Autore Matthew C. Klein
CoautoreMichael Pettis
Titolo Le guerre commerciali sono guerre di classe
SottotitoloCome la crescente disuguaglianza corrompe l'economia globale e minaccia la pace internazionale
EdizioneEinaudi, Torino, 2021, PBE 759 I Maverick , pag. 282, ill., cop.fle., dim. 13,5x20,7x1,8 cm , Isbn 978-88-06-24922-9
OriginaleTrade Wars Are Class Wars. How Rising Inequality Distorts the Global Economy and Threatens Internatiol Peace
EdizioneYale University Press, New Haven, 2020
TraduttoreSusanna Bourlot
LettoreRiccardo Terzi, 2022
Classe economia politica , economia finanziaria , storia economica , globalizzazione , paesi: USA , paesi: Germania , paesi: Cina












 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


  VII   Prefazione all'edizione italiana
   XI   Introduzione
XVIII   Ringraziamenti
   XX   Elenco delle abbreviazioni


        Le guerre commerciali sono guerre di classe


  3  I. Da Adam Smith a Tim Cook.
        La trasformazione del commercio globale

  4  1. Spilli, stoffa e vino
  7  2. Hamilton, List e il «sistema americano»
 12  3. Il nuovo imperialismo e la politica della porta aperta
 15  4. Dalle guerre mondiali all'ordine mondiale
 20  5. L'avvento dei container
 24  6. Come le catene mondiali del valore e i porti
        distorcono i dati del commercio bilaterale
 27  7. Come l'elusione fiscale delle società distorce
        i dati sul commercio
 32  8. Fisco creativo


 38  II. La crescita della finanza globale

 42  1. Il primo boom del credito globale;
        gli anni venti dell'Ottocento
 50  2. Gli anni trenta dell'Ottocento e
        il secondo boom del credito internazionale
 54  3. La «prima crisi finanziaria globale»: il 1873
 57  4. La crisi della Baring Brothers e
        il primo boom creditizio del XX secolo
 60  5. Il boom creditizio dei paesi meno sviluppati
 62  6. L'ipertrofia bancaria europea e la crisi del 2008


 66  III. Risparmio, investimento e squilibri

 68  1. Due modelli di sviluppo: alto risparmio versus
        alti salari
 77  2. L'eccesso di risparmio e la grande abbondanza
 86  3. La bilancia dei pagamenti
 91  4. Le due cause di squilibri: tira versus spingi
 94  5. Perché è meglio dare che ricevere:
        l'Impero tedesco nella seconda metà dell'Ottocento
 98  6. L'errore di Navarro: perché i flussi bilaterali
        nascondono le fonti di squilibrio.


104  IV. Da Tienanmen alla nuova Via della seta.
         Capire il surplus della Cina

108  1. Prima fase: «riforma e apertura»
110  2. Seconda fase: il modello di sviluppo cinese
118  3. Terza fase: da un alto investimento al sovrainvestimento
124  4. Gli squilibri della Cina scuoteranno di nuovo il mondo?
131  5  Quarta fase: lo spirito del '78


136  V. Dalla caduta del Muro alla schwarze Null.
        Capire il surplus tedesco

137  1. La fine deI comunismo in Europa
140  2. La Germania riunificata
146  3. Il malato d'Europa
154  4. L'Agenda 2010 e le riforme Hartz
161  5. Il Verteilungskampf e l'eccesso di risparmio tedesco
166  6. Come la debolezza interna della Germania
        ha contribuito alla crisi dell'euro
173  7. La Schuldenbremse: la camicia di forza fiscale
        della Germania
179  8. L'Europa diventa come la Germania


183  VI. L'eccezione americana.
         Il peso esorbitante e il deficit persistente

185  1. Il mistero del surplus scomparso dell'America
189  2. La colpa è della politica fiscale?
195  3. Capire le attività di riserva
200  4. Bretton Woods, l'ascesa deI dollaro e
        la nascita del «privilegio esorbitante»
203  5. «La nostra moneta, ma un vostro problema»
207  6. Eccesso di risparmio, manipolazione mercantilistica
        e Bretton Woods II
214  7. La scarsità di asset sicuri
218  8. Un'offerta creditizia piú alta porta a requisiti
        creditizi piú bassi
227  9. Il peso esorbitante dal 2008
232 10. La rivincita di Keynes


235  Conclusioni

240  1. Cosa dovrebbe fare l'America?
243  2. Cosa dovrebbero fare i paesi in surplus?


247  Note
272  Indice dei nomi e dei concetti notevoli


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina VII

Prefazione all'edizione italiana


Il mondo era molto diverso quando abbiamo finito di rivedere Le guerre commerciali sono guerre di classe, nel gennaio del 2020. Il governo cinese e quello degli Stati Uniti avevano appena approvato la «Fase I» dell'accordo commerciale che doveva mettere fine alla guerra dei dazi iniziata nel 2018. La Cina prometteva di aumentare gli acquisti di beni americani e di rendere il suo sistema finanziario parzialmente accessibile alle società statunitensi. I governi europei erano impegnati a negoziare il bilancio settennale dell'Ue - trattative rese quanto mai difficili dalla recente uscita del Regno Unito -, e intanto si preparavano a uno scontro commerciale con gli Stati Uniti su questioni che spaziavano dalla tassazione dei colossi americani del web alla gestione del cambiamento climatico.

