Autore Pierluigi Battista
Titolo I libri sono pericolosi
SottotitoloPerciò li bruciano
EdizioneRizzoli, Milano, 2014 , pag. 158, cop.ril., dim. 11,5x18,5x1,5 cm , Isbn 978-88-17-07428-5
LettoreGiorgio Crepe, 2014
Classe libri , storia criminale , guerra-pace












 

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Indice


1. «Era una gioia appiccare il fuoco»                15

2. «Un ribollente, torbido fiume di idee»            41

3. «I romanzi corrompono le masse»
    (e soprattutto le donne)                         65

4. «Leggere non farà di noi cittadini migliori»      85

5. «Solo i fascisti bruciano i libri»
    (magari fosse vero)                             105

6. «L'istruzione occidentale è peccato»             133


 

 

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Anche i roghi di libri avvengono ormai nelle piazze virtuali dei social network. Ma come spiegare ai nuovi piromani che i loro non sono semplici selfie? Prima di tutto evitando di assumere il tono corrucciato e severo del deploratore di professione, quello che scuote la testa per rammaricarsi della volgarità dei tempi e tratta il maniaco dei libri in fiamme come un nuovo barbaro. Poi evitando di dire una bugia, e cioè che i roghi dei libri siano uno spettacolo dei tempi bui dell'ignoranza. Falso: si sono bruciati più libri nel mondo rischiarato dai lumi della ragione che in tutte le epoche del passato oscurantista. Poi evitando di dare sempre la colpa agli altri, e dire che a bruciare i libri sono sempre stati i nostri nemici, mentre noi non c'entriamo niente con questa brutta e repellente pulsione del rogo: guardiamoci attorno, guardiamo chi abbiamo al nostro fianco, forse il piromane è tra noi. Poi evitando di dire che i libri hanno qualcosa di sacro, che la cultura può solo rendere più fine la nostra sensibilità e che «la bellezza salverà il mondo», ma quando mai.

Continuano a bruciare i libri. Sulle pubbliche piazze. E ora anche sul web. Noi che soffriamo a vedere i libri bruciati dobbiamo capire che la minaccia non finisce mai, e che quindi dobbiamo elaborare una strategia per neutralizzare i piromani. Imparando a conoscerli, per prima cosa. Non descrivendoli come mostri o come alieni, ma come il frutto di una fede o di un sistema di idee che ci appaiono affascinanti, belli, giusti, generosi. E non santificando i libri, facendone oggetto di un culto, con le sue liturgie, le sue messe cantate, le sue prediche. Spesso i libri rendono migliore chi li legge. Ma spesso lo rendono peggiore: molti dittatori e molti inquisitori sono stati e sono lettori formidabili. Però mi disturba molto che continuino impuniti a bruciare i libri. E dunque credo che sia necessario prepararsi alla difesa, scrutando le mosse dei persecutori e degli intolleranti, cercando di capire da dove vengono, cosa li ispiri nella loro mania incendiaria. Li ispira innanzitutto una convinzione: che i libri siano pericolosi e perciò vadano distrutti. vero, i libri sono pericolosi. Ma la conclusione potrebbe essere opposta: perciò non vanno distrutti, anzi vanno salvati. Vorrei spiegare il perché.

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Chi ama i libri e ne è terrorizzato attizza l'odio contro i libri pericolosi, veicoli di ogni eresia abominevole. In Fahrenheit 451 , Ray Bradbury fa dire al capo dei pompieri piromani (le tirannie adorano gli ossimori) addetti all'incendio dei libri: «Un libro è un fucile carico nella casa del tuo vicino. Rendiamo inutile l'arma». Subito dopo l'invenzione gutenberghiana della stampa, che aveva sconvolto l'immobilità della traditio ecclesiastica, per esempio, i custodi dell'ortodossia romana furono atterriti all'idea che i fedeli leggessero la Bibbia senza l'ausilio delle mediazioni sacerdotali. Attorno alle numerose edizioni della Bibbia stampata che in meno di un secolo avevano invaso l'Europa, dilagò una disputa cruenta. E i più fanatici arrivarono a reclamare la censura e il rogo della Bibbia stessa, il Libro dei Libri che, senza il controllo e l'autorità dei sacerdoti deputati al filtro di quei testi pericolosissimi, sarebbe diventato il «pomo della discordia», il «Vangelo nero», il «libro degli eretici». Così, paradossalmente ma neanche tanto, persino della Bibbia si predicava che dovesse essere maneggiata con estrema cura. Protetta gelosamente dai suoi interpreti ufficiali. I quali, pur nella devozione assoluta, ne conoscevano l'immensa pericolosità. I lettori e i fedeli acculturati (sempre più numerosi grazie alla stampa) non potevano essere lasciati a se stessi, nella solitudine silenziosa e sediziosa della lettura, esposti alla sua terribile fascinazione. Ancora una volta, come una maledizione, ma seguendo una legge storica ineluttabile: chi amava intensamente il Libro, i libri finirà metodicamente per bruciarli.


