Autore Domenico De Masi
Titolo Tag
SottotitoloLe parole del tempo
EdizioneRizzoli, Milano, 2015, Saggi , pag. 768, cop.rig.sov., dim. 14x22x3.5 cm , Isbn 978-88-17-07899-3
LettoreGiorgio Crepe, 2015
Classe sociologia , lavoro , aforismi












 

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Indice

Introduzione                                                      9

A   Aforisma                                                     15

    Anagrafe dell'aforisma 15,
    Storia dell'aforisma 21,
    Dalle corti ai salotti 28,
    Identikit dell'aforista 31,
    Fisiologia dell'aforisma 39,
    Fenomenologia dell'aforisma 46,
    Psicanalisi dell'aforisma 50,
    Quattro aforisti 54

B   Bellezza                                                     65

    Dall'armonia allo stupore 65,
    Il trionfo dell'estetismo 66,
    Pochi per pochi 66,
    Molti per molti 68,
    Generare bellezza 69,
    I nipoti di John Adams 73,
    L'estetica come parametro universale 73,
    Patchwork vitalista 75,
    L'arte come sistema 76,
    La vita bella 77,
    La bellezza non basta 79

C   Creatività                                                   80

    Sfide, rimedi, placebo 81,
    Creatività divina, creatività laica 82,
    Creatività festiva, creatività feriale 83,
    Creatività scientifica, creatività umanistica 85,
    Un castello assediato 86,
    Fantasia e concretezza 87,
    Sfide e risposte 88,
    Nuove sfide in attesa di risposte 90,
    Creatività al primo posto 90,
    Un approccio sociologico 92,
    Primogenitura europea 93,
    Anatomia dei gruppi creativi 94,
    Fisiologia dei gruppi creativi 95,
    Gli ostacoli alla creatività 97,
    La creatività non ha costanti 97,
    Lavoro e non-lavoro 98,
    Il progresso come minaccia e come opportunità 100,
    Dall'alienazione delle formiche alla civiltà delle cicale 102,
    Un nome fuorviante 104,
    Ozio creativo 105,
    Contro il masochismo 106,
    Ozio e otium 108,
    Ozio e tempo 109,
    Dove nasce la civiltà 112

D   Disorientamento                                             115

    Un salto storico 115,
    Disorientamento e crisi 116,
    Paure 117,
    Disorientamento politico 117,
    Disorientamento economico 119,
    Disorientamento sessuale 123,
    Disorientamento familiare 124,
    Disorientamento religioso 126,
    Disorientamento culturale 129,
    Tempo e spazio 130,
    Eleganza della mente 133,
    Tuttavia il migliore dei mondi esistiti 134

E   Ecosistema                                                  137

    «Edge effect» 137,
    Sociosistema 138,
    Tre motivi di speranza 150,
    L'isola della felicità 157

F   Faust                                                       159

    Frankenstein 159,
    Taylor & Ford 181,
    Faust 186

G   Genio                                                       203

    Geni paralleli 204,
    Adriano Olivetti 205,
    Oscar Niemeyer 212

H   Hobby                                                       227

    Gioco 227,
    Hobby 245

I   Interpretazione                                             255

    Tutti Bouvard, tutti Pécuchet 255,
    Un flusso urbano 258,
    Media-business 259,
    L'astuzia della ragione 260,
    Delirio e pessimismo 261,
    Uniqueness 262,
    I signori del mondo 265,
    Postmodernità e populismo 267,
    Pensiero debole per abitare il paradosso 269,
    Complessità ed evaporazione dei confini 271,
    La rivincita dei fatti 273,
    Overdose e dieta mediatica 276

J   Jobless                                                     279

    Un mercato in progressivo squilibrio 279,
    Lungo viaggio verso la liberazione 288,
    Terzo millennio 304,
    In sintesi 311

K   Kelvin                                                      313

    Dal pressappoco alla precisione 313,
    Il lavoro riabilitato 320,
    La precisione precisa 327,
    La rivincita del pressappoco 332,
    Metodo e sregolatezza 334,
    Scienza e tempo di non-lavoro 336,
    Sisifo liberato 337

L   Lavoro                                                      339

    Il lavoro nella società industriale 339,
    Il lavoro nella società postindustriale 351

M   Media                                                       381

    La lezione di Tocqueville 381,
    Il dispotismo nella fabbrica industriale 384,
    Il dispotismo nella società industriale 386,
    L'aristocrazia industriale è innocua? 389,
    Il dispotismo nella società di massa 390,
    Imprenditore e comunicatore 393,
    Conflitto di interesse 395,
    Berlusconismo 399,
    Un posto nella storia 400,
    La politica marketing oriented 402,
    Tre tappe verso il dispotismo 404,
    Mercificazione 405,
    I media sono soldi e potere 406,
    I tre poteri 408,
    Gli otto pilastri della pedagogia dispotica 409,
    La dolcezza del dispotismo postindustriale 412,
    Quanto dura il berlusconismo? 416

N   Napoli                                                      419

    La storia 419,
    La miseria 421,
    Emarginazione pianificata 422,
    Colera e lotte urbane 423,
    Mitologia della pizza 424,
    Antropologia dell'interclassismo 426,
    Il paese del sole 427,
    Il paese del mare 429,
    Persone antiche 430,
    Dalla rivoluzione alla collusione 431,
    Città postmoderna 434,
    Nemico interno 435,
    Infantilismo perpetuo 437

O   Ozio                                                        443

    Oziosi e laboriosi 445,
    Il lavoro come dovere e come nevrosi 447,
    Sette astuzie del sadomasochismo laborioso 448,
    Quattro capi d'imputazione contro un imputato innocente 451,
    L'ozio elevato ad arte 453,
    Muscoli e cervello 456,
    Rigenerare la mente 457,
    Indolenza orientale 458,
    Geografia occidentale 460,
    Lavorare due ore al giorno? 462,
    Il diritto all'ozio 464,
    Elogio dell'ozio 466,
    Economia dell'ozio 467,
    Alienazione che svuota, alienazione che colma 469

P   Partiti                                                     471

    Comunità e società 471,
    Il caso italiano 483,
    Un nuovo paradigma 491

Q   Quijote                                                     495

    Cervantes a Napoli 495,
    Poligrafo errabondo 497,
    Romances e romanzi 499,
    Il virus dell'evasione 502,
    Due uomini e un cavallo 505,
    Libreria e bettola, teleschermo e supermercato 506,
    Livelli di realtà 508,
    Desocupado lector 512,
    Gioia e mistero 515,
    Ozio per leggere, ozio per scrivere 517,
    Un manuale per i border line 519,
    Follia e saggezza 521

R   Roma                                                        525

    Tutto è decadenza, tutto è ricordo 525,
    Feste 528,
    Giubileo 530,
    City users 532,
    Agopuntura urbana 534,
    Rumore 535,
    Silenzio 537,
    Roma minima 539,
    Malgré la merde 541,
    Intima e spampanata 543

S   Slow                                                        545

    Slow come donazione di senso 545,
    Le radici dei movimenti Slow 553,
    Decrescita e slow come riappropriazione di senso 556

T   Telepolis                                                   567

    La città 567,
    La casa 579,
    Piazza 586,
    Telepolis 594

U   Università                                                  603

    Otto miliardi 603,
    Perché l'università deve cambiare 605,
    Genocidio culturale 611,
    I colpevoli: uno, nessuno, centomila 613,
    Formazione alla vita 615,
    Studenti digitali e docenti analogici 616,
    Le famiglie 617,
    I docenti 618,
    La formazione classica 619,
    La formazione rinascimentale 621,
    La sirena e il centauro 622

V   Vàclav                                                      627

    Privilegio, esclusione, persecuzione 627,
    Paradossi e assurdo 629,
    Rivolta, persecuzione e vittoria 630,
    Coraggio e disincanto 631,
    Il totalitarismo alienante 633,
    L'Ibm e la Skoda 635,
    Buon gusto e qualità umana 637,
    Unità produttive a misura d'uomo 638,
    Il risveglio dell'anima 639,
    Il ruolo dei creativi 641,
    L'intellettuale onnivoro 642,
    Stanchi di essere stanchi 643

W   Web                                                         645

    Ragnatela planetaria 645,
    Progresso e profitto 650,
    Due modelli organizzativi 655,
    L'impero digitale 661,
    La legge ferrea del capitalismo 668

X   Xénos                                                       677

    Straniero per sparizione 678,
    Straniero per avventura 679,
    Straniero per emigrazione 683,
    Straniero per follia 691,
    Straniero per rabbia 693,
    Straniero per erranza 696

Y   Yin e Yang                                                  709

    Due polarità 709,
    Armonia, disorientamento, conflitto 711,
    Mutazione e identità 713,
    Disorientamento e sterilità di Narciso 714,
    Globalizzazione 716,
    Omologazione 717,
    Cultural sensitivity 718,
    Excellence and Harmony 719,
    Normale ed eccentrico 721,
    Dialettica e conflitto 723,
    Le anomalie 726,
    Postmodernità 728,
    Think and act global 730,
    Yang-borghesia e Yin-proletariato 731,
    Otto riflessioni sulla diversità 734

Z   Zeta                                                        741

    Democracy Index 741,
    Zeta, è vivo 744,
    Le radici del fascismo 745,
    Le circostanze si ripresentano 748,
    Il nastro bianco 750,
    Bastone, catechismo e carota 752,
    La personalità autoritaria 755,
    La peste 758

 

 

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Pagina 9

Introduzione



                             «La vita e i sogni sono fogli dello stesso libro.
                    Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.»

                                                            ARTHUR SCHOPENAUER



Borges fa sostenere a Paracelso che il paradiso esiste, ed è questa nostra Terra, dal momento che la divinità non avrebbe potuto creare un luogo che non fosse paradiso. Esiste pure l'inferno, e non consiste in altro dall'ignorare che siamo nel paradiso. A mio avviso, anche se quello in cui ci troviamo a vivere non è il migliore dei mondi possibili, tuttavia è il migliore dei mondi esistiti finora. Mi sarebbe piaciuto vivere nell'Atene di Pericle, nella Roma di Adriano, nella Firenze di Lorenzo, nella Parigi di Voltaire. Ma nessuno mi garantisce che sarei stato proprio io al posto di questi personaggi, godendone i privilegi. E comunque, ai loro tempi la speranza di vita era assai più breve di quella attuale e, in caso di mal di denti, non c'erano analgesici per lenire il dolore.

Già da sola, questa constatazione dovrebbe bastare a ridurre il nostro sconcerto per la sorte che ci fa vivere qui e ora. Ma il mondo non è d'accordo. Se comparate la Napoli di oggi, così come ne parlo in questo libro, alla Napoli che descrisse Goethe dopo avervi soggiornato nell'inverno e nella primavera 1787 («Qui tutto è spensieratezza e buon umore (...) Napoli è un paradiso; tutti vivono in una specie di ebbrezza e di oblio di se stessi»), vi rendete conto di quanto questa città sia caduta in una spirale regressiva e autolesionista. Persino il Brasile, ultima riserva umana di sensualità cordiale, inclina ormai al pessimismo. Quando, vent'anni fa, andavo da Roma a Rio, partivo da un Paese euforico e atterravo in un Paese depresso. Dieci anni fa, tornando in Brasile, lasciavo un'Italia depressa e arrivavo in un Paese euforico. Oggi, là come qua prevale una deprimente crisi economica, vissuta come crisi totale. Ma persino in Paesi come il Lussemburgo o il Principato di Monaco, dove il Pil pro capite è sfacciatamente esorbitante, i volti ansiosi o assenti sono più di quelli sereni.

La ricchezza complessiva del pianeta cresce di tre o quattro punti l'anno; il numero degli Stati democratici ha quasi superato quello dei regimi autoritari; la vita media si è allungata ovunque e ovunque la medicina ha reso un poco più sopportabili i malanni e la vecchiaia; di anno in anno le tecnologie ci forniscono strumenti più efficaci per non dimenticare, non isolarci, non perderci, non ignorare, non annoiarci, non trascurarci. Eppure cresce l'inquietudine.

In un mio libro precedente — Mappa Mundi. Modelli di vita per una società senza orientamento — individuavo la radice sociologica di questa depressione universale nel disorientamento generato dalla crescente difficoltà di distinguere. Ci è sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è bello da ciò che è brutto, ciò che è pubblico da ciò che è privato, ciò che è di destra da ciò che è di sinistra, persino ciò che è maschio da ciò che è femmina, ciò che è vivo da ciò che è morto. L'impossibilità di distinguere ci rende difficile giudicare, educare, decidere; ci getta in uno stato di impotenza proprio mentre la scienza sollecita il nostro delirio di onnipotenza.

Se la causa del disorientamento sta nell'impossibilità di distinguere, quella dell'impossibilità di distinguere sta nella mancanza di un modello di riferimento, di un paradigma capace di fornire precisi criteri di valutazione al nostro giudizio e paletti sicuri al nostro itinerario. Da questa concatenazione di cause discende l'incapacità individuale e collettiva di progettare il futuro. E quando non siamo noi a progettare il nostro futuro, altri lo progettano per noi, aggravando la nostra sensazione d'impotenza.

Tale situazione incresciosa è del tutto inedita. La sua anomalia sta nel fatto che solo la nostra attuale società postindustriale è cresciuta su se stessa, quasi per germinazione spontanea, senza un modello pre-elaborato, senza un piano, una mappa, uno schema cui conformarsi. Tutte le società precedenti — dalla democrazia di Atene all'impero romano, dal Sacro romano impero agli Stati protestanti, dalle società industrializzate agli Stati unitari, dagli Stati Uniti all'Unione Sovietica — sono sorte in base a un modello pre-esistente, religioso o laico che fosse. Stessa cosa si può dire per gli Stati indiani, cinesi, giapponesi, musulmani che si sono succeduti nei secoli.

Pungolato dalle mie ipotesi, ho cercato di ricostruire e comparare una quindicina di questi modelli per appurare quanto ci fosse da conservare o da scartare in vista dell'elaborazione di un modello nuovo, capace di dare un senso alla nostra società postindustriale. Mappa Mundi è un diario di bordo, un rendiconto di questo mio periplo intorno ai grandi tentativi con cui l'umanità ha provato a ridurre l'angoscia dell'incertezza orientando i comportamenti sociali su percorsi tracciati in nome di Dio o del popolo, avendo in ogni caso come meta la conquista della felicità.

Nel ricostruire tali percorsi, tuttavia, nell'individuare uno a uno i guard rail in cui l'uomo ha imbrigliato il proprio cammino, è cresciuto in me il bisogno di chiarire alcuni concetti nodali che maggiormente resistono alla semplificazione e che ci inducono a rifugiarci astutamente nella tana protettiva della complessità, intesa come categoria tautologica che tutto spiega e giustifica. È su tali nodi che si concentra questo libro, che non li affronta operando una graduatoria ma ponendoli in sequenza in base al più ovvio dei criteri: l'ordine alfabetico. Il lettore potrà seguirlo, o potrà scegliere di volta in volta la parola e il concetto da esplorare in base al desiderio del momento.

Alcuni dei concetti confluiti in questo libro mi accompagnano da anni e sono già stati abbozzati o esaminati in altri miei saggi: se dunque di tanto in tanto rimando a qualche mio lavoro precedente non lo faccio certo per autocompiacimento, ma per pura esigenza di completezza. Ho inoltre cercato di esporre il mio pensiero nel modo più semplice possibile, inglobando nel testo tutte le informazioni indispensabili per agevolare la comprensione (ed eliminando, quindi, note a piè di pagina e bibliografia complessiva).

Il risultato non è un trattato di sociologia, un'anatomia e una fisiologia sistematiche della nostra società, impossibili data la natura frammentaria e schizofrenica della società stessa, ma un patchwork di questioni cruciali che cerca di ricalcare il patchwork della realtà, scovandone i nessi. Alcune di queste questioni (Ecosistema, Faust) riguardano il pianeta e la tecnologia, cioè l'hardware della nostra esistenza. Altre (Jobless, Lavoro, Ozio, Hobby) riguardano le nostre modalità di esprimerci attraverso la pratica. Altre (Aforisma, Web) riguardano le nostre modalità di comunicare, cioè il software della nostra convivenza. Altre (Interpretazione, Kelvin, Università) riguardano i nostri modi di esplorare il mondo del pressappoco, misurare l'universo della precisione e trasmetterne le conoscenze. Altre (Napoli, Roma, Telepolis) riguardano alcuni modi di organizzare la città dell'uomo. Altre (Bellezza, Creatività, Genio) riguardano i fattori che più si incaricano della nostra felicità. Altre (Media, Partiti, Václav, Yin e Yang, Zeta) riguardano la dialettica del potere. Altre (Disorientamento, Slow, Quijote, Xénos) riguardano alcuni approcci alla fatica di vivere.


Il titolo del libro – Tag – intende farsi anello di congiunzione tra il libro stesso e il suo tempo, segnato dalla comunicazione informatica e dai suoi neologismi. Il termine «tag» rinvia infatti al concetto di Web 2.0 e ai cosiddetti servizi di social bookmarking, e indica, seguendo la definizione di Wikipedia, «una parola chiave o un termine associato a un'informazione, che descrive l'oggetto rendendo possibile la classificazione e la ricerca di informazioni basata su parole chiave». Qualcosa di analogo, dunque, a un microchip sottocutaneo, a un braccialetto elettronico, al codice fiscale o al numero della carta d'identità che rendono rintracciabili le persone.

Le parole chiave – 26 nel nostro caso, corrispondenti alle lettere dell'alfabeto – rendono i contenuti del libro facilmente individuabili dai motori di ricerca e, pertanto, facilmente condivisibili dal network costituito da me e dai miei lettori nell'auspicabile caso che entrassimo in contatto tra noi tutti tramite internet.

«I tag» dice ancora Wikipedia «sono generalmente scelti in base a criteri informali e personalmente dagli autori-creatori dell'oggetto dell'indicizzazione.» Dunque le 26 parole chiave da me adottate in questo libro diventerebbero veri e propri tag solo quando il network costituito con i lettori le incrementasse, diminuisse, modificasse, sostituisse dando pari importanza ad alcune delle parole residue. Si realizzerebbe così la natura innovativa propria dei tag, i quali permettono di trattare elementi senza metterli in ordine gerarchico ma lasciando a ognuno di essi la possibilità di interagire pariteticamente e associarsi all'infinito con tutti gli altri. In tal modo la classificazione cede il passo alla distribuzione la quale, come ha detto Derrick de Kerckhove , «è la metafora di base della cultura attuale: si distribuisce, si decentralizza, si riorganizza, si rendono ubiqui tutti i punti di connessione con la rete». Ne scaturirebbe così una «folksonomia», per adottare il neologismo attribuito a Thomas Vander Wal, cioè una sistemazione di concetti mediante parole chiave generate dallo stesso network non gerarchico che le usa.

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Pagina 15

A
Aforisma



                                  «Un aforisma non coincide mai con la verità:
                                o è una mezza verità, o è una verità e mezzo.»
                                                                    KARL KRAUS



Anagrafe dell'aforisma


ARCHEOLOGIA DI TWITTER

Diciamolo con franchezza: parlare dell'aforisma, della sua storia e delle sue caratteristiche è per me anzitutto un pretesto per sdebitarmi con il lettore donandogli gli aforismi più belli in cui mi sono imbattuto nel corso degli anni. Ma è anche un modo per esplorare l'archeologia del nostro linguaggio più attuale, che precipita — grazie all'informatica — verso un disorientamento irreversibile, forse.

«Gli uomini al tempo d'oggi di brevità son vaghi» diceva già nel 1305 Bartolomeo da San Concordio nel suo Ammaestramenti degli antichi. Sono passati settecento anni e ci ha pensato la tecnologia ad accontentarli. L'informatica cospira in favore della brevità espressiva e costringe i suoi adepti a parlare per aforismi, di cui Twitter rappresenta la versione trionfante.

Esiste una straordinaria simmetria tra l'aforisma e i suoi tempi. Gino Ruozzi, massimo esperto italiano di questo genere letterario, dice: «Gli scrittori di aforismi, che sono in primo luogo scrittori di meditazione, offrono l'opportunità di scandagliare gli umori oscillanti del nostro tempo».

Nato elitario nel mondo classico, dove era pensato da pochi sapienti per pochi eruditi, passato nel mondo medievale dove era pensato da pochi teologi e moralisti per molti credenti, oggi l'aforisma è planato sui tablet e sui cellulari dove viene postato da tutti e recepito da tutti. In questo cinguettio planetario, che vale diecine di miliardi di dollari, tutti sono follower, tutti sono following.

Ma l'aforisma era nato come punto di riferimento sicuro, come paletto di un percorso ben delineato, come trasmissione concisa, a una via - dal sapiente all'ignorante – di un sapere garantito dall'autorevolezza della fonte. Per secoli, esprimendo la saggezza di filosofi, condottieri, scienziati, pedagogisti, maîtres à penser, esso ha rappresentato una feritoia sulla realtà, promettendo di tenerla sotto controllo, ha creato un cortocircuito repentino tra il mondo e la presunzione di poterlo sapientemente conoscere, stringatamente comunicare, severamente fustigare e salvificamente correggere.