Proprio nelle settimane in cui stavamo dando l'ultima rilettura al libro, arrivarono le prime segnalazioni di una malattia respiratoria comparsa a Wuhan. Da allora la pandemia di Covid-19 ha causato piú di quattro milioni di morti in tutto il mondo e devastato una parte consistente dell'economia globale, soprattutto delle economie del mondo in via di sviluppo.

Il Covid-19 e le sue conseguenze non hanno però modificato le dinamiche descritte in questo libro, se non nel senso che hanno acuito molti dei problemi da noi esaminati. La disuguaglianza globale è aumentata radicalmente in seguito all'impatto asimmetrico che la pandemia ha avuto sui diversi gruppi sociali, dato che i ricchi se la sono cavata piuttosto bene, mentre i poveri sono stati le principali vittime della conseguente disoccupazione. I flussi globali di capitale sono aumentati e si spostano piú velocemente che mai da un mercato all'altro, con la Cina che è diventata per la prima volta un'importante destinataria di investimenti finanziari esteri. I livelli del debito sono cresciuti ovunque, casi come gli squilibri commerciali, soprattutto quelli delle due economie piú sbilanciate, gli Stati Uniti e la Cina. E alla fine anche le disparità tra i membri creditori e i membri debitori dell'Unione europea sono state esacerbate dall'impatto economico del Covid-19.

Un punto chiave di questo libro è che gli squilibri finanziari ed economici che sorgono in una parte del mondo si trasmettono al resto del pianeta tramite le diverse componenti della bilancia dei pagamenti, collegando in modi sottili e spesso sorprendenti gruppi diversi tra loro come i lavoratori migranti cinesi, i pensionati italiani, i banchieri d'investimento brasiliani e gli ingegneri high-tech americani. Ciò che potrebbe sembrare una faccenda puramente interna di un paese spesso finisce per riflettersi su cittadini di altre nazioni per via dei cambiamenti nei flussi commerciali e finanziari. Significativamente, gli stati che hanno protetto meglio la popolazione dal virus hanno avuto molto meno successo nel proteggere aziende e lavoratori dalle ricadute economiche. Tra la fine del 2019 e la fine del 2020, per esempio, l'attività economica è crollata in Corea del Sud piú o meno quanto negli Stati Uniti.

Se molti hanno ormai capito che la salute pubblica e la tutela ambientale richiedono una cooperazione globale, non altrettanti si rendono conto che la stessa logica vale anche per tutto il resto, dalle condizioni lavorative alla tassazione delle imprese. In altre parole, se un virus può mettere il mondo in ginocchio, perché non potrebbe farlo il sistema bancario cinese, o le prassi d'investimento delle aziende tedesche? Tutti, nel mondo, hanno interesse a impedire future pandemie, anche se ciò significa farsi coinvolgere negli affari «interni» di altre società. Questo libro sostiene che lo stesso ragionamento vale per le crisi economiche e finanziarie.

Mentre il coronavirus sta passando grazie alla rapida scoperta e distribuzione di vaccini efficaci, purtroppo lo stesso non si può dire delle condizioni politiche e sociali preesistenti. Questo ci porta a uno dei punti centrali del libro che avete in mano: in qualsiasi paese, la distribuzione del reddito ha conseguenze economiche e finanziarie sia a livello interno che all'estero, e la crescente disuguaglianza sta portando a una combinazione di maggiore debito e minore spesa per beni e servizi, quindi a una crescita rallentata. La concentrazione globale del reddito degli ultimi decenni è responsabile di una crescita piú lenta del tenore di vita in buona parte del mondo ricco, del peggioramento degli squilibri commerciali e del rischio crescente di instabilità finanziaria. In molte società, il virus ha accentuato questi squilibri, dato che i lavoratori a basso reddito hanno maggiori probabilità di perdere il posto e di ammalarsi, mentre è piú difficile che posseggano le azioni e le proprietà immobiliari che hanno visto salire il loro valore.

Ora che il mondo sta lentamente uscendo dalla pandemia, è diventato piú che mai urgente affrontare i problemi che proprio la pandemia ha acuito. Tra le questioni economiche piú importanti c'è la dinamica a spirale del nostro mondo iperglobalizzato, per cui la disuguaglianza di reddito, l'aumento del debito e gli squilibri commerciali e finanziari si rafforzano a vicenda. La buona notizia è che gli argomenti da noi esposti - e non solo da noi - stanno guadagnando terreno da quando il libro è uscito, nel maggio del 2020. Dal presidente della banca centrale dei Paesi Bassi, che ha segnalato come «ai lavoratori vada una fetta sempre piú piccola della torta economica» e che ha auspicato «riforme che diano alle famiglie maggiore margine di spesa, cosí da rilanciare le importazioni e ridurre il surplus commerciale» del paese, ai funzionari del Partito comunista cinese che chiedono una «riforma dal lato della domanda» per una ridistribuzione del reddito a favore dei lavoratori, o al nuovo presidente degli Stati Uniti che, in campagna elettorale, ha promesso di sostenere le imprese americane non imponendo dazi ma aumentando la spesa pubblica, sembra esserci una crescente consapevolezza che l'opinione generale della politica pre pandemica possa - e debba - essere rivista. Ci auguriamo che l'uscita di questa edizione aiuti a diffondere ulteriormente queste idee.