I libri sono pericolosi. Ci consoliamo pensando che a bruciarli siano i barbari. Folle di zotici ignoranti che danno alle fiamme ogni manufatto di carta. Analfabeti esaltati da uno sfrenato cupio dissolvi dettato da una forma di odio primitivo e da un'intolleranza istintiva. Immaginiamo mani rozze che appiccano il fuoco e speriamo sempre che, se quei libri fossero letti anziché bruciati, se gli individui si lasciassero affinare e modellare dalla cultura e dalla bellezza, ne scaturirebbe un mondo più civile, dove il rispetto dei libri sia concorde e unanime, e il rogo dei libri soltanto il ricordo di un incubo passato. Magari fosse così. Magari fossero vere le premesse ottimistiche che animano le virtuose e un po' melense campagne per la diffusione della lettura. Invece no, l'atto di bruciare i libri è un atto che nasce dall'energia del radicalismo intellettuale, teorizzato spesso con formule solenni e imperative, praticato e diretto da chi legge i libri. Da chi ne ha letti molti. Da chi nei libri ha trovato le parole adatte per la sua pretesa titanica di estirpare il male dal mondo. Chi architetta utopie audaci e palingenetiche annette ai libri, alle gelide geometrie delle idee, un'importanza spasmodica lontanissima dall'indifferenza delle società tiepide e soddisfatte di sé, degli amanti delle sfumature, degli indecisi, dei refrattari alla coralità entusiasta. Vuole bruciare le idee chi è dominato da un'Idea. Dall'Idea assoluta e sacra, che fa della propria esclusività e superiorità un culto esigente, da portare fino alle estreme conseguenze.

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Chi conosce l'indomabile pericolosità dei libri agisce sempre con meticolosa pedanteria, con rigorosa e persino maniacale selettività. E la selezione più maniacale è quella che non smentisce se stessa nemmeno nelle condizioni più caotiche, nel mezzo di una catastrofe come la guerra. C'è infatti una differenza: la guerra distrugge indiscriminatamente ogni cosa che sia a tiro di cannone, non solo i libri, fossero anche quantità mostruose di libri. La biblioteca di Alessandria venne incendiata (una prima volta) da Cesare. Ma il bersaglio dei romani era il porto e tutto ciò che gli stava intorno e dietro, non la biblioteca in quanto tale. Nella Seconda guerra mondiale il numero dei libri andati in fumo ha assunto dimensioni inconcepibili. Lucien X. Polastron, nel suo bellissimo Libri al rogo, ha calcolato che ben venti milioni di volumi siano stati incendiati nelle più rinomate biblioteche di Londra sotto i bombardamenti della Luftwaffe (con un dettaglio quasi incredibile, commovente: fino alla fine le biblioteche britanniche non hanno sospeso la loro ordinaria attività di prestito). A parti rovesciate, nelle città tedesche Dresda, Amburgo, Monaco, Stoccarda, Berlino, Francoforte i bombardamenti della Raf hanno causato la distruzione di almeno dieci milioni di libri, senza calcolare la perdita di intere biblioteche private che prima della guerra arricchivano tante case di borghesi tedeschi. Ma le città erano ridotte ad ammassi di rovine, e le macerie di una biblioteca giacevano fumanti accanto a quelle dei palazzi, delle strade, delle infrastrutture, tra centinaia di migliaia di cadaveri carbonizzati. Forse solo a Dresda, la «Firenze dell'Elba», si voleva disintegrare deliberatamente una città rinomata per l'arte e le magnifiche architetture. O a Montecassino, dove un'abbazia venne colpita dagli Alleati con sciagurata disinvoltura. Ma la distruzione dei libri era solo una parte dell'apocalisse che si era scatenata sulle persone e sulle città. Nessun aereo si era alzato in volo con il compito di bombardare e distruggere specificamente una biblioteca, di devastarne gli scaffali, di ridurne in cenere i libri pericolosi.