Poi man mano, per una sua eterogenesi dei fini, l'aforisma ha abbandonato l'esattezza e l'autorevolezza delle fonti, ha rifiutato ogni modello di riferimento etico e sociale, si è avventurato nella prateria del qualunquismo, della contraddizione, della confusione, ha privilegiato l'effetto, la sorpresa, la brillantezza, lo snobismo, alla solidità di un pensiero compatto, coerente, sistematico, ha contribuito con il suo linguaggio confusivo alla confusione complessiva della nostra epoca.

Ora, con la sua recente metamorfosi in tweet, offre a ogni cultore di internet – cioè a tutti – la possibilità tecnica di avventurarsi in una circumnavigazione dell'uomo e in un'esplorazione della società senza avere una mappa, una meta e, forse, senza che ci siano più né l'uomo né la società.

Se, per secoli, l'aforista ha orientato il mondo, sicuro di conoscere il prossimo più di quanto il prossimo conoscesse se stesso, oggi si diverte a sparigliare i punti cardinali della mappa nautica che l'umanità ha cercato caparbiamente e illusoriamente di costruirsi nel corso dei secoli e contribuisce con i suoi frammenti di sapienza impazzita a disorientare ulteriormente il mondo disorientato.

[...]


MEDICINA DELL'UOMO

Ma cos'è un aforisma? Lontanissimo da noi, Bartolo da Buti (1324-1406) lo definisce «breve sermone». Vicinissimo a noi, Giuseppe Pontiggia, che ne è stato cultore e autore (sua la raccolta Le sabbie immobili del 1991), dice che l'aforisma «è la possibilità di racchiudere, entro i limiti di una definizione, il flusso altrimenti inafferrabile dell'esperienza». E porta l'esempio di Ippocrate che nel V secolo a.C. fondò la responsabilità etica della medicina con una raccolta aperta dal memorabile aforisma «La vita è breve, l'arte lunga, l'occasione fuggevole, l'esperienza fallace, il giudizio difficile» in cui «l'orizzonte della medicina è chiuso entro limiti di luminosa gravità e di eroismo dimesso». Pontiggia dice: «Medicina dell'uomo, questa è l'essenza dell'aforisma». Noi aggiungeremmo: «In dosi pediatriche».

Federico Roncoroni, che ha curato Il libro degli aforismi , ne dà questa definizione: «L'aforisma o, come meglio dovrebbe essere chiamato, l'aforismo, è una frase che compendia in un breve giro di parole il risultato di precedenti riflessioni».

Alda Merini , che ha scritto aforismi inquietanti, dice che «l'aforisma è il sogno di una vendetta sottile o la sottile considerazione di una vendetta che non verrà mai applicata a nessun governo e tanto meno alla vita interiore del poeta (...) L'aforisma è genio e vendetta».

Wikipedia, che elargisce gratuitamente o a pagamento diecine di migliaia di aforismi, ne offre la seguente definizione: «Un aforisma o aforismo (dal greco aphorismós, definizione) è una breve frase che condensa – similmente alle antiche locuzioni latine – un principio specifico o un più generale sapere filosofico o morale».

Ben prima, Alano di Lilla (1125-1202) nelle sue Regulae de sacra theologia diceva che ogni scienza ha i suoi modi espressivi: le massime per la dialettica, i luoghi comuni per la retorica, le sentenze per l'etica, i corollari per l'aritmetica, i teoremi per la geometria, gli assiomi per la musica, gli aforismi per la medicina. E oggi — aggiungiamo noi — per l'informatica.

Il genere aforistico, che rinvia appunto a Ippocrate e alla sua scienza medica, fino al Medioevo fu adottato da tutti i suoi seguaci e solo nel Seicento è stato sdoganato dall'egemonia sanitaria.

In Italia, dove pare che il genere sia stato introdotto con i Disticha Catonis forse di Catone il Censore (234-149 a.C.), a farne uso maggiore saranno prima le scuole mediche per la cura del corpo (scuola salernitana, bolognese, perugina) e poi le scuole religiose per la cura dell'anima (Prospero d'Aquitania, Pietro Lombardo). Seguiranno via via gli aforismi morali (Geremia da Montagnone), politici (Campanella), giuridici (Irnerio), astronomici (Cardano), militari (Montecuccoli) e di varia umanità (Algarotti). Stessa cosa, più o meno, avviene in tutta Europa e in America Latina.




AFORISMI PENSATI, AFORISMI ADATTATI


Così il termine «aforisma», usato per la prima volta in lingua italiana da Dante Alighieri , cambierà via via casa, scopo e nome, assumendone di tanto vari da comporre un elenco di oltre cento termini che, pur non essendo perfetti sinonimi, sono comunque strettamente imparentati tra loro. Si va, infatti, dall'epigramma di Marziale alla sentenza di Petrarca , dalla regola di Leonardo al pensiero di Marco Aurelio e di Pascal , dal Witz (battuta) e dall' Abfälle (rifiuti) di Kraus alle proposizioni di Nietzsche , dai remarques di La Bruyère ai fusées (razzi) di Baudelaire.

Vi sono aforismi che rappresentano ciò che resta di un libro perduto, come fossero ruderi archeologici. Altri che rappresentano gli appunti di un libro in gestazione. Altri ancora che sono stati scritti direttamente e intenzionalmente come aforismi, poi magari pubblicati su riviste, quindi raccolti in volume dallo stesso autore o da curatori autorizzati a farlo mentre l'autore era ancora in vita.

In Italia Francesco Guicciardini (1483-1540) fu il primo a pubblicare un libro di aforismi pensato come tale: cento pagine scritte e riscritte nell'arco di diciotto anni fino all'edizione del 1530 dove i pensieri diventano 221, raccolti sotto il titolo di Ricordi politici e civili. In Francia Jean de la Bruyère compose i suoi Caratteri come un work in progress, passando dalle 420 remarques della prima edizione (1688) alle 1120 dell'ottava e ultima edizione (1694). I diari intimi di Baudelaire sono appunti, molti dei quali in forma aforistica, scritti dall'autore su fogli sparsi in vista di un «grande libro» da completare in un secondo momento. In Germania gli aforismi che Goethe inserisce qua e là in alcune sue opere vengono poi raccolti nel 1907 da Max Hecker in 1417 Maximen und Reflexionen. I Grundrisse di Marx, composti tra il 1857 e il 1858, potrebbero essere considerati corposi aforismi scritti come lavoro preparatorio del libro Per la critica dell'economia politica, poi dato parzialmente alle stampe nel 1859. Marx non li pubblicò mai integralmente e solo un'ottantina di anni dopo la sua morte furono editi in versione originale dall'Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca.

Nel Novecento molti autori hanno scritto e pubblicato aforismi prima isolatamente e poi raccolti in volume. È questo il caso di Pensieri spettinati di Stanislaw J. Lec, oppure dei tre libri – Detti e contraddetti , Pro domo et mundo e Di notte – in cui Karl Kraus riunì gli aforismi che aveva già pubblicato sulla sua rivista «Die Fackel».

In altri casi si tratta di frasi che l'autore aveva incluso in discorsi, saggi o romanzi e che, espunte dalla loro sede originaria, si prestano a essere considerate aforismi, confluendo in raccolte devozionali, edificanti, formative, divertenti. O addirittura in manuali rivoluzionari.

Il primo a estrapolare e raccogliere in libro le proposizioni di un autore per farne un testo a parte, fu Prospero d'Aquitania, morto nel 463 d.C., che ne estrasse 392 dai libri di sant'Agostino raggruppandole nel Sententiarum ex operibus S. Augustini delibatarum libri. Apprezzatissime nel Medioevo, le raccolte di citazioni sopravvissero nei secoli successivi per ricomparire, corteggiatissime, nel Novecento. Si pensi alle frasi di cui Oscar Wilde aveva infarcito i suoi libri e che Robert Ross trasse dalla loro sede originaria per riunirle nel fortunato ù Sebastian Melmoth's Aphorisms (Sebastian Melmoth è lo pseudonimo che Wilde adottò dopo l'uscita dal carcere). Si pensi a Life. Aforismi sulla vita di Paulo Coelho e alla fortuna ottenuta in Italia, con numerose edizioni e accrescimenti, da Anche le formiche nel loro piccolo s'incazzano , di Gino & Michele e di Matteo Molinari. Ma l'esempio più famoso di questa categoria è senza dubbio il Libretto rosso compilato da Lin Piao con i pensieri di Mao Tse-tung: diffuso in cinque miliardi di esemplari, rappresenta il secondo best seller di tutti i tempi dopo la Bibbia.

Altre volte, in fine, si tratta di pensieri editi o inediti, raccolti in volumi postumi. Rientrano in questa categoria florilegi come Pensieri diversi sopra materie filosofiche e filologiche di Francesco Algarotti , o Il bianco e il nero di Massimo Bontempelli, o La sua signora di Leo Longanesi. Vi rientra pure Frasario essenziale per passare inosservati nella società di Ennio Flaiano , che rappresenta un raro caso di autore pubblicato più in morte che in vita: sei o sette libri in vita contro una decina postumi, in cui sono confluite tutte le «cose che dopo formeranno un volume».

[...]


L'atteggiamento dell'aforista (che non sempre è un letterato di professione) è comunque quello di un intellettuale capace – solo lui! – di disvelare ai comuni mortali le verità che sono a portata di mano per i geni e che perciò, lui, genio, riesce genialmente a prevedere e generosamente, genialmente, a elargire. Nessuno come lui conosce le donne, gli uomini, i peccati, i peccatori, i burocrati, i borghesi, i lestofanti, le astuzie, i sotterfugi, le debolezze, le falsità. In un mondo di ipocriti, solo lui ha il coraggio di smascherare le ipocrisie. Insomma, nessuno come lui ha la presunzione di conoscere a fondo la vita e il mondo: un «mondo nemico del bene», come dice Leopardi.

Unendo la saggezza del vecchio e la spregiudicatezza del giovane, guardando dal di fuori e dall'alto, lui solo è autorizzato a descrivere, rappresentare, denunziare, svelare, sviscerare, carezzare, solleticare, stupire, provocare, ridicolizzare, mettere alla berlina, fustigare, sferzare, pugnalare tutto e tutti. Nel farlo, l'aforista deve essere essenziale, apodittico, brillante, estetizzante; deve tagliare corto, elidere il superfluo, evitare fronzoli, indulgere alle allitterazioni, al gioco di parole, alla trovata linguistica, alla scaramuccia fonetica, all'intuizione furbesca, alla frase ricercata, al giudizio tagliente, all'allusione ammiccante. Un inconsueto aforista, il gesuita Emanuele Tesauro, ci descrive anche lo sguardo sornione dell'autore di aforismi: «Occhi più tosto lieti che mesti, ma non ridenti».

Incline alla conservazione, laudator temporis acti, pessimista sul presente, scettico sul futuro, sempre in bilico tra intuizione geniale e ovvietà generalizzante, l'aforista, rispetto al filosofo e al sociologo, ha il fortunato privilegio di poter enunziare senza dover provare. Ed enunziando, può consentirsi tutta la gamma che va dal dono alla carezza, dal solletico alla stilettata, senza attenersi alla coerenza e neppure alla buona educazione.

Borghesissimo, fustiga la borghesia; conservatore insofferente, fustiga i conservatori; saccente insoddisfatto, fustiga i saccenti; rissoso, attacca brighe con gli altri rissosi. Leopardi, che scrive aforismi, fustiga gli altri aforisti perché considera «inganno e fraude» questo loro «promettere felicità», incitare i giovani alla saggezza spegnendone così la giovinezza, «ingannare gli allievi, acciocché pospongano il comodo loro all'altrui». A sua volta Carlo Dossi apostrofa Leopardi come «piagnone», «incapace di riso», «serbatoio di perpetua infelicità», mentre Tommaseo arriva a chiamarlo «ingegno falso e angusto». Del resto, Caligola diceva che le opere di Seneca erano costruzioni di sabbia senza calce (Arena sine calce) e i detrattori di Debussy diranno che la sua musica è soupe sans viande, brodo senza carne.

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Pagina 46

Fenomenologia dell'aforisma


BREVITÀ

L'essenza dell'aforisma sta nella brevità, funzionale alla memorizzazione e alla didattica, connaturale alla precettistica, adatta al florilegio. Bartolomeo da San Concordio dice che «sette sono le cagioni per le quali è meglio lo parlare breve che il lungo»: perché il parlare breve crea desiderio mentre il parlare lungo crea rincrescimento; perché spesse volte il detto breve è più comprensibile del detto lungo; perché le cose brevi si ricordano meglio; smuovono gli animi; perché comprendere un fatto descritto con poche parole è segno di saggezza; perché se si dicono cose inutili e non pertinenti si finisce per svalutare quelle utili ed essenziali; perché, in fine, «lo brieve dire è più accettevole».

Bacone, a sua volta, distingue tra la scrittura frammentaria, imperfetta, aperta degli aforismi e la scrittura chiusa, metodica e perciò noiosa dei saggi. I primi, «poiché rappresentano una conoscenza discontinua, invitano a indagare ulteriormente, mentre i sistemi, recando la parvenza di un totale, rassicurano gli uomini come se essi fossero al culmine della conoscenza».

Negli aforismi, data questa loro natura, è sempre apprezzata la brevità, la laconicità, l'essenzialità, la sintesi, la brillantezza, la «prensile inafferrabilità», la genialità, la sorpresa. Prezzolini parla di «frammentarismo il quale non ammette che l'immediatamente sentito, il sinceramente sgorgato, il piccolo ma certo».

Un raro esempio di brevità è l'aforisma di Eraclito, «Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi», dove, con sole dieci parole, viene attribuita al tempo una triplice inaffidabilità: perché fanciullo, perché fanciullo che gioca e perché fanciullo che gioca con i dadi. Nell'aforisma di Ennio Flaiano, «C'è tanta gente che vive e che lavora a Macerata», tutta l'ironia è sintetizzata nella sottintesa incredulità che qualcuno possa risiedere in una città simile. Ancora più sintetico l'aforisma di Longanesi, «Eppure, è sempre vero anche il contrario», dove la forza sta tutta in quell' eppure.

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Pagina 65

B
Bellezza



                                «Due cose sono irriducibili a ogni razionalismo:
                                                        il tempo e la bellezza.»
                                                                     SIMONE WEIL



Dall'armonia allo stupore


Per molti secoli la bellezza è stata «armonia», come quella dei Bronzi di Riace, della Gioconda di Leonardo o delle ville di Palladio. Poi è stata «stupore», come nell' Ulisse di Joyce, nella Sagra della primavera di Stravinskij o nel Guggenheim Museum di Bilbao progettato da Gehry. E oggi che cos'è la bellezza?

Oggi – dicono i filosofi del ramo – la bellezza è shock e donazione di senso. Noi cittadini della società postindustriale diciamo che una cosa è bella se, tra le migliaia di altre cose che ci circondano, proprio quella si stacca da tutte le altre, ci colpisce, ci impone di essere presa in considerazione, si conquista uno spazio nella nostra attenzione e riesce ad acquistare per noi un significato, un senso tutto particolare.

Mentre i nostri antenati, nella loro esistenza pretecnologica, non erano distratti dagli infiniti trastulli meccanici che intasano la nostra esistenza, e ogni cosa assumeva ai loro occhi una precisa importanza guadagnandosi la dovuta considerazione, noi siamo sommersi da una tale massa di oggetti, informazioni e rapporti che la nostra mente non riesce a decifrare, ordinare, dominare e metabolizzare. Oggi, conferire bellezza a una cosa significa riscattarla dall'opacità, dall'indifferenza. È questo che, per esempio, fa Andy Warhol quando sceglie un oggetto di uso quotidiano (una bottiglia di Coca-Cola, una lattina di Campbell), lo ingrandisce a dimensioni cubitali e lo recupera esteticamente, imponendolo alla nostra smarrita attenzione anche attraverso la richiesta di un prezzo scandaloso. Il rischio, a questo punto, è che non sia più il valore a fare il prezzo, ma il prezzo a fare il valore.




Il trionfo dell'estetismo


Il giorno in cui Alberto Moravia compì 80 anni gli chiesi quale fosse stato, a suo avviso, il maggiore cambiamento della società durante l'arco della sua lunga vita. L'estetismo, mi rispose senza esitazione. Le nostre città, le nostre case, i nostri abiti, i nostri oggetti sono diventati più belli. Chiunque, anche quando non sa di preciso cosa sia la bellezza, cerca tuttavia oggetti più belli, è propenso ad apprezzarne e a pagarne la qualità estetica.

Abbiamo la conferma di questa testimonianza ogni volta che ci capita di vedere vecchie fotografie delle nostre città o spezzoni di film in bianco e nero: molte strade, anche nei centri urbani, erano in terra battuta, con i polli che vi razzolavano ( Ennio Flaiano ricorda un americano che nel dopoguerra diceva stupito: «In Italia i polli girano crudi per strada»); molti monumenti erano visibilmente trascurati; vestiti e acconciature erano di una ingenuità disarmante; l'arredo domestico era povero fino allo squallore.

In pochi decenni, noi e il nostro mondo, oltre a essere diventati più ricchi, più sani e più longevi, siamo diventati più belli, mentre l'arte si è andata democratizzando grazie alla sua riproducibilità tecnica. E tutto ciò è avvenuto proprio nel secolo della modernità, quello accusato di avere distrutto il concetto stesso di bellezza, preferendole l'utilità.

[...]


I nipoti di John Adams

Dice Marx: «L'animale costruisce soltanto secondo la misura e i bisogni della specie cui appartiene mentre l'uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie (...) L'uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza». Più si procede nella società postindustriale, più i credenti si appellano alla fede e più i laici si appellano all'estetica, assunta come la disciplina che, più di ogni altra, si incarica dell'umana felicità.

Dietro questa fortuna dell'estetica, dietro l'estetismo trionfante, vi sono anche motivi strutturali. Nel 1786 il presidente degli Stati Uniti John Adams disse: «Devo studiare la politica e la guerra in modo che i miei figli abbiano la possibilità di studiare la matematica e la filosofia, la navigazione, il commercio e l'agricoltura, per poter fornire ai loro figli la possibilità di studiare la pittura, la poesia, la musica e... le porcellane». Il tempo delle porcellane, vagheggiato da John Adams per i figli dei suoi figli, è arrivato: non solo grazie alla guerra, alla filosofia, alla navigazione, al commercio e all'agricoltura, ma anche grazie alla matematica, alla scienza, alla tecnologia. L'estetismo diffuso, la corsa al bello e al ben fatto originano anche dalla circostanza che in molti campi la tecnologia ha raggiunto la massima funzionalità e, quindi, non costituisce più un fattore differenziale tra prodotto e prodotto.

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Pagina 115

D
Disorientamento



                                             «Uno dei maggiori guai dell'umanità
                                        non consiste nell'imperfezione dei mezzi
                                                  ma nella confusione dei fini.»
                                                                 ALBERT EINSTEIN



Un salto storico


«È nel mutamento che le cose si riposano.» Eraclito poteva vantare tanta serenità perché, sei secoli prima di Cristo, i mutamenti erano molto lenti e riguardavano, di volta in volta, pochi aspetti della vita. Ma, oggi, chi di noi potrebbe esprimersi con altrettanta tranquilla sicurezza?

Di rado, nella storia umana, sono cambiati simultaneamente il lavoro, la ricchezza, il potere e il sapere. Quando ciò avviene, siamo in presenza di vere e proprie discontinuità epocali, pietre miliari nel cammino dell'uomo. L'invenzione delle tecniche per gestire il fuoco, l'avvio dell'agricoltura e della pastorizia in Mesopotamia, l'organizzazione della democrazia in Grecia, le grandi scoperte scientifiche e geografiche realizzate tra il XII e il XVI secolo, l'avvento della società industriale nell'Ottocento rappresentano salti epocali, che hanno disorientato intere generazioni.

A ben guardare, queste onde lunghe della storia, come le chiamava Fernand Braudel , sono diventate sempre più brevi. Ci eravamo appena ripresi dal sorpasso dell'industria sull'agricoltura avvenuto nell'Ottocento che, in meno di un secolo, un nuovo salto epocale ci ha presi alla sprovvista, gettandoci nella confusione. Questa volta il salto è coinciso con il rapido passaggio da una società di tipo industriale dominata dai proprietari delle fabbriche manifatturiere, a una società di tipo postindustriale dominata dai proprietari dei mezzi di informazione.

Il forcipe con cui la neonata società postindustriale è stata estratta dal seno della precedente società industriale sono stati il progresso scientifico e tecnologico, la globalizzazione, le guerre mondiali, le rivoluzioni proletarie, la scolarizzazione generalizzata e la possente diffusione dei mass media. Spingendo simultaneamente, questi fenomeni hanno prodotto una valanga ciclopica, forse la più travolgente di tutta la storia umana, nella quale noi contemporanei abbiamo il privilegio e la sventura di essere coinvolti in prima persona.