M. C. KLEIN e M. PETTIS

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina XI

Introduzione


Quasi tutti, nel mondo, sono connessi dai sistemi globali del commercio e della finanza. Ogni volta che compriamo qualcosa, andiamo al lavoro o mettiamo da parte dei risparmi, le nostre azioni si ripercuotono su moltissime persone a migliaia di chilometri di distanza - proprio come le decisioni quotidiane di persone che vivono dall'altra parte del mondo hanno, senza che chi le prende se ne renda conto, conseguenze anche per noi.

Sebbene queste correlazioni economiche presentino molti benefici, possono anche trasmettere i problemi da una società all'altra. La popolazione di un paese è spesso responsabile dell'emergenza abitativa, della crisi del debito, della perdita di posti di lavoro e dell'inquinamento in altre nazioni. Il governo cinese perseguita le organizzazioni sindacali e offre prestiti bancari vantaggiosi ai costruttori, e gli operai delle manifatture americane perdono il lavoro. Le aziende tedesche sforbiciano i salari mentre il governo tedesco taglia le spese sociali, e gli spagnoli si ritrovano una bolla immobiliare.

La tesi di questo libro è che l'aumento della disuguaglianza nei singoli paesi inasprisce i conflitti commerciali internazionali. In realtà, è una tesi ottimistica: non pensiamo che il mondo sia destinato ad avere per sempre un conflitto a somma zero tra nazioni o tra blocchi economici. I cinesi e i tedeschi non sono cattivi, e neppure viviamo in un mondo in cui i paesi possono prosperare solo a spese altrui. I problemi degli ultimi decenni non derivano dal conflitto geopolitico o dall'incompatibilità fra i diversi caratteri nazionali; piuttosto, sono stati causati dagli enormi trasferimenti di reddito ai ricchi e alle aziende di cui hanno il controllo.

Dovunque, la gente comune viene privata di potere d'acquisto - e indotta con l'inganno da sciovinisti e opportunisti a credere di avere interessi fondamentalmente inconciliabili con quelli della gente comune di altre nazioni. Un conflitto globale tra classi economiche all'interno dei paesi viene erroneamente rappresentato come una serie di conflitti tra paesi con interessi in concorrenza. Il rischio è di assistere a una replica degli anni trenta del Novecento, quando il crollo dell'ordine economico e finanziario internazionale minò la democrazia e incoraggiò un nazionalismo virulento. Allora, le conseguenze furono la guerra, la rivoluzione e il genocidio. Per fortuna, oggi la situazione non è neanche lontanamente così disastrosa. Ma ciò non significa che ci si possa crogiolare nell'autocompiacimento.

L'aggravarsi della disputa commerciale tra il governo cinese e quello statunitense è la dimostrazione piú plateale dei possibili rischi. Tra il 2002 e il 2010, gli abitanti dei distretti elettorali in cui molte aziende producevano beni in concorrenza con le importazioni cinesi hanno votato per politici sempre piú estremisti, di destra e di sinistra. Donald Trump, che si era distinto dagli altri repubblicani anche per la sua ostilità al commercio in generale e alla Cina in particolare, nelle primarie repubblicane del 2016 ha vinto in ottantanove delle cento contee piú colpite dalla concorrenza con 1'import cinese. Alcune stime mostrano che avrebbe perso le elezioni presidenziali non fosse stato per la radicalizzazione - dovuta al commercio - degli elettori del Michigan, della Pennsylvania e del Wisconsin.

Una volta alla Casa Bianca, Trump ha proseguito imponendo pesanti dazi sulla maggior parte delle importazioni dalla Cina, accusando ufficialmente il paese di essere un «manipolatore di valute» e bloccando gli investimenti cinesi nelle aziende statunitensi. A differenza della maggior parte delle altre politiche trumpiane, l'attacco alla Cina sul piano commerciale è stato ampiamente condiviso dagli schieramenti politici americani di ogni orientamento. Nel 2018 Charles Schumer, il portavoce dei democratici al Senato, ha elogiato i dazi punitivi perché «la Cina è il nostro vero nemico commerciale» e «minaccia milioni di futuri posti di lavoro americani».

Tale consenso politico si basa su un'importante verità: le politiche governative cinesi antecedenti al 2008 hanno distrutto milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti e gonfiato la bolla dei mutui immobiliari. Da allora le cose sono migliorate un po', ma la durata di questo miglioramento è quanto meno precaria, e la Cina continua a rappresentare un grosso freno per l'economia globale.

Detto questo, non c'è alcun conflitto economico tra l'America e la Cina in quanto stati. Il nemico non è il popolo cinese. Piuttosto, esiste un conflitto tra classi economiche all'interno della Cina che si è propagato agli Stati Uniti. I sistematici trasferimenti di ricchezza dagli operai cinesi alle élite cinesi distorcono l'economia del paese strangolando il potere di acquisto e sovvenzionando la produzione a spese dei consumi. Questo a sua volta distorce l'economia globale creando un surplus di prodotti manifatturieri e facendo salire il prezzo di azioni, obbligazioni e proprietà immobiliari. Il sottoconsumo cinese distrugge posti di lavoro altrove, mentre i valori gonfiati degli asset portano a cicli devastanti di espansione, contrazione e crisi del debito.

Le politiche della Cina non danneggiano solo gli americani - danneggiano anche i lavoratori e i pensionati cinesi. I lavoratori cinesi sono sottopagati rispetto al valore di ciò che producono, e sono tassati troppo. Non possono accedere ai beni e ai servizi che dovrebbero potersi permettere. Respirano aria cattiva e bevono acqua inquinata perché molti funzionari governativi locali antepongono gli interessi finanziari di industriali con agganci politici al benessere della popolazione.