Il vero maniaco dei roghi dei libri è invece quello che dentro una guerra di dimensioni gigantesche trova il tempo per ingaggiare un'altra guerra: la guerra contro il libro in quanto tale. Lo zelo del distruttore compulsivo di libri si rivela nello scrupolo folle con cui cerca l'oggetto della sua ossessione da incenerire anche nel mezzo di un'apocalisse. Nella furiosa ostinazione con cui concentrarsi su un obiettivo secondario, un dettaglio che nella vita normale è importantissimo, ma che nell'immane devastazione di ogni cosa dovrebbe apparire quasi insignificante. Non insignificante, però, per le teste fanatizzate dei distruttori di libri. Che cosa attraversava la mente infuocata di quei comandanti tedeschi, abbacinati dal mito della «germanizzazione» universale e pronti ad affrontare la grande strage di Stalingrado, che ordinarono la distruzione e il saccheggio di ogni cosa a Jàsnaja Poljàna, la casa-museo di Lev Tolstoj dove, racconta sempre Polastron, per ben sei settimane i soldati si dedicarono «a distruggere tutti i libri, i manoscritti, e persino i resti riesumati dell'autore di Anna Karenina»? Un esempio di come spesso vandalismo e devozione, soggezione e attitudine allo scempio necrofilo siano strettamente intrecciati. Per il cacciatore di libri e simboli da mettere al rogo, neanche una piccola macchia può imbrattare il perfetto disegno della purezza da ottenere con la potenza delle armi. A Varsavia, a Poznan, a Lublino, tutte le 251 biblioteche ebraiche su cui poteva contare la Polonia furono invase, distrutte, deturpate. Ai nazisti non bastava lo sterminio degli ebrei. Bisognava aggiungere quello dei loro libri. E infatti a Lublino i volumi della biblioteca talmudica furono trasportati e ammassati nella piazza del mercato per farne un falò che non smise di crepitare prima di almeno venti ore.


Nel 1992 i cecchini serbo-bosniaci, nascosti sulle colline tutt'intorno alla città, martellarono senza tregua con cannoni, mortai e obici la biblioteca di Sarajevo. Oltreché sui passanti da terrorizzare, si accanirono sui libri con una foga almeno pari a quella che li elettrizzava nell'uccisione di tanti civili inermi, colpevoli solo di vivere in una città da piegare nell'umiliazione. Nell'incendio della Vijećnica andarono in fumo oltre un milione di volumi, tra cui circa centomila esemplari rarissimi, e centinaia di preziosi manoscritti. Il bersaglio era quello che Claudio Magris ha definito il «crogiuolo» di culture diverse che quella straordinaria biblioteca rappresentava e che i guerrieri della purezza etnica non potevano sopportare nemmeno da lontano.

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Del resto l'amore per i libri, per la loro conservazione attenta e scrupolosa, è stato all'origine delle magnifiche biblioteche ecclesiastiche, imponenti e silenziose che, nella frescura di sale dalle altissime pareti tappezzate di libri, restano ancora oggi, nella dittatura del digitale, una meta obbligata per chiunque in Italia voglia impegnarsi negli studi umanistici. Le biblioteche nelle abbazie di Montecassino o di Subiaco, di Farfa, di Grottaferrata, l'Angelica dei frati del convento di Sant'Agostino a Roma, la Casanatense dell'ordine dei domenicani, la Marciana a Venezia, la biblioteca Vallicelliana, con il grande salone di Borromini, della congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri. E chissà quanti altri santuari del libro sono sparsi in ogni angolo del mondo toccato dalla predicazione cristiana: un patrimonio meraviglioso. Una galleria di monumenti alla cultura concepiti e costruiti con un tale entusiasmo per i libri, da rendere sbalorditiva l'idea che gli eredi o i sodali di quei bibliofili si siano macchiati di una persecuzione inflessibile nei confronti di altri libri, e dei loro autori, da mettere al bando e tacitare per sempre.


Nell'inverno del 1600 gli estensori della sentenza che condannava al rogo Giordano Bruno si esprimevano così, con una ruvidezza che oggi ci appare smisurata, segnata da un eccesso fanatico che ci turba: «Condanniamo, riprobiamo et proibemo tutti i tuoi libri e scritti, come eretici et erronei et continenti molte eresie et errori. Ordinando che tutti quelli che sin'hora si sono avuti, et per l'avvenire verranno in mano del Santo Offizio, siano pubblicamente guasti et abbrugiati nella piazza di San Pietro, avanti le scale, et come tali che siano posti nell'Indice de' libri prohibiti». Non era sufficiente «abbrugiare» l'eretico, dopo averlo «spogliato nudo e legato a un palo», a Campo de' Fiori. Bisognava meticolosamente dare alle fiamme i suoi libri, eliminare ogni traccia di quell'eresia spregevole, davanti a tutti, «nella piazza di San Pietro». Cosa aveva fatto incrudelire così quegli amanti dei libri che occupavano i vertici dei tribunali dell'Inquisizione? Perché il mondo che materialmente aveva creato un'infinità di preziosi manoscritti copiati, ora li distruggeva perdendo ogni senso di pietà?

