Copertina
Autore Gian Piero Motti
CoautoreEnrico Camanni
Titolo La Storia dell'Alpinismo
EdizionePriuli & Verlucca, Torino, 2013 [1977], I Licheni 10 , pag. 796, ill., cop.fle., dim. 12,5x20x5 cm , Isbn 978-88-9857-100-0
PrefazioneEnrico Camanni
LettoreDavide Allodi, 2013
Classe montagna , sport , natura , storia sociale , giochi
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Indice


  5 INTRODUZIONE di Enrico Camanni

 17 MONTAGNE
 19 Le montagne come la vita dell'uomo: costruire per poi distruggere
 21 Le emozioni della scalata e la delusione della vetta
 26 I giovani alpinisti di fronte al problema dell'insoddisfazione e
    della sofferenza

 32 IL RAPPORTO UOMO-NATURA
 34 Il problema del dolore e della morte: culture orientale e occidentale
    a confronto
 37 Il rapporto Uomo-Montagna prima della nascita dell'alpinismo
 41 L'evoluzione dell'alpinismo: dalla conquista scientifica illuminista
    alla fine dell'avventura

 45 GLI INIZI
 45 La preistoria dell'alpinismo e il rapporto cittadino-montanaro
 51 L'assurdità del confronto tra imprese alpinistiche compiute in epoche diverse
 55 Le prime ascensioni: creazione o scoperta?
 57 I primi turisti inglesi visitano le Alpi: i montanari visti con curiosità
    da zoologo
 60 L'evoluzione del rapporto tra alpinisti cittadini e guide montanare
 62 Caratteri dell'alpinismo cittadino oggi. I rischi di strumentalizzazione
    dell'alpinismo
 66 Horace Bénédict de Saussure: più scienziato che alpinista

 72 IL MONTE BIANCO
 75 Gli uomini della conquista: De Saussure, Bourrit, Balmat e Paccard
 78 La salita
 84 Dal barometro alla piccozza: il tramonto dell'intento scientifico
 88 Scalare il Monte Bianco: una moda dell'epoca
 90 Gli alpinisti inglesi e l'emancipazione delle guide
 93 Edward Whymper: l'alpinismo come lotta titanica

 96 IL CERVINO
    1865: un anno di grandi realizzazioni
 99 Whymper e Carrel, rivali per il Cervino
105 Imprese che segnano la fine di un'epoca

118 LE ALPI ORIENTALI NELL'OTTOCENTO
    Gli inizi dell'alpinismo nelle Alpi Orientali
124 I pionieri dell'alpinismo dolomitico
129 Grohmann, Von Barth, Innerkofler
133 Italiani alla ribalta nelle Dolomiti
135 Rivalità nazionalistiche e polemiche tra inglesi e tedeschi
141 Emil Zsigmondy e Ludwig Purtscheller, due alpinisti eccezionali
143 La meteora Georg Winkler
146 Il Campanile Basso di Brenta: un'impresa che segna la fine di un'epoca

151 LE ALPI OCCIDENTALI
154 La conquista del Grand Dru
158 Albert Frederick Mummery, uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi
163 Le prime realizzazioni della cordata Mummery-Burgener e le audaci ascensioni
    di Thomas Middlemore
166 Mummery, Burgener e Venetz: le prime salite dei Grands Charmoz e del Grépon
171 Il periodo senza guide di Mummery

176 GLI INIZI DELL'ALPINISMO ITALIANO
    L'iniziativa montanara sulle Alpi Occidentali e la fondazione del
    Club Alpino Italiano
180 Baretti, Barale, Martelli e Vaccarone: esploratori delle Alpi piemontesi
186 L'inizio dell'alpinismo nelle Alpi Centrali
189 La prima iniziativa italiana nelle Alpi Centrali

193 L'EPOCA D'ORO DELLE GUIDE NELLE ALPI OCCIDENTALI
196 L'esplorazione del versante meridionale del Monte Bianco
198 Un grande protagonista: la guida Émile Rey di La Saxe
204 Tre cordate leggendarie: Fontaine-Ravanel, Ryan-Lochmatter e Young-Knubel
208 Geoffrey Winthrop Young: un alpinista completo sotto tutti gli aspetti

221 ITALIANI NEL BIANCO E NEL ROSA
    L'intensa attività dei Sella
226 Luigi Amedeo di Savoia, il principe alpinista
228 La nascita dell'alpinismo senza guida in Italia e sulle Alpi Occidentali
229 Giuseppe e Giovan Battista Gugliermina: due tra i massimi esponenti
    dell'alpinismo senza guida
231 1904: nasce il Club Alpino Accademico Italiano

236 LE DOLOMITI NEL PRIMO NOVECENTO
    Alpinisti tedeschi e austriaci e guide italiane
240 Un fuoriclasse dell'arrampicata: la guida cortinese Angelo Dibona
245 Tita Piaz: il «Diavolo delle Dolomiti»
248 L'iniziativa dei cittadini sulle Dolomiti
254 Gli scrittori alpinisti
255 Julius Kugy (Il Romanticismo nell'alpinismo)
256 Guido Rey (La retorica nell'alpinismo)

267 L'INTRODUZIONE DEI MEZZI ARTIFICIALI IN ARRAMPICATA
269 Paul Preuss, il paladino dell'arrampicata libera
272 In che direzione marcia l'evoluzione?
275 Preuss: punto di partenza e punto di arrivo
277 Puristi e artificialisti: una interpretazione possibile
282 Un'altra interpretazione possibile
285 Hans Dülfer, l'iniziatore dell'era del sesto grado
288 Il problema della difficoltà
292 Hans Fiechtl e Otto Herzog

296 L'AVVENTO DEL SESTO GRADO
    L'alpinismo dolomitico dopo la Prima guerra mondiale
299 Emil Solleder, un alpinista di classe superiore
303 La supremazia della Scuola di Monaco
308 Domenico Rudatis, il «profeta» del sesto grado
314 Luigi Micheluzzi, eroe sconosciuto
316 Hans Steger e Paula Wiesinger, compagni in parete e nella vita
318 Il gruppo degli agordini e dei bellunesi, ovvero dell'audacia
    in arrampicata libera

325 EMILIO COMICI, TRA LIBERA E ARTIFICIALE
331 Le grandi imprese di Emilio Comici sulle Dolomiti

336 GRANDI PROTAGONISTI DELL'ARRAMPICATA LIBERA
    Alvise Andrich: un vero talento naturale
340 Celso Gilberti e Bruno Detassis, grandi protagonisti dell'arrampicata libera
    sulle Dolomiti
345 Gian Battista Vinatzer: un fuoriclasse insuperato
348 I seguaci della tecnica del chiodo dopo Comici: Carlesso, Cassin e Soldà

361 RICCARDO CASSIN, IL RISOLUTORE
    Il gruppo dei lecchesi
366 Le imprese di Cassin sulle Dolomiti
371 Gino Soldà, un uomo vissuto per la montagna
372 Austriaci e tedeschi negli anni Trenta
374 Ettore Castiglioni: un alpinista completo in tutti i sensi
378 L'alpinismo sulle Alpi Centrali tra le due guerre: ancora Cassin alla ribalta

384 LE ALPI OCCIDENTALI TRA LE DUE GUERRE
386 Armand Charlet: il Preuss delle Alpi Occidentali
388 L'evoluzione dell'alpinismo francese dopo la Prima guerra mondiale
393 Francesco Ravelli
399 Gli ultimi inglesi alla ribalta sulle pareti del Monte Bianco
402 La tecnica delle Alpi Orientali raggiunge il Monte Bianco

405 LA SFIDA DELLE TRE NORD
    Il rapido successo dei fratelli Schmid sulla Nord del Cervino
407 La «corsa» sulla parete nord delle Grandes Jorasses
410 Pierre Allain, il Dülfer dell'alpinismo francese, e la conquista
    della parete nord del Petit Dru
413 La vittoria di Riccardo Cassin sulle sperone Walker
415 La terribile parete nord dell'Eiger

422 GIUSTO GERVASUTTI, IL MICHELANGELO DELL'ALPINISMO
426 L'alpinismo di un caposcuola
433 Attorno a Gervasutti: Gabriele Boccalatte e Renato Chabod

439 LA STASI DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE
442 I francesi ripetono gli itinerari aperti dai maestri dell'anteguerra

446 WALTER BONATTI, OLTRE L'«IMPOSSIBILE»
450 Un'eccezionale carriera alpinistica

467 IL GRANDE MOMENTO DELL'ALPINISMO FRANCESE
471 Una cordata affiatatissima: Jean Couzy e René Desmaison

478 L'ARTIFICIALISMO TOTALE E IL RITORNO DELLA LIBERA
480 Il francese Georges Livanos apre sulle Dolomiti la «Nuova Era»
483 A metà tra libera e artificiale
485 Hermann Buhl, l'uomo dell'avventura
487 I tedeschi della Scuola Sassone aprono la strada all'artificialismo totale
491 Cesare Maestri, il «ragno delle Dolomiti»
498 La reazione dei puristi sulle Dolomiti: il ritorno all'arrampicata libera

501 LE ALPI OCCIDENTALI NEGLI ANNI SESSANTA E SETTANTA
502 Le guide alpine italiane del secondo dopoguerra. Arturo Ottoz e Giorgio Bertone
506 Francesi e inglesi alla ribalta
510 La tecnica americana raggiunge il Monte Bianco

527 IL FENOMENO REINHOLD MESSNER

531 L'ALPINISMO INVERNALE
    Il cammino della sofferenza
536 Le tappe dell'alpinismo invernale

545 L'ALPINISMO SOLITARIO
545 Il cammino della libertà
549 I grandi nomi dell'alpinismo solitario

555 L'ALPINISMO EXTRA EUROPEO
556 Asia
560 I grandi eventi dell'alpinismo himalayano (Himalaya - Karakorum)
567 Africa
569 Ruwenzori, Kenya, Kilimangiaro
571 America del Sud
574 Le Ande Peruviane e Boliviane
576 Le Ande Argentine - L'Aconcagua
577 Il fascino selvaggio della Patagonia
580 Il Fitz Roy, un castello di granito incrostato di ghiaccio
582 Il Cerro Torre, la vetta più bella e terribile
586 Le Torri del Paine, tre gigantesche «Cime di Lavaredo»
589 Nord America
591 La Yosemite Valley, «paradiso» dell'arrampicata


603 GLI ANNI CHE CAMBIARONO L'ALPINISMO
    a cura di Enrico Camanni
605 Il tempo della specializzazione
606 Reinhold Messner, tutti i riflettori su un uomo solo
608 Renato Casarotto, l'ultimo alpinista classico?
611 Jean-Marc Boivin, la nuova frontiera
614 Monte Bianco, i grandi interpreti del ghiaccio
619 Dolomiti, i grandi interpreti della roccia
627 Lo spit sulle Alpi: rivoluzione e controrivoluzione
633 Solitarie e invernali a due velocità. I concatenamenti sulle Alpi
643 La specializzazione approda in Himalaya
653 Pierre Béghin, l'ingegnere degli Ottomila
655 La scuola polacca: Kukuczka, Kurtyka e Wielicki
660 La scuola slovena: Knez, Česen e Svetičič
666 Ritorno in Patagonia
673 Verso il Duemila