L'inevitabile conseguenza è stata un calo dell'occupazione e un aumento dell'indebitamento al di fuori della Cina. Gli americani hanno sostenuto molti di questi costi, in parte per via della collusione degli interessi degli imprenditori americani con quelli dei politici e degli industriali cinesi.

I dazi e la retorica nazionalista non risolveranno gli squilibri della Cina, invece probabilmente rafforzeranno - da entrambe le parti - l'idea errata che la Cina e gli Stati Uniti abbiano interessi economici incompatibili. Una cattiva gestione del legittimo scontento potrebbe minacciare la pace internazionale senza neppure sfiorare i problemi che ne sono alla base. Le guerre di classe stanno già causando guerre commerciali, come in passato. Sarebbe una tragedia se portassero a qualcosa di peggio.

Nello stesso tempo, non si può restare a guardare. La Cina è un'economia troppo grande perché il resto del mondo accetti passivamente le conseguenze delle sue distorsioni interne. Forse sembrerà strano considerare le politiche economiche nazionali della Cina materia della diplomazia internazionale, ma è un'implicazione imprescindibile delle connessioni globali che legano tutta l'umanità. Convincere le élite cinesi a far sí che i lavoratori cinesi possano consumare una parte maggiore di ciò che producono è una delle grandi sfide politiche del nostro tempo. Invertire i trasferimenti di reddito dalla gente comune ai ricchi avvenuti negli ultimi trent'anni è nell'interesse sia del popolo cinese che del popolo americano.

In Europa è molto meno probabile che la situazione si evolva in uno scontro militare, ma per certi versi la confusione intellettuale e le patologie interne sono persino peggiori. Negli ultimi anni, l'Europa, non la Cina, è diventata la piú grande minaccia all'economia mondiale, e per motivi simili: i governi, prima in Germania e poi in tutto il continente, hanno alzato le tasse sui consumi, tagliato le tutele al mercato del lavoro e spinto milioni di persone ad accettare lavori part-time mal pagati. Come in Cina, i lavoratori europei sono sempre meno in grado di permettersi quel che producono. Dall'inizio del 2010, la spesa delle famiglie nell'eurozona è cresciuta di appena la metà del tasso di produzione totale.

Sebbene vi siano delle differenze considerevoli tra la Cina e l'Europa - per fare un esempio, gli europei hanno tagliato la spesa per gli investimenti in infrastrutture a tal punto che ponti e strade stanno diventando inutilizzabili - le analogie sono importanti soprattutto per il modo in cui influiscono sulla prosperità economica mondiale. Oggi, l'impatto globale delle distorsioni interne europee è forte quasi quanto l'impatto degli squilibri cinesi al loro apice, alla vigilia della crisi finanziaria del 2008.

Prima del 2012, l'Europa nel suo insieme non era sbilanciata rispetto al resto del mondo perché gli squilibri interni di certi paesi, in particolare della Germania, venivano assorbiti da altri europei, in particolare paesi in crisi come la Spagna, la Grecia, l'Italia, l'Irlanda, il Portogallo e i paesi baltici. I tedeschi consumavano meno di quanto producevano, e sottoinvestivano nel loro paese, il che generava grandi surplus in confronto al resto del mondo. Nello stesso tempo, gli spagnoli, i greci e gli altri, trovandosi in piena espansione, spendevano molto piú di quanto guadagnavano e si indebitavano per colmare quel divario. Negli anni precedenti alla crisi finanziaria globale, la Spagna aveva il secondo maggior deficit commerciale del mondo, superata solo dagli Stati Uniti, mentre la Grecia, un paese di appena undici milioni di abitanti, era al quinto posto. Ma le patologie della Germania - crescente disuguaglianza, consumo depresso e sottoinvestimento sistematico - erano un'anteprima di quel che sarebbe successo al resto del continente.

I nazionalisti reagirono alimentando i pregiudizi etnici, consentendo cosí alle élite di eludere i problemi economici fondamentali. I politici tedeschi chiesero al governo greco di pagare i suoi debiti - molti dei quali erano stati comprati dalle banche tedesche durante il boom - vendendo delle isole. I tabloid si spinsero persino oltre, suggerendo di liquidare tesori nazionali come l'Acropoli di Atene. Il governo greco rispose riesumando le annose richieste di riparazione per le atrocità commesse dai nazisti. Ancora nel 2017, Jeroen Dijsselbloem, all'epoca ministro delle Finanze olandese e presidente dell'Eurogruppo, incolpava dell'intera crisi coloro che «sperperano tutto in donne e alcol e poi chiedono aiuto».

» già abbastanza deprimente quando sono i tabloid a fare commenti stupidi come questo, ma che i decisori politici fraintendano in tal modo una crisi e ne attribuiscano le responsabilità basandosi su cliché non è solo da irresponsabili, ma profondamente sbagliato. Non era il conflitto fra tedeschi fascisti e greci disonesti a determinare la crisi europea, ma la distribuzione del reddito. Le politiche tedesche attuate in seguito al doppio shock della riunificazione e della liberazione post-comunista dell'Europa orientale avevano trasferito il potere dai lavoratori e dai pensionati agli ultraricchi, e questo a sua volta aveva costretto i vicini della Germania a sopportare una combinazione di disoccupazione e indebitamento crescenti. Il triste risultato è stato che i leader tedeschi hanno compromesso quel che avrebbe dovuto essere una delle trasformazioni piú positive dell'epoca moderna: la creazione di un'Europa sana e unita. Oggi il rischio è che l'Europa e gli Stati Uniti - le due maggiori economie mondiali - si imbarchino in una loro guerra commerciale, minando sia la prosperità globale che un'importante alleanza tra le democrazie del pianeta.