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Poi c'è sempre un inquisitore più inquisitore degli altri inquisitori. Inquisizioni che si combattono a suon di roghi, di reciproche censure, di accuse di tradimento e di eresia, come in un gioco di specchi dove si riflettono le fiamme accese dall'una e dall'altra inquisizione. La parabola di Girolamo Savonarola a Firenze portò alle estreme conseguenze il radicalismo della purezza, l'odio per «i libri che infettano», il richiamo che l'estremismo esercita sulle menti impressionabili: come quella di Sandro Botticelli, rapito dalla predicazione di Savonarola, che si dice addirittura abbia acconsentito, contrito e purificato da questo sacrificale autodafé, al rogo in piazza di un suo dipinto. Il movimento dei Piagnoni di frà Girolamo sembra l'antefatto delle «rivoluzioni culturali» che hanno avuto il loro apice nel Novecento. Fecero lì la loro comparsa i bambini come poliziotti addestrati e indottrinati per dare la caccia alle «cose sconvenienti» («Ai fanciulli viene affidato il compito di recarsi presso le abitazioni dei fiorentini per chiedere la consegna di libri, immagini, vestiti e oggetti giudicati osceni, per poi bruciarli pubblicamente in piazza» scrive Polastron). Si accese il «falò delle vanità», alimentato da un furore oltranzista e intollerante, senza freni e inibizioni. Un testimone racconta dei ragazzi che «dopo messa, comunione e processione appiccarono il fuoco e accompagnarono i crepitii delle fiamme con santi e gioiosi cantici al suono delle trombe della Signoria e delle campane di Palazzo Vecchio». Dopo aver eretto un patibolo a forma di piramide, il fuoco purificatore cominciò ad ardere, alimentato da tutto ciò che Savonarola considerava impuro: «libri infami», dipinti che non nascondevano le «nudità», profumi, cosmetici, carte da gioco, dadi, specchi, strumenti musicali, le prime copie a stampa del Decameron di Boccaccio e le poesie di Petrarca, troppo «languide» per essere tollerate. Gli oggetti frivoli, contrari a una vita integralmente «santa», furono distrutti.


Ma Savonarola, il predicatore più scalmanato della «purezza», fu a sua volta, e proprio dai vertici della Chiesa, consegnato ai torturatori che gli estorsero una falsa confessione con sevizie innominabili, e poi scomunicato, condannato a morte mediante impiccagione in piazza della Signoria, e infine bruciato, con le ceneri del suo corpo disperse nell'Arno. La massima di Heinrich Heine in questa occasione si rovesciò nel suo contrario: chi aveva cominciato a bruciare i libri finì per essere bruciato. Chi aveva acceso il fuoco catartico trovò un nemico che voleva dare un valore catartico al rogo anche del suo corpo (salvo, per dire i paradossi di questa storia, fondare pochissimi anni dopo la splendida biblioteca Laurenziana per volontà di papa Clemente VII, nipote di Lorenzo il Magnifico).


Storie di altri tempi? Storie di fanatismo religioso che appartengono a un passato remoto, di intolleranze che si perdono nella notte dei secoli? Un'altra chiave consolante per allontanare da noi lo spettro dei roghi di libri. Perché è gradevole pensare, figli dei Lumi come siamo, campioni di tolleranza e di rispetto per le idee altrui, che la violenza persino brutale contro le eresie appartenga a uno stadio oramai concluso della nostra civiltà. rassicurante essere certi che soltanto brandendo una fede antica come arma di guerra sia stato possibile compiere tanti delitti contro i libri e la cultura. Pensare che si possano bruciare i libri solo dopo aver coltivato il celebre sillogismo del califfo, pronunciato subito prima di dare il proprio assenso al rogo della biblioteca di Alessandria, da poco passata sotto il controllo arabo: «Se ciò che è scritto nei libri è conforme al Libro di Dio, il Libro di Dio ci permette di farne a meno; se vi è qualcosa che sia contrario, allora sono dannosi. Procedi dunque alla loro distruzione».


Una lettura consolante della persecuzione dei libri, peraltro, confortata dalle continue devastazioni incrociate di cui è ricca la vicenda delle religioni storiche. Come non ricordare i Parabalani, le milizie di fanatici cristiani manipolati da Cirillo che quindici secoli fa, ad Alessandria d'Egitto, prima di trascinare per le strade la filosofa Ipazia, spogliarla, martoriarla con cocci aguzzi, accecarla, ucciderla, smembrarla e tagliarla a pezzi con gusci di ostrica per poi spargere il suo corpo e consegnarne alle fiamme i resti, avevano provveduto a dar fuoco al Serapeum, distruggendo tutti i libri «empii e pagani» e abbattendo ogni singola statua di quel santuario? (E sembra quasi uno scherzo della storia, nella rassegna dei delitti contro i libri, il fatto che il capo di quei fanatici dallo «spirito incandescente» fosse chiamato nientemeno che «Pietro il lettore».) Oppure l'editto di Diocleziano in cui, per rendere completa e drastica la persecuzione dei cristiani, si ordinava agli scherani dell'imperatore di demolire le loro chiese e bruciare i loro libri. O la distruzione dei libri bollati come «stregoneria» imposta da Torquemada nel monastero di Santo Stefano a Salamanca. Oppure la messa a ferro e fuoco della biblioteca di Budapest conquistata da Solimano il Magnifico. O la distruzione per rappresaglia delle biblioteche cattoliche (oltre trecentomila volumi perduti) con la chiusura dei monasteri inglesi voluta dallo scismatico Enrico VIII. Senza peraltro soffermarsi troppo sulla Ginevra di Calvino, città che raggiunse l'apice dell'intolleranza. O sugli ugonotti che, come ricorda Polastron, dichiararono «morte ai beni della chiesa e guerra alle biblioteche: Saint-Médard, Saint Jean-des-Vignes, Hautvillers vicino a Reims, Poitiers, Cluny, dove i manoscritti venivano fatti a pezzi come se fossero "tutti libri da messa"».


