgia perché in fondo "what can a poor boy do / Except to sing far a rock 'n roll band".

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Pagina 20

IL 1968 NEL MONDO



Il 1968 fu un anno bisestile: si dice che questi siano anni particolarmente sfortunati. Quello lo fu certamente per i poteri costituiti. A Ovest con la contestazione delle democrazie capitalistiche, a Est contro il 'socialismo reale' e la sua terribile oppressione; nell'Europa mediterranea contro i regimi fascisti di Franco, Salazar e Papadopulos, in Africa con un rilancio delle guerre di indipendenza; nell'estremo oriente con la guerra del Vietnam, la rivolta degli studenti giapponesi e la fine della 'rivoluzione culturale' in Cina, in America latina con il rilancio e la radicalizzazione dello scontro tra regimi autoritari e guerriglie.

Una delle caratteristiche che rendono particolare l'anno 1968 è il fatto che gran parte del mondo venga attraversato proprio in quei 366 giorni da movimenti, conflitti, dibattiti che presentano, pur nelle loro particolarità nazionali, numerose caratteristiche comuni. Non siamo ancora in un mondo totalmente globalizzato come l'attuale; il web non esiste e la circolazione di idee e comportamenti passa per le immagini televisive (il 1968 fu il primo grande evento dell'era della televisione satellitare), i libri e i viaggi (con il modello low-cost dell'epoca, l'autostop). Il fatto che avvenimenti che accadevano in parti del mondo diverse, sotto regimi politici completamente differenti, potessero essere letti come parte di un tutto, fu contestato da alcuni studiosi.


"Dobbiamo confondere tutte le rivolte, quella degli studenti spagnoli privi dei diritti di cui godono i loro colleghi francesi, quella degli studenti americani che denunciano la Guerra del Vietnam, e quella degli studenti cechi e polacchi i quali aspirano a libertà che, a Parigi e a Berlino, sono contestate solo dai contestatari più ardenti?"

---> Raymond Aron , 1968


Completamente differente l'avviso di altri, come quello della filosofa Hannah Arendt:

"La rivoluzione degli studenti è un fenomeno mondiale. Un comune denominatore sociale del movimento sembra fuori discussione... I dissidenti e gli oppositori nei paesi dell'est chiedono libertà di parola e di pensiero come condizioni preliminari dell'azione politica; i ribelli dell'Occidente vivono in condizioni in cui queste premesse non aprono più i canali dell'azione, di un significativo esercizio della libertà".

---> Hannah Arendt , Sulla violenza


Resta certo un fatto inoppugnabile: il 1968 fu l'anno degli studenti , delle manifestazioni, delle occupazioni e delle barricate.

Partiamo ora per un rapido giro del mondo per vedere concretamente quello che avvenne.


Europa dell'Ovest

Il '68 in Europa sono le barricate nel quartiere Latino di Parigi, l'evento che per la sua carica simbolica rappresenta nell'immaginario comune l'anno della contestazione.


"È a maggio che il 1968 diventa il "Sessantotto". Senza maggio e senza Parigi, infatti, l'anno non sarebbe stato lo stesso. Il "Maggio di Parigi" riassume rilancia e ingigantisce ciò che è precedentemente accaduto nel resto del mondo. È a Parigi che il movimento appare più simile alla rivoluzione, che sembra mettere davvero in crisi il potere, che i giovani non sono più soli ma costituiscono il detonatore della società intera".

---> Marcello Flores , Alberto De Bernardi, Il Sessantotto


Gli scontri tra studenti e polizia sconvolgono la capitale francese e il quartiere Latino, sede dell'università (la Sorbonne), nelle lunghe notti tra il 10 e l'11 e tra il 24 e il 25 maggio. Si innalzano le barricate nelle vie del quartiere e la memoria vola immediatamente ad altre barricate nella storia della città. "Les trois glorieuses", quando Parigi insorta nel 1830 costringe il re Charles X alla fuga. L'insurrezione del 23 e 24 febbraio del 1848 (l'altro anno di una rivoluzione mondiale, la "primavera dei popoli"), che porta all'abdicazione del re Luigi Filippo e alla nascita della II Repubblica. Un altro maggio, quello del 1871, con l'eroica difesa della Comune di Parigi. L'agosto del 1944, con l'insurrezione della capitale per cacciare i nazisti e tornare liberi. Le barricate sono una sorta di "paesaggio storico" di Parigi.