Un tuffo nel passato.

Non è la prima volta che l'economia globale viene distorta dall'aumento della disuguaglianza. Per molti versi, la situazione odierna ricorda quella tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento. Allora, data l'iniqua distribuzione del reddito, i lavoratori dei ricchi paesi europei non potevano permettersi di consumare i beni che producevano. Al contrario, i ricchi avevano fiumi di denaro da investire ma non trovavano opportunità attraenti in patria. Non c'era motivo di costruire piú fabbriche, visto che i consumatori locali non potevano comprare piú prodotti. Se la distribuzione del reddito fosse stata meno iniqua, i lavoratori avrebbero avuto maggiore capacità di spesa e sarebbero stati in grado di comprare tutto quel che producevano, e i ricchi avrebbero faticato meno a ottenere i sospirati ritorni sugli investimenti.

Le élite dell'epoca rifiutarono quest'opzione, ma volevano anche impedire che la disoccupazione salisse al punto da incoraggiare la rivoluzione. La loro soluzione fu di spostare l'eccesso di produzione in mercati esteri asserviti. Gli abitanti dei possedimenti imperiali e degli stati semi-indipendenti avrebbero comprato i beni che la gente in Europa non poteva permettersi, e avrebbero pagato quelle merci contraendo prestiti a tassi di interesse relativamente alti garantiti dagli eserciti e dalle cannoniere degli occupanti. Investitori inglesi, francesi, olandesi e tedeschi finanziarono progetti in Australia, America Latina, Canada, Africa, India, Cina e Sudest asiatico. Costruirono anche ferrovie ed esportarono di tutto, dai macchinari ai materiali bellici ai beni di lusso. La conquista violenta fu una logica conseguenza delle distorsioni macroeconomiche create dall'estrema disuguaglianza.

Questa dinamica fu colta da alcuni acuti osservatori dell'epoca. Secondo l'economista inglese John A. Hobson , il bisogno di individuare sbocchi per il «sovrappiú di capitale che non poteva trovare un investimento profittevole all'interno del paese» era la spiegazione alla base dell'imperialismo americano ed europeo. Il problema di fondo era il sistema politico ed economico che «ha messo grandi risparmi eccedenti nelle mani di una plutocrazia». La concentrazione del reddito infatti dava ai ricchi «una capacità di consumo eccessivo che essi non possono usare» a spese di tutti gli altri. Questo fini per avere un effetto controproducente, dato che «soltanto il consumo dà vita al capitale e lo rende capace di produrre profitti». I ricchi risparmiatori quindi si misero a ricercare all'estero «nuove aree per investimenti e speculazioni profittevoli». Alla fine, questa ricerca incoraggiò potenti interessi interni a «collocare porzioni sempre più grandi delle loro risorse economiche al di fuori dell'area del loro dominio politico, e perciò spinsero a intraprendere una politica di espansione per conquistare nuove aree».

La buona notizia era che la venefica combinazione di disuguaglianza e imperialismo poteva essere risolta pacificamente modificando la distribuzione del reddito. «I mercati interni, - scriveva Hobson, - sono in grado di assicurare un'espansione senza fine» purché «i "redditi", ovvero la capacità di acquisto di beni di consumo, siano equamente distribuiti» tra i cittadini. «Non vi è alcuna necessità di aprire nuovi mercati, - scrive Hobson, - perché «tutto ciò che è prodotto in Inghilterra può essere consumato in Inghilterra».

Hobson pubblicò la sua analisi nel 1902. Passò del tutto inosservata. Dodici anni dopo, il mondo che aveva descritto venne distrutto dalla prima guerra mondiale, ma la dinamica non cambiò. Negli anni venti del Novecento, i ricchi americani erano la fonte della sovrabbondanza, e toccò agli europei assorbirla. Piú di recente, Kenneth Austin, un economista del dipartimento del Tesoro americano, ha notato che l'analisi di Hobson vale oggi per la Cina, il Giappone e la Germania, mentre sono gli Stati Uniti a fare da pozzo in cui scaricare le eccedenze straniere. Come alla fine dell'Ottocento e negli anni venti del Novecento, anche oggi il danno provocato da una distribuzione del reddito estremamente iniqua si è propagato in altri paesi tramite i sistemi globali del commercio e della finanza.

Hobson aveva riconosciuto che tutti - o quasi tutti - possono trarre giovamento da un trasferimento di reddito dagli ultraricchi alla gente normale, in particolare in quei luoghi dove la disuguaglianza è estrema. Inoltre aveva capito che una moderata redistribuzione all'interno delle nazioni può risolvere in modo pacifico i conflitti economici esistenti tra di esse. Purtroppo, le sue idee furono ignorate e caddero nell'oblio. Sembrarono superflue anche negli anni del boom di metà Novecento. Ma il rapido aumento della disuguaglianza e l'intensificarsi dei legami economici transnazionali dopo la fine della guerra fredda hanno reso la saggia riflessione di Hobson piú importante che mai. » una sfida intellettuale (far capire alla gente la sua prospettiva) e politica (sconfiggere interessi incancreniti che beneficiano dello status quo).

