Autore Andrea Wulf
Titolo L'invenzione della natura
SottotitoloLe avventure di Alexander von Humboldt, l'eroe perduto della scienza
EdizioneLuiss University Press, Roma, 2017, Pensiero libero , pag. 518, ill., cop.fle., dim. 15,3x21,2x3,5 cm , Isbn 978-88-6105-262-8
OriginaleThe Invention of Nature. The Adventures of Alexander von Humboldt, the Lost Hero of Science
EdizioneMurray, London, 2015
TraduttoreLapo Berti
LettoreFlo Bertelli, 2018
Classe natura , ecologia , biografie , viaggi , scienze naturali , storia della scienza , storia: America , storia: Europa









 

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Indice


Nota dell'autrice                                            XVII

Prologo                                                         1


           PARTE PRIMA   Partenza: la nascita delle idee

CAPITOLO PRIMO           Gli inizi                             13

CAPITOLO SECONDO         Immaginazione e natura
                         Johann Wolfgang von Goethe e Humboldt 27

CAPITOLO TERZO           In cerca di una meta                  43


         PARTE SECONDA   Arrivo: la raccolta delle idee

CAPITOLO QUARTO          Sud America                           57

CAPITOLO QUINTO          Gli Llanos e l'Orinoco                69

CAPITOLO SESTO           Attraverso le Ande                    85

CAPITOLO SETTIMO         Il Chimborazo                         97

CAPITOLO OTTAVO          Politica e natura
                         Thomas Jefferson e Humboldt          107


           PARTE TERZA   Ritorno: l'ordinamento delle idee

CAPITOLO NONO            Europa                               127

CAPITOLO DECIMO          Berlino                              143

CAPITOLO UNDICESIMO      Parigi                               157

CAPITOLO DODICESIMO      Rivoluzioni e natura
                         Simón Bolívar e Humboldt             167

CAPITOLO TREDICESIMO     Londra                               189

CAPITOLO QUATTORDICESIMO Girando a vuoto
                         Maladie centrifuge                   201


          PARTE QUARTA   Influenza: la diffusione delle idee

CAPITOLO QUINDICESIMO    Ritorno a Berlino                    219

CAPITOLO SEDICESIMO      Russia                               233

CAPITOLO DICIASSETTESIMO Evoluzione e natura
                         Charles Darwin e Humboldt            251

CAPITOLO DICIOTTESIMO    Il Cosmos di Humboldt                273

CAPITOLO DICIANNOVESIMO  Poesia, scienza e natura
                         Henry David Thoreau e Humboldt       291


          PARTE QUINTA   Nuovi mondi: l'evoluzione delle idee

CAPITOLO VENTESIMO       Il più grande di tutti gli uomini
                         dal Diluvio universale               309

CAPITOLO VENTUNESIMO     Uomo e natura
                         George Perkins Marsh e Humboldt      329

CAPITOLO VENTIDUESIMO    Arte, ecologia e natura
                         Ernst Haeckel e Humboldt             347

CAPITOLO VENTITREESIMO   Tutela e natura
                         John Muir e Humboldt                 367


EPILOGO                                                       391


Ringraziamenti                                                395
Nota sulle pubblicazioni di Humboldt                          399
Abbreviazioni                                                 403
Note                                                          408
Fonti e bibliografia                                          492


 

 

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Pagina XIII

Mappe



Il viaggio di Humboldt attraverso le Americhe, 1799-1804




Il viaggio di Humboldt attraverso il Venezuela, 1800




Il viaggio di Humboldt attraverso la Russia, 1829

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Pagina 1

Prologo



Procedevano strisciando sulle mani e sulle ginocchia lungo un alto crinale, così stretto che in alcuni punti non era più largo di cinque centimetri. Il sentiero, se così lo si può chiamare, era fatto di strati di sabbia e pietre sconnesse che si spostavano appena le toccavi. Giù a sinistra c'era un dirupo scosceso incrostato di ghiaccio che luccicava quando il sole si apriva un varco nella fitta coltre di nubi. A destra la vista, con uno strapiombo di mille metri, non era molto più rassicurante: le pareti scure e quasi perpendicolari erano coperte di rocce che sporgevano in fuori come lame di coltello.

Alexander von Humboldt e i suoi tre compagni avanzavano in fila indiana spingendosi lentamente avanti. Senza equipaggiamento o abiti adeguati, la scalata era davvero pericolosa. Il vento gelido aveva intorpidito mani e piedi, la neve sciolta aveva infradiciato le loro scarpe leggere e cristalli di ghiaccio gli s'incollavano a barba e capelli. A 5.000 metri sul livello del mare, lottavano per respirare nell'aria rarefatta. A mano a mano che andavano avanti le rocce puntute facevano a brandelli le suole delle scarpe e i piedi cominciavano a sanguinare.

Era il 23 giugno 1802 e scalavano il Chimborazo, un bel vulcano inattivo a forma di cupola della catena delle Ande che s'innalzava per quasi 6.500 metri, a circa 150 chilometri a sud di Quito, in quello che oggi è l'Ecuador. Allora il Chimborazo era considerato la montagna più alta del mondo. Non stupisce che i portatori, terrorizzati, li avessero abbandonati al limite delle nevi perpetue. La vetta del vulcano era avvolta in una nebbia spessa, ma ciononostante Humboldt aveva tirato avanti.

Da tre anni Alexander von Humboldt viaggiava in lungo e in largo per l'America Latina, addentrandosi in terre dove fino ad allora pochi europei si erano sospinti. Ossessionato dall'osservazione scientifica, il giovane Humboldt, allora trentaduenne, si era portato dall'Europa un ampio assortimento delle migliori strumentazioni. Per la scalata del Chimborazo si era lasciato alle spalle gran parte del bagaglio, ma aveva portato con sé un barometro, un termometro, un sestante, un orizzonte artificiale e un cosiddetto "cianometro" per misurare l'"azzurrità" del cielo. Mentre salivano, frugava per tirar fuori i suoi strumenti con le dita intirizzite e li sistemava su strette, precarie sporgenze per misurare altezza, gravità e umidità. Elencava meticolosamente tutte le specie che incontrava: qui una farfalla, là un esile fiorellino. Tutto veniva registrato nel suo taccuino.

A 5.500 metri videro un ultimo brandello di lichene abbarbicato a un masso. Poi ogni segno di vita organica sparì, perché a quell'altezza non si trovavano né piante né insetti. Non si vedevano neanche i condor che avevano accompagnato le loro precedenti scalate. E quando la nebbia sbiancò l'aria in un inquietante spazio vuoto, Humboldt si sentì completamente isolato dal mondo abitato. "Era come se fossimo intrappolati in una bolla d'aria", raccontò. Poi all'improvviso la nebbia si sollevò, rivelando la cima del Chimborazo incappucciata di neve contro il cielo azzurro. Una "vista magnifica", fu il suo primo pensiero; ma poi vide l'enorme crepaccio che si apriva davanti a loro – largo 20 metri e profondo circa 200. Ma non c'erano altre vie per raggiungere la sommità del vulcano. Quando misurò in 5.917,16 metri l'altezza a cui si trovavano, scoprì che erano appena 300 metri sotto la vetta.

Nessuno prima aveva mai raggiunto quell'altezza e nessuno aveva mai respirato un'aria così rarefatta. Mentre stava in piedi sul punto più alto del mondo, guardando giù sotto di lui le ondulate catene montuose, Humboldt cominciò a vedere il mondo con occhi diversi. Vide la terra come un unico grande organismo vivente dove tutto era connesso, concependo un'audace nuova visione della natura che tuttora influenza il nostro modo d'intendere il mondo naturale.

Descritto dai suoi contemporanei come l'uomo più famoso al mondo dopo Napoleone, Humboldt fu uno dei personaggi più affascinanti e stimolanti del suo tempo. Nato nel 1769 in una ricca famiglia aristocratica prussiana, rinunciò a una esistenza privilegiata per scoprire, per suo personale interesse, come funzionava il mondo. Da giovane, dedicò cinque anni all'esplorazione dell'America Latina, rischiando molte volte la vita e tornando con una nuova percezione del mondo. Quel viaggio plasmò la sua vita e il suo pensiero e ne fece un personaggio leggendario in tutto il globo. Visse in città come Parigi e Berlino, ma si sentiva a casa anche navigando sui rami più remoti del fiume Orinoco o nella steppa kazaka al confine mongolo della Russia. Per gran parte della sua lunga vita fu il punto di riferimento della comunità scientifica, con oltre 50.000 lettere scritte e almeno il doppio ricevute. La conoscenza – sosteneva Humboldt – andava condivisa, scambiata e messa a disposizione di tutti.

L'uomo non era privo di contraddizioni. Critico acceso del colonialismo e sostenitore delle rivoluzioni in America Latina, fu tuttavia il ciambellano di due sovrani prussiani. Ammirava gli Stati Uniti per le loro idee di eguaglianza e libertà, ma non smise mai di criticarli per non essere riusciti ad abolire la schiavitù. Si definiva "mezzo americano", ma nello stesso tempo paragonava l'America a un "vortice cartesiano che risucchia e livella tutto fino a una noiosissima monotonia". Era sicuro di sé, eppure costantemente alla ricerca spasmodica di approvazione. Ammirato per l'ampiezza delle sue conoscenze, era tuttavia temuto per la sua lingua tagliente. I suoi libri furono pubblicati in moltissime lingue ed erano così popolari che la gente corrompeva i librai per ricevere le prime copie, ma morì in povertà. Poteva essere vanesio, ma insieme capace di dare gli ultimi soldi che gli rimanevano a un giovane scienziato che lottava per sfondare. Riempì la sua vita di viaggi e lavoro incessante. Agognò sempre a sperimentare qualcosa di nuovo e, come era solito dire, possibilmente "tre cose alla volta".

Celebrato per le sue conoscenze e per il suo pensiero scientifico, Humboldt non era uno studioso cerebrale. Gli studi e i libri non lo accontentavano, aveva bisogno di buttarsi anima e corpo nello sforzo fisico, spingendo ai limiti il proprio organismo. Si avventurò nel profondo del mondo misterioso della foresta pluviale in Venezuela, strisciò a terra su strette cenge rocciose a un'altezza pericolosa sulle Ande per vedere le fiamme in un vulcano attivo. Già sessantenne, percorse oltre i 5.000 chilometri fino agli angoli più remoti della Russia, camminando più in fretta dei suoi più giovani compagni di viaggio.

Affascinato da strumenti, misurazioni e osservazioni scientifiche, era pure sospinto da un profondo sentimento di stupore. Ovviamente, la natura andava misurata e analizzata, ma era anche convinto che la nostra risposta al mondo naturale si debba in gran parte basare sui sensi e sulle emozioni. Voleva suscitare "l'amore per la natura". In tempi in cui altri scienziati erano alla ricerca di leggi universali, Humboldt scriveva che la natura va sperimentata attraverso le sensazioni.

A renderlo diverso da tutti era anche la sua capacità di ricordare per anni i più piccoli dettagli: la forma di una foglia, un certo colore del suolo o un certo valore della temperatura, la stratificazione di una roccia. Questa memoria straordinaria gli permetteva di comparare, a distanza di decenni o di qualche migliaio di chilometri, ciò che aveva osservato nelle più diverse parti del mondo. Come più tardi ebbe a dire un collega, Humboldt era capace di "ripercorrere rapidamente e simultaneamente la catena di tutti i fenomeni di questo mondo". Laddove altri dovevano passare faticosamente al setaccio i loro ricordi per trovare qualcosa, Humboldt – "i cui occhi erano telescopi e microscopi naturali", come disse ammirato lo scrittore e poeta Ralph Waldo Emerson – in un attimo aveva a portata di mano ogni pezzetto delle sue conoscenze e osservazioni.

In piedi sulla vetta del Chimborazo, esausto per la scalata, Humboldt assorbiva il panorama. Le fasce di vegetazione erano disposte l'una al di sopra dell'altra ad altezze diverse. Nelle valli aveva attraversato palmeti e umide foreste di bambù dove variopinte orchidee si aggrappavano agli alberi. Un po' più su aveva visto conifere, querce, ontani e cespugli di bacche che ricordavano le foreste europee. Poi erano arrivate piante alpine molto simili a quelle che aveva raccolto sulle montagne in Svizzera e licheni che gli ricordavano specie provenienti dal Circolo Artico e dalla Lapponia. Nessuno prima di lui aveva mai guardato le piante in questo modo. Non le vedeva attraverso le rigide categorie della classificazione botanica, ma come specie in base alla ubicazione e al clima. Ora c'era un uomo che considerava la natura come una forza globale, con zone climatiche corrispondenti attraverso i continenti: un concetto radicale a quei tempi, ancora capace di influenzare la nostra concezione degli ecosistemi.

I libri, i diari, le lettere di Humboldt rivelano un pensatore lungimirante, molto più avanti della sua epoca. Inventò le isoterme — le linee della temperatura e della pressione che si vedono sulle odierne mappe climatiche — e scoprì l'equatore magnetico. Sua fu l'idea di zone climatiche e di vegetazione che si snodavano attraverso il globo. Ma soprattutto, ed è la cosa più importante, rivoluzionò il nostro modo di concepire il mondo naturale, trovando connessioni ovunque: niente, neanche il più minuscolo degli organismi poteva essere visto da solo. "In questa grande catena di cause ed effetti", diceva, "non c'è un sol fatto che possa essere considerato isolatamente". Con questa intuizione aveva inventato la rete della vita, il concetto di natura che noi oggi conosciamo.

Quando la natura è concepita come una rete, anche la sua vulnerabilità diventa ovvia. Tutto si tiene. Se c'è un filo tirato, tutta la tela si può disfare. Dopo aver visto i devastanti effetti ambientali delle piantagioni coloniali del 1800 nella regione del lago di Valencia, in Venezuela, Humboldt fu il primo scienziato a parlare di cambiamento climatico dannoso indotto dall'uomo. La deforestazione aveva reso arida la terra, i livelli dell'acqua del lago si abbassavano e con la scomparsa del sottobosco le piogge torrenziali avevano trascinato via la terra sulle pendici dei monti circostanti. Humboldt fu il primo a spiegare la capacità della foresta di accrescere l'umidità dell'atmosfera e il suo effetto refrigerante, così come la sua importanza per la ritenzione idrica e la protezione del terreno dall'erosione. Ammonì che l'uomo stava interferendo sul clima e che ciò poteva aveva un impatto imprevedibile sulle "generazioni future".

L'invenzione della natura insegue i fili invisibili che ci collegano a quest'uomo straordinario. Humboldt influenzò molti dei più grandi pensatori, artisti e scienziati del suo tempo. Thomas Jefferson lo considerava tra i principali artefici della "bellezza" della sua epoca. Charles Darwin scrisse che "niente mi ha mai infervorato tanto come la lettura di Personal Narrative di Humboldt", affermando che senza di lui non si sarebbe mai imbarcato sul Beagle, né avrebbe mai concepito Origin of Species. Sia William Wordsworth che Samuel Taylor Coleridge fecero propria nei loro componimenti poetici la concezione humboldtiana della natura. Il più riverito tra gli scrittori naturalisti americani, Henry David Thoreau , nei libri di Humboldt trovò una risposta al dilemma di come riuscire a essere poeta e, insieme, naturalista: il suo Walden sarebbe stato un libro assai diverso senza Humboldt. Simón Bolívar, il rivoluzionario che liberò il Sud America dal dominio spagnolo, attribuì a Humboldt "la scoperta del Nuovo Mondo" e Johann Wolfgang von Goethe , il più grande di tutti i poeti tedeschi, dichiarò che trascorrere qualche giorno con Humboldt era come "aver vissuto qualche anno".

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Pagina 7

Il 14 settembre 1869, un secolo dopo la sua nascita, il centenario di Alexander von Humboldt fu celebrato in tutto il mondo. Ci furono festeggiamenti in Europa, Africa e Australia, così come nelle Americhe. A Melbourne e Adelaide la popolazione si riunì per ascoltare i discorsi in suo onore e lo stesso accadde a Buenos Aires e città del Messico. A Mosca si svolsero feste in cui Humboldt fu chiamato lo "Shakespeare delle scienze" e ad Alessandria d'Egitto si organizzarono serate a invito sotto un cielo illuminato dai fuochi d'artificio. Le commemorazioni più importanti si svolsero negli Stati Uniti, dove da San Francisco a Philadelphia, da Chicago a Charleston la nazione assistette a parate, cene e concerti sontuosi. A Cleveland circa 8.000 persone si riversarono nelle strade e a Syracuse altre 15.000 formarono un corteo lungo più di un chilometro e mezzo. Il presidente Ulysses Grant partecipò alle celebrazioni in onore di Humboldt a Pittsburgh, assieme a 10.000 persone in festa che bloccarono l'intera città.

A New York le bandiere sventolavano lungo le strade acciottolate, la facciata di City Hall era ricoperta di stendardi, interi edifici erano nascosti dietro enormi poster con la faccia di Humboldt. Persino i battelli che navigavano al largo sul fiume Hudson erano inghirlandati da variopinte bandierine. La mattina migliaia di persone seguirono dieci bande musicali, marciando dalla Bowery e lungo Broadway fino a Central Park per rendere omaggio a un uomo "di cui nessuna singola nazione può rivendicare la fama", come scriveva la prima pagina del New York Times. Nel primo pomeriggio, 25.000 spettatori si erano radunati a Central Park per ascoltare i discorsi, mentre veniva scoperto un grande busto bronzeo di Humboldt. La sera, quando calò l'oscurità, una processione di 15.000 persone si mise in moto alla luce delle fiaccole lungo le strade, camminando sotto lanterne cinesi dai mille colori.