701 LE GRANDI IMPRESE – TABELLE
723 BIBLIOGRAFIA
735 INDICE DEI LUOGHI
755 INDICE DELLE PERSONE

TAVOLE FUORI TESTO
110/117 I pionieri
213/220 Guide e alpinisti sulle Alpi Occidentali
259/266 Guide e alpinisti sulle Alpi Orientali
353/360 Il Ventennio
459/466 Da Cassin a Bonatti
519/526 Gli anni Sessanta e Settanta
595/602 L'alpinismo extraeuropeo
677/700 Gli anni che cambiarono l'alpinismo


 

 

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INTRODUZIONE
di Enrico Camanni



Come qualunque altra indagine storica, il divenire alpinistico regge infiniti punti di vista, con sviluppi ed esiti non necessariamente unitari, ma dialetticamente confrontabili. Se si sviluppasse, per esempio, la negletta storia sociale dell'alpinismo e la si correlasse all'evoluzione delle prestazioni sportive, ci si potrebbe accorgere di come le grandi imprese non sempre corrispondano al retroterra socialmente più favorevole. E occorrerebbe domandarsi il perché. Oppure, se indagando nei rapporti tra politica e montagna si scoprisse, guarda caso, che i regimi totalitari stimolano (e incanalano) la corsa alla vetta, bisognerebbe fare i conti con l'antica tradizione libertaria dell'alpinismo. È stato probabilmente il timore della mancata uniformità, in una materia da sempre assolutizzata e da sempre idealizzata, a frenare l'approccio multidisciplinare; tale preoccupazione ha rinviato la soluzione di alcuni problemi cruciali, tuttora insondati, mantenendo viva l'illusione della «casa comune» degli alpinisti: «È una galleria meravigliosa di tipi fuori serie che ci viene incontro... Gente che, sotto qualunque latitudine e in qualunque paese del mondo, si riconosce istintivamente, da qualche segno misterioso, sia il colore della pelle, siano le rughe del volto, sia il modo di camminare, sia l'espressione dell'occhio abituato a scrutare i segreti della roccia e del ghiaccio» (Massimo Mila, Cento anni di alpinismo italiano, in «Storia dell'alpinismo» di C.-E. Engel, Einaudi, 1965). Il tradizionale approccio individualistico alla sua storia, ha curiosamente difeso e salvaguardato l'idea collettiva e universale dell'alpinismo.

Di solito sono anzitutto gli studi minori e quei prodotti della mentalità associazionistica che – in analogia con le dinamiche delle chiese – potremmo definire «confessionali», a mostrare i limiti del particolarismo. In questo senso – come sostiene lo storico triestino Giampaolo Valdevit – anche in alpinismo «esistono due storie, una interna e una esterna; ad esempio il dibattito sul chiodo a espansione è un dibattito «teologico» interno non recepito dalla massa e che non può avere una spiegazione solo sul piano del sociale, mentre figure come Messner o Bonatti hanno avuto un impatto forte sulla società interpretandone determinate pulsioni e aspettative» (Alp n. 94, pag. 120). Quando la ricerca stessa supera i confini stretti ed esclusivi dei club, si respira subito un'altra aria, anche se – paradossalmente – è difficile prevedere che un editore privato o un istituto universitario possa assumersi l'onere di un lavoro così problematico e così peculiare come la storia dell'alpinismo. È un gatto che si morde la coda: dove c'è specializzazione non c'è professionalità, ma dove c'è professionalità manca l'interesse specialistico. Se si interrompe il circolo vizioso, ecco i risultati: vedi l'illuminante esperienza dell'Università di Grenoble, pur limitata a studi alpinistici con forti valenze filosofiche e sociologiche, o quella dell'Università di Ginevra, più orientata verso le dinamiche dell'economia alpina.

Dopo le basilari ricognizioni di W.A.B. Coolidge sulle origini dell'alpinismo e dopo le brillanti sintesi storiche di R.L.G. Irving, che si spingono poco oltre il 1930, due autori soltanto si sono addentrati con convinzione nel rebus immenso della storia: Claire-Eliane Engel e Gian Piero Motti. Le loro opere restano i due fondamentali punti di riferimento per un esame e un dibattito sistematico. Con metodologie molto differenti e uno scarto temporale di circa tre decenni, entrambi hanno studiato e descritto l'evoluzione alpinistica della Vecchia Europa, analizzando il problema delle origini e accompagnando il lettore fino ai propri giorni. Un terzo autore, il francese Roger Frison-Roche, completò nel 1964 una storia di discreta fattura, a tratti ingenua e francocentrica, che ebbe la pretesa di allargare lo sguardo dalle Alpi alle grandi montagne del mondo senza riuscire del tutto nell'intento. Più convincente risulta l'aggiornamento a cura di Sylvain Jouty, redatto nel 1996 con la competenza del giornalista-alpinista ben documentato sui fatti.

Claire-Eliane Engel, specialista di storia e di letteratura alpina, dedicò gran parte della sua ricerca alla montagna e nel 1925 presentò una tesi di laurea all'Università della Sorbona di Parigi sul tema della «Letteratura alpestre in Francia e in Inghilterra dal XVIII al XIX secolo». Soltanto venticinque anni più tardi, nel 1950, diede alle stampe The history of mountaineering in the Alps. Di formazione accademica ma di stile elegante e piacevole, supportato da un'intelligente ironia e da un'avvincente base aneddotica, ha scritto una Storia apprezzabile anche dal vasto pubblico e questo resta uno dei suoi meriti maggiori. Inoltre le affascinanti speculazioni sulle origini e sui primi sviluppi (anche spirituali e simbolici) dell'alpinismo, sempre acutamente correlate ai modelli culturali del tempo, rappresentano un punto di partenza tuttora fondamentale per uno studio dell'esplorazione alpina. È nell'esame comparato delle diverse scuole che si rivelano invece i limiti della Engel, evidentemente parziale sul piano del confronto internazionale. Se da un lato, infatti, si apprezza il rifiuto tipicamente anglosassone della retorica dell'Alpe – «sarebbe sacrilego credere che il messaggio delle montagne sia una lezione di morale, perché questo significherebbe attribuir loro una spiegazione indegna. Meglio insistere sulla loro bellezza, sul loro mistero...» (op. cit.) –, dall'altro si sorride di fronte allo smaccato pregiudizio nazionalistico. È ridicolo argomentare che soltanto l'Inghilterra potesse vantare una cultura alpinistica sul finire dell'Ottocento, non si può liquidare l'austriaco Lammer con «un'impressione penosa; il suo libro è il delirio metodico di un pazzo» e non si può neppure ridurre quasi tutta l'attività italiana e tedesca tra le due guerre a una corsa suicida in nome dei regimi. La Engel, inoltre, scivola spesso in un'approssimazione delle imprese, con errori anche grossolani: Guido Rey avrebbe scalato la parete nord della Bessanese, «un orribile muro di roccia marcia». Si ha l'impressione che la raffinata analisi intellettuale degli uomini e del loro pensiero non sia affiancata da una sufficiente conoscenza delle montagne, cioè dell'altro elemento fondamentale per una corretta interpretazione dell'alpinismo.

Gian Piero Motti ha concluso la sua Storia nel 1977, in anni completamente diversi dalla Engel e con un approccio squisitamente autodidatta. Cercatore solitario, cresciuto alpinisticamente sotto le austere direttive della Scuola «Gervasutti» di Torino (l'alpinista friulano morì sul Mont Blanc du Tacul proprio nell'anno in cui Motti nasceva), il trentenne Motti ha trasfuso nel suo lavoro i dubbi e le intuizioni di una generazione inquieta. Con una rischiosa e discutibile scelta di campo, ha decisamente optato per una lettura psicanalitica dei fatti, dei personaggi e delle «montagne» (hanno una vita simbolica anche le creste e le pareti che si alzano come una sfida in faccia agli uomini). Animato dalla cultura problematica e utopistica del dopo-Sessantotto, si è impegnato con un'esposizione assai elaborata a smantellare pietra per pietra le tradizionali certezze dell'alpinismo, dimostrando come non possa esistere un modo «giusto» e universale di andare in montagna. Ha scritto la più originale storia «a tesi» dell'agire sui monti, ammiccando a Pavese, a Freud e a Marcuse.

Come la Engel, Motti va più in là di un'interpretazione puramente sportiva degli avvenimenti; a differenza della Engel, egli si lascia coinvolgere in prima persona e, oltre che testimone, diventa compagno di cordata, giudice, filosofo, educatore, profeta. È un aspetto che può infastidire, ma è il presupposto che rende vibrante la lettura, anche per i non specialisti. Legato all'analisi interiore dei personaggi, a scapito della lettura sociale dei fenomeni peraltro in voga negli anni Settanta, Motti ha una visione esistenzialista della storia: «La più grande difficoltà da vincere è posta in noi stessi e non al di fuori di noi». Convinto esploratore delle «diversità» e spietato rivelatore di contraddizioni («Costruire per distruggere, nascere per morire, salire per poi ridiscendere: una vera e propria ossessione»), scava instancabilmente nelle motivazioni filosofiche dell'alpinismo e non si accontenta dell'alibi o dell'immaginetta da parata. Pessimista e apocalittico in alcune conclusioni, dolce e umanissimo in altre, non è mai un osservatore passivo. È uno storico appassionato che procede con andamento ondulatorio, severo e affettuoso, razionale e romantico, acuto e distratto, sempre generoso di parentesi e digressioni: «Arduo il compito dello storico. Egli vive in un'epoca che tecnicamente ed intellettivamente supera tutte quelle precedenti. È un uomo, quindi, sottoposto al tempo e alla storia e il suo giudizio è condizionato da millenni di cultura che si porta sulle spalle. La sua ottica di giudizio è quella evidentemente del tempo in cui egli vive; sarà perciò portato ad esaltare le imprese e le gesta del suo tempo, per le quali non può avere un equo parametro di giudizio. Parlando delle imprese passate, sarà portato a sminuirle o a ingrandirle per paura di sminuirle, senza darne un'esatta interpretazione».

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Ciò non ci esime da uno sguardo sull'evoluzione dell'alpinismo contemporaneo, che si sta esprimendo soprattutto in tre direzioni: l'arrampicata libera, il ghiaccio effimero e la velocità. Se le Alpi possono ancora parzialmente rappresentare il laboratorio dell'alpinismo planetario, osserviamo la tendenza verso la ripetizione in libera dei grandi itinerari artificiali del passato (o anche del presente, come nel caso della via Bellavista sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo: Huber, 2000-2001), la scalata di goulotte e cascate che gelano per pochi giorni nei colatoi più selvaggi (per esempio l'aleatoria Birthright ai Grands Charmoz, aperta da Twight e Backes nel 1993 e ripetuta in libera da Helliker e Bracey nel 2013, oppure la via della «Legrima» sulla Nord del Sassolungo, salita da Holzknecht e Moroder nel 2013) e infine, ma non certo ultima, la corsa con il cronometro sulle grandi pareti (in particolare Steck e Arnold sull'Eigerwand, 2008 e 2011). Sintesi estrema di tutto ciò, almeno per quanto riguarda la roccia, è la ripetizione «free-solo», cioè senza corda, di itinerari mitici come la via Attraverso il pesce sulla Marmolada (Auer, 2007).