Per capire come funzioni tutto ciò, può essere utile avere una prospettiva storica sul motivo per cui siamo arrivati a questo punto.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 37

I normali dati sul commercio sono pieni di informazioni ingannevoli per gli analisti inesperti. Il peso dell'elusione fiscale internazionale è tale che le cifre sul commercio bilaterale sono profondamente fuorvianti. Per fortuna, c'è un'alternativa: il conto delle partite correnti, che oltre ai flussi commerciali registra i flussi reddituali da attività (asset) e le rimesse transfrontaliere, di fatto annullando l'impatto dell'elusione fiscale societaria sui dati.

Un tempo forse aveva senso studiare il commercio da solo, oggi invece non è più possibile capire l'economia mondiale senza tener conto del modo in cui il denaro si muove tra i confini. E proprio per questo bisogna sapere come il sistema finanziario internazionale si è evoluto nella sua forma attuale. Se per molta parte della storia moderna i flussi internazionali di capitale consistevano soprattutto in finanziamenti al commercio, e quindi riflettevano soprattutto gli squilibri commerciali, oggi non è più cosÓ. Ora sono gli squilibri finanziari a determinare gli squilibri commerciali (fig. 3).

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 38

Capitolo secondo

La crescita della finanza globale


Il commercio muove le merci attraverso lo spazio. » un'attività che richiede tempo e implica rischi. I venditori possono spedire merci difettose, i pirati rubare il carico, o il brutto tempo distruggere l'intera spedizione. Gli acquirenti potrebbero rifiutarsi di pagare quanto pattuito, o non riuscire a mantenere l'impegno di vendere le merci importate, se queste arrivano in ritardo. La mera disponibilità allo scambio non è perciò sufficiente a consentire il commercio. Ci vuole la finanza, che sposta il potere d'acquisto nello spazio e nel tempo. Commercio e finanza sono legati tra loro da migliaia di anni.

In generale, ci sono tre modi di intendere questa relazione, e ognuno di questi modelli teorici parte da presupposti molto diversi sulle origini e le conseguenze degli squilibri commerciali.

[...]

Terzo, i flussi finanziari internazionali possono essere determinati da un'ampia varietà di fattori, come l'investimento razionale, la speculazione, la fuga dei capitali, le mode, il panico, il mercantilismo, il desiderio di sicurezza e cosí via. Se però gli squilibri commerciali sono dovuti a tale combinazione di flussi finanziari, qualsiasi legame tra il commercio in crescita e una maggiore prosperità è solo casuale. Non ci sono piú ragioni chiare all'origine del beneficio dell'economia globale. Più precisamente, nella misura in cui i flussi finanziari sono motivati da qualsiasi fattore tranne che da investitori razionali in cerca di migliori opportunità di profitto, è probabile che gli squilibri commerciali allontanino la crescita globale e distorcano la composizione di molte società.

Il terzo modello teorico è quello in piú stretto rapporto con la realtà. Nessuna delle principali tecnologie finanziarie - azioni, obbligazioni e assicurazioni - è nuova. L'enorme dimensione della finanza internazionale, invece, è un fenomeno relativamente recente. Ancora nel 1855, il valore totale dei crediti finanziari transfrontalieri rappresentava appena il 16 per cento della produzione economica globale di un anno. Nel 1870, quella cifra era balzata al 94 per cento. Oggi, supera il 400 per cento (fig. 4).

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 136

Capitolo quinto

La caduta del Muro e la schwarze Null

Capire il surplus tedesco


Nel giugno del 1989, a piú di novemila chilometri dalla violenta soppressione dei movimenti filodemocratici da parte del Partito comunista cinese, nell'Europa centro-orientale si stava verificando una concatenazione di eventi completamente diversi. Alla fine di quell'anno, piú di cento milioni di persone tornarono libere dai regimi comunisti e dalla morsa dell'Unione Sovietica. Il loro ingresso nell'economia capitalistica dell'Europa occidentale trasformò la società e la politica tedesca - con profonde conseguenze per l'Europa e, in definitiva, per il mondo.

Anche se molti cittadini dell'ex blocco comunista alla lunga hanno beneficiato della convergenza con i loro ricchi vicini occidentali, il periodo immediatamente successivo alla riunificazione fu traumatico per molti tedeschi sia dell'Est che dell'Ovest. La povertà e l'incertezza aumentarono, soprattutto per chi aveva un lavoro: i piú qualificati videro un rapido incremento di reddito, ma la maggior parte degli altri tedeschi sperimentò tagli salariali. Il reddito nazionale si trasferí dai lavoratori ai detentori di capitale. I tagli fiscali per i redditi alti, l'assenza di una tassa di successione sensata e i minori benefit sociali non fecero che inasprire l'impatto. L'effetto combinato fu uno spostamento del potere d'acquisto verso entità - le famiglie agiate e le ricche aziende di cui hanno il controllo - che spendevano molto meno di quanto guadagnavano. Pur avendo seguito una via del tutto diversa da quella cinese, la Germania era finita in una situazione molto simile. Le guerre di classe furono vinte dai ricchi a spese di tutti gli altri.