Immaginiamolo, disse un oratore, "dritto immobile sulle Ande" con la mente che si libra nei cieli. Non vi fu discorso al mondo che non sottolineasse la "correlazione profonda" tra tutti gli aspetti della natura intuita da Humboldt. A Boston, Emerson disse ai maggiorenti della città che Humboldt andava annoverato tra "le meraviglie del mondo". A Londra, il Daily News scriveva che la sua fama era "in un certo modo legata all'universo stesso". In Germania festeggiamenti si svolsero a Colonia, Amburgo, Dresda, Francoforte e in tante altre città, ma le celebrazioni più importanti ebbero luogo a Berlino, sua città natale, dove malgrado una pioggia torrenziale si riunirono 80.000 persone. Le autorità avevano ordinato la chiusura di tutti gli uffici pubblici e degli organismi governativi per l'intera giornata. Mentre la pioggia scendeva e raffiche di vento gelavano l'aria, discorsi e canti andarono avanti per ore.

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Pagina 8

Per quanto siano oggi pressoché dimenticate fuori dall'accademia – almeno nel mondo di lingua inglese – le idee di Alexander von Humboldt ancora plasmano il nostro pensiero. E mentre i suoi libri raccattano polvere nelle biblioteche, il suo nome resiste ovunque, dalla Corrente di Humboldt che costeggia Cile e Perù a una gran quantità di monumenti, parchi e montagne in America Latina, tra cui la Sierra Humboldt in Messico e Pico Humboldt in Venezuela. Una città in Argentina, un fiume in Brasile, un geyser in Ecuador e una baia in Colombia: tutto questo prende nome da Humboldt.

In Groenlandia troviamo Capo Humboldt e il Ghiacciaio Humboldt, così come troviamo catene montuose nella Cina settentrionale, in Sudafrica, in Nuova Zelanda e in Antartide. Ci sono fiumi e cascate in Tasmania e in Nuova Zelanda, parchi in Germania e la Rue Alexandre de Humboldt a Parigi. Nel solo Nord America quattro contee, tredici città, montagne, laghi e un fiume prendono il suo nome, così come lo Humboldt Redwoods State Park in California e gli Humboldt Park a Chicago e Buffalo. Lo Stato del Nevada fu sul punto di chiamarsi Humboldt quando la Convenzione Costituzionale ne dibatté il nome negli anni 1860. Prendono il suo nome quasi 300 piante e oltre 100 animali – tra cui il giglio Humboldt in California (Lilium humboldtii), il pinguino Humboldt in Sud America (Spheniscus humboldtii) e il feroce calamaro da preda Humboldt lungo quasi due metri (Dosidicus gigas) che vive nella Corrente di Humboldt. Diversi minerali prendono il suo nome – da Humboldtit a Humboldtin – e sulla luna c'è il "Mare Humboldtianum". Sono più i luoghi intestati a Humboldt che a chiunque altro.

Ecologisti, ambientalisti e scrittori di natura fanno riferimento alle intuizioni di Humboldt, sia pure nella grande maggioranza dei casi inconsapevolmente. Silent Spring di Rachel Carson si basa sul concetto humboldtiano di interconnessione e Gaia, la famosa teoria della terra come un organismo vivente dello scienziato James Lovelock , presenta con esse notevoli somiglianze. Quando Humboldt descrisse la terra come "un insieme naturale animato e mosso da forze interne", anticipava di oltre centocinquant'anni le idee di Lovelock. Humboldt intitolò Cosmos il libro in cui descriveva questa sua nuova concezione, dopo aver inizialmente considerato, ma poi scartato, il titolo "Gäa".

Noi siamo plasmati dal nostro passato. Niccolò Copernico ci ha mostrato il nostro posto nell'universo, Isaac Newton ci ha spiegato le leggi della natura, a Thomas Jefferson dobbiamo alcuni dei nostri concetti di libertà e democrazia e Charles Darwin ha dimostrato che tutte le specie discendono da comuni antenati. Queste idee definiscono la nostra relazione con il mondo.

Humboldt ci ha donato il nostro stesso concetto di natura. Per ironia della sorte, le sue intuizioni sono diventate così ovvie da farci dimenticare l'uomo che vi sta dietro. Ma un filo diretto lega tra loro le sue idee ed esse ai tanti cui egli si è ispirato; e il concetto di natura di Humboldt ci lega a lui come una corda.

L'invenzione della natura rappresenta il mio tentativo di trovare Humboldt. È stato un viaggio attraverso il mondo che mi ha portato in archivi della California, di Berlino, di Cambridge e in molti altri. Ho letto da cima a fondo migliaia di lettere, ma ho seguito anche le sue orme. A Jena, in Germania, ho visto le rovine della torre di anatomia dove Humboldt trascorse parecchie settimane a dissezionare animali e ad Antisana, in Ecuador, a 4.000 metri di altezza, con quattro condor che volteggiavano sulla mia testa e circondata da un branco di cavalli selvatici, ho trovato la capanna fatiscente nella quale aveva trascorso una notte nel marzo 1802.

A Quito, ho tenuto tra le mani il passaporto spagnolo originale di Humboldt, lo stesso documento che gli permise di viaggiare attraverso l'America Latina. A Berlino, ho finalmente compreso il funzionamento della sua mente aprendo le scatole che contenevano i suoi appunti: meravigliosi collage di migliaia di pezzetti di carta, schizzi e numeri. Più vicino a casa, alla British Library di Londra, ho trascorso molte settimane leggendo i libri editi di Humboldt, alcuni così grossi e pesanti che a stento riuscivo a sollevarli per metterli sul tavolo. A Cambridge ho potuto sfogliare le copie di Darwin dei libri di Humboldt – quelle che aveva tenuto su uno scaffale vicino alla sua amaca sul Beagle e aveva riempito di annotazioni a matita. Leggere quei libri è stato come origliare una conversazione tra Darwin e Humboldt.

Mi sono trovata a giacere di notte nella foresta pluviale in Venezuela ascoltando lo strano grido prolungato delle scimmie urlatrici, ma anche bloccata durante l'uragano Sandy, senza elettricità, a Manhattan, dove mi ero recata per leggere certi documenti alla Public Library di New York. Ho ammirato la vecchia villa con la torre del decimo secolo nel paese di Piobesi, fuori Torino, dove George Perkins Marsh scrisse parti del suo Man and Nature nei primi anni 1860, un libro ispirato dalle idee di Humboldt che avrebbe segnato la nascita del movimento americano per la tutela dell'ambiente. Ho fatto il giro del lago Walden di Thoreau , camminando nella neve alta appena caduta e un'escursione nel parco di Yosemite, ricordando a me stessa l'idea di John Muir secondo cui "la via più diretta per entrare nell'Universo è quella che attraversa una foresta incontaminata".

Il momento più eccitante è stato quando ho finalmente scalato il Chimborazo, la montagna che aveva influito così profondamente sulla visione di Humboldt. Mentre risalivo l'arido dirupo, l'aria era così rarefatta che ogni passo sembrava durare un'eternità – una salita lenta mentre le gambe si facevano di piombo e come disconnesse dal resto del mio corpo. Passo dopo passo l'ammirazione per Humboldt cresceva. Aveva scalato il Chimborazo con un piede ferito (e sicuramente non con scarponcini da escursione comodi come i miei), appesantito da strumenti e fermandosi di continuo per prendere misure.

Il risultato della mia esplorazione attraverso paesaggi e lettere, pensieri e diari, è questo libro. L'invenzione della natura è il mio contributo alla riscoperta di Humboldt, per restituirgli il posto che gli spetta nel pantheon della natura e della scienza. È anche un tentativo di capire perché oggi il nostro modo di pensare il mondo naturale è quello che è.

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Pagina 27

CAPITOLO SECONDO
Immaginazione e natura
Johann Wolfgang von Goethe e Humboldt

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Pagina 32

Goethe "cominciava a essere stanco del mondo". Il Terrore in Francia aveva trasformato l'iniziale idealismo della Rivoluzione del 1789 in una realtà sanguinaria fatta di esecuzioni di massa di decine di migliaia di cosiddetti nemici della rivoluzione. Tutta questa brutalità, seguita dalla violenza che le guerre napoleoniche facevano dilagare in tutta Europa, aveva disilluso Goethe spingendolo in uno "stato d'animo estremamente malinconico". A mano a mano che gli eserciti avanzavano su tutto il continente, lui era preoccupato per le minacce che incombevano sulla Germania. Viveva come un eremita, diceva, e l'unica cosa che gli permetteva di andare avanti erano i suoi studi scientifici. La scienza era per lui come "una tavola in mezzo a un naufragio".

Oggi Goethe è famoso per le sue opere letterarie, ma era anche uno scienziato appassionato, affascinato dalla formazione della terra come lo era dalla botanica. Possedeva una collezione di minerali che alla fine contava 18.000 esemplari. Mentre l'Europa scendeva in guerra, lui lavorava quieto sull'anatomia comparata e l'ottica. Nell'anno della prima visita di Humboldt, istituì un orto botanico all'università di Jena. Scrisse un saggio, la Metamorfosi delle piante, in cui sosteneva l'esistenza di una forma archetipa, o primordiale, sottostante al mondo vegetale. L'idea era che ogni pianta fosse una variante di questa Urform: sotto la varietà c'era l'unità, la foglia era l' Urform, la forma basilare dalla quale tutto il resto si era sviluppato — i petali, il calice e così via. "All'origine della pianta e nella sua evoluzione c'è sempre e soltanto una foglia", diceva.

Erano idee stimolanti, ma Goethe non aveva nessuno con cui discutere sul piano scientifico e sviluppare queste teorie. Tutto cambiò quando conobbe Humboldt. Fu come se Humboldt facesse scoccare la scintilla che era mancata per tanto tempo. Quando era con lui, la sua mente guizzava in tutte le direzioni. Riprese in mano vecchi taccuini, libri, schizzi. Le carte si ammucchiavano sul tavolo mentre discutevano teorie botaniche e zoologiche. Scribacchiavano, disegnavano, leggevano. A Goethe non interessava classificare, gli importava soltanto capire quali forze dessero forma agli animali e alle piante — spiegava. E distingueva tra la forza interna — l' Urform — che dava a un organismo vivo la forma generale e l'ambiente circostante — la forza esterna — che lo modellava. Una foca, per esempio, aveva un corpo adatto al suo habitat marino (la forza esterna), diceva Goethe, ma nello stesso tempo il suo scheletro rispondeva allo stesso modello generale (la forza interna) che distingueva i mammiferi terrestri. Come il naturalista francese Jean-Baptiste Lamarck e più tardi Charles Darwin, anche Goethe riconosceva che piante e animali si adattano al proprio ambiente. Ma l' Urform, scriveva, si poteva ritrovare in tutti gli organismi viventi nei diversi stadi della loro metamorfosi, che fossero animali o esseri umani.

Sentendo Goethe parlare delle proprie idee scientifiche con tanto entusiasmo, Humboldt gli consigliò di pubblicare le sue teorie sull'anatomia comparata. E così Goethe cominciò a lavorare a ritmo frenetico, passando le prime ore del mattino a dettare a un assistente nella sua camera da letto. Sempre a letto, appoggiato ai guanciali e avvolto in coperte per ripararsi dal freddo, lavorava più intensamente di quanto non faceva da anni. Non c'era molto tempo, perché alle 10 arrivava Humboldt e riprendevano le loro discussioni.

Fu in quel periodo che Goethe, quando usciva a passeggiare, cominciò a scuotere freneticamente entrambe le braccia intorno al corpo, suscitando occhiate allarmate tra i vicini. Alla fine spiegò a un amico di aver scoperto che questo dondolio esagerato delle braccia era un vestigio dell'animale a quattro zampe — dunque un'ulteriore prova che l'uomo e gli animali avevano un antenato comune. "È il mio modo più naturale di camminare", diceva, e non gliene poteva importare di meno se la società di Weimar trovava questo strano comportamento poco raffinato.

Negli anni immediatamente successivi Humboldt andò regolarmente a Jena e a Weimar ogniqualvolta ne trovava il tempo. Humboldt e Goethe facevano lunghe passeggiate e cenavano insieme. Facevano esperimenti e visitavano il nuovo giardino botanico di Jena. Un Goethe pieno di nuovo vigore saltava agilmente da una materia all'altra: "la mattina presto corretta poesia, poi anatomia delle rane": ecco una tipica annotazione sul suo diario durante una delle visite di Humboldt. Con tutte le sue idee Humboldt lo stordiva, disse Goethe a un amico. Non aveva mai conosciuto una persona così versatile. "Affrontava le questioni scientifiche" a una velocità tale, ebbe a dire Goethe, che a volte era difficile seguirlo.

Tre anni dopo la prima visita, Humboldt arrivò a Jena per una vacanza di tre mesi. Ancora una volta Goethe lo raggiunse. Invece di fare avanti e indietro da Weimar, si trasferì per qualche settimana nelle sue stanze al vecchio castello dove Humboldt voleva fare una lunga serie di esperimenti sull'"elettricità animale", perché stava cercando di finire il suo libro sull'argomento. Quasi ogni giorno – e spesso con Goethe – Humboldt percorreva a piedi il breve tratto dalla casa del fratello all'università, dove trascorreva sei o sette ore nell'aula ad anfiteatro di anatomia o tenendo lezioni sul tema.

Quando, in una calda giornata primaverile, un violento temporale si abbatté sulla zona, Humboldt si precipitò fuori a sistemare i suoi strumenti per misurare l'elettricità nell'atmosfera. Mentre la pioggia veniva giù a dirotto e i tuoni rimbombavano attraverso i campi, la cittadina era illuminata da una violenta danza di lampi. Humboldt era nel suo elemento. Il giorno dopo, quando sentì dire che un contadino e sua moglie erano rimasti uccisi da un fulmine, Humboldt corse a farsi dare i cadaveri. Adagiati i corpi sul tavolo nella torre rotonda di anatomia, li ispezionò accuratamente: le ossa delle gambe dell'uomo sembravano "bucherellate dalle pallottole di un fucile!", annotò Humboldt eccitato, ma il danno peggiore lo avevano subito i genitali. A prima vista pensò che i peli pubici avessero preso fuoco provocando ustioni, ma scartò l'idea quando vide che le ascelle della coppia erano illese. Malgrado il crescente odore putrido di morte e carne bruciata, Humboldt si godeva ogni attimo della sua raccapricciante ispezione. "Non posso vivere senza esperimenti", diceva.

Quello che più gli piaceva era un esperimento che aveva scoperto per caso con Goethe. Una mattina Humboldt dispose una zampa di rana su un piatto di vetro e collegò nervi e muscoli in sequenza a metalli differenti — argento, oro, ferro, zinco e così via — provocando però nella zampa soltanto un debole, deludente spasmo. Quando si chinò sopra di essa per controllare i contatti dei metalli, si scatenarono convulsioni così violente da farla cadere dal tavolo. Rimasero tutti e due attoniti, finché Humboldt non si rese conto che a innescare quella reazione era stata l'umidità del suo respiro. Quando le minuscole goccioline erano entrate in contatto con i metalli avevano creato una corrente elettrica che aveva fatto muovere la zampa della rana. Humboldt non ebbe dubbi: era l'esperimento più affascinante che avesse mai condotto, perché espirando sulla zampa della rana era come se vi stesse "soffiando dentro la vita con il suo respiro". Non poteva esserci metafora più perfetta per rappresentare la nascita delle nuove scienze della vita.

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Pagina 57

CAPITOLO QUARTO
SUD AMERICA

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Pagina 66

Ora, al lago di Valencia, Humboldt cominciò a comprendere il problema della deforestazione inserendolo in un contesto più ampio e proiettando in avanti le analisi svolte in loco per ammonire che le tecniche agricole dell'epoca potevano avere conseguenze devastanti. L'azione del genere umano a livello globale, ammoniva, poteva avere conseguenze sulle generazioni future. Ciò che allora vedeva al lago di Valencia lo avrebbe visto e rivisto: dalla Lombardia in Italia al Perù meridionale e, molti decenni dopo, in Russia. E descrivendo come l'uomo stava cambiando il clima divenne, involontariamente, il padre del movimento ambientalista.

Humboldt fu il primo a spiegare le funzioni fondamentali della foresta per l'ecosistema e il clima: la capacità degli alberi di immagazzinare acqua e arricchire di umidità l'atmosfera, il loro ruolo nella protezione del suolo e l'effetto refrigerante. Parlò anche dell'impatto degli alberi sul clima attraverso il rilascio di ossigeno. Gli effetti dell'intervento della specie umana erano già "incalcolabili", insisteva, e potevano diventare catastrofici se avesse seguitato a insidiare il pianeta "con tale brutalità".

Humboldt avrebbe avuto molte occasioni di vedere come il genere umano stesse mettendo a soqquadro l'equilibrio della natura. Solo poche settimane dopo, nel profondo della foresta pluviale dell'Orinoco, avrebbe visto alcuni monaci spagnoli in una missione remota illuminare le loro chiese sgangherate con olio estratto da uova di tartaruga. Il risultato era che la popolazione locale di tartarughe si era già ridotta in misura significativa. Ogni anno le tartarughe deponevano le uova lungo la riva sabbiosa del fiume, ma, invece di lasciarne alcune per far nascere la generazione successiva, i missionari ne raccoglievano così tante che di anno in anno, come disse a Humboldt la gente del posto, il loro numero si era ridotto. In precedenza, sulla costa venezuelana, Humboldt aveva già osservato come la pesca incontrollata di perle aveva quasi completamente distrutto le riserve di ostriche. Tutto era legato in una reazione ecologica a catena. "Tutto è interazione e reciprocità", avrebbe detto in seguito Humboldt.