Ma l'alpinismo è sempre stato e sempre sarà un movimento di ricerca, almeno finché la fantasia e la geografia lo permetteranno. La scalata ha bisogno di idee e terreni inesplorati per sopravvivere. Per questo, a ragion di logica, il nuovo alpinismo si manifesta su pareti lontane dall'epicentro storico europeo (Patagonia, America del Nord, Groenlandia, Scandinavia, Himalaya, Karakorum, grandi muri a strapiombo in aree tropicali), ma anche nei settori alpini più scomodi o dimenticati (trilogia di Hervé Barmasse, 2011). Cambiano il clima e le stagioni, tanto che al tempo del riscaldamento globale è diventato più sicuro scalare in inverno che in estate per evitare i crolli e le scariche di pietre. L'allargamento della «stagione di caccia» ai dodici mesi dell'anno apre ai giovani inediti margini di creatività, con la complicità del gelo.

Dietro gli exploit alpinistici di oggi pulsano le tensioni muscolari dell'arrampicata sportiva, che perfezionando la preparazione atletica ed elevando il grado delle prestazioni condiziona anche l'approccio alla montagna. Una delle conseguenze più visibili del nuovo che avanza è il quasi allineamento delle donne al livello degli uomini, un traguardo impensabile secondo i canoni dell'alpinismo tradizionale. La storia della verticale è cambiata per sempre quando la statunitense Lynn Hill, nel 1994, ha scalato in libera le trentatré lunghezze del Nose al Capitan. Più o meno contemporaneamente la francese Catherine Destivelle saliva da sola e in inverno le pareti nord di Eiger, Grandes Jorasses e Cervino (via Bonatti), e sempre nel 1994 l'italiana Nives Meroi tentava il suo primo Ottomila affacciandosi sulla scena internazionale.

La partecipazione delle signore alla corsa alla vetta è una delle buone pratiche che il moderno alpinismo porta con sé, nell'epoca «democratica», caotica e ansiogena di internet. Il resto è una bulimia di informazioni in diretta che paradossalmente, bruciando i tempi di assimilazione, rendono sempre più arduo il lavoro dei giornalisti e degli storici.

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MONTAGNE



Si dice che un tempo la Terra non fosse così come noi la vediamo. Alcune ipotesi molto attendibili dicono che un tempo tutte le terre emerse erano riunite in un solo continente, circondato da un immenso oceano. Pare anche che all'interno di questo continente vi fosse un mare o un grandissimo lago salato, di cui oggi rimangono alcune testimonianze (Lago Ciad in Africa). L'avventura di viaggiare a ritroso con la fantasia è forse la più intensa che l'uomo si possa permettere. Possiamo allora immaginare un mondo dove forse non esistevano montagne, un unico continente simile ad una gigantesca landa piatta e desolata, un immenso deserto arido e privo di vita. O forse ancora le terre ricoperte dai ghiacci, altrove una distesa sconfinata di tristi acquitrini e paludi, privi di colore e di luce. Forse densi vapori velavano costantemente il cielo, in un silenzio cupo e tenebroso che oggi non è più di questo pianeta.

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Le emozioni della scalata e la delusione della vetta

Anche l'alpinista insegue un'illusione. Lascia la pianura dove sovente non si sente inserito nella vita di tutti e di tutti i giorni. Lo attrae l'immagine di una vetta che sembra portarlo molto in alto, una meta che alla luce infuocata del tramonto, quando risplende incendiata dal sole della sera, sembra garantirgli finalmente non solo gloria e vittoria, ma anche quella libertà sconfinata, quella pace e quella beatitudine che ansiosamente e vanamente va cercando in pianura. Egli sa che la via di salita forse sarà dura e difficile, che dovrà soffrire, ma per ora rigetta da sé queste immagini di dolore ed invece pensa a ciò che la salita e la vetta sapranno offrirgli durante la lotta. E già emotivamente vive ancor prima dell'azione le sensazioni forti che poi vivrà durante la scalata. Quelle stesse emozioni uniche ed irripetibili ed esclusivamente «sue» che poi, una volta tornato, non riuscirà a comunicare, malgrado il suo sforzo, a nessuno.

A mano a mano che la salita procede l'alpinista si ritrova sempre più solo e molto lontano dal mondo che egli ha lasciato in pianura. Egli comincia ad assaporare lo strano piacere della lotta individuale, addentrandosi nei labirinti un po' magici ed arcani della separazione della propria personalità. Raggiungendo una condizione psichica assai affine alla schizofrenia, egli a poco a poco scopre un altro in se stesso, ben vivo e presente, a volte un amico, ma più spesso un vero e proprio nemico che si fa sentire con la voce della paura. È una voce costante ed insistente che sembra dirgli nei momenti più difficili: «Cadi! Cadi!». Certo l'alpinista non percepisce il messaggio inconscio così formulato, ma gli giunge invece sotto forma di ansia, di angoscia e di paura di cadere che insorge nei momenti di più forte tensione durante la salita. Ed è una paura che l'alpinista o cerca di reprimere o di dominare, o meglio, di mediare e tenere sotto controllo durante tutta la fase di salita necessaria per raggiungere la vetta. Sovente la fase più nevrotica della lotta lo porta ad invertire completamente i valori del piano che ha lasciato: il dolore diviene piacere, la sofferenza è accettata, anzi il più delle volte cercata e goduta con gusto raffinato. Le emozioni e le sensazioni provate vengono accomunate in un'unica parola giustificante: l'avventura.

Il più delle volte l'alpinista non si sente di osare da solo, in quanto i rischi sono enormi; ogni minimo errore potrebbe essere fatale ed egli ci tiene troppo a raggiungere la vetta. Allora per precauzione ecco che escogita il meccanismo della cordata e si lega ad un compagno. Per far sì che il legame non sembri troppo arido ed utilitaristico, egli cerca di «vestire» questa unione in modo umano e sentimentale, parlando di amicizia e di legame fraterno ed unito nella vita e nella morte. In realtà molti di questi legami «di corda» sono solo ed esclusivamente utili ai fini della riuscita dell'impresa, in quanto ciascuno conduce la salita chiuso nel proprio microcosmo individuale, senza alcuna comunicazione che non sia la sicurezza garantita dalla corda. Non per nulla ci si lega alla base della parete e ci si slega appena giunti in vetta. E non per nulla il più delle volte i legami intrecciati in parete non hanno alcuna ragione di esistere in pianura.

Comunque, da soli o in cordata, la scalata procede verso la vetta che sovente viene raggiunta come si era sognato nel sole del tramonto, dominando spazi sconfinati sottostanti, con la breve illusione di essere al di sopra di tutte le cose mortali. Ma non sempre è così, anzi il più delle volte accade il contrario:

«...Ecco la cima. Per questo momento ho lottato e vissuto, ne valeva la pena? Mai come ora mi rendo conto che nessuna montagna vale una vita. Mi prende schifo per questa cima. Che schifo questo vento, le foto scattate, le firme depositate. No, non ne vale la pena... Andiamo via... In mille sogni ho visto le nostre bandiere sventolare al sole sulla cima. Ed ora rimango indifferente. Abbrutito dalla fatica, con i nervi a pezzi, mi preparo a consumare il sacrificio alla più stupida manifestazione umana: la vanità...» (Cesare Maestri, Arrampicare è il mio mestiere, Garzanti, 1961).

Così si esprime Cesare Maestri parlando delle sue emozioni in vetta al Cerro Torre, al termine della prima difficilissima ascensione con Toni Egger.

Ed anche Walter Bonatti, forse il più grande esponente dell'alpinismo di tutti i tempi, non si rivela più entusiasta, se si pensa che dopo sette giorni passati da solo sul pilastro del Petit Dru (Monte Bianco), al termine di una scalata solitaria quasi incredibile per la sua audacia, giunto in vetta e coronando la sua fatica titanica, disse:

«... Alle 16.37 esatte sono in vetta al Dru. Uno sguardo veloce tutt'intorno e quasi di corsa, con lo zaino sulle spalle, incomincio a discendere per la via normale» (Walter Bonatti, Le mie montagne, Zanichelli, 1961).

Per una specie di gioco un po' maligno, sembra che vi sia una proporzione inversa tra difficoltà della salita e soddisfazione che si prova in vetta. Al termine di una facile escursione che non ha richiesto un ingente tributo fisico e psichico, il più delle volte la vetta appaga in pieno: si può godere il panorama a lungo, osservare attentamente le valli sottostanti, dormicchiare al sole, restarsene un po' di tempo in cima senza l'assillo di dover subito scendere per evitare il maltempo o un bivacco penoso per le condizioni fisiche e psichiche ormai esaurite. Comunque, in ogni caso, ci si troverà costretti a scendere a valle.

Invece, se l'impegno per raggiungere la vetta è stato importante, certamente quest'ultima sarà piuttosto deludente, rivelandosi come scontata, una sorta di noioso passaggio obbligato per poi subito ridiscendere in tutta fretta verso i ristori e gli agi del fondovalle, che in quella situazione appariranno molto gradevoli.

Possiamo quindi formulare una curiosa equazione di questo genere: scalata lunga e difficile = sofferenza, ma anche grande soddisfazione durante l'azione. Però poca o nessuna soddisfazione in vetta, anzi immediato desiderio di fuga e di ritorno a valle. Invece salita facile e breve = poca sofferenza durante l'ascensione e quindi (per quanto questa considerazione di stampo masochista a molti risulti inaccettabile ed amara) anche scarsa soddisfazione e poca avventura. Però la vetta sarà assai soddisfacente ed appagatrice, generando desiderio di restarvi a lungo, contemplazione e rammarico per il pensiero del ritorno a valle.

Come sempre, appare più che mai chiara la drammaticità della condizione umana, dove le contraddizioni non riescono a trovare una sintesi soddisfacente: pure in questo caso, anche se il paragone è un po' banale, non è possibile salvare contemporaneamente la capra e i cavoli del famoso proverbio.

Ma in fin dei conti, perché mai la vetta delude? Perché la si era vissuta come meta finale e liberatoria, quasi assoluta nella sua purezza. Per raggiungerla si è dato tutto, si è lottato allo spasimo, sacrificandosi e sottoponendosi a rinunzie di ogni genere. Invece una volta giunti in vetta si comprende purtroppo che era solo un sogno, un fantastico sogno che si è cercato di materializzare nell'immagine della scalata: in vetta però non vi è nulla, vi sono pochi metri quadrati di roccia o di neve, sovente ci si sta anche scomodi, fa freddo, tira vento e forse non si vede alcun panorama. Il più delle volte non si ha certo il tempo per perdersi in contemplazioni, ma inesorabilmente bisogna pensare a scendere e a ritornare a valle, anche perché la discesa non sempre sarà facile. In ogni caso la discesa il più delle volte sarà uno squallido rito da consumare, uno stanco e mesto ritorno verso usi e abitudini di un mondo mediocre ed insoddisfacente dal quale si era creduto di fuggire con la scalata. Ed invece bisognerà riadattarsi a questo mondo, reinserirsi a fatica per poi ancora sognare e sperare. Ancora si tornerà sulla «Parete» e ancora si tornerà a portare una propria croce, nell'illusione di poter finalmente raggiungere una vetta dove si sarà paghi e felici.