Come la Cina , anche la Germania non era in grado di assorbire tutto ciò che produceva. Il surplus che veniva generato doveva finire da qualche parte: prima del 2008, l'eccesso di risparmio andava ai mutuatari nel resto d'Europa, soprattutto sotto forma di prestiti concessi dalle banche tedesche a banche di altri paesi. Esportando l'eccesso di risparmio nei suoi partner commerciali europei, i ricchi tedeschi hanno costretto spagnoli, greci, italiani e non solo a indebitarsi piú di quanto potessero ragionevolmente permettersi. Le conseguenze sono state negative sia per i creditori, che hanno perso centinaia di miliardi di euro in titoli spazzatura, sia per i debitori, che da allora hanno conosciuto livelli di disoccupazione senza precedenti nella storia dell'Europa moderna.

I deflussi finanziari netti dalla Germania sono proseguiti dopo il 2008, perché le scelte politiche hanno rafforzato la debolezza della spesa interna. Il piú importante di questi fattori è stata la fanatica opposizione del governo all'indebitamento pubblico, riassunta nel termine Schuldenbremse, o freno al debito. La maggiore rettitudine fiscale ha piú che controbilanciato il graduale riequilibrio, negli ultimi anni, delle disuguaglianze nel settore privato tedesco. Nel contempo, lo zelo del governo nell'imporre il suo modello economico ai paesi vicini ha ingigantito l'enorme surplus della Germania, aumentando ulteriormente il surplus europeo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 181

Com'era prevedibile, i paesi europei che hanno adottato le politiche economiche della Germania hanno anche sperimentato un aumento della disuguaglianza e un calo del potere d'acquisto per i comuni cittadini. Le imposte sul valore aggiunto sono aumentate di diversi punti percentuali, mentre le tasse sui profitti societari e sulla ricchezza sono diminuite. Come ha osservato l'economista Zsolt Darvas, «gli italiani e gli spagnoli ricchi hanno perso davvero poco (o forse hanno addirittura aumentato il loro reddito) mentre gli italiani e gli spagnoli con basso reddito hanno perso molto». L'aumento della disparità di reddito nei paesi in surplus è stato dovuto in parte al desiderio di migliorare la competitività abbassando i salari. Dopo un ciclo di forte espansione e contrazione, i paesi in deficit sono stati costretti a copiare quell'approccio, a detrimento dei loro cittadini (fig. 22).

Nel momento in cui scriviamo, l'Europa continua a far affidamento sulla spesa estera per salvarsi dai suoi falsi feticci della competitività e del pareggio di bilancio. Persino quando il settore privato tedesco ha cominciato cautamente a riequilibrarsi verso una percentuale maggiore di manodopera interna e verso migliori salari, il governo resta fedele all'avanzo di bilancio. (La sua protesta, secondo cui starebbe aumentando in modo sostanziale gli investimenti pubblici, non va presa troppo sul serio dato il continuo deprezzamento delle infrastrutture esistenti). Gli altri paesi dell'eurozona, che o sono stati vittime della crisi dell'euro o hanno assistito nervosamente da bordo campo, hanno deciso di evitare di rivivere l'esperienza inasprendo le politiche fiscali anche più del necessario. I governi preferiscono tenere la domanda interna perennemente depressa pur di non rischiare di finire come la Grecia.

Se questo approccio potrebbe avere senso per piccole economie aperte, come il Portogallo, non è una strategia sostenibile per l'eurozona nel suo insieme. La seconda economia del mondo è semplicemente troppo grande perché possa far pagare le conseguenze delle sue distorsioni interne ad altri paesi, senza creare squilibri globali ancora maggiori. Ancora una volta, gli Stati Uniti dovranno ripetere il loro ruolo di fonte ultima della domanda globale.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 235

Conclusioni

Per porre fine alle guerre commerciali,

mettiamo fine alle guerre di classe


La guerra commerciale spesso è descritta come un conflitto tra paesi. » sbagliato: è un conflitto principalmente tra i banchieri e i detentori di asset finanziari da un lato e le famiglie comuni dall'altro - tra i ricchissimi e tutti gli altri. L'aumento della disuguaglianza ha prodotto un eccesso di beni manifatturieri, disoccupazione e crescente indebitamento. » una perversione economica e finanziaria di quel che l'integrazione globale avrebbe invece dovuto fare. Per decenni, gli Stati Uniti sono stati la principale vittima di questa perversione: assorbire la sovrabbondanza di risparmio del resto del mondo - a costo della deindustrializzazione e delle crisi finanziarie - è stato il peso esorbitante dell'America.

Ma gli americani non sono le uniche vittime. Tutti nel mondo hanno risentito di questa situazione, perché il sistema finanziario e il mercato americani fungono da valvola di sfogo di uno sfruttamento che avviene altrove. L'apertura dell'America al commercio e alla finanza internazionali fa sí che i ricchi d'Europa, di Cina e delle altre grandi economie in surplus possano spremere i loro lavoratori e i loro pensionati con la certezza di riuscire a vendere i loro prodotti, guadagnare i loro profitti e parcheggiare i loro risparmi in asset sicuri.