Una ferocia dogmatica incontenibile, in cui la pretesa di possedere la Verità si accompagna sempre alla certezza che l'eresia vada sradicata, senza risparmiare in violenze e scelleratezze. Anche accanendosi sul dissidente, sullo spirito libero e indipendente, sull'eretico. Come traspare dalla prosa ruvida e spietata della messa al bando decretata dalla sinagoga di Amsterdam nel 1656 contro Baruch Spinoza: «Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme quando veglia, quando entra e quando esce. Che l'Eterno non lo perdoni mai; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro cubiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcunché dettato da lui o scritto di suo pugno». Un rogo in effigie...

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Harold Bloom ha spiegato molto bene come l'attrazione dei personaggi letterari non segua esattamente quel percorso edificante che i pedagoghi della «buona lettura» dipingono in modo tanto idilliaco. «Leggere gli scrittori anche più bravi non farà di noi cittadini migliori» ammonisce Bloom. E in quanto alla favola che la letteratura sia un arsenale di sane virtù morali, la risposta non può che essere questa: «L' Iliade insegna la gloria ineguagliabile della vittoria armata, mentre Dante gioisce degli eterni tormenti che infligge ai suoi nemici personali, Dostoevskij predica l'antisemitismo, l'oscurantismo e la necessità della schiavitù umana. Spenser si rallegra addirittura del massacro dei ribelli irlandesi». La letteratura, continua impietosamente Bloom, «non salverà gli individui più di quanto migliorerà la società. Shakespeare non ci renderà migliori e non ci renderà peggiori, e forse ci insegnerà a origliarci quando parliamo con noi stessi».

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«I fascisti bruciano i libri», certo. I fascisti italiani hanno fatto del loro meglio per alimentare i roghi, bruciando con le squadracce le sedi dei partiti e delle Camere del lavoro e facendo falò dei giornali di sinistra (compreso «L'Avanti!» che anni prima aveva messo in vetrina la firma di Benito Mussolini: tipico odio dell'ex). E l'ostentato mecenatismo culturale dei Gentile e dei Bottai, tutto ciò che il regime ha promosso a favore del cinema, dell'architettura, dell'arte, del teatro non possono certo neanche lontanamente pareggiare la vergogna senza fine dell'epurazione dei libri scritti dagli ebrei e bruciati in effigie dopo l'orrore delle leggi razziali (con la complicità di tantissimi colleghi razzialmente «puri», che usurparono cattedre sottratte ai loro legittimi titolari e accettarono di sostituire con i loro nomi, sulle copertine dei libri, quello degli autori ebrei ostracizzati). L'Italia fascista non vanta l'unicità o anche il primato nella triste classifica dei regimi avvezzi a bruciare i libri, è vero. Nel secolo della modernità, però, ha stabilito un modello, ha impresso uno stile sbrigativo e intollerante che altri, ideologicamente figli e affini del fascismo, hanno imitato e talvolta abbondantemente superato per crudeltà e brutale sistematicità. Ha inaugurato anche un'estetica del linciaggio politico nell'era della mobilitazione delle masse che denuncia un'insofferenza invincibile per ogni dissenso, incitando a soluzioni drastiche, elogiando il «santo manganello» come metodo risolutivo per la composizione delle controversie. Una soluzione fra tutte, elementare ma efficace: abolendo le controversie, con la forza.