Disorientamento e crisi


Nessuno potrebbe restare impassibile di fronte a un cambiamento di tale portata. La sensazione più diffusa è il disorientamento: quel sentimento sospeso tra la sorpresa e il panico che serpeggia nei film più visti, nei libri più letti, nelle immagini più cliccate su YouTube, nei videoclip più gettonati su Mtv o su Musíc Box. Lo stesso disorientamento che ritroviamo in forme più sofisticate nei salotti, in forme più bizantine nei partiti, in forme più accademiche nelle università, in forme più ciniche nelle borse.

Questo disorientamento inclina all'euforia in Paesi dove il Pil marcia al passo annuo del 10 per cento, o in Paesi dove la recente conquista della democrazia spinge a strafare; e inclina alla depressione in Paesi dove il troppo nuovo e il troppo vecchio convivono nel medesimo sistema e dove la marcia del Pil ha rallentato fino a deflettere.

Il nostro disorientamento coinvolge la sfera economica, familiare, politica, sessuale, culturale. È un sintomo di crescita ma è anche l'avvisaglia di un pericolo perché chi è disorientato si sente in crisi e chi si sente in crisi smette di progettare il proprio futuro. Se noi smettiamo di progettare il nostro futuro, qualche altro lo progetterà per noi, non in funzione dei nostri interessi ma del suo tornaconto.




Paure


Le risorse del pianeta aumentano ogni anno di tre o quattro punti, ma non sappiamo come distribuirle. Mentre vengono spesi miliardi per pubblicizzare il cibo dei nostri gatti, mancano i finanziamenti minimi per assicurare il diritto allo studio o alla salute dei nostri ragazzi. In Italia ogni domenica 15.000 poliziotti sono impiegati per mantenere l'ordine negli stadi, mentre mancano quelli indispensabili per arginare la mafia e la camorra.

Gli oggetti e i servizi si moltiplicano e si somigliano a tal punto che non sappiamo quali scegliere. Siamo subissati dalle informazioni ma non abbiamo ancora gli schemi logici per tenerle a bada. Il gusto subisce oscillazioni così rapide che non ci siamo ancora abituati a una moda e già un'altra ci incalza.

In sintesi, il disorientamento si traduce in paure che la maggioranza della popolazione non riesce a esorcizzare: paura della guerra, delle epidemie, degli immigrati, della sovrappopolazione, dell'inquinamento, della violenza, della promiscuità, del multiculturalismo, dei crolli in borsa, della solitudine, della noia, della morte, dell'aldilà.




Disorientamento politico


La sensazione complessiva di disorientamento dovuta al salto epocale dalla società industriale a quella postindustriale è somma di molteplici disorientamenti settoriali, ciascuno determinato da sue proprie cause.

In tutti i Paesi democratici, dove più dove meno, il declino delle ideologie ha fatto mancare un sostegno insostituibile e una guida sicura alle diverse parti politiche. Nell'era classica, l'uomo occidentale era orientato dalla mitologia e dalla saggezza. Nel Medioevo era orientato dalla religione. Nel Rinascimento dall'estetica. Nell'Ottocento e Novecento dalle ideologie. In un mondo drasticamente diviso tra ricchi e poveri, cittadini e stranieri, credenti e infedeli, era comodo trovare in Marx o in Weber, in Keynes o in Roosevelt, nelle encicliche e nelle pastorali, nelle parole d'ordine dei leader carismatici e nei modelli delle star la segnaletica mentale in base alla quale procedere speditamente. Oggi gli apparati partitici sono smantellati ovunque; i leader, benché di media statura e privi di carisma, dominano capricciosi e incontrastati; le classi sono confluite in una mousse incolore cui corrisponde una progressiva convergenza dei programmi elettorali. E chi enuncia il suo programma non viene apprezzato in base al contenuto proposto ma in base all'immagine esibita e alla capacità di divulgarla attraverso i media e la rete. Nella politica-spettacolo, un nodo mal fatto alla cravatta o una frase poco seducente pronunziata in un talk show possono incrinare i consensi assai più di una proposta insensata.

Sono scomparsi i leader autorevoli come Gandhi, Pio XII, Churchill o Stalin, che hanno rappresentato altrettanti punti di riferimento nella politica, e nessuno dei governi più recenti è finora riuscito a formulare piani paragonabili al Piano Marshall.

La nascita dell'Unione Europea e l'introduzione dell'euro hanno attenuato nel nostro continente i concetti di patria, di identità e di confine, fattori limitanti ma motivi di sicurezza e di orgoglio, per i quali, nei secoli passati, si era disposti a combattere e morire. Per i giovani, accanto al pericolo di smarrire il senso della propria professionalità dissipata in lunghe fasi di disoccupazione, sono aumentate la possibilità e la necessità di cambiare lavoro e Paese, costringendo se stessi a riciclare più volte usi e costumi, mappe cognitive e geopolitiche, gruppi di riferimento.

Tutte le società del passato sono nate ispirandosi a un solido modello teorico preesistente: la democrazia di Pericle al pensiero di Protagora, Zenone e Anassagora; il Sacro romano impero ai Vangeli e agli scritti dei padri della Chiesa; gli Stati islamici al Corano; la democrazia americana all'Illuminismo di Voltaire, Diderot, Franklin e Jefferson; gli Stati-nazione dell'Ottocento in base alle opere di Smith, Montesquieu e Tocqueville; l'Italia risorgimentale di Cavour alle riflessioni di Beccaria, Cattaneo, Gioberti e Mazzini; le socialdemocrazie e il welfare alle idee e alle sperimentazioni di Owen e Bernstein; l'Unione Sovietica al pensiero di Marx, Engels e Lenin.

Solo l'attuale società postindustriale è nata per prove ed errori, senza la guida di un modello ideale. Tutto il nostro disorientamento e il nostro senso di crisi derivano dalla carenza di un modello, oppressiva più di qualunque modello. Questo vuoto accomuna tutti i governi del pianeta, compresi quelli delle grandi potenze, con la sola eccezione del Papato, che tira dritto sul tracciato della bimillenaria dottrina della Chiesa.

In mancanza di un modello capace di indicare la meta e la via, ogni governante naviga a vista, ricavando il proprio pensiero debole dal collage di ideuzze rubacchiate nei mille mercatini della cultura postmoderna. In base a un'attenta ricostruzione effettuata dal «Corriere della Sera», il pensiero del premier Matteo Renzi non si rifà a un pantheon di grandi personaggi ma a un patchwork dove coabitano disinvoltamente Kennedy e La Pira, Mandela e Prodi, Baricco, Farinetti e Jovanotti, Cucinelli e Briatore, gli scout e la Fiorentina, Saint-Exupéry e Peter Weir. Ovviamente, anche la composizione del governo Renzi, i suoi ministri e i suoi sottosegretari, è creatura naturale di questo patchwork che non ha nulla a che fare con le possenti costruzioni socio-politiche di Machiavelli o Guicciardini, di Hegel o di Marx, di Bentham o di Croce.

«Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare» diceva Seneca e amo ripetere anch'io. Se anche oggi stesso, per incantamento, sparissero dal pianeta i gravi problemi della fame, della disoccupazione, del debito pubblico, del razzismo e delle guerre di religione, i vari governi non saprebbero dove e come condurre i loro Paesi.




Disorientamento economico


Se si ripercorre la biografia dei grandi pionieri industriali (da Singer a Ford, da Dupont a Olivettí), ci si rende conto di come, al confronto, la maggior parte degli attuali protagonisti della scena economica non siano che pigmei. Per quei pionieri l'azienda non rappresentava un pozzo di denaro da svuotare sfacciatamente, non era solo un fine economico da tradurre in lusso e in spreco, ma anche un mezzo per assicurare il progresso felice alla propria famiglia e all'intera comunità.

Oggi l'emergere di nuove potenze produttive e di nuovi mercati mondiali, invece di eccitare l'intraprendenza, scompiglia il fronte imprenditoriale, inducendo alcuni a invocare nuovi protezionismi, altri a battere le rotte più rischiose delle filibusterie finanziarie.

Così l'economia ha soppiantato la politica; la finanza ha soppiantato l'economia; le agenzie di rating hanno soppiantato la finanza. La velocità del gioco in borsa ha soppiantato la solidità degli investimenti meditati. Le licitazioni internazionali hanno soppiantato i mercati locali. L'economia intangibile ha soppiantato l'economia tangibile. La mercificazione si è estesa dai terreni agli immobili, dagli oggetti materiali a quelli immateriali, dai beni comuni ai rapporti umani e, ora, alla cultura.

Il risultato è una distribuzione sempre più sperequata e iniqua della ricchezza. Secondo il rapporto Grandi disuguaglianze crescono, pubblicato da 17 organizzazioni non governative britanniche, il divario tra ricchi e poveri è in aumento perché, nonostante la crisi, i poveri diventano più poveri oltre che più numerosi. Gli straricchi sono 35 milioni di cui 14 milioni statunitensi, quasi 3 milioni giapponesi, quasi 2 milioni e mezzo francesi, quasi 2 milioni inglesi e altrettanti tedeschi, poco più di un milione e mezzo italiani. Ognuno di questi ricchissimi dispone di 2,7 milioni di dollari mentre l'80 per cento di tutti gli abitanti del pianeta deve accontentarsi di 3851 dollari a testa: 700 volte di meno. Gli 85 personaggi più ricchi del mondo in base alla graduatoria di «Forbes» posseggono una ricchezza pari a quella di 3,5 miliardi di poveri. Secondo Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, «l'esplosione della disuguaglianza frena la lotta alla povertà in un mondo dove oltre un miliardo di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno e una persona su nove non ha abbastanza da mangiare».

La crisi economica scoppiata nel 2008 non ha fatto che allargare questa forbice perché le politiche anticrisi messe in atto dalle banche centrali negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone, creando maggiore liquidità hanno provocato l'aumento del prezzo delle azioni e dei bond, cioè dei titoli preferiti dai ricchi. Intanto nei Paesi emergenti, in assenza di welfare e di politiche ridistributive, i ricchi hanno potuto accumulare maggiore ricchezza a scapito dei poveri.

Prendiamo come esempio il caso italiano. Nel 2008, sempre secondo «Forbes», le dieci famiglie più benestanti possedevano una ricchezza pari a circa 48 miliardi di euro: una media di 4,8 miliardi per ogni famiglia. Invece i 18 milioni di italiani più poveri (cioè il 30 per cento di tutta la popolazione) possedevano 114 miliardi di euro: una media di 6300 euro a testa.

Passano cinque anni di crisi dura, l'economia italiana si riduce del 12 per cento e la ricchezza posseduta dai 30 milioni di poveri cala del 20 per cento ma, intanto, quella delle dieci famiglie più ricche aumenta ancora del 70 per cento fino a toccare gli 82 miliardi di euro. Le dieci famiglie ricchissime hanno così superato i 30 milioni di poveri che, tutti insieme, posseggono solo 96 miliardi di euro. Anche grazie alla crisi, ora ogni famiglia ricca può godersi i suoi 9,8 miliardi mentre ogni povero deve accontentarsi di 3200 euro. Se invece delle famiglie più ricche si prendono in esame i massimi contribuenti italiani, si scopre che i primi dieci della graduatoria posseggono una ricchezza pari a quella di 3 milioni e mezzo di poveri.

I riflessi di questa disuguaglianza crescente sono numerosi. Ma i più allarmanti si riferiscono al bene essenziale della salute. Più si è poveri e più ci si ammala, meno si guarisce e prima si muore. Secondo lo studio Equità della salute, curato dall'università di Torino, in Italia la speranza di vita dei più poveri è di 5-7 anni inferiore a quella dei più ricchi. Tra i poveri sono più frequenti le malattie cardiovascolari, í tumori e il diabete. Se per miracolo si eliminassero le attuali disparità, la mortalità calerebbe del 10 per cento tra le donne e del 25 per cento tra gli uomini. I vantaggi della dieta mediterranea e del sistema sanitario universalistico attenuano le distanze in termini di benessere fisico, ma contro la salute dei poveri cospirano gli stili e i luoghi di vita insalubri, l'inadeguatezza delle politiche sociali, l'accesso non equo ai servizi sanitari.

Come ci ricorda Gian Antonio Gilli, «l'appartenenza di classe influenza pressoché ogni aspetto del comportamento degli individui, e ogni momento della loro vita. Dipendono dalla classe sociale di appartenenza, per citarne solo alcuni: le probabilità di sopravvivenza alla nascita; la probabilità di conseguire il massimo di istruzione formale; la capacità di verbalizzare (cioè di parlare con proprietà e completezza su ogni argomento); il tipo di lavoro che si "sceglie"; il reddito, il livello e lo stile di vita; il comportamento sessuale; il comportamento religioso; la probabilità di contrarre determinate malattie; la probabilità di essere rinchiusi in carceri o manicomi, e così via. E forse inutile aggiungere che, sotto ciascuno di questi aspetti, le classi subordinate sono sfavorite rispetto alle classi dominanti» (Come si fa ricerca, 1971).

Anche nei Paesi più sviluppati, questa spaventosa e crescente divaricazione tra le classi sociali — effetto voluto di un neoliberismo acritico e delle ricorrenti crisi finanziarie scatenate da una manciata di banchieri onnipotenti — comporta, oltre all'espansione dell'indigenza, l'evaporazione della classe media e la disperazione degli stessi imprenditori. Nell'ultimo anno solo in Italia se ne sono suicidati più di cento per motivi direttamente riconducibili alla crisi economica. In altri termini, più di cento innocenti hanno ammazzato altrettanti innocenti, ottenendo in cambio spazi sempre più modesti sulle cronache dei media. In alcuni casi i disperati — imprenditori, operai, disoccupati — hanno allargato il bersaglio, aggiungendo a se stessi anche impiegati e poliziotti. Questa escalation era prevedibile, così come prevedibili sono le sue prossime tappe perché la crisi è economica ma le cause e gli effetti non sono solo economici. Farebbe comodo ai colpevoli che le vittime continuassero a sfogarsi contro se stesse, ma la sociologia ci avverte che, se la rabbia non è illuminata da un progetto vitale e convogliata in un'azione collettiva, democratica ma intransigente, guidata da un partito che si fa carico degli sfruttati e del loro riscatto, la deriva violenta imbocca una deriva anarcoide. Cento anni fa i disperati del mondo avevano dottrine, partiti, progetti e leader di riferimento; oggi non hanno nulla di tutto ciò e la lotta di classe dei poveri contro i ricchi, che puntava sulla conquista dell'uguaglianza, è stata ribaltata in lotta di classe dei ricchi contro i poveri, che punta sull'imposizione delle differenze.

[...]




Eleganza della mente


Di questa fase evolutiva del disorientamento, certi umoristi hanno colto la portata e le sfumature con più acume degli stessi filosofi e sociologi. Forse anche questo è un segno dei tempi. In Italia abbiamo la fortuna di avere Tullio Altan che da quarant'anni, quasi ogni giorno, ci fa sorridere, riflettere e soffrire sui nostri vuoti di modello, sui nostri dubbi, «come se nella sua penna si nascondesse un antropologo ilare e meditabondo. O, per miracolo, un politologo non pedante». Così ha detto di lui un intellettuale raffinato come Nello Ajello , aggiungendo che le vignette di Altan «spesso alludono a un dubbio. E cos'altro è un dubbio, se non l'eleganza della mente?».

Voglio dunque mostrarvi come Altan ci faccia riflettere «nei modi nevrotici, sofisticati e acutamente contemporanei che gli sono propri» su quattro tra i tanti dubbi che accompagnano il disorientamento della nostra società postindustriale.

Il primo riguarda il funzionamento della nostra mente e il flusso delle idee che l'attraversano: «Mi vengono in mente opinioni che non condivido»; «Mi chiedo chi sia il mandante di tutte le cazzate che faccio»; «Mi sorprende questo riflusso moderato. Mi devo essere perso il flusso progressista»; «Confesso: non so più a chi non credere»; «Siamo alla post-Babele. Tutti parlano la stessa lingua e nessuno ascolta»; «Non ho più idee. Devo averle gettate via insieme alle ideologie»; «Cosa non darei per fuggire all'Ovest di me stesso».

Il secondo riguarda i nostri valori: «Ormai il dubbio è un lusso e la certezza è volgare»; «"Babbo, dimmi un valore a cui credere." "Quante lettere?"»; «Mica sì o no." "Troppo comodo! Io ho una personalità assai più ricca e complessa"»; «È ovvio che non sono coerente. Altrimenti dove va a finire il pluralismo?»; «Certo che sono un privilegiato. L'importante è confessarlo con candore»; «"Lei è laico?" "Sì, ma mica praticante!"»; «"Luisa, cosa ci fa questo straniero nel letto, al posto mio?" "Uno dei lavori che gli italiani non vogliono più fare"».

Il terzo dubbio è sul nostro futuro: «"Babbo, che ne sarà di me?" "Per intanto sei giovane. Poi farai l'emarginato, il soldato e il disoccupato. Poi scegli: o meridionale o donna"»; «Per fortuna sono vecchio. Altrimenti mi toccherebbe di essere giovane»; «Gli dico: "Viene la primavera. E lui mi fa: vorrei sapere a chi giova"».

Il quarto dubbio è quasi una certezza nutrita di cinismo, soprattutto nel rapporto degli adulti con i giovani: «Sono un postqualunquista. Mi va bene tutto»; «Disapprovo i metodi fascisti in quanto non danno garanzia di durata»; «"Babbo, questo sistema è ingiusto!" "Sì. Ma tanto non funziona"»; «"E la storia dell'umanità, babbo?" "Ma niente: prima si fanno le cazzate, poi si studia che cazzate si sono fatte"».




Tuttavia il migliore dei mondi esistiti


Il nostro disorientamento deriva dall'incapacità di tracciare le coordinate del nostro presente e decidere con lucidità gli approdi del nostro futuro in base a un modello costruito con metodo. Ne consegue che i legami sociali e la tenacia nel perseguire gli obiettivi si attenuano; prevale il narcisismo; si diventa più vulnerabili nei confronti degli opinion leaders; si cade nell'abulia del carattere e nella sciattezza dello stile. Non tutti, ovviamente, reagiscono allo stesso modo: le personalità forti e creative ne ricavano lo stimolo per trovare nuove idee e nuovi equilibri; le personalità deboli perdono fiducia in se stessi e negli altri. È questo il bivio che ci si para davanti.

Ma come imboccare sentieri che non sono stati ancora tracciati? A quali paletti, a quali princìpi possiamo affidarci per ridurre il nostro disorientamento? Anzitutto, possiamo aggrapparci ad alcune certezze tranquillizzanti: ogni anno il prodotto interno lordo del pianeta cresce; mai prima d'ora la vita umana è stata tanto lunga; mai abbiamo potuto produrre tanti beni e tanti servizi con così poca fatica; mai le minoranze sono state così rispettate; mai in tanti Stati democratici tanti cittadini sono stati inseriti nella gestione della cosa pubblica; mai siamo stati così capaci di debellare il dolore fisico; mai i Paesi d'Europa e del Sudamerica hanno goduto di una pace così duratura.

È vero che mai prima d'ora il sistema sociale era stato così mutevole e complesso, ma è anche vero che mai prima d'ora avevamo avuto a nostra disposizione strumenti così potenti per dominare la complessità. Il mutamento, del resto, appartiene alla nostra natura, fa parte del nostro patrimonio genetico: dal concepimento alla morte il nostro corpo si muove, anche di notte; la nostra mente sogna, anche di giorno.

Oltre che da queste innegabili certezze, l'orientamento può venirci dalla cultura della saggezza e dalla gioia della bellezza: due coordinate che il mondo classico – da Socrate a Seneca – ha coltivato con tutta la sua prodigiosa creatività e che ancora oggi permettono di tracciare un buon itinerario a chi si avventura nella postmodernità.

Queste due coordinate ci consentono di collocare ogni cosa al suo giusto posto nella scala dei valori, senza cadere nei trabocchetti della manipolazione che ci induce a sopravvalutare il futile e trascurare l'essenziale. Ci consentono di moderare i bisogni, peraltro incontentabili, di ricchezza, possesso e potere, per convogliare la nostra tensione sui bisogni radicali di bellezza, introspezione, amicizia, amore, gioco e convivialità.