Il Sessantotto francese fu un trauma inaspettato per i poteri costituiti. Con chiara lungimiranza, solo poco mesi prima del maggio, un editoriale del più importante e prestigioso quotidiano francese, «Le Monde», titolava Quand la France s'ennuie.

In realtà nella Francia che 'si annoia' già nel 1966 era stato pubblicato un opuscolo, Della miseria della condizione studentesca, che diverrà di importanza fondamentale nella rivolta studentesca di tutto il mondo. Nello scritto la figura dello studente viene letteralmente fatta a pezzi: miserabile da un punto di vista economico ("In una società del benessere, la condizione attuale dello studente è un'estrema povertà"), impersona un ruolo di "passività generalizzata" che la società della merce e dello spettacolo impone.

"...lo studente è un prodotto della società moderna come la Coca-Cola e Godard. La sua estrema alienazione non può essere contestata che attraverso la contestazione di tutta la società. Non è possibile limitare questa critica al campo studentesco; lo studente come tale si attribuisce uno pseudovalore che gli impedisce di prendere coscienza della sua spoliazione reale, e perciò vive il grado più alto di falsa coscienza. Ma dovunque la società moderna comincia a essere contestata, c'è una rivolta dei giovani che corrisponde immediatamente a una critica totale del comportamento studentesco".

Dagli scontri di piazza, la rivolta sembra estendersi a tutta la società. Il 13 maggio uno sciopero generale paralizza l'intera nazione. Le grandi fabbriche, nella periferia di Parigi, sono occupate: sulle ciminiere sventola la bandiera rossa. Lo sciopero si prolunga e un po' ovunque si comincia a respirare un vero e proprio clima insurrezionale. Il generale De Gaulle, il presidente francese, scompare improvvisamente. Nelle fantasie, o nelle paure, di molti sembra ripetersi di nuovo la storia francese: le barricate a Parigi con i re (o i presidenti) che fuggono. In realtà De Gaulle si è recato a Baden Baden, in Germania, per assicurarsi l'appoggio delle truppe guidate dal generale Massu, in caso di un'insurrezione. È l'avvio della controffensiva gaullista. Assicuratasi la lealtà delle forze armate, il generale scioglie il parlamento e indice nuove elezioni. Il 31, il maggio francese termina con enormi manifestazioni popolari di appoggio al governo che uscirà rinforzato dal suffragio elettorale.


In Italia il Sessantotto comincia l'anno prima. A partire dal novembre, vengono occupate alcune facoltà a Torino, Trento, Milano, Napoli, Firenze, Pavia, Cagliari, Genova. In precedenza, nel febbraio, la Sapienza di Pisa, una delle università più prestigiose, era stata occupata e nel corso della lotta studentesca era stato elaborato uno dei documenti più interessanti prodotti dal movimento studentesco italiano, le "Tesi della Sapienza". Nel documento, denso di suggestioni operaiste, si individuava nella necessità da parte del capitalismo avanzato di nuove figure di tecnici e lavoratori qualificati la base di partenza per la quale gli studenti diventavano "oggettivamente" parte della classe operaia, vera e propria classe operaia in formazione.

Al contrario di quello francese, il Sessantotto italiano è sicuramente policentrico. Non solo, infatti, le occupazioni delle università furono diffuse su tutto il territorio, ma anche le elaborazioni teoriche più interessanti provennero da centri differenti. Oltre Pisa, furono soprattutto le occupazioni di Trento e di Torino quelle nelle quali emersero le letture più innovative. In queste due università il tema dell'antiautoritarismo fu al centro delle analisi. Partendo dalle riflessioni della scuola di Francoforte e con lo sguardo attento alla produzione teorica proveniente dal movimento studentesco tedesco, a Torino e Trento si metteva in discussione l'autoritarismo come modello di trasmissione del sapere nelle università.


"Le radici dell'autoritarismo accademico, come tutte le forme di potere autoritario, non risiedono soltanto in una serie di strutture istituzionali ed economiche, ma risiedono soprattutto e in primo luogo nel consenso di coloro che il potere subiscono".