Humboldt si stava allontanando dalla prospettiva antropocentrica che aveva dominato per millenni l'approccio del genere umano alla natura: da Aristotele , che aveva scritto "tutto ciò che la natura ha fatto lo ha fatto specificamente a beneficio dell'uomo", al botanico Carl Linnaeus che più di duemila anni dopo, nel 1749, ancora riecheggiava lo stesso modo di pensare, affermando che "tutto è fatto a beneficio dell'uomo". A lungo si era creduto che Dio avesse attribuito all'uomo il dominio sulla natura. Dopo tutto, non diceva forse la Bibbia che l'uomo doveva essere fecondo e "riempire la terra e soggiogarla: e dominare i pesci del mare e gli uccelli nell'aria e ogni cosa vivente che si muove sulla terra"? "Il mondo è fatto per l'uomo", aveva dichiarato nel diciassettesimo secolo il filosofo inglese Francis Bacon , mentre René Descartes sosteneva che gli animali sono in tutto e per tutto degli automi – complessi, magari, ma incapaci di ragionare e dunque inferiori agli esseri umani. Esseri umani che, scriveva Descartes, erano "i signori e i padroni della natura".

Nel diciottesimo secolo l'idea della perfettibilità della natura dominava il pensiero occidentale. Si era convinti che il genere umano avrebbe reso la natura migliore e la parola "miglioramento" era il mantra. Campi ordinati, rimozione delle foreste e graziosi villaggi avrebbero trasformato lande selvagge e desolate in paesaggi gradevoli e produttivi. La foresta primordiale del Nuovo Mondo era, per contro, un "orribile territorio selvaggio" da soggiogare. Si doveva mettere ordine nel caos, trasformare il male in bene. Nel 1748 il pensatore francese Montesquieu aveva scritto che l'uomo aveva "reso la terra più adatta a farne la sua dimora" – rendendola abitabile con il lavoro delle sue mani e con gli utensili. Frutteti carichi di frutti, orti ordinati e prati con il bestiame a pascolare erano a quel tempo l'ideale di natura. Era un modello destinato a prevalere a lungo nel mondo occidentale. Quasi un secolo dopo l'affermazione di Montesquieu, lo storico francese Alexis de Tocqueville , durante una visita negli Stati Uniti nel 1833, si diceva convinto che fosse stata "l'idea della distruzione" – dell'accetta in mano all'uomo nelle selvagge terre americane – ad aver conferito al paesaggio la sua "commovente bellezza".

Qualche pensatore nordamericano arrivò a sostenere che il clima era cambiato in meglio da quando erano arrivati i primi colonizzatori. A ogni albero tagliato nella foresta vergine l'aria era diventata più salubre e mite, affermavano, e l'assenza di ogni prova non gli impediva di predicare le loro teorie. Uno di essi era Hugh Williamson, fisico e politico del Nord Carolina, che nel 1770 pubblicò un articolo in cui osannava l'abbattimento di immense fasce forestali a tutto beneficio del clima. Altri erano convinti che l'abbattimento delle foreste avrebbe rafforzato la circolazione dei venti che, a sua volta, avrebbe portato nel paese aria più salutare. Soltanto sei anni prima che Humboldt visitasse il lago di Valencia, un americano aveva suggerito, come metodo utile per "asciugare le paludi" lungo la costa, l'abbattimento di alberi nelle regioni interne del continente. Le poche voci preoccupate restavano circoscritte nell'ambito di lettere e conversazioni private. Nel complesso, "domare tutto ciò che è selvaggio" era nell'opinione prevalente il "fondamento di ogni futuro beneficio".

La diffusione di questo pensiero fu massimamente dovuta al naturalista francese Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon. Alla metà del diciottesimo secolo Buffon aveva dipinto un quadro della foresta primordiale, raffigurandola come un luogo orribile pieno di alberi marcescenti, foglie in decomposizione, piante parassite, pozze ristagnanti e insetti velenosi. Tutto ciò che è selvaggio è deforme, diceva. Benché Buffon fosse morto l'anno precedente la Rivoluzione francese, la sua visione del Nuovo Mondo continuava a forgiare l'opinione pubblica. La bellezza coincideva con l'utilità e ogni acro strappato alle terre selvagge era una vittoria dell'uomo civilizzato sulla natura incivile. Era la "natura coltivata", aveva scritto Buffon, a essere "bella"!

Humboldt, invece, ammoniva che il genere umano doveva capire come agiscono le forze della natura, come tutti quei fili differenti fossero connessi. L'uomo non poteva limitarsi a modificare il mondo naturale a suo piacimento e beneficio. "Soltanto comprendendone le leggi l'uomo può intervenire sulla natura e appropriarsi delle sue forze per usarle a proprio vantaggio", avrebbe scritto più tardi. Il genere umano ha il potere di distruggere l'ambiente, ammoniva, e le conseguenze potrebbero essere catastrofiche.

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Pagina 69

CAPITOLO QUINTO
Gli Llanos e l'Orinoco

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Pagina 70

Per quanto gli Llanos potessero essere un ambiente inospitale, Humboldt era affascinato dalla vastità del paesaggio. Nella sua piatta solitudine e nella sua sconvolgente ampiezza c'era qualcosa che "colma l'animo di un sentimento d'infinito", scrisse. Poi, più o meno a mezza strada nel viaggio attraverso le pianure, arrivarono nella piccola città commerciale di Calabozo. Quando la gente del posto gli disse che molti degli stagni poco profondi nella zona erano pieni di anguille elettriche, Humboldt non riusciva a credere alla sua fortuna. Dai tempi degli esperimenti sull'elettricità animale in Germania, aveva sempre desiderato ardentemente di poter esaminare uno di quei pesci straordinari. Aveva sentito strani racconti su quelle creature lunghe un metro e mezzo che potevano rilasciare scariche elettriche di oltre 600 volt.

Il problema era come prendere le anguille, dato che vivevano sepolte nella melma sul fondo degli stagni e pertanto non era facile pescarle con una rete. Inoltre erano così cariche di elettricità che bastava toccarle per morire fulminati. I locali ebbero un'idea. Radunarono trenta cavalli selvatici degli Llanos e portarono il branco nello stagno. Appena gli zoccoli dei cavalli agitarono la melma, le anguille cominciarono a dimenarsi salendo in superficie e rilasciando possenti scariche elettriche. Estasiato, Humboldt guardava quello spettacolo raccapricciante: i cavalli urlavano di dolore, le anguille facevano il diavolo a quattro sotto le loro pance e la superficie dell'acqua ribolliva agitata. Qualche cavallo cadeva e, calpestato dagli altri, annegava.

Col passare del tempo la violenza delle scariche elettriche diminuì e le anguille, indebolite, si ritirarono nella melma da cui Humboldt le tirò su con dei bastoncini di legno asciutti.

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Pagina 97

CAPITOLO SETTIMO
Il Chimborazo

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Pagina 100

Quando tornarono dal Chimborazo, Humboldt era pronto per formulare la sua nuova visione della natura. Sulle colline pedemontane delle Ande, cominciò a tratteggiare la sua cosiddetta Naturgemälde – un termine tedesco intraducibile che può significare "descrizione della natura", implicando tuttavia anche,un senso di unità o interezza. "Un microcosmo in una sola pagina", avrebbe spiegato Humboldt in seguito. Diversamente dagli scienziati che precedentemente avevano classificato il mondo naturale in rigide unità tassonomiche disposte secondo una severa gerarchia, riempiendo tavole e tavole di categorie, Humboldt produceva un disegno.

"La natura è un insieme vivente", disse in seguito, non un "aggregato morto". Un'unica vita era stata riversata su pietre, piante, animali e sul genere umano. A impressionarlo più di ogni altra cosa era questa "profusione universale mediante la quale la vita è distribuita ovunque". Persino l'atmosfera diffonde semi di vita futura: polline, uova di insetti, sementi. La vita è ovunque e queste "forze organiche lavorano senza sosta", scriveva. Humboldt non era tanto interessato a scoprire nuovi eventi isolati, quanto a connetterli. I singoli fenomeni sono importanti soltanto nella "loro relazione con l'insieme".

Con il Chimborazo disegnato in sezione trasversale, la Naturgemälde raffigurava in maniera efficace la natura come una rete nella quale tutto era connesso. La mano di Humboldt aveva distribuito le piante secondo le altitudini, dalle specie fungine che si sviluppano nascoste nel terreno ai licheni che crescono appena sotto la linea delle nevi permanenti. Ai piedi della montagna c'era la zona tropicale delle palme e, più in alto, querce e cespugli a forma di felci che preferivano un clima più temperato. Ogni pianta era collocata sulla montagna esattamente dove Humboldt l'aveva trovata.

Humboldt realizzò il primo schizzo della Naturgemälde in Sud America per poi pubblicarlo, più tardi, sotto forma di un bel disegno di 90x60 centimetri. A sinistra e a destra della montagna dispose colonne contenenti dettagli e informazioni relativi a quanto raffigurato. Prendendo una particolare altezza della montagna (indicata nella colonna a sinistra), era possibile tracciare connessioni attraverso la tavola e la figura della montagna per saperne di più, per esempio, su temperatura, o umidità, o pressione atmosferica, nonché sulle specie di animali e piante che si potevano trovare alle diverse altitudini. Questa massa di informazioni poteva essere poi collegata alle altre grandi montagne del mondo, elencate in base alla loro altezza accanto alla sagoma del Chimborazo.

La varietà e la ricchezza, ma anche la semplicità, delle informazioni scientifiche disegnate nel quadro erano senza precedenti. Nessuno prima di Humboldt aveva mai presentato visivamente quei dati. La Naturgemälde mostrava per la prima volta la natura come un'unica forza globale con zone climatiche che corrispondono tra di loro attraverso i continenti. Ciò che Humboldt vedeva era "l'unità nella varietà". Invece di disporre le piante secondo le categorie tassonomiche di appartenenza, guardava la vegetazione attraverso le lenti del clima e dell'ubicazione: un'idea radicalmente nuova che tutt'oggi influenza il nostro concetto di ecosistema.


Dal Chimborazo viaggiarono per circa 1.500 chilometri a sud di Lima. Humboldt s'interessava a tutto, dalle piante agli animali all'architettura Inca. Nei suoi viaggi attraverso l'America Latina spesso lo avrebbe colpito il talento delle civiltà antiche. Trascriveva manoscritti, disegnava schizzi dei monumenti Inca, metteva insieme veri e propri vocabolari. Le lingue indigene, diceva, erano così sofisticate che non vi era un solo libro europeo che non si potesse tradurre in una qualunque di esse. Possedevano persino parole per concetti astratti come "futuro, eternità, esistenza". Poco più a sud del Chimborazo visitò una tribù indigena che era in possesso di antichi manoscritti che descrivevano le eruzioni del vulcano. Fortunatamente, c'era anche una traduzione spagnola che Humboldt copiò nei suoi taccuini.

Andando avanti, Humboldt esplorò anche le foreste di alberi di china nella regione di Loja (oggi Ecuador) e ancora una volta si rese conto di come l'uomo possa devastare l'ambiente. La corteccia dell'albero di china contiene la chinina che si usava per curare la malaria; ma, una volta rimossa la corteccia, l'albero moriva. Gli spagnoli avevano scortecciato immense aree di foresta vergine e ormai, notò Humboldt, gli alberi più vecchi e massicci erano diventati assai rari.

La mente indagatrice di Humboldt sembrava non stancarsi mai. Studiava strati di rocce, modelli climatici, le rovine dei templi Inca e anche il geomagnetismo — lo studio dei campi magnetici della terra — lo affascinava. Mentre scalavano catene montuose e discendevano nelle valli, lui piazzava i suoi strumenti. La sua curiosità nasceva dal bisogno di capire la natura globalmente, come rete di forze e interrelazioni — allo stesso modo in cui si era interessato di zone di vegetazione attraverso i continenti e della frequenza con cui si succedono i terremoti. Dal diciassettesimo secolo gli scienziati sapevano che la terra è un gigantesco magnete. Sapevano anche che l'ago di una bussola non indica il vero nord, perché il Polo Nord magnetico non corrisponde al Polo Nord geografico. A disorientare ancora di più c'è il fatto che nord e sud magnetici si spostano, creando grossi problemi per la navigazione. Quel che gli scienziati non sapevano era se l'intensità dei campi magnetici nelle diverse aree del mondo variava da un luogo all'altro in maniera casuale oppure sistematica.

Spostandosi in direzione sud lungo la catena delle Ande da Bogotà a Quito, e avvicinandosi all'Equatore, Humboldt aveva avuto modo di misurare una riduzione del campo magnetico della terra. Con sua grande sorpresa l'intensità del campo magnetico aveva seguitato a diminuire, finché non raggiunsero l'arido altopiano di Cajamarca in Perù, a oltre 7 gradi e circa 800 chilometri a sud dell'Equatore geografico. Soltanto qui l'ago girò da nord a sud: Humboldt aveva scoperto l'Equatore magnetico.

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Pagina 107

CAPITOLO OTTAVO
Politica e natura
Thomas Jefferson e Humboldt

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Pagina 118

Durante quell'unica settimana a Washington gli uomini parlarono di natura e di politica – di raccolti e di terre e di modelli di nazione. Humboldt, come Jefferson, credeva che soltanto una repubblica rurale potesse portare felicità e indipendenza. Il colonialismo, invece, portava distruzione. Gli spagnoli erano arrivati in Sud America per procurarsi oro e legname – "o con la violenza o con il baratto", diceva Humboldt, motivati esclusivamente da "un'insaziabile avidità". Avevano annientato civiltà antiche, tribù native e distrutto foreste monumentali. Il quadro che Humboldt riportava dall'America Latina era dipinto con i colori vividi della bruta realtà – e tutto ciò solidamente basato su fatti, dati e statistiche.

Quando aveva visitato le miniere in Messico, Humboldt non si era limitato a condurre indagini sulla loro geologia e produttività, ma aveva anche studiato gli effetti rovinosi dell'attività mineraria su ampie fasce della popolazione. In una miniera era rimasto sconvolto vedendo lavoratori indigeni costretti a salire qualcosa come 23.000 gradini gravati dal peso di enormi massi, senza mai avere un ricambio. Venivano usati come fossero "una macchina umana", schiavi in tutto e per tutto salvo che di nome in virtù di un sistema di lavoro – il cosiddetto repartimiento – che li faceva lavorare per poco o niente per gli spagnoli. Costretti dagli amministratori delle colonie a comprare beni a prezzi esagerati, i lavoratori erano risucchiati in una spirale crescente di debito e dipendenza. Il re di Spagna godeva persino di un monopolio sulla neve a Quito, Lima e in altre città coloniali, che veniva usata per la produzione di sorbetti per le élite dei ricchi: era assurdo, diceva Humboldt, che qualcosa che "cadeva dal cielo" appartenesse alla corona spagnola. A suo avviso, la politica e l'economia di un governo coloniale erano fondate sull'"immoralità".

Durante i suoi viaggi, Humboldt si era sempre sorpreso nel constatare come gli amministratori delle colonie (ma anche le loro guide, le persone che lo ospitavano e i missionari) lo incoraggiassero sempre – in quanto ex ispettore delle miniere – a cercare pietre e metalli preziosi. Innumerevoli volte aveva spiegato come ciò fosse sbagliato. Perché sentivano il bisogno di oro e gemme, chiedeva, quando vivevano su una terra che richiedeva soltanto di essere "leggermente rastrellata per produrre abbondanti raccolti"? Non era forse quella la loro strada per conseguire libertà e benessere?

Troppo spesso Humboldt aveva visto popolazioni che morivano di fame e terre un tempo fertili implacabilmente super-sfruttate e divenute improduttive. Nella valle di Aragua presso il lago di Valencia, per esempio, aveva potuto osservare come lo smodato desiderio, diffuso in tutto il mondo, di avere vestiario colorato spingeva la popolazione locale in uno stato di povertà e dipendenza, perché l'indaco, pianta facile da coltivare da cui si ricavava la tinta blu, aveva sostituito il mais e altre colture commestibili. Humboldt aveva anche notato che l'indaco "impoverisce il terreno" più di qualsiasi altra pianta. La terra sembrava esaurita e nel giro di pochi anni, presagiva Humboldt, non vi sarebbe cresciuto più niente. Il terreno veniva sfruttato "come fosse una miniera".

Più tardi, a Cuba, Humboldt aveva notato che vaste aree dell'isola erano state spogliate delle loro foreste per impiantarvi canna da zucchero. Ovunque andava, aveva visto come prodotti agricoli destinati al commercio avessero sostituito "i vegetali che forniscono nutrimento". Cuba produceva ben poco oltre lo zucchero e ciò significava che senza importazioni da altre colonie l'isola "morirebbe di fame". Era una ricetta che poteva portare solo dipendenza e ingiustizia.

In maniera analoga, gli abitanti della regione attorno a Cumaná coltivavano così tanto zucchero e indaco che erano costretti a comprare all'estero prodotti alimentari che avrebbero potuto facilmente coltivare in proprio. Monocoltura e produzioni agricole destinate al commercio non creavano una società felice, diceva Humboldt. Ciò che occorreva era un'agricoltura di sussistenza, basata su colture e varietà commestibili quali banane, quinoa, granturco e patate.