In fine, la cultura della saggezza e la gioia della bellezza riescono a svelarci, dietro ogni motivo di paura, anche un'occasione di speranza. La bomba demografica può essere disinnescata da un attento controllo delle nascite; le ondate migratorie possono compensare il nostro declino demografico con nuove forze di lavoro e nuovi apporti culturali; le nuove tecnologie, che provocano disoccupazione quando sono accolte senza criterio, possono assicurare benessere e tempo libero se introdotte con discernimento; la scienza può arginare le epidemie con i nuovi farmaci e le malattie con i nuovi metodi; la progressiva riduzione degli orari di lavoro, il telelavoro, gli accorgimenti sociologici e le terapie psicanalitiche possono ridurre lo stress nelle città; la partecipazione può ridurre l'autoritarismo nelle organizzazioni; internet può sbrecciare l'onnipotenza dei monopoli della comunicazione; i movimenti ambientalisti possono tenere viva la coscienza ecologica, quelli anticonsumisti possono mettere in guardia dai pericoli dello sciupìo vistoso; la globalizzazione, realizzata in forme capaci di evitare l'omologazione culturale e la colonizzazione economica, può migliorare la qualità della vita anche nel Terzo Mondo e può rivalutare le identità locali; i nuovi strumenti disponibili per garantire la trasparenza possono fornire un argine alla violenza e alla corruzione. Parafrasando Roland Barthes , possiamo dire che si tratta di altrettanti frammenti di un discorso amoroso, che attendono di essere composti in un modello unitario e salvifico, fondato sul meticciato, sull'armonia, sulla saggezza e sulla bellezza.

Per attivare la forza buona del mutamento, per conquistarne la bussola orientatrice tramite un modello unificante e universale, occorre armarsi di utopia positiva, fatta di fantasia e di concretezza, di emozione e di regola. Occorre prendere atto che il nostro non è il migliore dei mondi possibili, come si illudeva Pangloss, ma resta tuttavia il migliore dei mondi esistiti finora.

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Pagina 227

H
Hobby



                                      «Non è dal lavoro che nasce la civiltà:
                                    essa nasce dal tempo libero e dal gioco.»
                                                              ALEXANDRE KOYRÉ



Gioco


REGRESSIONE O AUTOREALIZZAZIONE?

L'hobby, che si espanderà con l'espandersi del tempo libero, è a mezza strada tra il lavoro e il gioco, condividendo con il primo la serietà e con il secondo la leggerezza. I tre concetti si tengono insieme reciprocamente e non è possibile parlare dell'uno tacendo degli altri.

Nell'immaginario collettivo, condizionato dai due secoli operosi della società industriale (1750-1950), il lavoro è nettamente contrapposto al gioco, così come l'azione è contrapposta all'ozio. L'ozio è considerato come una pigra inerzia imparentata con il vizio e la dissipazione; il gioco è considerato come una regressione infantile, anch'essa incline al vizio e, comunque, allo spreco di tempo prezioso. Nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (3,10) san Paolo, come duemila anni dopo farà anche l'inno del Partito comunista, afferma: «Chi non vuol lavorare neppure mangi»; non avrebbe mai detto: «Chi non gioca, non mangerà». Secondo questa concezione, un adulto serio, affidabile e bene educato non ozia mai e raramente gioca; tiene sotto controllo la propria emotività; ride con moderazione. Il gioco è appannaggio dei bambini e, grazie all'educazione scolastica, deve cedere via via il posto al lavoro, che rappresenta l'essenza stessa dell'adulto, ciò che lo rende libero, affidabile, soggetto attivo della propria comunità. Se ha bene ereditato o ben lavorato, e solo allora, l'adulto potrà consentirsi, in base al censo, qualche ora alla bettola, qualche festa patronale, qualche albero della cuccagna, qualche giorno di ferie, qualche battuta di caccia o qualche crociera sul suo panfilo.

Nell'età adulta, quindi, il gioco va distinto nettamente dal lavoro e va circoscritto al tempo libero, insieme al sonno, al riposo, alle faccende domestiche.

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Pagina 255

I
Interpretazione



                                      «Non ci sono fatti, solo interpretazioni.»
                                                             FRIEDRICH NIETZSCHE

                              «Io non dirigo gli attori, dirigo gli spettatori.»
                                                                ALFRED HITCHCOCK

                                                «Svegliati! Esci dall'infanzia.»
                                                                   IMMANUEL KANT



Tutti Bouvard, tutti Pécuchet


Flaubert carezzò a lungo l'idea di scrivere qualcosa sull'umana stupidità, e non essendo per nostra fortuna un sociologo ma un artista, dette alle sue riflessioni la forma di un romanzo, Bouvard et Pécuchet, che ha per protagonisti due sempliciotti, avventurati sulla strada di un'improbabile acculturazione. Quando uno dei due, grigi copisti d'ufficio, riceve inaspettatamente una grossa eredità, propone all'altro di ritirarsi insieme in campagna per dedicarsi alla cultura. Da persone sguarnite quali sono, senza nulla capire, i due leggono alla rinfusa libri di agronomia e giardinaggio, di anatomia, archeologia, storia, mnemonica, letteratura, idroterapia, spiritismo, veterinaria, e chi più ne ha più ne metta.

Borges riferisce che Flaubert, per descrivere scrupolosamente le reazioni di due stupidi che tutto leggono senza nulla comprendere, divorò in cinque anni 1500 trattati di anatomia, agronomia, pedagogia, fisica, metafisica e via dicendo. Ma come osserva acutamente Emile Faguet in un suo vecchio saggio su questa vicenda, «se uno si ostina a leggere dal punto di vista di uno che legge senza capire, in pochissimo tempo arriva a non capire assolutamente nulla e a essere ottuso per conto suo».

Così Flaubert si rese conto che, a furia di leggere trattati alla rinfusa, senza capirli, stava diventando ottuso a sua volta. In altri termini, non era lui a scrivere Bouvard e Pécuchet, ma erano i suoi due stupidi personaggi che stavano scrivendo lui. Stessa cosa, del resto, era accaduta a Goethe quando si rese conto che non era lui a costruire Faust, ma era Faust che stava trasformando lui. Stessa cosa era successa a Tolstoj quando fu costretto a riconoscere: «Ho perso il controllo su Anna Karenina». E stessa cosa capitò a Picasso: «La pittura è più forte di me; mi costringe a dipingere come vuole lei».

Fu a questo punto che Flaubert, allarmato dal suo progressivo istupidimento, giunto all'ottavo capitolo del suo capolavoro compì un'improvvisa virata conferendo ai suoi due antieroi una scintilla di intelligenza: «Allora una penosa facoltà insorse nel loro spirito: quella di riconoscere a primo colpo la stupidità e di non riuscire più a tollerarla».

Ecco cosa siamo noi nei confronti dei mass media: dei Bouvard e dei Pécuchet prima della loro improvvisa, provvidenziale, riconquistata lucidità. Ci esponiamo a programmi d'ogni genere, anche se per nulla ci interessano; ce ne facciamo rapire e riempire; ci sottomettiamo docilmente alla loro intrinseca stupidità o alla loro smaccata disonestà intellettuale; agiamo con loro, come loro, per loro e per i loro scopi, anziché gestirli consapevolmente e in base ai nostri fini.

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Pagina 279

1
Jobless



                                «È venuto il tempo in cui gli uomini non faranno
                                          più ciò che le macchine possono fare.»
                                                                       KARL MARX

                                    «Abbiamo continuato a sprecare tanta energia
                                  quanta ne era necessaria prima dell'invenzione
                                      delle macchine; in ciò siamo stati idioti,
                                   ma non c'è ragione per continuare a esserlo.»
                                                                BERTRAND RUSSELL

                            «Cosa succede se, in una società fondata sul lavoro,
                                                     il lavoro viene a mancare?»
                                                                   HANNAH ARENDT



Un mercato in progressivo squilibrio

COME UN LAGO

Il mercato del lavoro è come un lago in cui alcuni affluenti immettono acqua e alcuni defluenti la espellono: quella che esce è meno di quella che vorrebbe entrare. In tutti i Paesi del mondo, anche in quelli vicini a un sistema socialista, il numero delle persone che cercano lavoro supera sempre più il numero dei posti disponibili.

A volte questo squilibrio va ben oltre le statistiche ufficiali della disoccupazione, camuffata sotto prestazioni estremamente precarie o non retribuite; altre volte è inferiore allo squilibrio che risulta dai dati ufficiali, perché illegalmente compensati dal lavoro nero o, addirittura, dalla criminalità organizzata in forma di impresa.

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L'IMPRENDITORE E L'ECONOMISTA

Negli stessi anni, sotto l'urto del progresso tecnologico, della grande crisi economica che, nata in America, si era poi estesa in Europa, ma forse anche per influenza delle idee di Keynes, la necessità di ridurre l'orario di lavoro e sdoganare l'ozio fu recepita anche da un imprenditore geniale e lungimirante come Giovanni Agnelli, fondatore e presidente della Fiat.

Nel 1932, quando i disoccupati nel mondo erano 25 milioni, Agnelli, che aveva allora 66 anni, rilasciò un'intervista alla United Press in cui toccava la questione della crisi economica e dell'orario di lavoro in rapporto al progresso tecnologico. Ne nacque uno scambio di lettere tra il fondatore della Fiat e l'economista Luigi Einaudi, futuro presidente della Repubblica. Agnelli auspicava una drastica riduzione dell'orario di lavoro per evitare la disoccupazione tecnologica, Einaudi consigliava prudenza, preferendo affidarsi agli automatismi del mercato e al buon senso degli uomini. Il tempo avrebbe dimostrato quanto inefficienti siano i meccanismi del mercato e quanto poco buon senso abbiano gli uomini.

La prima lettera di Agnelli a Einaudi, datata 5 gennaio 1933, merita di essere riportata per intero:

«Onorevole Senatore, Ella mi ha chiesto, un giorno in cui ebbimo occasione di discorrere insieme intorno alla intervista da me concessa alla United Press sulla crisi, di riassumere le mie considerazioni, limitatamente a quella che si suole chiamare disoccupazione "tecnica".

«Partiamo dalla premessa che in un dato momento, in un dato Paese, ad ipotesi nella parte industrializzata di questo mondo, vi siano 100 milioni di operai occupati. Sia il loro salario medio di un dollaro al giorno. Sulla base di un dollaro, ogni giorno nasce una domanda di 100 milioni di dollari di beni e servizi, ed ogni giorno industriali ed agricoltori producono e mettono sul mercato 100 milioni di dollari di merci e servizi. Produzione, commercio, consumo si integrano perfettamente l'un l'altro. Non esistono disoccupati. Non si parla di crisi. Noi industriali diciamo, nel nostro linguaggio semplice, che gli affari vanno. Alla macchina economica non occorrono lubrificanti. Ad un tratto – in realtà le cose si svolgono per esperimenti successivi, ma devo semplificare – uno o parecchi uomini di genio inventano qualcosa; e noi industriali facciamo a chi arriva prima ad applicare la o le invenzioni le quali permettono risparmio di lavoro e maggior guadagno. Quando le nuove applicazioni si siano generalizzate, risulta che con 75 milioni si compie il lavoro il quale prima ne richiedeva 100. Rimangono fuori 25 milioni di disoccupati. All'ingrosso, oggi vi sono per l'appunto 25 milioni di disoccupati nel mondo. Qual è la causa? L'incapacità dell'ordinamento del lavoro a trasformarsi con velocità uguale alla velocità di trasformazione dell'ordinamento tecnico.

«Prima dell'invenzione occorrevano 100 milioni di giornate di lavoro di otto ore l'una, ossia 800 milioni di ore di lavoro al giorno, a produrre una data massa di merci e servizi. Dopo l'invenzione bastano, per produrre la stessa massa di merci e servizi, 600 milioni di ore al giorno. Ad otto ore al giorno, è bastevole il lavoro di 75 milioni di operai. Gli altri, consumano assai meno. La domanda si riduce al di sotto del livello precedente. Dopo un po' basteranno 70 e poi 60 milioni di operai a produrre quanto il mercato richiede. È una catena paurosa che a noi pratici pare svolgersi senza fine, sebbene voialtri economisti ci abbiate abituati a credere che ad un certo punto si deve ristabilire l'equilibrio.

«Il danno sembra a me derivare dallo sfaldamento esistente tra due velocità: la velocità del progresso tecnico, il quale dal primo al secondo momento ha ridotto di un quarto la fatica necessaria a produrre, e la mancanza di progresso nell'organizzazione del lavoro, per cui l'operaio seguita a faticare le stesse otto ore al giorno di prima. Rendiamo uguali le velocità dei due movimenti progressivi, quello tecnico e quello, chiamiamolo così, umano. Poiché a produrre una massa invariata di beni e servizi occorrono 600 invece che 800 milioni di ore di lavoro, tutti i 100 milioni di operai occupati nel primo momento per otto ore al giorno rimarranno occupati nel secondo momento per sei ore al giorno. Poiché essi producono la stessa massa di beni di prima, il salario rimarrà invariato in un dollaro al giorno. La domanda operaia di beni e servizi resta di 100 milioni di dollari. Nulla è mutato nel meccanismo economico, il quale fila come l'olio colato. Non c'è disoccupazione, non c'è crisi. Dopo essermi creato nella fantasia un mondo economico in cui, pur compiendosi invenzioni, non v'è disoccupazione tecnica, il dubbio mi assale di avere forse trascurato qualcuno di quei fattori invisibili, di cui soprattutto par si dilettino gli economisti. Ha il mio dubbio un fondamento?».

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Pagina 304

Terzo millennio


I NIPOTI DI KEYNES

Approdiamo, così, al Terzo millennio. Dalle origini della sua storia fino al Medioevo, l'uomo è riuscito a realizzare la propria liberazione dalla schiavitù; dal Medioevo alla prima metà del Novecento ha realizzato la sua liberazione dalla fatica; dalla Seconda guerra mondiale a oggi, magari senza volerlo, ha predisposto le condizioni per la liberazione dal lavoro tout court. L'uomo di Neanderthal (quando gli abitanti di tutto il pianeta non superavano i 120 milioni) aveva una vita media di 29 anni e disponeva di circa 4000 calorie al giorno; nel 1750 (quando la popolazione complessiva del pianeta aveva raggiunto i 600 milioni) l'uomo preindustriale dei Paesi più ricchi aveva una vita media di 35 anni e disponeva di 24.000 calorie al giorno; oggi, che la popolazione del pianeta supera i 7 miliardi, l'abitante dei Paesi ricchi vive in media 75 anni e dispone di circa 300.000 calorie al giorno.

Questo inizio di Terzo millennio ha visto seriamente aggravarsi il problema occupazionale, che ha conquistato il primo posto nelle agende dei governi senza però approdare a soluzioni. Si moltiplicano in tutto il mondo gli studiosi, i gruppi e i movimenti che predicano l'esigenza di una completa rivoluzione dei modelli produttivi in favore del tempo libero, del consumo consapevole, del rispetto dell'ecosistema, della crescita intellettuale. Questi «nipoti di Keynes» continuano a sostenere con entusiasmo che, se in passato la disoccupazione era necessariamente vissuta con il dolore della miseria e dell'emarginazione, l'ormai possibile liberazione dal lavoro promette oggi agiatezza diffusa, crescita intellettuale, qualità della vita, autorealizzazione individuale e collettiva.


I POLICY MAKERS

Le politiche economiche dei governi liberali, tuttavia, ignorano queste proposte e puntano sul rilancio degli investimenti, cioè sulla crescita, che è sempre dietro l'angolo ma non arriva mai, anche perché gli imprenditori, quando ricevono gli incentivi, preferiscono investirli nell'acquisto di macchine anziché in nuove assunzioni. Persino un Paese come la Cina, ridondante di manodopera, di fronte alla scelta tra alta tecnologia e alta occupazione sta optando per il jobless growth. La Foxconn di Shenzhen, che produce componenti elettroniche per la Sony e la HP e che assiema tutti i prodotti Apple, ha appena annunziato che nel prossimo triennio impianterà 300.000 robot invece di assumere 300.000 operai.

In Italia e in Germania l'orario settimanale fu portato a 48 ore nel 1950 per poi scendere, nel 1995, sotto le 39 ore a parità di salario. Nel 1973, in Inghilterra, Edward Health contrastò la crisi del lavoro minerario con una drastica riduzione dell'orario. Nel 1994 il sindacato dei metalmeccanici tedeschi firmò un contratto per cui la settimana lavorativa scendeva a 30 ore e il salario calava in proporzione. Nel 1998 il governo francese di Jospin lanciò la settimana di 35 ore, con esiti positivi secondo alcuni osservatori, negativi secondo altri.

In America non era stato il Partito democratico ma quello repubblicano a promettere fin dal 1956, per bocca di Nixon, la settimana di 32 ore. Ma non se ne fece nulla.

Ovunque fosse tentata la strada della riduzione di orario, lavoristi e sindacalisti gareggiavano con gli imprenditori e con i manager nel boicottarla. In Italia, sulla questione delle 35 ore cadde addirittura un governo. In Francia e in Germania, un fuoco concentrico di critiche padronali e di concertata disinformazione mediatica contro i pochi esperimenti di settimane corte (come quello tentato in Volkswagen) cessò solo quando questi esperimenti furono archiviati.

Da allora in poi i governi hanno preferito detassare i datori di lavoro, regalare incentivi, rendere più flessibili i contratti, aumentare i vantaggi delle imprese e i sacrifici dei lavoratori, corteggiare gli investitori stranieri e riesumare forme larvate di protezionismo. Mentre una corte di economisti infatuati di liberismo gareggiava nel fornire supporti teorici a questa politica, le statistiche ufficiali annunciavano miracolosi incrementi dell'occupazione. In realtà – come avevano già denunciato «Fortune» e «Newsweek» – quello che aumentava era soprattutto il precariato. E se prima gli Stati Uniti facevano da locomotiva al mondo, trainando l'Occidente ogni volta che la loro economia si impennava, oggi la globalizzazione unifica i mercati per cui, se l'America va bene, per la legge dei vasi comunicanti tutti gli altri Paesi vanno male.


CUL DE SAC

Oggi qualunque cittadino dei Paesi ricchi ha una speranza di vita di 82 anni, pari a 718.000 ore. Solo l'11 per cento di tutte queste ore sarà occupato dal lavoro ed è molto probabile che, entro il 2030, questa percentuale si riduca sensibilmente. Il pianeta incrementa la sua ricchezza del 3 per cento l'anno, ma tale crescita dipende sempre meno dal lavoro umano del Primo Mondo e sempre più dai robot e dai lavoratori sottopagati del Terzo Mondo. Aumentano a vista d'occhio le persone che chiedono un'occupazione, ma i posti di lavoro crescono molto più lentamente per effetto congiunto del progresso tecnologico e organizzativo, della globalizzazione, delle moderne monocolture latifondistiche, della smilitarizzazione, delle privatizzazioni, delle fusioni. I cittadini del Primo Mondo rifiutano l'idea che la propria vita non abbia più come essenza il lavoro, e debba quindi essere riprogettata centrandola sul tempo libero e sulle attività ibride che non rientrano nel concetto tradizionale di «lavoro».

Sí profila così un mercato del lavoro terrifico, costruito su cerchi concentrici: al centro un nucleo di creativi (scienziati, artisti e professionisti) adeguatamente garantiti e gratificati, incaricati di progettare il futuro; intorno a questo centro, una corona di lavoratori esecutivi (impiegati e operai), che assicurano ai creativi e alle loro famiglie i supporti necessari; intorno a questo, un cerchio ulteriore composto dai lavoratori precari, pronti a sostituire i lavoratori esecutivi ogni volta che occorre. Qui si chiude il fortilizio dei privilegiati ammessi alle funzioni ideative e produttive. Al di fuori di esso, ristagna una marea di esclusi cui è consentito consumare ma è vietato produrre. Già oggi in Europa questa marea montante conta 45 milioni di disoccupati, cui vanno aggiunti 15 milioni di Neet compresi tra i 15 e i 29 anni. In alcuni Paesi come la Spagna un cittadino su tre e un giovane su due sono esclusi dal fortilizio del mercato del lavoro. Cosa avverrà quando questa marea di persone senza reddito sovrasterà numericamente i lavoratori asserragliati nel fortilizio?

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L
Lavoro



                                    «L'etica del lavoro è l'etica degli schiavi,
                                  e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi.»
                                                                BERTRAND RUSSELL

                                        «Come faccio a spiegare a mia moglie che
                                   quando guardo dalla finestra, sto lavorando?»
                                                                   JOSEPH CONRAD

                                                «Io non lavoro, cerco emozioni.»
                                                                GERARD DEPARDIEU



Il lavoro nella società industriale


GENI, UOMINI E BESTIE

L'uomo e l'umanità non sono stati mai fermi, né di giorno né di notte, né con il corpo né con la mente; sempre hanno combattuto, e su più fronti, per la sopravvivenza personale e della specie.

Come spiego nel capitolo Creatività, Carl Gustav Jung e Konrad Lorenz hanno dimostrato che uomini e bestie hanno in comune quattro istinti — fame o nutrizione, sessualità o procreazione, aggressione o attività, fuga o riflessione – mentre la creatività è appannaggio esclusivo degli esseri umani che l'hanno impiegata costantemente, e con esiti diversi, nella loro perenne lotta di liberazione dalla schiavitù della miseria, della fatica, dell'ignoranza, della noia, della tradizione, dell'autoritarismo, del dolore, della bruttezza, della morte. Lotta combattuta su più fronti e con più armi: dagli animali competitori gli esseri umani si sono difesi dormendo sugli alberi, tramando tranelli, scheggiando asce di pietra e punte per le frecce. Sul fronte della natura, la lotta è stata ancora più complessa e tenace: contro il freddo glaciale, il caldo tropicale, le grandi piogge, le eruzioni, i terremoti e le tempeste marine, il principio di gravità, le malattie, il dolore e la morte. Sul fronte sociale, ogni uomo, ogni famiglia, ogni villaggio, ogni Paese si è trovato a competere per la difesa e per la conquista del territorio, delle risorse, dei mercati, della cultura, dello spazio, dell'etere. Sul piano individuale, ogni uomo ha dovuto combattere con la sua falsa coscienza, con la sua pigrizia, con la tentazione di aggredire, di arrendersi o di violare i patti; con il pericolo, continuamente in agguato, di regredire nella barbarie degradando il proprio senso morale, estetico, sociale, e privilegiando la competitività sull'emulazione.