---> Guido Viale , Contro l'università


Un modello di trasmissione/imposizione del sapere sostanzialmente applicato all'intera società, dove il principio di autorità domina tutte le istituzioni, la famiglia, l'impresa, la scuola, l'esercito. Nella lotta all'autoritarismo emerge un ruolo rivoluzionario degli studenti; il "potere studentesco" in questo senso si contrapponeva all'elaborazione pisana degli studenti come forza lavoro in formazione. La critica all'università come meccanismo di integrazione sociale che ha la funzione di riprodurre lealtà di massa nei confronti dei poteri e dei sistemi dominanti assumeva la sua rilevanza senza bisogno di rileggere il conflitto studentesco esclusivamente nella chiave della centralità del conflitto di fabbrica.

Se le elaborazioni teoriche più interessanti del Sessantotto italiano vengono da centri 'minori', le grandi città, Roma e Milano, contribuiscono con alcuni degli eventi più famosi di quell'anno a costruirne una memoria (e per molti versi anche una mitologia).

Roma, 1 marzo: un corteo di alcune migliaia di studenti parte da Piazza di Spagna diretto alla facoltà di Architettura, a Valle Giulia, presidiata dalla polizia che aveva messo termine a una delle tante occupazioni. Qui, di fronte alle prime cariche della polizia nei confronti dei manifestanti, avviene un fatto simbolico: gli studenti invece di fuggire reagiscono. Scoppia quella che tutti i giornali definiranno "la battaglia di Valle Giulia".

Milano, 7 dicembre, sant'Ambrogio: la sera della tradizionale inaugurazione della stagione lirica della Scala. Pochi giorni prima (il 2 dicembre) la polizia ha aperto il fuoco e ucciso due braccianti durante uno sciopero e un blocco stradale ad Avola, in Sicilia. Lottavano per poche lire di aumento e per ottenere lo stesso trattamento salariale dei braccianti di altre zone limitrofe (le famigerate "gabbie salariali"). I giovani milanesi protestano contro lo sfarzo e l'esibizione del lusso della borghesia, disposta a spendere per una serata molto di più di quello per cui i due braccianti erano stati uccisi. I manifestanti lanciano uova e vernice sulle pellicce e gli smoking e gridano slogan, fra i quali fanno la prima apparizione due che diventeranno particolarmente famosi: "lo stato borghese si abbatte e non si cambia", "borghesi appena pochi mesi". Dopo la 'famigerata' poesia di Pier Paolo Pasolini su Valle Giulia, quella sui poliziotti figli di proletari contro gli studenti figli di borghesi, Mario Capanna , uno dei leader del movimento milanese, impugna il megafono e improvvisa un comizio indirizzato alle forze dell'ordine invitandoli, in quanto figli di proletari e contadini, a unirsi alla protesta invece di difendere la ricca borghesia. Il risultato sarà una denuncia per istigazione alla disubbidienza e all'insubordinazione.

A fianco di questi due episodi, forse quelli maggiormente presenti nelle pagine di giornali e riviste in occasione dei vari anniversari, ce n'è un altro da ricordare, anche perché preannuncia l'anno successivo, il 1969, che sarà caratterizzato da una fortissima conflittualità operaia.

Valdagno, provincia di Vicenza, 19 aprile. Migliaia di lavoratori sono in lotta contro il tentativo dell'azienda tessile, la Marzotto, di imporre un accordo che prevede la riduzione della manodopera e l'intensificazione dei ritmi. Dopo numerose ore di sciopero un corteo operaio viene caricato dalla polizia. Gli operai, però, non si arrendono e compiono un gesto simbolico fortissimo: abbattono la statua del padrone, il fondatore della dinastia, Gaetano Marzotto. Nella cattolicissima provincia vicentina, la figura di un padre-padrone, cattolico illuminato, finisce nella polvere. Il segnale del passaggio dalla rassegnazione alla lotta. Il Sessantotto italiano non si limitò alla contestazione studentesca; in quell'anno le lotte operaie furono importanti e premonitrici della grande ondata di conflitti dell'anno successivo. Il 1969, l'autunno caldo, con il quale la classe operaia italiana riuscì a ottenere significativi aumenti salariali e quei diritti negati una volta che si oltrepassavano i cancelli delle fabbriche. Una sorta di passaggio di testimone dalle lotte studentesche a quelle operaie. Un biennio di grandi conflitti, di cambiamenti e di conquiste: un biennio che si chiuse con la bomba di piazza Fontana, la "strage di stato", un marchio di sangue contro la speranza.