«... Raggiungiamo la vetta alle 11. Ci stendiamo al sole. Fa caldo ed abbiamo una gran voglia di dormire. Niente fremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria. La meta raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno divenuto realtà... Sceso a valle cercherò subito un'altra meta. Se non esiste la creerò... Ed ogni meta raggiunta scompare per lasciare il posto ad un'altra più ardua e più lontana...» (Giusto Gervasutti, Scalate nelle Alpi, Società Editrice Internazionale, 1961).

Queste le riflessioni di Giusto Gervasutti, forse il più «eroico» e romantico alpinista italiano, sulla vetta delle Grandes Jorasses (Monte Bianco) dopo aver ottenuto la sua più folgorante vittoria sulla parete est della montagna.

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GLI INIZI



La preistoria dell'alpinismo e il rapporto cittadino-montanaro

Se ci poniamo il problema della data esatta o per lo meno dell'epoca d'inizio dell'alpinismo, ci troviamo di fronte ad alcuni episodi singolari che in un certo senso hanno anche preceduto l'interesse scientifico ed esplorativo verso le Alpi da parte dei cittadini, sia scienziati e naturalisti, sia turisti inglesi.

In questo senso possono risultare interessanti le salite di Francesco Petrarca al Mont Ventoux (1336) e quella di Bonifacio Rotario d'Asti al Rocciamelone (1358), quest'ultima considerata da molti come data ufficiale d'inizio dell'alpinismo. Tuttavia questi episodi isolati e senza alcun seguito non si possono ancora inserire in un vero e proprio fenomeno alimentato e suggerito da cause storiche ben precise. Si tratta di azioni provocate da interessi particolari per il Petrarca e da motivi religiosi per Rotario d'Asti. È un po' azzardato però affermare che il Petrarca, pur essendo una personalità lungimirante ed un uomo culturalmente aperto al futuro, fu il padre spirituale dell'alpinismo, come molti invece vorrebbero sostenere. È pur vero che il Rinascimento rappresentò un totale rinnovamento della cultura, una grandiosa apertura del sapere umano, finalmente disinibito e sbloccato dalle remore medioevali. E forse è anche possibile che in un'atmosfera così propizia e favorevole, un uomo come il Petrarca si sia sentito spinto a salire il Mont Ventoux da un impulso di scoperta e di conoscenza. Ma sono solo supposizioni non confermabili e pertanto in senso storico restano come tali.

Qualcosa di molto interessante e curioso successe anche nel 1492 e non fu soltanto la celebre scoperta dell'America di Colombo. In Francia, è più esattamente nel massiccio calcareo del Vercors, oggi vero e proprio paradiso degli arrampicatori, vi è una torre rocciosa di aspetto vertiginoso e tipicamente dolomitico, verticale se non strapiombante su tutti i suoi versanti: il Mont Aiguille. Ancora oggi, quando si osserva la montagna o se ne vede una fotografia, pare incredibile che proprio in quell'anno sia stata scalata da un gruppo di persone dalle attività sociali più disparate, guidate da un certo Antoine de Ville che, per così dire, si assunse la direzione dell'impresa. Sicuramente il povero Antoine de Ville di sua propria volontà mai e poi mai avrebbe pensato o solamente immaginato di scalare quella torre vertiginosa, ma l'ordine di raggiungerne la vetta partì addirittura da Carlo VIII, allora re di Francia (si sa che i monarchi di allora erano un po' infantili e capricciosi a causa del potere assoluto di cui disponevano e molto probabilmente l'ordine era tale da non essere neppure messo in discussione). Di sicuro si sa che la scalata fu realizzata, ma non con quali mezzi. L'impresa a lungo fu messa in dubbio, fin quando in tempi moderni non si ebbero le prove sicure della sua realizzazione, in quanto in vetta furono trovate le testimonianze dell'impresa avvenuta. Quali artifici tecnici e meccanici furono impiegati, resta comunque un mistero. Certamente corde, scale di legno, arpioni e marchingegni del genere, più che necessari allora, se si pensa che anche oggi la via più facile di salita sulla montagna offre tratti di terzo e quarto grado! Tuttavia, anche se il fatto di per sé fu straordinario; ai fini dell'alpinismo vero e proprio è da considerare come un fatto insolito e senza seguito alcuno.

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L'INTRODUZIONE DEI MEZZI ARTIFICIALI
IN ARRAMPICATA



Al punto in cui l'alpinismo era giunto, si aprivano due sole strade nella sua futura evoluzione. Ci pare inutile formulare l'ipotesi di un arresto sulle posizioni acquisite, in quanto sappiamo benissimo che ciò nell'agire umano è pressoché impossibile.

In precedenza si è visto che ormai l'alpinismo aveva assunto caratteri decisamente sportivi e il livello delle difficoltà superate si avvicinava a quello che poi sarà definito (ma forse con un grande malinteso e con troppa fretta) il limite delle possibilità umane in arrampicata libera. Si è detto un grande malinteso ed anche con troppa fretta, poiché noi non possiamo certamente sapere quale è il nostro «vero» limite: è un qualcosa a cui ci avviciniamo, ma che forse non raggiungeremo mai, proprio perché è un limite. Non possiamo sapere fin dove si può spingere l'arrampicata libera senza alcun mezzo artificiale, finché ci aiuteremo con mezzi artificiali. Forse in quell'epoca si credette di aver raggiunto il limite e con troppa fretta si passò all'ausilio artificiale, che sicuramente permise di superare quello stesso limite in arrampicata libera, ma che diede anche inizio alle degenerazioni nell'uso degli stessi mezzi. Probabilmente se ci si dedicasse con impegno totale all'arrampicata libera, curando quasi scientificamente la preparazione atletica e soprattutto quella mentale, che è la più condizionante ai fini della paura, si scoprirebbe che l'arrampicata libera ha ancora larghi spazi prima che si ricorra all'artificiale.

Abbiamo parlato di due strade: la prima è la via dei puristi, i quali rinnegarono ogni intervento artificiale e proseguirono le loro ascensioni nel loro stile «pulito». La seconda è quella di coloro che invece si dichiararono favorevoli ai mezzi artificiali e ne fecero uso. Comunemente si dice che l'evoluzione alpinistica e il progresso verso le difficoltà più elevate seguirono questa strada, ma non tutti su questo sono d'accordo.

Ma in fin dei conti all'inizio in cosa consistevano questi mezzi artificiali? Possiamo dire in ben poco, rispetto a quelli attuali. Intorno al 1910 Eckenstein produsse un rampone da ghiaccio, sufficientemente leggero per essere portato nel sacco, e questa fu la prima grande innovazione, in quanto così, sviluppando naturalmente una tecnica appropriata, il lavoro di gradinatura nel ghiaccio poteva essere a poco a poco eliminato. Per quanto concerne l'arrampicata su roccia, si sa che già da molto si ricorreva all'aiuto di chiodi rudimentali, i quali però non potevano essere impiegati per assicurare la corda in quanto mancava il «tramite» tra chiodo e corda, esattamente il moschettone. Questa fu decisamente l'invenzione (o la scoperta) più rivoluzionaria, in quanto permetterà lo sviluppo di una vera e propria tecnica d'arrampicata artificiale, dove il chiodo poteva essere utilizzato sia come assicurazione, riducendo notevolmente i rischi di una caduta, sia come progressione diretta per superare tratti strapiombanti o levigati. Solo con il moschettone ha senso dunque parlare di manovre di corda e di mezzi artificiali. In quanto all'introduzione del moschettone, quasi tutti i pareri sono concordi nell'attribuirne il merito agli scalatori austriaci del Kaiser e soprattutto a quelli della «Scuola di Monaco». In particolare, pare che sia stato proprio uno dei più forti arrampicatori dell'epoca, Otto Herzog, detto «Rambo», ad introdurne l'uso in arrampicata, a seguito di alcune osservazioni che egli aveva fatto durante le manovre dei pompieri, i quali appunto si servivano già di grossi moschettoni. Altri dicono che non fu il solo Herzog ad avere l'idea, ma che nello stesso periodo anche Dülfer e Fiechtl, celebre per aver studiato le prime fogge di chiodi moderni, già ne facevano uso. Resta comunque il fatto che la «nuova tecnica» si diffuse con una rapidità impressionante, non solo sulle Alpi Austriache, dove ben presto i risultati ottenuti dimostrarono l'efficacia della scoperta, ma anche nelle Dolomiti, dove fu accolta con favore da alpinisti come Tita Piaz e come Hans Steger. Comunque, l'avvento dei mezzi artificiali determina, come si è detto, due correnti ben distinte ed antagoniste, che trovano in Paul Preuss ed Hans Dülfer i loro più significativi rappresentanti dell'epoca.

Paul Preuss, il paladino dell'arrampicata libera

In ogni discussione di oggi e di ieri che gravita sul tema dell'arrampicata artificiale, sulla liceità o non dei mezzi di progressione, sull'evoluzione dell'alpinismo, sempre il nome di Paul Preuss è presente e citato come esempio.

Paul Preuss era nato a Vienna e fin da ragazzino aveva cominciato ad arrampicare. Nella sua non lunga carriera fece qualcosa come 1200 ascensioni di cui 300 in solitaria e 150 prime salite assolute... Sono dati sbalorditivi: Preuss lasciò una traccia ovunque sulle Alpi e praticò anche l'alpinismo invernale e lo scialpinismo, di cui fu uno dei pionieri. In seguito entreremo più nel dettaglio a riguardo delle sue imprese; per ora preme chiarificare la sua ideologia e presentare la sua etica, su cui si è sempre tanto discusso.

Preuss fu sempre contrario ad ogni intervento artificiale durante l'arrampicata, corda compresa: infatti egli si legava con un nodo particolare, che si sarebbe disciolto in caso di caduta. Quando arrampicava in cordata, usava la corda solo per assicurare i compagni di cordata e non per la sua sicurezza. Preuss fu sempre uno strenuo difensore dell'arrampicata libera e disse sempre che il vero progresso stava in quella direzione, mentre l'impiego dei mezzi artificiali avrebbe portato ad una «impasse» involutiva. Giunse a formulare sei principi fondamentali, che costituiscono il suo credo, cui seppe sempre attenersi anche con i fatti:

« 1) Non bisogna essere soltanto all'altezza delle difficoltà che si affrontano, ma bisogna essere nettamente superiori ad esse.

2) La misura delle difficoltà che uno scalatore può con sicurezza affrontare in discesa senza l'uso della corda e con animo tranquillo deve rappresentare il limite massimo delle difficoltà che egli può affrontare in salita.

3) L'impiego dei mezzi artificiali è giustificato soltanto in caso di pericolo.

4) Il chiodo da roccia è una riserva per casi di necessità, ma non deve essere il fondamento di una particolare tecnica.

5) La corda può essere una facilitazione ma non il mezzo indispensabile per effettuare una salita.