Per affrontare queste sfide, gli esseri umani hanno mobilitato la loro creatività apprestando strumenti scientifici e tecnici o ricorrendo a placebo come l'arte e la religione. Comunque non hanno mai smesso di essere attivi, di trovare e valorizzare risorse, di creare organizzazioni. Ad alcune di tali attività hanno dato il nome di «lavoro» e gli hanno fatto corrispondere una retribuzione. Se si accettano le teorie di Lorenz e Jung, il lavoro è proprio della specie umana solo quando è creativo; negli altri casi è una fatica che accomuna uomini e bestie. Alcune attività – per esempio quella del sacerdote, dello scrittore o dell'artista – sono state considerate un privilegio impagabile in alcuni casi e un lavoro in altri. Così pure, le stesse attività possono essere svolte dietro retribuzione se considerate lavoro o gratuitamente se esercitate come hobby.

[...]

«La reale conquista della scienza e della tecnologia moderna» ha scritto John Kenneth Galbraith «consiste nel prendere delle persone normali, nell'istruirle a fondo in un settore limitato e quindi nel riuscire, grazie a un'adeguata organizzazione, a coordinare la loro competenza con quella di altre persone specializzate, ma ugualmente normali. Ciò consente di fare a meno dei geni».

Questo miracolo è stato realizzato da milioni di lavoratori che giorno per giorno hanno migliorato il proprio modo di lavorare, sempre con l'intento di produrre più e meglio con minore fatica e in tempo più breve. Ma due ingegneri hanno il merito di avere tirato le somme di questo lungo percorso e averne distillato un nuovo paradigma, che tuttora informa la maggior parte delle nostre organizzazioni. Si tratta di Frederick W. Taylor (1856-1915) e di Henry Ford (1863-1947). Grazie a loro, Peter Drucker ha potuto orgogliosamente rivendicare agli Stati Uniti la paternità della più grande rivoluzione del XX secolo: la produzione di massa organizzata scientificamente. Se si vuole capire cosa sia il lavoro ancora oggi, è indispensabile avere un'idea del modo in cui Taylor e Ford lo intesero e lo organizzarono.

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PRODUTTIVITÀ E DEMOCRAZIA

Sacrificando il pensiero di milioni di individui, inchiodandoli alla catena di montaggio di Ford, misurandone il rendimento con il cronometro di Taylor, in duecento anni la società industriale ha fatto più progressi che in tutto il milione di anni precedenti. All'epoca del suo esordio, nella metà del Settecento, la vita media in Europa si aggirava intorno ai 40 anni e l'umanità tutta intera non superava i 600 milioni di individui. Quando concluse la sua parabola, nella metà del Novecento, la vita media in Europa superava gli 80 anni e gli abitanti della Terra sfioravano i 6 miliardi.

I Paesi moderni, grazie al lavoro industriale, sono riusciti a ritardare la morte, anche se non a debellarla; sono riusciti a vincere la fame, la fatica e il dolore fisico. Impiegando milioni di operai senza farli pensare, la fabbrica taylor-fordista, rinnovata sul piano tecnologico e su quello organizzativo, ha consentito di ridurre i tempi di lavoro e l'orario settimanale aumentando la produzione, i salari e i consumi.

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PARADOSSI ORGANIZZATIVI

Il problema dei disoccupati rischia oggi di mettere in secondo piano i problemi di quanti «hanno la fortuna» di un'occupazione stabile. La vita di un disoccupato è pesantissima, perché nella nostra società tutto dipende dal lavoro: stipendio, contatti, prestigio e (se si è cattolici) persino il biblico riscatto dal peccato originale e il lasciapassare per il paradiso. Dunque, se manca il lavoro, manca tutto. Molto spesso, però, anche la vita del lavoratore occupato è ridotta a un inferno perché l'organizzazione manageriale delle aziende si preoccupa di incrementare la quantità dei prodotti, non la felicità dei produttori. Contro questa organizzazione, che imbriglia la vita nelle aziende, si possono sollevare i seguenti capi d'accusa: 1) in nome della competitività, attizza una stupida guerra di tutti contro tutti, che esalta l'istinto della violenza, devasta lo spirito solidale e la dolcezza dei rapporti umani; 2) in nome della praticità, fa scempio del senso estetico, costringendo milioni di operai in reparti invivibili e milioni di impiegati in ambienti asettici, anonimi, periferici, alienanti; 3) in nome dell'efficienza, estorce tempo ed equilibrio mentale ai propri dipendenti, costringendoli a ritmi stressanti, a inutili ore di straordinario, alla mortificante reperibilità per fare cose spesso prive di senso a scapito della vita familiare e di quella sociale; 4) in nome della socializzazione sul lavoro, costringe a sopportare superiori sadici, colleghi competitivi, riti e procedure aziendali che immolano la creatività al grande idolo delle regole e della gerarchia; 5) in nome della sincronizzazione e del coordinamento, impone obbedienza acritica e assoggetta i bioritmi dei singoli lavoratori ai ritmi delle macchine e delle procedure, fino a ridurre l'intera azienda, la città, la società, a un'unica, onnivora catena di montaggio; 6) in nome dell'esternalizzazione, espelle dalle aziende le funzioni più creative e trattiene quelle più esecutive, pianificabili, controllabili, trasformando via via le imprese in altrettante sclerotiche burocrazie; 7) in nome della modernizzazione tecnologica, condanna le competenze professionali a una rapida obsolescenza e getta sul lastrico milioni di «esuberi»; 8) in nome della globalizzazione, riduce gli organici, distrugge le industrie nazionali, impone culture estranee, mina l'autorità degli Stati nazionali; 9) in nome della flessibilità vanifica i diritti acquisiti dai lavoratori e restituisce al datore di lavoro il potere assoluto sulla loro sorte; 10) in nome del libero mercato, distrugge la sicurezza sociale del welfare, privatizza, e trasforma in affari anche le funzioni vitali dello Stato, dalla sanità all'istruzione, dai trasporti alla difesa; 11) in nome della razionalità, standardizza, accentra, specializza, spersonalizza, maschilizza il mondo del lavoro deprivandolo di tutto ciò che è emotivo, estetico, soggettivo, femminile.

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DISTRAZIONE E MULTITASKING

Se ho contato bene, le composizioni di Vivaldi sono 788. Di sicuro quelle di Mozart sono 626. Quelle di Beethoven sono 371. Quelle di Bach sono praticamente impossibile contarle con precisione. Prima dei 40 anni Rossini aveva già composto 40 opere. Se si passa alla letteratura, si trovano produzioni altrettanto imponenti: migliaia di pagine scritte da Dumas, da Tolstoj, da Dickens, da Dostoevskij, da Thomas Mann, per non parlare, in altre discipline, di Marx o di Max Weber. Come mai, questi nostri illustri antenati riuscivano a creare una tale quantità di opere non solo qualitativamente pregevoli ma anche di mole spesso smisurata? Perché potevano concentrarsi.

La dotazione di neuroni contenuti nel nostro cervello quando veniamo al mondo non si incrementa via via che cresciamo. A incrementarsi è il numero dei collegamenti – le sinapsi – che mettono in rete tra loro le cellule neurali, collegamenti che per formarsi implicano anche la riflessione. E la riflessione stanca. Ciò significa che il nostro cervello, per formulare idee, ha bisogno alternativamente di concentrarsi, riposarsi, distrarsi, secondo una ritmica dettata dalle esigenze del singolo «pensatore». Detto questo, Mozart, Dickens o Marx erano comunque avvantaggiati, rispetto a noi, dall'assenza di cellulari e di open space.

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CONFLITTUALITÀ

Duecento anni di esperienza industriale ci hanno abituato a un tipo di microconflittualità e di macroconflittualità strutturalmente centrate sulla fabbrica. Quale tipo di conflittualità sta nascendo con l'avvento postindustriale? Che fine fanno i sindacati? Si aggregheranno in classe anche i lavoratori intellettuali? Ma esistono ancora le classi?

Secondo Marx l'epoca industriale ha semplificato gli antagonismi polarizzando l'intera società «in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l'una all'altra: borghesia e proletariato». Per due secoli la borghesia è stata accomunata dai privilegi che le derivavano dalla proprietà dei mezzi di produzione, mentre il proletariato è stato accomunato dallo sfruttamento che gli derivava dalla mancanza di questa proprietà.

Come è sotto i nostri occhi e come ha ben dimostrato Thomas Piketty con il saggio Il capitale nel XXI secolo, le disuguaglianze persistono e addirittura si vanno aggravando. Ma come mai questo sfruttamento (che Marx chiamerebbe «alienazione oggettiva») non si traduce più in rabbia collettiva, indignazione organizzata, lotta di classe? La risposta ci viene dal concetto di «alienazione soggettiva», una delle grandi scoperte con cui, grazie a Marx, la sociologia dell'Ottocento ha cercato di spiegare il paradosso sociale per cui, di fronte allo sfruttamento, si può restare tanto più inerti e passivi quanto più si è sfruttati.

La sindrome dell'alienazione soggettiva si manifesta attraverso vari comportamenti che oggi ritroviamo nei lavoratori intellettuali: il dipendente rimuove il problema di essere uno sfruttato; mostra disinteresse nei confronti del proprio lavoro; attribuisce al proprio lavoro una funzione puramente strumentale; anche quando è proletarizzato, aderisce ai valori, alle norme, ai gusti, agli atteggiamenti e ai comportamenti della borghesia; dà per scontata la propria impotenza e delega ad altri (datori di lavoro, capi, sindacalisti, politici) la sua sorte di lavoratore e di cittadino, rifiutando sia la prospettiva di lotta sia quella di partecipazione.

In tutti questi casi la sua condizione subalterna non si traduce in presa di coscienza, rivolta, coraggio, formazione di avanguardie, organizzazione di sindacati e di partiti necessari per riscattarsi dallo sfruttamento. La sua alienazione soggettiva può essere causata dall'ignoranza, dalla manipolazione scolastica, mediatica e religiosa; dalla paura di vessazioni, ricatti, mobbing e licenziamenti; dall'azione di quei sindacati che spostano il bersaglio della conflittualità dai datori di lavoro e dai dirigenti verso lo Stato, la burocrazia, í Paesi e le imprese concorrenti.

[...]

In sintesi:

1) Alcuni Paesi vanno assumendo la leadership dell'azione modernizzatrice attraverso l'incremento del proprio apparato scientifico-ideativo; altri si limitano a implementare le idee altrui; altri ancora sono costretti al semplice ruolo subalterno di utenti colonizzati.

[...]

14) In Occidente l'avanzata della classe operaia, segnata in Italia dallo Statuto dei lavoratori (1970), ha provocato una reazione forsennata di marca neoliberale da parte delle classi dominanti contro le classi dominate per recuperare i margini di vantaggio perduti, come hanno ben descritto Serge Halimi in Le Grand Bond en arrière (2004) e Luciano Gallino in La lotta di classe dopo la lotta di classe (2012).

La lotta di classe dei ricchi contro i poveri è globale, così come globale è l'economia capitalistica ormai trionfante su tutto il pianeta. In questa lotta i ricchi non lesinano spese per finanziare università, business schools, uffici studio, club, convegni internazionali, case editrici, riviste, ricerche, siti, assoldando eserciti di economisti, guru, manager e giornalisti.

Solo in casi estremi si tratta di una lotta cruenta, anche se la miseria fa sempre i suoi morti. Per lo più si tratta di una guerriglia molto sofisticata, che adotta tattiche diverse a seconda delle fasce sociali e razziali dei nemici. Contro i poveri del Terzo Mondo viene esercitata una pressione globale per trasformarli in un inerme esercito industriale di riserva e in un immenso mercato per tutti gli scarti del Primo Mondo. Contro la classe media del Primo Mondo viene esercitata una manipolazione adeguata ad avversari scolarizzati da trasformare in esecutori specializzati motivati e docili sul lavoro, in consumatori voraci colti e arrendevoli nel tempo libero, in cittadini comunque impauriti dall'insicurezza fisica e occupazionale.

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Pagina 378

COSA MANGIAMO QUESTA SERA?

Secondo Woody Allen le tre domande cruciali che l'umanità deve porsi sono: da dove veniamo, dove andiamo, cosa mangiamo questa sera. Abbiamo visto da dove viene e dove va il lavoro. Resta da capire cosa mangeremo questa sera. Cioè, cosa fare qui e ora.

Tanto per cominciare, è molto probabile che mangeremo un poco meno di ieri. Poi dovremo prendere atto che siamo immersi in una paradossale situazione disorientata e disorientante che spinge alla depressione. Già oggi i francesi consumano in un anno più di 40 milioni di scatole di antidepressivi.

[...]

Agli inizi del XX secolo, Taylor e Ford segnarono il culmine dello storico passaggio dall'artigianato all'industria. Oggi, all'inizio del XXI secolo, il lavoro non ha bisogno di ritocchi ornamentali ma di una nuova rivoluzione che segni il passaggio dall'organizzazione industriale a quella postindustriale. Questa nuova rivoluzione comporta la necessità di sostituire la cultura moderna del consumo con la cultura postmoderna della felicità. Dunque, rivoluzione contro depressione.

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Pagina 419

N
Napoli



                       «Il sottosviluppo non si improvvisa. È lavoro di secoli.»
                                                                NELSON RODRIGUES

                          «Trovo in questo popolino l'industria più alacre e più
                           ingegnosa, non per arricchire, bensì per vivere senza
                                                                      pensieri.»
                                                                 WOLFGANG GOETHE



Il 12 agosto 2008 la rivista «Newsweek» dedicò l'intera copertina a una strada di Napoli sommersa dai rifiuti. Il titolo, in caratteri cubitali, recitava: «Italy's mess: How a lovely country became Europe's economie and political disaster zone». Così, a modo suo, Napoli si è aggiudicato il guinness di prima città del mondo letteralmente invasa dall'immondizia. E, a furia di conviverci, i napoletani si sono talmente assuefatti alla sua ubiqua presenza che quasi non se ne accorgono più. Poiché città e immondizia sono i due massimi simboli della società consumista, il primato di Napoli la fa assurgere a metafora planetaria della parabola urbana, a profetica antesignana di tutte le megalopoli del mondo. Analizzare la sua storia e la sua cultura può aiutarci a capire non solo le immense conurbazioni dei Paesi poveri, da Nairobi a Calcutta, ma anche le minacce sottese all'evidente opulenza delle città ipercapitaliste, da Tokyo a New York.




La storia


Come Atene o come Il Cairo, Napoli è una città che si spegne così lentamente che nessuno se ne accorge.

[...]




Mitologia della pizza


Come ci ha insegnato Lévi-Strauss, il crudo e il cotto sono categorie rivelatrici del sistema antropologico che si intende scandagliare. Ogni cibo caratteristico di una regione ne rivela l'anima popolare o aristocratica o interclassista, e ne diventa mito. Sarebbe difficile capire gli Stati Uniti senza gli hamburger, la Francia senza le escargots à la bourguignonne, la Cina senza l'anatra laccata alla pechinese, la regione di Minas Gerais senza il pan de queso. E Napoli senza la pizza.

Partorita dal suo ventre come nutrimento dei muratori, che se la ritrovavano calda e sapida appena scesi dalle impalcature per la pausa pranzo, è via via tracimata in tutti i continenti fino ad avventurarsi nelle rischiose regioni del franchising e del fast food.

Ma questa marcia trionfale verso la globalizzazione non ha cancellato i cinque peccati originali, i cinque inganni che la pizza si porta dentro.

Dietro un'apparenza ubertosa e genuina, la pizza cela l'inganno della finta sazietà: accozzaglia di pasta, mozzarella, olio, sale e pomodoro, intrugliata con birra e incline a raffreddarsi ancora prima di essere interamente gustata, mira a tamponare la fame con una mappazza pesante, che ingolfa rapidamente lo stomaco e lo satura senza nutrirlo, illudendo così proletari, famigliole e studenti squattrinati che credono di aver cenato e invece si sono solo «fatti una pizza».

Il secondo inganno sta nel nome della più gloriosa delle pizze, la nave ammiraglia, la pizza Margherita. Perché Margherita? Perché un qualche suddito pizzaiolo della dinastia Borbone, per servilismo sbracato e accattivante, a tradimento volle onorare Margherita di Savoia dedicandole il più borbonico dei nutrimenti partenopei. Non è un caso unico di servilismo locale: anche la canzone Torna a Surriento, che molti credono invocazione amorosa di una qualche fidanzatina straziata dalla partenza del suo amato migrante, è in realtà una squallida piaggeria nei confronti di un direttore generale delle Poste, ripartito da Sorrento dopo una visita ufficiale.

Il terzo inganno sta nell'ammiccante interclassismo che unisce in pizzeria ricchi e poveri – gli uni per vezzo, gli altri per necessità – e alimenta quel napoletanissimo «vogliamoci bene» che da secoli smussa ogni conflittualità, impedisce ogni indignata intolleranza e degrada le rivoluzioni in rivolte, consentendo ai farabutti di proseguire indisturbati nelle loro farabutterie.

Il quarto inganno sta nei vantaggi economici che l'invenzione e produzione della pizza avrebbero potuto portare a Napoli, ma non hanno portato. Assolutamente negati per ogni impresa razionale ed efficiente, i pizzaioli napoletani hanno presunto che loro e solo loro avrebbero saputo cucinare in eterno un cibo per sua natura semplicissimo e quindi riproducibilissimo. Perciò non hanno mai brevettato e industrializzato la loro invenzione e ora si ritrovano poveri nani in mezzo a concorrenti giganti, che vendono «pizze napoletane» in tutto il mondo.

Il quinto inganno sta nel fatto che la pizza, con tutta la sua corte di canzoni elogiative e film e stereotipi, ha contribuito a creare nel napoletano l'autoconvinzione che i napoletani siano creativi. Mentre il resto del mondo inventava la plastica e i microprocessori, la pila atomica e i satelliti artificiali, le biotecnologie e i raggi laser, a Napoli insistevamo con questa benedetta pizza e con le sue scontate varianti. La fantasia, per diventare creatività, deve sposarsi con la concretezza, ma purtroppo a Napoli è rimasta nubile.




Antropologia dell'interclassismo


Fino alla Seconda guerra mondiale, Napoli era una città interclassista: a Spaccanapoli, nei Quartieri Spagnoli, a Santa Lucia, convivevano i ricchi e i poveri: proletariato nei bassi, aristocratici e alta borghesia al piano nobile, media e piccola borghesia ai piani superiori. Oggi, invece, i ricchi stanno in piazza dei Martiri e in via Orazio; i poveri stanno nei quartieri periferici (la «corona di spine», come li chiamava Francesco Saverio Nitti); la piccola e media borghesia ha occupato tutto il resto del territorio.

Il carattere dei napoletani — gli intellettuali la chiamano «napoletanità» — deriva in gran parte da quella marmellata di quattro classi sociali (molta aristocrazia, poca borghesia, poco proletariato, molto sottoproletariato) che, per secoli, sono vissute insieme negli stessi quartieri, aiutandosi o sopraffacendosi a vicenda nella lotta bestiale per la sopravvivenza: vistosamente l'aristocrazia, parsimoniosamente la borghesia, miseramente il proletariato, disperatamente il sottoproletariato. Ma tutte con celata furbizia, ostentata allegria, sostanziale infantilismo.

Se si vuole capire la «napoletanità», a quella marmellata di classi occorre aggiungere l'azione millenaria del sole e del mare Mediterraneo.

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O
Ozio



                                                      «La vita è ciò che succede
                                                  mentre noi pensiamo ad altro.»
                                                                     OSCAR WILDE

                                    «Hombre que trabaja pierde tiempo precioso.»
                                                              PROVERBIO SPAGNOLO
[...]