Anche nella Germania dell'Ovest il movimento studentesco nasce già prima del 1968. Gli studenti sono alla testa dell'opposizione extraparlamentare alla "Grande coalizione" varata nel 1966 che vedeva insieme al governo i socialdemocratici (la SPD) e i cristiano democratici (la CDU). Il 2 giugno 1967, nel corso di una grande manifestazione contro lo scià di Persia, Reza Pahlevi, in visita a Berlino, la polizia apre il fuoco e uccide lo studente Benno Ohnesorg. La morte dello studente apre una fase di radicalizzazione del movimento studentesco che, in particolar modo a Berlino, avvia la sperimentazione della "controuniversità"; parallelamente la rivolta giovanile investe i riti e i miti del consumismo, le gerarchie familiari e sociali, la morale sessuale e sperimenta nuove forme di rapporti, come le comuni (la prima è fondata a Berlino nel gennaio del '67) e, più tardi, gli asili antiautoritari.

Nei primi mesi del 1968 Berlino è il centro delle attività del movimento. La solidarietà con il popolo vietnamita e la protesta contro la guerra americana in Indocina, diventano un tema dominante del movimento studentesco, mentre si moltiplicano le manifestazioni e le azioni dimostrative. La denuncia del genocidio in Vietnam è per i giovani tedeschi anche un modo per mettere sotto processo la rimozione del passato nazista e il "silenzio dei padri" sulle loro complicità nei confronti del nazismo e il sostegno alla criminale condotta di guerra.


"Noi, la mia generazione, eravamo cresciuti quasi tutti nell'opposizione ai padri, educati invece all'obbedienza e a conquistare il mondo e che avevano perso la guerra, i padri coinvolti consapevolmente, o ben determinati a non voler saperne nulla, nell'uccisione in massa di ebrei, sinti e rom, e i quali in seguito, sia che avessero combattuto con audacia sia che avessero lavorato zelanti nell'industria degli armamenti, dopo la guerra avevano dovuto accettare controvoglia di farsi rieducare, mantenendo tuttavia con tenacia il loro stile di vita avvezzo agli ordini che imponevano ostinatamente nelle famiglie, nelle associazioni, nei partiti, pretendendo obbedienza, loro che erano stati insegnanti, giudici, pubblici ministeri, ufficiali, che avevano continuato a prestare servizio, erano stati membri del partito e ora, sotto la pressione delle potenze vincitrici in Occidente, si convertivano alla democrazia".

---> Uwe Timm, L'amico e lo straniero

Nel movimento era emersa una figura di leader, Rudi Dutschke , contro la quale si scagliava quotidianamente la stampa reazionaria con una forsennata campagna di odio orchestrata dai giornali dell'editore conservatore Alex Springer. A compimento di questa campagna giunse l'attentato di un giovane imbianchino neonazista che ferì gravemente Dutschke.

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Parole chiave



Le pagine precedenti, con l'affastellarsi di avvenimenti, scontri, barricate, lotte, proclami nei quattro angoli del mondo, hanno cercato di dare un rapido elenco di quello che avvenne nel fatidico anno 1968 e per quale motivo non è cosa esagerato parlare di una "rivoluzione mondiale".

Ora invece, partendo da alcune parole che in quell'anno erano sulla bocca di tutti, vorrei offrire qualche ulteriore spunto di riflessione e di conoscenza sull'evento '68.


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Antiautoritarismo

Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere il Sessantotto, forse la scelta giusta sarebbe proprio antiautoritarismo. Questo tema fu infatti presente in ogni nazione attraversata dal vento della ribellione, soprattutto nella "fase nascente" dei vari movimenti. Il concetto di autoritarismo per il movimento è molto ampio. C'è una dimensione esplicitamente politica: a Ovest è la "confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà", che Marcuse stigmatizza nel suo folgorante incipit del libro L'uomo a una dimensione; a Est è il sistema di oppressione dei regimi comunisti che esercita un rigido e totale controllo sulla vita di ciascun cittadino. Ma il fondamento del concetto di antiautoritarismo del Sessantotto va ben oltre la politica. È la lotta, al tempo stesso anche rivolta generazionale, contro tutte le istituzioni che si fondano su un principio d'autorità: dalla famiglia all'esercito, dalla scuola all'impresa. Autoritaria è la famiglia che riproduce i ruoli già definiti con il dominio contrastato del modello patriarcale con il maschio padrone al centro dell'universo e la moglie subaltterna, mentre i figli (e in particolare le figlie) sono semplicemente dei non adulti privi di qualsiasi diritto.