6) Su tutto deve dominare il principio della sicurezza, ma non l'assicurazione forzatamente ottenuta con mezzi artificiali in condizioni di evidente pericolo, bensì quell'assicurazione preventiva che per ogni alpinista si basa sul giusto apprezzamento delle proprie forze».

I principi su esposti furono letti durante una conferenza che Preuss tenne il 31 gennaio 1912 a Monaco di Baviera. Indubbiamente è un'etica estremamente severa, ma bisogna ammettere che è fondamentalmente esatta e corretta.

Sia chiaro che nel discorso seguente non si vuole assumere nessun atteggiamento moralista, in quanto una volta di più si afferma che la libertà è il più bel dono di cui l'alpinista può usufruire nella sua azione. E nemmeno si vuole indicare una direzione da seguire, separando come in un giudizio i «buoni» dai «cattivi». Bisogna dire che per molti l'alpinismo è un gioco magnifico, dove anche l'uso dei mezzi artificiali dà sensazioni inebrianti e particolari, soprattutto quando non si sale lungo una scala di chiodi piantati da altri ma quando si apre una via nuova in arrampicata artificiale. Non è vero che in questo genere di scalata non esiste l'avventura, ma esiste soltanto durante la prima ascensione, quando il capocordata deve fare un vero e proprio studio delle fessure da seguire, dove la scelta di ogni chiodo comporta esperienza, astuzia, ingegno e intelligenza, dove esistono tutte quelle incognite di passaggio e di impossibilità di ritirata che sono presenti anche nell'arrampicata libera. A meno che si accetti l'uso dei chiodi ad espansione, nel qual caso l'avventura è veramente finita. Ma forse anche questo è un giudizio temerario ed affrettato. Però il chiodo ad espansione dà la certezza di passare ovunque e comunque, e quindi effettivamente toglie all'arrampicata il suo lato migliore, ossia quello della salita verso l'ignoto.

Nella ripetizione di una via artificiale rimane il fattore atletico, che può avere indubbiamente i suoi aspetti piacevoli e positivi ed anche la possibilità di trovarsi in ambienti di parete (enormi strapiombi, tetti, vuoto assoluto) che non sempre si presentano in arrampicata libera. Comunque, nel salire lungo una fila di chiodi già piantati da altri, oppure nel piantare chiodi sfruttando gli evidenti segni di chiodatura lasciati dalle cordate precedenti, vi è ben poca avventura, ma il più delle volte solo un lavoro noioso e monotono che non dà alcuna sensazione di libertà e di leggerezza.

Tanto più che, in genere, queste vie hanno il potere di dare una enorme tensione psicologica, che disturba parecchio l'arrampicatore, data dal fatto che non si può essere sicuri della tenuta dei chiodi trovati in parete, in quanto non sono stati piantati di proprio pugno e non si sa nulla della loro saldezza.

In che direzione marcia l'evoluzione?

Per alcuni arrampicare non è un gioco. Alcuni a tutti i costi vogliono seguire la via del progresso e dell'evoluzione alla conquista dell'impossibile e credono di marciare in quella direzione servendosi dei mezzi artificiali. Probabilmente essi sono degli illusi e stanno compiendo un perfetto giro circolare; sono partiti da Preuss e stanno ritornando a Preuss: hanno cominciato ad usare qualche chiodo, poi hanno raggiunto l'apice e l'abuso dei mezzi artificiali, ora stanno rinunciando a poco a poco agli stessi mezzi e vogliono rivalutare l'arrampicata libera da cui un tempo erano partiti. Già fin d'allora era chiaro che il vero progresso verso l'impossibile era sul cammino di Preuss. Certo, il chiodo permise di superare in arrampicata libera dei tratti di parete sicuramente più difficili di quelli superati dal viennese in solitaria in salita ed in discesa. Ora, ancora una volta, non si vuole fare del moralismo, ma soltanto si vuole essere rigorosi nel ragionamento, per chi a tutti i costi in montagna non vuole giocare, ma cerca il cammino dell'impossibile. Ebbene, per costoro vi sarà vero e reale progresso solo se sapranno prima di tutto ergersi al pari di Preuss, il che è ancora tutto da vedere: ossia se saranno in grado di effettuare le stesse sue imprese nel suo stile «pulito»; senza corda, senza moschettoni e senza chiodi.

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Ecco che allora la nostra arrampicata artificiale, e tutta la storia dell'alpinismo fino ai giorni nostri, si profila come una magnifica e necessaria ribellione verso l'ordine e l'inibizione interiore a «non profanare». Il cammino della liberazione ha dovuto naturalmente toccare il fondo e giungere alle sue aberrazioni: l'apogeo lo si è raggiunto nel gesto dissacratore e sacrilego di un Cesare Maestri che impugna il perforatore a motore e, a furia di buchi praticati nella roccia, viola la montagna intangibile, la montagna pura e sacra, il Cerro Torre. E sì che Maestri aveva tutte le carte in regola anche come purista; infatti le sue imprese solitarie gli permettevano sicuramente di guardare ben diritto negli occhi il «giudice» Preuss. Ma il fremito di libertà che ribolliva in lui, il suo spirito anarchico ed insofferente, lo hanno portato a compiere l'ultimo atto di disinibizione, a «toccare il fondo», attirandosi naturalmente i «crucifige» di tutti i puristi. Di più non si poteva e non si potrà fare. D'ora in poi si viaggerà sicuramente verso una sintesi.

È chiaro che non si varcherà mai il «limite» con i mezzi artificiali, ma quest'illusione è stata necessaria per compiere il viaggio fino in fondo, per liberare quindi tutta un'aggressività ed una violenza nei confronti della «Montagna» che era prima enormemente repressa. Qualcuno potrà dire: ma se non vi è più aggressività, se non vi è più stimolo a salire, a conquistare, cosa vi può essere allora, se non il banale?

Gli si può rispondere che il destino dell'umanità, anche se sembra essere tutto in salita, potrebbe anche un giorno giungere su un altopiano, dove salire, o per lo meno aggredire per giungere ad una meta, non avrebbe più alcun senso. L'insoddisfazione non può esistere dove lo sconosciuto è stato conosciuto nella sua interezza.

Per noi, che corriamo in salita è impossibile soltanto immaginare un'esistenza del genere.

Resta comunque il fatto che, analizzando gli eventi che seguono Preuss, è difficile dare un valore alle imprese compiute esprimendo un giudizio. Potremo dire che le imprese più difficili e rischiose sono state certamente quelle in cui l'inibizione verso i mezzi artificiali ha giocato un ruolo di primo piano. Ma non dimentichiamo, riferendoci a quanto sopra si è detto, che va anche attribuito un merito a chi ha passato delle giornate intere a riempire la roccia di chiodi. Se oggi abbiamo acquisito coscienza di una situazione, lo dobbiamo anche e forse soprattutto, a loro.

È chiaro che, nel caso di Maestri, il gesto dissacratore e disinibitorio non è stato compiuto con la diretta coscienza di volere: Maestri ha voluto salire il Torre in qualunque modo e con qualunque mezzo per dimostrare che il Torre era scalabile, per dare una prova che quella montagna definita «impossibile» si poteva benissimo vincere, ed anche per tappare la bocca a chi non gli aveva creduto in occasione della prima ascensione da lui compiuta con Toni Egger.

Ma, qualunque siano stati i moventi, il «gesto» proibito è stato compiuto, il conflitto ha toccato la sua fase più acuta e dilacerante.

Ora non potremo che essere attori e spettatori dell'evolversi di una situazione di conflitto, che sicuramente volge ad una sintesi insperata e magnifica.

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WALTER BONATTI, OLTRE L'«IMPOSSIBILE»


A differenza dell'ambiente alpinistico piemontese, che fu duramente colpito dalla scomparsa dei «maestri» Boccalatte e Gervasutti e che seppe riprendersi solo con notevole fatica verso gli anni Sessanta, l'ambiente lombardo, malgrado la guerra, si era conservato assai vitale, e tra le sue file annoverava ancora moltissimi arrampicatori di valore. Tra tutti va soprattutto ricordato Nino Oppio, le cui realizzazioni su roccia in Dolomiti e sulle Prealpi Lombarde avevano raggiunto un livello di difficoltà tecnica superiore a quello delle vie aperte da Cassin e da Ratti. Ma anche Oppio, certamente per la sua modestia, è un altro di quei tanti «eroi sconosciuti» che ogni tanto incontriamo sulla nostra strada. Nel suo caso, saranno i ripetitori delle sue vie a rimanere abbastanza sconcertati e sorpresi dalle fortissime difficoltà incontrate: soprattutto in arrampicata artificiale Oppio seppe fare cose che pochissimi oggi saprebbero fare, anche se dotati di tutto il raffinatissimo armamentario che certo allora Oppio non possedeva...

Accanto al gruppo lecchese si era venuto a formare un altro nucleo di fortissimi alpinisti, che si radunava intorno a Monza, la piccola città industriale ormai assorbita dall'espandersi di Milano. Lo strano è che i due gruppi agiranno sempre abbastanza distintamente e che avranno anche caratteristiche differenti nell'esprimersi. Il gruppo lecchese, rappresentato dai «Ragni», avrà sempre caratteristiche più competitive, quasi campanilistiche, dove le personalità individuali sono meno precise e meno a fuoco; non per nulla avrà sempre grandissimo successo nelle spedizioni extra-europee, dove si richiede appunto una notevole coesione tra i partecipanti. Nel gruppo monzese, invece, vedremo sorgere delle personalità assai definite, che agiranno al di fuori di ogni rivendicazione di paese o di provincia, ma unicamente in funzione della loro passione e del loro intento creativo. Non è una cattiveria e nemmeno una malignità: è difficile che un «Ragno» realizzi salite con «gente di fuori»; è più facile che un monzese faccia cordata con un ligure o con un torinese. D'altronde quest'infantilismo del gruppo lecchese è del tutto naturale, ed è giustificato dalla presenza forte ed un po' paternalistica di un Riccardo Cassin , il quale idealmente è il «padre» di tutti i Ragni ed al quale vanno rispetto, ammirazione e riconoscenza. Altrove, non essendoci padri, vi è differente crescita ed altrettanta maturazione in senso più aperto.

Anche se vive a Monza, Bonatti (1930-2011) non è monzese, ma è originario di Bergamo. Ma è nell'ambiente alpinistico dei «Pel e Oss» che egli fin da ragazzino si inserisce, ed è con gli amici Carlo Mauri ed Andrea Oggioni che egli comincia ad arrampicare sulle rocce della Grigna. Sappiamo che Bonatti ha alle spalle un'infanzia certamente difficile, come d'altronde è stata quella dei ragazzi che hanno vissuto la guerra ed ora si trovano in una situazione strana, come un vuoto in cui nulla si riesce a scorgere di positivo. Bonatti è uno di quei ragazzi della Grigna, che ancora non hanno visto il Monte Bianco e le Dolomiti: forse li sognano, ma per ora tutto ciò è nel mondo dell'impossibile e dell'irraggiungibile.