Humboldt fu il primo a mettere in relazione colonialismo e devastazione dell'ambiente. I suoi pensieri tornavano sempre alla natura come rete vitale complessa, ma anche al posto dell'uomo al suo interno. Al Rio Apure aveva visto la devastazione causata dagli spagnoli che avevano cercato di mettere sotto controllo le annuali inondazioni costruendo una diga. Peggiorando ulteriormente le cose, avevano inoltre abbattuto gli alberi che avevano cementato come "una solida parete" gli argini del fiume, con il risultato che il fiume impetuoso ogni anno trascinava via crescenti quantitativi di terra. Sull'altopiano di città del Messico aveva potuto osservare come un lago che alimentava il sistema locale di irrigazione si era ristretto fino a diventare una pozza d'acqua bassa, inaridendo le valli sottostanti. Ovunque nel mondo, diceva Humboldt, i tecnici dell'acqua si erano resi colpevoli di simili miopi assurdità.

Discuteva di natura, questioni ecologiche, potere imperiale e politica mettendo tutto in relazione. Criticava l'iniqua distribuzione della terra, le monocolture, la violenza contro i gruppi tribali e le condizioni di lavoro degli indigeni — tutti temi oggi di grandissimo rilievo. Da ex ispettore delle miniere, aveva un intuito straordinario per le conseguenze ambientali ed economiche dello sfruttamento delle ricchezze naturali. Contestava, ad esempio, le colture e le estrazioni minerarie a scopi commerciali del Messico perché questo legava il paese alle fluttuazioni dei prezzi di mercato internazionali. "L'unico capitale che cresce nel tempo è costituito dalla produzione agricola", diceva. Era certo che tutti i problemi delle colonie erano il risultato delle "incaute attività degli europei".

Jefferson aveva usato argomentazioni analoghe. "Penso che i nostri Stati resteranno virtuosi per secoli se si fondano principalmente sull'agricoltura", diceva. Vedeva nell'apertura della frontiera americana a ovest l'occasione per l'affermarsi di una repubblica in cui piccoli coltivatori indipendenti sarebbero diventati i soldati di fanteria della nascente nazione e i guardiani della sua libertà ed era convinto che l'ovest avrebbe assicurato all'America l'autosufficienza agricola e dunque un futuro a "milioni di cittadini che devono ancora nascere".

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Pagina 121

Malgrado la loro intesa, c'era un argomento sul quale avevano posizioni diverse: la schiavitù. Per Humboldt colonialismo e schiavitù erano sostanzialmente la stessa cosa, strettamente connessa alla relazione dell'uomo con la natura e allo sfruttamento delle risorse naturali. Quando gli spagnoli, ma anche i coloni nordamericani, avevano introdotto nei loro territori zucchero, cotone, indaco e caffè, vi avevano introdotto anche la schiavitù. A Cuba, per esempio, Humboldt aveva visto come "ogni goccia di succo estratto dalla canna da zucchero costa sangue e gemiti". La schiavitù è arrivata sulla scia di quella che gli europei "chiamano la loro civiltà", diceva, e della loro "sete di ricchezza".

Il primo ricordo d'infanzia di Jefferson, presumibilmente, era di starsene sdraiato su un cuscino portato da uno schiavo e, da adulto, la sua sussistenza era basata sul lavoro degli schiavi. Per quanto proclamasse di aborrire la schiavitù, dei 200 schiavi che sgobbavano nelle sue piantagioni in Virginia ne avrebbe liberati soltanto una manciata. In precedenza, Jefferson aveva pensato che coltivazioni su piccola scala potevano rappresentare la soluzione per porre fine alla schiavitù a Monticello. Quando era ancora in Europa come ministro plenipotenziario americano, aveva conosciuto coltivatori tedeschi che lavoravano sodo e che lui riteneva "assolutamente indisponibili a lasciarsi corrompere per denaro". Aveva preso in considerazione l'idea di insediarli a Monticello "mischiati" con i suoi schiavi in piccole fattorie di 20 ettari ciascuna. Questi tedeschi operosi e onesti erano per Jefferson la personificazione del coltivatore virtuoso. Gli schiavi sarebbero rimasti nella sua proprietà, ma i loro figli, cresciuti a fianco dei coltivatori tedeschi, sarebbero diventati uomini liberi e "bravi cittadini". Il piano non fu mai attuato e, quando Humboldt lo conobbe, Jefferson aveva accantonato ogni progetto di liberare i suoi schiavi.

Ma Humboldt non si stancò mai di condannare quello che definiva "il peggiore di tutti i mali". Durante la sua visita a Washington non osò criticare direttamente il presidente, ma all'amico e architetto di Jefferson William Thornton disse che la schiavitù era una "vergogna". Ovviamente l'abolizione della schiavitù avrebbe fatto diminuire la produzione nazionale di cotone, diceva, ma non si poteva misurare il benessere della popolazione "in base al valore delle esportazioni": giustizia e libertà erano più importanti dei numeri e della ricchezza di un manipolo di persone.

Che gli inglesi, i francesi o gli spagnoli potessero disquisire, come facevano, su chi trattava i loro schiavi con più umanità – diceva Humboldt – era altrettanto sciocco che discutere "se era meglio avere lo stomaco squarciato o essere scotennato". La schiavitù era tirannia e Humboldt, avendo viaggiato in America Latina, aveva riempito il suo diario con descrizioni delle miserabili vite degli schiavi: a Caracas un proprietario di piantagioni costringeva i suoi schiavi a mangiare i propri escrementi, aveva scritto, mentre un altro li torturava con aghi. Ovunque si fosse girato aveva visto le cicatrici delle frustate sulle schiene degli schiavi. E gli indios non erano trattati meglio. In una missione lungo l'Orinoco, per esempio, aveva udito di come i bambini venissero rapiti e venduti come schiavi. Una storia particolarmente orribile riguardava un missionario che aveva strappato con un morso i testicoli al suo sguattero come punizione per averlo visto baciare una ragazza.

C'era stata qualche eccezione. Attraversando il Venezuela, durante il suo viaggio per raggiungere l'Orinoco, Humboldt era rimasto colpito dal suo ospite al lago di Valencia che aveva incoraggiato il progresso nell'agricoltura e la distribuzione della ricchezza, dividendo la sua proprietà terriera in piccole fattorie. Anziché gestire un'unica, immensa piantagione, aveva dato buona parte della sua terra a famiglie impoverite – schiavi liberati, o contadini troppo poveri per possederne. Ora queste famiglie lavoravano come agricoltori indipendenti; non erano ricchi, ma vivevano della loro terra. In maniera analoga, tra Honda e Bogotà aveva visto piccole haciendas dove padri e figli lavoravano insieme senza ricorrere a schiavi, piantando canna da zucchero, ma anche altri vegetali commestibili per il proprio autoconsumo. "Mi piace soffermarmi su questi dettagli", diceva Humboldt, perché essi confermavano le sue ragioni.

Secondo Humboldt l'istituto della schiavitù era innaturale perché "ciò che è contro la natura è iniquo, malvagio e privo di fondatezza". Diversamente da Jefferson, convinto che i neri fossero una razza "inferiore ai bianchi nelle doti sia fisiche che mentali", Humboldt sosteneva che non c'erano razze superiori o inferiori. Indipendentemente dalla nazionalità, dal colore o dalla religione, tutti gli esseri umani vengono da una stessa radice. Esattamente come le famiglie vegetali, spiegava, che si adattano in maniera diversa alle rispettive condizioni geografiche e climatiche senza perciò perdere i tratti di "una stessa specie", tutti gli esseri appartenenti alla razza umana fanno parte di un'unica famiglia. Tutti gli uomini sono uguali e non c'è una razza superiore a un'altra, perché "tutte sono parimenti concepite per essere libere".

La natura era la maestra di Humboldt e la lezione più grande offerta dalla natura era quella della libertà. "La natura è il regno della libertà", diceva Humboldt, perché l'equilibrio della natura è creato dalla diversità, che a sua volta può esser presa a modello di verità politica e morale. Ogni elemento, dal più umile muschio o insetto all'elefante o ai grandiosi alberi di quercia, ha il suo ruolo, e, insieme, compongono il tutto. Il genere umano non ne è che una piccola parte. È la natura in sé a essere una repubblica fondata sulla libertà.

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CAPITOLO DECIMO
Berlino

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Il 14 ottobre, le truppe di Napoleone annientarono l'esercito prussiano in due battaglie, a Jena e ad Auerstädt. In un solo giorno, la Prussia si trovò dimezzata. Con la disfatta della Prussia, Napoleone raggiunse Berlino due settimane dopo. Nel luglio 1807, i prussiani firmarono con la Francia il Trattato di Tilsit, con il quale la Francia otteneva il territorio prussiano a ovest del fiume Elba e parti dei territori orientali. Alcuni di questi territori furono assorbiti nella Francia, ma Napoleone creò anche diversi nuovi Stati che erano indipendenti solo di nome, come il Regno di Westfalia, governato dal fratello e legato alla Francia.

La Prussia non era più una grande potenza europea. Le enormi riparazioni imposte dai francesi con il Trattato di Tilsit portarono l'economia prussiana al ristagno. Con il suo territorio considerevolmente ridotto, la Prussia perse anche la maggior parte dei suoi centri culturali, compresa l'università più grande e famosa a Halle, ora parte del Regno di Westfalia. In Prussia erano rimaste solo due università: una a Königsberg che, dopo la morte di Immanuel Kant nel 1804, aveva perso l'unico professore di fama, e l'istituzione provinciale di Vradina a Francoforte sull'Oder nel Brandeburgo, dove per un semestre aveva studiato Humboldt quando aveva diciotto anni.

Humboldt si sentiva "sprofondato nelle rovine di una patria infelice", scrisse a un amico. "Perché non me ne sono restato nelle foreste dell'Orinoco o sulle creste delle Ande?". In questo stato di sofferenza, si mise a scrivere. Nella sua casetta estiva a Berlino e circondato da mucchi di appunti, dalle riviste dell'America Latina e da libri, Humboldt lavorava su diversi manoscritti nello stesso tempo. Ma quello che lo aiutò di più a superare questo momento difficile fu Ansichten der Natur (Quadri della natura).

Sarebbe stato uno dei libri più letti di Humboldt, un bestseller che alla fine fu pubblicato in undici lingue. Con Quadri della natura, Humboldt creò un genere completamente nuovo, un libro che combinava una prosa vivace e ricche descrizioni di paesaggi con l'osservazione scientifica in quello che è ancora un modello per molta della letteratura naturalistica. Di tutti i libri che avrebbe scritto, questo rimase il suo favorito.

In Quadri della natura, Humboldt evocava la placida solitudine delle cime andine e la fertilità della foresta pluviale, ma anche la magia di una pioggia di meteoriti o il raccapricciante spettacolo della cattura delle anguille elettriche negli Llanos. Scriveva del "ventre ardente della terra" e delle rive "ingioiellate" dei fiumi. Un deserto diventava un "mare di sabbia", le foglie si dischiudevano "per salutare il sole che sorge" e le scimmie riempivano la giungla di "malinconici strepiti". Nelle nebbie delle rapide dell'Orinoco, gli arcobaleni giocavano a nascondino, una "magia ottica", la definiva. Humboldt creava descrizioni poetiche, come quando scriveva degli strani insetti che "gettavano una luce rossa fosforescente sull'erba che brillava di fuoco vivo, come se il baldacchino stellato del cielo fosse sceso sul terreno erboso".

Era un libro scientifico che non rifuggiva dal lirismo. Per Humboldt, la prosa era altrettanto importante del contenuto e insisteva che all'editore non era concesso di cambiare una sola sillaba per timore che andasse distrutta la "melodia" delle sue frasi. Le spiegazioni scientifiche più dettagliate — che occupavano larga parte del libro — potevano essere ignorate dal lettore generico perché Humboldt le nascondeva nelle note alla fine di ogni capitolo.

In Quadri della natura, Humboldt mostrava come la natura potesse avere un'influenza sull'immaginazione delle persone. La natura, così scriveva, era misteriosamente in comunicazione con i nostri "sentimenti intimi". Un cielo azzurro limpido, per esempio, suscita emozioni diverse rispetto a una cappa opprimente di nuvole scure. Lo scenario tropicale, fitto di banani e di palme, fa un effetto diverso rispetto a un bosco di pallide ed esili betulle. Quello che oggi diamo per scontato — che ci sia una correlazione fra il mondo esterno e il nostro umore — era una rivelazione per i lettori di Humboldt. I poeti avevano avuto a che fare con queste idee, ma gli scienziati mai.

Quadri della natura, inoltre, descriveva la natura come una rete della vita, con le piante e gli animali che dipendono le une dagli altri, un mondo che brulicava di vita. Humboldt evidenziava "le connessioni interne tra le forze naturali". Comparava i deserti africani con gli Llanos in Venezuela e le brughiere del nord Europa: paesaggi molto lontani gli uni dagli altri, ma combinati ora in "un'unica raffigurazione della natura". Le lezioni che aveva iniziato con il suo schizzo dopo la scalata del Chimborazo, la Naturgemälde, ora si ampliavano. L'idea di una Naturgemälde, divenne l'approccio attraverso cui spiegare la sua nuova visione. La Naturgemälde non era solo un disegno accanto ad altri, poteva essere anche un testo in prosa come Quadri della natura, una lettura scientifica o una concezione filosofica.

Quadri della natura era un libro scritto sullo sfondo della disperata situazione politica della Prussia e in un periodo in cui Humboldt a Berlino si sentiva depresso e abbandonato da tutti. Humboldt invitava i suoi lettori a "seguirmi di buon grado nel folto della foresta, nelle steppe sconfinate e sulla dorsale della cordigliera delle Ande... Sulle montagne c'è la libertà!", trasportandoli in un mondo magico ben lontano dalla guerra e dalle "ondate tempestose della vita".

Questo nuovo modo di raccontare la natura era così seducente, disse Goethe a Humboldt, "che mi sono immerso con voi nelle regioni più selvagge". Analogamente, un'altra conoscenza, lo scrittore francese René de Chateaubriand , riteneva che lo scritto fosse così straordinario che "vi credete di navigare sulle onde insieme con lui, di perdervi con lui nelle profondità delle foreste". Quadri della natura avrebbe ispirato varie generazioni di scienziati e di poeti nei decenni successivi. Henry David Thoreau lo lesse, così come Ralph Waldo Emerson , il quale dichiarò che Humboldt aveva ripulito "questo cielo pieno di ragnatele". E Charles Darwin avrebbe chiesto al fratello di inviargliene una copia in Uruguay dove sperava di poterlo ricevere quando il Beagle vi avrebbe fatto sosta. In seguito, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, lo scrittore di fantascienza Jules Verne attinse alle descrizioni di Humboldt del Sud America per le sue serie di Voyages extraordinaires, spesso citandole alla lettera nei suoi dialoghi?. Il superbo Orinoco di Verne era un omaggio a Humboldt e nel suo I figli del capitano Grant un esploratore francese sosteneva che non c'era alcun motivo di scalare il Pico del Teide a Tenerife dopo che già c'era stato Humboldt. "Cosa potrei fare", dice Monsieur Paganel, "dopo quel grande uomo?". Non c'era da stupirsi se, nel suo famoso Ventimila leghe sotto i mari, Verne descriveva il capitano Nemo come possessore delle opere complete di Humboldt.

Bloccato a Berlino, Humboldt continuava a desiderare ardentemente avventure. Bramava fuggire da Berlino, una città che secondo lui si ornava non della conoscenza, ma solo di "rigogliosi campi di patate". Nell'inverno del 1807, per una volta, la politica gli offrì una buona mano di carte. Federico Guglielmo III chiese a Humboldt di accompagnare una missione di pace prussiana a Parigi. Il re stava inviando il fratello minore, il principe Guglielmo, a rinegoziare il carico finanziario imposto alla Prussia dalla Francia con il Trattato di Tilsit. Il principe Guglielmo avrebbe avuto bisogno di qualcuno che conoscesse persone in posizioni influenti per aprire le porte ai colloqui diplomatici e Humboldt, con i suoi contatti parigini, era ritenuto il candidato perfetto.

Humboldt accettò di buon grado e lasciò Berlino a metà novembre del 1807. Una volta a Parigi, fece quanto poteva, ma Napoleone non era disposto a compromessi. Quando il principe Guglielmo tornò in Prussia dopo parecchi mesi di negoziati infruttuosi, arrivò senza Humboldt, che aveva deciso di restare a Parigi. Humboldt era giunto preparato e aveva portato con sé in Francia tutti i suoi appunti e i suoi manoscritti. Nel mezzo di una guerra che vedeva la Prussia e la Francia duramente contrapposte, Humboldt ignorò la politica e il patriottismo e fece di Parigi la sua residenza. Gli amici prussiani erano scandalizzati, così come lo era Wilhelm von Humboldt, che non riusciva a capire la decisione del fratello. "Non approvo che Alexander si sia stabilito a Parigi", disse a Caroline, ritenendolo antipatriottico ed egoista.

Humboldt non sembrava preoccuparsene. Scrisse a Federico Guglielmo III, spiegandogli che la mancanza di scienziati, di artisti e di editori a Berlino gli rendeva impossibile lavorare e pubblicare i risultati dei suoi viaggi. Sorprendentemente, a Humboldt fu concesso di restare a Parigi, intascando tranquillamente il suo stipendio in qualità di ciambellano del re di Prussia. Per quindici anni non sarebbe più tornato a Berlino.