Un modello, come è tristemente noto, applicato con puntiglio da record dal nazionalsocialismo tedesco. Anche se non è stato l'unico rogo della storia moderna, la cerimonia del gigantesco falò acceso sulla Opernplatz di Berlino il 10 maggio 1933 ha infatti raggiunto la perfezione rituale di un pogrom contro la cultura «infetta». Tutto era stato preparato dai vertici del partito nazista nel minimo dettaglio. I camion che trasportavano i libri e le taniche di cherosene per alimentare le fiamme devastatrici. I giovani che esibivano gagliardi la loro purezza ariana, inquadrati come una falange militare. Gli inni, i canti, le musiche marziali per rendere ancora più solenne lo spettacolo del terrore. Goebbels che nel suo discorso aizzava i piromani perché non risparmiassero nemmeno una pagina del bottino sequestrato al nemico: «Dalle loro rovine sorgerà vittorioso il padrone di un nuovo spirito».


Una giovane berlinese, Dorothea Gnter, ha raccontato la meticolosissima liturgia che ritmava la cerimonia del rogo: «Le SA e gli studenti gridavano il titolo del libro e il nome dell'autore e urlando che era pacifista, ebreo, comunista o semplicemente moderno, pronunciavano la sentenza "Noi ti consegniamo al fuoco"» prima di gettarlo tra le fiamme». Era l'esibizione della forza, la strategia del terrore, la ritualità del dominio. Per questo, nonostante non sia l'unico, il rogo di libri nella Berlino del 1933 ha assunto il valore, questo sì insuperabile, di un simbolo universale dell'intolleranza. E si capisce perché la stessa piazza berlinese, ribattezzata Bebelplatz, sia stata considerata la sede più adatta per ospitare il sinistro «Monumento ai libri bruciati». Per questo l'affermazione inesatta degli amici di Pepe Carvalho («Solo i fascisti bruciano i libri») contiene malgrado tutto un grano di verità. Una condanna storicamente infondata. Ma, sul piano morale e simbolico, ampiamente meritata.

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La follia maoista è stata una deflagrazione di fanatismo di dimensioni gigantesche. Contro gli esseri umani: si contano a milioni i «borghesi» ammazzati o deportati nei laogai, i campi di concentramento o di «rieducazione». E contro la cultura. Secondo Eric Hobsbawm si è trattato di una «oscena campagna contro la cultura, l'istruzione, e l'intelligenza che non ha paragoni nella storia del Novecento», un orrore durato anni dove «si combinarono la disumanità e l'oscurantismo di massa con le assurdità surrealiste delle affermazioni fatte in nome dei pensieri del leader divino». In quel sabba di fanatismo sanguinario e iconoclasta (e dunque anche spiccatamente biblioclasta) non si concepivano limiti dettati dalla ragionevolezza. L'ansia di azzeramento della cultura celebrava i suoi riti cruenti, con i giovanissimi devastatori aizzati dagli ordini diramati dei vertici del Partito. I teatri vennero trasformati in luoghi pubblici di tortura e gli unici spettacoli consentiti dovevano uniformarsi ai dettami messi in scena da opere di propaganda come il Distaccamento rosso femminile. Furono comminati migliaia di anni di carcere ai poeti, colpevoli solo di conoscere «una lingua straniera» e dunque portatori di una «cultura imperialista». I campi di «rieducazione» pullulavano di insegnanti, scrittori, musicisti, con una predilezione di inaudita crudeltà (chissà perché) per i violinisti. Furono annientati dipinti dell'era Ming, decapitate statue dell'era Tang. Vennero sgozzati molti maiali e poi, per sfregio nei confronti dei musulmani, depositati nelle poche moschee rimaste in piedi dal 1949. Furono ridotti a storpi per le botte ricevute molti uomini accusati di essere «imbevuti di cultura borghese». E il figlio di Deng Xiaoping fu reso paraplegico per i maltrattamenti ricevuti.


Quel delirio non rimase tuttavia senza repliche. E qualche anno dopo, in Cambogia, Pol Pot volle se possibile renderlo ancora più furioso. Non c'è rimasta traccia dei libri bruciati, ma sono rimase le montagne di teschi accatastati nei killing fields nel corso di tre anni da incubo. Tutto venne abolito, in quegli anni di disumanità organizzata. Si abolì la carta e il possesso di una fotografia era sufficiente per una condanna a morte. Le città furono evacuate con la forza, perché tutto ciò che era «cittadino» non poteva che essere corrotto. I bambini provvidero a denunciare i genitori durante il tragitto della deportazione nella campagna in cui, tra cumuli di morti, sarebbe sorto il «mondo nuovo», totalmente ripulito dalle scorie del passato. Gli adolescenti presero il potere, incontaminati, materia malleabile da plasmare secondo le disposizioni del Partito onnipotente. Gli occhiali? Frantumati, dopo essere stati sfilati ai condannati a morte i quali, in possesso di quegli strumenti costruiti apposta per vedere e per leggere, non potevano che essere colpevoli in quanto potenziali lettori.