Ma ben presto il giovane Walter dimostra che qualcosa lo differenzia da tutti gli altri. Non solo lo sguardo un po' glaciale e penetrante, non solo il sorriso stretto e metallico che lascia vedere una piccola parte dei denti. È soprattutto la volontà di riuscire, la straordinaria tenacia nell'agire e nell'attendere, la pazienza, la calma, la grande intelligenza che gli permette a priori di valutare con freddezza ogni situazione, formulando esattamente la teoria in modo da lasciare un minimo spazio al «probabile» nella realizzazione pratica. Come arrampicatore è freddo, calmo, forse un po' lento. Forse nel suo gruppo vi sono arrampicatori stilisticamente più brillanti e dotati di lui, ma sono anche più nervosi, più inquieti e meno costanti. Bonatti non ha fretta e passa anche dove passano gli altri. Piuttosto saranno poi gli altri a non passare dove passa lui!... Forte della sua determinazione e capace di un autocontrollo divenuto leggendario, Bonatti è l'uomo che si proietta nel futuro pur restando nel presente. Il suo razionalismo ed il suo freddo coraggio, non disgiunti da una lucida presa di coscienza del proprio valore e della propria capacità, gli permetteranno di valicare ampiamente quel limite definito «impossibile» e di realizzare imprese di un valore alpinistico ed umano difficilmente superabile in futuro.

Già solo sulle Grigne, egli concepisce l'allenamento in maniera sistematica, già tutto proteso con il pensiero alle imprese alpine. Egli è certamente un ambizioso, un perfezionista e un insoddisfatto e cerca ogni volta di materializzare nella scalata il suo concetto ideale di perfezione. O forse semplicemente egli cerca nell'alpinismo la grande avventura individuale, dove resta infastidito da ogni restrizione, da ogni limite che giunga dalla collettività e dalle sue regole. È assai vicino a Gervasutti ed al suo agire, ma ancor più esaspera certi concetti. Egli è individualista al mille per mille, ma non nel senso comune che si vuol dare alla parola e nemmeno in senso negativo. Bonatti attraverso la sua azione cerca di esaltare l'individuo, di ridargli il valore perduto, di riportare la parola uomo ad avere la U maiuscola. In questo senso si è sempre espresso, ma purtroppo dai più non è stato capito; anzi il suo agire gli ha attirato, come in pochi altri casi, critiche, invidie, calunnie, gelosie. Eppure Bonatti non odia i suoi simili, anzi probabilmente li ama profondamente. Forse ne ha pena e li compatisce, vedendoli prigionieri delle catene che essi si sono costruite.

Allora con la sua azione folgorante, che sembra andare al di là di ogni valore morale imposto, egli diviene un vero e proprio provocatore in senso positivo, in quanto cerca di scuotere gli animi, di risvegliarli. Ma purtroppo il sistema gli gioca un brutto tiro ed attraverso l'informazione lo propone alle masse come un modello irraggiungibile, come un superuomo, come una sorta di dio in terra. Bonatti per le masse diviene unico, irripetibile, irraggiungibile; ciò che fa Bonatti nessuno può fare; tutti cadono e muoiono, ma Bonatti non muore. Il suo messaggio amaramente viene tradito e Bonatti non viene capito, anzi, il suo intento finisce per essere negativo, in quanto il suo esempio viene proposto come inimitabile ed assoluto. Ed ecco che allora contro di lui si scagliano gli anatemi di pacifisti, di comunisti, di difensori della morale, di sociologi, di chiunque trova il feticcio di turno su cui appuntare lo spillo. Ma prima che tutti costoro lo vogliano morto, spingendolo a realizzare imprese sempre più rischiose e pazzesche, il nostro Walter intelligentemente capisce il giochetto: abbandona l'alpinismo, saluta tutti e se ne va, lasciando critici e detrattori a rodersi il fegato nello sforzo di comprendere i motivi dell'abbandono...

D'altronde la stessa storia ci insegna che il mestiere del provocatore (anche se agisce a fin di bene) è dei più duri e che si corrono dei rischi abbastanza seri, dove forche, croci e ghigliottine non mancano mai per chi ha «disturbato» il quieto vivere e l'ordine pubblico...

Comunque, ritornando all'alpinismo, Bonatti è uno dei pochissimi che, superando se stessi, sono riusciti a spostare il concetto di limite più volte durante la loro carriera alpinistica. Fin quando Bonatti è rimasto in azione, non ha potuto che essere imitato, anche se le imitazioni sono state di pregevole fattura. Egli stesso, con le sue realizzazioni stupefacenti, ogni volta abbatteva il limite che aveva definito con un'impresa precedente. Forse egli ha avuto l'accortezza di ritirarsi prima di conoscere il declino e la sconfitta. Comunque anche dopo aver lasciato il campo, non si sa ancora esattamente fino a che punto egli sia stato superato. O se lo è stato, si tratta di pochissimi casi d'eccezione, che inevitabilmente hanno sfruttato la scia da lui lasciata.

Perché tutto questo abbia potuto accadere in lui, quali traumi si celino dietro questo fenomeno, le cause del suo agire, è un rompicapo un po' inutile che lasciamo agli addetti ai lavori. D'altronde, anche se riuscissimo a capire cosa si nasconde dietro il mantello, il nostro Walter Bonatti resta comunque Walter Bonatti, in quanto è soltanto un'operazione che altri fanno di lui e non un qualcosa da lui voluto. Che Bonatti sia stato un personaggio «scomodo» per molti, date le premesse esposte, è più che naturale. Che qualcuno voglia divertirsi a distruggerlo servendosi del «puzzle» della psicologia, è anche più che naturale. Faccia pure. A noi interessa ciò che Bonatti ha compiuto nell'ambito dell'alpinismo, e questa è una realtà che nessuno può distruggere. Se poi dovessimo scoprire che Bonatti è un nevrotico per cause X e Y, non si riesce a capire cosa potrebbe mutare nelle imprese che lui ha compiuto. Ma sappiamo tutti che è molto difficile ammirare (non adulare!) chi ci sovrasta. È sempre più facile cercare di abbatterlo e distruggerlo per motivi di quieto vivere e per non avere paragoni fastidiosi.

Un'eccezionale carriera alpinistica

Nel 1949 Bonatti non ha ancora vent'anni. In una sola stagione estiva ripete la parete nord delle Grandes Jorasses (via Cassin), la parete nord est del Pizzo Badile (via Cassin) e la parete ovest della Noire (via Ratti). L'inizio della carriera è folgorante. Nessun italiano si era ancora cimentato con queste pareti (escludendo, naturalmente, i primi salitori...!) ed il racconto dei pochissimi ripetitori stranieri non era stato certo allettante. Ma Bonatti non può accontentarsi di ripetizioni.

Abbiamo già parlato del Grand Capucin du Tacul. Si tratta di uno splendido obelisco di rosso protogino, una delle più ardite ed eleganti costruzioni rocciose della catena alpina. La sua parete est è alta più di 400 metri, caratterizzata da immense lastre levigate e compatte, solcate da esili fessure che come strani geroglifici striano le placche che qua e là vanno chiudendosi sotto tetti orizzontali giganteschi. È una parete impossibile in arrampicata libera. In Dolomiti forse qualcosa di simile era già stato fatto, ma sul granito nessuno aveva mai osato fino a quel punto. Certo Ratti aveva vinto in artificiale il diedro di 40 metri sulla Ovest della Noire, i tedeschi a furia di chiodi erano passati sulla Sud del Dente del Gigante. Ma si trattava di passaggi isolati.

Qui ci si trovava di fronte al problema di una parete da salire quasi interamente in arrampicata artificiale e gli enigmi per il granito erano molti. Teoricamente la cosa era anche possibile, ma che tipo di chiodi portare? quanti chiodi? e le incognite del granito, dove un solo metro di roccia levigata può arrestare inesorabilmente la progressione? (allora non c'erano i chiodi ad espansione e poi Bonatti non li ha mai usati).

Ma Bonatti passa all'azione e dopo due tentativi, con il torinese Ghigo, nel 1951, realizza l'impresa, che naturalmente desta i commenti più disparati e contraddittori. Il numero dei chiodi usati, per l'epoca, è impressionante: quasi duecento, quattro i giorni d'arrampicata (durissima) spesi in parete. Bonatti aveva dunque infranto il tabù che ancora regnava sulle Alpi Occidentali.

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IL FENOMENO REINHOLD MESSNER



Sulla linea ideale tracciata da alpinisti come Bonatti, Buhl, Cassin e Couzy, Reinhold Messner si è imposto come il migliore alpinista dei nostri tempi, anche se sappiamo che i paragoni non valgono molto. Nato a Funes, nella bella valle dell'Alto Adige, nel 1944, Messner ha iniziato ad arrampicare si può dire fin da bambino, al fianco del padre sui monti di casa. Tra il 1960 ed il 1964 ha realizzato qualcosa come 500 ascensioni di ordine estremo: ripetizioni di tutte le vie più difficili della catena alpina su roccia, ghiaccio e misto; prime ascensioni, soprattutto sulle Dolomiti, di estrema difficoltà in arrampicata libera, molte delle quali non ancora ripetute da altri alpinisti; numerose prime invernali ed altrettante numerose prime solitarie. Messner si è dimostrato fedele ad un'etica severa e rigorosa, che pone l'arrampicata libera ad un ruolo assolutamente prevalente e si è sempre tenacemente battuto contro l'abuso dei mezzi artificiali in scalata. La sua concezione alpinistica si fonda sul coraggio lucido e costante nell'ideazione, non intimorito da alcun tabù, e sull'eleganza e la sicurezza nella realizzazione pratica. Anche se le sue imprese possono apparire come le gesta di un temerario o di un ambizioso, va ricordato che esse sono invece il frutto di una preparazione serissima e tenace e di una determinazione che non sembra conoscere alcuna debolezza. Messner può far leva su una volontà irriducibile e su un'intelligenza non comune, che sa valutare analiticamente ogni problema, per quanto arduo esso sia, filtrando emotività e timori inconsci e risolvendo già in sede teorica le eventuali difficoltà di ordine psicologico. Con tutto ciò non bisogna pensare a Messner come ad una sorta di computer o una fredda macchina per arrampicare. Anzi, Messner agisce nel solco dell'avventura individuale e ricerca nel suo alpinismo un modo di vivere che altrove gli è impossibile realizzare. Inevitabilmente il suo atteggiamento tipicamente individualista gli ha attirato critiche a non finire: chi lo accusa di essere un seguace di Nietzsche, chi lo definisce un nevrotico, chi un complessato, chi di essere un esempio negativo per i giovani, chi di rifiutare il corso della storia che oggi sembra più incline a «smussare» (o a decapitare?) le personalità «eroiche» e trascendenti. In qualunque modo lo si voglia intendere e da qualunque ottica lo si voglia osservare, resta in ogni caso il fatto che Messner ha saputo valicare un limite ed ha saputo infrangere un tabù che forse a molti faceva comodo. Non ci si stupisca allora se la sua personalità ed il suo agire a molti possono risultare fastidiosi. In ogni situazione, comunque, Messner ha dato prova di serietà e di notevole coerenza con i suoi principi senza mai scendere a compromessi con se stesso e con gli altri. Tutta la sua azione è tesa a dimostrare che ciò che vien comunemente definito «impossibile» è invece possibile, ammesso che si accetti una preparazione durissima e costante, sia fisica che mentale, quale quella a cui Messner si sottopone. Le realizzazioni compiute sulle Alpi e al di là delle Alpi praticamente parlano da sole e non necessitano di alcun commento. Molte delle sue salite rappresentano una data basilare nella storia dell'alpinismo e molte delle sue imprese hanno poi permesso ad altri di avventurarsi in scalate solitarie e in avventure himalayane che prima forse erano state soltanto concepite, ma non ancora realizzate sul terreno pratico. Del suo formidabile alpinismo solitario, parleremo nell'apposito capitolo. Ma qualche cenno sull'attività extraeuropea è doveroso.