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CAPITOLO DODICESIMO
Rivoluzioni e natura
Simón Bolívar e Humboldt

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Pagina 176

Jefferson non era il solo a spigolare informazioni dai libri di Humboldt. Anche Bolívar studiò i volumi, perché la maggior parte del continente che intendeva liberare gli era sconosciuta. Nel Saggio politico sul regno della Nuova Spagna, Humboldt aveva intrecciato con caparbietà le sue rilevazioni sulla geografia, le piante, i conflitti razziali e le imprese spagnole con le conseguenze ambientali del governo coloniale e le condizioni di lavoro nelle manifatture, nelle miniere e nell'agricoltura. Forniva informazioni sui redditi e sulla difesa militare, sulle strade e sui porti e metteva in fila tavole su tavole di dati che andavano dalla produzione mineraria a quella agricola, nonché all'ammontare totale delle importazioni e delle esportazioni da e verso le diverse colonie.

I volumi chiarivano perfettamente una serie di punti: il colonialismo era disastroso per la gente e per l'ambiente; la società coloniale era basata sulla disuguaglianza, la popolazione indigena non era né barbara né selvaggia e i coloni erano altrettanto bravi degli europei nelle scoperte scientifiche, nell'arte e nell'artigianato; e il futuro del Sud America era basato su di un'agricoltura di sussistenza e non sulla monocoltura o sulle miniere. Per quanto concentrato sul Vicereame della Nuova Spagna, Humboldt comparava sempre i suoi dati con quelli dell'Europa, degli Stati Uniti e delle altre colonie spagnole del Sud America. Così come aveva considerato le piante nel contesto di un mondo più ampio e con l'attenzione rivolta a mettere in luce modelli globali, ora collegava il colonialismo, la schiavitù e l'economia. Il Saggio politico sul regno della Nuova Spagna non era né un resoconto di viaggio né un'evocazione di paesaggi fantastici, ma un manuale di fatti, di nudi dati e di cifre. Era così dettagliato e così straordinariamente meticoloso che il traduttore inglese scrisse nella prefazione all'edizione inglese che il libro tendeva a "sfibrare l'attenzione del lettore". Non è forse un caso che per le sue successive pubblicazioni Humboldt scelse un altro traduttore.

L'uomo cui era stato accordato da Carlo IV il raro permesso di esplorare i territori dell'America Latina spagnola si mise a pubblicare critiche severe nei confronti del governo coloniale. Il libro, disse Humboldt a Jefferson, era pieno di espressioni dei suoi "sentimenti indipendentisti". Gli spagnoli avevano fomentato l'odio fra i diversi gruppi razziali, era l'accusa di Humboldt. I missionari, per esempio, trattavano con brutalità gli indiani indigeni ed erano guidati da un "colpevole fanatismo". Il governo imperiale sfruttava le colonie per le materie prime e distruggeva di conseguenza l'ambiente. Le politiche coloniali europee erano spietate e diffidenti, diceva, e il Sud America era stato distrutto dai conquistatori. La loro sete di ricchezze aveva portato in America Latina l'"abuso di potere".

Le critiche di Humboldt erano basate sulle sue osservazioni, cui si erano aggiunte le informazioni ricevute dagli scienziati coloniali che aveva incontrato nel corso della sua spedizione. Tutto ciò era poi corroborato dai dati statistici e demografici tratti dagli archivi governativi, principalmente a città del Messico e a L'Avana. Negli anni successivi al suo ritorno, Humboldt valutò e pubblicò questi risultati, dapprima nel Saggio politico sul regno della Nuova Spagna e, in seguito, nel Saggio politico sull'isola di Cuba. Queste aspre accuse contro il colonialismo e la schiavitù mostravano come tutte le cose fossero interconnesse: il clima, i terreni e l'agricoltura con la schiavitù, la demografia e l'economia. Humboldt affermava che le colonie avrebbero potuto essere liberate e diventare autosufficienti solo quando fossero state "liberate dalle catene dell'odioso monopolio". Era la "barbarie europea"", sosteneva Humboldt, che aveva creato questo mondo ingiusto.

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Pagina 201

CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Girando a vuoto
Maladie centrifuge

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Pagina 214

Il giorno più eccitante per Humboldt, tuttavia, fu quello passato non con scienziati o politici, ma con un giovane ingegnere, Isambard Kingdom Brunel, che aveva invitato Humboldt a osservare la costruzione del primo tunnel sotto il Tamigi. L'idea di costruire un tunnel sotto un fiume era tanto audace quanto rischiosa, e nessuno era mai riuscito in questa impresa.

Le condizioni del Tamigi non potevano essere peggiori, perché il letto del fiume e il terreno sottostante erano fatti di sabbia e di argilla morbida. Il padre di Brunel, Marc, aveva inventato un metodo ingegnoso per costruire un tunnel: uno scudo di ferro dell'altezza e larghezza del canale del tunnel. Ispirato alla teredo navalis che perfora le tavole di legno più dure proteggendosi la testa con uno scudo, Marc Brunel aveva progettato un enorme congegno che consentiva di scavare il tunnel puntellando al tempo stesso il soffitto e tenendo ferma l'argilla morbida. Mentre gli operai spostavano lo scudo metallico davanti a loro sotto il letto del fiume, costruivano il guscio di mattoni del tunnel dietro di loro. Centimetro dopo centimetro e passo dopo passo, lentamente la lunghezza del tunnel cresceva. I lavori erano iniziati due anni prima e nel momento in cui Humboldt giunse a Londra gli uomini di Brunel erano giunti quasi alla metà del tunnel lungo 400 metri.

Il lavoro era insidioso e il diario di Marc Brunel era pieno di pensieri di timore e preoccupazione: "l'ansietà cresce di giorno in giorno", "le cose stanno peggiorando ogni giorno" oppure "ogni mattina mi dico: un altro giorno di pericolo è passato". Il figlio Isambard, che era stato nominato "ingegnere interno" nel gennaio 1827 a vent'anni, apportava al progetto la sua sconfinata energia e fiducia. Ma l'opera era impegnativa. Agli inizi di aprile, poco prima che Humboldt arrivasse, sempre più acqua filtrava nel tunnel e Isambard impiegava quaranta uomini per pomparla e tenere sotto controllo l'infiltrazione. "Sulle loro teste" c'era solo "limo argilloso", era la preoccupazione di Marc Brunel, il quale temeva che il tunnel potesse collassare in qualsiasi momento. Isambard voleva ispezionare la costruzione dall'esterno e chiese a Humboldt di accompagnarlo. Era pericoloso, ma Humboldt non se ne preoccupava – era troppo eccitante per rinunciarvi. Sperava anche di misurare la pressione atmosferica sul fondo del fiume per confrontarla con le sue misurazioni sulle Ande.

Il 26 aprile un'enorme campana d'immersione di metallo, che pesava quasi due tonnellate, fu calata con una gru da una nave. Battelli pieni di spettatori curiosi si affollavano sulla superficie del fiume mentre la campana, con Brunel e Humboldt dentro, veniva calata a una profondità di circa 11 metri. L'aria era fornita attraverso un tubo di cuoio inserito alla sommità e due spesse finestre di vetro consentivano di guardare nell'acqua torbida del fiume. Mentre scendevano, Humboldt trovò quasi intollerabile la pressione alle orecchie, ma ci si abituò dopo qualche minuto. Indossavano pesanti cappotti e assomigliavano a degli "esquimesi", scrisse Humboldt a François Arago a Parigi. Giù sul fondo del fiume, con il tunnel sotto di loro e solo acqua di sopra, era paurosamente buio, salvo il debole barlume delle loro lanterne. Trascorsero sott'acqua quaranta minuti, ma quando risalirono la variazione nella pressione dell'acqua provocò la rottura dei vasi sanguigni nel naso e nella gola di Humboldt. Nelle successive ventiquattro ore sputò sangue, proprio come quando aveva scalato il Chimborazo. Brunel non sanguinava, osservò Humboldt, e disse scherzando che questo era evidentemente "un privilegio dei prussiani".

Due giorni dopo, alcune parti del tunnel cedettero e poi, a metà maggio, il fondo del fiume sopra il tunnel sprofondò completamente, creando un enorme buco attraverso cui l'acqua penetrò dentro. Incredibilmente, non ci furono perdite di vite umane e, dopo che furono fatte le riparazioni, i lavori ripresero. A quel punto Humboldt aveva lasciato Londra ed era giunto a Berlino.

Era ora lo scienziato più famoso d'Europa, ammirato in egual misura da colleghi, poeti e pensatori. Un uomo, tuttavia, doveva ancora leggere i suoi lavori. L'uomo era il diciottenne Charles Darwin che, proprio nel momento in cui Humboldt veniva festeggiato a Londra, aveva rinunciato agli studi di medicina all'università di Edimburgo. Robert Darwin, il padre, era furioso. "Non pensi ad altro che ad andare a caccia, ai cani e ad acchiappare topi", scrisse al figlio, "e sarai una sciagura per te e per tutta la famiglia."

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CAPITOLO QUINDICESIMO
Ritorno a Berlino

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Pagina 229

Le teorie delle placche tettoniche mobili avrebbero trovato conferma solo alla metà del ventesimo secolo, ma Humboldt aveva già affermato nel 1807, nel Saggio sulla geografia delle piante, che il continente africano e quello sudamericano una volta erano stati congiunti. In seguito, scrisse che a provocare questa deriva dei continenti era "una forza sotterranea". Goethe, da convinto nettunista, era inorridito. Tutti davano ascolto a queste folli teorie, lamentava, proprio come "i selvaggi ai discorsi dei missionari". Era "assurdo", diceva, ritenere che l'Himalaya e le Ande — gigantesche catene montuose che si ergevano "rigide e superbe" — avessero mai potuto sollevarsi dal ventre della terra. Avrebbe dovuto risistemare il suo intero "sistema cerebrale", scherzava Goethe, se avesse dovuto concordare con Humboldt su questo argomento. Ma, malgrado questi disaccordi scientifici, Goethe e Humboldt rimasero buoni amici. Forse stava invecchiando, scrisse Goethe a Wilhelm von Humboldt, perché "appaio sempre più a me stesso come appartenente al passato".

Humboldt era felice di vedere di nuovo Goethe, ma era ancora più felice di trascorrere del tempo con Wilhelm. I due fratelli avevano avuto le loro divergenze in passato, ma Wilhelm era la sua famiglia. "So dove sta la mia felicità", scrisse Alexander, "è vicino a te!" Wilhelm si era ritirato dalla vita pubblica e si era trasferito con la famiglia a Tegel, appena fuori Berlino. Per la prima volta dai tempi della giovinezza, i fratelli vivevano vicino e si vedevano regolarmente. Era a Berlino e a Tegel che finalmente riuscivano a "fare lavoro scientifico insieme".

La passione di Wilhelm era lo studio delle lingue. Da ragazzo si era smarrito nella mitologia greca e romana. Durante tutta la sua carriera, Wilhelm aveva utilizzato ogni destinazione diplomatica per imparare nuove lingue, e Alexander gli aveva procurato anche appunti sul vocabolario degli indigeni dell'America Latina — compreso copie di manoscritti inca e pre-incaici. Subito dopo il ritorno di Alexander dalla sua spedizione, Wilhelm aveva parlato delle "stupefacenti e misteriose connessioni interne fra tutte le lingue". Per decenni, Wilhelm aveva profondamente sofferto la mancanza di tempo per indagare questa materia, ma ora aveva agio di farlo. Entro sei mesi dal suo pensionamento, aveva tenuto una conferenza all'Accademia delle scienze di Berlino sugli studi comparati del linguaggio.

Allo stesso modo in cui Alexander guardava alla natura come un insieme interconnesso, Wilhelm analizzava la lingua come un organismo vivente. La lingua, come la natura, pensava Wilhelm, andava collocata nel più ampio contesto del paesaggio, della cultura e del popolo. Come Alexander andava in cerca dei gruppi di piante in tutti i continenti, Wilhelm indagava i gruppi linguistici e le radici comuni in tutti i paesi. Non solo stava imparando il sanscrito, ma studiava anche il giapponese e il cinese così come le lingue polinesiane e malesi. Per Wilhelm questi erano i dati grezzi di cui aveva bisogno per le sue teorie, proprio come gli esemplari botanici e le rilevazioni meteorologiche di Alexander.

Sebbene i due fratelli lavorassero in discipline diverse, le loro premesse e il loro approccio erano simili. Spesso usavano anche la stessa terminologia. Mentre Alexander era andato alla ricerca del fattore formativo nella natura, Wilhelm scriveva ora che "la lingua era l'organo formativo del pensiero". Proprio come la natura era molto di più che un cumulo di piante, rocce e animali, la lingua era molto di più che semplici parole, grammatica e suoni. Secondo la teoria radicalmente nuova di Wilhelm, le diverse lingue riflettevano diverse visioni del mondo. La lingua non era solo uno strumento per esprimere pensieri, ma li plasmava — attraverso la grammatica, il vocabolario, i tempi dei verbi e così via. Non era una costruzione meccanica fatta di singoli elementi, ma un organismo, una rete che intrecciava azione, pensiero e discorso. Wilhelm voleva riunire tutto, diceva, nell'"immagine di un insieme organico", esattamente come la Naturgemälde di Alexander. Entrambi i fratelli lavoravano a livello globale.

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CAPITOLO SEDICESIMO
Russia

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Pagina 246

Humboldt era alla ricerca delle "connessioni che collegavano tutti i fenomeni e tutte le forze della natura". La Russia era il capitolo finale nella sua conoscenza della natura – unificava, confermava e metteva in relazione tutti i dati che aveva raccolto nei decenni passati. La comparazione, non la scoperta, era il suo motivo conduttore. In seguito, quando pubblicò in due libri i risultati della spedizione russa, Humboldt scrisse della distruzione delle foreste e dei cambiamenti a lungo termine indotti nell'ambiente dal genere umano. Quando descrisse i tre modi in cui la specie umana influenzava il clima, elencò la deforestazione, l'irrigazione sconsiderata e, forse più profeticamente, le "grandi masse di vapore e di gas" prodotte dai centri industriali. Nessuno prima aveva considerato la relazione fra genere umano e natura in questo modo.

Il 13 novembre 1829, infine, Humboldt giunse a San Pietroburgo. La sua resistenza era stata stupefacente. Dal momento della partenza da San Pietroburgo, il 20 maggio, il suo gruppo aveva viaggiato per 15.000 chilometri in meno di sei mesi, toccando 658 stazioni di posta e usando 12.244 cavalli. Humboldt si sentiva più in salute che mai, rinvigorito dal fatto di stare all'aperto così a lungo e dall'eccitazione delle avventure vissute. Tutti volevano sapere della spedizione. Aveva già sperimentato un simile spettacolo a Mosca pochi giorni prima, quando mezza città sembrava essersi raccolta per incontrarlo, tutti con l'uniforme di gala e decorati di nastri. In entrambe le città, si tennero ricevimenti in suo onore e si pronunciarono discorsi, acclamandolo come il "Prometeo dei nostri giorni". Nessuno sembrava prestare attenzione al fatto che aveva deviato dal percorso originario.

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Pagina 251

CAPITOLO DICIASSETTESIMO
Evoluzione e natura
Charles Darwin e Humboldt

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Pagina 260

Durante la navigazione, Darwin avvertiva ancora più urgente il bisogno di leggere qualunque cosa Humboldt avesse scritto. Quando raggiunsero Rio de Janeiro, nell'aprile 1832, aveva scritto a casa chiedendo al fratello di inviargli Quadri della natura a Montevideo in Uruguay, dove avrebbe potuto ritirarlo in un momento successivo. I fratello inviò puntualmente i libri — non Quadri della natura, ma l'ultima pubblicazione di Humboldt, i Fragments de géologie et de climatologie asiatique che erano il risultato della spedizione in Russia, nonché il Saggio sul regno della Nuova Spagna.

Durante tutto il viaggio sul Beagle, Darwin fu impegnato in un dialogo intimo con Humboldt — matita in mano, evidenziava i paragrafi della Personal Narrative. Le sue descrizioni erano quasi come un modello per le esperienze di Darwin. Quando, per la prima volta, Darwin vide le costellazioni dell'emisfero meridionale, si ricordò delle descrizioni di Humboldt. Oppure, in seguito, quando vide le pianure del Cile, dopo aver esplorato per giorni la foresta incontaminata, la reazione di Darwin ripeté esattamente quella di Humboldt quando era entrato negli Llanos del Venezuela dopo la spedizione sull'Orinoco. Humboldt aveva scritto di "nuove sensazioni" e del piacere di riuscire a "vedere" di nuovo dopo lunghe settimane nella fitta foresta pluviale e ora Darwin descriveva come il panorama fosse "davvero tonificante, dopo essere stato stretto e sprofondato nella natura incontaminata della foresta".

Allo stesso modo, l'annotazione nel diario di Darwin sul terremoto che sperimentò il 20 febbraio 1835 a Valdivia nel Cile meridionale era quasi un riassunto di quello che Humboldt aveva scritto sul suo primo terremoto a Cumaná nel 1799. Humboldt aveva osservato che il terremoto "è sufficiente a distruggere in un istante lunghe illusioni" — nel diario di Darwin questa frase divenne "un terremoto come questo distrugge di colpo le società più antiche".

C'erano innumerevoli esempi di questo tipo — anche l'analisi che Darwin compie delle alghe sulla costa della Tierra del Fuego come la pianta più importante nella catena alimentare suonava sorprendentemente simile alla descrizione di Humboldt delle palme Mauritia come una specie chiave che "diffonde la vita" negli Llanos. Le grandi praterie di alghe, scrisse Darwin, sostentavano una grande varietà di forme di vita, dai polipi simili a idre ai molluschi, ai piccoli pesci e ai granchi — i quali a loro volta nutrivano cormorani, lontre, foche e infine, naturalmente, le tribù indigene. Humboldt permeò l'interpretazione darwiniana della natura come sistema ecologico. Come la distruzione di una foresta tropicale, diceva Darwin, l'estirpazione delle alghe avrebbe causato la perdita di innumerevoli specie nonché, probabilmente, la scomparsa della popolazione indigena della Terra del Fuoco.