Non fu un'esplosione di irrazionalità. Ma una pianificata strategia di fanatismo ideologico appreso dalla lettura di libri che ora dovevano essere bruciati. Come ha scritto Gianni Moriani nel Secolo dell'odio, in Cambogia «una cricca di insegnanti comunisti educati a Parigi prima svuota le città, annulla la scrittura, la storia, la cultura, il commercio, la proprietà privata, la famiglia; poi, fattasi interprete di una pedagogia criminale, trasforma in aguzzini gli adolescenti strappati ai loro genitori. Per attuare questa utopia assassina, in pochi anni milioni di vite umane vengono falciate come piante di riso».

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[...] Ancora una volta, i libri e il sesso: questo doppio pericolo, spesso strettamente intrecciato, si era come appannato nella percezione pubblica. E alla fine ci siamo accorti che non era così, e che molti integralisti, fondamentalisti, fanatici dell'islam politico consideravano talmente pericolosi i libri e il sesso da voler bruciare insieme (o lapidare) i libri e le donne insubordinate. I libri liberi. E le donne libere, agenti del disordine sessuale, persone che non vogliono essere soffocate da un velo e si sono messe in testa persino di studiare, e per questo motivo messe al bando come «svergognate». Come abbiamo reagito, nel mondo della pace e della tolleranza? Ci siamo spaventati. E abbiamo evitato di chiamare le cose con il loro nome, per paura delle rappresaglie degli intolleranti e, forse, per radicato odio di noi stessi.


Il libraio di Kabul non è solo il titolo di un romanzo-reportage della scrittrice norvegese sne Seierstad di ritorno dall'Afghanistan. la cronaca fedele del destino di un inerme bibliomane nella terra sfortunata in cui spadroneggiano i biblioclasti. Un bibliomane che racconta la triste sorte della sua libreria quando i talebani, dopo aver impiccato «atei ed eretici» e giustiziato le donne che avevano osato stracciare il burqa, entrarono nel suo locale per accendere un grande «falò al servizio di Dio». «La polizia religiosa aveva proceduto con grande coscienziosità nella libreria» racconta il libraio di Kabul «e tutti i volumi con immagini di esseri viventi, che fossero uomini o animali, venivano tolti dagli scaffali e gettati nel fuoco. Pagine di libri ingiallite, innocenti cartoline venivano sacrificati alle fiamme». Dunque, non solo i libri da bruciare, ma anche le cartoline, le fotografie con gli animali. E il libraio continua così: «Insieme ai ragazzi intorno ai falò c'erano i soldati della polizia religiosa armati di fruste, lunghi bastoni e kalashnikov. Erano persone che consideravano come nemici tutti coloro che amavano le immagini, i libri, le sculture, la musica, il ballo, i film e il libero pensiero». Del contenuto di tutti quegli scaffali alla fine non rimase che cenere destinata a volare via e a «mescolarsi agli escrementi e alla polvere delle strade e delle cloache di Kabul».

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Falò lontani? Troppo lontani per farne un problema dell'Occidente liberale e tollerante? Ma quando nel 1989 l'ayatollah Khomeini emise la fatwa su Salman Rushdie , colpevole di aver scritto un romanzo «blasfemo» come I versi satanici, quei falò si avvicinarono inesorabilmente alle metropoli occidentali. Le piazze islamiche si riempirono per accendere falò con il libro malfamato. Nei tumulti furono incendiate molte librerie. I cartelli portati dalla folla ostentavano caricature diaboliche di Rushdie, con le scritte che incitavano all'assassinio del «nemico di Dio» storpiandone il nome: «Impiccate Satan Rushdy». Milioni di musulmani vennero mobilitati per colpire a morte lo scrittore che viveva braccato in case blindate, mentre la sua stessa famiglia era stata minacciata. In Iran Khamenei rilasciava dichiarazioni bellicose: «La freccia nera del castigo sta per conficcarsi nel cuore di questo blasfemo bastardo». Le ambasciate occidentali erano in stato di massima allerta. Il traduttore giapponese dei Versi satanici venne sgozzato. Quello norvegese accoltellato, ma se la cavò. Quello italiano, Ettore Capriolo, venne raggiunto nella sua casa e pugnalato da un fanatico che poi lasciò la sua vittima sul pavimento, in una pozza di sangue: si salvò per miracolo.