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L'ALPINISMO SOLITARIO



Il cammino della libertà

Si dice che la scalata solitaria sia un po' una vocazione. Ed è vero. Vi sono alpinisti assai abili che però non hanno mai arrampicato in solitaria. Essi stessi non saprebbero rispondere perché: forse perché hanno paura, forse perché senza il legame della corda si sentono incapaci di salire per un solo metro, forse perché lo considerano un rischio inutile.

Eppure non vi è nulla di più elegante dell'arrampicata solitaria. È un dialogo, meglio un monologo, che richiede perfetta conoscenza di se stessi, un autocontrollo degno di un santone indiano, una mente fredda e analitica e allo stesso tempo l'ingenuità, l'incoscienza e la freschezza spirituale di un bambino. Gli psicologi dicono che lo scalatore solitario non ha in sé l'idea della morte ed è per questo che può permettersi di osare fino a quel punto senza provare paura. Altri sostengono il contrario, ossia che egli cerca la morte come massimo desiderio realizzabile nella sua esistenza. Comunque, chiunque abbia visto arrampicare un solitario, ha provato un'emozione strana, quasi un'angoscia che porta a coprirsi gli occhi e a non guardare. Forse il timore che egli possa cadere non è null'altro che un inconscio desiderio che egli cada, suggerito da chissà quali recessi del nostro animo.

Ma vi è modo e modo di arrampicare da soli. C'è chi giunge alla scalata solitaria perché in tal modo può affermarsi ancora di più, per dimostrare ad altri tutta la sua bravura, il suo coraggio e la sua potenza. C'è chi invece si sente portato ad arrampicare da solo da una forza invisibile, poiché si accorge a poco a poco di non aver bisogno di alcun compagno. Come sempre c'è chi cerca l'affermazione attraverso l'impresa e c'è chi invece trova nell'arrampicare da solo un momento di perfezione e di armonia a prescindere da dove l'azione si svolga e dove l'azione stessa lo porti. Infatti vi sono due modi di procedere in solitaria. Nel primo modo ci si serve di alcune complesse manovre di autoassicurazione, per prevenirsi in caso di caduta. Quasi tutte le scalate solitarie più famose sono state realizzate in questo modo.

Soprattutto in arrampicata artificiale, l'autoassicurazione è praticamente indispensabile, in quanto ci si deve affidare ai chiodi, la cui tenuta è pur sempre dubbia. Non si può dire se questo sistema sia meno elegante e corretto dell'altro; certo il rischio è indubbiamente minore. Ma anche in questo modo di procedere vi è qualcosa di magico ed estremamente interessante: la scalata non si svolge più ai ritmi regolari dati dalle lunghezze di corda. Essa diviene estremamente più lenta: il tempo stesso perde il suo significato e l'arrampicatore esce dalla normale dimensione ed entra in un altro cosmo, regolato unicamente dal suo stesso procedere. Egli sale, scende, risale, pianta i chiodi, li svelle, issa il sacco, palpa il materiale ed i chiodi quasi con un erotismo maniacale, sviluppa una percezione fortissima che gli permette di cogliere sensazioni ed immagini altrimenti invisibili ed irraggiungibili. La sua mente si svuota completamente di ogni pensiero, l'azione si fonde meravigliosamente con l'attimo del pensato e non vi è più separazione alcuna tra pensare ed agire. Questo senso di «avere la mente vuota» è ben noto ad ogni alpinista che abbia arrampicato in solitaria per un lungo periodo di tempo. Anche l'angoscia e la paura se ne vanno a poco a poco e tutto allora pare estremamente semplice e nudo nella sua vera realtà, spogliato da ogni concetto e da ogni sovrastruttura data dalla cultura. I gesti assumono una loro efficacia dettata dalla più grande semplicità; il sole, l'acqua, la roccia, la neve, il vento, paiono realmente come tali, ma vivi, presenti, ed è facile dialogare con essi come si dialogherebbe con una persona.

Qualcuno parla di potere allucinogeno dell'arrampicata solitaria, dato dagli scarti dell'adrenalina che resterebbero nel sangue, motivati dal continuo controllo della paura e dell'angoscia. Qualcosa di simile accadrebbe anche nelle pratiche orientali tipo lo yoga o il buddismo-zen. Insomma, esisterebbe una sorta di euforia data dall'arrampicata solitaria. Ma ciò ci pare fin troppo semplice. Vi è sicuramente alle spalle qualcosa di molto più profondo.

Il secondo modo di arrampicare in solitaria è quello di privarsi di ogni mezzo di assicurazione e di ogni aiuto artificiale: è la scalata libera pura, di cui Preuss fu maestro insuperabile, dove si procede soltanto con l'aiuto delle mani, dei piedi, e dell'intelligenza. Indubbiamente siamo ai vertici dell'eleganza.

Molti censori e molti difensori della morale hanno duramente condannato questo tipo d'alpinismo. Ma se si rimane nell'ambito dei propri limiti e non si osa oltre, facendo scattare i meccanismi bloccanti dell'angoscia e della paura, non vi è forse modo più esaltante d'arrampicare. L'alpinista così taglia ogni cordone ombelicale che lo lega alla terra e se ne va libero come un uccello, libero di danzare leggero sul vuoto, in una splendida armonia psicofisica che forse in tutta l'attività umana non trova comparazione. Ma il solitario che arrampica in tal modo non deve aggredire la parete, non deve arrampicare per vincere e per dimostrare a se stesso di essere forte e coraggioso. Gli sarebbe fatale. Egli invece deve farsi accettare dalla parete, entrare in dialogo con l'aria, con la roccia, con la gravità terrestre, con il proprio corpo. Se ciò riesce (e per molti sarà difficile credere a questo), come per incanto il peso corporeo sembra svanire a poco a poco e si sente come un'energia fantastica che solleva verso l'alto e che si impadronisce del cervello, rendendo ogni gesto essenziale, perfetto, elegante. Ogni cosa va fatta dove deve essere fatta. Scompare l'idea oscura della caduta, della morte, quasi ci si sdoppia e si vede un'immagine di se stessi che esce dal corpo e che precipita giù fino a schiantarsi nelle ghiaie poste alla base della parete. Allora in quell'istante tutto pare divenire un gioco, uno splendido gioco che l'individuo più non dirige e comanda, ma a cui ci si abbandona lasciandosi portare con dolcezza. Quando si arrampica da soli, violentare un passaggio, cercare di forzare, cercare di passare provando angoscia, può essere estremamente pericoloso. Il solitario, se sbaglia è perduto: nessuno lo può trattenere in caso di caduta. La sua compagna di cordata è la morte. Ma la morte forse non è poi così brutta come si crede e con essa si può certamente discutere, parlare, anche scherzare e giocare. Invece di combatterla come la più grande nemica della vita, è sufficiente accettarla ed invitarla a sedere nella propria casa ...

Splendide sono anche le arrampicate solitarie compiute sui grandi pendii di ghiaccio e nei lunghi canaloni di neve, dove la sensazione della solitudine è ancora più accentuata. Ma non è detto che il solitario debba essere solo. Anche se questa forma d'alpinismo forse non ha ancora trovato seguito, dovrebbe essere veramente magnifico arrampicare slegati ma in piccoli gruppi di due o di tre, scambiandosi sensazioni, parlando durante l'arrampicata, spezzando quel fastidioso legame della corda che porta con sé un gravoso carico di simboli e di sublimazioni. Certo siamo in tal caso ben lontani dalla tensione emotiva dell'impresa; qui piuttosto vi è una ricerca di gioco anche in un ambiente che sempre si è descritto come pericoloso, impregnato di morte, negato al gioco ed aperto invece alla sofferenza. Ma non è affatto detto che per sempre debba essere così. Bisogna pur provare. Anche se molti diranno: ma quanti solitari si sono ammazzati durante le loro scalate? Molti, certamente. Ma ciò non significa nulla. O forse sì, ma dovremmo chiederlo proprio a quelli che sono caduti.


I grandi nomi dell'alpinismo solitario

Durante la trattazione più volte ci siamo imbattuti in scalatori solitari, quindi è superfluo trattenersi ancora su nomi come Winkler, Von Barth, il leggendario Preuss, Hans Dülfer, Emilio Comici, Hermann Buhl, Walter Bonatti, Cesare Maestri, René Desmaison. Al massimo possiamo aggiungere qualche dettaglio, ossia che Bonatti ha sempre realizzato le sue scalate solitarie ricorrendo alle tecniche di assicurazione, mentre invece Maestri il più delle volte ha realizzato numerose imprese sia in salita sia in discesa senza alcuna autoassicurazione... «Ho sempre arrampicato da solo senza l'aiuto della corda o di altri mezzi artificiali, sempre completamente in libera sia in salita sia in discesa. Alcuni si assicurano nei tratti più difficili, ma io non l'ho mai fatto. Ogni volta che ho sentito di non essere in grado di superare un passaggio senza rischiare di cadere, mi sono ritirato».

Queste le parole di Cesare Maestri; parole che testimoniano il vero. Stupisce che più avanti nel corso della sua carriera, egli sia giunto al perforatore meccanico sul Cerro Torre. Ma perché mai chiedere ad un uomo la coerenza? A volte essere coerenti vuol dire rifiutare l'esperienza. Nelle sue scalate solitarie Maestri fu assolutamente rigoroso ai suoi principi e va ricordato come uno dei più grandi solitari della storia dell'alpinismo. Ciò che accadde in seguito, non appartiene all'alpinismo solitario, ma a quello artificiale.

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GLI ANNI CHE CAMBIARONO L'ALPINISMO
Enrico Camanni



[...]


Reinhold Messner, tutti i riflettori su un uomo solo

Come un faro, le idee di Reinhold Messner hanno anticipato e orientato l'evoluzione dell'alpinismo himalayano.