Darwin modellò i suoi scritti su quelli di Humboldt, fondendo il lavoro scientifico con la descrizione poetica fino a tal punto che il diario del suo viaggio sul Beagle divenne notevolmente affine, per lo stile e per il contenuto, alla Personal Narrative. Tanto che la sorella, dopo aver ricevuto una prima parte del diario nell'ottobre del 1832, lamentava che "avendo probabilmente letto tanto di Humboldt, ne hai adottato la fraseologia" e "il genere di fiorite espressioni francesi che lui usa". Altri furono più elogiativi e dissero in seguito a Darwin quanto avessero apprezzato le sue "vivide immagini humboldtiane".

Humboldt mostrò a Darwin come indagare il mondo naturale non dalla visuale claustrofobica del geologo o dello zoologo, ma dall'interno e dall'esterno. Sia Humboldt che Darwin possedevano la rara capacità di concentrarsi sul più piccolo dettaglio — da una chiazza di lichene a un minuscolo coleottero — e poi di indietreggiare e distaccarsi per analizzare modelli globali e comparati. La flessibilità della prospettiva consentiva a entrambi di comprendere il mondo in maniera completamente nuova. Era telescopica e microscopica, andando dall'ampia panoramica fino ai livelli cellulari e muovendosi nel tempo dal lontano passato geologico all'economia futura delle popolazioni indigene.

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Pagina 265

Darwin era in uno stato di eccitazione frenetica. Lavorava su una vasta gamma di temi, dalla barriera corallina e i vulcani ai terremoti. "Non sopporto di interrompere il mio lavoro anche solo per mezza giornata", ammetteva con il suo vecchio insegnante e amico, John Stevens Henslow. Lavorava talmente tanto che aveva palpitazioni di cuore, che sembravano verificarsi, diceva, tutte le volte che qualcosa "mi agita". Una ragione era, probabilmente, la scoperta eccitante riguardo agli esemplari di uccelli che aveva riportato dalle Isole Galapagos. Analizzando i suoi reperti, Darwin cominciò a riflettere sull'idea che le specie possano evolvere – la trasmutazione delle specie, come fu poi chiamata.

I diversi cardellini e tordi beffeggiatori che aveva raccolto sulle varie isole non erano solo varianti degli uccelli noti sul continente, come Darwin aveva pensato inizialmente. Quando l'ornitologo britannico John Gould – che identificò gli uccelli dopo il ritorno del Beagle – dichiarò che erano invece specie diverse, Darwin comprese che ogni isola aveva le sue specie tipiche. Dal momento che le isole stesse erano di origine vulcanica relativamente recente, c'erano solo due spiegazioni possibili: o Dio aveva creato queste specie specificamente per le Galapagos o nel loro isolamento geografico erano tutte evolute da un antenato comune che era migrato nelle isole.

Le implicazioni erano rivoluzionarie. Se Dio aveva creato piante e animali prima di tutto, il concetto dell'evoluzione delle specie implicava che aveva fatto inizialmente degli errori? Analogamente, se le specie si estinguevano e Dio ne faceva continuamente di nuove, questo significava che cambiava continuamente idea? Per molti scienziati era un pensiero terribile. La discussione sulla possibile trasmutazione delle specie era in corso da tempo. Il nonno di Darwin, Erasmus , ne aveva già scritto nel suo libro Zoonomia, così come Jean-Baptiste Lamarck , vecchia conoscenza di Humboldt al museo di storia naturale del Jardin des Plantes di Parigi.

Nel primo decennio del diciannovesimo secolo, Lamarck aveva dichiarato che gli organismi, influenzati dall'ambiente, possono cambiare lungo una traiettoria progressiva. Nel 1830, l'anno prima che Darwin s'imbarcasse sul Beagle, lo scontro fra le idee di specie mutevoli e quelle della fissità delle specie si era trasformata in una terribile disputa all'Académie des sciences di Parigi. Humboldt aveva preso parte agli accaniti dibattiti all'Académie durante una visita a Parigi da Berlino, sussurrando agli scienziati che sedevano accanto a lui commenti continui fatti di osservazioni sprezzanti sulle specie fisse. Già in Quadri della natura, più di vent'anni prima, Humboldt aveva scritto della "trasformazione graduale delle specie".

Anche Darwin era convinto che l'idea delle specie fisse fosse sbagliata. Tutte le cose sono in continuo mutamento o, come diceva Humboldt, se la terra cambiava, se la terraferma e il mare si muovevano, se le temperature aumentavano o diminuivano – allora anche tutti gli organismi "devono essere stati soggetti a varie alterazioni". Se l'ambiente influenzava lo sviluppo degli organismi, allora gli scienziati dovevano indagare più da vicino i climi e gli habitat. Perciò, il nuovo pensiero di Darwin si concentrò sulla distribuzione degli organismi sul globo, che era la specialità di Humboldt – almeno per il mondo delle piante. La geografia delle piante, diceva Darwin era la "chiave di volta delle leggi della creazione".

Quando Humboldt aveva confrontato le famiglie di piante in continenti diversi e in climi diversi, aveva scoperto le zone di vegetazione. Aveva visto come ambienti simili contenessero spesso piante strettamente imparentate, anche se divise da oceani o catene montuose. Ciò, tuttavia, era anche ingannevole, perché, malgrado queste analogie da un continente all'altro, un clima simile non sempre, o anche non necessariamente, produceva piante o animali simili.

Quando Darwin lesse la Personal Narrative, sottolineò molti di questi esempi. Com'era, si era chiesto Humboldt, che in India gli uccelli erano meno colorati che in Sud America o perché la tigre si trovava solo in Asia? Perché i grandi coccodrilli erano così abbondanti nel Basso Orinoco e assenti nell'Alto Orinoco? Darwin era rimasto affascinato da questi esempi e spesso aggiungeva i suoi commenti ai margini della sua copia della Personal Narrative: "come in Patagonia", "in Paraguay", "come i guanaco" o, talvolta, semplicemente un affermativo "sì" o "!".

Scienziati come Charles Lyell spiegavano che queste piante imparentate che si trovavano a grandi distanze le une dalle altre erano state prodotte in diversi centri di creazione. Dio aveva fatto queste specie simili una dietro l'altra nello stesso momento e in regioni diverse, in una serie di cosiddette "creazioni multiple". Darwin non era d'accordo e cominciò a puntellare le sue idee con argomentazioni sulla migrazione e sulla distribuzione, utilizzando la Personal Narrative di Humboldt come una delle sue fonti. Sottolineava, commentava ed escogitò anche indici particolari dei libri di Humboldt, scrivendo promemoria personali su fogli che incollava sui risguardi – "quando studi geografia botanica caraibica considera questa parte" – o scribacchiando nel suo taccuino "Studia Humboldt" e "consulta il VI vol. della Pers. Narra". Oppure commentava "Nulla in confronto alla Teoria delle specie", quando il sesto volume non produceva gli esempi necessari.

La migrazione delle specie divenne il pilastro principale della teoria evoluzionistica di Darwin. Come si muovevano queste specie imparentate in tutto il globo? Per trovare una risposta Darwin condusse molti esperimenti, per esempio testando il tasso di sopravvivenza dei semi in acqua salata per indagare la possibilità che le piante avessero attraversato l'oceano. Se Humboldt osservava che una quercia cresciuta sulle pendici del Pico del Teide a Tenerife era simile a quella del Tibet, Darwin si chiedeva "come la ghianda fosse stata trasportata... I piccioni portano il grano a Norfolk – il granturco nell'Artico". Quando leggeva il racconto di Humboldt sui roditori che aprono il guscio duro delle nocciole del Brasile e come le scimmie, i pappagalli, gli scoiattoli e le are si azzuffano per i semi, Darwin scribacchiava al margine "sparpagliati così".

Dove Humboldt propendeva a ritenere che l'enigma del movimento delle piante non potesse essere spiegato, Darwin raccoglieva la sfida. La scienza della geografia delle piante e degli animali, scriveva Humboldt, non riguardava "l'indagine sull'origine degli esseri viventi". Cosa pensasse esattamente Darwin quando sottolineava questa affermazione nella sua copia della Personal Narrative non lo sappiamo, ma chiaramente era proprio ciò che si era messo a fare – si accingeva a scoprire l'origine delle specie.

Darwin cominciò a pensare agli antenati comuni, altro tema su cui Humboldt forniva una quantità di esempi. I coccodrilli dell'Orinoco erano versioni giganti delle lucertole europee, diceva Humboldt, mentre "le fattezze dei nostri piccoli animali domestici si ritrovano su vasta scala" nella tigre e nel giaguaro. Ma perché le specie cambiavano? Che cosa scatenava la loro mutevolezza? Uno dei principali fautori della teoria della trasmutazione, lo scienziato francese Lamarck, aveva sostenuto che l'ambiente ha cambiato, per esempio, un arto in un'ala, ma Darwin riteneva che questa fosse una "vera sciocchezza".

Darwin trovò la risposta nel concetto di selezione naturale. Nell'autunno del 1838, studiò un libro che lo aiutò a formulare queste idee: l' Essay on the Principle of Population dell'economista inglese Thomas Malthus. Darwin lesse la fosca previsione di Malthus secondo cui la popolazione umana sarebbe aumentata più rapidamente dell'offerta di cibo, a meno che "ostacoli" come una guerra, la fame e le epidemie non controllassero i numeri. La sopravvivenza della specie, aveva scritto Malthus, era basata sulla sovrapproduzione di prole – qualcosa che anche Humboldt aveva descritto nella Personal Narrative discutendo dell'enorme quantità di uova che le tartarughe depongono allo scopo di sopravvivere. I semi e le uova erano prodotti in enormi quantità, ma solo una frazione minuscola arrivava a maturazione. Non c'è dubbio che Malthus avesse fornito quella che Darwin definiva "una teoria con cui lavorare", ma i semi di questa teoria erano stati gettati molto prima, quando aveva letto l'opera di Humboldt.

Humboldt discuteva come le piante e gli animali "limitino reciprocamente i loro numeri", osservando anche la loro "diuturna lotta" per lo spazio e il nutrimento. Era una battaglia incessante. Gli animali che aveva incontrato nella giungla "si temono reciprocamente", osservava Humboldt, "la benevolenza si trova raramente alleata con la forza" — un'idea che sarebbe diventata essenziale per la concezione darwiniana della selezione naturale.

Sull'Orinoco, Humboldt aveva fatto osservazioni sulle dinamiche della popolazione dei capibara, i roditori più grandi del mondo. Navigando sul fiume, aveva notato con quanta rapidità si riproducessero i capibara, ma anche come i giaguari li cacciassero sulla terra e i coccodrilli li divorassero nell'acqua. Senza questi "due poderosi nemici", aveva osservato Humboldt, il numero dei capibara sarebbe esploso. Aveva anche registrato come i giaguari dessero la caccia ai tapiri e che le scimmie strillavano "spaventate da questa lotta".

"Che terribile carneficina sullo sfondo splendido e tranquillo delle foreste tropicali", scribacchiò Darwin sui margini. "Mostrare come gli animali siano gli uni prede degli altri", osservò, che "controllo" positivo. Qui, scritto a matita sui margini del quinto volume della Personal Narrative di Humboldt, verbalizzò per la prima volta la sua "teoria con cui lavorare".

Nel settembre 1838, Darwin scrisse nel suo taccuino che tutte le piante e gli animali "sono uniti fra di loro da una rete di relazioni complesse". Era la rete della vita di Humboldt — ma Darwin avrebbe fatto un passo in più e l'avrebbe trasformata in un albero della vita da cui provengono tutti gli organismi, con i rami che portano a specie estinte e a nuove specie. Nel 1839, Darwin aveva formulato la gran parte delle idee che costituivano il fondamento della teoria dell'evoluzione, ma continuò a lavorarci per altri vent'anni prima di pubblicare l' Origin of Species nel novembre 1859.

Anche l'ultimo paragrafo dell' Origin of Species era ispirato da una sezione simile della Personal Narrative, sottolineata da Darwin nella sua copia. Darwin riprese la suggestiva descrizione di Humboldt dei cespugli pullulanti di uccelli, di insetti e di altri animali e la trasformò nella famosa metafora della plaga lussureggiante:

"È interessante contemplare una plaga lussureggiante, rivestita da molte piante di molti tipi, con uccelli che cantano nei cespugli, con vari insetti che ronzano intorno, e con vermi che strisciano attraverso il terreno umido, e pensare che tutte queste forme così elaboratamente costruite, così differenti l'una dall'altra, e dipendenti l'una dall'altra in maniera così complessa, sono state prodotte da leggi che agiscono intorno a noi."

Darwin si reggeva sulle spalle di Humboldt.

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Pagina 273

CAPITOLO DICIOTTESIMO
Il Cosmos di Humboldt



"Mi ha preso la pazza frenesia di rappresentare in un unico lavoro l'intero mondo materiale", dichiarò Humboldt nell'ottobre del 1834. Desiderava scrivere un libro che mettesse insieme ogni cosa che sta in cielo e sulla terra, dalle lontane nebulose alla geografia dei muschi, dal paesaggismo alla migrazione delle razze umane e alla poesia. Questo "libro sulla natura", scrisse, "dovrebbe produrre un'impressione simile alla natura stessa".

All'età di sessantacinque anni, Humboldt iniziò quello che sarebbe diventato il suo libro più autorevole: Cosmos. A Sketch of the Physical Description of the Universe. Era liberamente basato sulle serie di conferenze berlinesi, ma la spedizione in Russia gli aveva fornito i dati comparativi finali di cui aveva bisogno. Impegno colossale, Cosmos era come "una spada piantata nel petto che ora si tratta di estrarre", disse, e "l'opera della mia vita". Il titolo, spiegò Humboldt, veniva dalla parola greca [...] – Kosmos – che significava "bellezza" e "ordine" ed era stata applicata anche all'universo come sistema ordinato. Humboldt ora la utilizzava, disse, come uno slogan per esprimere e racchiudere "sia il cielo che la terra".

E così, nel 1834, l'anno preciso in cui fu coniato il termine "scienziato", annunciando l'inizio della professionalizzazione delle scienze e del consolidamento delle linee di confine fra le diverse discipline scientifiche, Humboldt iniziò un libro che faceva esattamente l'opposto. Mentre la scienza si allontanava dalla natura per entrare nei laboratori e nelle università, separandosi in discipline distinte, Humboldt creava un'opera che riuniva tutto ciò che la scienza professionale stava cercando di separare.

Poiché Cosmos copriva una vasta gamma di argomenti, la ricerca di Humboldt si espandeva in tutte le aree possibili. Consapevole del fatto che non conosceva e non poteva conoscere tutto, Humboldt reclutò un esercito di aiutanti — scienziati, classicisti e storici — che erano tutti esperti nei rispettivi campi. Botanici inglesi che avevano molto viaggiato furono felici di inviargli lunghi elenchi di piante dai paesi che avevano visitato. Astronomi passarono i loro dati, geologi fornirono mappe e classicisti consultarono i testi antichi per Humboldt. Si dimostrarono utili anche i suoi vecchi contatti in Francia. Un esploratore francese, per esempio, si prestò gentilmente a inviare a Humboldt un lungo manoscritto sulle piante polinesiane, mentre amici stretti di Parigi come François Arago erano regolarmente a disposizione di Humboldt. Certe volte, Humboldt poneva domande specifiche o chiedeva quali pagine dovesse consultare e in quale libro, altre volte faceva circolare lunghi questionari. Quando i capitoli erano completati, ne distribuiva le bozze con vuoti che chiedeva ai suoi corrispondenti di riempire con numeri e fatti pertinenti o di correggere.

Humboldt aveva la responsabilità della visione generale, mentre i suoi aiutanti fornivano i dati e le informazioni specifiche di cui aveva bisogno. Lui aveva la prospettiva cosmica ed essi erano gli strumenti del suo grande modello. Estremamente meticoloso per quanto concerne la precisione, Humboldt consultava sempre diversi esperti per ogni argomento. La sua sete di fatti era insaziabile — dall'interrogare un missionario in Cina sull'avversione dei cinesi per i latticini a chiedere a un altro corrispondente il numero delle specie di palma nel Nepal. "Indagare il medesimo oggetto finché non riusciva a spiegarlo", ammetteva, era la sua ossessione. Spediva migliaia di lettere e poneva domande ai visitatori. Un giovane romanziere appena rientrato da Algeri, per esempio, rimase atterrito quando Humboldt lo bombardò di domande su rocce, piante e falde di cui non sapeva assolutamente nulla. Humboldt poteva essere implacabile. "Questa volta non riuscirete a sfuggire", disse a un altro visitatore, perché "vi devo saccheggiare".

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Pagina 284

Due mesi dopo, alla fine di aprile del 1845, il primo volume fu finalmente pubblicato in Germania. L'attesa era valsa la pena. Cosmos divenne immediatamente un bestseller, con più di 20.000 copie dell'edizione tedesca vendute in un paio di mesi. Nel giro di poche settimane, l'editore di Humboldt fece una ristampa e negli anni immediatamente successivi furono pubblicate traduzioni – "i figli non tedeschi di Cosmos", come li chiamò Humboldt – in inglese, olandese, italiano, francese, danese, polacco, svedese, spagnolo, russo e ungherese.