Oziosi e laboriosi


Come si sa, sono soprattutto le persone laboriosissime che amano parlare di ozio. Moreau-Christophe, che nel 1849 pubblicò Il diritto alla pigrizia, era un lavoratore così spudoratamente accanito da ostentare il motto «Vitam impendere labori», consacrare la vita al lavoro. Marx, che ne aveva chiosato il libro, confessò: «Mi batto per la legge delle otto ore per gli operai, ma per quanto mi riguarda sono fautore delle lunghe giornate di lavoro». Il genero di Marx, Paul Lafargue che, a sua volta, trasse ispirazione da Moreau-Christophe per il suo Il diritto all'ozio, lavorò duro fino a 70 anni. A sua volta Maurice Dommanget, che per l'editore Maspero curò cavillosamente l'edizione di Lafargue, confessa in una nota che, a 80 anni passati, lavorava ancora «come un forzato». Hermann Hesse, che nel 1904 pubblicò un articolo sull' Arte dell'ozio, più tardi riconobbe: «Se in fondo non fossi un uomo estremamente operoso, non so come mi sarebbe potuta venire l'idea di concepire inni e teorie in favore dell'ozio. Gli oziosi per natura, gli oziosi geniali, non compiono mai nulla di simile». Nel 1932, Bertrand Russell pubblicò sull'«Harper's Magazine» il suo Elogio dell'ozio, che inizia con queste parole: «Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti del proverbio che dice: "L'ozio è il padre di tutti i vizi". Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu così che la mia coscienza prese l'abitudine di costringermi a lavorare sodo fino ad oggi».

Potremmo continuare a lungo con citazioni di così smaccata contraddittorietà tra il predicar bene in favore dell'ozio e il razzolar male contro il medesimo. Del resto, confesso a mia volta di amare tale argomento con un certo masochismo e oso azzardare l'ipotesi che lo stesso lettore intento a leggere questo capitolo sia stato attratto dal suo titolo proprio perché affetto dal vizio assurdo di una laboriosità iperattiva, e in perenne ricerca di un qualche rimedio a questa sua inguaribile nevrosi.

I laboriosi, peraltro, sono almeno di due tipi: da una parte, quelli che amano l'iperattivismo per l'iperattivismo, e acriticamente lo praticano tenendo nel massimo disprezzo tutti gli oziosi e tutte le arti d'oziare; dall'altra, coloro che sono iperattivi perché non sanno essere altrimenti, ma in cuor loro comprendono tutta l'importanza dell'ozio, portandosene dentro una sorta di sorda nostalgia, coltivando una segreta ammirazione per gli «oziosi di natura», rinviando continuamente il proposito di seguirne l'esempio. Potremmo definire i primi come operosi o laboriosi o iperattivi «alienati», i secondi come operosi o laboriosi o iperattivi «rammaricati» e, in certi casi, «pentiti».

Per fortuna, dal bisogno di sublimare questa contraddizione tra parole e fatti, nasce in chi vi inciampa l'inclinazione all'uso del paradosso e dell'ironia: tranne Hermann Hesse, che nel parlare di ozio si prende così sul serio da riuscire quasi noioso, tutti gli altri trattano l'argomento con godibile arguzia. Proprio come argutamente autolesionista dev'essere íl mio operoso lettore se, spossato dalla fatica, va a cercare conforto proprio in una lettura che mette a nudo tutta l'assurdità del suo compiaciuto e razionalizzato attivismo.

Se vogliamo capire qualcosa di una simile assurdità, che ci carezza e quotidianamente ci angustia, dobbiamo partire dai dati statistici. L'uomo di Neanderthal viveva in media 250.000 ore e si dava da fare tutto il giorno per procacciarsi il cibo, difendersi dalle belve e scacciare gli insetti. I nostri bisnonni vivevano in media 350.000 ore, ne dedicavano quasi 100.000 al lavoro nei campi, nelle botteghe o nelle fabbriche e, se non erano analfabeti, ne dedicavano altre 7000 all'istruzione scolastica; noi viviamo più di 700.000 ore e ne spendiamo quasi 80.000 per ciò che chiamiamo «lavoro». Se vi aggiungiamo circa 27.000 ore che il laureato con master ha dedicato alla formazione scolastica, ci rendiamo conto che in tre o quattro generazioni il tempo di vita trascorso fuori dagli impegni di studio e di lavoro è quasi triplicato, passando da circa 243.000 a 593.000 ore.




Il lavoro come dovere e come nevrosi

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Economia dell'ozio


L'ozio è stato sempre considerato e presentato come spreco di preziose energie umane, incapacità di adoprarsi per il bene proprio e altrui, attentato all'economia.

Penso invece che ci siano buoni motivi per rivalutare la dimensione economica dell'ozio. Rivalutazione che potrebbe renderlo accattivante persino agli occhi di quegli iperlaboriosi alienati che non abboccano ad altri richiami se non a quelli del business, inducendoli forse a redimersi.

L'obiettivo naturale dell'economia è quello di escogitare e applicare i metodi più efficaci per raggiungere, in qualsiasi campo, il massimo risultato con il minimo sforzo. Ebbene, questo obiettivo combacia perfettamente con la mission dell'ozioso, che mai si proporrebbe di tendere al minimo risultato sottoponendosi al massimo sforzo. Purtroppo, un uso distorto dell'aurea scienza economica è riuscito a ridurla al ruolo di faccendiera politicante, di corteggiata e corteggiatrice consigliera dei principi, di scaltra esperta nell'arte dello sfruttamento, impiegata non per diminuire i tempi di lavoro a parità di risultati ma per massimizzare i risultati a parità di tempo. Insomma, una scienza proditoriamente utilizzata per ottenere che la maggior parte dei cittadini sia messa nella pratica impossibilità di oziare. È ora che, di fronte ai disastri compiuti da questa economia snaturata, si ponga mano al suo reintegro per trasformarla in metodo aureo dell'arte di oziare: un metodo a noi congeniale per conquistare un poco di quell'indolenza orientale che Hermann Hesse indicava come presupposto imprescindibile del pensare creativamente. Se la creatività è la risorsa principale dell'economia postindustriale, e se l'ozio è il carburante della creatività, dunque l'ozio è il carburante dell'economia. «Qui conveniunt uni tertio conveniunt inter se», le cose pertinenti rispetto a una terza cosa sono reciprocamente pertinenti, direbbe Aristotele.

L'ozio è una risorsa scarsa per definizione. Dunque ne va massimizzato l'effetto con attenta perizia economica: non per ridurlo quantitativamente, ma per accrescerne la qualità e la produttività facendone un'arte sempre più raffinata, sempre più capace di elevare lo spirito e produrre idee. Se la formula della produttività industriale era P/H, cioè quantità di prodotto rapportata alla quantità di tempo impiegato per produrlo, la formula della produttività postindustriale deve essere I/O, cioè la qualità di ogni idea prodotta rapportata alla quantità di ozio necessaria per intuirla ed elaborarla. Alla ottimizzazione costante di questo rapporto dobbiamo dedicare oggi la stessa caparbia economia scientifica usata a suo tempo da Taylor per massimizzare l'efficienza delle industrie metalmeccaniche di Philadelphia.

La scienza economica dell'era industriale era basata sulla produzione e sul consumo di beni materiali, sulla loro serialità, sulla loro utilità marginale. Da questi fattori recava una sorta di marchio d'origine, un imprinting che la rendeva adatta a comprendere soprattutto i fenomeni di natura metrico-decimale. Si trovava subito a disagio quando s'imbatteva in risorse intangibili come le idee, l'estetica, i valori, ed era subito tentata di applicare anche a essi, con goffi risultati, gli stessi parametri e gli stessi metodi pensati in funzione dei beni tangibili. Tentativi come quello compiuto a suo tempo da Ruskin, di fondare un'autonoma teoria economica dell'arte, restano ancora assai acerbi. Di qui la necessità di fondare un'economia postindustriale della creatività e dell'ozio, legati inscindibilmente una all'altro.




Alienazione che svuota, alienazione che colma


Tra i vari termini con cui è stata indicata di volta in volta la disaffezione al lavoro (pigrizia, scioperatezza, apatia, sfaccendatezza, ignavia, fannullaggine eccetera) solo otium ha goduto di un'accezione positiva, almeno presso la classicità. Oggi quel termine va rivalutato, perché se è stato con il diritto al lavoro che l'uomo ha conseguito la condizione industriale, sarà con il diritto all'ozio che realizzerà la condizione postindustriale. Dall'umanesimo del lavoro occorre dunque ascendere all'umanesimo dell'ozio. Ce lo consentono, ormai, i livelli di tecnologia e di scolarità diffusa. Quel diritto all'ozio che restava utopistico per gli operai delle attività industriali, è finalmente realistico per i manager, per i dirigenti, per i professionisti delle attività postindustriali, purché formati alla cultura e all'arte del non-lavoro. Occorre che essi ne prendano coscienza, si convincano a lottare gioiosamente contro i burocrati e contro gli iperattivi alienati, si rendano conto che la contrapposizione tra lavoro e ozio, tra lavoro e tempo libero, ha ragion d'essere solo in merito alle vecchie mansioni esecutive.

L'attività creativa è sempre «a tempo pieno»: chi è assillato da un problema che richiede soluzioni ideative (un artista, un pubblicitario, un imprenditore, un artigiano, un professionista) non può interrompere il filo del pensiero così come l'operaio, al suono della sirena, interrompe la prestazione alla catena di montaggio. Il cervello del creativo, una volta impegnato su un problema, lavora sempre (in ufficio, a casa, nella veglia, nel sonno e nel dormiveglia, a livello cosciente e a livello inconscio), fin quando non arriva l' insight risolutivo.

Anche il lavoro creativo aliena, anche il creativo non vive in sé ma nelle sue idee, che sono la sua opera d'arte. Ma tra l'opera d'arte e il suo creatore esiste una simbiosi ben più salda di quella che labilmente legava l'operaio e l'impiegato al loro prodotto fatto in serie. Mentre l'alienazione del lavoratore esecutivo svuota, l'alienazione del lavoratore creativo riempie, colma, deborda. L'opera esecutiva appartiene al padrone del lavoratore; l'opera creativa, anche quando è venduta al padrone o a terzi, appartiene per sempre al suo autore. La firma, la griffe, ben rappresentano questa paternità. Il lavoratore esecutivo marchia il pezzo affinché gliene possano essere imputati gli eventuali difetti; il lavoratore creativo firma l'opera affinché gliene possano essere tributati i meriti per sempre.

In vita, Lafargue era più gradito ai libertari che ai socialisti, nonostante la sua militanza rivoluzionaria e la parentela con Marx. A sua volta, Bertrand Russell era più amato dagli anticonformisti che dai conservatori, nonostante il suo aristocratico elitismo. Entrambi possono essere amati sia dagli oziosi sia dai laboriosi, purché impegnati nella difficile conquista del tempo, del suo significato, del suo godimento. Avere tempo per sé, da solo, non basta. Come concluderebbe Russell, «una popolazione che lavori poco, per essere felice deve essere istruita, e l'istruzione deve tener conto delle gioie dello spirito, oltre che dell'utilità diretta del sapere scientifico».

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P
Partiti



                       «Vi sono dei branchi in cui governano i più intelligenti:
                                                        è il caso dei babbuini.»
                                                                   KONRAD LORENZ



Comunità e società


MERITO E APPARTENENZA

Se è vero che l'Italia costituisce un caso esemplare di crisi della partitocrazia, è anche vero che la stessa crisi affligge molti Paesi democratici del pianeta. Analizzare il nostro stato di cose può dunque tornare utile anche a loro.

Gli ultimi anni della Prima Repubblica (1948-1994) e l'intero ciclo della Seconda (1994-2013) sono stati funestati dalla repulsione sempre più diffusa verso la partitocrazia intesa come sistema di distribuzione del potere effettuata in base all'appartenenza, indipendentemente dal merito.

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Il caso italiano


IL J'ACCUSE DI PASOLINI

Negli anni Sessanta si fronteggiavano in Italia due grandi forze politiche, una classista e l'altra interclassista: il Partito comunista italiano, il più forte di tutto l'Occidente, alleato critico dell'Unione Sovietica, e la Democrazia cristiana, alleata acritica degli Stati Uniti e spalleggiata dal Vaticano, entrambi guidati da dirigenti di solida preparazione politica. In quegli anni la lotta di classe assicurò al proletariato italiano la conquista dei diritti fondamentali che i lavoratori inglesi avevano ottenuto molti decenni prima. Lo Statuto dei lavoratori (maggio 1970) segna l'apice dell'avanzata. Da questo momento in poi la lotta di classe degli operai e degli studenti contro la ricca borghesia viene ribaltata in lotta di classe dei datori di lavoro contro i lavoratori, come ben dimostra Luciano Gallino nel libro-intervista La lotta di classe dopo la lotta di classe. Negli anni Ottanta il neoliberismo di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher porterà alle estreme conseguenze tale inversione di lotta e diventerà un modello per tutti i Paesi del mondo, compresi quelli ancora comunisti.

A metà degli anni Settanta Pier Paolo Pasolini (intellettuale comunista) propose dalle colonne del «Corriere della Sera» (quotidiano conservatore) di impiantare un pubblico processo contro i notabili della Democrazia cristiana, colpevoli della degenerazione nazionale provocata dai loro quarant'anni di partitocrazia. Ecco cosa scrisse il 28 agosto 1975 in un articolo che fece molto scalpore: «Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati sul banco degli imputati. E quivi accusati di una quantità sterminata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità dell'esplosione "selvaggia" della cultura di massa e dei mass media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della televisione. Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla».

Se ci si addentra nelle pieghe di quella moralità così come è andata involvendo dopo la morte di Pasolini (1975) e del leader comunista Enrico Berlinguer (1984), emerge che la Sinistra si è dimostrata tutt'altro che immune alla partitocrazia, che ha praticato in forme non meno scandalose di quelle democristiane: è dunque legittimo che un processo morale analogo a quello intentato contro i leader Dc sia intentato anche contro i leader postcomunisti e socialisti. Secondo il parere di Paolo Volponi , Pasolini «accusava la nostra classe dirigente di aver promosso un certo modello di sviluppo, di aver organizzato in un certo modo la nostra vita, di avere inquinato le nostre campagne e le nostre città. E insieme vedeva la sparizione di tanti altri fatti sociali, popolari: certe culture, certe possibilità di intervento democratico, la vita dei paesi e delle province brutalmente violentata dai modelli del centro».

Si potevano dunque accusare i leader della Sinistra italiana successiva a Berlinguer di avere carpito la fiducia di milioni di giovani, operai, impiegati, donne, emarginati, immigrati, disoccupati; di averne svilito la carica ideologica e morale; di averne snervato la rabbia, gettandoli in braccio alla depressione, al consumismo, all'accondiscendenza, all'abulia, all'indifferenza, all'agnosticismo, all'inerzia, all'opacità, alla trasversalità; di non aver tracciato nessun itinerario teorico e pratico per il riscatto degli sfruttati; per avere anteposto i loro piccoli dissidi interni alla sconfitta unitaria del nemico esterno; per essersi addirittura accodati a questo in più occasioni, facendosene complice.

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Un nuovo paradigma


UN'OCCASIONE MANCATA

Gran parte dei reati per i quali sarebbe necessario processare i leader della Sinistra e gran parte del colpevole disorientamento che ne sta alla base derivano dal mancato cambio di paradigma che si sarebbe dovuto operare con il passaggio epocale dalla società industriale alla società postindustriale. I leader della Sinistra hanno negato a lungo tale passaggio, prima rifugiandosi in una visione vetero-operaista, poi appigliandosi a una presunta estinzione della classe operaia, quindi appiattendosi su una interpretazione del sistema sociale in chiave capitalistica e liberista. Ma questa fatale carenza, prima ancora che ai politici di sinistra, va imputata agli intellettuali che hanno fatto a gara per confonderli.

Dall'avvento postindustriale – che la Sinistra avrebbe dovuto scoprire e interpretare per prima – sono derivate conseguenze rivoluzionarie: abbiamo imparato a produrre sempre più beni e servizi impiegando sempre meno lavoro umano e determinando squilibri crescenti nel mercato del lavoro; sono cresciute le distanze economiche e sociali tra i privilegiati e tutti gli altri; molti proletari si sono imborghesiti mentre le classi medie hanno cominciato a perdere potere d'acquisto; i conflitti si sono terziarizzati; il tempo libero ha superato di gran lunga il tempo di lavoro; sono emersi nuovi soggetti sociali caratterizzati da un rapporto inedito con le tecnologie e con la virtualità; l'economia e la finanza hanno colonizzato la politica; alla mercificazione della terra, delle materie prime e dei beni materiali si è aggiunta via via la mercificazione dei servizi, dei rapporti umani, dell'intera cultura; alla valorizzazione delle intelligenze marginali, operata dalla società industriale grazie alla parcellízzazione del lavoro, che consentiva di fare a meno dei geni e di impiegare in fabbrica anche gli analfabeti, si sta sostituendo una valorizzazione delle sole intelligenze eccezionali e ben coltivate, con la conseguente emarginazione di masse sempre più vaste, costrette a consumare senza produrre; la globalizzazione sta cancellando le identità locali ed etniche mentre modifica le regole della concorrenza, dei conflitti, delle alleanze e delle poste in gioco.

Alla luce di questi effetti sarebbe stata indispensabile una riprogettazione del ruolo da assegnare alle persone e alle comunità entro il rapporto tra uomo e tecnologia, tra identità e globalizzazione, tra competitività e solidarietà. Sarebbe stato indispensabile progettare i metodi per ridistribuire pacificamente ma con decisione (tra persone, gruppi, popoli, generi e generazioni) il lavoro, la ricchezza, il sapere, il potere, le opportunità e le tutele. Sarebbe stato necessario ristrutturare i partiti di sinistra, rilanciare i movimenti, reinventare le forme di partecipazione e di consenso.

L'occasione per farlo era preziosa, ma è stata sprecata. La Sinistra, infatti, ha accettato in blocco e acriticamente l'elaborazione teorica e il modello pratico proposti dagli Stati Uniti e divulgati dalle business schools. Anzi, quasi per farsi perdonare di essere Sinistra, ha sfoderato una fede anticomunista, antimarxista e neoliberista ancora più intransigente di quella professata dalla Destra. Persino un giornalista conservatore come Indro Montanelli ha sentito il bisogno di moderare le abiure di un leader ex comunista come Walter Veltroni ricordandogli alcuni meriti del comunismo reale.

Dunque, proprio nel non aver capito il cambiamento consiste il vero reato di cui i leader della Sinistra debbono rispondere. Essi non hanno capito per il semplice fatto che si sono rifiutati sistematicamente di capire, perché hanno privilegiato i consiglieri che li distoglievano dal capire e perché hanno preferito incamerare i paradigmi già pronti della Destra piuttosto che elaborare con impegno quelli necessari a una Sinistra nuova.


IL PROGRESSO E LE SUE VITTIME

Il comunismo ha dimostrato di saper distribuire la ricchezza ma di non saperla produrre; il capitalismo sta dimostrando di saper produrre la ricchezza ma di non saperla distribuire. Invece di aiutare il popolo di sinistra ad analizzare questa simmetrica incapacità dei due sistemi; invece di fargli comprendere che, dopo essersi liberato dal modello stalinista, deve ora liberarsi dal sistema neocapitalista; invece di dimostrargli che anche questo sistema è intrinsecamente corruttore perché distrugge selvaggiamente i valori occidentali dell'eguaglianza, della solidarietà, della libertà e perché provoca un sistematico deterioramento antropologico, ecologico e civile; invece di cogliere la grande occasione del cambiamento epocale per promuovere una mobilitazione generale degli intellettuali e spingerli a elaborare un nuovo modello, finalmente depurato dei vizi degli altri due; invece di tutto questo, i leader della nostra Sinistra hanno privilegiato il Washington consensus come unico modello possibile, rinviando gli eventuali ritocchi ad americanizzazione avvenuta.

Tuttora, nonostante i disastri politico-militari in Medio Oriente, nonostante i crimini finanziari delle banche americane, che hanno gettato sul lastrico milioni di lavoratori in tutto il mondo, mai un economista o un politologo organico alla Sinistra di governo oserebbe avanzare contro il modello neocapitalista le critiche radicali che proprio in America vengono mosse pubblicamente da Reich, Thurow, Chomsky o Vidal. Mai un regista italiano troverebbe finanziamenti pubblici per film come Happiness o come American Beauty.

La successione dei leader di Sinistra (Amato, D'Alema, Prodi, Renzi) ai leader democristiani ha consentito alla Destra di pretendere e ottenere tutti quegli interventi impopolari che essa non avrebbe mai avuto la forza di imporre. Le Sinistre sono ammesse al governo solo quando, deboli e ricattabili, o confuse e complici, sono disposte ad accollarsi il lavoro sporco di aumentare le tasse, ridurre il debito pubblico, tagliare la spesa pubblica, ridimensionare il welfare.

Ma la Sinistra avrebbe ben altri compiti. Prima di tutto dovrebbe fare proprie e difendere le ragioni delle vittime che il passaggio dalla società industriale a quella postindustriale, lungi dal ridurre numericamente, ha invece spaventosamente e cinicamente moltiplicato. Persino un «benpensante» come Edward Luttwak scrive in Turbo-Capitalism (1999): «I lavoratori disposti ad accettare la mobilità verso il basso hanno occupato tutte le posizioni lavorative tradizionalmente destinate al sottoproletariato, i cui disoccupati costituiscono, a loro volta, il grosso della popolazione carceraria statunitense». Se ciò avviene nel Paese più ricco del mondo, con le più grandi aziende, i più grandi laboratori scientifici e il più grande esercito, cosa può accadere in Europa o in Sudamerica, dove un giovane su due o su tre non ha speranza di trovare lavoro, dove le fusioni selvagge tra grandi aziende accelerano l'espulsione di lavoratori, dove nelle imprese è in corso una vera e propria pulizia etnica contro i cinquantenni?