Nel 1975, con Peter Habeler, inaugura le spedizioni superleggere in Himalaya scalando l'Hidden Peak in stile alpino. Non sono tanto le difficoltà tecniche a rendere eccezionale l'ascensione (anche se Messner parla di qualcosa come due Nord del Cervino), ma è l'idea di poter arrampicare su un Ottomila come sulle Alpi a dischiudere le prospettive per il futuro. La replica arriva tre anni dopo, quando i due riescono a salire l'Everest, la cima più alta della Terra, senza fare uso di bombole a ossigeno. Anche se le circostanze sono completamente diverse dall'Hidden Peak (la via normale dell'Everest è in parte attrezzata da una spedizione austriaca), le due sfide costituiscono un trampolino di lancio dalle immense potenzialità. La conferma arriva ancora da Messner, solo, nell'agosto dello stesso anno: sale e scende in tempo record la tormentata, selvaggia, pericolosa e bellissima parete di Diamir sul Nanga Parbat, forse la più limpida impresa della sua carriera. E Reinhold si ripete nel 1980, raggiungendo la vetta dell'Everest, ancora senza compagno e senza ossigeno, lungo il severo e sconfinato versante nord ovest. È un'altra impresa leggendaria, che ricorda l'epopea di Hermann Buhl sul Nanga Parbat nel 1953. Ormai invischiato nel mercato del rischio, che pretende da lui la salita di tutti gli Ottomila, nel 1982 Messner mette nel carnet ben tre cime: il Kangchenjunga (con il generoso Friedl Mutschlechner), il Gasherbrum II e il Broad Peak. Due anni dopo, con Hans Kammerlander, ritorna all'avanguardia con la prima traversata in stile alpino di due Ottomila: i due Gasherbrum in un colpo solo; e nel 1985 risponde all'invidia di chi lo vuole finito dietro la macchina del business con la prima salita, in compagnia del fedele Hans, della parete nord ovest dell'Annapurna, uno dei problemi himalayani sul tappeto. Infine, il 16 ottobre 1986, conclude sul Lhotse la sua «corsa» agli Ottomila, riportandone l'amarezza di un sogno trasformato in un affare.

Questa, in sintesi, la straordinaria attività di Messner negli ultimi dieci anni di impegno alpinistico. In seguito i suoi orizzonti si sono allargati ai ghiacci dell'Antartide e della Groenlandia, con due traversate in stile «pulito» che gli hanno procurato nuove e intense soddisfazioni. Ma sarebbe ridicolo ridurre la sua figura a un arido elenco di exploit, anche se si tratta di realizzazioni di valore assoluto: è innanzitutto il ruolo pubblico, infatti, che nel bene e nel male farà probabilmente dell'uomo di Funes l'ultimo prim'attore della storia dell'alpinismo. È curioso, perché era stato proprio Messner, sulla scia del Sessantotto, a contestare aspramente la figura dell'eroe, sostituendo con un foulard la bandiera in cima alle montagne. In seguito, è stato lui a ridimensionare implacabilmente i mostri sacri, scoprendone i punti deboli e le contraddizioni, denunciando la retorica e l'ipocrisia della «lotta con l'Alpe». È stato ancora lui, infine, a mettere in piazza se stesso, scoprendo un po' istrionicamente le proprie nevrosi, affermando con forza l'inutilità sociale di ogni prestazione alpinistica. Però Messner è stato anche l'ultimo, forse il solo alpinista, che abbia saputo parlare alle masse, perfezionando nel tempo un talento da grande comunicatore e sfruttando spregiudicatamente le opportunità dello sport-business. Un protagonista assoluto: acuto, carismatico, ingombrante, capriccioso, contraddittorio. Una star applaudita dalla gente comune e dileggiata dagli altri alpinisti. Un sano pervertitore delle leggi iniziatiche della montagna. Un uomo contro, anche se perfettamente inserito nella macchina consumistica dello spettacolo. Un distruttore di miti. L'ultimo mito.

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Il personaggio pubblico degli anni Novanta è una donna dagli occhi verdi: Catherine Destivelle. La scalatrice più affermata della storia conquista le copertine di Paris-Match, ma soprattutto riesce a competere sul campo con l'avanguardia maschile e maschilista della montagna. Dopo un'adolescenza alpinistica e un lungo entusiasmante intermezzo di arrampicata sportiva (storica, nel 1985, la sua vittoria alle prime gare di Bardonecchia), intorno ai trent'anni la parigina ritorna alle grandi pareti. Lo fa da sola, nell'estate del 1990, scalando in appena 5 ore il pilastro di Walter Bonatti al Petit Dru. Il suo exploit viene filmato dall'elicottero. L'anno seguente, emulando le gesta del maestro, ritorna sul Dru e in undici giorni di delicata arrampicata solitaria apre un nuovo itinerario (per la verità un po' forzato) sull'immensa parete ovest. Nessuna donna ha mai fatto altrettanto, pur con le indubbie facilitazioni dell'elicottero e del conforto via radio. Ormai è pronta per i grandi cimenti invernali e in due stagioni — 1992 e 1993 — supera con sicurezza ed eleganza l'Eigerwand e lo sperone Walker. Gli obiettivi e le telecamere sono tutti per lei. In vetta alle Grandes Jorasses riceve in omaggio un bignè al caffè.

In verità c'è un'altra signora che «corre» senza compagni sulle pareti più celebri delle Alpi, ma il suo nome — Alison Jane Hargreaves — è sconosciuto anche agli specialisti almeno fino al 1993. Nell'estate l'alpinista del Derbyshire (due figli) si mette in luce scalando in poche settimane il Linceul alle Grandes Jorasses, la Nord del Cervino, la Nord est dell'Eiger, la Nord est del Pizzo Badile, la Nord del Petit Dru e la Nord della Cima Grande di Lavaredo: 23 ore e mezzo totali effettive. È un elenco che lascia senza fiato, tanto più che le ascensioni sono state compiute senza autoassicurazione. In autunno la Hargreaves supera lo sperone Croz, facendo uso dell'elicottero.

Eiger, Jorasses e Petit Dru ritornano ogni volta sulla ribalta, perché rispondono alle esigenze del mercato e ai canoni dello spettacolo. La popolarità ha le sue regole e certe pareti, evidentemente, «vendono» di più. Ma questi vincoli e questo conformismo — che il «triangolo dell'obbedienza» (alpinista, sponsor, mass media) impone ai protagonisti più in vista — va via via a sfumare mentre ci si allontana dal Monte Bianco.

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Verso il Duemila

A questo punto ogni profezia sarebbe fuori luogo, anche se lo spettro della crisi – onnipresente in almeno un secolo di storia dell'alpinismo – non è mai stato così tangibile e così minaccioso. Per crisi va inteso l'impoverimento culturale, cioè la perduta capacità degli alpinisti di proporre modelli universalmente apprezzabili, mentre la riproduzione in serie degli exploit sembra aver imboccato il tunnel dell'inflazione e dell'anonimato; l'emorragia di significato, paradossalmente, coincide con una sovrabbondanza di interpretazioni. In questo senso gli anni Ottanta rappresentano la grande svolta, la cesura senza ritorno. In termini allegorici, si è assistito a un decollo, a una stupefacente «velocizzazione» e a una sorta di polverizzazione nello spazio, come quei corpi incandescenti che non riescono a sopportare l'impatto con l'atmosfera; in termini sportivi, invece, lo scatto e la progressione hanno portato a uno sbalorditivo innalzamento del limite, con un rapido livellamento verso l'alto delle prestazioni.

Ma cos'era prima l'alpinismo? In vista del terzo millennio, volendo riassumere grossolanamente due secoli di storia, si potrebbe individuare un preludio scientifico (fugace e relativo), una fase di esplorazione e scoperta, un'intensa elaborazione romantica a cavallo tra i due secoli (con volti nuovi, sopravviverà a tutte le tempeste), un periodo eroico (dal Ventennio al secondo dopoguerra), un passaggio antieroico (il tardivo «Sessantotto» dell'alpinismo) e un finale sportivo. È stata proprio la trasgressione degli anni Settanta (là dove si arresta la raffinata analisi di Motti) a innescare involontariamente quel processo di accelerazione che, dal limite del settimo grado UTAA, ha proiettato l'uomo e la donna verso il fantastico traguardo del decimo e oltre. Ciò che non era stato concepibile in duecento anni di evoluzione è diventato realtà in poche, fugaci stagioni.

Le ragioni di questa rivoluzione sono complesse e comprendono l'ingresso delle aziende e degli sponsor sul mercato consumistico della montagna, il superamento della chiusura iniziatica degli alpinisti, gli scambi con le altre culture, la sistematizzazione degli allenamenti e, non ultima, l'influenza dell'arrampicata sportiva, con il suo codice e le sue competizioni (un antico tabù per l'alpinismo). Eppure, tornando a Motti, il miracolo sportivo degli anni Ottanta non sarebbe spiegabile se non si tenesse conto delle modificazioni a livello psicologico. Solo il crollo delle barriere inibitorie e la radicale «desacralizzazione» dell'esperienza alpinistica possono infatti giustificare una progressione così fulminea. Come sempre non sono i muscoli, ma è la testa che fa la differenza.

Così, mentre cresce l'interesse sociale per la montagna (insostituibile polmone verde per il Duemila), mentre gli alpinisti si interrogano sui guasti ambientali del proprio agire e si assumono finalmente le loro responsabilità, sfumano i riferimenti tradizionali che hanno accompagnato tutta la storia: virilità, avventura, rischio, trasgressione. Lo spit e il telefono cellulare («Pronto, sono in difficoltà, mandate l'elicottero») chiudono l'epoca poetica e austera dell'«Alpe scuola di vita» e inaugurano un futuro secolarizzato. In questa luce, è difficile prevedere che possa arrestarsi il significativo processo di «spittatura» delle pareti (anche se c'è chi continua e continuerà a fare a meno del chiodo a espansione), perché i nuovi valori della sicurezza e del piacere hanno già soppiantato quelli dell'incognita, del coraggio e dell'intuizione. Il sempiterno dibattito sull'etica continua, come ieri, ma i parametri non sono più quelli.

Questo singolare crollo di «ideologie» in nome di un pragmatismo che ottimizza i risultati addomesticando gli ostacoli (lo spit equivale al paletto snodato nelle gare di slalom), condiziona naturalmente anche l'alpinismo di punta. La montagna è snobbata dagli organi di informazione e ignorata dal grande pubblico perché il rischio e la ricerca del limite hanno perso gran parte del loro fascino, appiattiti e omologati dai meccanismi del mercato. Dunque l'immaginario collettivo non ha più motivi di coinvolgimento e di partecipazione: «Quando milioni di lettori di magazine o di spettatori televisivi si sono abituati ad associare l'immagine di un ghiacciatore, di un rocciatore, di una cordata, di una guida all'affidabilità commerciale di un prodotto — assicurazioni, automobili, orologi —, a quel punto sono pronti anche a digerire una parete nord o la Sud della Noire come se fossero il pronto soccorso del Dottor Kildare o l' American life di Beverly Hills» (Alberto Papuzzi, Rivista della Montagna n. 160). Non circolano più i bei volti di un tempo, quegli eroi in chiaroscuro da prima pagina tagliati a colpi di piccozza, nitidi e inconfondibili come un emblema. Non si fà più audience con l'alpinismo, perché l'eccezionale è diventato routine.

Eppure, osservando con occhio attento la cronaca recente, ci si accorge che la storia va avanti. Nel mare indistinto dei nomi e dei numeri, con o senza etichetta, con o senza riflettori, si scopre che l'evoluzione esiste: basta saperla riconoscere. Nel mondo ci sono pareti ancora da scalare e questo giustificherà sicuramente altri alpinisti, altre passioni, altre fatiche e anche altri lutti. Sì, la storia continuerà, ma sarà sempre più difficile da decifrare e da raccontare.

Torino, dicembre 1993

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