Cosmos era diverso da ogni altro libro precedente sulla natura. Humboldt conduceva i lettori in un viaggio dallo spazio esterno alla terra e poi dalla superficie del pianeta nel suo nucleo più riposto. Trattava delle comete, della via lattea e del sistema solare nonché del magnetismo terrestre, dei vulcani e del limite delle nevi perenni. Scriveva della migrazione della specie umana, delle piante e degli animali e degli organismi microscopici che vivono nelle acque stagnanti o sulla superficie delle rocce esposte alle intemperie. Mentre altri sostenevano che la natura veniva spogliata del suo fascino mano a mano che l'umanità ne penetrava i segreti più profondi, Humboldt pensava esattamente il contrario. Come poteva essere, chiedeva Humboldt, in un mondo in cui i raggi variopinti di un'aurora "si uniscono in una fiamma tremolante sul mare", creando una veduta così oltremondana, di cui "nessuna descrizione può uguagliare lo splendore"? La conoscenza, diceva, non può mai "uccidere la forza creativa dell'immaginazione" – perché genera emozione, meraviglia e ammirazione. La parte più importante di Cosmos era l'introduzione, lunga quasi un centinaio di pagine. Qui Humboldt esponeva per filo e per segno la sua visione – di un mondo che pulsava di vita. Ogni cosa era parte di questa "attività infinita delle forze animate", scriveva Humboldt. La natura era un "tutto vivente", in cui gli organismi erano uniti insieme in un "intricato tessuto reticolare".

Il resto del libro era composto di tre parti: la prima sui fenomeni celesti; la seconda sulla terra, compreso il geomagnetismo, gli oceani, i terremoti, la meteorologia e la geografia; e la terza sulla vita organica, che comprendeva le piante, gli animali e gli esseri umani. Cosmos era un'esplorazione del "vasto campo della natura", che riuniva una gamma di argomenti di gran lunga più estesa di ogni altro libro precedente. Ma era di più di una mera raccolta di fatti e di conoscenze, come la famosa Encyclopédie di Diderot , ad esempio, perché Humboldt era interessato più di ogni altra cosa alle connessioni. La trattazione del clima da parte di Humboldt era solo un esempio che rivelava quanto fosse diverso il suo approccio. Mentre altri scienziati si concentravano solo sui dati meteorologici, come la temperatura e il tempo, Humboldt era il primo a considerare il clima come un sistema di correlazioni complesse fra l'atmosfera, gli oceani e i continenti. In Cosmos scriveva della "interrelazione perpetua" fra l'aria, i venti, le correnti oceaniche, l'altezza e la densità della copertura vegetale sul terreno.

Il respiro era incomparabile con quello di qualsiasi altra pubblicazione. E, sorprendentemente, Humboldt aveva scritto un libro sull'universo che neppure una volta menzionava la parola "Dio". Sì, la natura di Humboldt era "animata da un respiro – da un polo all'altro una vita scorre liberamente dentro le rocce, le piante, gli animali, e anche nel petto rigonfio dell'uomo", ma quel respiro veniva dalla terra stessa e non era infuso da un ente divino. Per quelli che lo conoscevano non era una sorpresa, perché Humboldt non era mai stato devoto, anzi l'opposto. In tutta la sua vita, aveva messo in evidenza le conseguenze nefaste del fanatismo religioso. Aveva criticato i missionari in Sud America come la Chiesa in Prussia. Invece che di Dio, Humboldt parlava di una "meravigliosa rete della vita organica".

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Pagina 329

CAPITOLO VENTUNESIMO
Uomo e natura
George Perkins Marsh e Humboldt



Proprio mentre arrivavano negli Stati Uniti le notizie che riferivano della morte di Humboldt, George Perkins Marsh lasciava New York per fare ritorno nella sua casa a Burlington, nel Vermont. Aveva ottantotto anni. Perse così le commemorazioni in onore di Humboldt che si tennero due settimane dopo, il 2 giugno 1859, alla American Geographical and Statistical Society a Manhattan, di cui era membro. Seppellito nel lavoro a Burlington, Marsh era diventato il "gufo più noioso dell'intera cristianità", come scrisse a un amico. Era completamente al verde. Nel tentativo di rimpinguare le sue finanze, lavorava a più progetti contemporaneamente. Stava scrivendo i testi di una serie di conferenze sulla lingua inglese che aveva tenuto nei mesi precedenti al Columbia College a New York, compilando un rapporto sulle compagnie ferroviarie nel Vermont e componendo un paio di poesie per un'antologia, oltre a scrivere articoli per un quotidiano.

Era tornato a Burlington da New York, diceva, "come un detenuto evaso torna nella sua cella". Curvo su pile di carte, libri e manoscritti, raramente usciva dal suo studio e non parlava quasi mai con nessuno. Scriveva e scriveva, disse a un amico, "con tutte le mie forze" e avendo la sola compagnia dei suoi libri. La sua biblioteca conteneva 5.000 volumi provenienti da tutto il mondo, con un'intera sezione dedicata a Humboldt. Era convinto che "per allargare i confini della conoscenza" i tedeschi avessero "fatto più di tutti i lavoratori del restante mondo cristiano messi insieme". Riteneva i libri tedeschi "infinitamente superiori a tutti gli altri" e il massimo della gloria spettava alle pubblicazioni di Humboldt. L'entusiasmo che provava nei suoi confronti era tale da renderlo felice quando una cognata sposò un tedesco, il medico e botanico Frederick Wislizenus; tutto ciò per il semplice motivo che Wislizenus era stato citato nell'ultima edizione dell'opera di Humboldt Quadri della natura — le sue qualità di marito erano verosimilmente assai meno interessanti.

Marsh leggeva e parlava venti lingue tra cui tedesco, spagnolo e islandese. Imparava le lingue con la stessa facilità con cui altri leggerebbero un libro. "Un danese o tedesco che si metta a studiarlo può imparare l'olandese in un mese", affermava. La sua lingua preferita era il tedesco e amava infiorettare le lettere con parole tedesche, usando per esempio "Blätter" invece di "giornali" o "Klapperschlangen" invece di "serpenti a sonagli". Se capitava che un amico lottasse disperatamente per riuscire a vedere un'eclissi solare in Perù a causa delle nuvole che vi stazionano permanentemente, Marsh ricordava "quello che diceva Humboldt a proposito del unastronomischer Himmel Perus" – il cielo non-astronomico del Perù.

Humboldt è stato "il più grande sacerdote della natura", diceva Marsh, perché aveva interpretato il mondo come interazione tra uomo e natura – una connessione che sarebbe stata alla base del suo stesso lavoro, dato che stava raccogliendo materiali per un libro con cui intendeva spiegare come il genere umano stesse distruggendo l'ambiente.

Marsh era un autodidatta assetato di conoscenza.

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Pagina 340

Marsh si ritagliava a fatica un po' di tempo per lavorare ai suoi progetti nelle prime ore del mattino. Riprese brevemente in mano Man and Nature nella primavera del 1862 e poi di nuovo durante l'inverno, quando trascorsero qualche settimana in Riviera vicino a Genova. Poi, nella primavera del 1863, la coppia si trasferì nel piccolo paese di Piobesi, venti chilometri a sud-ovest di Torino, con il manoscritto di Man and Nature, completato a metà, nei bauli di Marsh. Qui, in una vecchia villa fatiscente con una torre del decimo secolo che guardava sulle Alpi, Marsh trovò finalmente il tempo necessario per portare a termine il libro.

Il suo studio dava su una grande terrazza soleggiata adiacente alla torre, dalla quale vedeva migliaia di rondini intente a costruire nidi nelle vecchie mura. La stanza era piena di scatole e di così tanti manoscritti, lettere e libri che a volte se ne sentiva sopraffatto. Aveva raccolto dati per anni, c'erano tanti inserimenti e collegamenti da fare e tanti esempi da valutare. Mentre lui scriveva, Caroline leggeva e preparava i testi per la stampa, confessando a volte di sentirsi "stremata". Marsh se ne disperava, al punto che lei temette che avrebbe commesso un "libricidio". Scriveva con furia, sentendo che l'umanità doveva cambiare alla svelta se si voleva proteggere la terra dalla devastazione dell'aratro e dell'accetta. "Lo faccio per farmi uscire dal cervello i fantasmi che da lungo tempo lo abitano", scrisse al direttore della North American Review.

Quando l'estate subentrò alla primavera, il caldo diventò insopportabile e le mosche non davano tregua – posandosi persino sulle palpebre e sulla punta della penna. All'inizio di luglio del 1863 Marsh finì l'ultima revisione e spedì il manoscritto all'editore in America. Voleva intitolare il libro "Man the Disturber of Nature's Harmonies" (L'uomo, disturbatore delle armonie della natura) – ma l'editore lo dissuase, sostenendo che avrebbe danneggiato le vendite. Concordarono su Man and Nature e il libro uscì dopo un anno, nel luglio 1864.


Man and Nature era la sintesi di ciò che Marsh aveva letto e osservato nei decenni precedenti. "Ruberò, e anche parecchio", aveva scherzato con l'amico Baird dando inizio al lavoro, "ma un po' di cose le so anch'io". Per raccogliere informazioni ed esempi, Marsh aveva razziato biblioteche di tantissimi paesi in cerca di manoscritti e pubblicazioni. Aveva letto i testi classici per trovare le prime descrizioni di paesaggi e colture nell'antica Grecia e a Roma. A tutto questo aveva aggiunto le proprie osservazioni derivate dai viaggi in Turchia, Egitto, Medio Oriente, Italia e nel resto d'Europa e aveva incluso rapporti di forestali tedeschi, citazioni da giornali dell'epoca, dati raccolti da ingegneri, estratti da saggi francesi e persino aneddoti di quando era bambino – oltre, naturalmente, alle informazioni tratte dai libri di Humboldt.

A Marsh Humboldt aveva insegnato a mettere in relazione uomo e ambiente. E in Man and Nature Marsh snocciolava uno dopo l'altro esempi di come gli uomini avessero interferito con i ritmi della natura: quando una modista parigina inventò i cappelli di seta, per esempio, quelli di pelliccia passarono di moda – e ciò ebbe un forte impatto sull'ormai decimata popolazione di castori in Canada, che cominciò a recuperare. In maniera analoga i coltivatori, che avevano fatto stragi di uccelli per proteggere i propri raccolti, dovettero poi combattere contro sciami di insetti che in precedenza erano stati preda degli uccelli. Durante le guerre napoleoniche in molte regioni d'Europa riapparvero i lupi perché i loro abituali cacciatori erano occupati sul campo di battaglia. Persino i minuscoli organismi che si trovano nell'acqua, diceva Marsh, sono essenziali nell'equilibrio della natura: una pulizia troppo scrupolosa dell'acquedotto di Boston li aveva eliminati e l'acqua era diventata torbida. "Legami invisibili collegano in un unico insieme la natura", scriveva.

Da troppo tempo l'uomo si era dimenticato che la terra non gli era stata donata perché lui la "consumasse". Il prodotto della terra era stato dissipato: gli animali selvaggi uccisi per il loro pellame, gli struzzi per le penne, gli elefanti per le zanne e le balene per l'olio. L'uomo era responsabile dell'estinzione di animali e piante", scriveva in Man and Nature, mentre l'uso sfrenato di acqua non era che un altro esempio di scellerata avidità. L'irrigazione, diceva, impoverisce i grandi fiumi e fa diventare i terreni salini e improduttivi.

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Pagina 347

CAPITOLO VENTIDUESIMO
Arte, ecologia e natura
Ernst Haeckel e Humboldt



Il giorno in cui seppe della morte di Alexander von Humboldt, il venticinquenne zoologo tedesco Ernst Haeckel si sentì affranto dal dolore. "Due anime, ahimè, vivono nel mio petto", scrisse alla fidanzata, Anna Sethe, ricorrendo a una famosa figura retorica tratta dal Faust di Goethe per spiegare i suoi sentimenti. Mentre Faust era lacerato tra il suo amore per il mondo terreno e il desiderio di librarsi verso più alti regni, Haeckel era lacerato tra arte e scienza, tra percepire la natura con il cuore o indagare il mondo naturale in qualità di zoologo. A innescare questa crisi era stata la notizia della morte di Humboldt — l'autore dei libri che fin da bambino avevano ispirato il suo amore per la natura, la scienza, le esplorazioni e la pittura.

Haeckel si trovava a Napoli, dove sperava di fare certe scoperte zoologiche che dessero il via alla sua carriera accademica in Germania. Ma fino ad allora l'aspetto scientifico del suo viaggio si era rivelato un totale fallimento. Era venuto per studiare l'anatomia dei ricci, dei cetrioli di mare e delle stelle marine, ma era risultato impossibile trovare nel Golfo di Napoli quantitativi sufficienti di esemplari vivi. Sicché, invece di un ricco raccolto marino, era stato il paesaggio italiano a offrirgli quelle che chiamava "tentazioni allettanti". Come si era potuto pensare che lui fosse uno scienziato impegnato in una disciplina che sentiva limitata in maniera quasi claustrofobica, quando fuori la natura esponeva le sue merci allettanti come in un bazar orientale? Era così orribile, scrisse Haeckel a Anna, che gli pareva di sentire "la risata di scherno di Mefistofele".

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Pagina 355

Mentre lavorava a Die Radiolaren, aveva letto un libro che ancora una volta avrebbe cambiato la sua vita: Origin of Species di Darwin. Rimase impressionato dalla teoria di Darwin sull'evoluzione — era "un libro assolutamente folle", avrebbe raccontato più tardi. In una volta sola, Origin of Species gli dava le risposte che cercava su come gli organismi si erano sviluppati. Il libro di Darwin apriva un mondo nuovo, diceva Haeckel. Dava una soluzione "a tutti i problemi, per quanto spinosi", scrisse in una lunga lettera a Darwin piena di ammirazione. Con il suo lavoro, Darwin sostituiva la credenza nella creazione divina degli animali, delle piante e degli essere umani con il concetto che essi erano il prodotto di processi naturali — un'idea rivoluzionaria che scuoteva la dottrina religiosa fino al suo nucleo più profondo.

Origin of Species sollevò un'ondata generale di protesta nel mondo scientifico. In molti accusarono Darwin di eresia. Portata alle estreme conclusioni, la teoria di Darwin significava che l'uomo apparteneva allo stesso albero della vita di tutti gli altri organismi. Pochi mesi dopo la pubblicazione, in Inghilterra si arrivò a una grande resa dei conti pubblica, a Oxford, tra il vescovo Samuel Wilberforce e l'acceso sostenitore di Darwin, Thomas Huxley , biologo e futuro presidente della Royal Society. A un convegno della British Association for the Advancement of Science, Wilberforce aveva provocatoriamente chiesto a Huxley se non fosse per caso parente di una scimmia da parte della nonna o del nonno e Huxley aveva risposto che preferiva essere disceso da una scimmia piuttosto che da un vescovo. I dibattiti erano polemici, eccitanti e radicali.

Quando Haeckel lo lesse, Origin of Species cadde su di un terreno fertile, perché fin dall'infanzia era stato influenzato dal concetto di natura di Humboldt e Cosmos già conteneva "modi di pensare pre-darwiniani". Nei decenni successivi Haeckel sarebbe diventato il più acceso sostenitore di Darwin in Germania. Anna lo chiamava "il suo Darwin tedesco", mentre Hermann Allmers canzonava allegramente Haeckel per la sua "vita piena di amore e di darwinismo".

Poi arrivò la tragedia. Il 16 febbraio 1864, il giorno del trentesimo compleanno di Haeckel, nel quale ricevette un prestigioso premio scientifico per il suo libro sui radiolari, Anna morì dopo una breve malattia — forse un'appendicite. Erano sposati da meno di due anni. Haeckel cadde in una depressione profonda. "Dentro sono morto", disse a Allmers, schiacciato da un "dolore atroce". Dichiarava che la morte di Anna aveva distrutto ogni prospettiva di felicità e, per sopravvivere, si buttò nel lavoro. "Intendo dedicare tutta la mia vita" alla teoria dell'evoluzione, scrisse a Darwin.

Viveva come un eremita, gli disse, e l'unica cosa di cui si occupava era l'evoluzione. Era pronto a sfidare l'intero mondo scientifico, perché la morte di Anna lo aveva reso "immune al plauso e al biasimo". Per dimenticare le sue pene, per un anno intero lavorò diciotto ore al giorno per sette giorni alla settimana.

Dalla sua disperazione nacquero i due volumi di Generelle Morphologie der Organismen, pubblicati nel 1866 — 1.000 pagine su evoluzione e morfologia degli organismi, compreso lo studio della loro struttura e forma. Darwin descriveva il libro come "il più grandioso panegirico" che mai si fosse fatto di Origin of Species. Era un libro arrabbiato, nel quale Haeckel attaccava quanti si rifiutavano di accettare la teoria evoluzionista di Darwin e snocciolava un fuoco di fila di insulti: i critici di Darwin scrivevano libri grossi ma "vuoti", erano "in un dormiveglia scientifico" e vivevano una "vita piena di sogni ma povera di pensieri". Persino Thomas Huxley — che pure si definiva "il cane da guardia" di Darwin — pensava che Haeckel dovesse abbassare un po' i toni, se voleva vedersi pubblicare un'edizione inglese. Ma lui non si smuoveva.

Una riforma radicale delle scienze non si poteva fare con le buone maniere, diceva Haeckel a Huxley, bisognava sporcarsi le mani e usare i "forconi". Aveva scritto Generelle Morphologie in un momento di profonda crisi personale, come spiegava a Darwin, la sua amarezza riguardo al mondo e alla propria vita si insinuava in ogni frase. Da quando Anna era morta, non gli importava più nulla della sua reputazione: i miei tanti nemici "possono attaccare il mio lavoro con tutta la forza che hanno e quanto gli pare". Potevano stroncarlo quanto volevano, non gliene poteva importare di meno.