Se gli Stati Uniti non fossero un'economia cosí aperta, i paesi con surplus sarebbero costretti o a dirottare il loro eccesso di produzione in altri paesi, nessuno dei quali è stato mai disposto quanto gli Stati Uniti ad assorbirlo, o a guardare le merci invendute accumularsi finché le fabbriche non vengono chiuse e i lavoratori licenziati. I costi dell'aumento di disuguaglianza all'interno di un paese verrebbero internalizzati, e ci sarebbe un impatto limitato sugli altri stati. Invece, impedendo alle élite politiche e industriali dei paesi in avanzo di affrontare le conseguenze delle loro azioni, il sistema aperto ha permesso un comportamento distruttivo nel resto del mondo.

Da un certo punto di vista, gli Stati Uniti - e il Regno Unito, il Canada e l'Australia, tutti paesi che hanno un ruolo simile nell'economia globale - ricordano le colonie degli imperi europei di fine Ottocento. All'epoca, i popoli sottomessi erano costretti a comprare le eccedenze di produzione dell'Europa in cambio di un inutile indebitamento. Incredibilmente, oggi abbiamo una situazione simile. Invece che sulla violenza, però, il sistema attuale si fonda sull'impegno politico dei paesi anglofoni verso l'apertura dei mercati. » una scelta, ma in democrazia la gente può sempre cambiare idea.

[...]

I ricchi del mondo hanno tratto vantaggio a spese dei lavoratori e dei pensionati, perché gli interessi dei finanzieri americani erano complementari agli interessi degli industriali cinesi e tedeschi. E gli interessi di tutti e tre i gruppi erano complementari a quelli dei piú ricchi del mondo, anche nei paesi piú poveri del mondo. Ai paesi in avanzo oggi non servono colonie che assorbano il loro eccesso di produzione, perché possono operare con i banchieri, i loro solerti collaboratori nei paesi in disavanzo.

Il risultato perverso è che la crescente globalizzazione e la crescente disuguaglianza si sono alimentate a vicenda. Le imprese di tutto il mondo usano la concorrenza internazionale come una scusa per reclamare salari piú bassi, norme sulla sicurezza e l'ambiente piú blande, regimi fiscali preferenziali e trasferimenti regressivi. Spremere le famiglie a quanto pare è stato molto più facile che aumentare la produttività, investire nelle infrastrutture e migliorare la sanità e l'istruzione. Ma tutto ciò non è sostenibile, perché deprimere i salari porta necessariamente a una combinazione di minori consumi e maggiore indebitamento, e finisce per essere controproducente e autolesionista. Non è una coincidenza che, per tutta la storia moderna, alti livelli di disparità di reddito siano coincisi con livelli crescenti di debito.

Nei decenni passati, la domanda di beni e servizi è diventata la piú scarsa e la piú preziosa delle risorse, con gli Stati Uniti nel ruolo di stabilizzatore del mercato o swing producer. Le imprese di ogni parte del mondo lottano per ottenere quote piú grandi di mercato globale persino mentre collaborano per frenare la dimensione dei loro mercati interni. » esattamente la politica del «beggar thy neighbor», la politica del rubamazzetto. Dal momento che la «competitività» è diventata un eufemismo per abbassare i salari, o direttamente o svalutando la moneta e indebolendo le reti di sicurezza sociale, il feticcio della competitività ha generato una carenza di spesa globale. Le guerre commerciali sono una conseguenza quasi inevitabile della globalizzazione nella sua forma odierna. Persone che in realtà avrebbero gli stessi interessi vengono messe le une contro le altre, perché i super-ricchi sono riusciti a scatenare una guerra di classe contro tutti gli altri.

[...]


1. Cosa dovrebbe fare l'America?

Gli Stati Uniti, come la Germania, sono tormentati da una disuguaglianza estrema e dal degrado delle infrastrutture. A differenza della Germania, però, hanno un forte disavanzo di conto corrente. Ciò significa che gli americani non possono affrontare tutti i loro problemi contemporaneamente entro il contesto del sistema aperto. Ridurre le disuguaglianze e riparare le infrastrutture porterebbe a maggiori consumi e maggiori investimenti. Se è probabile che anche la produzione del paese aumenterebbe, parte dell'aumento della spesa sarebbe probabilmente assorbito dai produttori esteri, e ciò significa che il deficit di conto corrente americano salirebbe ancora.

A meno che non cambino le politiche nel resto del mondo, gli Stati Uniti non possono nello stesso tempo ridurre unilateralmente le disuguaglianze, migliorare il tenore di vita e stabilizzare o ridurre il loro disavanzo di conto corrente senza contenere gli investimenti stranieri. Lo stesso vale per qualsiasi altro paese con deficit di conto corrente e con un mercato dei capitali aperti, come il Regno Unito o la Francia. La questione è come gestire quelle priorità in concorrenza tra loro.

[...]


2. Cosa dovrebbero fare i paesi in surplus?

La carenza di spesa globale deriva dai paesi in surplus. I decisori politici tedeschi non smettono di sostenere che il surplus della Germania è una ricompensa per le superiori tecnologie di produzione, ma è un'assurdità. Un paese viene ricompensato per la maggiore produttività con maggiori importazioni per mezzo del miglioramento dei terms of trade (la ragione di scambio). I surplus persistenti sono quasi sempre la conseguenza di distribuzioni estremamente squilibrate dei redditi a favore delle imprese e dei ricchi. Gli Stati Uniti e gli altri paesi in deficit possono provare a dirottare quei surplus, ma anche se ci riuscissero, i problemi che abbiamo descritto resterebbero irrisolti. I popoli dell'Asia e dell'Europa meritano di meglio.

| << |  <  |