E l'Occidente «infedele» e tollerante? Si impaurì, accettò la logica del rogo, non considerò degno di preoccupazione il fatto che uno scrittore dovesse morire per colpa di un libro che praticamente nessuno aveva ancora letto. Tanti scrittori e artisti manifestarono la loro solidarietà a Rushdie: con coraggio, perché i fanatici non esitavano a colpire i «complici» del «blasfemo». Ma si saldò anche un fronte molto articolato e, come si dice, «trasversale», per infierire vigliaccamente sullo scrittore braccato e per esprimere vicinanza agli aguzzini. I rappresentanti delle religioni si strinsero in un patto indissolubile. L'arcivescovo di Canterbury disse di «capire i sentimenti dei musulmani». Il rabbino capo Immanuel Jakovits deplorò Rushdie perché aveva «abusato della sua libertà di parola». E poi gli intellettuali, ancora una volta portabandiera di un servilismo sconfortante. John Le Carré prese posizione: « mia opinione che Rushdie non abbia niente da dimostrare se non la sua insensibilità». Lo storico Hugh Trevor-Roper, famoso per aver avallato anni prima il bidone dei falsi diari di Hitler, fu minaccioso con la vittima e non con i carnefici: «Non verserei una lacrima se qualche musulmano inglese lo aspettasse in un angolo buio per insegnarli le buone maniere». Cat Stevens, ricorda lo stesso Rushdie, «convertitosi all'islam e reincarnatosi nel leader Yusuf Islam, si presentò davanti alle telecamere augurandosi la mia morte e dichiarando che sarebbe stato disposto a chiamare gli squadroni della morte, se solo avesse saputo dove si trovava quel blasfemo». Furono annullati premi letterari che prevedevano la presenza del reietto Rushdie, dal Sudafrica agli Stati Uniti. Il premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz , che già aveva ricevuto minacce dagli integralisti per le sue posizioni eretiche, si schierò con i più forti, anche se ammise di non aver neanche sfiorato il libro demoniaco: «Rushdie non ha il diritto di insultare nessuno, in particolar modo un Profeta». Mahfuz era già scampato a una fatwa. Ora voleva sdebitarsi con chi alla fine aveva risparmiato la sua vita. Prese le parti di chi, soltanto pochi anni prima, lo voleva ammazzare: la lezione del terrore aveva fatto breccia.

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Oltre a combattere il fanatismo (certo cosa utile e doverosa), potremmo munirci di strumenti che servano a neutralizzare i piromani. La vedova Mandel'tam e il protagonista di Fahreheit 451 avevano il rifugio della memoria dove conservare le parole dei libri. Noi possiamo disporre di meravigliosi strumenti. Per esempio: collegarci al web, abbonarci a tutte le biblioteche del mondo, memorizzare le parole nei nostri archivi custoditi dal computer, eludere la violenza degli intolleranti con l'intelligenza. Forse è ingenuo pensare che si possa risolvere così. In fondo, come si vede anche di questi tempi in Italia, la mitizzatissima «rete» è diventata il luogo di intolleranze e fanatismi sconfinati ed è proprio qui che abbiamo dovuto assistere a un finto rogo di libri postato con il telefonino. Forse è addirittura inutile confidare in qualche tecnologia, certo. Ma non è detto. E poi, non è che fioriscano molte alternative.


Ci si può provare. In passato, senza la memoria immagazzinata dai computer, i libri accuratamente nascosti alla vista degli aguzzini sono stati molto spesso l'ultimo muro, l'ultima trincea, l'ultimo baluardo di resistenza contro il Moloch invasivo e opprimente che voleva bruciare prima di tutto le persone e la loro cultura. Forse lo si capisce troppo tardi, quando la persecuzione è andata troppo avanti e il fumo dei roghi dei libri si è fatto asfissiante. Ma nelle pagine di un libro, folgorati dalle emozioni delle parole, si possono ritrovare le risorse indispensabili per resistere un minuto di più del tiranno che ti vuole schiacciare. Nella Svastica sul sole , l'incubo fantapolitico di Philip K. Dick, i nazisti al potere dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale danno la caccia terrorizzati a un libro clandestino in cui si descrive come sarebbe migliore il mondo se a vincere fossero stati gli odiati nemici «democratici». Nel suo Una solitudine troppo umana Bohumil Hrabal fa salvare al protagonista Hanta, addetto anche lui al macero dei libri, quelli che considera più importanti. Salvarli per poi seppellirli, scrive il critico Francesco M. Cataluccio , «come delle perle, in mezzo a pacchi di carta, scegliendo accuratamente le confezioni, in una sorta di barocco "funerale" dei libri». Sono rituali ed espedienti praticati da tanti eroi anonimi della resistenza culturale che non la dà vinta alla polizia del pensiero. Un piccolo frammento di libertà da riconquistare. Come quello strappato dall'orfana segregata nella Londra dell'Ottocento e raccontata nella Biblioteca deí libri proibiti di John Harding, che di nascosto legge i romanzi di Jane Austen e Charles Dickens, come a celebrare un rito segreto di liberazione.


In un romanzo struggente di Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta , i protagonisti sono due ragazzi, vituperati come figli di due «sporchi borghesi» (erano due medici), che durante la Rivoluzione culturale scatenata da Mao vengono deportati in un miserabile villaggio di campagna per purificarsi in una «scuola di rieducazione».

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