Generelle Morphologie non era soltanto un appello a favore della nuova teoria dell'evoluzione, era anche il libro in cui Haeckel per la prima volta dava un nome alla disciplina propria di Humboldt: Oecologie, o "ecologia", prendendo il termine greco che significa casa — oikos — per applicarlo al mondo naturale. Tutti gli organismi della terra erano legati tra loro come una famiglia che condivide la stessa casa, e al pari dei membri di una famiglia, potevano essere tra loro in conflitto o aiutarsi a vicenda. Natura organica e natura inorganica formano un "sistema di forze attive", scriveva in Generelle Morphologie, usando esattamente le stesse parole di Humboldt. Haeckel riprendeva l'idea humboldtiana della natura come un insieme unico fatto di interrelazioni complesse e gli dava un nome: ecologia, la "scienza delle relazioni di un organismo con l'ambiente che lo circonda".

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Pagina 367

CAPITOLO VENTITREESIMO
Tutela e natura
John Muir e Humboldt



Humboldt aveva sempre camminato, dalle escursioni nelle foreste di Tegel quando era ragazzo alla spedizione attraverso le Ande. E, ormai sessantenne, il suo vigore aveva stupito i suoi compagni di viaggio in Russia, dove poteva camminare e arrampicarsi per ore. I viaggi a piedi, diceva, gli insegnavano la poesia della natura. Mentre l'attraversava, la sentiva.

Verso la fine dell'estate del 1867, otto anni dopo la morte di Humboldt, John Muir, allora ventinovenne, si fece la borsa e lasciò Indianapolis, dove aveva lavorato negli ultimi quindici mesi, alla volta del Sud America. Viaggiava leggero: un paio di libri, sapone e asciugamano, una pressa per piante, qualche matita e un taccuino. Aveva soltanto gli abiti che indossava e un po' di biancheria di ricambio. Era vestito semplicemente, ma in maniera accurata. Alto e snello, Muir era un bell'uomo, con capelli ondulati di un biondo ramato e limpidi occhi azzurri che perlustravano costantemente ciò che aveva intorno. "Come mi piacerebbe essere come Humboldt!", diceva, morendo dalla voglia di vedere le "Ande incappucciate di neve e i fiori dell'Equatore".

Dopo essersi lasciata alle spalle la città di Indianapolis, Muir si sedette a riposare sotto un albero e dispiegò la mappa tascabile per pianificare l'itinerario da seguire fino alla Florida, dove avrebbe cercato un passaggio per il Sud America. Tirò fuori il taccuino ancora vuoto e scrisse sulla prima pagina: "John Muir, Pianeta Terra, Universo" – rivendicando il suo spazio nel cosmo di Humboldt.

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Pagina 378

Muir scriveva del "respiro della Natura" e delle "pulsazioni del grande cuore della natura". Insisteva a dire di essere "parte della Natura incontaminata". A volte diventava fino a tal punto tutt'uno con la natura da indurre il lettore a chiedersi a cosa si riferisse: "Quattro giornate di aprile senza una nuvola con ogni poro e interstizio pieno di una forte, smodata luce solare": pori e interstizi di Muir o del paesaggio?

Quella che per Humboldt era stata una reazione emotiva divenne a sua volta per Muir dialogo spirituale. Laddove Humboldt aveva scorto una forza creativa interna, Muir scorgeva una mano divina. Nella natura Muir scopriva Dio — ma non il Dio che riecheggiava dai pulpiti delle chiese. La Sierra Nevada era il suo "tempio montano", nel quale le rocce, le piante e il cielo erano le parole di Dio e potevano essere lette come fossero un manoscritto divino. Il mondo naturale apriva "mille finestre per mostrarci Dio", aveva scritto Muir durante la prima settimana trascorsa nella Yosemite Valley, e ogni fiore era come uno specchio che rifletteva la mano del Creatore. Muir avrebbe pregato la natura come un "apostolo", diceva.

Muir non conversava soltanto con la natura e con Dio; conversava anche con Humboldt. Aveva le sue copie di Personal Narrative, Quadri della natura e di Cosmos, tutte pesantemente segnate da centinaia di annotazioni a matita. Leggeva con grande interesse delle tribù indigene che Humboldt aveva incontrato in Sud America e che consideravano sacra la natura. Lo affascinavano le descrizioni di certe tribù che punivano severamente "la violazione di questi monumenti della natura" e di quelle che "non avevano altro culto se non la venerazione delle forze della natura". Il loro dio era nella foresta, proprio come quello di Muir. Quando Humboldt scriveva dei "sacri santuari della natura", Muir convertiva quelle parole in "il sanctum sanctorum delle Sierre".

L'ossessione era tale da spingere Muir a evidenziare persino nelle sue copie dei libri di Darwin e di Thoreau le pagine che contenevano riferimenti a Humboldt. Lo colpivano in particolare – come avevano colpito George Perkins Marsh – i suoi commenti sulla deforestazione e sulla funzione ecologica delle foreste.

Osservando il mondo che lo circondava Muir si rendeva conto che qualcosa bisognava fare. Il paese stava cambiando. Ogni anno gli americani pretendevano altri 6 milioni di ettari di terreno da dedicare a coltivazioni. Con l'avvento di mietitrici, legatrici e mietitrebbia azionate da motori a vapore, che tagliavano, trebbiavano e pulivano meccanicamente i cereali, l'agricoltura era ormai industrializzata. Il mondo sembrava girare sempre più vorticosamente. Nel 1861, con il primo cavo telegrafico transcontinentale che connetteva l'insieme degli Stati Uniti dalla costa Atlantica a est alla costa del Pacifico a ovest, le comunicazioni erano diventate pressoché istantanee. Nel 1869, l'anno in cui Muir trascorse la sua prima estate a Yosemite e in cui il mondo celebrò il centenario della nascita di Humboldt, nel Nord America la prima ferrovia transcontinentale raggiunse la costa occidentale. L'esplosione dei collegamenti ferroviari nei decenni precedenti aveva trasformato l'America e nei primi cinque anni trascorsi da Muir in California furono costruite altri 55.000 chilometri di binari – nel 1890 più di 260.000 chilometri di binari si snodavano attraverso gli Stati Uniti. Le distanze sembravano accorciarsi e di pari passo si restringevano le aree rimaste incontaminate. Nel West americano non c'erano più terre da conquistare e esplorare. Gli anni 1890 furono il primo decennio senza più una frontiera. "La difficile lotta per domare la natura selvaggia è terminata", avrebbe dichiarato nel 1903 lo storico americano Frederick Jackson Turner.

La ferrovia non solo consentiva di raggiungere velocemente i posti più remoti, ma indusse anche una "standardizzazione" degli orari, che avrebbe portato a suddividere l'America in quattro fusi orari. Ora legale e orologi sostituirono il sole e la luna come strumento di misura del tempo e scansione della nostra vita. Sembrava che l'uomo avesse messo sotto controllo la natura; e gli americani erano all'avanguardia. Avevano terre da coltivare, acque da imbrigliare e legna da bruciare. Tutto il paese costruiva, arava, si muoveva freneticamente e lavorava. Con la rapida diffusione delle ferrovie, si potevano trasportare facilmente merci e cereali attraverso l'immenso continente. Alla fine del diciannovesimo secolo gli Stati Uniti erano il primo paese manifatturiero del mondo e, mentre i coltivatori si spostavano nelle città e nei centri urbani, la natura diventava sempre più estranea alla vita quotidiana.

Nei dieci anni successivi alla prima estate trascorsa a Yosemite, Muir si dedicò alla scrittura per "stimolare l'uomo a guardare alla natura con amore". Mentre scriveva i suoi primi articoli, studiava i libri di Humboldt, ma anche Man and Nature di Marsh e The Maine Woods e Walden di Thoreau. Nella sua copia di The Maine Woods sottolineò l'appello di Thoreau alla istituzione di "riserve nazionali" e cominciò a riflettere sulla tutela delle aree selvagge. Attorno alle idee di Humboldt il cerchio si era chiuso: non solo Humboldt aveva influenzato alcuni dei massimi pensatori, scienziati e artisti, ma essi si erano a loro volta reciprocamente ispirati. Insieme, Humboldt, Marsh e Thoreau fornirono l'impianto intellettuale attraverso cui Muir vedeva il mondo in rapido mutamento che lo circondava.


Muir lottò per la tutela della natura per tutto il resto della sua vita.

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Nell'ottobre del 189o, solo poche settimane dopo l'uscita degli articoli di Muir su Century, quasi 800.000 ettari di terreno furono messi al sicuro come Yosemite National Park — sotto il controllo federale degli Stati Uniti e non della California. Ma al centro della mappa del nuovo parco appariva, come un immenso spazio vuoto, la Yosemite Valley, rimasta sotto la negligente gestione della California.

Era un primo passo, ma c'era ancora molto da fare. Muir era convinto che soltanto "lo zio Sam" — il governo federale — avesse il potere di proteggere la natura dagli "stolti" che abbattevano gli alberi. Non bastava destinare certe aree a parco o riserve boschive, bisognava anche monitorare e rafforzare la loro tutela. Fu per questi motivi che Muir due anni dopo, nel 1892, fondò insieme ad altri il Sierra Club. Concepito come "associazione di salvaguardia" della natura selvaggia, oggi il Sierra Club è la più grande organizzazione ambientalista di base d'America. Muir sperava che ciò "servisse a qualcosa per la natura incontaminata e rendesse felici le montagne".

[...]

Se Humboldt aveva capito i rischi cui andava incontro la natura e Marsh aveva raccolto le prove di questa minaccia in un'unica convincente argomentazione, fu Muir a far radicare le preoccupazioni per l'ambiente in una più ampia arena politica e nell'opinione pubblica. C'erano differenze tra Marsh e Muir, tra salvaguardia e protezione. Quando Marsh aveva fatto la sua battaglia contro la distruzione delle foreste, si era proposto come sostenitore della salvaguardia, dato che argomentava essenzialmente a favore della tutela delle risorse naturali. Voleva che l'uso degli alberi o dell'acqua venisse regolamentato in modo da raggiungere un equilibrio sostenibile.

Muir, al contrario, interpretava in modo diverso le idee di Humboldt. Propugnava la protezione, con ciò intendendo la protezione della natura dall'impatto dell'uomo. Voleva mantenere foreste, fiumi e montagne nelle condizioni originarie e perseguiva questo obiettivo con ferrea tenacia. "Non ho alcun piano, sistema o stratagemma per salvarle le foreste", diceva, "voglio semplicemente seguitare a picchiare duro e martellare più che posso." Galvanizzava i suoi seguaci e l'opinione pubblica. A mano a mano che decine di migliaia di americani leggevano i suoi articoli e i suoi libri diventavano dei bestseller, la sua voce risuonava distintamente attraverso l'intero continente nordamericano. Era diventato il più accanito paladino della natura incontaminata in America.

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EPILOGO



Alexander von Humboldt è stato ampiamente dimenticato nel mondo di lingua inglese. Fu uno degli ultimi intellettuali eclettici e morì in un'epoca in cui le discipline scientifiche si andavano consolidando in campi strettamente delimitati e più specialistici. Conseguentemente, il suo approccio più olistico — un metodo scientifico che, accanto a dati concreti, includeva arte, storia, poesia e politica — non godeva più di grandi simpatie. All'inizio del ventesimo secolo, c'era poco spazio per un uomo le cui conoscenze avevano spaziato tra un'ampia gamma di materie. A mano a mano che s'inoltravano nelle loro strette sfere di competenza, dividendosi e suddividendosi, gli scienziati perdevano i metodi interdisciplinari di Humboldt e la sua concezione della natura come forza globale.

Uno dei più grandi meriti di Humboldt era stato quello di rendere la scienza popolare e accessibile a tutti. Tutti impararono qualcosa da lui: coltivatori e artigiani, alunni e insegnanti, artisti e musicisti, scienziati e politici. Nel mondo occidentale non c'era libro di testo o atlante in mano ai bambini che non fosse stato influenzato dalle idee di Humboldt — dichiarò un oratore a Boston nel 1869 durante le celebrazioni del centenario della sua nascita. Diversamente da Cristoforo Colombo o Isaac Newton, Humboldt non scoprì un continente né nuove leggi della fisica. Non era famoso per un fatto o una scoperta specifica, ma per la sua visione del mondo. La sua concezione della natura è penetrata come per osmosi nelle nostre coscienze. È come se le sue idee avessero assunto una tale visibilità da rendere invisibile l'uomo che vi stava dietro.

Un'altra ragione per cui Humboldt è scomparso dalla nostra memoria collettiva — almeno in Gran Bretagna e negli Stati Uniti — è il sentimento anti-tedesco che si sviluppò con la Prima guerra mondiale. Non sorprende che uno scienziato tedesco non fosse più popolare in un paese come la Gran Bretagna in cui persino la famiglia reale dovette cambiare il suo cognome dal suono troppo tedesco, "Sachsen-Coburg und Gotha", in "Windsor" e in cui la musica di Beethoven e di Bach non si suonava più. In maniera analoga, negli Stati Uniti, quando il Congresso votò l'entrata in guerra nel 1917, gli americani di origine tedesca cominciarono d'un colpo a essere linciati e vessati. A Cleveland, dove cinquant'anni prima migliaia di persone erano sfilate nelle strade per la celebrazione del centenario della nascita di Humboldt, i libri tedeschi vennero bruciati in un pubblico falò. A Cincinnati tutti i libri tedeschi vennero rimossi dagli scaffali della biblioteca pubblica e "Humboldt Street" fu ribattezzata "Taft Street". Entrambe le guerre mondiali del ventesimo secolo proiettarono lunghe ombre e né la Gran Bretagna né l'America erano più luoghi adatti a onorare una grande mente tedesca.


Ma perché dovremmo occuparcene? Negli ultimi anni, tante persone mi hanno chiesto perché m'interessavo di Alexander von Humboldt. A questa domanda si potrebbe rispondere in tanti modi, perché tanti sono i motivi per cui Humboldt resta un personaggio importante e affascinante: non solo la sua vita è stata pittoresca e piena di avventure, ma la sua storia spiega perché noi vediamo la natura nella maniera in cui oggi la vediamo. In un mondo in cui si tende a tracciare una linea netta tra le scienze e l'arte, tra ciò che è soggettivo e ciò che è oggettivo, l'intuizione di Humboldt che si possa veramente capire la natura soltanto usando l'immaginazione fa di lui una mente lungimirante.

I discepoli di Humboldt, e poi a loro volta i loro discepoli, hanno portato avanti il suo lascito – senza strepito, con acume e talvolta senza volere. Ambientalisti, ecologisti e quanti scrivono sulla natura oggi restano saldamente legati alla visione di Humboldt – benché molti non ne abbiano mai sentito neanche parlare. Non importa: Humboldt è il loro padre fondatore.

Ora che gli scienziati cercano di capire e fare previsioni sulle conseguenze globali del cambiamento climatico, l'approccio interdisciplinare di Humboldt alla scienza e alla natura acquista più rilevanza che mai. I principi in cui credeva, come il libero scambio di informazioni, la necessità di unire gli scienziati e intensificare la comunicazione tra le diverse discipline, oggi sono i capisaldi della scienza e il suo concetto di natura come sistema globale è alla base del nostro pensiero.

Uno sguardo all'ultimo rapporto del Panel intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (IPCC) del 2014 mostra proprio quanto abbiamo bisogno di una prospettiva humboldtiana. Il rapporto, prodotto da oltre 800 scienziati ed esperti, afferma che il riscaldamento globale avrà "conseguenze gravi, pervasive e irreversibili per la popolazione e gli ecosistemi". Le intuizioni di Humboldt sulla stretta connessione tra le questioni sociali, economiche e politiche e i problemi ambientali rimangono sorprendentemente attuali. Come diceva il coltivatore e poeta americano Wendell Berry: "Di fatto non c'è distinzione tra il destino della terra e il destino delle persone. Quando uno viene sottoposto a violenze, l'altro ne soffre". O ancora, come afferma l'attivista canadese Naomi Klein in This Changes Everything (2014), il sistema economico e l'ambiente sono in guerra. Proprio come Humboldt si era reso conto che le colonie fondate su schiavitù, monocoltura e sfruttamento creavano un sistema fatto di ingiustizia e disastrosa devastazione ambientale, così anche noi dobbiamo capire che forze economiche e cambiamento climatico sono parte dello stesso sistema.

Humboldt parlava di "danno prodotto dal genere umano... che disturba l'ordine naturale della natura". Nella sua vita ci furono momenti in cui era così pessimista da raffigurare il fosco futuro dell'espansione finale del genere umano nello spazio, quando gli uomini avrebbero sparso in altri pianeti la loro letale miscela di vizio, avidità, violenza e ignoranza. La specie umana sarebbe capace di rendere "desolate" e di "devastare" anche quelle stelle lontane, scriveva Humboldt nel lontano 1801, così come già stava facendo con la terra.

È come se avessimo chiuso il cerchio. Forse ora è il momento, per noi e per il movimento ambientalista, di rivendicare Alexander von Humboldt come il nostro eroe.

Goethe paragonò Humboldt a una "fontana con tante cannelle da cui fluiscono all'infinito rivoli rinfrescanti e noi non dobbiamo fare altro che mettervi sotto i nostri recipienti".

Credo che quella fontana non si sia mai prosciugata.

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