Il progresso ha sempre fatto delle vittime. Più il progresso è rapido, più vittime fa. Mai come oggi un numero così alto di vittime è privo di qualsiasi rappresentanza politica e attende dalla Sinistra quella guida che, altrimenti, sarà tentata di cercare in nuovi populismi e nuovi fascismi. Sta alla Sinistra farsi carico di questa minaccia che si aggira per il pianeta, elaborando e concretizzando modelli di sviluppo che promuovano un progresso senza vittime.

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La lettura consente la comprensione, il giudizio, l'intransigenza e il dialogo. Nella lettura i sensi tacciono. L'udito, il tatto, l'olfatto, il gusto si fanno da parte cedendo il passo alla vista che, concentrandosi sulla pagina, crea un rapporto diretto tra autore, libro e mente del lettore, senza altra intermediazione che la fantasia di quest'ultimo. Ancora più densa è questa concentrazione quando ci si abbandona alla gioia ineguagliabile della lettura di un testo teatrale in cui la vicenda narrata dall'autore e quella immaginata dal lettore si saldano senza l'intermediazione ingombrante di attori, scene, regia e pubblico circostante. Questa volta non è il regista a decidere i tempi e í modi della rappresentazione né lo scenografo a decidere i colori, i costumi, le suppellettili. Questa volta è il lettore che si appropria di tutti i ruoli, che può rallentare o accelerare l'azione, che può alzare o calare il sipario, le luci e i colori senza i condizionamenti del palcoscenico, degli interlocutori, delle musiche, dei tecnici, degli elettricisti. Questa volta, soprattutto, è il lettore che, senza i noiosi tempi tecnici imposti dai cambi di scena, può passare disinvoltamente da un livello all'altro della realtà descritta nel copione che scorre sotto i suoi occhi.

Solo chi legge può vagare tra pagine e livelli; può accelerare e rallentare i ritmi della narrazione; può smettere e riprendere la lettura a suo piacimento perché è l'unico a condividere con l'autore il piacere assoluto del testo trasformato in fantasia allo stato puro.

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Pagina 545

S
Slow



                                              «Ormai il cibo mangia i contadini,
                                               mangia l'ambiente, mangia tutti.»
                                                                   CARLO PETRINI

                                 «Avere sete significa avere sete di Coca-Cola.»
                                                                     IVAN ILLICH





Slow come donazione di senso


IL SENSO DELLE COSE

Il nuovo modello, di cui la disorientata società postindustriale ha assoluto bisogno, si va componendo man mano attraverso tessere di un mosaico che è prematuro comprendere nel suo disegno complessivo. Il movimento slow, contrapposto alla galassia fast del sistema industriale che ha dominato per duecento anni, rappresenta uno di questi tasselli. In tale accezione, slow non significa pigrizia ma riflessione e, quando anche si riferisce all'ozio, non intende ozio dissipativo ma ozio creativo. Slow è educazione del gusto per arricchire di significato il cibo, la città, il management, il sesso, il turismo, il design, l'architettura, i libri, i media, la scienza, l'estetica, la musica, la moda. Insomma, l'esistenza. Slow significa sorseggiare la vita con competenza invece di tracannarla con superficialità. Slow è arte e professione, emozione e regola, fantasia e concretezza. Slow è donazione di senso.

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Pagina 553

Le radici dei movimenti Slow


CONTRO L'UNIDIMENSIONAL MAN

Nel 1964 gli studenti dell'University of California, Berkeley, scesero in lotta per ripulire il vecchio sistema dall'alienazione, dal disagio, dall'autoritarismo, dal macchinismo, dal militarismo, dal carrierismo, dal razzismo, dal conformismo, dalla sessuofobia e dagli altri mali della società industriale, in nome della libertà sessuale, dell'egualitarismo, dei bisogni radicali predicati da Agnes Heller e da Herbert Marcuse. Poi il movimento dilagò in America e in Europa, avendo come bersaglio nelle università l'autoritarismo; nelle fabbriche l'organizzazione capitalistica del lavoro, la catena di montaggio, l'alienazione; nel sistema sociale il razzismo, la guerra, la manipolazione mediatica, i valori alienati dell'accumulazione smodata di beni e denaro, del successo a ogni costo, della fretta, dell'efficienza fine a se stessa.

Contro l' unidimensional man prodotto dal capitalismo, il Sessantotto mobilitò gli studenti di mezzo mondo. Da anni, ormai, all'anomia della società industriale si andava contrapponendo in forme inedite la dolcezza conviviale delle comunità hippy; alle discriminazioni di razza e di sesso si andava contrapponendo un vasto movimento per la conquista dei diritti civili; alla paura di un conflitto nucleare, all'escalation nella corsa agli armamenti, alla guerra in Vietnam si andavano contrapponendo il pacifismo e la non-violenza (Make love, not war); alla devastazione dell'ambiente cinicamente condotta dalle multinazionali e dalla speculazione edilizia si andava contrapponendo il filiale rispetto per la madre-terra; alla nevrosi del consumismo, allo stress del successo, alla solitudine dell'egoismo si andavano contrapponendo la sinergia universale della New Age e la vitalità corale dei grandi raduni rock. Tutto un mondo composto di studenti, intellettuali, operai, drop out, immigrati, handicappati, femministe, gay, lesbiche, homeless, pacifisti, si muoveva dando vita a un'onda crescente e variegata di sit-in, campagne, cortei, mobilitazioni.

Dietro la protesta di Berkeley c'erano la Beat Generation, gli hippy, la New Left ispirata da Wright Mills , I dannati della Terra di Frantz Fanon , le teorie linguistiche di Noam Chomsky , la pedagogia di Benjamin Spock, la Dichiarazione di Port Huron scritta da Tom Hayden. Dietro il Sessantotto francese c'erano l'esistenzialismo di Camus e di Sartre, lo strutturalismo di Lévi-Strauss, la sociologia di Foucault, il marxismo di Althusser. In entrambi i movimenti prevaleva il vitalismo giovanile, la volontà di sperimentare, di mettere l'immaginazione al potere qui e ora, la presa di distanza dal neoliberismo e dai suoi dogmi di competitività, efficienza, velocità.

Agli inizi degli anni Settanta autori come Schumacher e Illich , collegati a gruppi di base, a università e a riviste come «Resurgence», «The Ecologist», «Mother Earth News», si sono battuti contro l'invadenza tecnologica, per un «mondo a misura d'uomo», per la convivialità, per il decentramento delle decisioni, per una giustizia partecipativa. Hanno denunziato l'esaurimento delle risorse, la devastazione dell'ambiente, la rottura dell'equilibrio globale da cui dipende la sopravvivenza dell'umanità. Temendo il collasso, hanno rifiutato il materialismo consumista, il gigantismo, l'economia di scala, il Pil come parametro di benessere. Sempre attenti ai problemi del Terzo Mondo e delle minoranze, non si sono fidati dei tecnici e dei tecnocrati. Scettici nei confronti delle grandi opere, hanno sostenuto la necessità di tecnologie semplici, amichevoli, appropriate ai singoli problemi, poco costose, adoperabili a livello personale e conviviale dal massimo numero possibile di persone. Hanno assunto come obiettivo il ritorno alla vita agricola, la diffusione dell'autoconsumo, l'autogestione e la frugalità. Dunque, una società postindustriale semplificata, parsimoniosa, conviviale, austera, decentrata e pacifica.

Grazie alla loro azione, a partire dagli anni Settanta la questione della crescita e dell'equilibrio ecologico è stata posta all'ordine del giorno; il modello energetico basato sui reattori nucleari è stato messo in discussione; l'economia familiare ha riguadagnato terreno rispetto all'economia di mercato; è cresciuta l'attenzione per le sorti del pianeta e delle future generazioni. Da più parti, insomma, ci si è adoperati per costruire un nuovo modello di vita e di società, che rispondesse al bisogno di conferire il giusto senso alle nostre azioni e alle troppe cose di cui ci siamo circondati.

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Pagina 603

U
Università



                          «Educare significa arricchire le cose di significati.»
                                                                      JOHN DEWEY

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Formazione alla vita


Già oggi un giovane ventenne ha davanti a sé una prospettiva di vita pari a 60-70 anni durante i quali, tolto lo studio e il lavoro, potrà disporre di circa 300.000 ore di tempo libero. In altri termini, per ogni ora di lavoro, avrà a disposizione sette ore di tempo libero. Eppure tutte le istituzioni – la famiglia, la scuola, l'azienda – si preoccupano di preparare i giovani al lavoro, cioè a un ottavo della loro futura esistenza, mentre nessuno si preoccupa di prepararli alla vita tutta intera che, oltre al lavoro, comprende riposo, riflessione, amori, famiglia, amicizie, viaggi, gioco, svaghi, convivialità: tutti quegli aspetti della vita che Aristotele, nel trattato sulle Leggi, pone al centro dell'attenzione educativa.

La mente umana è connotata dalla creatività e la formazione universitaria deve essere anzitutto formazione alla creatività, che consiste nella sintesi magica di fantasia e di concretezza. La fantasia spinge a volare alto; la concretezza fornisce le tecniche per calcolare il volo e la rotta raggiungendo la meta senza schiantarsi al suolo.

In un certo senso, persino la nostra università, nonostante le sue deficienze strutturali e pedagogiche, e in parte proprio in virtù di esse, offre agli studenti e ai professori qualche occasione per cimentare la propria creatività. Il caos in cui l'esperienza universitaria si trascina, con tutto il suo brulichio di iniziative strampalate, di idee peregrine, di tentativi anarcoidi e disperati, può infatti stimolare l'intraprendenza e la costruzione di un progetto di vita, anticipando le difficoltà che accompagnano quelle professioni creative dove il colpo d'intuito, la rapidità delle decisioni, la flessibilità, la capacità di socializzare, la tensione verso la rivoluzione scientifica ed estetica contano almeno quanto le conoscenze tecniche e l'accortezza pratica.

Tuttavia, la vita cui lo studente si prepara – fatta per un ottavo di lavoro e per sette ottavi di non-lavoro – non si consumerà nel vuoto. Secondo Pier Luigi Celli , ex direttore generale dell'università privata Luiss, «oggi, e ancor più domani, il mondo della competizione senza confini assume le connotazioni di una guerra non convenzionale, fatta di mobilità, diversioni, tattiche». Ma è questo il mondo hobbesiano che vogliamo? È a questo mondo che lo studente deve essere preparato dall'università per uscirne indenne, come un guerriero mozzateste, con la perfidia intatta o addirittura potenziata? Non sarebbe compito dell'università, piuttosto, fornire ai giovani gli strumenti per vivere e migliorare la vita nella sua interezza, per criticare gli aspetti competitivi della società e sostituirli con l'emulazione solidale?




Studenti digitali e docenti analogici


L'insieme delle innovazioni che sono state supporto al nascere della società postindustriale ha determinato l'avvento di un nuovo paradigma, che potremmo chiamare «digitalità», per cui un numero crescente di giovani pratica un modo di vivere completamente nuovo rispetto a quello che per due secoli ha caratterizzato la società industriale. Uno dei profeti di questa rivoluzione, Nicholas Negroponte, ne indica il nocciolo nel passaggio dagli atomi ai bit. Un altro, Bill Gates, sostiene che la rivoluzione è avvenuta in due tappe: prima con l'invenzione del personal computer e poi con quella dell'autostrada informatica. In realtà il fenomeno non può essere attribuito a uno o più fattori presi singolarmente ma va ricondotto a un complesso di novità via via confluite in un sistema coerente, che per comodità chiamiamo digitale, e che riguarda campi disparati: dal lavoro all'antropologia, dalla scienza e dalla tecnologia alla politica e all'estetica.

I «digitali», che condividono tale paradigma fino a farne una sorta di abito mentale, crescono quantitativamente e tendono ad abbracciare in blocco la cultura postindustriale contrapponendola alla cultura tradizionale di coloro che potremmo chiamare «analogici»: prevalentemente anziani, resistenti alle innovazioni, aggrappati al potere ma disorientati eticamente, esteticamente e politicamente.

Dalla contrapposizione tra digitali e analogici nasce uno dei problemi più inquietanti dell'università: in prevalenza i professori sono ancora analogici e gli studenti sono già digitali. Per la prima volta nella storia, gli allievi posseggono saperi (informatica, lingue, esperienze di viaggio) che i professori ignorano. Per la prima volta gli adulti propongono ai giovani alcune mete che questi snobbano, alcuni sacrifici che questi reputano inutili, alcuni valori che questi considerano obsoleti.

Contro la filosofia della sofferenza in funzione della carriera, prospettata dagli «analogici», oggi cospirano l'allungamento della vita, il progresso tecnologico, la cultura digitale. Ma sono ancora gli analogici a decidere contenuti e metodi didattici, improntando i programmi universitari all'assillo del ben-fare più che al piacere del ben-essere.

Il lavoro offre soprattutto possibilità di autorealizzazione professionale, di guadagno, di prestigio e di potere; l'ozio offre soprattutto possibilità di autorealizzazione umana, di introspezione, di gioco, di convivialità, di amicizia, di bellezza e di amore. Perpetuando programmi di ispirazione industriale, mirati prevalentemente al lavoro («Impresa, internet, inglese» sintetizzava in uno slogan la concezione berlusconiana della mission scolastica), l'università si sottrae all'obbligo di una formazione «totale» dei propri allievi e produce «uomini a una dimensione», intransigenti nei confronti dei sottoposti, competitivi nei confronti dei pari, docili nei confronti dei capi, pronti a dividere la propria esistenza tra l'ufficio e il centro commerciale; indotti a supervalutare il lavoro e sottovalutare l'ozio.

[...]




I docenti


Rispetto ai loro studenti già «digitali», í professori, ancora in gran parte «analogici», intrattengono un diverso rapporto non solo con l'informatica ma anche con l'estetica, il lavoro, il tempo libero, la famiglia, il benessere, il costume, la vita.

Molti docenti scrivono ancora con la penna stilografica, se ne vantano e giudicano come barbara la sostituzione del libro cartaceo con quello elettronico. Per troppi aspetti della vita essi rimpiangono il mitico buon tempo antico, quando esistevano ancora le mezze stagioni, le porte di casa venivano lasciate aperte, i treni arrivavano in orario e le signorine arrivavano vergini al matrimonio.

«Chi non vive lo spirito del suo tempo, del suo tempo si becca solo i guai» diceva Voltaire, inconsapevolmente profetizzando lo stato d'animo di troppi professori approdati all'università quando essa ancora appariva come un tempio austero e prestigioso dove forgiare anime belle e menti selezionate, ma oggi afflitti da stipendi ridicoli, ambiente incolto, strutture obsolete e condizioni mortificanti.

Illusi di accedere al decoro borghese degli atenei ottocenteschi ma ridotti a vivere in facoltà che rassomigliano ad altrettante favelas sottoproletarie, i professori hanno perso anche la capacità di pretendere rispetto per la propria umana dignità. I rettori si riuniscono periodicamente, minacciano serrate, si incontrano col ministro competente, rilasciano dichiarazioni bellicose e poi tornano docili nei loro ranghi. Intanto i ricercatori restano peones dell'università, pagati meno dei bidelli e costretti a lavorare come professori ordinari, deprivati di ogni adeguato strumento di ricerca e di ogni seria prospettiva di carriera, costretti a usare come unica arma la sospensione delle attività didattiche. Ma si tratta di un'arma spuntata, priva di qualsiasi forza deterrente visto che solo pochi studenti frequentano le lezioni.

Il gettito delle tasse universitarie è basso, il governo non è propenso a investire risorse adeguate nello sviluppo scolastico, ritenendolo un optional, le assunzioni di nuovi professori sono bloccate e, di conseguenza, le attività didattiche finiscono per ricadere anche sulle spalle dei ricercatori, quando non dei dottorandi, spesso ridotti ad autodidatti lasciati in balìa di se stessi.

Di fronte a queste sfide, ogni componente della vita universitaria gioca per proprio conto, senza farsi carico dei problemi altrui e senza collaborare a un comune riscatto. Molti professori ordinari non potrebbero tenere corsi, seminari ed esercitazioni senza l'aiuto dei ricercatori, eppure si disinteressano delle loro lotte. Vivono in funzione degli studenti e grazie a essi, eppure si disinteressano del diritto allo studio, sistematicamente violato.




La formazione classica


Nella democrazia ateniese gli uomini liberi erano quasi tutti alfabetizzati, nelle scuole si insegnavano, a pari merito, lettere, musica, danza, matematica e ginnastica. Secondo la testimonianza di Platone, nelle strutture scolastiche, necessariamente pubbliche, democratiche, gratuite e meritocratiche, fornite di tutti gli ausili didattici, coabitavano professori ben pagati e allievi ben motivati, di ambo i sessi.

[...]

Secondo Platone, tra tutte le questioni riguardanti il funzionamento della pólis, quella della formazione scolastica era la più importante. Platone distingueva tra educazione negativa se orientata al guadagno ed educazione positiva se orientata alla virtù; Aristotele invece distingue tra l'educazione orientata all'attività e quella, ancora più importante, orientata all'ozio. Scopo della vita non è il dominio sugli altri ma la felicità del vivere. A sua volta l'ozio non è inerzia del corpo e dell'anima, non è silenzio delle virtù, non è deserto dei sentimenti. Come l'attività richiede coraggio e forza, così l'ozio richiede amore di sapienza, ed entrambi richiedono temperanza e giustizia. La scuola, sempre unica e pubblica, deve insegnare la ginnastica perché è utile alla salute del corpo, la grammatica e il disegno perché sono utili a vivere praticamente, la musica perché è utile a oziare nobilmente, unendo insieme educazione e ricreazione, che sono proprie degli uomini liberi.

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La sirena e il centauro


Neppure l'accademia di Vasari scampò a questo pericolo, tanto che lo stesso fondatore se ne allontanò, indignato dalle «baie et coglionerie de Nostri Accademici».

Gli atenei di oggi non sono meno afflitti da «baie et coglionerie» nostrane, ma per porvi rimedio mirano a sostituirle – secondo la moda – con le «baie et coglionerie» mutuate dal neocapitalismo, adottando i difetti del Washington consensus senza eguagliarne i meriti.

Secondo Francesco Bacone, padre della società industriale, tutta la filosofia greca altro non era che «una massa di idiozie raccontate da vecchi rimbambiti a giovani sfaccendati». Anche le attuali politiche scolastiche italiane tentano di potare dalla formazione dei nostri giovani le discipline umanistiche ed estetiche, considerate ciarpame inutile ai fini del progresso tecnologico, della produttività aziendale, del gioco in borsa e della crescita dei dividendi. Di qui la predilezione acritica per le facoltà economiche e scientifiche, le sole considerate in linea con i tempi nuovi e capaci di preparare i giovani, come un viatico, alle carriere che marciano al passo con la storia, dove il profitto è il fine, l'impresa è il mezzo, le stock options sono il lubrificante.

Ogni epoca, del resto, ha ispirato le sue organizzazioni a modelli ritenuti eccellenti: l'esercito, il principato, la Chiesa. Oggi è di turno l'impresa, con la sua fortuna commerciale, i suoi dirigenti intraprendenti, la sua efficienza collaudata dal mercato. La scuola, dunque, va concepita come impresa in concorrenza con altre imprese, come luogo di specializzazione dove si formano cittadini-manager che, ricevendo le chiavi del sapere tecnico e organizzativo, si preparano al successo economico.

In tale prospettiva, un Paese che si rispetti deve avere come ideologia il neoliberismo e deve conformare la vita intera dei propri cittadini e delle proprie istituzioni pubbliche e private – cominciando dalla scuola – alle virtù della produttività e del consumismo, dei ritmi frenetici e della competitività. Solo con una formazione universitaria ispirata al principio secondo cui «gli affari sono affari» è possibile che al lavoratore duttile e solerte corrisponda il consumatore manipolabile e vorace.

La nostra voglia di omologare i valori dell'università italiana a questo modello è così perentoria da sbaragliare tutte le resistenze psicologiche dei legislatori, dei professori, degli studenti e delle loro famiglie. Se la voglia non si traduce in riforme coerenti è solo perché l'omologazione completa richiederebbe una quantità di impegno, denaro e dinamismo pari a quella impiegata negli Stati Uniti, mentre noi galleggiamo in un'apatia catatonica e priva di mezzi finanziari. Alla fine, ognuna delle innumerevoli riforme universitarie tentate dai vari governi ha finto di rivoluzionare il sistema sostituendo la riforma precedente senza mai nulla cambiare e gettando il mondo universitario in uno stato sempre più confusionale.

In America l'università e la società marciano in perfetta sintonia: l'una e l'altra privilegiano la competitività in un mercato che sembra libero ma che, in effetti, è dominato dagli apparati finanziari, dagli oligopoli industriali, dai monopoli militari, dalle cordate manageriali.