Autoritaria è la scuola che trasmette un modello di disciplina sociale e un'educazione alla subalternità. Una scuola di classe, che esclude i figli dei poveri o li indirizza esclusivamente verso le scuole tecniche. Autoritaria anche nel suo aspetto esteriore, con quegli edifici e quelle aule tetre, i lunghi corridoi, le scale disadorne, dove prevaleva il colore grigio o marroncino chiaro, che le rendeva simili a caserme, a luoghi assolutamente non accoglienti.


"La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde. La vostra "scuola dell'obbligo" ne perde per strada 462.000 l'anno. A questo punto gli unici incompetenti di scuola siete voi (insegnanti) che li perdete e non tornate a cercarli ".

---> Don Milani, Lettera a una professoressa , 1967


Autoritaria è l'università, inadeguata all'afflusso di migliaia di giovani, dominata dai "baroni", avulsa dalla realtà sociale, fondata sulla riduzione della cultura a nozionismo.


"Mentre quindi per gli studenti provenienti da classi sociali privilegiate e inserite nella gestione sociale del potere capitalistico, l'Università funziona come meccanismo di cooptazione della classe dirigente, per la maggioranza degli studenti, ferma restando la loro condizione socialmente ed economicamente privilegiata rispetto alla classe operaia, l'Università funziona come strumento di manipolazione ideologica e politica teso a instillare in essi uno spirito di subordinazione rispetto al potere (qualsiasi esso sia) e a cancellare, nella struttura psichica e mentale di ciascuno di essi, la dimensioni collettiva delle esigenze personali e la capacità di avere dei rapporti con il prossimo che non siano puramente di carattere competitivo".

---> Guido Viale , Contro l'università, 1968


Autoritarie per definizione sono tutte le istituzioni repressive, polizia, esercito, magistratura, chiesa.

Nell'antiautoritarismo ritroviamo la caratteristica fondamentale del Sessantotto: il non poter essere considerata solo una rivolta politica ma una contestazione "globale" che investe l'intera società.

La critica della società autoritaria ha le sue origini intellettuali nella Scuola di Francoforte che fin dagli anni Trenta aveva posto la questione dell'autoritarismo al centro delle riflessioni. Per questi studiosi era evidente la tendenza della società a trasformarsi in un tutto integrato, dominato da apparati, che non lascia più spazio né all'autonomia degli individui né a vere opposizioni politiche. La messa in discussione del carattere 'sacrale' di qualsiasi istituzione apre un meccanismo fecondo di rinnovamento delle società e del costume che era già iniziato prima del Sessantotto e che sarebbe continuato dopo. Il tema della "modernizzazione", come una delle eredità principali lasciate dal Sessantotto, è di quelli che ancora oggi solleva non poche polemiche. Sono numerosi gli studiosi che tendono a ridurre l'antiautoritarismo a una dimensione di modernizzazione capace di dare una spinta ad adeguare i paesi occidentali a un modello di sviluppo legato all'affermarsi di una società dei consumi e dell'individuo. A questo '68 buono si contrappone quello cattivo caratterizzato, invece, dalla dimensione più strettamente politica e dall'idea di rivoluzione. Come se queste due componenti non fossero due aspetti della stessa realtà strettamente legati fra loro, in primis negli attori della rivolta. Come se la stessa opinione pubblica conservatrice non mettesse in un unico calderone "capelloni" e "cinesi" (così in Italia venivano chiamati i giovani politicizzati a sinistra) per condannare senza appello la contestazione.

Se quindi una critica dell'antiautoritarismo rivolta esclusivamente al suo aspetto 'politico' appare poco sensata, è indubbio invece che la radicalità del rifiuto di qualsiasi autorità apre la strada a forme di degenerazione che ebbero in seguito conseguenze anche profondamente negative. Il confine tra autoritarismo e autorità diviene estremamente labile; la messa in discussione dei ruoli, nella famiglia come nella scuola o nell'univeràtà, produce situazioni insostenibili che a volte vengono risolte con un 'ritorno all'ordine' che ripristina gli antichi ruoli. Il rifiutop di 'accettare a scatola chiusa' e riconoscere le competenze scientifiche (la messa in discussione della neutralità della scienza) si converte in un sentimento antiscientifico che legittima posizioni oscurantiste che nel mondo del web e delle sue bufale on line prolifera in maniera inarrestabile.

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