La scuola prepara alla vita nel senso che lo stress aziendale degli adulti è anticipato dallo stress scolastico dei giovani, in una continua gara fatta di punteggi, crediti, premi, prove ed esami. Nelle scuole più celebrate d'America e in quelle a esse omologate (si pensi alla Phillips Academy americana o alla Yoyogi International School giapponese) i ritmi sono ossessivi, l'orario è stressante, la competitività senza quartiere perché tutto è in funzione della massima efficienza professionale, della carriera cui immolare affetti familiari, libertà di pensiero, amicizia e vita. Il vicino di banco è considerato non un compagno di crescita ma un antagonista cerebrale, che va superato a tutti i costi se non si vuole soccombere nella grande corrida della professionalità. Il modello che ne risulta ama proclamare il primato etico della meritocrazia e la ricerca della felicità indicata dai Padri fondatori, ma finisce per premiare i più ricchi e i più spregiudicati, in una gara truccata che mira unicamente al successo nella carriera personale e all'egemonia nella competizione planetaria. Steve Jobs, come abbiamo visto, ne è un campione esemplare.

Paesi come l'Inghilterra, che pure sono a rimorchio degli Stati Uniti per tutto ciò che riguarda la pace e la guerra, hanno tuttavia gelosamente salvaguardato l'identità della loro scuola, come del loro cinema o del loro teatro, restandone giustamente orgogliosi. La Francia, consapevole del valore culturale di un sistema scolastico che ha sfornato Cartesio e Pascal, Pasteur e Sartre, è riuscita a renderlo sempre più efficiente senza mai snaturarne la sostanza. In Italia e in altri Paesi occidentali, invece, la confusione normativa, l'incapacità organizzativa e la carenza di investimenti hanno prodotto un sistema formativo non più latino e non ancora americano, una specie di mitologico mostro astruso: una sirena ormai muta o un centauro ormai azzoppato.

Eppure dall'università dipende tutto: il futuro dell'intero Paese nel contesto delle nazioni, il futuro di ciascun cittadino nella conquista della felicità.

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W
Web



                                  «Considero il web come un tutto potenzialmente
                                 collegato a tutto, come un'utopia che ci regala
                                                   una libertà mai vista prima.»
                                                                 TIM BERNERS-LEE

                                               «Se Steve Jobs fosse ancora vivo,
                                                oggi dovrebbe stare in carcere.»
                                                 «NEW YORK TIMES», 2 maggio 2014





Ragnatela planetaria


IL MARTELLO E IL COMPUTER

Se tra qualche migliaio di anni, notava acutamente Simone Weil, un archeologo ritrovasse un martello, osservandone con attenzione la struttura semplice e ben bilanciata e saggiandone il peso potrebbe facilmente dedurre che si tratti di un oggetto bello, utile, flessibile. Un oggetto così comodo da utilizzare, che senza dubbio l'inventore lo costuì per usarlo di persona. Se invece lo stesso archeologo trovasse un martello pneumatico, osservandone la mole, la rumorosità, la pesantezza, la difficoltà di manovra, ne dedurrebbe che si tratti di un oggetto complesso, monouso, faticosissimo da padroneggiare. Un oggetto così scomodo da indurre a escludere che il suo inventore pensasse di usarlo in prima persona.

Fin qui Simone Weil. Ma se l'archeologo trovasse un nostro personal computer? Dalla forma e dalla leggerezza potrebbe dedurre l'interesse del costruttore per l'estetica e per la comodità. A differenza del martello semplice o di quello pneumatico, il pc non richiede forza fisica ma attenzione intellettuale; non mobilita i bicipiti ma il cervello, gli occhi e i polpastrelli; non finisce in se stesso ma è in grado di collegarsi a innumerevoli suoi simili sparsi in tutto il mondo; non risponde a una singola esigenza, ma è in grado di soddisfare infiniti bisogni.

Chiunque usi un personal computer ha la sensazione di avere a che fare con un oggetto più intelligente di lui e finisce per sospettare che potrebbe compiere un salto dal meccanico all'organico, dal materiale allo spirituale. Del resto, il computer ne ha fatta di strada dai tempi in cui era soltanto una macchina analitica con cui, tra il 1833 e il 1842, Charles Babbage voleva risolvere problemi computazionali e logici! Nel Novecento ha marciato a tappe forzate: con il Colossus gli inglesi forzarono i codici nazisti durante la Seconda guerra mondiale; con Univac I gli Stati Uniti elaborarono i risultati del censimento; con l' Apple II il computer si intrufolò nelle nostre pareti domestiche. Il Duemila si è aperto con il debutto di Power Mac G4, capace di superare il miliardo di operazioni al secondo. Dieci anni dopo, nell'ambito del progetto SyNapse, Ibm ha presentato due prototipi di chip che funzionano come un cervello umano: dotati di nodi che elaborano informazioni come fossero neuroni e collegati a memorie integrate come fossero sinapsi, riescono a selezionare gli input in base alla loro importanza e riescono ad apprendere sia dall'esperienza sia dall'ambiente. L'obiettivo è ottenere computer cognitivi capaci di analizzare la realtà quasi come gli esseri umani, ma con una potenza di calcolo e di memoria infinitamente maggiore. Nel 2015 il computer ha superato la capacità cognitive di un topo. Entro il 2045 supererà le capacità di tutti i cervelli umani combinati tra loro.


HOMO ZAPPIENS

Dopo essere stato erectus e sapiens, l' Homo sta finalmente per approdare alla condizione ibrida di zappiens, come lo definirebbe l'olandese Wim Veen che studia da anni le interazioni tra apprendimento e tecnologia.

Se il nostro archeologo approfondisse ulteriormente la sua analisi sul pc, vi scorgerebbe un sistema certo dotato di un corpo, probabilmente di una mente, non ancora però di un'anima.

Nella Genesi è scritto: «Dio, il Signore, prese dal suolo un po' di terra e, con quella, plasmò l'uomo. Gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo diventò una creatura vivente». Perché il nostro pc diventi una creatura vivente, occorrerebbe che un team di scienziati, umanisti e artisti soffiasse nelle narici di un microprocessore e gli inspirasse l'anima. Ma in che cosa consiste l'anima? In che rapporto è con il cervello e con il corpo? Tra il cervello e l'anima c'è di mezzo la mente, o l'anima è la mente?

Negli esseri umani, la percezione sensoriale, la coscienza del tempo, la capacità di simbolizzare, immaginare ed esprimersi, rappresentano le funzioni di quel prodigioso software che è la mente e di quel potentissimo hardware che è il cervello, in cui ogni singola parte possiede le capacità dell'insieme, grazie alle qualità olografiche e alla sbalorditiva quantità di interazioni.

Il fatto è che non solo il nostro pc ma anche tutti gli oggetti quotidiani rimpinzati di intelligenza diffusa sono corpi che cominciano a dotarsi di mente. E íl rapporto tra il loro corpo e la loro mente simula già abbastanza bene il rapporto che intercorre tra cervello e mente umana. Ovvero tra un organo tangibile, che pesa tra i 1200 e i 1800 grammi, composto da 1000 miliardi di cellule, di cui 100 miliardi sono neuroni con tutti i loro dendriti e assoni, i loro neurotrasmettitori, le loro sinapsi, i loro impulsi che viaggiano alla velocità di 100 metri al secondo, la loro plasticità e la loro varietà strutturale, funzionale e molecolare: il cervello, insomma, fatto di cellule che comunicano tra loro, si organizzano in reti e modificano via via le loro connessioni in base all'esperienza; e un'entità impalpabile fatta di memoria, immaginazione, autoconsapevolezza, apprendimento, intelligenza, creatività, emozioni, stati d'animo, impulsi, inclinazioni, desideri: la mente, insomma, che dovrebbe essere frutto del cervello ma che molti considerano irriducibile al funzionamento di un organo, per quanto complesso esso sia.

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Dunque, ogni individuo e ogni gruppo, in base al proprio livello economico, scolastico, valoriale e culturale, sarà più o meno in grado di comprendere e cogliere i vantaggi dell'informatica, di motivarsi al suo uso e di appropriarsene tempestivamente. Per riuscirci, tuttavia, avrà anche bisogno di possedere competenze specifiche, curiosità intellettuale, flessibilità, apertura verso il diverso, capacità di inserire le novità tecnologiche all'interno di progetti globali, di dare senso alle conoscenze e alle abilità, alle opinioni, agli atteggiamenti, alle emozioni e ai sentimenti.

Mentre i saperi legati alla ricerca scientifica e tecnologica si sono concentrati là dove già esistevano forti investimenti economici con ritorno immediato, strutture scolastiche efficienti, elevata coscienza sociale, i saperi legati alla rete e ai nuovi modelli comunicativi si sono abbastanza distribuiti. Ciò ha consentito una formazione più estesa ma più superficiale, col pericolo per i giovani di ritrovarsi meno capaci di analisi, approfondimento, critica e dibattito rispetto alle generazioni precedenti.

Anche a causa dell'uso che si è fatto del Web, la diffusione di una solida cultura tecnica e umanistica è stata più debole della penetrazione della cultura di massa, avamposto della mercificazione. Il sapere tecnico, a sua volta, ha prevalso su quello umanistico, con il rischio di una perdita della capacità di sintesi, di critica nonché degli strumenti culturali necessari per formare la propria identità ed esprimere la propria conoscenza. Ciò è tanto più pericoloso in quanto è proprio la rapidità del cambiamento tecnologico a richiedere quella flessibilità e poliedricità che solo la cultura umanistica è in grado di dare.

La diffusione delle nuove tecnologie e del web, pervasivi per loro natura, ha accresciuto la mobilità sociale; la sostituzione degli sportelli fisici con i siti elettronici ha migliorato i rapporti con la pubblica amministrazione e ha trasformato il cittadino da semplice consumatore di servizi a generatore di informazioni. Al tempo stesso, però, si sono create nuove forme di esclusione e, con esse, nuove classi disagiate e nuove povertà. L'accesso alla rete e all'informazione non ha garantito l'uguaglianza e nemmeno l'equità. Così, per esempio, si è aggravato il gap generazionale tra i giovani e gli anziani proprio mentre l'allungamento della vita media e il miglioramento della salute rendevano possibile l'impiego socialmente utile di questi ultimi. Sono dunque cresciuti il disagio sociale e le tensioni tra chi è riuscito a entrare nella nuova dimensione tecnico-economica e chi ne è rimasto tagliato fuori.

Il web ha determinato nuovi modelli di linguaggio, imponendoli anche ai media tradizionali. Ha semplificato la grammatica e la sintassi, e ha accelerato il passaggio da una cultura prevalentemente basata sulla scrittura e sulla stampa a una centrata principalmente sulle immagini e sui tablet. I gruppi editoriali e di comunicazione sono stati spinti a integrarsi attraverso accordi e fusioni per offrire tutta l'informazione e in forme sempre più personalizzate, interattive, on demand, rispondendo così a interessi soggettivi, anche momentanei: si sono trasformati in tal modo da produttori di informazione in fornitori di menu, di liste di temi all'interno delle quali ciascun destinatario può scegliere ciò che più gli interessa.


CENTRO DELL'IMPERO

Stupisce la velocità con cui è avvenuto tutto ciò. Contemplando a ritroso il percorso, ci rendiamo conto delle conquiste effettuate: per la prima volta siamo in grado di costruire macchine che sostituiscono non soltanto la forza muscolare dell'uomo ma anche la sua forza mentale e persino una parte della sua creatività; per la prima volta, grazie alle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione, i rapporti tra uomini e cose, tra cose e cose, tra uomini e uomini, possono avvenire in forma totalmente virtuale, prescindendo dalla contiguità fisica, dalla variabile tempo e dagli apparati tattili.

Ma è anche evidente che per la prima volta dopo migliaia di anni l'epicentro dell'elaborazione scientifica e culturale si è spostato dall'Europa agli Stati Uniti e che un unico modello di vita, elaborato nelle università, nei laboratori, nelle imprese, nelle agenzie di socializzazione americani, ha colonizzato il mondo intero non solo attraverso l'imposizione armata ma anche attraverso la comunicazione persuasiva dei mass media e la potenza connettiva di internet e del web. È probabile che i sistemi preposti alla comunicazione, alla ricerca, all'istruzione e alla formazione evolveranno in tutto il mondo in modo sinergico, sempre più arricchendosi di scambi, poiché l'accesso alla rete garantirà una distribuzione sempre più efficace delle informazioni, ma è altrettanto probabile che, almeno per qualche decennio ancora, nella maggior parte dei settori di punta dello sviluppo scientifico e tecnologico la supremazia creativa continuerà a restare appannaggio degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti inventeranno, gli altri produrranno. Il computer sul quale sto scrivendo reca sul retro, in caratteri minuscoli, una scritta che sintetizza tutto questo: «Designed by Apple in California, assembled in China».

Tutte queste innovazioni incorporano logiche proprie e, dovunque arrivano – negli uffici, nei reparti di produzione, nelle case, nel tempo libero – impongono tali logiche. Il mondo intero, dalla California alla Cina, dall'India al Brasile all'Europa, anche senza saperlo, ragiona e funziona secondo la razionalità, la flessibilità, la precisione, la sicurezza, l'estetica, la rapidità incorporate nelle tecnologie della comunicazione e nella rete fino a formare un vero e proprio nuovo paradigma di lavoro e di vita: il paradigma americano, il Washington consensus. Un paradigma che affida alla digitalità il compito di eliminare í confini tra settori, tra attività, tra sistemi logici, di abbattere le barriere tra studio, lavoro e tempo libero, di fertilizzare nuove attività e introdurre nuovi metodi produttivi, nuovi consumi del tempo libero, nuove forme di interattività e persino di affettività e di sessualità, sempre all'insegna del libero mercato, del consumismo e della competitività.

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La legge ferrea del capitalismo


DALL'ANARCHIA AL TOTALITARISMO DIGITALE

C'è da chiedersi se queste nuove tecnologie dell'informazione avrebbero avuto effetti economici, sociali e politici diversi qualora, invece di essere create e gestite da imprenditori privati di fede protestante e di ideologia neocapitalista, fossero state nelle mani di gruppi organizzati secondo modelli induisti, o buddhisti, o confuciani, o musulmani o cattolici. Solo l'humus culturale degli Stati Uniti poteva produrre in così poco tempo una rivoluzione tanto pervasiva, ma quello stesso humus che ha consentito di attrarre e motivare inventori, fecondare invenzioni, facilitarne l'applicazione e la diffusione, ha pure determinato il modo con cui questa avventura è rapidamente, fatalmente evoluta. La rivoluzione informatica – esplosa nella stessa California in cui qualche anno prima erano nati i movimenti studenteschi, il pacifismo contro la guerra in Vietnam, le nuove forme musicali, il nuovo ambientalismo – è stata covata in una cultura anarchico-libertaria ma, con la stessa velocità con cui ha bruciato le sue tappe, ha anche abbracciato i canoni del capitalismo monopolistico. L'allegra brigata dei Bill Gates, Steve Jobs, Larry Page, Sergey Brin, Mark Zuckerberg e compagni, tutti partiti da semplici garage e da pensionati universitari, appena ha potuto si è dimostrata rapace e spregiudicata come í peggiori vecchi padroni delle ferriere. E, sulla loro scia, nella Silicon Valley «ancora vestono hippy, ma dietro i volti di tanti ventenni ex sognatori spunta una macchina pronta a tritare tutto ciò che ostacola i piani di conquista», come ci attesta Federico Rampini , che a questa metamorfosi ha dedicato il libro Rete padrona. Amazon, Apple, Google & co. Il volto oscuro della rivoluzione digitale (2014).

Se si escludono Tim Berners-Lee e pochi altri geni dell'informatica rimasti intenzionalmente fuori del totalitarismo digitale, tutti i padri del settore, giovani o non più giovani, conducono aziende dove gli orari e i ritmi di lavoro sono debordanti, dove non ci si ferma neanche nei giorni festivi, dove i sindacati sono inesistenti, dove la parte meno pagata e più faticosa della produzione è affidata a sfuttatori del Terzo Mondo. Tutti hanno iniziato col proclamarsi neutrali, col giurare che non avrebbero mai accettato inserzioni pubblicitarie, che avrebbero rispettato la privacy dei singoli utenti e le leggi dei singoli Paesi. Sono bastati pochi anni o, in alcuni casi, anche solo pochi mesi perché questi geniali padroni neocapitalisti dell'universo imparassero a evadere il fisco, spiare i clienti, usare a loro insaputa le informazioni raccolte sulle loro attività, privatizzare internet: «La deriva che porta la rete sempre più lontana dagli ideali libertari, egualitari, antimercenari dei suoi fondatori si accompagna a un'ideologia privatistica che è un'impostura» dice Rampini.

Prendiamo per esempio la Apple. Con 193 milioni di iPhone venduti nel 2014, con un fatturato di 74,6 miliardi di dollari nel primo trimestre fiscale del 2015, con un profitto di 18 miliardi nello stesso trimestre («Il più elevato di sempre per qualunque impresa» secondo il «Guardian»), con una capitalizzazione di quasi 800 miliardi (il doppio della Exxon, seconda in classifica), la Apple, se volesse, potrebbe distribuire 556 dollari a ognuno dei 320 milioni di cittadini americani. Ma, naturalmente, non vuole. La Apple, infatti, non è un'istituzione filantropica ma un'impresa neocapitalista che voleva cambiare il mondo facendo leva sull'innovazione, sulla semplicità e su Jonathan Ive, il designer che ha conferito bellezza alle linee iPod, iPad e iPhone consentendo a questi prodotti di «entrare in connessione emotiva con gli acquirenti», come ha scritto recentemente Fabio Chiusi su «l'Espresso».

Peccato che, a quarant'anni dalla sua fondazione, le originarie promesse etiche della società siano state ampiamente disattese. «Stiamo perdendo il controllo su strumenti che un tempo promettevano pari opportunità nell'espressione e per l'innovazione» ha scritto Dan Gillmor, che definisce la Apple come un'azienda «pericolosa per il futuro delle reti aperte e della tecnologia controllata dall'utente».

Questa azienda occupa nel mondo 98.000 dipendenti che, secondo le parole di Tim Cook, «si combinano l'uno con l'altro al punto di non poter dire più chi lavora dove». Ma anche i suoi soldi non si sa dove stiano. Il Congresso, infatti, ha sottoposto Apple a un'apposita commissione d'inchiesta per appurare il suo comportamento di «campione dell'elusione fiscale». Sono stati così accertati i trucchi e le trame con cui l'azienda, giocando sulle sue filiali disseminate ovunque sul pianeta, è riuscita a realizzare, con arroganza esemplare, un meccanismo diabolico che in soli tre anni ha sottratto all'Internal Revenue Service ben 74 miliardi di dollari. Apple si è vantata di essere la società con la più grande liquidità di tutta la storia del capitalismo: 178 miliardi, una cifra con cui potrebbe comprare Disney e Amazon in un colpo solo. Ebbene, i due terzi di questa somma astronomica sono depositati in paradisi offshore. «Le imposte che Apple ha eluso» ha commentato il senatore Carl Levin, presidente della commissione d'inchiesta «sono finite sulle spalle di altri contribuenti: famiglie di lavoratori e piccole imprese. E tutto questo accade mentre il deficit pubblico raggiunge livelli allarmanti.»

Rampini ci fa notare come la Apple, che tanto si ammanta di valori illuminati, sia certo la più nota delle imprese border line, ma non sia la sola: in sua buona compagnia c'è tutto il gotha delle imprese legate al settore informatico, dalla Microsoft alla Hewlett-Packard, da Amazon a Google a Starbucks. «Più i fondatori sono giovani, liberal, di idee avanzate, più sembrano disinibiti nello scimmiottare le gesta degli antichi robber barons, í "baroni ladri", monopolisti del petrolio e delle ferrovie, contro i quali scese in guerra Ted Roosevelt all'inizio del Novecento» dice Rampini.

Benché nei sondaggi di «Fortune» la Apple sia risultata per tre anni consecutivi l'azienda più ammirata del mondo; benché sia stato prezzolato un esercito di avvocati, di lobbisti, di addetti all'immagine istituzionale e personale, persino una divinità come il profeta Steve Jobs ha dovuto gettare la maschera di fronte alle comprovate accuse di essere non solo un monopolista e uno sfruttatore dei suoi dipendenti, oltre che degli operai cinesi, ma anche un pessimo padre. Ben 64.000 ingegneri ed esperti di software sono stati danneggiati da un accordo segreto di cartello con cui Steve Jobs, con le buone o con le cattive, ha ottenuto dalle grandi aziende informatiche – Google, Intel, Adobe, Intuit, Pixar, Lucasfilm eccetera – l'impegno a non sottrarsi vicendevolmente i talenti creativi. Stock options retrodatate, cartello dei prezzi sugli ebook e altre bravate del genere hanno fatto definire Jobs come «la personificazione del reato antitrust».

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